Item, hanno dato una stoccata alla moglie di Giacomo Abriola.
Item hanno menato una archibugiata alla immagine di San Giovanni
Battista pitturata sopra la chiesa matre.
Item, come hanno frustato Pietro Antonio Pugliese senza legittima causa.
Item, come hanno ferito in una mano Flaminio de Masellis.
Item, come hanno passata la faccia da una parte all’altra con una picca
a Rosato Focone.
Item, Polito Antonio Focone, suo figlio, venne ferito con una stoccata
in faccia.
Item, Andrea di Varlo fu ferito con una spada.
Item, Flaminio de Laurenzi ferito nella coscia con una picca.
Item, il clerico Antonio Varano ferito con una cortellata al braccio.
Item, hanno fatto mangiar carne per forza alli cittadini le vigilie
venerdì et sabbato.
Item, come a Millo Vertuccio, non volendo mangiar carne, buttarono
nella gola lardo squagliato e bollente, et bisognò medicarlo bene.
Item, come Andrea Apretina ammazzò un vallone, vedendo ferito Pietro
Saccomano suo cognato in un braccio, et Francesco Castellano, amico del
detto Andrea, ferito nel collo.
Dopo la morte del vallone li soldati ponendosi in rivolta per la terra
commisero li seguenti delitti:
A Carlo Fascone tagliarono due dita.
Ferirono in testa, con una spada, Giacomo Peluso.
Ferirono Gallieno de Majo, Angelo Latella, la moglie di Giovanni
Camillo Venuto, et Lucio Marsiano, hanno cacciato un occhio a Filippo
Recco; hanno ammazzato il cantore prete, perchè non volevano che fosse
andato alla chiesa, don Ottavio de Tommasi prete, don Giulio Frisone,
don Gallieno Casello, il chierico Giovanni Santociano, et tutto non per
altro perchè andavano dicendo buone parole ecc. ecc.
[142] Di essi cataloghi io diedi notizia nel _Milano e suo territorio_,
vol. II. p. 395; poi ne parlò l’_Italia musicale_, 1855, n. 31.
[143] CIBRARIO, _Istituzioni della monarchia di Savoja_. p. 247.
[144]
_Impia nam tota dominatur in urbe Mathesis,_
_Chaldæi volitantque domos atque atria circum:_
_Tempus ab his, certique dies, horæque petuntur,_
_Et fortuna, salusque hominum dependet ab astris..._
_Quidam animos etiam pariter cum corpore nostros_
_Interitum sentire volunt, unaque resolvi;_
_Et veteris promissa, novæque uberrima legis_
_Vana putant, ipsum patriis detrudere regnis,_
_Si possint, Dominum conantur more gigantum._
HOSPITALII Epist., lib. III.
[145] 2 gennajo 1610. E vedi indietro al Cap. CXLIV.
Fra i dottori scelti da Federico Borromeo per la biblioteca ambrosiana
era Antonio Rusca, che scrisse _De inferno et statu dæmonum ante mundi
exilium, libri V, in quibus tartarea cavitas, cruciamentorum genera,
ethnicorom de his opiniones, dæmonumque conditio usque ad magnum
judicii diem varia eruditione describuntur_. Milano 1621.
* Il 21 luglio 1612 una donna a Firenze fu condannata ad essere
appesa alle forche, poi bruciato il cadavere e confiscati i beni, come
convinta e confessa d’aver avuto commercio nefando con un demonio che
chiamava Bigiarino, il quale in forma di caprone la portò più volte
ai sabati al noce di Benevento; ella stessa, trasformata in gatta,
succhiò il sangue di molti ragazzi. Provavano il fatto molte madri, che
certe malattie de’ loro figliuoli attestavano guarite da questa strega,
mediante segni e parole inintelligibili. E poichè i fatti parean meno
credibili, i giudici sottoposero la rea alla tortura probatoria, nella
quale essa confermò tutte quelle fantasie. PAOLETTI, _Istituzioni
criminali_.
[146] DONZELLI, pag. 194.
[147] La moglie dell’ammiraglio Coligny era accusata d’eresia presso
il duca di Savoja, e di stregheria per denunzia di un’ossessa. Il
cardinale d’Ossat nelle lettere del 1597 molto ne parla, e adopera per
salvarla, mostrando come non s’abbia ad aver fede al diavolo, padre
della menzogna, e come esso non vorrebbe denunziare i proprj devoti:
al tempo stesso crede accorgersi che il duca di Savoja non aspira ad
impadronirsi dei beni di lei per _servir de partage à un du tas de
petits louveteaux qui se nourrissent au pié de ces monts_, alludendo ai
molti figli naturali del duca.
[148] Nella _Breve informatione del modo di trattare le cause del
Sant’Offizio a Modena_ (Modena 1619) trovo questo catalogo di libri
proibiti, speciale del paese, oltre quelli generali.
Che non si lascino vendere alcuna delle Istorie seguenti, per contenere
esse respettivamente cose false, superstitiose, apocrife e lascive;
cioè: _Orazione di san Daniele. — Oratione di santa Helena_, in ottava
rima. — _La Vergine Maria con gli Angeli santi — Oratione e scongiuri
di santa Maria_: «Con il priego suo, che la dirà, ecc. O somma sacra
ecc.». — _Il contrasto di Cicarello. — Egloga pastorale di Grotolo e
Lilia. — Oratione di san Brandano — Vita di san Giovan Battista_, in
rima. — _Oratione di santa Margarita_, in ottava rima, per le donne di
parto: «O dolce Madre, di Gesù vita». — _Beneditione della Madonna_, in
ottava rima: «A te con le man giunte, ecc.». — _Historia o martirio de’
santi Pietro e Paolo_, in rima: «Al nome sia di Dio glorificato, ecc.».
— _Confessione della Maddalena_: «Altissima benigna, e benedetta».
— _Pianto della Madonna_, in ottava rima: «Chi vuol piangere con la
Vergine, ecc.». — _Contrasto del vangelo col demonio_: «Madre di Cristo
Vergine Maria, ecc.». — _Historia di santa Chaterina vergine e martire.
— Legenda devota del Romito de’ Pulcini._ — Confitemini _della beata
Vergine. — Oratione contro la peste. — Epistola della Domenica_, in
ottava rima: «Viva divinità dove procede; ecc.». — _Opera nova delli
dodici venerdì:_ «A laude dell’eterno Redentore». — _Opera nuova
del Giudicio generale_, in rima: «A te ricorre eterno Creatore». —
_Oratione trovata nella cappella dove fu flagellato nostro Signore in
Gerusalemme:_ «Madonna santa Maria, ecc.». — _Christo santo glorioso,
laude devotissima:_ «Christo santo glorioso, che patesti, ecc.». —
_Oratione ascritta a san Cipriano contro i maligni spiriti:_ «Io son
Cipriano servo di Dio, ecc.». — _Historia di san Giorgio_, in ottava
rima, in quarto: «In nome sia, ecc.». — _Oratione di San Giacomo
Maggiore_, in versi, in ottavo: «Immenso Creatore, e con tua morte,
ecc.». — _Oratione di santa Maria perpetua_, in prosa, con la rubrica:
«Quest’è una devotissima oratione, ecc.». _Oratione della nostra
Donna devotissima_, e in versi e in rima: «Ave, Madre di Dio, ecc.». —
_Oratione di san Stefano_: «Superno Padre eterno Redentore, ecc.».
Un catalogo di _operette et historiette prohibite_ più esteso e
aggiunto al _Sacro Arsenale della Santa Inquisizione_, Bologna 1665,
e la più parte sono preghiere e storie devote, massime in versi;
vale a dire che espurgavasi piuttosto dalle superstizioni, a tal uopo
proibendo in generale «tutti li libri che trattano d’insogni o loro
ispositioni», o d’astrologia giudiziaria, o d’indovinare. Anche nelle
_Regole del Sant’Uffizio_, ristampate a Milano il 1689, è una lista di
libri proibiti, che sono quasi tutte orazioni o pie leggende.
[149] In Francia Enrico II fu il primo che portasse calze di
seta; e allora si cessò di nettar il naso nella manica dell’abito;
NAUDÉ, _Giudizio di guanto si pubblicò sul Mazarino_. È bizzarro un
_Regolamento per erigere le manifatture in Francia, e toglier il corso
dei drappi di seta che rovinano lo Stato;_ lavoro di Laffemas, Parigi
1597. In quel tempo un pajo di calze di seta valeva in Francia lire
dodici, che oggi equivarrebbero a sessantaquattro.
[150] Il carro mantovano, equivalente a otto sogli, vendevasi lire
quaranta, prima della ruina dei vigneti.
[151] _Correspondance inédite de Mabillon et de Montfaucon aree
l’Italie._ Parigi 1846, tom. I. 210. Tra le feste più pompose variate
per bizzarria di componimenti, son quelle fattesi a Venezia il 1587 in
occasione che vi apparvero alcuni principi del Giappone, probabilmente
impostori, ch’erano stati a venerare il papa a Roma. Vedi SANSOVINO,
_Venetia città nobilissima et singolare ecc_.
[152] Lettera del 1695 nella collezione _Clarorum venetorum ad A.
Magliabechium_, tom. I.
[153] GUERRA e BUCCA, _Diurnali napoletani_.
[154] _La Lombardia nel secolo_ XVII, dove si troveranno altre
particolarità di costumi.
[155] Vedi ARTEAGA. Chi voglia può leggere _Teti e Flora, prologo della
gran pastorale recitata in Parma nel meraviglioso teatro ecc.; Mercurio
e Marte, torneo regale fatto nel superbissimo teatro di Parma, ecc._,
opere dell’Achillini.
[156] Nella _Relazione_ dell’ambasceria a Costantinopoli di
Gianfrancesco Morosini, bailo della repubblica di Venezia il 1585,
si legge: — Tutta questa gente è molto vile, di costumi bassi,
e di pochissima industria, di maniera che per il più consuma il
tempo in grandissimo ozio. Quasi di continuo stanno a sedere, e per
trattenimento usano di bevere pubblicamente così nelle botteghe,
come anco per le strade, non solo uomini bassi, ma ancora de’ più
principali, un’acqua negra bollente, quanto possono sofferire, che si
cava d’una semente che chiaman cavée, la quale dicono ch’ha virtù di
far stare l’uomo svegliato. Altri mangiano l’haccì per stare allegri,
alcuni teriaca, ovvero letificante di Galeno, e cose simili; delle
quali par che sii impossibile che i Turchi di qualcheduna non vogliano
usare. Quelli poi che bevono vino, lo fanno di tal maniera che non
si levano da mangiare e bere sino che non sono ubriachi; vogliono
passeggiar mai, anzi si burlano quando veggono Cristiani a farlo, e
dicono che sono pazzi a camminar senza necessità».
Uno de’ primissimi libri che trattasse del caffè è _De saluberrima
potione Cahue, seu Cafè nuncupata; discursus Faustini Naironi Banesii
maronitæ_, Roma 1671. Ma un’eccellente descrizione di quella pianta è
data da Prospero Alpino.
[157] Castore Duranti cantava:
_Hanc Sanctacrucius Prosper, cum nuncius esset_
_Sedis apostolicæ Lusitanas missus ad oras,_
_Huc adportavit, romana ad commoda gentis._
Quasi al tempo stesso Giovanni Nicod ambasciatore francese in
Portogallo, l’introduceva in Francia, dov’era detta nicodina; e poi
erba della regina perchè se ne valeva Caterina de’ Medici.
[158] Nel 1648 il principe di Roccaromana descrivendo una vittoria
da lui riportata, diceva: — Sto quasi morto di stracchezza per
aversi peleato (_combattuto_) otto ore... me ne rallegro con vostra
eccellenza, essendo risultato il tutto dal suo amparo (_protezione_).
Il sergente Garzia merita la piazza dell’alfier morto, ed io ce
l’ho promessa: vostra eccellenza faccia complirlo». Ap. CAPECELATRO,
_Diarj_.
[159] Lo compendio da una nota del cavaliere Tommaso Rinuccini, che
sta ne’ _Ricordi storici di Filippo di Cino Rinuccini_, pubblicati a
Firenze il 1840.
[160] «La palla lesina era della grossezza d’una piccola pesca od
albicocca, fatta di pelle di castrone ben seccata e ripiena di borra
sì fortemente che riuscirà sodissima, e balzava altissimo: per darle
s’adoperava mestole di un braccio incirca o poco più, di legname
leggiero ed incartate di cartapecora nel luogo dove dovea dar la palla,
che, colta bene, andava con tal velocità, che io scrittore mi ricordo
di aver visto, quando era ragazzo, Pietro Berti ammazzare una rondine,
che a caso s’incontrò nella palla alla quale lui aveva dato. La palle
si facevano quasi per tutto il contado, ma le migliori e più stimate
venivano da Panzano ed in giuoco si pagavano un testone la dozzina».
[161] Molte erano quelle che, per aver fatto alcun voto, portavano una
veste tutta scura.
[162] Incomincia: — Assaggiamo di parlare un poco quest’altra lingua,
massime essendo in questa contrada (Lucca), dove mi par sentire il più
perfetto favellare della Toscana».
[163] _La ville et la république de Venise_, Parigi 1680; opera anonima
dedicata al conte d’Avaux, ambasciadore di Francia a Venezia. Merita
pure essere veduto il viaggio in Italia del celebre Burnet vescovo di
Salisbury.
[164] Non siffatta dovea sembrare a Pietro Paolo Gileto milanese, che
fece un poema _Torino in ogni parte ammirabile_; Milano, Malatesta,
1661. Egli stesso scrisse un altro poema in quattordici canti in ottava
rima, _Mondana politica, con varietà di successi significata_, diretto
a Carlo Emanuele II.
[165] _Journal du voyage de Michel Montaigne en Italie en 1580-81._
Roma 1774. A Cristoforo Leuschner, che veniva in Italia, Giorgio
Fabrizio dirigeva questi consigli:
_Œnotri fugias ardentia munera Bacchi:_
_Sobria Aminæum temperet unda merum..._
_Adriacæ blandæ sunt vultu et voce puellæ:_
_His si credideris, postea nullus eris._
_Nec Daphnea tibi circumibit tempora laurus,_
_Ni vites cupidæ furta proterva Deæ._
_Non colit illa Gnidum, non amplius illa Panormum;_
_Tota habitat veneta mollis in urbe Venus._
_Hanc quoque dum vitas, alias vitare memento:_
_Serpit enim ex illa latius urbe malum._
_Uni etiam et noto tua pectora crede sodali:_
_Nec cole multiplices cautus amicitias..._
_Non inimicitias cum quoquam suscipe; lauda_
_Quod potes, et tacita cetera mente preme._
_Nec studia illorum studiis tua præfer: in illis_
_Non vult ingenio cedere nemo locis._
_Erga omnes facilis sis verbis; credito paucis;_
_Deque bonis studiis sit tibi sermo frequens._
[166]
Perocchè dietro all’uscio ei te l’attacca,
E dà il nero di fumo e la vernice
A chi in presenza diè pomata e biacca.
Viso di Fariseo spiritato
Perchè de’ libri il frontispizio ho letto,
Si crede esser fra’ dotti annoverato.
MENZINI.
[167] _Amphiteatrum_, pag. 118.
[168] Prefazione al _Principe ermafrodito_.
[169] _Vita di Sisto_ V, lib. I.
[170] — L’inverno credo che fa freddo, perchè in quei tempi non
ho mai sentito caldo che vicino al fuoco...», pag. 151 della _Vita
dell’Aresi_. Chiama Luigi XIV «l’invincibile tra’ guerrieri, l’eroe
tra’ Cesari, l’augusto tra’ monarchi, il prudente tra’ politici»; ed
esclama: — O Luigi, o pianeta illustrator dell’universo, o orizzonte
lucidissimo della religione cristiana, e chi potrà mai fissar gli
sguardi se non sono d’aquila, ad un sole così alto, ad un merito non
mai eclissabile, ad un Giove terreno così maestoso?» _La Fama gelosa
della Fortuna_, 1680.
Nella prefazione alla _Vita di Cromwell_, scritta dal Leti medesimo,
si legge: — Può dirsi che le opere date in luce dal signor Leti a
quell’anno 1692, giungano al numero di ottanta, senza comprendere il
_P...mo moderno_, il _Conclave delle P...._, il _P...mo di Roma_, il
_Parlatorio delle monache_, il _Ruf... del gobbo di Rialto_: delle
quali opere vogliono autore il signor Leti, che però da lui si nega:
ed a’ suoi confidenti, allorchè l’interrogano sopra tale materia, suol
rispondere: _Delicta juventutis meæ et ignorantias meas ne memineris,
Domine..._ In italiano ha ancora fatto stampare molti epitalamj, come
il _Letto fiorito_, il _Trasporto d’amore_, la _Rôcca assediata_, il
_Vicino avvicinato_, l’_Oriuolo sonoro_, ed altri versi».
[171] _Historia d’Italia_; Torino, Zappata, 1680.
[172] La costui menzione ci offre un nuovo esempio dell’appena
credibile mancanza di denaro nella Corte spagnuola. Il granduca
Ferdinando II nel 1639 fatto eseguire da Tacca esso cavallo di bronzo
pel re di Spagna, imbarcollo a proprie spese fino a Cartagena. Piacque
assai al re e al conte duca, ma non avean denaro per farlo trasferire
al Buenritiro ove dovea collocarsi; nè lo trovarono finchè il granduca
non mandò ordine agli artisti di ritornarsene. E poichè il conte duca
diè commissione ad esso Tacca di quattro leoni da porgli attorno, il
granduca gli permetteva d’accettare questo lavoro, suggerendogli però
di farsi pagare anticipato. Vedi _Gaye_, _Carteggio_, III. 543.
[173] A questo presentò un disegno per la chiesa di Montalto, e
sentendoglielo lodare assai, disse: — Non l’ho fatto io, ma un
giovinetto romano», che era Girolamo Rainaldi, e gli chiese licenza di
presentarglielo. Questi fanno il preciso contrario!
[174] Su quella Dafni fece un buon epigramma Urbano VIII:
_Quisquis amans sequitur fugitivæ gaudia formæ_,
_Fronde manus implet, baccas sed carpit amaras._
[175] Carlo Maderno cinse la confessione col gran balaustro, a cui sono
affisse centododici lampade di bronzo dorato. Carlo Fontana luganese
(1634-1714) allievo del Bernini, e che, se meno scorretto, avrebbe
avuto campo a segnalarsi nelle grandiose commissioni, quali San Michele
a Ripa, i granaj a Termini, la cupola del duomo di Montefiascone, il
modello di quel di Fulda, ebbe incarico da Innocenzo XI di stendere la
descrizione della basilica Vaticana. Calcola egli che fino al 1694 vi
si fossero spesi quarantasei milioni ottocencinquantamila scudi romani,
non computando i modelli, gli edifizj demoliti, un campanile del
Bernini, costato centomila scudi ad alzarlo e dodicimila ad abbatterlo;
nè le pitture, gli arredi, le macchine: nell’altar maggiore andarono
ventidue milioni, cinquecentomila chilogrammi di bronzo, tolto alla
copertura del Panteon, e cinquecentrentacinquemila scudi in operaj;
centosettemila costò la cattedra. Il Maderno consigliava d’abbattere
le case fin al Tevere, tirando fin a San Giacomo Scosciacavalli due
portici, finiti con un arco trionfale, e preparare strade nel contorno:
impresa che finora non si ardì. Singolarmente egli tende a scagionare
il Bernini d’aver indebolito la cupola col fare nicchie e scale ne’
piloni, prova che quei vani s’erano lasciati dai primitivi architetti,
per asciugare i massicci. Non parvero soddisfacienti le spiegazioni,
e temendosi per la cupola, sorsero vivi dibattimenti tra artisti e
matematici, e progetti or ingegnosi or ridicoli per corroborarla.
Giovanni Poleni padovano rassicurava d’ottime ragioni i timorosi;
pure, forse per condiscendenza, propose di fasciarla con cinque
cerchi di ferro, che dovettero piuttosto nuocerle pel tanto battere e
scarpellare.
[176] Anche le lodi sono caratteristiche. Fulvio Testi lo chiama «il
Michelangelo del nostro secolo, tanto nel dipingere quanto nello
scolpire, e che non cede a nessuno degli antichi nell’eccellenza
dell’arte. È veramente un nome da far impazzire le genti, perchè
sa molto anche di belle lettere, ed ha motti e arguzie che passano
l’anima. Lunedì fa recitar una commedia da lui composta, dove sono
cose da far morire dalle risa chiunque ha pratica della Corte, perchè
ciascuno, sia piccolo sia grande, prelato o cavaliere, ha la parte
sua».
John Evelyn, nelle _Memorie e Diario_ del viaggio che allora fece in
Italia, stampato a Londra il 1827, dice che il Bernini diede un’opera,
ove egli stesso dipinse le decorazioni, scolpì le statue, inventò le
macchine, compose la musica, scrisse le parole, fabbricò il teatro. Per
la fontana del Vaticano Girolamo Preti cantava:
Ondosa mole ognor d’acqua feconda
A piè del Vaticano il capo estolle;
L’alto di spuma è biancheggiante, è l’onda,
Benchè gelida sia, gorgoglia e bolle.
Quasi corona il marmo orna e circonda,
Misto a perle stillanti argento molle;
Cade un fiume dintorno e l’aria inonda,
E par che procelloso ondeggi un colle.
Meraviglia di Paolo; i marmi e i monti,
Nuovo Encelado santo, innalza e move,
E trae, nuovo Mosè, da pietre i fonti.
E mentre è il ciel sereno, il nostro Giove
Che i torrenti sotterra al cenno ha pronti,
Gl’innalza, e senza nube i nembi piove.
È notevole l’opera: _Numismata summorum pontificum templi Vaticani
fabricam indicantia, chronologica ejusdem fabricæ narratione ac
multiplici eruditione explicata... a patre_ PHILIPPO BONANNI SOCIETATIS
JESUS. Roma 1696.
[177] Voltaire, colla solita impudenza, scrisse:
_A la voix de Colbert, Bernini vint à Rome:_
_De Perrault dans le Louvre il admira la main;_
_ — Ah (dit-il) si Paris renferme dans son sein_
_De si rares talents, un si puissant génie,_
_Fallait-il m’appeller du fond de l’Italie?_
Era Levau che allora dirigeva i lavori del Louvre, succeduto a
Lemercier; e gl’intrighi d’una consorteria, animata da Carlo Perrault,
svogliarono il re d’adoprare il Bernini.
[178] Lavori più o men peccanti lasciarono Flaminio Ponzio, Giovan
Fiammingo, Costantino de’ Servi fiorentino, Carlo Lambardo d’Arezzo,
Giovan Battista Soria romano che fece San Carlo de’ Catinari e la
facciata di San Gregorio. A Carlo Rainaldi sono dovute le facciate
delle due chiese in piazza del Popolo, e quella di Sant’Andrea della
Valle, una delle migliori d’allora, la villa Pinciana, il duomo di
Ronciglione, e il palazzo dell’Accademia di Francia. Il palazzo Altieri
al Gesù magnifica l’abilità di Giannantonio De Rossi bergamasco, il
quale pure non sapea disegnare di propria mano. La porta bugnata fu
aggiunta da Mattia De Rossi romano, il quale succedette in quasi tutte
le cariche al Bernini, e fu chiamato anche in Francia.
[179] Egli rivela il suo metodo nel famoso sonetto a lode di Nicolino
dell’Abate, dove la poesia non val meglio che il precetto:
Chi farsi un buon pittor brama e desia,
Il disegno di Roma abbia alla mano,
La mossa coll’ombrar venezïano,
E il degno colorir di Lombardia;
Di Michelangiol la terribil via,
Il vero natural di Tizïano,
Di Correggio lo stil puro e sovrano,
E di Raffael la vera simmetria;
Del Tibaldi il decoro e il fondamento,
Del dotto Primaticcio l’inventare,
E un po’ di grazia del Parmigianino:
Ma senza tanti studj e tanto stento
Si ponga solo l’opre ad imitare
Che qui lasciocci il nostro Nicolino.
[180] Il soggetto stesso era trattato da Lorenzo Leonbruno mantovano,
morto il 1537, emulo di Giulio Romano, e ignoto ai biografi
contemporanei.
[181] Secondo le note che si conservano alla biblioteca Ercolani a
Bologna, il Guercino toccò per l’Agar 70 scudi, lire 1, soldi 8; pel
san Brunone, scudi 781; pel san Girolamo desto dalla tromba, scudi
295; per un’Angelica e Medoro, scudi 351; pei ritratti del duca e della
duchessa di Mantova al naturale, scudi 630. Dall’archivio dell’ospedal
di Milano raccolgo che l’Annunziata ivi posta gli fu pagata lire
milanesi 3167. Il san Girolamo fu pagato al Correggio 47 zecchini e
cibo per sei mesi da Briseide Cossa: v’aggiunse due carri di legna, un
porco grasso e frumento. Il re di Portogallo ne esibì 40,000 zecchini;
poi il duca di Parma offrì un milione perchè i Francesi nol rubassero,
e non si accettò.
[182]
Queste pitture ignude e senza spoglia
Son libri di lascivia. Hanno i pennelli
Semi, da cui disonestà germoglia...
Chè nelle chiese, ove s’adora e prega,
Delle donne si fanno i ritrattini,
E la magion di Dio divien bottega...
E per farsi tener de’ più majuscoli
Spogliando i santi, vuol mostrar che intende
I proprj siti ed il rigor de’ muscoli.
Le attitudini sì che son tremende!
Qual fa corvette, qual galoppa o traina
Con cento smorfie e torciture orrende...
Chè d’un Angelo invece e di Maria
D’Ati il volto s’adora e di Medusa,
L’effigie d’un Batillo o d’un’Arpia...
ROSA, _Sulla Pittura_.
[183] Marcantonio Magno (-1550) suo padre, sbandito per delitti,
viaggiò, ebbe impieghi nel Napoletano, e principalmente di visconte
di tutti i castelli di casa Caraffa; fu poeta di prima risma, talchè
l’Ariosto gli diede a limare un suo canto; gli furono anche coniate
medaglie. Ma delle sue lambiccature ecco prova in questo epigramma:
Caron, Caron! — Chi st’importun che grida?
— Gli è un amante fidel che cerca il passo...
— Chi è stato sto crudel, quest’omicida
Che talmente t’ha morto? — Amore, ahi lasso!
— Non varco amanti; or cercati altra guida.
— Al tuo dispetto converrà ch’io passo,
Ch’ho tanti strali al cor, tant’acqua ai lumi
Ch’io mi farò la barca, i remi e’ fiumi.
Il pio Giannangelo Lottini scultore e poeta fiorentino fece trentotto
discorsi di commento alla _Vergine Bella_ del Petrarca. — 1629.
[184] Dal Capurro a Pisa nel 1831 furono stampate le postille sue alla
Divina Commedia, fatte con indipendenza, ma pedantesche.
[185] Urbano VIII nell’inno a san Martino scriveva:
_Tu natale solum protege, tu bonæ_
_Da pacis requiem Christiadum plagis,_
_Armorum strepitus et fera prœlia_
_In fines age thracios._
_Et regum socians agmina sub crucis_
_Vexillo, Solymas nexibus exime,_
_Vindexque innocui sanguinis, hostium_
_Robur funditus erue._
Le poesie di Urbano VIII furono stampate un secolo dopo da un inglese:
_Maphæi suæ reverendissimæ eminentiæ cardinalis Barberini, postea
Urbani papæ VIII poemata; præmissis quibusdam de vita auctoris et
annotationibus adjunctis edidit_ Josephus Brow. Oxon. 1736.
[186] Vedi la sua lettera al Gonzaga del 15 giugno 1575.
[187] Ancor più pedestre imitatore del _Sogno di Scipione_ mostrasi
nella canzone in morte d’Ercole Gonzaga, dov’egli contemporaneo di
Galileo e posteriore d’un Secolo a Colombo e a Vasco, canta:
Vedi come la terra in cinque cerchi
Distinta giace, e che ne son due sempre
Per algente pruina orridi e inculti;
Deserto è il terzo ancora, e che si stempri
Pare, e si sfaccia negli ardor soverchi;
Restan sol quelli frequentati e culti,
Ma sono all’un dell’altro i fatti occulti.
Quante interposte in loro e vaste e nude
Solitudini scorgi, e ’n ogni parte
Quasi macchie cosparte,
Lor come isole il mare intorno chiude;
E quel che ’n voce e ’n carte
È Ocean chiamato, ed ampio e magno,
Che ti sembra or, se non un piccol stagno?
Il concilio dei diavoli è tolto dalla _Cristiade_ del Vida.
[188] Il Tasso era il Giustiniano dei duellisti di quel secolo,
citandosi le sue decisioni come oracoli: prova che fu infedele ai tempi
che descrisse.
[189] Vedi a pag. 232 le sue lodi a Bianca Capello. Ha una canzone in
lode del terribile Sisto V, ove mostra di andar cercando la clemenza
dappertutto senza trovarla:
Ove fia ch’io la scerna?
Più bella che ’n avorio o ’n marmi o ’n oro
Opra di Fidia, in te (se ’l ver contempio)
Ha la clemenza e nel tuo core il tempio.
Ad esso papa dice: — Tu sei Tifi, e la tua nave è Argo».
[190] Vedasi, tra le altre, la lettera a Maurizio Cattaneo: — Una
lettera è sparita, e credo se l’abbia portata il folletto... e questo
è uno di quei miracoli, che io ho veduto assai spesso nello spedale;
laonde son certo che siano fatti da qualche mago; e n’ho altri molti
argomenti... Oltre quei miracoli del folletto, vi sono molti spaventi
notturni... ho vedute ombre... ho udito strepiti spaventosi...
e fra tanti terrori e tanti dolori m’apparve in aria l’immagine
della gloriosa Vergine col Figliuolo in braccio... E benchè potesse
facilmente essere una fantasia, perchè io sono frenetico, e quasi
sempre perturbato da varj fantasmi e pieno di malinconia infinita,
non di meno, per la grazia di Dio, posso _cohibere assensum_ alcuna
volta..... S’io non m’inganno, della frenesia furono cagione alcune
confezioni ch’io mangiai tre anni sono... Dappoi la malìa fu rinnovata
un’altra volta... La qualità del male è così maravigliosa, che potrebbe
ingannare i medici più diligenti; onde io la stimo operazione di mago
e sarebbe opera di pietà cavarmi di questo luogo, dove agl’incantatori
è conceduto di far tanto contro di me... Del folletto voglio scrivere
alcuna cosa ancora. Il ladroncello m’ha rubati molti scudi di moneta,
nè so quanti siano, perchè non ne tengo conto come gli avari; ma forse
arrivano a venti: mi mette tutti i libri sossopra, apre le casse, ruba
le chiavi, ch’io non me ne posso guardare». 25 dicembre 1585.
[191] — Io mi purgo, nè voglio, nè posso disubbidire ai medici, i
quali hanno ordinato che io non istudii nè scriva... Mandatemi qualche
consulto di medico che non vi costi». Ad Antonio Sersale, 1585.
[192] — L’accuse datemi d’infedele al mio principe, mescolate
con quell’altre primiere accuse, fecero un torrente e un diluvio
d’infortunj così grande, che argine o riparo d’umana ragione, o favore
delle serenissime principesse, che molto per mia salute s’affaticarono,
non furono possenti di ritenerlo. Or che risponderò a queste grandi
accuse?» E qui s’avviluppa in distinzioni aristoteliche sul prevalere
dell’intelletto o della volontà; poi dopo lunghissimo divagare torna
in proposito: — La principale azione della quale sono incolpato, e la
quale per avventura è sola cagione che io sia castigato, non dee essere
per avventura punita come assolutamente rea, ma come mista: perchè
non per elezione la feci, ma per necessità; necessità non assoluta ma
condizionata; e per timore ora di morte, ora di vergogna grandissima
d’infelice e perpetua ingratitudine. E perciocchè Aristotele pone
due maniere d’azioni miste, una degna di laude e l’altra di perdono,
sebbene io non ardisca di collocare la mia nella prima specie, di
riporla nella seconda non temerò. Nè giudico meno degne di perdono
le parole ch’io dissi, perchè fur dette da uomo non solo iracondo,
ma in quella occasione adiratissimo... Ma molte fiate, ove l’ira
più abbonda, ivi è maggiore abbondanza di amore. Ed io, consapevole
a me stesso, ne potrei addurre molti testimonj che in amare il mio
signore, e in desiderare la grandezza e la felicità sua ho ceduto
a pochi de’ suoi più cari; e nel portar affezione agli amici, e nel
desiderare e procurar lor bene quanto per me s’è potuto ho avuto così
pochi paragoni, come niuna corrispondenza. E se Dio perdona mille
bestemmie con le quali tutto il dì è offeso da’ peccatori, possono
bene anche i principi alcuna parola contro lor detta perdonare....
Il dar per castigo ad un artefice che non si eserciti nell’arte sua
è certo esempio inaudito... Il principe volle con ciò per avventura
esercitar la mia pazienza o far prova della mia fede, e vedermi
umiliare in quelle cose dalle quali conosceva che alcuna mia altezza
poteva procedere, con intenzione poi di rimovere questo duro divieto
quando a lui paresse che la mia umiltà il meritasse... Ma io non
solo poco ubbidiente in trapassare i cenni del suo comandamento, ma
molto incontinente eziandio in lamentarmi che mi fosse imposta sì
dura legge, partii, non solo scacciato, ma volontario da Ferrara,
luogo dove io era, se non nato, almeno rinato, e dove ora non sol
dal bisogno sono stato costretto a ritornare, ma sospinto anche dal
grandissimo desiderio che io aveva di baciare le mani di sua altezza,
e di riacquistare, nell’occasione delle nozze, alcuna parte della sua
grazia».
[193] Lettera al Panigarola. E nel XXIII de’ sonetti eroici:
Scrissi di vera impresa e d’eroi veri,
Ma gli accrebbi ed ornai, quasi pittore
Che finga altrui di quel ch’egli è migliore,
Di più vaghi sembianti e di più alteri.
Poscia con occhi rimirai severi
L’opra; _e la forma a me spiacque e ’l colore_,
E l’altra ne formai, mastro migliore;
Nè so se colorirla in carte io speri.
Come poco avesse progredito nel sentimento storico ed estetico appare
dalle lodi ch’egli dà al nuovo poema, le quali si riducono all’aver
imitato di più Omero, e la flotta, ed Ettore e Andromaca, ecc.
La _Gerusalemme conquistata_ fu proibita in Francia per decreto del
Parlamento di Parigi in grazia delle ottave che si riferiscono alle
turbolenze di quel regno, dando per motivi che «contengono idee
contrarie all’autorità del re e al bene del regno, e attentatorie
all’onore di Enrico III e IV». Certo il Tasso vi sostiene la padronanza
del papa sovra i re:
Ei solo il re può dare al regno
E ’l regno al re, domi i tiranni e i mostri,
E placargli del cielo il grave sdegno.
XX. 77.
[194] Si suole dai nostri rimbrottare Boileau d’aver opposto
all’_or de Virgile le clinquant du Tasse_: ma già prima la frase
era stata adoprata in paragone molto più basso da Leonardo Salviati
nell’_Infarinato Secondo_, lamentandosi di chi pretende «agguagliare
all’_Avarchide_ il poema del Tasso, secondo che s’agguaglia anche
l’orpello all’oro».
[195] Ciò spiegasi dalle condizioni sociali d’un tempo, in cui
Chaudebonne diceva a Voiture: _Vous êtes un trop galant homme pour
demeurer dans la bourgeoisie: il faut que je vous en tire_.
[196] Vedi la raccolta delle lettere fatta dal Guasti, vol. V. pag. 97.
[197] — Io non pensai mai di stampare a mie spese, perchè non ho molti
scudi oltre i cento, i quali non mi basteranno quest’anno a vestire
ed a mangiare. Sono sfornitissimo di tutte le cose necessarie. Avrei
voluto (poichè gli stampatori non hanno discrezione o pietà o coscienza
alcuna) ch’alcun mio amico facesse la spesa, e poi ritraesse i denari».
Al Costantini, 12 settembre 1590.
[198] — Appena questa state ho comperato per mio gusto due paja di
meloni; e benchè io sia stato quasi sempre infermo, molte volte mi sono
contentato del manzo per non ispendere in pollastro; e la minestra
di lattuca e di zucca, quando ho potuto averne, m’è stata invece di
delizia». Al Costantini, 12 ottobre 1590.
— Io vendei in Mantova per necessità per venti scudi un rubino, già
donatomi dalla signora duchessa d’Urbino, il quale era stato stimato,
da chi più, settanta scudi; da chi meno, trentacinque... I trentadue
scudi non mi furono dati per pagamento d’un anello, ma per quel d’una
collana, la quale io gli diedi da vendere, ed egli la vendè quattro
scudi meno di quel che pesava l’oro». A Curzio Ardizio 1581.
— Io sottoscritto dichiaro d’aver ricevuto dal signor Abram Levi
venticinque lire, per le quali ritiene in pegno una spada del mio
padre, sei camiscie, quattro lenzuoli, due tovaglie. A dì 2 di marzo
1570». TORQUATO TASSO.
[199]
È del poeta il fin la meraviglia:
Chi non sa far stupir vada alla striglia.
[200] In predica diceva che _après leur mort les papes deviennent des
papillons, les sires des sirons, les rois des roitelets_; e a proposito
del nuovo titolo di eminenza dato ai cardinali, dice che questi aveano
lasciato ai vecchi l’_illustrissimo_ e il _reverendissimo_, come ai
loro camerieri regalavano gli abiti logori di pavonazzo e la biancheria
sudicia. Il padre Basquier di Mons predicatore fece il _Petit rasoir
des ornements mondains; il Fouet de l’Académie des pécheurs_, ecc.
Altri titoli di prediche sono: _Fusil de pénitence pour battre le
caillou de l’homme; Petit pistolet de poche pour tirer aux hérétiques;
la douce moëlle et la sauce friande des os savoureux de l’Avent_. Fra
i Tedeschi è per simili scempiaggini famoso il predicatore Abramo di
Santa Chiara, morto il 1765.
* Gay de la Brosse nel 1628 dedicando a Richelieu il suo _Dessein
d’un jardin royal_, diceva: — _Encore que le temple de votre vertu
incomparable ne soit honoré que de vœux d’un grand prix, et qu’une
petite offrande aurait mauvaise grâce au rang de celles de valeur; sans
vanité je ne laisse d’espérer que ces nouvelles pensées des plantes
y pourront trouver quelque place sortable à leur bassesse.... Les
plantes, pour être filles de la terre, ne sont tant abjectes qu’elles
ne méritent la faveur des Dieux: l’ambroise, le nectar et la panacée
chérie des immortels sont de leur famille... Ainsi que le soleil qui
ne reluit pas seulement sur les hauts pins des montagnes et sur les
chênes les plus élevés des forêts, mais encore sur les herbes les plus
basses, il se pourra faire que vous, soleil des esprits, après avoir
dissipé par la force de votre splendeur les épais nuages de la faction
rebelle, que couronné de lauriers immortels et la palme à la main, vous
rayonniez sur cette œuvre des plantes, sur les fleurs et les fruits de
votre humble créature etc._
[201] Un uomo ingegnoso in quel tempo stesso descriveva Parigi con
altrettante arguzie, ma con ben altro spirito d’osservazione. È messer
Giovanni Sagredo, di cui altrove parleremo, e in alcune _Lettere_,
pubblicate a Venezia il 1839 per nozze, scrive a Giorgio Contarini:
— Eccomi in Francia: o che Parigi è un piccolo mondo, o che il mondo
è un gran Parigi; o che non vi è paradiso in terra, o che Parigi è il
paradiso terrestre. La fendono, o piuttosto la vettovagliano due grandi
fiumi; città paragonabile ad una provincia a segno, che se alcuno
commette un delitto da una parte di questa grande metropoli e fugga
dall’altra, non è più conosciuto come se fosse passato in altro paese.
«La sera verso al piegar del sole fui condotto al corso, dove
intervennero le maestà regie, e perciò frequentato da innumerabili
carrozze. Pria che vi si entri si traversa un esercito di paggi e di
staffieri coperti di livree di varj colori, esercito libertino senza
capi che lo dirigano e perciò non poco insolente.
«Il corso è guarnito di verdeggiante tappezzeria naturale, formata da
molti alberi piantati in fila, che per un terzo di miglio distesamente
dilatandosi formano ombrosi e lunghissimi viali, sotto i quali si gode
una deliziosa frescura ed aria amena. Che vi dirò delle donne che vi
passeggiano? sciolgono la voce e cantando incatenano, augelli al suono,
angeli al volto. Si sentono le più belle arie del mondo, ed esse hanno
un’aria celeste.
«Il susseguente giorno fui introdotto nel gabinetto di una principessa,
frequentato dalle più elette bellezze; per entro non si vedevano che
oro e pitture, e risplendevano in tanta abbondanza i lumi a traverso
dei cristalli, che la stanza mi sembrò un cielo illuminato da stelle.
«Che dirò dell’affabilità, della libertà, del brio, dello spirito
pronto, dell’ingegno versatile delle dame? Parlano di tutto, hanno o
pretendono di avere qualche cognizione d’ogni cosa; spesso, a dirvela
schietta, non è che semplice tintura, e talvolta spropositi dicono, ma
con sì belle parole che pajono belle cose. Discorrono della guerra come
se avessero diretti eserciti, parlano di politica come se si fossero
consumate nei gabinetti. Quelle poi della Corte penetrano nei secreti
più reconditi, e fra i divertimenti d’un balletto si fabbricano da loro
talvolta trame di famose rivoluzioni, si formano partiti per abbattere
i favoriti, e taluna si è trasferita sino in Ispagna per procurare da
quel re sostegno alla propria fazione.
«Vi sono le dame dameggianti che in francese si nomano _coquettes_, le
quali godono d’essere intrattenute con allegri racconti, che ognuno
spasimi per le loro bellezze, e si compiacciono delle lodi e delle
lusinghe. Scaltre però e raffinate all’estremo, grande cautela si vuole
per resistere ad un misto di vivacità e bellezza, e guaj a chi cede ad
un cuore che pare di fuoco e non è che di ghiaccio; e solo l’orgoglio
spesso, talvolta l’interesse, mutano il fuoco in ghiaccio, il ghiaccio
in fuoco.
«Alcune altre, più serie e più gravi dell’aspetto, sono chiamate les
précieuses, non sputano che sentenze, hanno del sussiego, aborriscono
sentir parlare dell’amore, sebbene talvolta facciano all’amore
più delle altre; ogni sentenza loro è un aforismo. Visitai, pochi
giorni sono, una di queste, e non avendo soggetto così pronto per
intrattenerla, sapendo che il di lei marito esercitava nel campo carica
principale, l’interpellai se tenesse freschi avvisi del campo. Rispose
che si trovava il re non lungi dalle sue truppe per invitare gli
Spagnuoli a qualche azione. Soggiunsi che dove si ritrovava il re, dove
assisteva la sua nobiltà fiorita e generosa, non poteva disgiungersi
la vittoria. La preziosa, postasi in contegno grave, replicò che gli
esiti delle battaglie erano incerti, che la fortuna ne prendeva una
buona parte, che il principio delle imprese dipendeva dall’arbitrio
dell’uomo, il fine dal volere di Dio. In altra occasione dissi: «Come
vi sentite voi, madama, negli effetti dei correnti eccessivi calori?»
Mi rispose, che nel teatro del mondo ciascheduna delle stagioni
dell’anno fa il suo carnovale, e rappresenta quella parte che la natura
le ha assegnato; che se l’inverno si trasvestisse da estate e l’estate
da inverno, e se l’autunno da primavera e la primavera da autunno, e
non avessero le loro temperanze, si disordinerebbe la rappresentazione,
e si scomporrebbe l’architettura dell’universo.
«Da ciò comprendere potete che, per non andar male colle prime, basta
infilzare complimenti ed avere scorso qualche romanzo; per riuscire
colle seconde si ricerca più massiccia dottrina, o far mostra d’aver
molta dottrina e non parere di essere soltanto infarinato. Anco tra
le mogli dei parlamentari ed altri ministri di palazzo vi sono rare
bellezze e spiriti elevati. Quelle poi dei mercatanti tengono la
scrittura, girano partite, trafficano e dirigono i capitali come fra
noi i più eccellenti negozianti. Insomma qui le femmine sono più donne
delle nostre, e talvolta non la cedono agli uomini.
«I cavalieri poi e la nobiltà s’esercita nelle accademie, si istruisce
colla visione di paesi lontani, e pochi son quelli che non sappiano
addestrar un cavallo, sonar un liuto, tirar di spada: inceneriti fra le
dame, insanguinati negli eserciti, Marte ed Amore hanno la direzione
dei loro spiriti, ed al rimbombo della tromba spogliano Amore delle
sue piume, e se le pongono sopra il cappello, ed impugnate l’armi si
scordano le delizie dei gabinetti, e sono lor delizie gli eserciti e le
battaglie.
«Andai dopo _au Palais_, che è come la nostra Merceria, dentro una
gran sala. Là sì che bisogna porre il lucchetto alla borsa chi non vuol
spendere! cento mode che allettano, mille lavori leggiadri e bizzarri
che invitano, donne leggiadre che costringono a comperare le loro
merci con assalti di cortesia e di galanteria, che all’istessa avarizia
conviene arrendersi a discrezione.
«Non mancano i divertimenti. Sono sempre spalancate le porte alle
visite, abbondano gli accoglimenti e le parole cortesi, anche se negano
od insultano; abbondano le passeggiate, le veglie, le colezioni, i
balli, i violini, i luoghi suburbani, a segno che le dame fanno sempre
carnovale, e perciò van sempre in maschera.
«Parigi è il cielo delle dame, l’inferno dei cavalli, il purgatorio
delle borse. E vi saluto».
Egli stesso, arrivato in Inghilterra al tempo che Cromwell avea chiuso
il parlamento, perchè egli stesso parla e mente abbastanza, scrive che
a Londra «non si veggono dame alla Corte, ma solo damme da chi va alla
caccia; non più cavalieri, ma cavalli e fanti; non si parla d’amore ma
di Marte, non commedie ma tragedie, non sopra i volti mosche ma sulle
spalle moschetti; non veglie ma ministri severi che danno la veglia
a quelli del contrario partito. Insomma tutto è pieno di dispetti, di
sospetti, di bruttissimi aspetti».
[202] Il Marini volle impacciarsi anche delle quistioni religiose di
Francia, e nella _Sferza, invettiva a quattro ministri dell’iniquità_
(Napoli 1626) percosse quattro autori d’un’opera eretico-democratica.
Mentre i parlamenti imputavano di tirannicidio i Gesuiti, egli sostiene
che i Calvinisti sono nemici dei re; e conchiude questa volta senza
metafore, che «al fuoco dannare si devono tutti coloro insieme con quei
libri dove tali dottrine si contengono; deonsi punire gl’impressori e
i venditori di essi;... deonsi spianare le loro cattedre e diroccare le
loro chiese».
[203] Il Marini esprime giudizj sopra suoi contemporanei colla solita
sguajataggine. Al Franco che fu impiccato fa dire:
Tentai farmi eminente,
E in altro monte ove di rado uom sale
E in altra pianta ove volai senz’ale
Restai, canuto il pel, cigno dolente
Spettacolo pendente.
Dal Bonfadio, anch’egli finito sul patibolo:
Ed Omero Maron nella Scrittura
Imitai pria vivendo;
Ma Troja nell’incendio e nell’arsura
Imitai poi vivendo.
Ella preda del foco,
Io delle fiamme giogo:
Ma diversa cagion d’arder ne diede,
Elena all’una, all’altro Ganimede.
[204] L’Aprosio nello _Scudo di Rinaldo_ critica le mode d’all’ora, e
nell’_Atene Italica_ mette in vista i principali uomini d’Italia.
[205] — Oh adesso sì, grida Dio, che mi fai dar nelle rotte. — Ma
Signore, a che giuoco giochiamo? — O Signore, avete imparato a vostre
spese a portarvi così; quante volte siete stato burlato!»
[206] È in venticinque atti, e fu recitata in cinque giorni nel 1611.
[207] Benedetto Aresi milanese, nato nel 1673, lasciò manoscritti sette
volumi di «voci e frasi italiane più usitate, e che non si trovano
ne’ vocabolarj». Buoni appunti alla Crusca fece Giulio Ottonelli, che
nel 1609 scriveva ad Alessandro Tassoni ancor principiante, di evitare
le parole vecchie e disusate, adducendo in prova il Pinelli che volle
abbellire con esse la sua traduzione dei salmi di san Bonaventura, e
«pensando acquistarsene lode, ne ha avuto biasimo da tutti, e da’ suoi
proprj accademici della Crusca». _Lettere d’uomini illustri_, Venezia
1749, pag. 478. In questa raccolta ve n’ha molte di bellissime del
Pignoria.
[208]
Egli era galantuomo e cortigiano
A un tempo stesso, ch’egli è come dire
Fare un tempo da basso e da soprano.
FAGIUOLI.
[209] L’_Eneide travestita_ del Lalli è del 1633; è del 1648 _Le
Virgile travesti_ di Scarron, e il _Virgilio deguisato en langue
gasconne_ del signor Des Valles de Mountech.
[210]
_Entremêler souvent un petit_ e così,
_Et d’un_ son servitor _contrefaire l’honnesté._
Enrico Stefano scrisse _Dialoghi sul nuovo parlar francese
italianizzato_ (1578), ove introduce un Filausonio che lo parla: _Il
n’y a pas longtemps qu’ayant_ quelque martel en teste _et à cause de
ce estant sorti après le past pour spaceger, je trouvai par la strade
un mien ami. Or voyant qu’il se monstroit estre tout sbigottit de mon
langage, je me mis à ragioner avec luy_, ecc. Alcuni degli italianismi
da lui disapprovati rimasero nel francese, come _accommoder, concert,
caprice, contraste, manquer, réussir, se ressentir_, ecc. Di quel del
D’Ossat già parlammo.
[211] Milton ebbe pure, e fors’anche tolse dai nostri molte
sconvenienti metafore. Il tuono e i fulmini gli sono _artiglieria del
cielo_ (canto II); l’ora matuttina, il _ventaglio dell’Aurora_ (ivi);
gli sporti degli alveari, _i sobborghi della cittadella di paglia delle
api_ (c. I); dove inoltre troviamo e alberi maestosi che sbocciano
quasi danzando dal sen della terra, e ampie ferite aperte nel seno
della montagna per trarne le costole d’oro, ecc.
[212] Nell’_Istruzione_ a monsignor Pignatelli nunzio apostolico
presso Leopoldo I, che forma parte dei _Secreti di Stato dei principi
d’Europa_ (Colonia 1676), si legge: — La buona memoria del defunto
imperatore (Ferdinando III), curioso dell’idioma italiano, aveva in
modo introdotta nella Corte cesarea la nostra lingua, che quasi non si
parlava di continuo con altra, onde i cavalieri a gara procuravano di
viaggiare in Roma per rendersi possessori di questa. Vostra signoria
procurerà quanto sarà possibile non solo di conservare tale uso,
ma ancora di dilatarlo, obbligando con termini gentili sua maestà
a frequentare le prediche italiane, procurando a questo fine che si
predichi in alcune chiese, e che vi sia nella Corte un predicatore de’
più valorosi, che possa predicare in certi giorni più comodi a Cesare;
ed è certo che da ciò se ne cava grande profitto, investendosi i
Tedeschi pian piano d’una inclinazione verso la nostra nazione».
[213] _Dialogo sulla bellezza_.
[214] La _Ricreazione del savio_; l’_Uom di lettere_; i _Simboli
trasportati al morale_; la _Povertà contenta_; l’_Eternità
consigliera_, ecc. Nella _Coagulazione_, VIII. 721, dice che questa
«diversamente lavora e distilla e rettifica e dissolve e coagula e
fermenta e precipita e mischia e incorpora e sublima e fissa».
[215] Dopo la prima fece una nuova edizione, forbendone la lingua
acciocchè fosse citato dalla Crusca, «onore ch’egli stimava più del
cardinalato».
[216] _De monarchia Solipsorum. De potestate pontificia in Societatem
Jesu_. 1646.
[217] Paolo Segneri juniore attese alle missioni, e le diocesi sel
disputavano; fra le turbe sbigottite a Roma dai tremuoti del 1703 si
buttò insegnando a temere e sperare.
[218] Il Boccalini morì a Venezia _da dolori colici e da febbre_,
dice il necrologio. Le sue osservazioni sul II libro di Tacito furono
offerte al consiglio dei Dieci da’ suoi figli Ridolfo e Aurelio, i
quali, noverando i meriti paterni e i proprj, chiedeano soccorsi.
E il consiglio _andò parte_ che fosse loro concessa facoltà di
poter permutare la condanna d’un confinato in prigione a tempo, in
relegazione nell’Istria o altrove. Vedi Cicogna, _Iscrizioni venete_ in
San Giorgio Maggiore, pag. 365.
[219] Lettera a Camillo Baldi.
[220]
Non è figlia del Sol la musa mia,
Nè ha cetra d’oro o d’ebano contesta;
È rozza villanella e si trastulla,
Cantando a aria conforme le frulla..,
Ma canta per cantare allegramente,
E acciò che si rallegri ancor chi l’ode;
Nè sa, nè bada a regolar niente,
Sprezzatrice di biasimo e di lode.
[221] Loda lo spagnuolo Lope de Vega perchè
Ciò che scrisse e cantò tutto fu d’oro;
... Ma le castalie scuole
Da lui prendano esempio, e imparin come
Più bel s’eterni in carmi onesti un nome.
Non ha dunque Elicona
Per dilettar altro che amplessi e baci?
Che Salmace nel fonte, Adon nel bosco?
Bell’Italia, perdona
A’ detti miei se ti parran mordaci:
Fatto vil per lascivia è il cantar tosco;
Già dilatato il tosco
Serpe per ogni penna; e mostrar nude
Prostitute le muse, oggi è virtude.
_Sacco di Mantova_, nelle nozze di Margherita Farnese e Francesco II
d’Este.
[222] GREGORIO, _Memorie_, vol. IX. ep. 50.
[223] Baronio al 549; CENNI, _Codex Carolinus_, i. 148; ANTIQUITATES
ITALICÆ MEDII ÆVI, III. 855.
[224] I Francesi nel 1797 tolsero a questa biblioteca cinquecento
manoscritti, de’ quali poi, ne’ trattati del 1815, furono restituiti
a Eidelberga trentotto greci e latini, provenienti da questa compra
d’Urbano VIII, fra cui l’unico esemplare di Anacreonte e dell’Antologia
di Costantino Cefala, oltre gli ottocenquarantasette tedeschi.
[225] Il mausoleo di Cristina, opera di Carlo Fontana, a marmi
di diverso colore e bronzi, rappresenta il suo ritratto, sopra un
cartello, portato da un teschio coll’ale di cherubino.
[226] In un secolo così poco repubblicano, il sentimento della
sovranità del popolo si rifuggì in quelle leggi, dov’è scritto: _Penes
commune summa potestas esto_.
[227] All’assedio di Vienna si riferisce il poema rimasto popolare
del _Meo Patacca_, scritto in romanzesco dal Berneri nel 1683. Meo,
spavaldo romano, si propone di raccorre un pugno d’altri prodi per
affrontare il Turco; invano vorrebbe rattenerlo la bella Nuccia;
l’ardor bellicoso di lui prorompe in ciance e bravate, e intanto
giunge l’avviso che Vienna fu liberata da Sobieski: Meo ha il merito
dell’eroismo senza i pericoli, gode le stupende feste con cui Roma
celebra quell’evento, e torna alle braverie ed agli amori.
[228] Ne’ _Pensieri eroici spiegati dalla penna d’A. Guidi_ incomincia:
— Consagro alle Altezze vostre (i Farnesi) le infelicità de’ miei
inchiostri, perchè so che all’ombra delle loro porpore sapranno
cangiarsi in macchie di luce, et indorar ai lampi di sì generosa
Potenza le gramaglie della propria fortuna. Non potevo scegliere
al sostegno della mia penna Heroi più luminosi nelle sfere della
Grandezza, nè cercar trofei più cospicui negli Erarj del Merito per
illustrare le debolezze del mio Destino. Le glorie delle Altezze vostre
risaltano per quei prodigi d’oro de’ scettri che coronano di splendori
la Fama, et innestano alle spoglie dell’Eternità i fregi più dovitiosi
della Maestà e del Valore. Sfavillino nelle ceneri di tanti Secoli
le pompe del loro sangue, decrepite fra i Manti degli Imperj e fra
gli Ostri dei Trionfi, che le generose prove del lor Animo sdegnando
mendicar lumi dall’ombre degl’Antenati e di suscitarsi dagl’antichi
Sepolcri le Fenici di Gloria, stabiliscono le machine de’ suoi applausi
nel centro delle più eroiche attioni».
[229] Chi ricorda il sermone di Giuseppe Zanoja, ne troverà il preludio
in questo:
_Nec juvat argentum, cum non licet amplius uti,_
_Extrema in tabula superis donare, Deusque_
_Esto hæres, dicas. Renuunt patrimonia Divi_
_Fœnora quæ sapiunt, quamquam fraterculus ille_
_Piscator cælo adscribat, geniisque beatis_
_Expiet, et fœdæ quæcumque piacula vitæ_
_Crimine si partum moriens levaveris assem_
_Cœlitibus. Miseri! quantum falluntur avari!_
_Marmore quæ pario fabricatis templa, cruorem_
_Et lacrimas redolent, venis quem pauper apertis,_
_Expressitque olim madido provincia vultu._
[230] Belli anagrammi furono i nomi di _Evangelista Torricellius_
convertito in _En virescit Galileus alter_; _Antonius Magliabechius_ in
_Is unus bibliotheca magna_; _civitas Cremona_ in _Ecce nos tui Maria_;
_Isabella Andreini_ in _Alia blanda Sirena_.
[231] _De veris principiis et vera ratione philosophandi contra
pseudo-philosophos._ Parma 1553.
[232] Bruno era riconoscentissimo verso i principi suoi protettori;
vedasi la sua _Oratio consolatoria, habita in illustri academia
Julia, in fine solemnissimarum exequiarum illustrissimi et
potentissimi principis Julii ducis Brunsvicensium_, 1º _julii_
1589, _Helmstadii_. Di se stesso parlando dice: _In mentem ergo, in
mentem, Itale, revocato, te a tua patria, honestis tuis rationibus
atque studiis pro veritate exulem, hic civem; ibi gulæ et voracitati
lupi romani expositum, hic liberum; ibi superstitioso insanissimoque
cultui adstrictum, hic ad reformatiores ritus adhortatum; i lic
tyrannorum violentia mortuum, hic octimi principis amœnitate atque
justitia vivum_. Scrive _ad excellentissimum academiæ Oxononiensis
procancellarium, doctissimos doctores, atque celeberrimos magistros,
Philotheus Jordanus Brunus nolanus, magis laboratæ theologiæ doctor;
purioris et innocuæ sapientiæ professor; in præcipuis Europæ academiis
notus, probatus, et honorifice exceptus philosophus; nullibi præterquam
apud barbaros et ignobiles peregrinus; dormitantium animorum excubitor;
præsumptuosæ et recalcitrantis ignorantiæ domitor; qui in actibus
universis generalem philanthropiam protestatur; qui non magis Italum
quam Britannum, marem quam fœminam, mitratum quam coronatum, togatum
quam armatum, cucullatum hominem quam sine cuculla virum, sed illum,
cujus pacatior, civilior et utilior est conversatio, diligit; qui non
ad perunctum caput, signatum frontem, ablutas manus, et circumcisum
penem, sed (ubi veri hominis faciem licet intueri) ad animum ingeniique
culturam maxime respicit; quem stultitiæ propagatores et hypocritunculi
detestantur, quem probi et studiosi diligunt, et cui nobiliora plaudunt
ingenia_.
[233]
_Heic ego te appello, veneranda prædite mente,_
_Ingenium cujus obscuri infamia sæcli_
_Non tetigit, et vox non est suppressa strepenti_
_Murmure stultorum, generose Copernice, cujus_
_Pulsarunt nostram teneros monumenta per annos_
_Mentem, cum sensu ac ratione aliena putarem,_
_Quæ manibus nunc attrecto teneoque reperta,_
_Posteaquam in dubium sensim vaga opinio vulgi_
_Lapsa est, et rigido reputata examine digna,_
_Quantumvis Stagyrita meum noctesque diesque_
_Græcorum cohors, italumque, arambumque sophorum_
_Vincirent animum, concorsque familia tanta;_
_Inde ubi judicium, ingenio instigante, aperiri_
_Cœperunt veri fontes, pulcherrimaque illa_
_Emicuit rerum species (nam me Deus altus_
_Vertentis sæcli melioris non mediocrem_
_Destinat, haud veluti media de plebe ministrum),_
_Atque ubi sanxerunt rationum capere veri_
_Conceptam speciem, facilis natura reperta;_
_Tum demum licuit quoque posse favore Mathesis_
_Ingenio partisque tuo rationibus uti,_
_Ut tibi Timei sensum placuisse libenter_
_Accepit, Agesiæ, Nicetæ, Pythagoræque._
[234] Che tutte le cose vivano egli vuol dimostrare in un dialogo che
accorciamo.
_Teofilo_. L’opinione comune non è sempre la più vera. Ma non basta,
perchè una cosa sia vera, che si possa sostenerla; bisogna anche
dimostrarla. E ciò non mi sarà difficile. Non vi furono filosofi che
dissero il mondo esser animato? Perchè dunque non diranno quei saggi
che anche tutte le parti del mondo sono animate?
_Diosono_. Lo dicono di fatto, ma lo dicono di cose principali e di
quelle che sono vere parti del mondo, ciascuna delle quali contiene
l’anima intiera; perocchè l’anima degli animali che noi conosciamo è
tutta intiera in ciascuna parte del loro corpo.
_Teofilo_. Che cosa è dunque ciò che voi credete non essere realmente
parte del mondo?
_Diosono_. Quelle cose che non sono primi corpi, come dicono i
Peripatetici; la terra con le acque e le altre parti che, secondo voi,
costituiscono l’intero animale, la luna, il sole e gli altri corpi:
oltr’a ciò, io chiamo animali principali quelli che non sono parti
primiere dell’universo e che dicesi avere chi un’anima vegetativa, chi
una sensitiva, e alcuni anche una ragionevole.
_Teofilo_. Ma se l’anima, appunto perchè è nel tutto, si trova altresì
nelle parti, perchè non volete ch’ella parimenti esista nelle parti
delle parti?
_Diosono_. Acconsento, ma solo nelle parti delle cose animate.
_Teofilo_. Quali sono le cose non animate o che non fanno parte di cose
animate?
_Diosono_. Forse non ne abbiamo assai sotto gli occhi? Tutte quelle che
non hanno vita.
_Teofilo_. E quali sono le cose che non hanno vita, o almeno un
principio vitale?
_Diosono_. Insomma volete voi che ogni cosa abbia un’anima ed un
principio vitale?
_Teofilo_. Ciò appunto pretendo.
_Polinio_. Dunque un corpo morto ha un’anima? dunque le mie maniche,
le mie pianelle, gli stivali, gli speroni, l’anello, le forme delle mie
scarpe saranno animate? la mia zimarra, il mio tabarro animati?
_Teofilo_. Io dico che la tavola come tavola non è animata, nè l’abito
come l’abito, nè il cuojo come cuojo, nè come bicchiere il bicchiere;
ma che, come cose naturali e composte, hanno in sè la materia e la
forma: per piccola e grama che sia una cosa, essa contiene una parte
della sostanza spirituale, la quale, ove il soggetto si trovi disposto,
si estende in modo da diventare una pianta o un animale, e riceve
le membra d’un corpo qualunque di quelli che comunemente si chiamano
animati: perchè l’anima si trova in tutte le cose, e non v’ha il menomo
corpuscolo che non ne contenga la sua porzione.
_Polinio_. _Ergo quiquid est, animal est_.
_Teofilo_. Non tutte le cose che hanno un’anima, si chiamano animate.
_Diosono_. Dunque tutte le cose hanno per lo meno una vita?
_Teofilo_. Accordo che hanno l’anima in sè, hanno la vita quanto
alla sostanza, e non quanto all’atto ammesso dei Peripatetici e da
tutti coloro che definiscono la vita e l’anima in una maniera troppo
grossolana. L’opinione di Anassagora, che ogni cosa è in ogni cosa,
perchè lo spirito o anima o forma universale trovandosi in tutte le
cose, ogni cosa può da ogni cosa prodursi, non solo è verisimile ma
vera, perchè codesto spirito esiste in tutte le cose, le quali se non
sono animali, sono però animate; se non sono secondo l’atto sensibile
di animalità e di vita, sono però secondo un principio ed un atto primo
qualunque d’animalità e di vita.
[235] _Est animal sanctum, sacrum et venerabile mundus_. De immenso,
lib. V.
[236] Il famoso Scioppio il supplizio del Bruno raccontò in lettere ad
un altro Luterano. Comincia: — Ti do la mia parola che niun Luterano o
Calvinista è qui punito di morte, nè tampoco sta in pericolo, seppur
non sia recidivo o scandaloso. È mente di sua santità, che ogni
Luterano viaggi liberamente, e vi ottenga benevolenza e cortesia. Nel
mese passato fu qui un Sassone, ch’era vissuto un anno con Beza, e fu
umanissimamente accolto dal cardinale Baronio confessore del papa, e
assicurato, purchè non desse scandalo». Segue narrando il processo e
la condanna del Bruno, credendolo meritevole come ateo, e apostolo di
dottrine assurde. Eppure si dubita se veramente sia stato arso. Vedasi
DOMENICO BERTI.
Il Botta si sbriga di quest’insigne Italiano colla frase seguente: —
Non fermerommi a parlare del Bruno, perchè avendo insegnato che i soli
Ebrei erano i discendenti di Adamo (?), che Mosè era un impostore ed un
mago, che le sacre Scritture sentivano del favoloso, ed altre bestemmie
ancora peggiori di queste, fu arso a Roma al modo di Roma nel 1600:
rimedio abominevole contro opinioni pazze». Lib. XV.
Queste parole egli copia letteralmente dal Giannone, l. XXXIV. c. 8,
che copia il Capasso e il Parrino, e dice: «Discreditarono l’onorata
impresa (di innovar la filosofia) due frati domenicani, li quali non
tenendo nè legge nè misura, e oltrepassando le giuste mete, siccome
maggiormente accreditarono gli errori delle scuole, così posero in
discredito coloro che volevano allontanarsene ecc.».
[237] _De libris propriis_.
[238] «Esser noi e poter sapere e volere è il certissimo principio
primo». _Universalis philosophia_, I. l. 4. Secondo lui, l’intelletto
consiste nel sentire, cioè accorgersi delle modificazioni del
nostro essere; e memoria, riflessione, immaginativa sono varie
determinazioni della sensività; il pensiero è il complesso delle
cognizioni poste nella sensazione, la quale dà a conoscere soltanto
gli oggetti individui, non la loro realtà nè le generali relazioni.
Tutto il creato, a dir suo, consta di essere e non essere; il primo
è costituito da potenza, sapienza e amore, che hanno per iscopo
l’essenza, la verità, il bene: mentre il nulla è impotenza, odio,
ignoranza. Nell’Ente supremo le tre qualità primordiali stanno unite
in incomprensibile semplicità, senza mistura del nulla; une, benchè
distinte. L’Ente supremo, nel trar le cose dal nulla, trasporta le
inesaurabili sue idee nella materia sotto la condizione del tempo e
sulla base dello spazio, e agli enti finiti comunica le tre qualità,
che divengono principj dell’universo, sotto la triplice legge della
necessità, della provvidenza, dell’armonia.
Sopra siffatta metafisica impianta una filosofia fisica, una
psicologica, una sociale. Nella filosofia fisica considera l’universo
come un complesso di fenomeni materiali, svolgentisi nel tempo e
nello spazio. La materia posta in questi è un corpo, non costruito
ma proprio alla costruzione; e opera per via di due agenti, calore e
freddo. Quello formò il cielo dilatando, questo la terra condensando la
materia; e dalla loro combinazione nascono tutti i fenomeni. La luce
è tutt’uno col calore, solo denominati altrimenti secondo operano sul
tatto o sulla vista.
Nella fisiologia considerando gli enti come vivi e sensibili, distingue
nell’uomo una triplice vita, corrispondente a triplice sostanza:
l’intelligenza; lo spirito, suo veicolo; il corpo, veicolo ed organo
dello spirito e dell’intelletto. Gli esseri tendendo a conservarsi,
sono provveduti d’istinti e della facoltà di sentire in differente
grado. Che se l’uomo possiede un’intelligenza immortale, quanto meglio
il mondo che è più di tutti perfetto? Mani sue sono le forze espansive;
occhi le stelle; linguaggio, i raggi di queste; col cui ricambio forse
comunicano esse tra sè, dotate come sono di vita sensibilissima. Gli
spiriti beati che le abitano, vedono quant’è nella natura e nelle idee
divine.
[239]
Il mondo è libro dove il senno eterno
Scrisse i proprj concetti...
Ma noi strette alme ai libri e tempi morti
Copïati dal vivo con più errori,
Li anteponghiamo a magistero tale.
O pene, del fallir fatene accorti,
Liti, ignoranze, fatiche e dolori:
Deh torniamo, perdio, all’originale.
_Poesie filosofiche_, pag. 11.
[240] _Inveniemus in plantis sexus masculinum et fœmineum, ut in
animalibus, et fœminam non fructificari sine masculi congressu. Hoc
patet in siliquis et in palmis, quarum mas fœminaque inclinantur mutuo
alter in alterum, et se se osculantur, et fœmina non impregnatur nec
fructificat sine mare, immo conspicitur dolens, squalida mortuaque, et
pulvere illius et odore reviviscit_.
[241] E neppure il concetto delle epoche organiche e critiche; poichè,
ribattendo le obiezioni, dice che la Città del sole «durerà fino ad
uno dei periodi generali delle cose umane che danno origine ad un
nuovo secolo». _Questioni sull’ottima repubblica_. In lui sono pure
quelle teorie sulla natura de’ popoli settentrionali e meridionali e
sulla loro missione, che credonsi trovati moderni. «Dio, per fecondare
li meridionali di gente e d’armi, e li settentrionali di scienza e
religione, usa di mandar quelli a questi, insertandoli come arbori
per farli più generosi». _Aforismo_ 72. D’altra parte potrebbe dirsi
che egli adombra i circoli di Vico entro cui l’umanità si rigira,
e la provvidenza di Bossuet che anche gli errori trae a vantaggio:
_Religiones cunctæ atque sectæ habent proprium circulum, veluti et
respublicæ... Illi cupiditate auri et divitiarum novas quiritant
regiones; Deus autem altiorem finem intendit_.
[242] _Sulla monarchia spagnuola_. Fu ristampata a Berlino il 1840.
[243] _Discorsi politici_, passim. _Faciat_ (Hispania) _ut dominia et
prædia nobilis regni Neapolitani, Mediolani... ab exteris emantur...
quo fiat ut barones indigenæ humilientur.. Cavendum est ut loca
munita unquam baronibus concedantur_ (De monarchia hispanica, c. XIV).
_Elaborandum est regi ut principum italicorum dissidia alat_ (c. XXI).
_Curandum præterea ut omnes baronum filii magistros hispanos habeant,
qui hispanizare illos doceant in habitu, moribus et modis hispanicis_
(c. XIV).
[244] _Discorso_ II _del papato_.
[245] _Città del sole_. Nel _Discorso sopra l’aumento delle entrate_
confessa che «il più gran male di questo regno è la carestia», cap. 3.
[246] _Vectigal exigatur pro necessariis rebus parvum, pro superfluis
largius... non alia bona quam certa et stabilia graventur_.
[247] Vedansi esposte da un suo ammiratore nella prefazione alle opere
del Campanella. Torino, Pomba, 1854.
[248] «È pericoloso in ogni verso il negozio dei grani in nome d’altri
che del re, che è padre e pastore della repubblica, e a lui tocca
pascere i figli e distribuir il pane». _Sopra l’aumento delle entrate_.
«Se il re in Calabria pigliasse tutta la seta come la si vende a venti
carlini la libbra, trasportandola a Napoli dove si vende trenta o
più, raddoppia il tributo. Ed in tutte cose si può far questo, e non
lasciare li mercanti facciano quel guadagno con danno dei popoli e
del re... Il re sarìa tiranno manifesta se lasciasse senza necessità
urgentissima al cristianesimo trasportar li grani di questo regno in
altro regno».
[249] I Solari son molto sani, e Campanella indica i rimedj con
cui s’ajutano. «Sanano le quartane incutendo improvvise paure, o
trattandole con erbe _d’indole opposta alla quartana_, o con altre
_simili cose_. Uno studio maggiore pongono a guarire le febbri continue
e sforzansi d’arrestarle studiando le stelle e le erbe, e _levando
preghiere al cielo_. Il morbo sacro combattono con preghiere, indi
rinvigorendo il sistema nervoso del capo mediante sostanze acide od
eccitanti».
[250] «Fu ad istanza del Sancez fiscale (che andò a Roma _personaliter_
per tal licenza) tormentato quarant’ore di funicelli _usque ad ossa_,
legato nella corda colle braccia torte, pendendo sopra un legno
tagliente e acuto, che si dice la viglia; li tagliò di sotto una libbra
di carne, e molta poi n’uscio pesta e infracidata; e fu curato per sei
mesi con tagliarli tanta carne, e n’uscir più di quindici libbre di
sangue delle vene e arterie rotte... nè confessò eresia nè ribellione,
e restò per pazzo, non finto, come dicono». _Narrazione attribuita al
Campanella_.
Nei _Secreti_ del senato veneziano è notato come nel 1593 frà Giordano
Bruno sia stato rimesso da Venezia al Sant’Uffizio di Roma, e nel 1594
frà Tommaso Campanella, Giambattista Clario da Udine e Ottavio Longo da
Barletta, carcerati in Padova.
[251]
Io nacqui a debellar tre mali estremi,
Tirannide, sofismi, ipocrisia;
Eletto sasso
A franger l’ignoranza e la malizia;
Stavano tutti al bujo, io accesi un lume.
_Poesie filosofiche_, pag. 26, 141, 116. Tra le sue lettere vi
sono confessioni esplicite d’ortodossia, e dice che il dogma della
predestinazione «fa li principi cattivi, li popoli sediziosi e li
teologi traditori».
[252] _Discorsi della libertà e della felice soggezione allo Stato
ecclesiastico_. Sempre nella signoria papale vedeva la libertà; e nella
XXXII delle poesie canta:
Vedi i tiranni e le leggi perire
E Pietro e Paolo in Roma comandare.
[253] Secondo il Patrizj, dalle prime monadi nascono le altre, dalle
monadi le essenze, da queste le vite, dalle vite gl’intelletti,
dagl’intelletti gli spiriti, da questi la natura, da cui le proprietà,
dalle proprietà le specie, dalle specie i corpi, i principj delle
cognizioni vengono da’ sensi, ma prima dalla luce; dalla luce celeste,
immagine di Dio, noi saliamo alla luce primogenia che è Dio stesso:
la luce tutto fa, tutto vivifica e forma. Le quattro parti di sua
filosofia intitolò Panarchie, Pancosmie, Panaugie, Panpsichie. Studiò
la teoria della luce, nel senso materiale e nel figurato, e sopra
quella fondò la sua filosofia: come per la materiale vedono gli occhi
del corpo, così per l’intelligibile sono illuminati quelli dell’anima:
questo mezzo universale del conoscere viene da Dio, sorgente d’ogni
luce.
Francesco Giorgio minorita veneziano, dedito alla Cabala mescolata
ai libri sacri e ai peripatetici ragionamenti, compose l’_Armonia
del mondo e i tremila problemi_. Da Dio trino, che è ternario
semplicissimo, derivano con ternario quadrato tre novenarj, onde nove
sono i cori delle intelligenze, nove i cicli, nove i generi delle cose
generabili e corruttibili; e nel ternario cubo si compiono tutti i
novenaij. Gli angeli sono distribuiti secondo il novenario semplice,
corrispondente al ternario, onde i più vicini a Dio somigliano al
ternario semplicissimo; gli altri si racchiudono nel duplo, poi nel
triplo: e per quest’ordine tripartito noi possiamo ascendere a Dio, e
Dio discende a noi.
BRUCKER, _De restauratione philosophiæ pythagoricæ, platon. cabbal_. §
V.
[254] L’argomentazione cartesiana dell’_io penso, dunque esisto_
trovasi in Bernardino Ochino, _Catechismo_; Basilea 1561: _Ministro_.
Ti prego, illuminato mio, che tu mi dica s’egli ti par essere o no.
_Illuminato_. Mi par essere: ma per questo non so certo che io sia;
imperocchè in parermi essere, forse m’inganno.
_Min_. È impossibile che, a chi non è, gli paja d’essere; però, poi
ch’ei ti par essere, bisogna dire che tu sia.
_Illum_. Così è vero.
La soggettività della sensazione era stata predicata da Galileo nel
_Saggiatore_, dicendo: — Che ne’ corpi esterni, per eccitare in noi i
sapori, gli odori e i suoni, si richiegga altro che grandezze, figure,
moltitudini e movimenti tardi e veloci, io non lo credo; e stimo che,
tolti via gli orecchi, le lingue e i nasi, restino bene le figure, i
numeri e i moti, ma non già gli odori nè i sapori nè i suoni, li quali
fuor dell’animale vivente, non credo che sien altro che nomi, come
appunto altro che nome non è il solletico e la titillazione, rimosse le
ascelle e la pelle intorno al naso».
[255] Vedi la _Scrittura di Marco Foscarini circa le franchigie
concesse agli ambasciadori esterni residenti presso la repubblica di
Venezia_, 1725.
[256] _Della perfezione della vita civile_, lib. III. p. 134.
[257] Non lo nomina; ma ciò professa negli _Uffizj del Cardinale_, lib.
I, p. 64.
[258] «Ricercandosi due cose per la propagazione dei popoli, la
generazione e l’educazione, sebbene la moltitudine de’ matrimonj ajuta
forte l’una, impedisce però pel sicuro l’altra».
[259] La sua _Ragion di Stato_ fu tradotta in tutte le lingue. L’opera
sulla _Grandezza della città_ fu volta in inglese il 1635. Delle sue
_Relazioni universali_ è un estratto la _Politia regia_ di Reifenberg:
e la _Politica tratta dalla sacra Scrittura_ di Bossuet fu forse
ispirata dalla sua _Regia sapientia_.
[260] _Relazione della repubblica veneziana_, 1605.
[261] Soltanto pel Milanese citiamo le voluminose opere del Somaglia,
dell’Opizzoni, del Piazzoli, del Tridi.
[262] _Zecca in consulta di Stato; Trattato mercantile della moneta._
[263] Pubblicati al fine del vol. I della _Storia dei municipj
italiani_ del Giudici.
[264] _De re militari et bello tractatus, divisus in partes II, in quo,
præter ea quæ de re militari tractantur, obiter multa quæ ad civilem
administrationem pertinent attinguntur, omnibus judicibus apprime
necessarius._ Fu ristampato nel tom. XVI della gran collezione dei
_Tractatus juris universi_.
[265] MAFFEI, _Verona illustrata_, part. II. 312.
[266] VEDI LANZA, _Considerazioni sulla storia di Sicilia_, p. 142.
[267] _Memorie della Sicilia_; _Historiæ Saracenosiculæ varia
monumenta_; _Bibliotheca historiæ Siciliæ._
[268] Il Pignoria, 18 luglio 1614, dice: — A scrivere istoria ci
vuol altro che vivacità di cervello; e il padre Bzovio averà ben che
che fare a continuare Baronio, nel quale _longe erit a primo quisque
secundus erit_».
[269] Abbiamo pure _Guerra della Germania inferiore_ di GERONIMO
CONESTAGGIO genovese, 1634; _Impresa di Fiandra di Alessandro Farnese_
di CESARE CAMPANA, 1595; ecc.
[270] La reputazione del Gemelli Carreri fu rivendicata in un’appendice
al tom. XIII della traduzione dei _Viaggi_ intorno al mondo del
Berenger, Venezia 1795; poi più estesamente da Ignazio Ciampi nel
_Filodrammatico_, giornale di Roma del 1858.
[271] Quest’asserzione proviene dall’elogio di Fontenelle, ed è
ripetuta generalmente, pure fin la _Biographie universelle_ conviene
dei meriti anteriori del Riccioli. Le carte di Delisle comparvero
nel 1699: nel 1661 l’opera del Riccioli. Questo pone tra Gibilterra e
Gerusalemme la differenza di 47° 37′, che sotto quel parallelo valgono
714 leghe marine, ossiano 983 leghe da 20 al grado. Invece non è che di
40° 25′ 40″, equivalenti a 606 leghe marine, o 848 comuni. Si levino 11
leghe che sono da Gerusalemme a Giaffa, presa per l’estremità orientale
del Mediterraneo, e si avranno 882 leghe secondo il Riccioli, e 837 al
vero.
[272] In una del 1580 da Lisbona loda infinitamente le qualità della
pietra bazar, cioè del belzoar, che si sa essere una concrezione
intestinale; e come operi prodigi per far uscire le petecchie,
provocando sudore e secrezioni, e guarisca della peste per
testimonianza di Galeno, degli Arabi e di Alberto, sebbene egli non
possa capacitarsi come ciò avvenga, atteso che la peste è corruzione,
e la corruzione è mancamento del calore innato nell’umidità; mentre
quelle pietre sono fredde e secche di complessione, sicchè non possono
ristaurar il calore. D’esso bazar usano in polvere pigliandone tre o
quattro grani, con acqua di rose, o la mettono nelle posteme velenose;
legate in oro le portano al collo come virtuose più della brettonica
per cacciar la melanconia, guardar da veleni, ecc. E dall’India e dal
Portogallo spedisce ogni tratto pietre e legni di specifica meraviglia,
per tornar il latte alle donne, per chetare l’epilessia, ecc.
[273] «La lingua in sè è dilettevole e di bel suono, per i molti
elementi ch’egli hanno fino a cinquantatre, dei quali tutti rendon
ragione, facendoli nascere tutti dai diversi movimenti della bocca e
della lingua... In quella sono molti de’ nostri nomi, e particolarmente
de’ numeri il 6, 7, 8 e 9, Dio, serpe, et altri assai...».
[274] _Memorie del padre Basilio da Glemona dell’abate_ PIETRO DELLA
STUA. Udine 1775.
[275] Ecco però una prova del quanto fosse bambina la filologia. Sulla
chiesa di San Giorgio in Palazzo a Milano stava un’iscrizione, e non
sapendosi leggere dai nostri, fu da Gianpietro Puricelli mandata a Luca
Olstenio a Roma per mezzo di Leone Allacci, dubitando fosse armena
o russa o schiavona o gotica, «lingue che han caratteri simili al
greco». Egli s’accorse ch’era latina con lettere greche affatto rozze
(_Lettera_ 2 agosto 1647, nel _Catalogo_ del Crevenna). Un altro dotto
milanese, il Castiglioni, asseriva che a San Vincenzo in Prato v’era
stato un tempio di Giove, perchè vi fu trovata una lapide che diceva
DIO VI ET PROBO V. L’Olstenio senza più asserì che doveva essere un
frammento, da compirsi così: _arca_DIO . VI . ET . PROBO . V... _coss_.
cioè essendo consoli Arcadio per la sesta volta, Probo per la quinta.
[276] _Characteres ægyptii_. Venezia 1605; _Mensa isiaca_, 1669.
Il più insigne documento egiziano che si avesse prima delle recenti
scoperte era la _Tavola isiaca_ di bronzo, lunga cinque, larga tre
piedi, coperta di smalto nero, su cui sono disegnate figure a contorni
d’argento. Dopo il sacco di Roma un fabbro la vendè al cardinale Bembo,
dal cui museo passò a quel di Mantova. Nel sacco del 1630 fu rubata, nè
più se ne seppe, finchè più d’un secolo dopo fu trovata nel museo di
Torino; ove (dopo essere stata nel museo Napoleone a Parigi) ancor si
conserva, e fu studio dei principali antiquarj, sebbene ora si giudichi
non lavoro originale, ma dei tempi d’Adriano imperatore. Vedi pag. 210.
[277] _De nostri temporis studiorum ratione_, 1708.
[278] _De antiquissima Italorum sapientia, ex originibus linguæ latinæ
eruenda_, 1710.
[279] _De universi juris principio et fine uno_, 1714; _De constantia
philologiæ_, 1721.
[280] Perchè dei moderni editori nessuno pensò a dargli punteggiatura
e divisione alla moderna? Facendo quel che si praticò col Guicciardini,
ne sarebbe grandemente agevolata l’intelligenza. Si dovrebbe anche far
sparire la nojosa e inutile vicenda di carattere tondo e corsivo, che
corre da capo a fondo dell’opera.
[281] Anche il De Rossi, nel _Dizionario storico degli autori arabi_,
fa di Averroe il primo traduttore d’Aristotele: ma ora è certo che,
tre secoli innanzi, era stato vôlto in arabo, non dal greco ma dal
siriaco; e che Averroe nè altro arabo di Spagna conosceva il greco.
In quella vece s’aveva una traduzione in latino; e l’averroismo, tanto
coltivato nella scuola di Padova e anche dal Pomponazzi che pur mostra
continuamente confutarlo, non deriva che obliquamente da Aristotele,
mescolandovi le dottrine neoplatoniche e le interpretazioni de’
Nestoriani.
[282] _L’uccelleria, ovvero discorso della natura e proprietà de’
diversi uccelli, e in particolare di quelli che cantano_. Roma 1622,
con figure del Tempesta e del Villamene.
[283] Da scrittori e dall’esperienza, massime di cacciatori e pastori,
induce che le bestie, variando l’emissione de’ suoni, fanno quel che
facciamo noi co’ suoni letterali, e ne formano di elementari di tempo
determinato. A manifestare certe emozioni valgonsi del gesto, dello
sguardo, del suono, del grido, della favella. Così un cane volendo
scacciarne un altro da un posto ove egli vuol collocarsi, comincia
a guardarlo iroso, poi fare movimenti significativi, poi ringhiare,
finalmente abbajare. I vermi e simili animali inferiori possedono
solo i due primi modi: alcuni pesci mandano un suono per le natatoje o
per le branchie. Agl’insetti Fabrizio nega la voce, benchè esprimano
i sentimenti per via di suoni; bovi, cervi ed altri quadrupedi hanno
piuttosto una voce che un linguaggio; ma linguaggio vero han gatti,
cani, uccelli, inferiori però all’uomo che articola più chiaro e
distinto. Le bestie capiscono quel che loro diciamo: onde a ragion
più forte noi dobbiamo capir loro. Delle quattro passioni di gioja,
desiderio, dolore, paura, esamina Fabrizio l’espressione sopra il cane
e la gallina, confessando non avere imparato gran che: ma la parola
nostra è più complessa, perchè di più rapidi e numerosi elementi; oltre
che avendo noi labbra e lingua più flessibili, ne nascono la varietà
e complicazione che costituiscono la favella. Nessun animale potrà
gareggiare coll’uomo, atteso che il principale loro strumento è la
gola, che a noi serve soltanto per le vocali.
[284] È il primo destinato agli studenti di medicina. La repubblica lo
fondò con decreto 31 luglio 1545, ad istanza di Francesco Buonafede
padovano, e sopra disegno di Andrea Moroni da Bergamo; n’ebbe la
direzione Luigi Anguillara, cui succedette Melchior Guilandino di
Königsberg, pel quale nel 1564 istituì la cattedra di botanica.
[285] Anche privati ne formarono, quali il Priuli, il Molin, il Michel,
Gianfrancesco Morosini lodato da Linneo, ed altri a Venezia, Giulio
Moderato a Rimini, Vincenzo Montecatino a Lucca, Sinibaldo Fieschi
a Genova, Vincenzo Pinelli a Napoli, Gaspare Gabrielli a Padova,
Scipione Simonetta a Milano. Vedi a pag. 304, e VIVIANI, _Delle
benemerenze de’ Veneti nella botanica_. Il Pignoria a’ 26 dicembre
1614 da Padova scriveva a Paolo Gualdo in Roma: — Non occorre che mi
faccia gola dei fiori che si vedono costì, perchè jer sera alla cena
lucullea del signor Sandelli «io mangiai degli sparagi belli, verdi e
freschi; s’immagini mo il resto». Al quale Gualdo il Welser da Augusta
avea scritto, a’ 10 gennajo 1610: — Se Padova e Vicenza si voltano a
domandar semi e piante da queste parti, si può dire che _ipsi fontes
sitiunt_. Le fritillarie di qua sono poche, e tutte venute o d’Italia
o di Fiandra: vero è che quelle di Fiandra pare facciano miglior
riuscita».
[286] «Tale opera dovea condurre ad una felice rivoluzione nella
botanica: ma niuno allora volle seguirlo nel cammino segnato, perchè
si era di troppo lasciati addietro i contemporanei. Gaspare Bauhin
afferma d’aver pensato distribuire il suo _Pinax_ secondo il metodo
di Cesalpino, ma confessa che non lo comprendeva abbastanza. Inoltre
era costume vedere le opere di botanica adorne di figure, e Cesalpino
le avea sbandite dalla sua. Torto suo più reale fu il non esporvi la
concordanza della nomenclatura degli autori che l’avevano preceduto e
dei suoi contemporanei; indica le piante con nomi suoi particolari, o
nomi vulgari in alcuni paesi d’Italia; principalmente nella Toscana,
onde fu malagevole determinare di quali parlasse, e Bauhin sovente
vi s’ingannò. Per la stessa ragione non si può determinare il giusto
numero delle specie, di cui fa menzione: quei che lo portano ad
ottocento, non hanno contato che le principali, e ammontano a mille
cinquecentoventi secondo Haller...
«Nella prefazione, piena d’osservazioni nuove e filosofiche che
annunziano un ingegno superiore al secolo, in una pagina concentra
i principj e pone le basi su cui stabilire i metodi ed i sistemi di
botanica; tutti i vantaggi che se ne possono trarre, nel cui numero
mette la conoscenza della proprietà delle piante, che si può dedurre
conformemente alle loro affinità o alla somiglianza delle loro forme
esterne. Malgrado i lavori posteriori su tale argomento, non si è
potuto aggiunger nulla d’essenziale a tale schizzo; dimodochè se di
tutte le sue opere ci fosse rimasta questa pagina sola, basterebbe ad
assicurarne per sempre la gloria». DU PETIT THOUARS.
[287] Nel capitolo II del libro V della _Phyllognomica_, il Porta
scrive, _contra antiquorum opinionem, plantas omnes semine donatas
esse_, e vi dice: _E fungis semen perbelle collegimus exiguum et
nigrum, in oblongis præsepiolis vel liris latens e pediculo ad
pili circumferentiam protensis, et præcipue ex illis qui in soxis
proveniunt_ (intenderebbe i licheni?), _ubi decidente semine,
feracitate seritur et pullulat etc_. Pag. 367 dell’edizione di
Francoforte 1591.
Il Porta prevenne Lavater e Gall insegnando che il corpo s’impronti
dei moti dell’animo, e dagli umori e temperamenti derivino i
costumi: persino le disposizioni possono modificarsi correggendo le
conformazioni esterne; _De humana physionomia_. Eppure ancora insegna
che _varii sunt plantarum bulbi qui animalium testes mentiuntur,
præsertim luxuriosorum... Natura, hominum generationi satagens, hac
testiculorum imagine ad vires venereas, ad conceptum, ad prolem eas
valere significavit_. Lib. IV. c. 18. E cap. I. _Plantarum partes
scorpionem integrum præsentantes, ad ejus morsus valere_. E lib. III.
c. 51: _Fructus uterum referentes et fructuum involucra, ad secundinas
valere_. E così ogni tratto.
[288] Nel febbrajo 1856 l’ingegnere Quintino Sella all’accademia
delle scienze di Torino produceva un passo d’un discorso, dal dottore
Domenico Guglielmini di Padova recitato nel 1688, dove riconosceva
i cristalli non come giuochi della natura, ma effetto di forze
molecolari, rette da leggi costanti ed invariabili; che i cristalli
della medesima sostanza sono poliedri, i cui angoli diedri rimangono
sempre i medesimi, sicchè non vi manca che la proporzionalità dei
lati per essere poliedri simili; che ogni cristallo è un aggregato di
molecole aventi la forma stessa del cristallo; che dalla forma unica
prima delle molecole derivano quelle che una sostanza può rivestire, e
che perciò sono definite. Se avesse pensato applicare il calcolo allo
studio de’ cristalli, preveniva la gloria di Romé de l’Isle e di Haüy.
Anche Giovanni Pona fece una descrizione delle rarità di Montebaldo.
L’Imperato (_Historia naturale_, 1599) sostiene che i polipi calcari
non erano pietre vegetanti come teneansi generalmente.
[289] _Mundus subterraneus_; 1662.
[290] _De solido intra solidum naturaliter contento_. È anteriore di un
anno all’opera dello Schiller: la _Protogea_ di Leibniz è del 1683.
[291] _De fontium mutinensium admiranda scaturigine_. Secondo
Gianfrancesco Rambelli (_Lettere intorno le invenzioni e scoperte
italiane_ Modena 1844), la prima memoria de’ pozzi forati in Modena
sale al 1479, poichè ne’ _Ricordi di Gaspare Nardi_ si legge che
Giovanni Bentivoglio cominciò a far fare una fontana in Bologna, e
che andò colà «uno maestro de Regio, che forava con un trivello de
capo de uno abedo, e insediva l’uno abedo de co’ de l’altro, e per
questo modo andava giuso quanto voleva, in modo che andò sotto piedi
centosessantadue se rompè dentro quello con che forava». Giovanni
Agazzari nella cronaca inedita di Piacenza, al 1478 scrive: _Nota quod
hoc anno repertus est quidam novus modus fodendi et eaciendi fontes
vivos et salientes super terram per quosdam parmenses, et res mira et
grandis valde, argumento cujusdam physici regini_. Ap. PEZZANA, _Storia
di Parma_, IV. 23.
[292] _Aliquis intus in vescica sine plaga lapidem conterunt ferreis
instrumentis_. Il Benivieni racconta che, non trovando modo d’estrarre
a una donna un calcolo voluminoso, _insolitum sed tamen opportunum
consilium capiens... ferramento priori parte retuso calculum ipsum
percutio, donec sæpius ictus, in frusta comminuitur_. Il primo moderno
che scrivesse sopra l’estrazione della pietra fu Mariano Scotto, ma
tutto gonfiezze e astrologia; e per operare attende le stagioni e i
congiungimenti di stelle.
[293] _De abditis nonnullis ac mirandis morborum et sanationum etc_.
[294] Ch’egli primo adoperasse il mercurio contro la sifilide non può
più credersi dacchè nella _Cronaca perugina_ del Matarazzo si legge:
«E perchè li Franciosi erano venuti novamente in Italia, se credevano
li Italiani che fosse venuta tale malattia da Francia; e li Franciosi
se credevano che fusse una malattia consueta in Italia, perchè ancora
loro ne acquistaro la parte loro; e li italiani ne chiamavano lo mal
francioso, e li Franciosi ne dicevano lo male italiano, del quale
portaro el seme in Francia». Data la più estesa descrizione di questo
morbo, indica la ricetta trovata più efficace, la cui base è già
l’_ariento vivo_ oncie due. Benvenuto Cellini insulta il Berengario
d’avere «con una sua unzione fatto molte migliaja di ducati da signori,
che ha stroppiati e mal condotti».
[295] Ma si vuole che questo passo siasi interpolato quarant’anni dopo
la sua morte. Vedemmo molte istanze della facoltà di Pavia per ottenere
i cadaveri de’ giustiziati nel Milanese.
[296] Sprengel vorrebbe che Berengario negasse il trasudamento del
sangue attraverso al setto; ma sebbene egli lo dica _satis notabilis
substantiæ, quæ est etiam satis densa_, pure ammette i forellini
di Galeno. Esso Sprengel invece vuole che Colombo supponesse tal
passaggio, mentre dice evidentemente che chi ciò asserisce erra, _longa
errant via_. Vedi DE RENZI, _Storia della medicina_, vol. III. p. 307.
[297] _De erroribus veterum medicorum_, 1653; _In artem medicinalem
Galeni_, 1566: — _Oportet_ (scrive egli) _de scriptoribus ita sentire
ut eos homines agnoscamus et non tanquam deos veneremur; nobiscum
antiquam libertatem relinquamus... probationes ex nostris sensibus
nostroque ingenio ducamus. Nemini credamus, sed liberi contra omnes
quod putemus verum proferamus. Eorum opiniones refellamus qui in magno
sunt precio, quorum auctoritas infirmis ingeniis obesse potest_.
[298] _Cefalogia fisionomica_, 1673.
[299] Nella biblioteca di Parma è un esemplare della _Zelotypia
veritatis in veterum fallacias_, opera di Gianpaolo Ferrari del
1690. A quelle parole di pag. 26, _quod evenit etiam in quibusdam
antiquioribus, cædentibus colaphis alumnos qui veritatem neotericam
convincere videbantur_, è manoscritta questa nota: — Il signor dottore
Antonio Zanella, lettore pubblico in Parma, percosse con uno schiaffo
il signor Giambattista Pedana parmigiano studente nel pubblico studio,
perchè con la forza degli argomenti lo costrinse a confessare la
circolatione del sangue, che da esso lettore veniva acremente negata: e
dopo andò a chiedergli perdono a casa ecc. l’anno scorso 1690».
[300] KIRCHER, _Da arte magnetica_, lib. III. part. 7. Basti
il titolo d’un opera di Marcantonio Zamara di Galatina in terra
d’Otranto, professore a Padova: — _Antrum magico-medicum, in quo
arcanorum magico-physicorum, sigillorum, signatarum et imaginum
magicarum, secundum Dei nomina et constellationes astrorum, cum
signatura planetarum constitutarum, ut et curationum magneticarum
et characteristicarum ad omnes corporis humani affectus curandos,
thesaurus locupletissimus, novus reconditus; cui medicamenta etiam
varia chimica ex mineralibus et vegetabilibus conficiendi modus,
tractatus item de rebus quæ humano corpori eximiam et venustam formam
inducunt, de variis etiam metallorum et mineralium præparationibus et
experimentis plurimis tractatio subjungitur: accessit motus perpetui
mechanici, absque ullo quæ vel ponderis adminiculo conficiendi
documentum_. Francfort 1625. _Antri magico-medici pars secunda, in qua
arcana naturæ, sympathiæ et antipathiæ rerum in plantis..... omniumque
corporis humani morborum, imprimis podagre, hydropis, pestis, epidemiæ
et cancri exulcerati cura hermetica, specifica, characteristica et
magnetica continentur: accesserunt portæ intelligentiarum... et canones
hermetici de spiritu, anima et corpore majoris et minoris mundi_. Ivi
1626.
[301] Di lui è rarissima l’opera _De ratione instituendæ et gubernandæ
familiæ_. Suo figlio Manfredo seppe le matematiche e molte lingue,
viaggiò lontano, s’industriò a costruir macchine, principalmente
microscopj e specchi ustorj, e un museo d’ogni sorta rarità naturali e
d’arte, porzione del quale fu posto nella biblioteca Ambrosiana.
[302] Vedi RENZI, _Storia della medicina_, vol. III, pag. 68. Turre di
Padova, col titolo _Junonis et Nerei vires in humanæ salutis obsequium
traductæ_ (Padova 1668) tratta delle acque minerali.
[303] Vedi la _Vita di Camillo Porzio_, scritta da Agostino Gervasio,
1832.
[304] _De relationibus medicorum libri_ IV, _in quibus ea omnia quæ
in forensibus ac publicis causis medici referre solent, plenissime
traduntur_. Palermo 1602.
[305] AFFÒ, _Vita di B. Baldi_. Nell’opera _Delle macchine semoventi_,
pag. 8, parla d’un Bartolomeo Campi da Pesaro, «che ardì di porsi a
levare dal fondo del mare la smisurata mole del galeone di Venezia;
il che sebbene non gli successe, lo scoperse però giudizioso inventore
della macchina, atta per sua natura ad alzare peso maggiore». È dunque
italiana l’invenzione, di cui oggi menano tanto vanto gl’Inglesi.
[306] _De subtilitate_, Basilea 1607, lib. XVIII. pag. 1074: _Serra,
quæ sub quocumque nomine claudi potest_. — Cossali (_Storia critica
dell’Algebra_, 1797) occupa quasi intero un volume a provare il merito
del Cardano, restituendogli le scoperte che Montucla attribuiva ad
altri, e massime a Vieta.
* Vedasi anche _Di alcuni materiali per la storia della facoltà
matematica nell’antica Università di Bologna_ del dottor SILVESTRO
GHERARDI, 1846.
[307] Nacque in Pisa il 18 febbrajo 1594 a ore 21; e alle 23 del
giorno stesso moriva a Roma Michelangelo. Ma non è vero morisse il
giorno che nacque Newton, poichè questo nacque il 25 dicembre 1642, che
corrisponde al 5 gennajo 1643 della riforma gregoriana; mentre Galileo
morì l’8 gennajo 1642.
[308] Bartolomeo Imperiali da Genova, 5 settembre 1624, ringraziava
Galileo dovergli regalato un microscopio: «e di questo è verissimo
quel che accenna, perchè io scorgo cose in alcuni animaluzzi, che fanno
inarcar le ciglia, e danno largo campo di filosofare novamente. Di cosa
sì rara ho ambizione d’essere stato favorito io il primo in Genova, e
me lo tengo carissimo. Sono molti che ne desiderano, e lo lodano fino
alle stelle; e io non ho poco che fare in dar soddisfazione a tanti».
[309] Narra come, per osservar le stelle, usasse certi vetri, per cui
la luna e le stelle non pareano più elevate che alte torri (Sez. I. c.
23), e soggiunge: «Se alcuno guardi con due di questi vetri oculari,
collocandoli un sopra l’altro, vedrà tutti gli oggetti più grandi e più
vicini» (Sez. II. c. 8).
[310] _Del telescopio_, pag. 486.
[311] Nel Collegio Romano esistono manoscritte (_Codice_ B, f. 15)
alcune lettere di Galileo all’illustre matematico e teologo gesuita
Cristoforo Clavio di Bamberga, uno dei riformatori del Calendario.
Questa del 17 settembre 1610 mostra com’erano imperfetti i mezzi delle
sue osservazioni:
«Molto reverendo signore, mio padre colendissimo,
«È tempo che io rompa un lungo silenzio, che la penna più che il
pensiero ha usato con vostra signoria molto reverenda. Rompolo hora
che mi trovo ripatriato in Firenze per favore del serenissimo granduca,
il quale si è compiaciuto richiamarmi per suo matematico et filosofo.
La causa perchè io l’abbia sino a questo giorno usato, mentre cioè mi
sono trattenuto a Padova, non occorre che io particolarmente lo narri
alla sua prudenza; ma solo mi basterà rassicurarla che in me non si
è mai intiepidita quella devotione, che io devo alla sua gran virtù.
Per una sua lettera scritta al signor Antonio Santini ultimamente a
Venezia ho inteso come ella, insieme con uno dei loro Fratelli, havendo
ricercato intorno a giove con un occhiale dei pianeti medicei, non gli
era succeduto il potergli incontrare; di ciò non mi fo gran meraviglia,
potendo essere che lo strumento o non fusse isquisito, siccome bisogna,
o vero che non l’avessero ben fermato, il che è necessarissimo, perchè
tenendolo in mano benchè appoggiato a un muro, o altro luogo stabile,
il solo moto delle arterie, ed anco del respirare fa che non si
possono osservare, et massime da chi non gli ha altre volte veduti, et
fatto, come si dice, un poco di pratica nello strumento. In oltre alle
osservazioni stampate nel mio avviso astronomico, ne feci molte dopo,
sinchè giove si vidde occidentale; ne ho poi molte altre fatte da che è
ritornato orientale mattutino, e tuttavia lo vo osservando; et havendo
ultimamente perfezionato un poco più il mio strumento veggonsi i nuovi
pianeti così lucidi e distinti, come le stelle della seconda grandezza
con l’occhio naturale: sì che volendo io, quindici giorni or sono, far
prova quanto duravo a vedergli mentre si rischiarava l’aurora, erano
già sparite tutte le stelle, eccetto la canicola, et quelli ancora si
vedevano benissimo con l’occhiale; spariti dopo questi ancora, andai
seguitando giove, per vedere parimente quanto durava a vedersi, et
finalmente era il sole alto più di quindici gradi sopra l’orizzonte,
et pur giove si vedeva distintissimo et grande in modo che posso esser
sicuro, che, seguitandolo col cannone, si saria veduto tutto il giorno.
Ho voluto dar conto a vostra signoria molto reverenda di tutti questi
particolari, acciò in lei cessi il dubbio, se pure ve n’ha mai avuto,
circa la verità del fatto, delli quali, se non prima, li succederà
accertarsi alla mia venuta costà, sendo io in speranza di dover venire
in breve a trattenermi costà qualche giorno ecc.».
[312] _Nescio quo fato ductus_, dic’egli. A Peiresc scintillò tosto
l’ingegnosa idea, che le loro occultazioni potessero servire a
determinare la longitudine. Furono confutati quelli che attribuiscono
ad Harriott la scoperta dei satelliti di giove e delle macchie solari.
[313] Galileo, temendo che la scoperta delle fasi di venere gli
fosse rapita da altri, eppure non avendo osservazioni bastanti per
accertarle, la pubblicò con questo anagramma: _Hæc immatura a me jam
frustra leguntur, o. y._ L’enigma riuscì indicifrabile, finchè egli a
richiesta dell’imperatore lo spiegò con quest’altro, avente le lettere
stesse: _Cinthyæ figuras emulatur mater amorum._
Si sa che Newton inventò il calcolo delle flussioni nel 1655, e per
undici anni non ne parlò, finchè udito che Leibniz possedeva un’analisi
simile, gli mandò un anagramma in cui esprimevasi la base della sua.
[314] I limiti dell’autorità e dell’esperienza cercò assegnare Galileo
in una lettera alla duchessa di Toscana: — Stimerei che l’autorità
delle sacre lettere avesse avuto la mira a persuadere principalmente
agli uomini quegli articoli e proposizioni che superando ogni umano
discorso, non potevano per altra scienza nè per altro mezzo farcisi
credibili che per la bocca dello stesso Spirito santo... Ma che quello
istesso Dio, che ci ha dotati di sensi, discorso ed intelletto, abbia
voluto, posponendo l’uso di questi, darci con altro mezzo le notizie
che per quelli possiamo conseguire, sicchè anco in quelle conclusioni
naturali, che o dalle sensate esperienze, o dalle necessarie
dimostrazioni ci vengono esposte innanzi agli occhi e all’intelletto,
dobbiamo negare il senso e la ragione, non mi pare che sia necessario
il crederlo... Mi pare che, nelle dispute de’ problemi naturali non si
dovrebbe cominciare dall’autorità de’ luoghi delle scritture, ma dalle
sensate esperienze, o dalle dimostrazioni necessarie, perchè procedendo
di pari dal Verbo divino e la Scrittura sacra e la natura, quella come
dettatura dello Spirito santo, e questa come osservantissima esecutrice
degli ordini di Dio... pare che quello che gli effetti naturali o
la sensata esperienza ci pone innanzi agli occhi o le necessarie
dimostrazioni ci concludono, non debba in conto alcuno esser rivocato
in dubbio, non che condannato, per luoghi della Scrittura che avessero
nelle parole diverso sembiante, poichè non ogni detto della Scrittura è
legato ad obblighi così severi, come ogni effetto di natura ecc.».
[315] Bacone conobbe le opere di Galileo. Vedi _Organon_, lib. II.
afor. 39; _Sylva sylvarum_, Nº 791. — Per quanto gl’Inglesi idolatrino
per patriotismo Bacone e Harriott, pure la loro lealtà rende segnalata
testimonianza al nostro Galileo, come può vedersi nella vita scrittane
di recente da Drinkwater Bethune, nell’_Introduction of the literature
of Europe etc_. di Hallam, nel _Preliminary dissertation to Encyclop.
britan._ di Plyfair, il quale dice che «di tutti gli scrittori
vissuti al tempo che lo spirito umano sviluppavasi appena dagl’impacci
dell’ignoranza e della barbarie, Galileo più d’ogni altro colse il tono
della vera filosofia, e restò più mondo dalla contaminazione del tempo
rispetto al gusto, ai pensieri, alle opinioni».
[316] Galileo dovette dolersi di non riceverne mai risposta: ma ora si
sa che il granduca Cosmo scrisse a Filippo III, non avrebbe lasciato
andar Galileo, s’egli non gli concedesse di mandare ogn’anno franche
due navi dal porto di Livorno alle Indie spagnuole. NELLI, _Vita di
Galileo_.
[317] Dapprima vi fu chiamato con fiorini cento. Il Fabroni racconta
che un malevolo denunziò Galileo al senato veneto di vivere in
adulterio con Marina Gamba; e il senato rispose che, se ciò è vero,
egli avrà maggiori bisogni per sostentare la propria famiglia; e in
conseguenza ne crebbe il trattamento a trecentoventi fiorini. Egli ebbe
infatti due figli e una figlia fuor di matrimonio. Alfine gli furono
assegnati mille fiorini.
[318] Credeva inoltre che la terra col sole si movesse attorno al polo
del mondo, che è incessantemente variabile. Vedi CLEMENS, _Giordano
Bruno et Nicol von Cusa_; 1847, pag. 97.
[319] È ristampata fra le opere di Galileo a Firenze, tom. V. 1854: —
Da questi fondamenti e dalle dichiarazioni loro si manifesta l’opinione
pitagorica e la copernicana essere tanto probabile, che forse non è
altrettanto la comune di Tolomeo; perchè da quella se ne deduce un
chiarissimo sistema ed una meravigliosa costituzione del mondo, molto
più fondata in ragione ed in esperienza, che non si cava dalla comune,
e si vede chiaramente che si può salvare; di modo tale che non occorre
ormai più dubitare che ripugni all’autorità della sacra Scrittura,
nè alla verificazione delle proposizioni teologiche; ma anzi con ogni
facilità non solo i fenomeni e le apparenze di tutti i corpi, ma scopre
anco molte ragioni naturali, che per altra strada difficilmente si
possono intendere».
[320] _Pensieri diversi_.
[321] _Systema cosmicum_, dial. II. p. 121. Poi a Keplero scriveva nel
1597: _Multas conscripsi et rationes et argumentorum in contrarium
eversiones, quas tamen in lucem hucusque proferre non sum ausus,
fortuna ipsius Copernici præceptoris nostri perterritus, qui licet sibi
apud aliquos immortalem famam paraverit, apud infinitos tamen (tantus
enim est stultorum numerus) ridendus et explodendus prodiit_. KEPLERI
Opera, tom. II. p. 69; Lipsia 1718. Ho letto nel ricchissimo archivio
Rinuccini a Firenze un autografo di Galileo, degli ultimi anni di sua
vita, dove, qual che ne sia la ragione, si ricrede e disdice della
teoria copernicana, e mette in evidenza gli argomenti fisici che le
ripugnano. Per verità erano tali, che un savio non poteva acchetarsi
del tutto in quella sentenza; come sarebbe impossibile il dubitarne
oggi, dopo gli argomenti d’irrecusabile evidenza che i contemporanei di
Galileo ignoravano.
[322] _Viri Galilæi, quid statis aspicientes in cœlum?_ fu il testo
preso da un predicatore a Firenze. Un’altra applicazione felice di
testo trovo in una lettera del Pignoria, 26 settembre 1610: — Le do
nuova come in Germania il Keplero ha osservato anch’esso i quattro
pianeti nuovi, e che vedendoli esclamò, come già Giuliano apostata,
_Galilee, vicisti_».
Guglielmo Libri, che denigra a tutta possa l’operar della Chiesa
in quest’affare, non tace che, quando il domenicano Caccini declamò
contro Galileo, il Maruffi generale di quell’ordine ne scrisse scuse
a Galileo, dolendosi di dover essere partecipe a qualunque bestialità
facessero trenta o quarantamila frati. In Inghilterra, nella patria
de’ grandi pensatori e non cattolica, e molt’anni più tardi, quando
Newton insegnò il metodo delle flussioni, v’ebbe dottori che dal
pulpito metteano in avviso contro codesti «novatori, gente perduta
che cadeano nelle chimere» ed esortavano ad evitare il loro commercio
«pernicioso per lo spirito e per la fede». SAVÉRIEN, _Dictionnaire des
mathématiques_, tom. I.
La lettera di Galileo al padre Ranieri, dove racconta per disteso il
suo processo, e che dal Tiraboschi fu data come autentica, è apocrifa.
[323] — Noi Roberto cardinale Bellarmino, rilevato avendo come il
signor Galileo è stato calunniato, e come imputato gli fu d’aver
fatto un’abjura in nostre mani, e d’essere stato condannato a salutar
penitenza; dietro ricerca fattacene, affermiamo conformemente alla
verità, che il predetto signor Galileo non ha fatto abjura di sorta
alcuna, nè in nostre mani nè in quelle d’altre persone, per quanto
è a nostra conoscenza, nè a Roma nè altrove, d’alcuna delle sue
opinioni e dottrine; ch’ei non è stato assoggettato a veruna salutare
penitenza di qualsivoglia specie; che solamente gli si è partecipata
la dichiarazione del nostro santo Padre, pubblicata dalla Congregazione
dell’Indice, cioè come la dottrina attribuita a Copernico, che la terra
si muova intorno al sole e che il sole occupi il centro del mondo senza
muoversi dall’oriente all’occidente, è contraria alla sacra Scrittura,
e che in conseguenza non è permesso difenderla nè sostenerla. In fede
di che abbiamo scritta e sottoscritta la presente di nostra propria
mano, questo giorno 26 maggio 1616. Roberto, cardinale Bellarmino».
Non è inutile ricordare che nel Bellarmino stesso l’opera _De romano
pontifice_ fu messa all’Indice, poi levatane. La Chiesa non considerò
mai come infallibili i decreti delle Congregazioni.
[324] _Dilecte fili, nobilis vir, salutem et apostolicam benedictionem.
Tributorum vi et legionum robore formidolosam esse Etrusci principatus
potentiam, Italia quidem omnis fatetur: at etenim remotissimæ etiam
nationes felicem vocant nobilitatem tuam ob subditorum gloriam ac
Florentinorum ingenia. Illi enim novos mundos animo complexi, et oceani
arcana patefacientes potuerunt quartam terrarum partem relinquere
nominis sui monumentum. Nuper autem dilectus filius Galilæus æthereas
plagas ingressus ignota sidera illuminavit, et planetarum penetralia
reclusit. Quare, dum beneficum Jovis astrum micabit in cælo quatuor
novis asseclis comitatum, comitem ævi sui laudem Galilæi trahet. Nos
tantum virum, cujus fama in cælo lucet et terras peragrat, jamdiu
paterna charitate complectimur. Novimus enim in eo non modo literarum
gloriam, sed etiam pietatis studium; iisque artibus pollet, quibus
pontificia voluntas facile demeretur. Nunc autem, cum illum in urbem
pontificatus nostri gratulatus reduxerit, peramanter ipsum complexi
sumus, atque jucunde identidem audivimus florentiæ eloquentiæ decora
doctis disputationibus augentem. Nunc autem non patimur eum sine amplo
pontificia charitatis commeatu in patriam redire, quo illum nobilitatis
tuæ beneficentia revocat. Exploratum est quibus præmiis magni duces
remunerentur admiranda ejus ingenii reperta, qui Medicei nominis
gloriam inter sidera collocavit. Quinimo non pauci ob id dictitant, se
minime mirari tam uberem in ista civitate virtutum esse proventum, ubi
eas dominantium magnanimitas tam eximiis beneficiis alit. Tum ut scias
quam charus pontificiæ menti ille sit, honorificum hoc ei dare voluimus
virtutis et pietatis testimonium. Porro autem significamus solatia
nostra fore omnia beneficia, quibus eum ornans nobilitas tua paternam
munificentiam non modo imitabitur, sed etiam augebit._
Di questi fatti si vedano le prove in GIAMBATTISTA VENTURI, _Memorie e
lettere inedite e disperse di Galileo Galilei_, Modena 1818.
[325] Ma in una lettera a frà Micanzio, del 1637, scrive: — Or che dirà
la P. V. R. nel confrontare questi tre periodi lunari coi tre periodi
diurno, menstruo ed annuo nei movimenti del mare, de’ quali, per comune
consenso di tutti, la luna è arbitra e soprantendente?»
[326] L’ordine era stato del 1616; e del 1624 n’abbiamo una lettera
ove il sistema copernicano è appoggiato di ragioni matematiche.
L’ambasciadore Niccolini informa il granduca che l’accusa consiste in
ciò che, «sebbene (Galileo) si dichiara voler trattare ipoteticamente
del moto della terra, nondimeno in riferirne gli argomenti ne parla
e ne discorre poi assertivamente e concludentissimamente, e che ha
contravvenuto all’ordine datogli nel 1616 dal cardinale Bellarmino
d’ordine della congregazione dell’Indice» (27 febbrajo 33). Mentre
appunto Galileo stava in arresto, il padre Castelli gli scriveva d’aver
anch’egli un fratello ingiustamente carcerato e condannato a Brescia,
e lagnavasi che _inter hos judices vivendum, moriendum, et, quod est
durius, tacendum_; 23 luglio 1633; nelle _Opere di Galileo Galilei_,
tom. IV. Firenze 1854.
[327] Lettera del Geri Bocchinieri. L’ambasciadore Niccolini «gli
fece assegnare non le camere o secrete solite darsi ai delinquenti,
ma le proprie del fiscale di quel tribunale; in modo che non solo
egli abita fra i ministri, ma rimane aperto e libero di poter andare
fin nel cortile... In questa causa s’è proceduto con modi insoliti
e piacevoli;... nemmeno si sa che altri, benchè vescovi, prelati o
titolati, non siano, subito giunti in Roma, stati messi in castello o
nel palazzo dell’Inquisizione con ogni rigore e strettezza». 16 aprile
1633.
[328] Il Bernini, nella _Storia delle eresie_, fa star Galileo
prigione cinque anni; Pontécoulant dice che, anche nelle carceri
dell’Inquisizione, sostenne la rotazion della terra; Brewster, che fu
tenuto prigioniero un anno; Montucla riporta altri che dicono essergli
stati cavati gli occhi ecc. Il Libri s’ingegnò di ravvivare queste
accuse, che le _Memorie e lettere_ pubblicate dal Venturi aveano
sventato. Abbastanza torti ha l’Italia verso i suoi grandi, senza
apporgliene di falsi.
Il processo originale di Galileo fu portato a Parigi nel 1809, e non
fu restituito nel 1815; solo Pio IX potè riaverlo, e lo restituì alla
vaticana nel 1850. Monsignor Marini ne diede informazione nell’opuscolo
_Galileo e l’Inquisizione_. Comprende anche il processo del 1615, ma
per mal consiglio non lo diede intero. In questi ultimi anni se ne
parlò moltissimo, e per opera di Domenico Berti può dirsi chiarito il
vero contro i volgari declamatori.
Negli altri processi, dopo fatto al costituito l’intimazione di dire la
verità, se egli negò, segue questa formola: _Tunc DD. sedentes etc.,
visa pertinacia et obstinatione ipsius constituti, visoque et mature
considerato toto tenore processus... decreverunt ipsum constitutum esse
torquendum tormento funis pro veritate habenda... et ideo mandaverunt
ipsum constitutum duci ad locum tormentorum etc_.
Qui invece, dopo la negativa di Galileo, si soggiunge: _Et cum nihil
aliud posset haberi, in executione decreti, habita ejus subscriptione,
remissus fuit ad locum suum_.
Qual era il decreto che si eseguiva? Quello del papa, ch’è inserito nel
processo, ove diceasi: _Sanctissimus decrevit ipsum interrogandum esse
super intentione, et comminata ei tortura, ac si sustinuerit, previa
abjuratione etc_.
[329] Giuseppe Toaldo professore a Padova pubblicò nel 1748 il _Dialogo
intorno al sistema copernicano_, che manoscritto esisteva presso
quell’Università; credette dovervi premettere la protesta dell’autore,
e che il moto della terra non possa sostenersi che come ipotesi;
corresse i passi dove era dato in modo assoluto; e vi antepose la
dissertazione del Calmet, ove i passi scritturali sono cattolicamente
spiegati. Fino al 1835 si trovano nell’Indice de’ libri proibiti
Copernico e Astunica _donec corrigantur_; Foscarini, Keplero _Epitome
astronomiæ copernicanæ_; Galileo, _Dialogo, et omnes alios libros
pariter idem docentes_; ma nel 1820 era stato permesso di trattare
della mobilità della terra anche senza forma d’ipotesi.
Benedetto Castelli, ai 16 marzo 1630 scriveva a Galileo: — Il padre
Campanella parlando i giorni passati con nostro signore, gli ebbe
a dire che aveva avuti certi gentiluomini tedeschi alle mani per
convertirli alla fede cattolica, e che erano assai ben disposti; ma
che avendo intesa la proibizione del Copernico, erano restati in modo
scandalizzati, che non ne aveva potuto far altro; e nostro signore gli
rispose le precise parole seguenti: _Non fu mai nostra intenzione, e se
fosse toccato a noi, non si sarebbe fatto quel decreto»_. _Le opere di
Galileo Galilei_, tom. IX. p. 196.
Galileo a frà Fulgenzio Micanzio scriveva da Arcetri il 26 luglio
1636: — Di Roma intendo che l’eminentissimo cardinale Antonio e
l’ambasciatore di Francia han parlato a sua santità cercando di
sincerarla come io mai non ho avuto pensiero di fare opera sì iniqua
di vilipendere la persona sua, come gli scellerati miei inimici le
aveano persuaso, che fu il primo motore di tutti i miei travagli;
e che a questa mia discolpa rispose, _Lo crediamo, lo crediamo_,
soggiungendo però che la lettura del mio dialogo era alla cristianità
perniziosissima».
Un poscritto alla stessa lettera dice: — Godo da otto giorni in qua
qui appresso di me la dolcissima conversazione del molto reverendo
padre Bonaventura Cavalieri matematico dello studio di Bologna, _alter
Archimedes_, il quale con riverente affetto la saluta, e le fa offerta
della sua servitù».
E allo stesso il 16 agosto: — Quanto al padre matematico di Bologna,
egli è veramente un ingegno mirabile, e credo che darà segno alla P. V.
R. della stima ch’egli è per fare della sua grazia».
Poi il 18 ottobre: — Sento gran consolazione della soddisfazione
ch’ella mostra della contratta corrispondenza d’affetto col padre
matematico di Bologna».
Ciò vaglia a smentire il Libri, che del Cavalieri fa un nemico
plagiario di Galileo, unicamente, a quanto sembra, perchè lo credette
gesuita, mentre era gesuato.
[330] _Sui satelliti di Giove_, 1666.
[331] In un’altra lettera del 4 maggio 1665 al granduca ripete, non
potersi la via delle comete credere rettilinea, ma una curva simile
alla parabola. ZACH, _Zeitschrift für Astronomie_, vol. VIII. p. 379.
an. 1827.
[332] In onore di questa invenzione, l’Università di Wittenberg un
secolo dopo istituì le feste _Secularia Torricelliana_.
[333] _Ænigma geometricum a_ D. Pio Lisci pusillo geometra, _che
è anagramma di_ A postremo Galilei discipulo. Nel 1659 il Viviani
scriveva che Vincenzo Galilei nel 1649 intraprese di fabbricare un
oriuolo, da Galileo ideato; onde «procurò d’aver un giovane che vive
ancora, chiamato Domenico Balestri, magnano in quel tempo al Pozzo
del Pontevecchio, il quale aveva qualche pratica nel lavorare grandi
oriuoli da muro, e da esso fecesi fabbricare il telajo di ferro, le
ruote con i loro fusti e rocchetti, senza intagliarle, ed il restante
lavorò di propria mano facendo nella ruota più alta, detta delle
tacche, numero dodici denti con altrettanti pironi scompartiti in
mezzo fra dente e dente, e col rocchetto nel fusto di numero sei; et
altra ruota che muove la sopraddetta di numero novanta. Fermò poi da
una parte del braccio, che fa croce al telajo, la chiave o scatto, che
posa sulla detta ruota superiore, e dall’altra impernò il pendolo,
che era formato di un filo di ferro, nel quale stava infilata una
palla di piombo, che vi poteva scorrere a vite, a fine di allungarlo o
scorciarlo secondo il bisogno d’aggiustarlo col contrappeso. Ciò fatto,
volle il signor Vincenzo che io (come quegli ch’era consapevole di
questa invenzione, e che l’avevo stimolato ad effettuarla) vedessi così
per prova e più d’una volta la congiunta operazione del contrappeso e
del pendolo; il quale stando fermo tratteneva il discender di quello,
ma sollevato in fuori e lasciato poi in libertà, nel passare oltre il
perpendicolo, con la più lunga delle due code annesse all’impernatura
del dondolo, alzava la chiave che posa ed incastra nella ruota delle
tacche, la quale, tirata dal contrappeso, voltandosi colle parti
superiori verso il dondolo, con uno de’ suoi pironi calcava per di
sopra l’altra codetta più corta, e le dava nel principio del suo
ritorno un impulso tale, che serviva d’una certa accompagnatura al
pendolo, che lo faceva sollevare fino all’altezza d’ond’era partito;
il quale ricadendo naturalmente e trapassando il perpendicolo, tornava
a sollevare la chiave, e subito la ruota delle tacche in vigor del
contrappeso ripigliava il suo moto, seguendo a volgersi e spingere col
pirone susseguente il detto pendolo».
Vedi _Giornale dell’Istituto lombardo_, 1854, novembre. Galileo, il
novembre 1637, scriveva a frà Micanzio: — Per ora sono intorno al
distendere un catalogo delle più importanti operazioni astronomiche, le
quali riduco a una precisione tanto esquisita, che mercè della dualità
degli stromenti per le osservazioni della vista e per quelli co’ quali
misuro il tempo, conseguisco precisioni sottilissime quanto alla misura
_non solamente di gradi e minuti primi, ma di secondi, terzi e quarti
ancora_; e quanto a’ tempi parimente, esattamente si hanno le ore,
minuti primi, secondi e terzi, e _più se più piace_; mercè delle quali
invenzioni si ottengono nella scienza astronomica quelle certezze che
sinora co’ mezzi consueti non si sono conseguite».
Qui c’è evidente esagerazione, essendo noi ben lontani da tanta finezza
d’istromenti, quantunque assai migliorati. All’Esposizione universale
del 1855 a Parigi era esposto un pendolo applicato alla misura del
tempo, secondo una lettera di Galileo, troppo distante dall’odierna
precisione.
[334] Furono ristampati in occasione del Congresso scientifico del
1841, con una storia di essa Accademia, per Vincenzo Antinori. Nel
proemio si opina che l’anima porti seco idee innate e queste sieno
una piccolissima cosa: — Non è però che la sovrana beneficenza di Dio,
nell’atto ch’egli crea le nostre anime, per avventura non lasci loro
così a un tratto dar un’occhiata, per così dire, all’immenso tesoro
della sua eterna sapienza, adornandone, come di preziose gemme, de’
primi lumi della verità».
[335] La camera ottica era già stata trovata da Leon Battista Alberti;
ma anche prima del Porta la camera oscura trovasi descritta da Leonardo
da Vinci e dal Cardano (Vedi LIBRI, _Histoire des mathématiques
en Italie_, nº 2 del vol. IV), e massime dal Cesariano (_Commenti
a Vitruvio_), nel quale (allo stesso foglio XXIII) è descritta la
macchina a vapore eolipila.
[336] _L’Iride, opera fisica matematica_; Bologna 1678. Alle pagine 28
e 29 annunzia chiarissimamente la rifrazione.
[337] Vedi FORD’S _Handbook_.
[338] Giuseppe Campani di Bologna verso il 1650 facea le lenti più
cercate, e fece osservazioni insieme col Cassini.