[1] Nel carteggio del residente veneto a Roma, sotto il 18 dicembre
1569 leggesi che il papa disse al cardinal di Gàmbara che «sa che la
repubblica di Venezia è principe libero, e che non ha superiori, e che
è il sustentamento della libertà e della gloria d’Italia, la quale,
se non fusse il petto di quella serenissima repubblica, sarìa già
molto tempo in preda delli oltramontani: e che voleva farli sapere una
cosa in gran secreto, che non aveva mai più detta a niuno; che tutti
gli altri principi dal maggiore al minore hanno in odio la serenità
vostra e ne dicono male, e che ognuno si risente che la serenità vostra
non stima niuno, e che non cerca di gratificarsi niuno. Il cardinale
ha detto che non è da meravigliarsi di questo, perchè li principi
non amano l’un l’altro se non quanto importa il suo conto, e che li
italiani non amano la serenità vostra per invidia, e li oltramontani
perchè li impedisce li suoi disegni in Italia».
[2] Secondo note del doge Matteo Senarega, esistenti nella biblioteca
della Università ligure, Genova nel 1597 contava 61,131 abitanti, di
cui 2319 poveri soccorsi dal pubblico, 589 preti o frati, 1278 monache,
28,740 soldati, non contando la milizia forestiera: la rendita era
di lire 428,264; le spese di lire 383,172 del bilancio dello Stato;
32,000 del bilancio del Comune; 164,873 di quel delle galee; 198,595
di quel di Corsica. Negli stessi archivj è il catalogo delle sostanze
delle famiglie genovesi nel 1636, in occasione che vi fu imposta la
tassa dell’un per cento; ove se ne contano quattordici che aveano fra
1,012,777 lire e 3,928,333.
[3] _De principatibus Italiæ_, 1628, nella raccolta elzeviriana delle
_Repubbliche_.
Nell’archivio Mediceo, fra le _Carte strozziane_, filza 320, è un
manoscritto anonimo col titolo _Relazione delle entrate, spese, forze e
modo di governo di tutti i principi d’Italia_, che sembra appartenere
alla prima parte del secolo XVII. Secondo quello, lo Stato pontifizio
in guerra traeva
Dall’Umbria fanti 10,000 cavalli 3000
dalla Romagna » 20,000 » 4000
dalla Marca (bravi ed
armigeri) » 15,000 » 2000
da Bologna e Ferrara » 25,000 » 6000
—————— —————
in tutto fanti 70,000 cavalli 15,000
e sul mare cinque galere, ma poteva armarne otto.
Nel 1675 Gregorio Leti (vol. II dell’_Italia regnante_) attribuiva
allo Stato papale la rendita di tre milioni di scudi; e numerando
le forze delle diverse provincie e le artiglierie delle fortezze,
presentava queste cifre:
Uomini atti alle armi 400,000
Presidj, tra fanti e cavalli 4,000
Esercitati alle armi e sempre in
pronto per la guerra, ma a
casa e non retribuiti che di
alcuni privilegi 80,000 fanti, 3500 cavalli
De’ quali può armare senz’aggravio
de’ sudditi e pagare in
guerra, oltre i presidj 30,000 » 3000 »
Oltre le armi di questi esercitati 83,500, n’erano nelle fortezze di
Ferrara, Bologna, Castel Sant’Angelo, in Vaticano, Ancona e Ravenna per
60,000 uomini, e munizioni in gran copia. Le armi si fabbricavano nello
Stato, e specialmente a Tivoli. Alessandro VII aveva messa e dotata
una fabbrica. In Civitavecchia, oltre munizioni molte, stavano dodici
galere ben armate. «Con tutto ciò (diceva il Leti) bisogna essere buon
principe, e non semplice prete, perchè dalla qualità del petto e dal
valore del papa dipende la prima forza dello Stato».
Raccogliendo quanto partitamente aveva scritto dei principi d’Italia,
esso Leti dava alla penisola, assai meno popolosa d’oggidì,
Uomini atti alle armi 1,972,000
In servizio e obbligo di guerra 369,000 fanti, 32,200 cavalli
Guarnigione o presidj a piedi
e a cavallo 27,400
Milizie che possono assoldarsi
senz’aggravio de’ sudditi
sulla somma di 401,700 149,500 » 16,000 »
In mare cento galere, e quattordici navi a vela ben armate.
[4] _Testamento politico_.
[5] Comuni a tutte le Corti erano i gran donativi, e ogni affare
trattavasi col profonderne a tutti quelli che poteano ajutarlo. Voigt,
nella _Storia di Prussia_, dice che questo paese nel XIV secolo
regalava al papa quattromila ducati d’oro; al cardinale De Fargis
nipote di esso, cento doppie (di 17 fr.); venti a quel d’Albano;
quattrocentottantasette ducati d’oro e venticinque doppie tra varj
altri famigliari; oltre quel che davasi ad avvocati, notaj, staffieri,
ecc. Pertanto l’ambasciadore portava sempre gran provvigione di
galanterie. Giovanni di Felde, andando a Roma nel 1391, avea seco
venticinque tazze d’argento, quindici piatti simili, e moltissimi
anelli. Lo stesso Voigt riferisce il dono di dodici apostoli d’oro,
fatto dall’ordine Teutonico a Leone X, che poi li vendette; e dà la
lista de’ regali fatti in non si sa qual anno del secolo XV per Natale.
La riferiamo anche per la curiosità dei prezzi:
1. Per un velluto turchino, al papa ducati 83
2. Per un boccale dorato, al medesimo » 64
3. Per la fodera d’un mantello d’ermellino, al
medesimo » 14
4. Per tredici chicchere d’argento, ai
camerieri del papa » 117
5. Al protettore dell’Ordine » 110
6. Per confetti dispensati ai cardinali » 70
7. Per confetti agli auditori » 31
8. A due avvocati » 24
9. A due procuratori » 20
10. Al maestro di scuderia del papa » 3
11. Ai guarda-portoni » 30
12. Per un cavallo regalato » 30
13. Una sella per il medesimo » 1
14. Un cavallo ciascuno al protettore dell’Ordine,
al cardinale di Novara, al protonotario
Ermanno Dwerg; due al priore che suole
introdurre le persone al papa.
[6] _Universis et singulis mercatoribus, cujuscumque nationis et
professionis vel sectæ, etiam Turcæ, Judæi, vel alii infideles essent,
ad civitates, terras, castra et loca Marchiæ anconitana, cum familia
ac mercibus ac bonis eorum quibuscumque vel sine illis, veniendi, aut
in eis standi, manendi, et negotiandi, ac ab illis pro eorum libito
voluntatis abeunii et recedendi etc._ Bolla 21 febbrajo 1547. Vedi il
_Viaggio_ di Montaigne, e le Relazioni d’ambasciadori e del Botero.
[7] TONDUZZI, _Storia di Faenza_, p. 605.
BALDASSINI, _Memorie storiche dell’antichissima città di Jesi_. Jesi
1774, p. 256.
SARACINELLI, _Notizie storiche della città d’Ancona_. Roma 1675, II. p.
335.
MARIOTTI, _Memorie storiche civili ed ecclesiastiche della città di
Perugia e suo contado_. Perugia 1806, p. 113.
Su tutto ciò vedi RANKE, _Die Fürste und die Völker etc_.
[8] Secondo Gregorio Leti (Vita di Sisto V, part. II. 1. 4), al venire
di papa Sisto quest’erano le entrate delle primarie case romane:
Dei Colonna, don Marcantonio gran connestabile
del regno di Napoli, duca di Pagliano, principe
di Sonnino scudi 120,000
Il duca di Zagarola, principe di Gallicano conte
di Zarno » 30,000
Il principe di Palestrina cavaliere del Tosone » 25,000
Degli Orsini don Paolo Giordano, duca di
Bracciano, grande di Spagna » 100,000
Don Giovan Antonio, duca di San Gemini, cavaliere
del Santo Spirito » 50,000
Don Bertoldo, marchese del Monte San Sorino,
conte di Pitigliano » 200,000
Don Latino, principe di Matrice » 12,000
Don Virginio, duca di Gravina, che poi sposò la
pronipote di Sisto. » 18,000
Dei Savelli don Federico, principe d’Albo e del
sacro romano Impero » 50,000
Il duca di Riccia » 20,000
Il duca di Sermoneta » 20,000
Il duca di Sermoneta della casa Gaetana di Spagna » 50,000
Il duca di Carpineta della casa Conti » 18,000
Don Lottarino Conti, principe di San Gregorio e
duca di Palo » 12,000
Don Giorgio Cesarini, duca di Civitanova » 30,000
Il duca Sforza, duca di Segni, principe del sacro
romano Impero » 40,000
Don Gregorio Buoncompagni, duca di Sora, marchese
di Vignola, conte d’Arpino, nipote di Gregorio
XIII » 45,000
Don Antonio Farnese, duca di Farnese » 12,000
Don Angelo Altemps, duca di Gelasi, conte di
Soriano » 24,000
Don Federico Cesis, duca d’Acquasparta » 70,000
Inoltre furono trovate fin a cinquanta famiglie con una rendita
ciascuna dai cinque sino ai diecimila scudi al più, e sino ai mille
almeno. Trovò pure:
monasteri di regolari viventi in povertà 316
monasteri di monache sotto alla povertà 67
monasteri di regolari con rendita 128
la quale per tutti insieme era di scudi 168,300
monasteri di monache con rendita 54
che era » 66,410
[9] AMIANI, _Memorie di Fano_, pag. 609.
[10] LETI, _Vita di Sisto V_, part. II. lib. I. c. 3. Nel carteggio
del residente veneto a Roma, oltre moltissimi aneddoti congeneri,
si legge di un Diedi di Ravenna che, innamoratosi d’una fanciulla
Rasponi, l’ebbe alle sue voglie, poi a sposa. Il fratello di questa,
tenendosi ingiuriato, raccolse una sera da cento uomini, ed entrò in
città scalando la mura e con fiaccole; ed assalita la casa de’ Diedi,
vi trucidò gli sposi, un fratello canonico, sorella e padre del marito,
e servi, e fin quello ch’eragli stato spia e guida; poi se n’andò dal
regno pontifizio. Al 25 febbraio 1576.
Ivi si parla a dilungo del Piccolomini e de’ suoi: — Ultimamente si
messero per forza ad abitare in un palazzo del signor Bonello per far
scorta al mietere di alcune possessioni confiscate del Piccolomini; con
il qual sono centottanta bravi, che si fanno strada ove lor piace. Et
egli, avendosi lasciato crescere li capelli con una ciera horribile,
mette gran spavento a tutti, e se ne va errando quando in una, quando
in altra parte ecc.». Al 1581.
[11] Carteggio 10 settembre 1585; 16 agosto 1586.
[12] _Le langage du papa est italien sentant son ramage boulognois
qui est le pire idiome d’Italie, et puis de sa nature il a la parole
mal aysée. C’est un beau vieillard... le plus sain et vigoureux qu’il
est possible de désirer... d’une nature douce, peu se passionnant des
affaires du monde, grand bâtisseur... Il n’est nulle fille à marier,
à laquelle il n’aide pour la loger... Ses réponses sont courtes
et résolues, et perd-on temps de combattre sa réponse par nouveaux
arguments. En ce qu’il est juste, il se croit; et pour son fil mesure,
qu’il aime furieusement; il ne s’ébranle pas contre cette sienne
justice. Montaigne._
[13] Vedansi gl’importantissimi dispacci veneti, pubblicati dal
Mutinelli. La ciarlatanesca vita scrittane dal Leti è confutata ad ogni
passo da quella seria dell’Hübner.
[14] Dispacci veneti del 16 gennajo 1584.
[15] _Bullarium romanum_, tom. II. _Constit. Sisti V_, 56.
[16] Manoscritto Chigi, citato dal RANKE, lib. IV. 2.
[17] Nei quali
la dogana di Roma figura per scudi 182,450
la dogana di Ancona » 15,500
la dogana di Civitavecchia » 1,977
le allumiere della Tolfa » 31,780
i censi di Spagna, Urbino,
Ferrara, Parma, e altri
feudatarj nel giorno di
S. Pietro » 35,500
Fra i titoli che vendevansi erano i cavalieri Piani, del Giglio, dei
santi Pietro e Paolo, dello Speron d’oro, Laterani.
In un libro di conti cogl’introiti e spese dello Stato Pontifizio nel
1585, posseduto dal Coppi, le rendite ascendono a scudi 1,318,414;
gl’interessi de’ luoghi di monte, cioè del debito importavano scudi
281,968: dedotti i pesi, alla tesoreria avanzavano scudi 449,756. Un
altro conto del secondo anno di Sisto V segna le entrate dello Stato
papale in scudi 1,599,303.
[18] LETI, part. III. l. V, secondo il quale tali cariche, oltre
l’onore, rendevano il sette, il dieci, fin il quattordici per cento. Lo
stesso, part. III. l. III, dice: — Quando un papa vuole fa miracoli, e
miracoli fece sempre Sisto perchè governò col capo e col petto; ond’è
che di lui fu detto che aveva il capo di ferro, il cuore di Marte,
il petto di bronzo, la mano d’acciajo, il piede di Mercurio. E benchè
dall’Evangelio non ne tirò mai la semplicità della colomba, ne succhiò
con tanto più ardore la prudenza del serpente e forse il naturale;
poichè non schizzò mai veleno contro alcuno, che non fosse stato prima
toccato. Non intraprese mai cosa senza prima maturare i mezzi come
dovea fare per sostenerla; e da qui nasce che mai gli venne a vuoto
impresa alcuna, che si può dire quasi un miracolo in lui, perchè non
formava i disegni alla cieca, ma con cento occhi come Argo; e dopo
formati adoprava cento braccia come Briareo per farli riuscire; di
modo che con ragione dicevano gli ambasciatori: _Sisto ci dà a tutti
guanciate terribili ma con una così gran forza di spirito, che bisogna
dire_ Amen _senza lamenti_».
[19] I grossi debiti contratti da Urbano VIII e Innocenzo X fanno
credere che quei milioni fossero consumati. Nel marzo 1793 Cacault
scriveva alla Convenzione di Francia, che in Castel Sant’Angelo
esisteva ancora un milione di scudi del tesoro di Sisto V.
[20] Il Fontana stesso descrisse il _Modo tenuto nel trasportare
l’obelisco Vaticano_. Su quell’operazione fu consultato anche Camillo
Agrippa milanese, filosofo e matematico, che stampò _Nuove invenzioni
sovra il modo di navigare_, ed altre opere; e condusse l’Acqua Vergine
sul monte Pincio.
Adamini di Montagnola, compaesano del Fontana, e il francese
Montferrand eressero, pochi anni fa, la colonna in onore di Alessandro
I a Pietroburgo, che è il maggiore monolito del mondo.
Il fusto solo di essa pesa chilogrammi 293,820
cogli apparati » 423,500
Mentre l’obelisco nudo
pesava » 337,000
cogli apparati » 375,922
* Il fatto del villano è messo in dubbio da taluni, ma il Cancellieri
nella _Descrizione delle funzioni della settimana santa_, pag. 195,
cita ANGELO ROCCA, de Bibl. Vat., 250, _Taja_, _Descrizione del palazzo
Vaticano_, 440, e CHATTARD, _Nuova descrizione del Vaticano_, tom.
III, p. 20, che dicono quel fatto effigiato sopra la finestra seconda
della biblioteca vaticana. Colui fu un bravo marinajo di San Remo, e
i Bresca di colà conservano il privilegio di somministrare le palme
alla solennità di Roma. Il privilegio dice: _Equidem nos minime latet
te ex ea natum familia, ex qua vir extit, qui provido sane consilio,
utilique monitu, in Vaticano obelisco efferendo multam diligentemque
operam adhibuit, ac propterea a rec. mem. Xisto V prædecessore nostro
præcipuum privilegium obtinuit, cujus vi ipse tantum, ejusque posteri,
ceteris exclusis, perpetuum jus haberent ferendi Romam palmeos ramos
pro pontificio sacello, aliisque urbis templis_. Allorchè Pio VII stava
prigioniero in Savona, il dottor Giacomo Bresca, allora investito del
privilegio, gli spediva le palme: e quando esso papa ritornava a Roma,
il Bresca gli mosse incontro con una schiera di fanciulli, portanti
bellissime palme: e il pontefice in segno di gradimento fe collocare
due di queste sulla sua carrozza.
[21] Carteggio veneto al 24 novembre 1590.
[22] De Maisse, ambasciadore a Venezia, scriveva al suo re il 4 ottobre
1592: _Il ne se parle à Rome que des réformations. Le pape va en
personne visiter les cellules des moines, et les va trouver jusque dans
le lit. Il les veut faire comme frères égaux et en commun, et réduire
trois monastères en un: chose qui leur sera difficile à supporter,
étant accoutumés dans leur aises et commodités_.
[23] Nelle notizie del Nores leggesi invece che il birro fu assalito
da un cane, e che Gabriele Foschetti, mastro di casa Farnese, fu preso
e decapitato il mercoledì santo del 1592. Il Muratori pone il fatto al
1604.
[24] _Il Moro trasportato in Venezia, ovvero Racconti de’ costumi, riti
e religione de’ popoli dell’Africa, America, Asia ed Europa_. Reggio
1672.
[25] _Conciliazione della Chiesa armena colla Chiesa romana sopra le
autorità de’ padri e dottori armeni_.
[26] Secondo il cerimoniale allora prefisso, i baroni, i cavalieri
e le damigelle doveano dirgli, _Monsignore mio fratello_, ed egli a
loro _Bel fratello, Bella sorella_. Nelle funzioni procederebbe il
fratello di mezzo passo, e se a cavallo, della lunghezza del collo del
cavallo. I piatti doveano servirsegli coperti. Cavalieri e dame nel
presentarsegli e nel partire doveano inclinare alquanto i ginocchi.
Vedi CIBRARIO, _Origini e progresso delle istituzioni della monarchia
di Savoja_. Torino 1854.
[27] Carlo III rimostrava all’imperatore Carlo V che _par trois fois
que l’armée de l’empereur y a été, ce Piémont a été mangé, pillé,
composé et rançonné en toute extrémité, et non point en un seul lieu,
mais généralement par tout le pays_.
[28] Nel 29 maggio 1613, il cardinale Maurizio di Savoja scrive a
suo padre Carlo Emanuele, che con grandissima difficoltà potè trovare
cinquanta scudi; che il principe Tommaso di Carignano era senza vestiti
nè altre cose più necessarie; e il 29 settembre 1614, che non si potè
trovar oro per le catene da regalare agli ambasciadori svizzeri.
[29] L’ambasciator veneto Gian Francesco Morosini, in una bellissima
relazione del 1570, loda le galee di Emanuele Filiberto di Savoja come
delle migliori di Ponente, e soggiunge:
— Tratta sua eccellenza le ciurme di queste sue galere, come quello
che n’ha poche, eccellentemente; dando, oltre le minestre, nei giorni
ordinarj trentasei oncie di pane per cadauno, dove il signor Giovanni
Andrea Doria non ne dà più di trenta; per il che il galeotto, oltre il
suo bisogno, ha pane che gli avanza, il quale può vendere a chi più gli
piace, e delli denari comprarsi delle altre cose; e comprano per lo più
il vino, il quale in quelle parti si ha per bonissimo mercato, tanto
che rari sono quelli che bevano mai acqua. Oltre questi, hanno quasi
tutti essi forzati anco delli altri denari; perchè, quando non sono
impediti dal navigare, fanno quasi tutti qualche mestiero, e tra gli
altri calzette di riguardo, delle quali cavano ogni anno molti denari:
e nell’ultima andata a Nizza di sua eccellenza non fu alcuna di quelle
sue galere che non vendesse calzette alli cortigiani per centoventi o
centocinquanta scudi d’oro almeno per cadauno.
«Oltre ai sessanta marinari, suole mettervi sino a ottanta o cento
combattenti; e a questi fa portare due archibugi per uno, con
cinquanta cariche, acconciate in modo con la polvere e palla insieme
ben legate in una carta, che, subito scaricato l’archibugio, non ci
è altro che fare, per caricarlo di nuovo, che mettere in una sola
volta quella carta dentro la canna con prestezza incredibile, e ciò
in tempo di bisogno fa fare da uno delli forzati, avvezzato a questo,
per ogni banco; onde, mentre che il soldato attende a scaricar l’uno
l’archibugio, il forzato gli ha già caricato e preparato l’altro, di
maniera che, senza alcuna intermissione di tempo, vengono a piovere
l’archibugiate con molto danno dell’inimico e utile suo...
«Sempre negozia in piedi o camminando; sta pochissimo in letto; parla
poche parole, ma piene di sugo. È tutto nervo con poca carne, ed ha
negli occhi ed in tutti i movimenti del corpo una grazia, che quasi
eccede l’umanità; in tutte le sue azioni ha una gravità meravigliosa
e grandezza, e veramente par nato a signoreggiare; parla italiano,
francese, spagnuolo, tedesco e fiammingo, sì che par nato in mezzo a
loro. Accetta di sua mano tutte le suppliche, volendo che la giustizia
si distribuisca sì al povero che al ricco; fa grandissima professione
della sua parola; invece di gentiluomini di bocca e di camera non
si serve che di cavalieri di san Maurizio, per indurre i nobili ad
entrarvi. A tavola si fa leggere sommarj di storie, delle quali si
diletta moltissimo; poi si ritira a lavorar d’artiglierie, di modelli
di fortezze, di fuochi artificiali con bravi artefici che trattiene;
ha gusto di conversare con uomini dotti in qualsivoglia professione,
e ragiona sempre con loro. Nella Germania è stimato tedesco per essere
della casa di Sassonia; da’ Portoghesi, portoghese per sua madre; tra’
Francesi, francese per i parentadi vecchi e nuovi; ma lui è italiano, e
vuole essere tenuto per tale».
[30] Il Boldù, ambasciatore veneto, scriveva il 1561: — Vi sono più
cause di alterazioni e divisioni fra i sudditi di sua altezza, come
l’antica causa guelfa e ghibellina che ancora in qualche parte regna;
d’una delle quali è capo il signor di Racconigi, che è la guelfa; e
della ghibellina il signor di Masino; dai quali due personaggi però
si può dire che dipendano quasi tutti i gentiluomini di Piemonte.
Nell’entrata che fece sua altezza a Mondovì furono per tagliarsi a
pezzi duemila uomini delle ordinanze per questa causa».
E il Morosini: — I suoi popoli non sanno industriarsi ad altro servizio
che di lavorar le terre, e lo dimostrano molto bene le case loro, nelle
quali non si vede tanta roba che vaglia quattro denari: ma parlo degli
uomini del contado e del popolo ancora, perciocchè neppure hanno letti
sui quali dormire, ma in cambio di quelli usano certi sacconi pieni di
foglie d’alberi, godendosi il mondo appunto in quel modo, nel quale lo
trovarono quando ci vennero. I Piemontesi nascono buoni soldati, ma non
si curano nè d’arti di commercio ad imitazione dei nobili, e lasciano
che i forestieri s’arricchiscano; non hanno altro pensiero che di
attendere a mangiare, a bere ed ai piaceri; e credami vostra sublimità,
che non v’è artefice tanto basso che non vuol mangiare salvaticine e
darsi piacere. Il duca impiega ogni opera per risvegliarli, ma con poco
profitto. Li popoli che abitano la Savoja sono timidi e vili, non si
danno ad alcuno esercizio, nè tampoco a quello delle armi; e fecero
vedere questa poca inclinazione allorquando il signor duca ordinò una
milizia per la quale avendo speso più di seimila scudi in armi, in poco
tempo ritrovorno che de’ morioni e corsaletti se n’erano serviti in
far delle pignatte e degli spiedi. Li nobili e feudatarj (della Savoja)
sono superbi, altieri e poco migliori della plebe».
[31] Nella abolizione degli stati Emanuele Tesauro riponeva la causa
delle guerre civili di Piemonte nel seicento: — Nei tempi andati quando
i Sovrani di Savoja erano meno potenti, ed i popoli erano più liberi,
sentendo ancora qualche odor di repubblica, signoreggiava nella Savoja
e nel Piemonte un potentissimo ed ai suoi monarchi formidabilissimo
tribunale chiamato la unione delli tre stati, ecclesiastico, nobile
e popolare, il quale usurpando una suprema ed illimitata autorità,
chiamava se stesso padre e tutore del principe, anzi principe nato
a distinzione del succeduto. Questi, allora che moriva il sovrano,
traeva a se medesimo tutta la sovrana potestà, ordinava la repubblica,
giudicava delle tutele e delle successioni contenziose tra dimestici
o stranieri pretensori del principato e ducato. Anzi facendo il
pedagogo sopra il principe adulto, censurava le sue azioni, esaminava
le risoluzioni della guerra e della pace, rifiutava o limitava le
dimande delle contribuzioni, opponeva ragioni alle ragioni, e talvolta
forza alla forza, non avendo allora il principe altro erario che la
libera volontà degli Stati, nè altre armi che le armi loro. Onde non
è meraviglia se in alcuni regni la baldanza degli altri Stati sia
giunta a segno di mettere le mani sopra il suo re. Ma questo tribunale,
dopo che i principi di Savoja sono divenuti più forti e perciò più
liberi, altrettanto ha perduto di forza e di libertà, ed a poco a
poco abbassato, finalmente fu estinto. Chi volesse parlare oggidì di
rinnovare il tribunale dei tre stati, sarebbe reputato reo di maestà.
Parlo dei tre stati formati, e non materiali, uniti in un corpo con
piena e libera autorità giudiciale, e non partitamente richiesti dei
loro voti, che sogliono darsi a genio del più forte». _Origine delle
guerre civili del Piemonte in seguito dei campeggiamenti del principe
Tommaso di Savoja, descritti dal conte e cavaliere gran croce don
Emanuele Tesauro, che serve per apologia contro Henrico Spondano_. In
Colonia 1673, appresso Giacomo Pindo, pag. 12-13.
[32] Il suo inviato alla credenza generale di Lanzo, nell’aumentare
il prezzo del sale, ragionava: — Sua altezza non la ricerca per altro,
salvo per poter rimediare alle fortificazioni, monizioni, artiglierie,
ed altre cose in conservazione del Stato e suoi sudditi, e _tanto più_
che per questa via resterà meno gravato il populo, poichè vi concorrono
preti, frati, signori, monache ed altri privilegiati».
[33] — Dovendosi partire sua eccellenza (Emanuele Filiberto) la mattina
seguente per andare all’esercito (sotto Hesdin in Fiandra), fu veduto,
nell’imbrunire della sera innanzi, uscir dal palazzo con un servitore
solo, quanto incognito si poteva; onde ognuno che lo vide e intese ciò,
giudicò, come giovane che egli era e a cui non spiacevano le donne,
ch’egli andasse a pigliar licenza da qualche sua innamorata. Niente di
manco si seppe di certo poi, che sua eccellenza andò al monastero di
San Paolo, dove essendo stato tutta la notte, si confessò, e la mattina
seguente, comunicato che si ebbe, e raccomandatosi a Dio, s’avviò di
lungo al carico suo del generalato dell’esercito». BOLDÙ.
* E l’ambasciatore veneto, al 21 gennajo 1599, scriveva alla sua
repubblica: «Il signor duca è andato nove giorni continui alla Madonna
di Mondovì, trattenendosi ivi dalla mattina assai per tempo fin quasi
la sera, replicandovi, com’è costume, ogni dì nove volte l’orazione
efficacissimamente. La quale non si discerne se sia o per dar grazia
dell’essere uscito dai passati pericoli, o se per fine abbia pur
solamente la dimanda di restar salvo da’ futuri».
[34] Che nelle nozze si stipulasse che il primo figlio erediterebbe
il Milanese col titolo di re di Lombardia, lo credo un sogno del Litta
nelle _Famiglie celebri_. Nel capitolato per l’elezione di Leopoldo I,
il duca di Savoja si fece confermare il titolo di vicario imperiale.
[35] Secondo il divisato d’allora, per l’esercito comune contro i
Turchi avrebbero dovuto dare:
fanti cavalli cannoni vascelli
Il papa 8000 1200 10 10
Lombardia 8000 1500 8 6
Venezia 10000 1200 10 25
Repubblica italiana 10000 1200 10 8
[36] Nel 1607 il duca di Savoja sbrigò e ottenne dall’imperatore
d’andar ambasciadore straordinario a Venezia per la pace che trattavasi
con Paolo V. Tre ragioni adduceva di questo desiderio: 1º perchè, se
la guerra divampasse, egli sarebbe il primo a sentirne i danni; 2º
perchè voleva distruggere l’opinione che godeva d’irrequieto e smanioso
della guerra; 3º perchè l’imperatore, il quale parlava di sposare la
sua figlia, vedesse che l’ambizione non era il suo vizio. Il Senato
avea stabilito che sessanta senatori col doge andrebbero incontrarlo
all’isola di San Clemente, ma il doge non uscirebbe dal bucintoro;
sessanta senatori lo condurrebbero all’udienza, ma il doge lo porrebbe
alla sinistra, e gli darebbe solo il titolo d’eccellenza. Per manco
di denaro o perchè non soddisfatto degli onori che la repubblica gli
destinava, l’ambasciata non ebbe luogo. Suo figlio Tommaso fu pure
incaricato di altre che guastò colle pretensioni. Vedi VICQUEFORT,
_L’ambassadeur et ses fonctions_. Colonia 1690.
[37] Vinciolo Vincioli aveva già preparato una canzone sull’impresa di
Ginevra, e fu pubblicata benchè riuscisse a male.
Sola speme d’Italia e primo onore
D’Europa, alto stupor del secol nostro,
Saggio invitto guerrier, folgore e scoglio
Di Marte, che di senno e di valore
Sei dei principi altero e raro mostro,
Che in verde etade hai mostro
D’esser nato a domar l’antico orgoglio
Del barbaro vicino, e di quegli empj
Che, fuggendo il tuo scettro, ebber ardire
Fabbricar nuova fede e nuova legge...
Così dic’egli a Carlo Emanuele; lo felicita d’aver vinto l’empio
Bretone, il Gallo audace, l’invido Germano; e che Dio avesse «percosso
di sua mano l’alto tiranno che regnava tra l’Alpe e tra Pirene», cioè
Enrico IV; e così via bestemmia tutti i popoli miscredenti.
Or chi fia più che guerreggiare ardisca
Teco, signor, se in tua difesa hai l’ira
Di Dio, che al fondo i tuoi nemici ha messo?
Credo che in ciel s’ordisca
Che debban l’arme tue con breve guerra
Vincer tutta la terra,
La qual vinta che sia, dall’Indo a Tile
Sarà solo un pastor, solo un ovile.
Intanto lo sollecita contro Ginevra:
Nè gioveralle il lago e la palude,
Nè i fiumi che difendon l’alte mura:
Già da lontan s’ascolta
Il pianto e ’l grido dell’afflitte genti
E lo strido e i lamenti,
E già veder il Rodano mi pare
Portar il sangue invece d’acque al mare...
Fa la pace fiorir di qua dall’Alpe,
Mentre di là fera discordia ogn’ora
Tiene in travaglio i popoli, che sono
Verso Dio divenuti aspidi e talpe.
Poi nel trattato di Bruzolo del 1610 il duca combinava una nuova lega
con Enrico IV, stabilendo di ottenere il Milanese dopo conquistatolo, a
patto di cedere a questo la Savoja, distruggere il forte di Monmeliano,
e consegnargli due fortezze del Milanese. Protezione disinteressata!
[38] Il maresciallo di Crequi scrive a Luigi XIII: _Le duc de Savoie
accuse monsieur le connétable de n’avoir pas voulu laisser prendre la
ville de Gênes parce qu’il entretenait des intelligences secrètes avec
les principaux magistrats. Je ne dissimulerai point à votre majesté
que nous pouvions prendre Gênes, mais on n’a pas cru que le service de
votre majesté le permit. Monsieur le duc de Savoie se serait mis en
possession de la ville, et aurait voulu la garder pour lui. Si votre
majesté veut entreprendre une guerre avantageuse en Italie, envoyez-y,
sire, sous la conduite d’un de vos bons généraux, une armée nombreuse
et supérieure à celle de Savoie, de manière que vous puissiez faire la
loi à monsieur le duc, et qu’il ne prétende pas disposer de tout à sa
fantaisie_.
Su quest’età spargono moltissima luce le lettere del D’Ossat, oscuro
francese, assunto alla porpora pei proprj meriti, massime per la
ribenedizione d’Enrico IV. Era stato segretario del cardinale d’Este
nel 1582, poi direttore dell’ambasciata francese, infine ambasciadore
a Firenze, a Venezia, a Roma, Amelot de la Houssaie, noto pubblicista,
corredò quelle lettere di note, che anch’esse illustrano la condizione
del nostro paese e i personaggi che vi figurarono.
D’Ossat, nemicissimo al duca di Savoja, gli suppone i disegni più
ribaldi. Nella lettera CCXXXII avvisa Enrico IV de’ disegni di esso
contro di lui, e soggiunge: _J’ai horreur de vous ajouter une autre
chose, que gens de qualité m’ont dit qu’il attend avec plus de désir et
d’espérance que tout cela; mais je ne dois et ne puis vous faire plus
longuement. C’est le succès et événement des embuches et assassinats
qu’il a dressés et apostés en diverses façons contre la vie de votre
majesté, dont Dieu vous préservera, et le confondra lui, comme il
mérite, moyennant la précaution, dont votre majesté et vos serviteurs
useront. Ces choses ne se disent pas par tenans et aboutissans;
mais le naturel et la façon de procéder de l’homme les rendent trop
vraisemblables, et méritent que votre majesté et tous ses serviteurs
y prennent garde_. E nella seguente: _Monsieur de Savoie vous a meshui
fait assez connaître, qu’il n’a point de conscience, ni de crainte de
Dieu, et moins soin de son honneur et réputatation, ni aucune vergogne
des hommes_.
Interrogato dal papa del suo parere sulla guerra tra Francia e Savoja
nel 1600, insiste perchè il papa ne levi l’occasione col far che il
duca restituisca Saluzzo, paese dovuto alla Francia, e necessario
all’equilibrio d’Italia, dove altrimenti rimane despota la Spagna.
Divisando i caratteri de’ combattenti dice: _Monsieur de Savoie est
de telle complexion qu’il veut prendre l’autrui et sur plus grands
qu’il n’est, et ne veut point rendre; veut encore contracter et
faire des accords, promettre, signer, confirmer et reconfirmer, et
ne point tenir, ne rien exécuter, prenant pour galanterie de violer
la foi... Avec tout cela il pense de se mantenir en cette façon de
procéder par son bel esprit, fertil en toutes sortes d’inventions et de
déguisements, et par les forces d’Espagne, et par l’autorité de votre
sainteté, sachant le respect que le roi vous porte, et l’extrême désir
que vous avez de conserver la paix_.
All’acquisto di Saluzzo erano contrarj tutti i principi d’Italia, e
offrivano denari perchè Enrico rompesse il patto; D’Ossat lo considera
sempre come un’usurpazione, e non sa darsene pace; e rammenta al
re come, lasciandolo al duca, _perdrait beaucoup la réputation, qui
est celle par laquelle les rois et princes se maintiennent bien plus
souvent que par toutes leurs forces et moyens_. Ben sel sapeva il duca,
il quale diceva: la reputazione esser la pupilla del principato».
Amelot de la Houssaie, nelle note alla lettera LVII del D’Ossat, dice
di Carlo Emanuele: _Ce due était si ambitieux, si entreprenant et si
déloyal, que l’on se défiait autant de lui quand il avait de bonnes
intentions que lorsqu’il en avait de mauvaises. Tous les historiens de
son temps ont loué hautement sa valeur militaire, son intrépidité, sa
liberalité, sa pénétration, son expérience, mais ils l’ont tous accusé
d’avoir été sans foi_. — Siri, nelle Memorie secrete, VII: «Principe
per vastità d’ingegno e per intrepidità di cuore incapace di sgomento;
de’ maggiori che habbino regnato lungo tempo avanti di lui; fregiato
d’eccelse virtù e imbrattato di molti vizj, che lo resero notato nel
mondo per turbolento, ambiziosissimo, infido, ecc. — Il cardinale
Bentivoglio nelle _Memorie_: «Queste sì rare virtù venivano sommamente
oscurate dall’ambizione, la quale regnava in lui con tal eccesso,
che portandolo continuamente a torbidi, vasti, e per lo più fallaci
disegni, faceva ch’egli, invece di misurarsi con la misura sua propria,
usasse molto più quella dei re, alle cui prerogative non potendo
soffrir di cedere, come principe di tanta eminenza anch’egli, e d’una
casa tutta mista di sangue regio ancor essa; perciò cercava sempre
inquietamente con tutti i mezzi di rendere alle grandezze loro, quanto
più poteva, uguali le sue». — E il procuratore Battista Nani dice che
questo duca «al solo interesse immobilmente indirizzò le sue azioni».
[39] Un fatto particolare mostri la natura delle relazioni
internazionali. È noto che l’Inghilterra si era sottratta al papa e al
cattolicismo. A Roberto Dudley, duca di Northumberland, erano stati dal
re d’Inghilterra sequestrati i feudi; ed egli si volse all’imperatore,
volendo ancora considerarlo come signor sovrano quale nel medioevo,
e questo emanò una bolla, ove cassava la confisca. Tale bolla fu
confermata dal papa, il quale al vicario generale dell’arcivescovo
di Firenze commise di procedere e giudicare la causa fra il duca e
il re. E il vicario sentenziò doversi il duca reintegrar nelle sue
ragioni e risarcirlo con otto milioni ducentomila sterline; sentenza
della quale poteasi eseguire la disposizione sopra qualunque Inglese
non cattolico per via d’arresti, esecuzioni, sequestri (1626). Ma
per eseguirla voleasi la forza; e Dudley non sentendosela, divisò di
vendere quel titolo ad alcun potente, che se ne valesse in occasione di
guerra. La offrì dunque al duca di Savoja, il quale peritossi alquanto,
poi stimò più prudente informarne il re d’Inghilterra, avvertendolo
tenersi in guardia, che non avvenisse come sotto Urbano VIII, quando
ai sudditi inglesi fu nociuto assai con sequestri di gran valore.
SCLOPIS, _Relazioni politiche tra la dinastia di Savoja e il Governo
britannico_. 1853.
[40] Nel 1615, 5 giugno, si fece un concordato tra il fôro
ecclesiastico milanese e il secolare, diviso in quindici capi.
[41] PIETRO GRITTI, _Relazione di Spagna, letta al senato di Venezia
l’ottobre_ 1620.
[42] TASSONI, nelle _Filippiche_.
[43] Il lotto, detto del Seminario, pare fosse introdotto a Genova
al principio del secolo XVI: speculazione privata, che andava a
usufruttare la credula avidità anche in altri paesi. I principi di
Savoja lo proibirono, ma per fiscalità, anzichè per intento morale;
e Carlo Emanuele II, che v’avea sin comminata la galera per cinque
anni e la confisca nel 1655, nel 1674 permetteva a Cesare Chiapissone
d’introdurlo ne’ suoi Stati, col solo aggravio di cinque doti da cento
lire da distribuirsi a povere fanciulle. Nel 1696 appaltavasi per lire
settemila cinquecento.
[44] CAVAZIO DELLA SOMAGLIA, _Alleggiamento dello Stato di Milano_.
1653.
[45] Filippo II di Spagna in dote a sua figlia, sposata al duca di
Savoja, diede di percepire all’anno sessantamila ducati dalle rendite
del Milanese, e ottomila da quelle di Napoli.
[46] Erano feudatarj, i Visconti a Gallarate, a Dairago, a Pontirolo,
a Binasco, a Olgiate Olona, Ossona, Canonica; a Busto i Marliano; a
Landriano i Taverna; gli Arconati a Dairago; i Fossati a Nerviano;
i Castelli a Parabiago; i Missaglia a Seregno; i Bigli a Saronno; i
Gallarati a Concesa; i Mariani a Mariano; i Pietrasanta a Galliano
e Paderno; i Cusani a Chignolo; i Branda a Castiglione, ad Appiano
e nel Varesotto; i Trivulzi a Settala; i Medici a Melegnano; i
Biumi a Binasco; i Crivelli ad Agliate; i Sirtori a Torrevilla; i
Brebbia a Barzago; gli Airoldi a Lecco; gli Sfondrati e i Dal Verme a
Nibionno; i Durini a Monza; gli Archinti a Ficino; i Visconti Sforza
a Caravaggio; i Monti nella Valsassina; gli Aresi a Osnago, a Meda e
Barlassina; i Borromei a Valcuvia, a Brebbia, a Robecco, ad Arcisate,
nell’Alessandrino, sul lago Maggiore; e così nel Pavese i Mandelli,
i Beccaria, i Belgiojoso, gl’Isimbardi, i Gattinara; nel Cremonese i
Melzi, i Del Mayno, gli Schinchinelli, i Rosales, gli Schizzi, gli
Affaitati, i Salazar, gli Stampa; nell’Alessandrino gli Spinola, i
Trotti, gli Stampa, i Bonelli, i Pallavicini di Genova; nel Tortonese i
Cavalchino, i Marini, gli Spigno; nel Comasco i Gallio duchi d’Alvito,
i Crivelli, gli Alberti, i Lambertenghi, i Riviera; nel Novarese i
Tornielli, i Bolognini, i Caccia, i Serbelloni, i Trivulzi, i Modroni,
i Somaglia, i Masserati...
[47] Gregorio Leti ha una romanzesca vita dell’Arese, e tra altre
cose narra che un suo cameriere accumulò un tesoro col farsi dar dieci
soldi da ciascuno che presentasse un memoriale pel presidente. Il Leti
apre essa vita con queste frasi: — Ah! fia possibile che sia morto
l’Arese! Ah Parca micidiale, chi ti diè il potere di satollarti di
simili squisitezze? E vuoi poi essere chiamata Parca, se sei sì ingorda
e famelica? Va, hai vinto, morte, ma la tua vittoria non ha riportato
che una corona languida, frale, arida ed arsiccia, posciachè colla tua
falce non hai potuto recidere quello stelo che fa rivivere immortale
nel mondo la fama del presidente Bartolomeo Arese... Se i caratteri
non hanno ritegno per inoltrarsi nella posterità più remota, va, io ti
rendo priva di molti trofei la tua vittoria, giacchè con queste linee
ti tolgo l’opimezza che speravi con questo tuo colpo».
[48] Il duca di Rohan, verso il 1600, dice di Milano: _Sous cet Etat et
celui de Naples, les gentilshommes ne sont point marchands, comme par
tout le reste de l’Italie, et son fort somptueux en riches habillements
et pour eux et pour leurs chevaux; appliquent toute leur industrie à
faire quelque jour de parade et particulièrement au carneval, que leurs
riches habillements suppléent au défaut de leur bonne mine, ce qui a
tellement fait adonner les artisans à bien travailler, qu’ils se sont
rendus excellents, chacun en leur métier, surtout ceux d’Italie; de
façon que qui veut avoir de belles armes, de belle étoffe, de beaux
harnais de chevaux, de toute sorte de broderie, et bref de tout ce
qu’on peut souhaiter, il n’en faut point chercher ailleurs si Milan
n’en fournit_.
Della cittadella dice che _c’est la plus accomplie que j’aie jamais
vu, n’y manquant rien, à mon jugement, sinon que la garnison n’est pas
française._
[49] Varie gride. E vedi i nostri _Ragionamenti sulla storia lombarda
nel secolo_ XVII.
[50] «Non avendo sua eccellenza desiderato mai cosa che la quiete e
sollevamento delli vassalli di questo Stato, che tanto lo meritarono
per la loro fedeltà e divotione al servigio di sua maestà, e mostrando
l’esperienza che la principal rovina che sentono dipende dalli
eccessi e rapacità d’alcuni soldati mal disciplinati, dalle cui male
attioni risulta, non solamente discredito a quelli che si contengono
nell’osservanza delli ordini, ma inconvenienti, danni e molti delitti
gravi ed enormi, e che la maggior parte dei disordini procedono dal mal
esempio, negligenza, tolleranza, dissimulazione dei capitani...» Grida
4 marzo 1637.
[51] Istoria milanese in latino. All’opposto il Boccalini, nella
_Pietra del Paragone politico_, loda i Milanesi «virtuosi italiani, i
quali per la mirabile fecondità delli ingegni loro, nati all’invenzione
di cose eleganti, da Apollo meritamente vengono chiamati _primogeniti
delle lettere_».
[52] In tempo di simile baldoria capitò ad Acerra una compagnia di
commedianti, e subito fu presa a motti dai vendemmiatori; quelli
risposero, ma furono sopraffatti dalle arguzie d’un Puccio d’Aniello.
Laonde quei commedianti proposero a costui d’entrare nella loro banda,
ed egli colle buffonerie sue traeva gran gente ai loro spettacoli.
Morto, altri l’imitarono, e vuolsi da ciò cominciasse la maschera del
Puciniello o Pulcinella.
[53] _Tesoro politico_, tom. I. p. 317; CONTI, _Storia de’ suoi tempi_,
lib. II. 37.
[54] Dei vicerè un solo napoletano, il conte di Santa Severina; come
un solo milanese governatore a Milano, il cardinale Teodoro Trivulzio.
Ecco i vicerè di Napoli.
1501 Don Gonsalvo di Cordova.
7 Don Giovanni d’Aragona, conte di Ripacorsa.
9 Don Ramon di Cardona.
22 Carlo di Lannoy.
27 Don Ugo di Moncada.
28 Filiberto di Châlons, principe d’Orange.
29 Cardinale Pompeo Colonna.
32 Don Pedro Alvarez di Toledo.
53 Cardinale Pacheco.
55 Ferdinando di Toledo, duca d’Alba.
59 Don Perafan di Rivera, duca d’Alcala.
71 Cardinale Granuela.
75 Don Inigo Lopez Hurtado di Mendoza, marchese di Mondejar.
79 Don Giovanni di Zuniga, principe di Pietraporsia.
82 Don Pedro Giron, duca d’Ossuna.
86 Don Giovanni di Zuniga, conte di Miranda.
95 Don Enrico di Guzman, conte d’Olivarez.
99 Don Ferrante Ruiz di Castro, conte di Lemos.
1603 Don Giovanni Pimentel d’Herrera.
10 Don Pedro di Castro, conte di Lemos.
18 Don Pedro Tellez y Giron duca d’Osanna.
21 Cardinale Borgia di Candia.
Cardinale Zapata.
22 Don Antonio di Toledo, duca d’Alba.
29 Don Ferrante Afan di Ribera, duca d’Alcala.
31 Don Emanuele di Guzman, marchese di Monterey.
37 Don Ramiro Guzman, duca di Medina las Torres.
44 Don Giovanni di Cabrera, ammiraglio di Castiglia.
46 Don Rodrigo Ponce di Leon, duca d’Arcos.
48 Don Inigo Velez, conte d’Ognate.
53 Don Garcia di Haro, conte di Castrillo.
59 Don Gaspare Bragamonte Guzman, conte di Pegnaranda.
64 Don Pasquale cardinale d’Aragona.
66 Don Pedro Antonio d’Aragona.
72 Don Antonio d’Alvarez, marchese d’Astorga.
75 Don Ferrante Fajardo, marchese di Los Velez.
83 Don Gaspare di Haro, marchese del Carpio.
87 Don Francesco Benavides, conte di Santo Stefano.
96 Don Luigi della Cerda, duca di Medina Cœli.
[55] È caratteristico il bando pubblicato dal vicerè in Palermo il
28 maggio 1621: — Convenendo al servizio di sua maestà cumulare et
ammassare quella maggior somma di denaro che si può dal suo real
patrimonio, per soccorrere et subvenire alle urgentissime necessità
che soprastano, ed alla conservazione degli Stati e dominj di sua
maestà e sua real corona, per esecuzione di ordine dato per sue reali e
duplicate lettere a sua eccellenza dirette, colla deliberatione, voto
e consiglio del tribunale del real patrimonio, ha deliberato vendere
ed alienare, cossì a tutti passati, come per termino ad redimendum,
ogni giurisditione di mero e misto imperio, alta e bassa, cum gladii
potestate, a tutte quelle città et università e terre del regno che
la vorranno comprare; nec non vendersi a tutti e qualsivoglia signori,
baroni di vassalli, feudatarj e pezzi di territorj e burgensatici etiam
che dette baronie, feudi, territorj e burgensatici fossero posti e siti
dentro o fora di territorj e giurisditione di università; pretende sua
eccellenza vendere a tutti passati tutte quelle giurisditioni di mero
e misto imperio, venditi et alienati cum certa gratia redimendi, a
tutti passati absque spe redimendi; e questo per quella maggiore somma
e prezzo che potrà convenire, cossì de’ contanti, come ad tempus. Per
tanto in virtù del presente bando si notifica a tutte e qualsivoglia
persone, officiali di università, signori, padroni di stati, di terra
et habitatione, baroni e feudatarj, e qualsivoglia padroni di territorj
e burgensatici, che volessero attendere alla compra del mero e misto
imperio in larga forma di dette università, loro territorj, e di detti
stati, baronali e feudi e loro territorii e di detti stati, baronie,
feudi e loro territorj, e delli sudetti burgensatici e territorj, e
che sieno situate nelli territorj delle città demaniali o di altri,
habbiano e debbiano comparire nel tribunale del real patrimonio con
loro memoriali oblatorj, che si accetteranno le offerte proficue al
servitio di sua maestà, e che il prezzo sia parte di contanti e parte
ad tempus. E di più si notifica a tutti officiali di università, e
signori padroni di vassalli, feudatarj et altri, che avessero comprato
mero e misto imperio con certa gratia redimendi, che vedendo quella
comprare con loro memoriali oblatorj, che si accetterà l’offerta che
sarà parimenti proficua per il servizio di sua maestà e della forma
e maniera di sopra espressate. _Promulgetur: Corsettus F. P. — Billia
Attuarius_».
[56] Opera capitale è CAMILLO TUTINI, _Dell’origine e fondazione dei
seggi di Napoli_. 1644.
[57] Carteggio del residente del duca d’Urbino. In una grida, spesso
ripetuta con qualche varietà, leggiamo: — Essendo pervenuto a nostra
notizia che, per l’avidità di alcune persone poderose ed ingordigia dei
venditori, il prezzo dei grani ed orzi si è alterato dal tempo della
raccolta in qua a prezzi eccessivi, in grandissimo danno e pregiudizio
dei poveri di tutto il regno, ecc.... e volendo rimediar come si
conviene a cosa di tanto pregiudizio del regno, ecc.».
[58] ZAZZERA, _Governo del duca d’Ossuna_. Perciò il Boccalini, nella
_Pietra del Paragone politico_, dice che la Spagna «figurata da una
potente reina, ha il corpo pieno di sanguisughe, per la maggior parte
genovesi; e ve ne sono di quelle grosse come anguille di Comacchio».
[59] Il residente del granduca scriveva al 27 luglio 1606: — Qui si sta
senza pane e senza vino, con imposizione di nuove gabelle».
5 settembre 1606: — Qui si contano li homini per quartieri e per le
case; e si sta in tanta necessità, che danno cinque tornesi di pane
per bocca; e chi ne vuol più, ha da comprarse lo pane fatto fare per
forestieri, che è piccolissimo».
23 aprile 1607. — La carestia è per lo Regno tanto grande, che vengono
le comunità insieme in Napoli, e vanno gridando per la città pane. Ed è
calata tanta poveraglia, che piaccia al Signore che questa città non si
appesti, perchè le genti muoiono per le strade».
10 marzo 1609. — Per beneficio di questa città si erano messe gabelle
sopra ogni sorta di legno e legnami, e sopra ogni sorta di corami, con
mira di vedere di poter rimediare in qualche parte tanto debito. Ma
questo popolaccio di Napoli, non potendo comportare questa repentina
novità, è stato per farne tumulto».
Francesco Palermo pubblicò nell’_Archivio storico italiano_ una
preziosa raccolta di documenti intorno alla condizione economica del
Regno dal 1522 al 1647. In lettere del residente in Napoli pel duca
d’Urbino leggiamo: 31 dicembre 1611. — Il signor conte (di Lemos) ha
con dolce maniera indotti i trattenuti a sottoscriversi di restar
contenti di sei mesate del loro soldo, facendo dire che non forza
nessuno, ma che mirerà con buon occhio quelli che lo faranno, e gli
altri no; e che gli uni saranno nell’avvenire ben pagati, e gli altri
male. Così tutti corrono a gara a far quello che sua eccellenza
desidera, e vi è chi perde tre o quattromila ducati, che non ha
altrettanto al mondo».
17 luglio 1621. — Qua la moneta è tanto scarsa, che ogni mille ducati
non sono scudi quattrocento d’argento, per esser moneta piccola,
tagliata e falsa: e così non potendo nè avendo modo il creditore dove
investire detta moneta, s’induce a calare a sei ed a sei e mezzo per
cento».
4 febbrajo 1622. — La confusione e danno incredibile che tuttavia si
va augumentando in questa città e in tutto il regno per cagione di
queste zanette da cinque grani, infamissime e vituperose, non si può
esprimere. Basta solo a dire che è difficilissimo il poter trovare
da vivere con questa sorta di moneta, e d’altre non se ne vedono: e
se dura niente più, si morranno le genti di necessità, sendo la roba
rincarita eccessivamente tutta, e quel che è peggio, non se ne può
avere».
[60] Così dice la Relazione elzeviriana che enumera le seguenti torri
del littorale:
In Terra di Lavoro 32
Nel Principato citeriore 69
Nella Basilicata 7
Nella Calabria citeriore 27
Nella Calabria ulteriore 50
In Terra d’Otranto 65
In Terra di Bari 16
Nell’Abruzzo citeriore 7
Nell’Abruzzo ulteriore 6
Nella Capitanata 22
Essa Relazione dà che il Napoletano rendeva due milioni cinquecentomila
ducati, compresovi un milione ducentomila che il popolo dà al re ogni
due anni a titolo di donativo, e trentun grano che paga ogni fuoco per
gli alloggi, e sette grani pei custodi delle torri marittime, e nove
per la manutenzione delle strade, e cinque pei bargelli di campagna; ma
la rendita basta appena alle spese.
[61] GIULIO CESARE CAPACCIO, _Il forestiere_. Napoli 1634.
[62] GUERRA e BUCCA, _Diurnali_.
[63] Lib. XXXIII. c. 4. Della condizione delle Due Sicilie ben informa
Federico Badoero nella relazione che, reduce dall’ambasceria a Carlo
V, nel 1557 fece al senato veneto (_Relazione d’ambasciadori veneti_,
vol. III, serie 1ª). Ne scerremo pochi passi caratteristici: — È il
regno di Napoli reputato il primo del mondo per fertilità, considerata
la quantità e la qualità delle cose che vi nascono. Di grani ne vengono
in Venezia, e ne vanno in Genova e Toscana. Ha animali assai, ogni
sorta di frutti, di mandorle, noci ed aranci, de’ quali ne vanno in
Barberia ed Alessandria, e ne vengono in Venezia in gran copia. Di
zafferani ne manda per tutta Italia e Germania per più di centomila
scudi, e Roma suol ricevere dal regno gran parte del suo alimento. Di
olio ne spedisce un milion d’oro in diverse parti, e sete a Genova,
Lucca e Milano, e così bambage, lana, galla e comini. Tutti li luoghi
del regno tra città, terre, castelli, borghi e villaggi sono duemila
seicento in circa. Quelli che hanno nome di città sono più di cento,
ma da Capua, Gaeta, Otranto e Cosenza in fuora, sono tutte di cattive
abitazioni, sporche e piene di gente vile: ma si vedono in Napoli
raccolte tutte le belle parti che potriano adornare molte di loro, la
quale abbonda di tutte le cose necessarie al vivere, ed è piena d’ogni
sorta d’artefici e mercanti; ha eziandio un deposito di trecentomila
scudi per le occorrenze della difesa del regno, de’ quali tengono li
deputati una chiave e un’altra il vicerè. Vi è numero assai di gente da
prender l’armi; tutti i tribunali di giustizia sono in essa; vi si vive
religiosamente, e vi si trovano persone assai divote, specialmente le
grandi, le quali fanno molte elemosine e altre opere piissime. Tuttavia
è quello il peggior regno del mondo per uomini di cattiva vita, i
quali pare che da natura nascano inclinati ad ogni tristizia. Sono
molto audaci e dediti alla lussuria, e le donne quasi tutte meretrici.
Fanno spese magnifiche nel vestire, ma stanno in casa vilissimamente.
Sono ambiziosi e presuntuosi, desiderosissimi di vendicarsi, adulatori
grandissimi e loquacissimi, bugiardi, e par loro che l’osservare
sia paura, e di tutte le cose si burla questa pessima generazione.
Al governo delle cose famigliari sì gli uomini come le donne bene
attendono, e vagliono assai, e sono atti a’ negozj per l’acuto ingegno
che hanno. Si dilettano di lettere, e massimamente di poesia, e
fanno professione sopra ogni altra cosa dell’armi. Le donne sono di
maniere assai graziose, ed esse e gli uomini di bella forma, e vivono
comunemente fino a sessant’anni; la loro complessione è sanguigna e
collerica. Gli abitanti del regno si sono trovati essere due milioni
cinquecentomila e trecento... Uomini d’arme mille quattrocento, in gran
parte gentiluomini, e tutti di bella e buona complessione di corpo,
di cuor grande e d’intelligenza e valore. Hanno fatto prova nelle
guerre di Piemonte, Toscana e Germania, e tutte le compagnie si trovano
benissimo armate, e molto meglio fornite di cavalli, perchè vi sono
delle razze assai, e ben tenute da’ contadini e signori; e di quella
del re, che è numerosissima di giumente, se ne prevagliono a conto
delle loro paghe. Sono per lo più li cavalli napolitani di mediocre
vita, non vaghi come li giannetti, ma più belli che li frisoni, forti
e coraggiosi; ed usano di armarli in guerra di pettorale e frontale. I
cavalleggieri sono ordinariamente duecento delle qualità predette; vi
è poi una compagnia di cento gentiluomini, la metà italiani, e l’altra
metà spagnuoli, chiamati li Continui, anticamente deputati a far la
guardia al re, e il pagamento di ciascuno è di centocinquanta ducati
all’anno e trentasei per le tasse.
«Di gente a piedi si potrebbero fare ventimila fanti, ma farebbe
bisogno trovare tutte le sorta d’arme per ciascuno, essendo loro
vietato il tenerne; e se verso sua maestà fossero amorevoli, se ne
potrebbero mettere tanti insieme, che le genti del papa con quelle del
re di Francia e un terzo appresso non sarebbero bastanti a fermar il
piede in niuna parte di esso regno; e li fuorusciti e quelli che vanno
fuori per elezione, che ve ne sono sempre tra due e tremila, servendo
chi il suo re, chi quello di Francia e altri, fanno riuscita di
valorosi soldati.
«Di galere ne tiene ordinariamente esso regno cinque, ma fino a venti
si stima che ne potrebbe fare, ma di qualità piuttosto inferiori che
pari a quelle di Sicilia...
«L’entrate ordinarie di sua maestà da fuoghi, dogane, gabelle, dazj
e tratte di varie cose, sono di ducati intorno ad un milione, e li
donativi ogni due o tre anni, ora di seicento, ora di ottocentomila
ducati, ma delle ordinarie ne ha già sua maestà impegnato per
cinquecentomila ducati.
«De’ signori temporali, i principi sono tredici, i quali hanno di
rendita da sedici fino a quarantacinquemila ducati; li duchi sono
ventiquattro, con rendita fino a ventiseimila ducati; i marchesi
venticinque con rendita da quattro a ottomila; li conti novanta, de’
quali alcuni ne hanno duemila, alcuni mille, ed altri soli cinquecento
ducati; e i baroni sono presso a ottocento; onde l’entrata di tutti
insieme può ascendere sino a un milione e mezzo d’oro; e quella delle
terre franche è così picciola cosa, che non accade farne menzione
alcuna.
«Quanto all’animo de’ sudditi verso sua maestà, si può dire che il
maggior numero di essi abbiano lui e tutta la nazione spagnuola in
odio, parte come parenti di tanti fuorusciti, parte come quelli che si
vedono privi di molti e diversi gradi ed utili, che per privilegio del
regno dovevano esser dati loro, e non a’ Spagnuoli. Li ben disposti
sono quelli che hanno avuto beni dei fuorusciti, e che per dubbio
di perderli sostengono le parti di sua maestà regia. Ma in generale
quei popoli che hanno l’umore non più inclinato a’ Francesi che a’
Spagnuoli, non l’amano, per le tante e continue gravezze che sono
costretti a pagare, e per la loro naturale disposizione, che è di
esser più desiderosi di novità che d’altri del mondo. L’obbligo poi de’
signori è di servire con la persona quando il regno viene assaltato;
ma alle volte hanno usato di pagare fino a centocinquantamila scudi tra
tutti per non andare ecc.».
Altri ragguagli si raccolgono dall’informazione di Michele Suriano al
1559: — Non si può immaginare alcuna via da cavar denari da’ popoli,
che non sia in uso in quel regno. Onde i regnicoli per la maggior
parte sono falliti e disperati, e molti si mettono alla strada per
non avere altro modo di vivere; onde nasce tanto numero di ladroni e
fuorusciti, che non ne sono altrettanti in tutto il resto d’Italia.
La causa di così grande strettezza è notissima, che l’entrate del
regno sono vendute ed impegnate per la maggior parte, e la spesa
non si sminuisce, ma s’accresce degl’interessi aggiunti, ed oltre di
questo dagli accidenti straordinarj, che hanno bisogno di provvisioni
estraordinarie, come l’anno del 1557, che il regno fu assaltato da’
Francesi...
«La spesa dannosa è quella di tante fortezze che non sono manco di
venti o venticinque per il regno, e se n’aggiunge ogni dì qualcuna per
appetito delli vicerè, li quali per accomodare alcun suo creato trovano
un sito, e principiano a fortificarlo per mettere costui alla custodia
con una compagnia di fanti con quattrocento o cinquecento ducati di
provvisione all’anno; il che è causa di molti danni, perchè le fortezze
non si forniscono, e restano imperfette ed in pericolo d’esser occupate
e tenute dalli nemici, o se pur si forniscono, hanno bisogno di molta
spesa e di molta gente, e di molti capi per custodirle.
«Nelli capi v’è questa difficoltà, che un solo che sia di poco valore o
di poca fede, tradendo la sua patria, può mettere in confusione tutto
il regno. Ma nelle genti ve ne sono due: l’una in tempo di pace, che
per guardar tanti luoghi bisogna mezzo un esercito; l’altra in tempo
di guerra o di sospetto: che se la provvisione che si fa nel regno si
parte per le fortezze, si perde la campagna, e se si sta in campagna,
si perdono le fortezze, perchè non si può sapere il disegno de’ nemici,
e non si può esser in tempo a soccorrerle da ogni parte; e provvedere
per le fortezze e per la campagna è impossibile...
«Dell’animo dei popoli mi basterà dire quello che è solito dirsi de’
Napoletani, che ogni governo li sazia ed ogni stato li rincresce; e
benchè le cose siano ridotte in termine che la corona di Spagna, per un
continuato possesso di tanti anni e per la grandezza della sua fortuna,
ha spente tutte le passioni antiche del regno... però il re presente
non sarà sicuro della volontà di quei popoli, quando avesse qualche
sinistra fortuna o in Italia o in altre parti. E tanto più quanto li
baroni e li privati sono malcontenti; questi per le troppe gravezze,
e quelli per la poca stima che è fatta di loro, ed universalmente
tutti per molti difetti che sono in quel governo, che sono tre
specialmente. L’uno è, che sua maestà tiene quel regno in forza, perchè
dubitando dell’animo de’ regnicoli vuole avervi sempre una guardia di
Spagnuoli; e sebbene si tollera il tener con forza esterna li Stati che
s’acquistano di nuovo, però in un regno antiquato nella Casa e fatto
già ereditario, le forze forestiere sono più per afflizione de’ popoli
che per custodia del regno. Il secondo difetto è che le utilità e
onori del regno, che dovrebbero essere distribuiti fra li regnicoli, si
danno per l’ordinario a Spagnuoli ed a Giannizzeri, che così chiamano
quelli nati di sangue misto di Spagnuoli e di quelli del regno; onde li
regnicoli non possono sperare per alcuna via d’aver gradi nelle loro
patria nè appresso il loro principe, e tutti quei popoli premono in
questo più che altra nazione del mondo. Il terzo difetto è nelle cose
della giustizia, la quale è eseguita in quel regno senza far differenza
alcuna fra nobili e ignobili; e sebbene nel viver politico la giustizia
distributiva vuol esser regolata con proporzione geometrica, che è
secondo la qualità delle persone, altrimenti non è giustizia (come si
vede che la pena dell’infamia è ad un ignobile poca, e ad un nobile
grandissima), però quei ministri procedono nelli meriti e demeriti,
nelli favori e disfavori de’ nobili ed ignobili con un’istessa misura,
non avendo considerazione alla diversità che ha messa fra questi e
quelli la natura e la fortuna, che non si può mutare chi non muta
la natura e i costumi di tutto il mondo. Di qui nasce che li nobili
si disperano, vedendosi abbassati al pari di quelli che gli sono
inferiori; e gl’ignobili, per essere trattati come nobili, diventano
insolenti e presuntuosi. Tutti questi rispetti, e altri che lascio
per brevità, fanno stare quei popoli malcontenti in modo, che sarebbe
pericolo che in qualche occasione che si appresentasse fossero facili a
mutar principe, credendo di mutare fortuna; sebbene hanno provato molte
volte, che quel male è come la febbre d’un infermo, che per cambiarsi
di un letto in un altro e d’una camera in un’altra, non per questo
l’abbandona, ma la porta seco in ogni luogo.
«Ma li Siciliani non hanno causa di desiderare mutazion di stato se
non fosse per le parzialità che sono fra loro; le quali sebbene don
Ferrante Gonzaga ed altri vicerè hanno cercato di comporre, non hanno
mai potuto far tanto che basti, perchè la discordia invecchiata è
come un’infermità velenosa sparsa per tutto il corpo, che sebbene
per forza di medicine ed empiastri si mitiga da una parte, però dà
fuori dall’altra, e da quella dove manco s’aspetta; e le discordie fra
cittadini, massime quelle fra nobili e plebei, hanno sempre causato
grandissimi danni nelle città e nei regni. Per questo pericolo fu già
consigliato l’imperatore a fare una fortezza in Palermo per tener in
freno quella città, la quale per essere grossissima, e piena di baroni
e signori e principali capi di quel regno, è seguitata nelle azioni sue
o buone o cattive da tutto il resto dell’isola ecc.».
[64] Come di tutte le cospirazioni fallite, si disputò se realmente
sussistesse. Il Botta non fa che copiare elegantemente il Giannone, il
quale copiò materialmente il Parrino. Guglielmo Libri, nell’_Histoire
des mathématiques_, vol. IV. p. 151, asserisce che _il est difficile de
ne pas voir en Campanella un martyr de l’indépendance italienne!_
Del Campanella come filosofo e politico parliamo a disteso nel Cap.
CLVIII. Ma qui serve mostrare con qual politica egli insegnava alla
Spagna a farsi forte nella penisola. — Quella parte d’Italia che da’
suoi principi è retta, è istigata all’odio degli Spagnuoli; però essa
in due cose minaccia il re: l’una è con chiamare Francesi in sullo
Stato di Milano, al che il re può provvedere col presidiar bene i
confini, e levar via li villaggi senza mura, che sono preda delle prime
scorrerie, e far che, all’usanza di Ungheria, tutti i beni stieno
nelle città, e gli armamenti dell’armi meccaniche ancora. Genova è
opportunissima per soccorrere, e Napoli ancora quando il re facesse
un’armata, perchè il signor del mare sempre della terra fu signore,
che quando li piace sbarca le sue forze osservando il tempo e il luogo.
Ma neanco i Franzesi possono senza chiamata. Onde, per meglio ovviare,
deve il re tenere confederazioni con Svizzeri e Grisoni suoi convicini
e pagare trentamila di quelli ordinariamente con mezza paga, come
fanno i Veneziani, e al bisogno opponerli ad ogni possanza. E acciò
che moltiplicando tali popoli non invadino sopra il ducato di Milano,
come hanno fatto al tempo de’ Romani, è bene disgiungerli spesso
in Fiandra e nel Mondo Nuovo ed in Napoli. Certo, se questi popoli
s’accordassero, l’Italia sarebbe loro; ma mentre servono a diversi re e
repubbliche, come hanno cominciato, mai non si uniranno in moltitudine
contro l’Italia; e perciò bisogna cautelarsi con tenerne assai di
loro. L’altra minaccia d’Italia è l’unirsi col papa e Francia a danno
di Spagna; ma questa cosa è delusa se il re vuole; imperocchè nessuno
di loro si fida solo far questo, senza il papa e Francia, poichè a
mantenersi appena bastano, e non cercano acquistare se non per qualche
gran rivoluzione, come fecero i Veneziani a tempo delle guerre papali
con gl’Imperiali, e nel passaggio d’Oltramontani. Dunque se il re col
papa s’accosta, mai può temere; perchè nessun regno d’Italia senza suo
volere mai si mutò, e tutte le mutazioni di Napoli egli le fece. E se
il papa vuole contro qualche duca o repubblica d’Italia armarsi, subito
vince, quando usa tutti i rimedj, cioè bandire l’indulgenze contra, e
assolvere i vassalli dal giuramento, e chiamare a danno loro altri,
come fece Giulio II quando scomunicò i Veneziani e perdettero ogni
cosa. Or ceda il re al papa anche l’_Exequatur_, e gli doni l’autorità
dell’ultima appellazione, che due vescovi col re, come clerico, siano
giudici d’ogni appellazione, secondo che fece Costantino, e faccia
patto col papa che gli altri, i quali non cedano, perdano lo Stato.
Perchè se gl’Italiani signori alcuni o tutti cederanno, il re, come
vindice delle giurisdizioni papali, con crociate ed altre forze del
papa, ad uno ad uno gli abbasserà tutti sotto il suo dominio; e mentre
cede al papa guadagna l’animo e le forze sue, e delli principi italiani
le forze. Questo si può fare al tempo suo; ma stando le cose come oggi
stanno, deve sforzarsi il re di tenerli disuniti servendosi di Parma o
d’altri, e gli altri curando, chiamando i Veneziani padri dell’Italia
per onorarli, e chiedendo loro alcuni giudici nobili per mandarli al
governo di Fiandra, perchè quei popoli più si confanno con li Italiani,
massime con Veneziani, e gli deve premiare di qualche baronia, già
assicurato che essi sono giusti e magnanimi, e deve procurar anche che
gli Olandesi piglino legge da Venezia. Ma se si potesse con tal arte
indurre i Veneziani alle mercanzie del Mondo Nuovo, levandoli quelle
d’Alessandria e Soria per il mar Rosso con le navi portoghesi, sarebbe
un insignorirsi di Venezia come di Genova. Però per assicurarsi da’
Veneziani, non solo è buona l’armata che corseggi l’Italia, ma le forze
dell’arciduca di Gratz ancora, e de’ Grigioni loro confini, servendosi
di quelli in guerra con suo utile e paura de’ Veneziani. Da Toscana
poi e Venezia deve il re ricettare tutti li banditi, e servirsi di
loro in guerra e remunerarli perchè chiamino gli altri, e gli abbia
opportuni contro la patria loro, come spesso fece il duca di Milano
e il re di Francia coi fuorusciti genovesi e fiorentini. Onde oggi li
Piccolomini e li Strozzi insieme con Don Pedro de’ Medici sarebbono di
gran paura al granduca di Fiorenza. Ma se il re ha caro di fare che
si disuniscano, non faccia paura a loro, poichè la paura di Spagna
mantiene l’Italia unita: però bisogna mostrare poca voglia contro
di loro. Con la religione nè si devono nè possono disunire, ma con i
benefizj come fu detto. Ma se un papa austriaco si facesse, sarebbe
finita l’Italia. Il trattare con Genova è ottimo come fa, perchè
ha Genova per suo erario, e se ne serve ad abbassare i baroni delli
altri Stati per navigare. Ma se gli deve mantenere in modo che non per
necessità lo servino, ma per amore. Così li debiti a loro non deve
estorcere, nè terre di presidio assai deve a loro dar in pegno, che
in una rivoluzione d’Italia potrebbono alzar la bandiera per Genova.
Sempre dunque il re avrà l’occhio fisso sopra queste due repubbliche
floridissime, Venezia e Genova, delle quali è senza dubbio che
Venezia avanza di gran lunga Genova e di stato e di grandezza: e se ne
cercheremo la ragione, troveremo ciò essere avvenuto perchè i Veneziani
attendono alla mercanzia libera, e si sono arricchiti mediocremente in
particolare, ma infinitamente in comune, ma all’incontro i Genovesi
impegnandosi affatto in cambj, hanno arricchito immoderatamente la
facoltà particolare, ma impoverito altamente le entrate pubbliche. E
per conto di questa diversità avrà il re diverse maniere di trattare
con l’una e l’altra repubblica». _Della monarchia di Spagna_, cap. XXI.
[65] Il Badoero, nella succitata relazione, dice: — Due si possono
chiamare le metropoli di quel regno, Palermo e Messina, perchè nè
l’imperatore nè il re hanno mai voluto decidere la precedenza tra loro,
parendo che torni a maggior sicurtà ed utilità del re lasciarle in
questa emulazione. Da queste due in fuori, che sono grandi e belle,
dell’altre non è da farne gran stima, se ben non mancano di cose
necessarie al nutrimento, ma sì d’artefici, facendo l’abbondanza i
paesani negligenti, e solo li forestieri che sono andati ad abitarvi,
cioè Genovesi, Fiorentini, Lucchesi, Pisani e Catalani, hanno tirato
varie industrie.
«Nelle cose della religione vivono quei popoli molto divotamente, ma
da pochi anni in qua vi si sono scoperti dei Luterani, e l’uffizio
di quell’Inquisizione è intorno ciò molto occupato, e si può senza
pregiudizio de’ buoni ben affermare essere verissimo quel detto di san
Paolo, che disse che tutti gl’isolani erano cattivi, ma i Siciliani
pessimi; e vien giudicato che non solo niuna bontà si ritrova, ma niuna
giustizia, anzi ogni tristizia. Sono audacissimi, nel mangiare parchi,
e universalmente sobrj nel bere, e più che continenti nelle cose
veneree, vivendo in così gran gelosia delle loro donne, che le tengono
ristrette; fanno acerbissime vendette sopra chi dà loro sospezione; ma
elle sono grandi meretrici con parenti e servitori. Peccano eziandio
forte i Siciliani in avarizia, che con vergogna e strettezza fanno
le spese per il vivere, vestire ed ornamenti di casa. Sono ancora
alteri, e dove non è differenza grande di titolo, non si cedono l’uno
all’altro. Sono ardenti amici e pessimi inimici, subiti ad irarsi,
invidiosi, di lingua velenosa, d’intelletto secco, atti ad apprendere
con facilità varie cose, e in ciascuna loro operazione usano l’astuzia.
In Catania vi è uno studio di legge, ma non notabile per alcuna cosa.
Vivono intorno a sessant’anni: sono di statura mediocre, bruni alquanto
e di complessione caldissima...
«Fa esso regno mille seicento cavalli, e potria accrescerli fino a
tremila, oltre che vi stanno ordinariamente trecento alla leggiera e
tre compagnie di cappelletti, e la descrizione fatta dei fanti è di
diecimila; ma se ne potriano metter insieme forse altrettanti...
«Di galere non si è sua maestà fin qui servita di più di dodici, ma ne
potria fare sino a venti, avendo pegola, sevo, biscotto, marinarezza,
ciurme e comodità di legnami dalla Calabria, e anco di maestri, i quali
però sono poco intendenti e tutti pigri. Di capitani non ve n’è alcuno
segnalato nè in questa milizia nè nella terrestre, e pochi ancora di
piccola condizione...
«Trae sua maestà d’ordinario tra le dogane di Palermo e Messina, gli
uffizj di mastro secreto e portolano, decime, composizione e tesoreria
ducentosessantamila scudi l’anno; e di straordinario, che è fatto
ordinario, centocinquantamila scudi per tre anni, non si computando
che esso regno dà dodici galere, e mantiene tremila fanti spagnuoli
alla guardia de’ castelli, e che dalli ufficj ne cava sua maestà una
gran somma di denarj da far ponti e pagar fabbriche ed altre cose
necessarie. Occorre anco molte volte che sua maestà, non ostante esso
donativo ordinario, ne dimanda un altro in essi tre anni di centomila
scudi, e più o meno, secondo che giudica di poter ottenere. Trae anco
dalle imposte de’ grani un anno per l’altro intorno a centomila scudi,
che in tutto è oltre a mezzo milione.
«Solevano i vicerè mandare centocinquantamila scudi a sua maestà ogni
anno: ma ora che tutte le entrate ordinarie sono impegnate, manca il
modo di pagar gl’interessi, e di ciò si lamentano assai li particolari,
vedendo che vien posto il più sopra il capitale...
«Essi popoli in generale non amano il re loro, e dagli effetti che
fecero contro don Ugo di Moncada e altri vicerè, molti hanno fatto
giudizio, che se avessero veduto presidio atto ad assicurare la loro
libertà avriano mutato il governo del re e della nazione spagnuola,
odiandola sommamente; ma la discordia fra Palermitani e Messinesi fa
contenere ciascheduno in ufficio».
[66] Gregorio, nella _Bibliotheca aragonensis_, riferisce una
_Descriptio feudorum sub rege Federico_, ove si vide di quanta potenza
dovean essere i feudatarj, possessori di moltissime castella ciascuno,
segnatamente le famiglie Ventimiglia, Palizzi, Sclafani, Barresi,
Passaneto, Chiaramonte, Montaperto, Lanza, Rubeo, Tagliavia, e tre
aragonesi degli Alagona, Moncada, Peralto. Ciascun feudo abbracciava
molti territorj e signorie e città, che ognuna da sè avrebbe potuto
costituir un feudo: così alla contea di Modica appartenevano Modica,
Ragusa, Chiaramonte, Monterosso, Scicli, Comiso, Spaccaforno,
Giarratana, Biscari, Odogrillo, Dorillo ed altre terre; diciannove
feudi riuniti formavano la signoria di Butera, inoltre alla camera
reginale appartenevano Siracusa, Paternò, Mineo, Vizzini, Lentini,
Castiglione, Francavilla, Villa Santo Stefano, Avola, Pantellari ed
altri, sottoposti all’amministrazione della regina.
[67] Chi desiderasse molti esempj simili, non ha che a vedere
VILLABIANCA, _Sicilia nobile_, part. II. t. I.
* Un rapido e succoso cenno sulle condizioni della Sicilia nel 600 può
vedersi nella vita d’Ottavio d’Aragona, _Archivio storico italiano_, t.
XVII. p. 25 e seg.
[68] «Il granduca ed altri principi detestavano la pace d’Enrico IV
con Savoja, perchè rinunziando col marchesato di Saluzzo tutte le
piazze che riteneva in Italia la Francia, si portava troppo pregiudizio
alla libertà d’Italia nel lasciarvi solo la grandezza spagnuola senza
alcun freno che la moderasse... Tutta Italia diveniva visibilmente
schiava: il conte di Fuentes piantava delle fortezze, sopra gli occhi
non solo de’ Grisoni ma dei Veneziani, burlandosi della Francia: tutti
li principi d’Italia sentivano bene che loro si metteva poco a poco il
giogo sopra il collo, e nondimeno non ardivano mostrare d’accorgersene,
veggendo che le porte erano serrate, e li passi del soccorso chiusi».
_Osservazioni sopra l’Istorico politico indifferente_.
[69] Ciò contraddice quel che si narrava allora, aver egli ritenuto
otto mesi della paga de’ soldati, e lucrato un milione d’oro (Lettere
del cardinale d’Ossat, CCLXXXIV). Don Carlos Colonna, nella _Storia
della guerra di Fiandra_, lib. VIII, asserisce che, all’uscir dal
governo de’ Paesi Bassi, egli ricusò i ricchi presenti fattigli dalle
città, solo accettando un’impugnatura di spada, dove erano rilevate
in oro le imprese di lui. In grazia del suo disinteresse il Boccalini
(_Pietra del paragone politico_) fa che Apollo il riceva in Parnaso, e
tenendolo in conto di «sommo amator della giustizia e capital nemico
degli sgherri, della qual immondizia avea purgato lo Stato di Milano
e d’essa caricato le galere di Spagna», lo costituisca in autorità di
punire certi poeti satirici infamatorj, lezzo del Parnaso; ma colla
_ristrettiva_ di non uscir di casa nel mese di marzo, perchè questo
mese avea con esso comune il difetto «di commovere negli uomini umori
perniciosissimi senza poterli risolvere».
— Sappiate (dice il Torre nel _Ritratto di Milano_) che questo fonte
navigò a Milano la Quiete, la quale per molti anni stettesi fuggiasca;
nell’onde sue s’affogarono i malviventi; istigò coi suoi saggi umori
il milanese terreno di lodevoli dipartimenti, perchè introdussesi
in trionfo la Modestia; ed il Gastigo, spassionatosi di aver per
famigliare l’Interesse, con egual forza maneggiava la sferza».
[70] Sono, come quasi tutto ciò che precede, parole del giornale del
Zazzera, adulatore dell’Ossuna in principio. Dell’Ossuna romanzò una
vita Gregorio Leti.
[71] Vedi tom. X, pag. 536. — Nel 1603 il nunzio a Venezia mosse
querela perchè l’ambasciadore d’Inghilterra facesse tener pubbliche
prediche in sua casa; veramente in inglese, ma potrebbe presto venir a
farlo in italiano. La signoria rispose che essendo quel d’Inghilterra
sì gran re, e di preziosa amicizia, non poteasi impedire al suo
ministro l’esercizio del proprio culto; però sarebbe pregato di non
ammettervi stranieri. WICQUEFORT, _L’ambassadeur_, 416. Questo dice
che la _République de Venise est admirable en toute sa conduite et en
toutes ses maximes_.
[72] Giambattista Patavino secretario fece due comunicazioni in senato
sopra la congiura, il 17 maggio e il 17 ottobre 1618, donde risulta che
il Toledo doveva contemporaneamente sorprendere Crema. Nel _comunicato_
26 settembre del consiglio dei Dieci è detto: — La macchinazione
fu trovata certissima, fondata nel vero, e senz’alcuna immaginabile
dubitazione». Nei Dieci i consultori frà Paolo e Servilio Treo fecero
le loro objezioni, vale dire le difese, a cui fu risposto, e si prese
parte di far uccidere Jacques Pierre in secreto, «serbando in ciò
l’istituto d’altri antichi e moderni principi contro ribelli di questa
qualità, nell’estinzione de’ quali ogni celerità fu sempre stimata
tarda». Si dibattè nel consiglio dei Dieci se convenisse produrre in
pubblico l’informazione della congiura, e dev’essere prevalso il no,
giacchè non si fece, malgrado che già l’avesse stesa frà Paolo.
Il ragguaglio uffiziale più esteso è il _comunicato_ da detto consiglio
ai savj del collegio dell’11 ottobre 1618, che noi riproducemmo
nella _Storia universale_. Ivi Pietro Dardaino, secretario dei
Dieci, conchiude: — Furono, per decreto dei Dieci, fatti morire fuori
capitano, Giacpier, Langlada ed il Rossetti secretario di Giacpier.
In questa città ebbero già l’ultimo supplizio Nicolò Rinaldi e li
due fratelli Bulleò, ed ultimamente Giovan Berardo e Giovan Forniero;
rilasciati e liberati il capitan Baldissera, Juven, Arsilia sua donna,
e quattro altri tutti francesi, che erano stati retenti per il trattato
di Crema. Restano altri sei o sette carcerati e indiziati, de’ quali
anco seguirà tosto la espedizione. Vi sarebbe qualche altro nominato o
sospetto nel processo: ma per essersi sottratti dalle forze nostre, il
divenirsi ora ai proclami contra di loro merita esser considerato prima
bene».
Il sunnominato Quevedo ebbe mano in quell’intrigo, e ne scrisse:
vedi _Lince d’Italia_. Il Daru ne tesse un romanzo di nuovo genere,
supponendo Venezia d’accordo coll’Ossuna per ergerlo re di Napoli a
danno di Spagna, e che scoperto avesse mandato al supplizio centinaja
di persone innocenti, che poteano rivelare l’ordito. Vittorio Siri,
nelle _Memorie recondite_, adduce interrogatorj e lettere relativi
a quell’affare. Altri documenti molti pubblicò il Tiepolo nelle note
al Daru, ma s’appoggiava a un _Sommario della famosa congiura_, che
si rinvenne nella biblioteca imperiale di Parigi, e tutto favoloso.
Il Botta dice: — Più di cinquecento persone furono giustiziate,
immensa carneficina, degna di un immenso tradimento». Egli il perpetuo
panegirista di Venezia, sta col vulgo al romanzo di Saint-Real; ma
vedasi meglio RANKE, _Ueber die Verschwörung gegen Venedig in Jahr_
1618, Berlino 1832.
Nel carteggio degli agenti del duca d’Urbino in Napoli, pubblicato
nell’Archivio storico, tom. IX. 229, sotto il 14 aprile 1617 si legge:
— Perchè le cose che corrono aspettano tanto o quanto a vostra altezza
serenissima, ancorchè non si possino senza pericolo scrivere, non
debbo tacergliele. Si armarono qui otto tra galeoni e bertoni, senza
sapersi a che effetto; ma poi si è saputo dal medesimo duca d’Ossuna
che si erano armati per mandarli in golfo a’ danni dei Veneziani. Per
l’istesso fine se ne armarono ora altri quattro, e si è presa da sua
eccellenza in prestito dalla città quell’artiglieria che si conservava
in San Lorenzo. E perciocchè il papa si era alquanto risentito di tal
armamento, si dice che sua eccellenza gli abbi scritto che i Veneziani
meritano questo per molte loro colpe, con altre parole. Si fabbricano
diece barche lunghe con la canna piana per consignar agli Uscocchi, li
quali si sono dato vanto di prender Venezia e abbrugiar quell’arsenale.
Agli stessi Uscocchi è stato per pubblico editto concesso scala franca
per tutti i porti e per marittime di questo regno; di maniera che
non mancheranno guaj per mare». E una lettera del Dolisti al duca
di Toscana, 8 gennajo 1618, narra che l’Ossuna, essendo a tavola con
molti baroni, si millantò che ai Veneziani _averia messo il cervello a
sesto_.
D’altra parte il concetto d’un accordo dell’Ossuna con Venezia
apparirebbe da un colloquio avuto dal maresciallo de Lesdiguières, capo
de’ Protestanti, con Angelo Contarini ambasciador veneto, il quale
così lo riferiva nel dispaccio 4 gennajo 1620: — Avea io disegnato
un bel colpo, l’impresa del duca d’Ossuna quando voleva impadronirsi
di Napoli; io la fomentava, era io quello che suggeriva i modi per
facilitarla; e se il duca di Savoja, com’io aveva consigliato, gli
avesse inviato sette o ottomila fanti, e che la repubblica avesse
accettato due o tre porti nell’Adriatico, come lo stesso Ossuna si
era offerto di darglieli, la cosa era fatta, perchè bastava di farlo
dichiarare, e tal dichiarazione era quella che metteva in sicuro il
tutto, fermava la volubilità di Ossuna, confondeva gli Spagnuoli,
eccitava altri spiriti, svegliava altri interessi, e ajutava
mirabilmente i progressi di Alemagna».
* Era allora ambasciadore presso il duca di Savoja Reniero Zen, e
fece officio presso di questo affinchè esaminasse i Francesi che
passassero pe’ suoi Stati, se mai fossero di quelli che aveano
tramato a danno di Venezia. Nello spaccio del 5 giugno 1618 alla sua
repubblica egli riferisce come il duca abbia fatto fermare alcuni
Francesi in abito di pellegrini, ed esaminatili in persona: e come
gli dicesse: — Questi tristi di Spagna li volevano dar alla radice:
questo colpo toccava per prima alla repubblica di Venezia, ma feriva
anche me; anzi faceva cascar la libertà d’Italia, perchè il colpo era
nel cuore; e levando l’oro e l’arsenale, cascava in tutto e per tutto
il modo di più difendersi, quando anco la città si fosse ricuperata».
E soggiungeva: — Che doveria vostra serenità non solo darne conto,
com’è solito, alli principi, ma pubblicarla stampata a tutto il mondo
per render maggiormente esosa, come merita, quella nazione, e render
cadauno cauto a ben guardarsi, ed a non creder più agli Spagnuoli: che
doveriano pur li principi d’Italia ora aprir l’occhio, vedendo com’è
stata sopra un sol punto la libertà loro e di tutta la provincia...
Soggiungendomi: «Scriva, per l’amor di Dio, a quei signori che si
guardino, perchè non è ancora cavata la radice: sono ancora in steccato
ed in battaglia: hanno solo parato un colpo, e glielo ha parato Dio,
ma combattono ancora: non è morto l’inimico, ma tesse trama e tramerà
nuove insidie, sino alla loro e comune distruzione». Mi disse e giurò
che, sotto Asti, mai volle avvelenar le acque agli Spagnuoli, sebben
le fu proposto, con diverse altre cose che restò pur di fare, perchè
non sono azioni di principi nè da buona guerra; ma che questo era un
eccesso di malignità che quasi non si può capire: poichè, distrutto ed
abbrugiato l’arsenale, cascava pur la difesa della cristianità contro
gl’Infedeli, non potendosi in molti e molti anni metter insieme quelle
che par che Dio abbi ivi preparato per la comune difesa. Et infine
mi disse: «Signor Zeno, se quei signori non si avvantaggiano ora, e
non pubblicano con termine proprio e giustificato questa scellerata
operazione con tutti li particolari, due cose seguiranno: una, andranno
gli Spagnuoli dicendo ch’è stata un’invenzione ch’essi v’abbiano
avuto parte, ma esser opera dei malcontenti di Venezia, e cose così
fatte; e già le vanno disseminando, anzi pubblicano che quelli che si
fanno morire segretamente sono li nobili che vi hanno tenuto mano;
che il loro ambasciadore è accarezzato, ed è stato in collegio a
giustificarsi, anzi per far castigare alcuni che dicevano venir dagli
Spagnuoli questa operazione... L’altra cosa è che, nutrendosi il
serpe nel seno, non stimando il pericolo e non rimediandovi, voglia
Dio (e qui calò sua altezza un ginocchio a terra, mirando il cielo)
che non vedano la loro e la mia total jattura... Questi concetti di
tenerci tutti bassi e mortificati, e per conseguenza dipendenti da
loro, è dottrina in che accordano Francesi e Spagnuoli. E giacchè non
si possono spartir gli Stati d’Italia, vogliono almeno spartirsi il
predominio e l’arbitrio di essa...»