Pietro Belli d’Alba (1573), nel trattato _De re militari et bello_

comprende anche molte cose spettanti alla civile amministrazione[264]:

e lode ottennero anche gli scritti giuridici di Gianpietro Surdo

di Casal Monferrato. Alla crescente folla de’ trattatisti soccorse

l’_Indice di tutti i libri di diritto pontifizio e cesareo_ (Venezia

1555) di Giambattista Zilioli, imperfetto, sebbene aumentato sempre

in sei successive edizioni; poi Francesco Ziletti stampò in ventotto

volumi la maggior raccolta di giurisprudenza col titolo di _Tractatus

juris universi_ (Venezia 1584).

La scuola Cujacciana segregava la teoria dalla pratica; le consuetudini

seguìte nel fôro affatto dissonavano dal diritto romano; i teorici

indagavano il senso genuino delle leggi, negligendo le pratiche; le

quistioni scioglievansi meno per ragioni che per autorità, al che

pensarono rimediare alcuni Stati, proibendo nelle dispute forensi le

citazioni d’autori. Non aveansi leggi generali, emananti da un sol

potere, nè codici sistematici: in ciascun paese vi erano ordinanze

municipali, gride dei duchi, dei vicerè o de’ governatori, le quali

duravano sol quanto questi, talchè il successore per primo atto dovea

confermarle, con quelle modificazioni o aggiunte che credesse del

caso. In quel torno vennero stampati o ristampati gli _Statuti e le

consuetudini_, che aveano mero vigor locale, e talvolta soltanto quando

non fossero in contraddizione con quelli della città predominante;

senz’essere migliorati nè sottoposti a veruna idea scientifica o

revisione sistematica, benchè ogni nuova edizione portasse qualche

varietà.

Il bisogno che ha l’uomo di attenersi a regole fisse, facea dunque

attribuire autorità legislativa ai giureconsulti. Non erano più

semplici commentatori del diritto romano, ma stendevano opere

indipendenti o sovra l’intera pratica criminale, o sovra alcun punto

speciale; e dove mancassero leggi espresse, altre ne stiracchiavano

per somiglianza, o supplivano con regole fondate sull’equità o sul

diritto naturale. E poichè gli uni conchiudevano in un senso, gli

altri nell’altro, non mancavano autorità per nessun assunto; ed i

giureconsulti pratici s’affaticavano a trovare ed accumulare testi,

riducendosi alla casuistica e al probabilismo, non altrimenti che nella

teologia. Da tale spirito derivarono molte _Cautele_, cioè artifizj

legali, per cui mezzo illudere o violare la legge; come sarebbe, perchè

uno non paghi interamente il suo creditore, o non si perda il benefizio

per commesso omicidio, o possano dirsi ingiurie impunemente. Ne vennero

famosi il Cipolla, il Ferrario ed altri.

Di indigesta erudizione e di scolastiche sottigliezze infarcivansi le

allegazioni particolari, non meno che le discussioni generali; e ben

poco ne profittò la scienza delle leggi. Pure nella pratica, se non si

osò innovare, si dovette però ingegnarsi di rendere più equa la civile,

men feroce la giustizia criminale; e sarebbe errore l’attribuire ai

giuristi le atrocità di questa, mentre seguivano le traccie antiche,

tanto più che le prime erano state impresse da que’ Romani, la cui

sapienza non dovea revocarsi in dubbio: rimasero infamati perchè a

lungo si occuparono di giudizj assurdi, di procedure inumane, eppure è

fatto che cercavano rendere più umana la pratica precedente.

I Veneziani, tranne lo Ziletti, poco applicarono al diritto universale,

dovendo impratichirsi nel loro particolare. Enrico VIII avrebbe dato

monti d’oro e la sua benevolenza se i giureconsulti di Verona avessero

tolto a difendere il suo divorzio[265]. Nel regno di Napoli prevaleva

la giurisprudenza pratica e consultiva; onde voluminose raccolte

si pubblicavano, fondate sui casi parziali; avvocati e giudici si

puntellavano di molteplici autorità, anzichè di ragioni, dalla pratica

istruiti piuttosto che dalla scuola. Vantate erano le decisioni della

corte di Santa Chiara a Napoli, e più quelle della Sacra Rota romana,

composta di dodici auditori, de’ quali uno francese, uno tedesco, uno

aragonese, uno castigliano, proposti dalla propria nazione, uno toscano

o perugino, uno milanese, uno bolognese, uno ferrarese, uno veneziano e

tre romani.

De Luca, fatto cardinale nel 1685, scrisse il _Dottor vulgare_ in

italiano, acciocchè la giurisprudenza venisse conosciuta anche ai non

professori; e dai cavilli formali e forensi ritraeva alla ragione e al

buon senso. Questi però non bastavano nelle quistioni di gius feudale

e canonico contro pratiche positive, onde era forza ricorrere alla

storia. Così cominciava la giurisprudenza storica, della quale può

dirsi innovatore il napoletano Francesco d’Andrea, men tosto colle

opere che coll’esempio e le lezioni. Egli informa largamente sui

giureconsulti napoletani; ed oltre la perizia delle leggi, introdusse

l’erudizione e giusto modo di discutere i punti legali, scrivere

pulito, e diffuse migliori insegnamenti; e le scritture sue contro le

pretensioni di Luigi XIV sul Brabante e sulla successione di Spagna

servirono di modello agli altri che dibatterono quella quistione.

Le varie parti del diritto, illustrate, discusse, elaborate

distintamente, pensò riassumere e adoperare come materiali ad edifizio

grandioso Gian Vincenzo Gravina (1664-1718), che già incontrammo (pag.

451). Dissertando sull’impero romano volle mostrare che fu giusto

nell’origine, regolato colle migliori leggi in un’evoluzione regolare,

per cui la podestà passò dal re al popolo, da questo al senato, indi a

un principe del senato, che equivaleva ad un re. Nella storia romana

vede non coll’acume de’ moderni, ma meglio che i suoi maestri: e

gli elogi che prodiga all’impero derivano dal concetto ch’egli erasi

formato d’un dominio universale che tutti i popoli d’Europa riunisse

sotto alle leggi e alla potenza medesima, e del quale non trovava

esempj che dopo Augusto. Nelle _Istituzioni del diritto civile_

seguitò l’ordine delle giustinianee; in quelle _del diritto canonico_

mostrò erudizione e criterio, ma viepiù nell’_Origine e progresso del

diritto civile_ (1701-13), ove tentò rialzare la giurisprudenza dallo

svilimento cui la riduceva la cura quasi esclusiva data alle scienze

positive, in grazia del cartesianismo; e dalle circonvoluzioni di

parole ricondurla alla filosofia e alle prische fonti.

Nel primo libro traccia la storia del diritto romano, nel quale vede

un dramma della vita di tutte le nazioni, e non dei soli Romani; uno

spontaneo sviluppo dell’essenza intima sua propria, essendo la ragion

naturale applicata alle circostanze esterne. Età antica chiama quella

che s’appoggia alle XII Tavole e alla superstizione delle formole:

segue la media, degl’interpreti e magistrati, ove l’equità naturale

tempera la rigidezza delle parole: varia e incerta è la nuova dei tempi

d’Augusto: nella novissima, posteriore a Giustiniano, il diritto fu

formato a scienza: decaduto, risorge nelle quattro scuole d’Irnerio,

Accursio, Bartolo, Cujaccio, interpreti e chiosatori. Informato della

condizione del popolo romano e delle circostanze tra cui crebbe a

tanta grandezza, viene ai particolari oggetti in cui progredì la

legislazione, tracciando, secondo il desiderio di Leibniz, la storia

interna e la esterna. Nel libro secondo ragiona dell’origine del

diritto naturale e delle genti, riferendolo alle XII Tavole e alle

leggi Attiche. Nel terzo espone quella parte, principalmente di leggi

private, che anche nelle XII Tavole pativa difetto, e per oscurità

o perplessità bisognava dell’autorità del popolo, come quelle sulla

manumissione, sulle tutele, sul matrimonio, sui testamenti, sulla dote,

sui fedecommessi. E conchiude che le leggi romane contengono tanta

rettitudine, che è impossibile periscano, e non vengano riprodotte

dovunque è gente civile.

Quell’unità geometrica, per cui dalle cause esterne e interne si vede

preparato e svolto il diritto romano come legge, poi come scienza,

gli manca: ma l’animosa novità fa perdonargli qualche pedanteria

di principj; e veramente la sua fu la prima storia sistematica del

diritto esterno romano, ove si distinguessero i tempi e le successive

evoluzioni, mediante le quali i giureconsulti meglio si rivelano

secondo l’intenzione della loro dottrina. Ma egli ripone il diritto

nella storia, sebbene non consideri attentato alla libertà il formare

un codice, come l’odierna scuola storica. Nel giurisprudente il Gravina

esige perizia di latino, buon raziocinio, giusta storia. E tutto

ciò egli ha, e l’arte di copiar bene; riconduce la giurisprudenza

alle fonti, anzichè divagare in parole: ma più storico che filosofo,

ogniqualvolta dai fatti vuol salire all’ideologia e alla metafisica

del diritto, riesce incompiuto e vacillante, e pende alle inumanità

di Hobbes, ammettendo il diritto del più sapiente, che, chi ben

guardi, si risolve in quello del più forte. Non mostrò accorgersi

quanto la giurisprudenza romana fosse giovata dall’avvicinarsele

il cristianesimo; nè della giurisprudenza canonica e della feudale

ebbe altrettanta cognizione. Bartolo e Gotofredo sbeffeggia, ma dopo

essersene ampiamente giovato; come di Manuzio, Cujaccio, Hoffmann.

Altrettanto di lui si valsero Terrasson e Hugo; fors’anche se n’ispirò

il Vico, intento egli pure ad introdurre la filosofia nel diritto,

discernendo la giurisprudenza pratica, la storica e la filosofica,

e subordinando i fatti a larghissime astrazioni. Così associavasi la

giurisprudenza alla storia.

Pari ai grandi dell’età precedente nessuno storico avemmo. Le cronache

scomparvero dacchè la vita individuale andò smarrita nei dolori

comuni, tacitamente oppressivi a guisa della mal’aria. De’ fatti

contemporanei parlarono Galeazzo Gualdo incoltamente; Pier Giovanni

Capriata abbastanza imparziale; Natale Conti in buon latino; il Casoni,

buono pel secolo xvi, ma del XVII resta solo un’accozzaglia di note,

mal riunite dall’editore Benedetto Gritta. Da Girolamo Brusoni di

Legnago, senz’arte d’aggruppare e con stile e passaggi vulgari, pagine

intere copiò Carlo Botta[266]. Alessandro Zilioli veneziano, erudito

e giureconsulto, continuò fino al 1636 le _Storie più memorabili

del mondo_ di Bartolomeo da Fano, che aveva continuato quelle del

Tarcagnota da Gaeta, e fu continuato egli stesso fino al 1650 dal conte

Majolino Bisaccioni ferrarese e dal Birago genovese. Certe _Vite de’

poeti italiani_ d’esso Zilioli, tessute d’aneddoti poco onorevoli, non

furono stampate. Pietro Nores narrò la guerra degli Spagnuoli contro

Paolo IV.

Molti scrissero storie municipali, come la torinese e savojarda

Emanuele Pingone; l’inquisitore Cimarelli quella d’Urbino, estendendosi

a tutta l’Umbria senese; Pier Gioffredo la nizzarda, innestandovi

documenti; il canonico Ripamonti la milanese, con verbosa fluidità

latina; Ballarini e Tatti grossolanamente la comasca; Lavizzari quella

della Valtellina. La storia di Ravenna di Girolamo Rossi fu pubblicata

a spese della città, ed egli fatto dei senatori e medico della città, e

col padre e i figli maschi esentato da ogni imposta. Delle napoletane

si occuparono moltissimi, tra cui Francesco Capecelatro, imparziale

e diligente; il padre Giannetasio in latino; Giannantonio Sumonte, il

cui primo tomo, appena pubblicato nel 1602. Anche Camillo Tutini il suo

_Discorso sulle leggi e sui sette grandi uffizj_ non potè pubblicare

senza molestie. Inveges Agostino di Sciacca in Sicilia diede gli

_Annali di Palermo antico sacro_; la _Cartagine siciliana_, storia

della città di Carcamo; e una del Paradiso terrestre. Le storie pisane

di Rafaele Roncioni procedono ingenue se non meditate e fine.

Come storiografo di Venezia il Parata era seguitato in latino da Andrea

Morosini, erudito e sperto del governo; poi da Michele Foscarini.

Giambattista Nani (-1678) «tra le fatiche e i sudori di molti impieghi,

e in più legazioni pellegrino per corti e paesi stranieri» espose i

fatti dal 1613 al 71; e il secondo volume riempie colla guerra coi

Turchi. Si gloria di voler dire la verità, e di «poterlo, atteso il

suo accesso a principi, il negozio coi ministri, il discorrere con gli

esecutori delle cose più insigni, il veder i siti,... l’ingresso nei

pubblici archivj e ne’ più segreti consigli», e l’essere le imprese

state maneggiate in buona parte da’ suoi maggiori e da lui. Chiaro

spositore e non inelegante, abbastanza netto da antitesi e metafore,

di rado però s’incalora, e nei riflessi va generico e comune. Mentre

questi eransi stampati sol dopo morte, a Pietro Garzoni (-1719) impose

la Signoria di consegnare, ogni due anni, quanto avesse terminato.

Uomo d’affari e testimonio oculare, ebbe a narrare fatti gloriosi,

quelli contro Maometto IV e successori suoi; e l’opera fu accolta

con gran favore: ma dei sacrifizj a cui lo costringeva la protezione,

diede novella prova l’ordine trovato non è guari di sopprimere passi

concernenti l’acquisto e la perdita dell’isola di Scio, in cui egli

«con pericolosa esattezza avea svelato materie arcane e gelose».

Strana è la facilità degli storici d’allora a registrare baje, e

scarseggiando d’erudizione, alterare sino o fingere documenti per

condiscendenza e adulazione a famiglie. Alfonso Ciccarelli, per avere

nella storia della casa Monaldesca (1580) inventato carte false,

venne condannato a morte; ma de’ suoi inganni o di simili si valsero

altri, come il Sansovino nella Casa Orsini e nelle _Famiglie celebri

d’Italia_; Pietro Ricordati nella _Storia monastica_; Ferrante

della Marra ne’ _Discorsi delle famiglie estinte e forestiere e non

comprese nei seggi di Napoli_; Eugenio Gamuni nelle _Famiglie nobili

toscane e umbre_; il Morigia nelle _Famiglie milanesi_; Pier Crescenzi

nella _Nobiltà d’Italia_; il Vedriani ne’ _Cardinali modenesi_; ed

altri, che provano quanto scarsa fosse l’arte critica. All’opera di

Lodovico Della Chiesa sui _Marchesi di Saluzzo_ (Torino 1598) vengono

in appendice elogi d’illustri famiglie di colà, Arbazzia, Barbetti,

Biandrata, Caroli, Castiglioni, Chiesa, Della Torre, Gambandi, Leoni,

Pevere, Romani, Saluzzo, Tiberga, Vacea, probabilmente lavoro del

Chiesa stesso, benchè attribuito a un Carlo Ravano cremonese. Antonio

Filippini di Vescovato in Corsica, perseguitato dalle alterne fazioni,

volle trasmettere ai posteri il racconto delle guerre del 1555 e

64 di cui era stato testimonio, e vi unì tre antiche cronache di

Giovanni della Grossa, Pietro Monteggiani e Marcantonio Ciaccaldi,

e così formando una storia della Corsica: questi bevono grosso;

egli è abbastanza imparziale, ma monotono. Pozzo di Borgo, quand’era

ambasciadore di Russia nel 1832, ne procurò una nuova edizione a Pisa,

da distribuire gratis a tutte le comunità e famiglie ragguardevoli di

Corsica.

Esce dalla comune Vittorio Siri (-1685), parmigiano benedettino, che

giovane cominciò un ragguaglio delle vicende giornaliere; e levò grido,

massime che l’italiano correva allora quanto oggi il francese. Le

quistioni per Mantova e il Monferrato ben discute pendendo ai Nevers

e alla Francia, onde Richelieu lo favorì, e gli schiuse gli archivj;

Luigi XIV il nominò limosiniere e storiografo; le Corti di Firenze

e di Modena il regalavano; ministri e ambasciadori il visitavano e

porgevangli informazioni a loro modo, affine d’illudere la posterità.

Oltre i quindici grossi volumi del _Mercurio politico_ (1635-55),

gli otto di _Memorie recondite_ (1601-40) sono ricchi di documenti

autentici, benchè raccolti senza fior di criterio; narra prolisso,

avviluppa gli avvenimenti, e uccellando a pensioni, collane, impieghi,

sagrifica il vero, e secondo il vento sparla di quei che prima aveva

incensati. Così l’Assarini, il Brusoni, il Priorato, il Pastori sono

novellisti sfacciati e venderecci, dicendo e disdicendo secondo sono

pagati: così i tanti storici dei duchi di Savoja, e Giambattista Birago

Avogadro genovese, autore del _Mercurio veridico_, che più volte

s’abbaruffò col Siri. Del Pallavicino e del Leti parlammo già (pag.

339).

Venezia, intermedia all’Europa e al Levante e centro del commercio,

era opportuna ad avere e comunicare le novità, onde introdusse

i giornali politici, che dalla moneta che costavano si dissero

_gazzette_. Dilataronsi, e il medico Renaudot imitolli in Francia nel

1631: crebbero anche in altre nazioni, ma Voltaire raccontava come

una meraviglia che al suo tempo a Londra uscivano dodici fogli per

settimana. Gianpaolo Marana genovese pubblicò a Parigi lo _Spione

turco_, ove suppone che uno scrupoloso Musulmano travestito visiti

la capitale di Francia dal 1635 all’82, e ne scriva a patrioti suoi

di diverso grado. L’opera fu proseguita da varj, e i primi volumi

tradotti in inglese, come dall’inglese in francese gli ultimi. È

fondamentalmente falso il concetto di un Turco che scriva tanto; pure

piacevano la seria indipendenza onde le ridicolaggini e frivolezze

della nostra società erano giudicate da uomo che ne è fuori; e

l’osservare da differente punto i casi, gli aneddoti, la politica, le

quistioni teologiche e metafisiche d’allora.

Nel 1665 era comparso a Parigi il _Journal des savants_, cui tennero

dietro il _Mercure galant_, poi i giornali di Trévoux e Verdun,

che delle opere nuove davano un sunto, più che un giudizio. A loro

imitazione Francesco Nazzari bergamasco nel 1668 cominciò a Roma il

_Giornale dei letterati_, che interrotto al 79, fu ripigliato all’86 da

Benedetto Bacchini di San Donnino, il quale lo stendeva quasi tutto da

sè, quantunque di materie variatissime.

Allora si sentì l’importanza delle scritture vecchie; e Gian Pietro

Puricelli compulsa gli archivj milanesi, e illustra _Ambrosianæ

basilicæ monumenta_; Felice Osio, pur da Milano, mette fuori le

cronache di Albertino Mussato, di Rolandino, dei Morena, dei Cortusj

e d’altri; Camillo Pellegrino, molte riguardanti il regno di Napoli;

Caruso Giambattista, che dagli scolastici erasi vôlto a Cartesio e

Gassendi, ito a Parigi e conosciutivi i più famosi, dal Mabillon fu

ispirato alle ricerche storiche, e le estese alla sua patria[267].

Tale uffizio venne insignemente applicato alla storia ecclesiastica,

e principalmente dal Baronio (tom. X, pag. 550). Gli _Annali_ di esso

furono commentati dal francescano Antonio Pagi, correggendone anno per

anno gli svarj. Oderigo Rinaldi, trevisano dell’Oratorio, li continuò

dal 1198 al 1565; poi lo compendiò con istile più corretto che allora

non usasse. Anche le _Vite dei papi e cardinali_ del Ciacconio furono

proseguite dal padre Agostino Oldoini e da Andrea Vittorelli. Il

polacco Abramo Bzovio, venuto qui domenicano, continuò le vite dei

papi e il Baronio[268], al quale possono servire d’introduzione gli

_Annali del Vecchio Testamento_ del novarese Agostino Tornielli. La

_Storia generale de’ Concilj_ di monsignor Marco Battaglini è prolissa

di stile e inesatta di critica; come quella delle _Eresie_ del Bernini,

figlio dello scultore. Ferdinando Ughelli, fiorentino cistercese, ordì

la serie de’ vescovi d’Italia, divisi nelle ventisei sue provincie,

accompagnandola di documenti. Il Mazarino gli mandò un ricco oriuolo,

ed eccitò i Francesi ad imitarlo nella _Gallia Christiana_, di cui

il primo volume comparve dodici anni dopo l’Ughelli. Niccolò Coleti

veneziano lo continuò fino al 1733; Rocco Pirro v’aggiunse la _Sicilia

sacra_; Cesare Caraccolo la _Napoli sacra_. Appena merita essere

nominato il _Mare oceano di tutte le religioni del mondo_ di Silvestro

Maurolico (Messina 1613).

Ad Enrico Noris di Verona, agostiniano, per la _Storia del

Pelagianismo_, i Gesuiti mossero scandaloso litigio, come inciampasse

negli errori correnti intorno alla Grazia; ma Roma lo sostenne, e

Cosmo III granduca lo chiamò a dettare storia ecclesiastica a Pisa,

ove illustrò i cenotafj di Cajo e Lucio figli di Vipsanio Agrippa, le

origini della colonia pisana; poi le êre di alcune città dell’Asia;

Innocenzo XII il volle custode della biblioteca Vaticana, poi

cardinale: scrisse la storia dei Donatisti e quella delle Investiture.

Anselmo Banduri Benedettino raguseo, educato e dimorato sempre in

Italia, pubblicò molte opere sulla storia ecclesiastica, l’_Imperium

orientale_, i _Numismata imperatorum romanorum_.

Il padre Fortunato Scacchi d’Ancona scrisse intorno agli olj (_Sacrorum

oleochrismatum myrothecium sacroprofanum,_ 1625); alle epistole

ecclesiastiche (1612) e alle concioni sacre (1618) Ottavio Ferrari;

ad altri punti di liturgia il Galanti di Monza, Andrea Vittorelli

bassanese. Gian Macario fece una _Hagioglypta_ sulle pitture e sculture

cristiane, edita appena testè. Il cardinale Querini produsse libri

liturgici greci; Alessandro Zuccagni dalla Vaticana trasse documenti

sulle prime età della Chiesa; e Giovanni Bona da Mondovì cistercese

(-1674), priore d’Asti, poi cardinale, elaborò l’insigne opera _Rerum

liturgicarum_, la _Divina psalmodia_, spiegazione dell’uffizio con

curiose ricerche sul significato, e i _Principi della vita cristiana_,

libro paragonato all’_Imitazione di Cristo_. Giuseppe Maria Tommasi,

figlio del duca di Palma e principe di Lampedusa, aveva tre sorelle e

uno zio monaci; egli pure si fece teatino e salì cardinale; e studiate

le lingue orientali sotto l’ebreo Mosè di Cavi, trovò molte rarità

liturgiche (_Codices Sacramentorum nongentis annis vetustiores_, 1680),

responsoriali e antifonarj; e per la sua grande carità meritò d’essere

beatificato. Anche Clemente Galano di Sorrento, che durò dodici

anni in Armenia missionando e cercando documenti storici, stampò la

_Conciliazione_ di quella Chiesa colla romana, in latino e in armeno.

Giovan Giustino Ciampini romano (-1698) fondò un’accademia per la

storia ecclesiastica, poi un’altra per le scienze naturali, sotto gli

auspizj della regina Cristina; raccolse ricca biblioteca e statue e

anticaglie e lasciò dissertazioni troppe perchè possano essere di gran

merito; fra cui primeggiano quella dei _Sacri edifizj di Costantino_,

e i _Vetera monumenta_, dando l’origine delle prime chiese, il

modo ond’erano costruite e ornate di musaici, e se da principio si

adoperasse il pane azimo, quistione per la quale già si erano battuti

il Bona e il Mabillon; esaminò pure il _Libro pontificale_ e le _Vite

dei papi_ d’Anastasio Bibliotecario.

Giannantonio Viperano messinese, vescovo di Giovenazzo, avea sin

dal 1569 stampato _De scribenda historia_ con buoni precetti; poi

il ferrarese Ducci nel 1604 un’_Ars historica_, di cui è poco meno

che traduzione l’_Arte storica_ di Agostino Mascardi da Sarzana

(1630), tanto encomiato dal Tiraboschi. Ne vuole lo stile più elevato

che nel genere deliberativo; e poichè le guerre ne sono principale

ingrediente, non s’impicciolisca la tragedia con minuzie di racconti

nè di cronologia o geografia. Chiede la verità, ma con molti riguardi

ai grandi, ai quali è vero che intima, come unico modo d’ottenere

indulgenza dalla storia, l’esser buoni. Poco fida in chi espone i

fatti proprj; ma vorrebbe lo storico filosofo, versato nella scienza

sociale, e degno d’esercitare le arti educatrici dei popoli, che sono

pittura, poesia, istruzione morale e storia. Approva le arringhe, come

tutti i retori suoi pari, ma purchè condotte dal soggetto. La _dicitura

istoriale_ vorrebbe tale che conservasse le immagini non le finzioni,

l’armonia non la misura della poesia.

Anzi che ai precetti di lui e ancor meno agli esempj che diede nella

_Congiura di Fiesco_, chi vuol farsi a quest’arte, ricorrerà agli

storici stessi, e più agli uomini.

Antodio Possevino (1534-1611) nella _Bibliotheca selecta_ esibisce

una specie d’enciclopedia col metodo per istudiare ciascuna scienza,

e i canoni principali, e un giudizio spesso assennato degli scrittori

di esse. La compie l’_Apparatus sacer_, catalogo ragionato di ben

seimila autori di cose ecclesiastiche con molti manoscritti. Era da

Mantova; dopo servito nelle Corti entrò gesuita, e fu adoperato negli

affari, massime contro i Protestanti del Nord; e la sua descrizione

della Moscovia (1586) è il primo libro che c’introduca in quella ancor

segregata nazione (tom. X, pag. 471).

Il _Mappamondo istorico_ del gesuita Antonio Foresti (Parma 1690)

vuol menzionarsi come il primo tentativo d’una storia universale: sei

volumi pubblicò egli; n’aggiunse quattro Apostolo Zeno, trattando

dell’Inghilterra, Scozia, Svezia, Danimarca, Holstein, Gheldria;

nell’undecimo Domenico Suarez discorse dei califfi; nel duodecimo,

Silvio Grandi della Cina.

Altri de’ nostri si occuparono di paesi forestieri. Antonmaria Graziani

da Borgo San Sepolcro col cardinale Commendone per venticinque anni

girò la Germania e la Polonia, fu fatto segretario da Sisto V, da

Clemente VIII vescovo d’Amelia; ed oltre la guerra di Cipro, espose

(_De scriptis invita Minerva_) i viaggi di Luigi suo fratello per

tutta Europa, in Palestina, in Egitto, informando degli eventi e dei

costumi di quei paesi; indi i fatti proprj, ove assai ragiona della

Polonia. Pel qual paese combattendo, Alessandro Guagnini veronese vi

ottenne l’indigenato; e scrisse _Rerum Polonicarum libri tres_, opera

capitale per lo stile e pei fatti. Il gesuita Pietro Maffei da Bergamo,

ad istanza del principe Enrico di Portogallo, descrisse le cose delle

Indie Orientali in purgatissimo latino. Gianfrancesco Abela illustrò

con molta erudizione Malta nel 1647. Gualdo Priorato vicentino,

esercitatosi a lungo nelle guerre di Germania, poi in diplomazia,

titolato istoriografo da Leopoldo I, scrisse le storie di Ferdinando

II e III, del Waldstein, del Mazarino, de’ principi di Savoja; tutto

boria e passione. Girolamo Falletti ferrarese (_De bello sicambrico_)

narrò le guerre di Carlo V coi Francesi ne’ Paesi Bassi, contro la lega

Smalcaldica.

Il cardinale Guido Bentivoglio ferrarese (1579-1644) col fasto e colla

generosità erasi caricato di debiti, per ispegnere i quali non esitò

a vendere il proprio palazzo e restringere il trattamento. Nunzio

apostolico ne’ Paesi Bassi per nove anni, ne raccontò le guerre in

un italiano nè fino nè grazioso, con zeppe inutili, frasi scolorite,

andamento simmetrico, armonia da martello, alla quale sagrifica e

la schiettezza e la brevità: le poche volte che aspira ad ingegno,

cade in antitesi e concettose insulsaggini. Ma le sue memorie, e

le relazioni delle Corti di Fiandra e di Francia sono preziose,

e ben caratterizza gli uomini; quantunque, forse pel proposito di

mostrarsi imparziale, restasse alla superficie, dilettandosi nella

parte più vana della storia, la descrizione dei fatti d’armi. E solo

per questi sono pregevoli i sei libri delle guerre di Fiandra di

Pompeo Giustiniani (1609); mentre debolissimamente e in compendio

le descrisse don Francesco Lanario, figlio del duca di Carpi (1615),

che, quantunque soldato, non assistè alle imprese. Guglielmo Dondini

bolognese, gesuita, latineggiò le imprese di Alessandro Farnese: ma

per le cose belgiche ottiene maggior rinomo il padre Famiano Strada

romano (1573-1649). Ebbe moltissimi documenti dal gabinetto di Madrid,

ma ignora ciò che concerne i Protestanti; digiuno di politica e d’arte

militare, vi supplisce con morale retta ma generica, siccome in libro

destinato alle scuole. Ammiratore di Livio, lo sorpassa in prolissità,

digredisce ogni tratto su che che gli capita, onde il Bentivoglio

diceva che il «difetto dello Strada è l’uscir di strada». Vero è

che con queste digressioni ci conservò molte particolarità sopra i

personaggi da lui descritti. Compì due sole decadi; e dal 1590 al 1609

lo continuò l’altro gesuita Angelo Galluccio di Macerata[269].

Gaspare Scioppio, autore di una _Grammatica philosophica_, in rotta coi

Protestanti che aveva lasciati, coi Gesuiti cui non voleva aderire, co’

letterati che censurava, avventò contro lo Strada l’_Infamia Famiani_,

notandovi molte voci barbare, le quali del resto l’offendevano anche

ne’ più purgati, nel Manuzio, nel Maffei. Però di gran cognizione del

latino diè prove esso Strada nelle _Prolusiones_, precetti ed esempj

di retorica, dove, fra altri esperimenti, recasi al difficilissimo di

fingere un’accademia, in cui alquanti famosi del secolo precedente

recitassero ciascuno un componimento, contraffacendo alcuno dei

maggiori poeti latini; e da Giano Parrasi è rifatto Lucano, dal Bembo

Lucrezio, dal Castiglione Claudiano, da Ercole Strozzi Ovidio, da

Andrea Navagero Virgilio; mentre il Querno, «istromento d’erudita

voluttà» a Leon X, improvvisa strambezze. Comunque sia riuscito, vuolsi

stupenda dimestichezza coi classici per pretendere di contraffare

ciascuno.

Il padovano Davila (1576-1631) trasse i nomi di Enrico Caterino dal

re e dalla regina di Francia che aveano beneficato suo padre dopo che

i Turchi l’ebbero espulso da Cipro dond’era connestabile. Coll’arte

e sovente collo spirito degli antichi, e con fino occhio e savia

disposizione descrive le guerre civili di Francia, cui prese parte;

esatto nei fatti, cognito dei luoghi, de’ costumi, del carattere,

non allucinato dalle ipocrisie solite ai partiti; realista più che

cattolico, e apologista di Caterina de’ Medici, la politica considera

come un giuoco di forti e di furbi, e la strage del San Bartolomeo

riprova solo in quanto non raggiunse lo scopo. Dissero che conviene

diffidare del Davila quando loda la Corte, e del De Thou quando

la biasima. Scarso di lingua, senza testura di periodo, scrive con

abbandono prolisso, minuzioso come chi s’avvezzò ad osservare nelle

anticamere. Offeso in parole da Tommaso Stigliani, letterato di Parma,

lo sfida e passa fuor fuori; allora entra al soldo de’ Veneziani, pei

quali guerreggia in Levante; poi va governatore di Brescia, ove dà

fuori la sua opera; e poco stante, mentre passava a governare Crema, è

per istrada assassinato.

Eccellenti materiali alla storia sono i ragguagli degli ambasciatori,

di cui larga messe offre l’Italia, e principalmente Venezia e Firenze;

semplici con gravità, fermi di giudizio siccome di persone abituate, e

valutando i tempi senza le idee preconcette degli storici.

Non pari all’aspettazione riescono i frutti de’ viaggi. Cosimo Brunetti

fiorentino e Giambattista e Girolamo Vecchietti da Cosenza viaggiarono

e osservarono, ma non resero pubbliche le relazioni loro. Pier della

Valle romano dopo il 1614 descrisse Turchia, Persia, India in lettere

prolisse e vanitose, e indulgendole; ma forma eruditi confronti, e

appoggiasi a monumenti. Scipione Amato romano giureconsulto diè la

storia del Giappone, ov’era penetrato come segretario d’ambasciadore.

Ercole Zani bolognese, partito il 1669 per un lungo viaggio, di cui

fu pubblicata postuma la relazione, trovò a Mosca molti Italiani,

principalmente occupati a fabbricar vetri. Francesco Gemelli Carreri

napoletano compì per terra il _giro del mondo_ nel 1698, e la sua

relazione, disposta con metodo, fu tradotta in diverse lingue. Non

conosceva gli idiomi de’ paesi che visitò, adagiavasi talora alle

relazioni altrui, fossero pure d’un missionario che gli parlasse

d’uomini colla coda; e s’anche è vero che diè come veduto ciò che

aveva solo udito, le recenti indagini gli tornano credito sopra molte

particolarità[270]; e mentre alcuni leggermente asserirono ch’e’

non fosse mai uscito di Napoli, Humboldt riconosce che non poteva se

non vedendoli aver descritto i paesi da esso Humboldt pure veduti, e

massime le Filippine e il Messico.

Livio Sanuto veneziano aspirò ad essere il Tolomeo della sua età,

«inventò strumenti per precisare le osservazioni astronomiche, lesse

viaggiatori, storici, diarj per ridurre più esatte le carte, e pubblicò

la _Geografia_ in dodici libri (1588), dividendo la terra ne’ tre

continenti Tolemaico, Atlantico e Australia; ma non compì l’opera.

Importa soprattutto la descrizione dell’Africa; e non crede ancora

inutile allungarsi nel provare che il Messico non è il Catajo. Il

padre Vincenzo Coronelli, scrittore di libri a profluvio, fu chiamato a

Parigi a far due globi del diametro di dodici piedi, più famosi per le

iscrizioni onde gli ornò a lode di Luigi XIV.

Il gesuita Giambattista Riccioli da Ferrara (1598-1671) nella

_Geographa et hydrographa reformata_ propostosi, di far meglio de’

vecchi, cominciò dal comparare le varie misure, facendosene mandare

i tipi da’ suoi confratelli di tutto il mondo; ma avendoli riferiti

all’antico piede romano, non ben accertato, la sua fatica perdette

valore. Tentò una misura della terra, con metodi che allora non

poteano riuscire a precisione, attese le illusioni della rifrazione

orizzontale. La sua geografia contiene da duemila settecento posizioni,

nelle cui longitudini non erra più di otto gradi; sicchè è ciancia

che Delisle[271] abbia accorciato di trecento leghe il Mediterraneo e

di cinquecento l’Asia, mentre quarant’anni prima il Riccioli da mille

ducensessanta leghe avea ridotto il Mediterraneo a ottocentottantadue,

cioè solo quarantacinque più d’adesso. Volle anche riformare la

cronologia, ed espose le particolari de’ diversi popoli; fin settanta

sistemi esamina intorno all’anno della nascita di Cristo, preferendo il

5634, secondo i LXX; poi forma una cronaca de’ principali avvenimenti

del mondo, dalla creazione fino al 1668, e le tavole cronologiche dei

regnanti, dei concilj, delle eresie. Nè egli però, nè il Vecchietti _De

anno primitivo_, nè Leone Allacci _De mensura temporum_ raggiunsero il

merito cronologico di Petau o di Scaligero.

La letteratura orientale fu coltivata al solo oggetto degli studj

biblici. Frà Mario da Galusio negli Abruzzi, oltre la grammatica

e il dizionario ebraici, fece le _Concordanze bibliche_, stampate

postume (1621) a spesa di Paolo V, attenendosi al metodo dal rabbino

Isacco Natsan seguito nell’opera simile stampata a Venezia il 1524,

correggendone molti svarj, e indicando identica la radice d’alcune voci

ebraiche e d’altre lingue orientali.

Giambattista Raimondi cremonese nel lungo soggiorno in Asia acquistò

famigliarità con quelle lingue, e il cardinale Ferdinando Medici

lo prepose alla stamperia sua, dove con quattro caratteri arabi si

stamparono nel 1591 gli Evangeli, nel 92 la _Geografia_ d’Edrisi, nel

93 l’Avicenna, nel 94 l’Euclide, stampe di gran lunga le più belle

che mai si fossero vedute. Metteva in ordine tutti i libri orientali

che venivano mandati a Roma; preparò una grammatica araba e una Bibbia

poliglotta, interrotta allorchè Ferdinando divenne duca.

Filippo Sassetti, colto mercante fiorentino, pieno d’allusioni ai

poeti e alla storia patria, viaggiò alle Indie fra il 1578 e l’88, e

descrisse que’ paesi in buone lettere, piene di utili notizie, sebbene

egli pure credesse alle virtù misteriose dei corpi[272]: molte volte

discorre dell’ananas, e fu il primo che all’Europa desse notizia del

sanscrito, e vi trovasse somiglianza coi parlari nostri[273]. In quella

lingua fu sì dotto il missionario Roberto Nobili, che gli si attribuì

la contraffazione dei libri vedici. Il padre Paolino, austriaco di

patria (Gianfilippo Werdin di Hoff), italiano d’adozione, negava

l’esistenza dei Veda, appoggiato all’opinione di Marco della Tomba,

erudito delle cose sanscrite. Basilio Brollo, nato il 1648 a Glemona

nel Friuli, vestitosi minor osservante, partì missionario il 1680, e

venuto nel Siam, si diè a studiar il cinese: da Clemente IX nominato

vicario apostolico dello Scen-si, vi moriva nel 1704[274]. Appianò la

via allo studio scientifico del cinese.

Francesco Negri da Ravenna, detto padre dei poveri e protettore degli

orfanelli, indusse il papa e il cardinal Rasponi a fondare l’ospizio

de’ Catecumeni; e dalla lettura di Olao Magno invogliato a cercar

le terre più boreali d’Europa, nel 1666 giunse fino al capo Nord, a

traverso pericoli, che allora erano a cento doppj; e ne scrisse otto

lettere, stampate postume, con particolarità vere di storia, natura

e politica, non infelice dizione, correggendo sbagli altrui. Eppure

a’ dì nostri un Italiano vantò essere stato il primo che vedesse

cotesta parte estrema, ma lasciò gran sospetto di non esservi stato

che in sogno. Il Negri fu curato di Santa Maria _in Cœlo eo_, dove al

Montfaucon che visitollo mostrò un rosajo, al cui rezzo poteano stare

quaranta persone.

Applicandosi all’antiquarja, l’erudizione peccava ancora di minuzie,

pure migliorò di accorgimenti; e se nel secolo innanzi erasi creduto

ad Annio da Viterbo, or furono presto convinti di menzogna gli

_Etruscarum antiquitatum fragmenta_, pubblicati il 1632 da Curzio

Inghirami, ingannato o ingannatore. Gian Domenico Bértoli da Udine

nel 1676 illustrò le antichità d’Aquileja, ch’egli primo raccolse e

salvò dall’essere usate a fabbriche o a fornaci. Lazzaro Agostino Cotta

d’Orta fece il museo Novarese (1719), la descrizione del lago Maggiore

e altre opere di bastante erudizione, giovandosi della biblioteca

Ambrosiana.

La numismatica alla storia applicò Filippo Paruta nella _Sicilia

descritta con medaglie_ (1612), opera da altri accresciuta, e più dal

Torremuzza. Vincenzo Mirabella dichiarò la pianta di Siracusa antica, e

Prospero Parisio i più rari numismi della Magna Grecia.

Altri si fissarono sulle iscrizioni relative a ciascun paese,

quantunque la scarsa critica traesse in errori, che poi a fidanza

ricopiavansi dai successivi[275]. Rafaele Fabretti da Urbino

(1618-1700), in Ispagna auditore del nunzio, si rassodò negli studj

classici; conobbe i dotti del tempo, Ménage, Montfaucon, Hardouin,

Mabillon; e tornato a Roma con ricco impiego, dissertò sulle acque

e sugli acquedotti romani, monumenti che offrono tanta meraviglia

ai curiosi, quanti problemi ai dotti. Sotto ai begli intagli della

colonna Trajana del Bartoli avea posato descrizioni il Bellori,

piene di sbagli non meno della illustrazione latina dello spagnuolo

Chaccon. Il Fabretti correggendo e supplendo faceva una delle più

dotte e savie opere di archeologia intorno a quella colonna (1683), e

fu de’ primi a comparare colle immagini d’altri monumenti per indurne

il carattere e la significazione. Di questi paragoni coi monumenti e

colle loro descrizioni si valse pure nell’illustrare la _Tavola iliaca_

del Campidoglio. Gran numero di epigrafi nuove avea egli trascritte

girando per la campagna di Roma con un cavallo, il quale avea contratto

l’abitudine di fermarsi dovunque apparisse un’anticaglia. Il cardinale

Carpegna poi gli aveva affidato l’ispezione sopra le catacombe, e gli

donava tutte le iscrizioni che ne uscissero. Ne fregiò esso la propria

casa, molte altre ne comprò, sempre favorito dai pontefici Innocenzo

XI, Alessandro VIII, Innocenzo XII.

Frutto di tali studj e ricerche egli pubblicò quattrocentrenta

iscrizioni in otto classi; ma nell’occasione d’illustrarle ne diè fuori

quattromila seicento con erudite e sobrie note. È la prima raccolta

non riboccante di spurie, e disposte in modo da sussidiarsi a vicenda,

e con quella correzione tipografica che è di suprema importanza in

tale materia. Il Gronovio, del quale rivelò molti sbagli, rispose

acerbamente, e n’ebbe un ripicchio altrettanto scortese.

Roma fu sempre il campo delle maggiori indagini, e colà il Falconieri

compilò le _Inscriptiones athleticæ;_ Padova fu illustrata da

Lorenzo Pignoria, uno de’ più estesi eruditi, che tentò alzare il

velo de’ geroglifici egizj e spiegare la _Tavola isiaca_[276]. Degli

illustratori di qualche parziale antichità i più scaddero di senso dopo

le recenti scoperte.

Francesco Bianchini veronese (1662-1729), bibliotecario di casa

Ottoboni, tentò un modo particolare di storia universale (1697), il

silenzio degli scrittori supplendo coi monumenti per accertare la

cronologia. Spiega molti simboli, e s’accorge come alcuni supposti

fatti non sieno che miti; la guerra di Troja fa occasionare dal

commercio, la cui libertà raffigurasi in Elena; e di tal passo va

spiegando la mitologia. Non giunge che alla fondazione della monarchia

assira, e le posteriori scoperte lo antiquarono. Valeva assai nelle

matematiche, varie scoperte fece attorno al pianeta Venere, e,

tracciata una meridiana nella certosa di Roma, intendeva prolungarla

fin all’Adriatico e al Tirreno. Ciò nol distolse dall’archeologia, e

illustrando il colombario della famiglia d’Augusto, allora scoperto

sulla via Appia, chiarì le costumanze romane, mostrando nella casa di

quel principe da seimila schiavi, il cui lavoro era tanto suddiviso,

che uno non faceva altro che pesar la lana filata dall’imperatrice, uno

custodiva gli orecchini di lei, uno la cagnuola.

Quantunque tali sussidj estendessero piuttosto le cognizioni che le

vedute della storia, il mondo conosceva meglio se stesso, e diveniva

sempre più atto a comprendere quella continuità di eventi, che connette

le antiche colle odierne generazioni. E un gran passo diede la storia,

da pura arte o narrazione elevandosi alla dignità di filosofia collo

svolgere dal dramma degli avvenimenti la suprema moralità, osservare

gli uomini come una famiglia sola, gli eventi sottoporre ad un solo

concetto che ajutasse ad indovinare i futuri.

In questo campo primeggia Giambattista Vico napoletano (1688-1744),

autore di libri ove si legge assai più di quel che è scritto, ma dei

quali tutti parlano con ammirazione, pochissimi con cognizione. Nato

poveramente, educato al modo di allora, a sedici anni arringa in difesa

di suo padre, e fa stupire collo sfoggio di cognizioni: ritiratosi

dal fôro, va insegnar giurisprudenza ai nipoti del vescovo d’Ischia

nel romito castello di Vatolla, ove passa nove anni della più florida

gioventù meditando su pochi libri; si stomaca «della maniera di poetare

moderna», ma poco riesce nella geometria e nella fisica, e s’addentra

nelle quistioni sociali, applicate all’antichità; «benedisse il non

aver avuto maestro, e ringraziò quelle selve, fra le quali, dal suo

buon genio guidato, aveva fatto il maggior corso de’ suoi studj senza

niuno affetto di sêtte, anzichè nella città, nella quale, come moda di

vesti, si cangiava ogni due o tre anni gusto di lettere». E appunto

egli si ostina a ritroso del suo tempo: questo trascura la buona

prosa latina, ed egli la coltiva assiduo; ogni attenzione volgesi alla

Francia, ed egli neppur la lingua volle saperne; laonde si trovò «come

forestiero nella sua patria, e non solo vi era ricevuto come straniero,

ma anche sconosciuto». Chiese di esser secretario municipale, e fu

posposto; una cattedra di retorica con cento scudi di provvisione tenne

quarant’anni, poi a settanta ebbe il titolo di storico del Regno. Qui

faceva versi per occasioni, panegirici ai suoi vicerè, diatribe contro

gl’insorgenti oppressi; intanto elevavasi alle più sublimi concezioni,

non con un proposito stabilito ma a tentone, posandosi problemi, da

ognun de’ quali gliene rampollavano di nuovi, che traevanlo a nuovi

modi di risolverli, e a dilatare, tutto solitario, la sfera delle

proprie cognizioni e il metodo, non coll’avventurosa inventiva d’altri

suoi paesani, ma prendendo le mosse dalla devota erudizione.

S’approfonda ne’ classici antichi; da Platone impara le astrazioni

generali e le aspirazioni del sentimento, l’uomo filosofico; da Tacito

i concreti e il riflettere sopra questi; da Erodoto _un passo d’oro_,

che gli fa balenare agli occhi una storia ideale con tre età; ammira

Dante, Leibniz, Newton e il _tre volte massimo_ Bacone: ma le idee loro

non adotta pienamente, bensì le rimpasta colle proprie, sempre inteso

a congiungere il _certo_ della filologia col _vero_ della filosofia.

Sopra Grozio e Cartesio, venerati allora restauratori della filosofia

e della giurisprudenza, volge principalmente l’acume; e al primo, che

spiega la storia coll’individuo e indaga un diritto universale per

mezzo dei fatti particolari e del linguaggio, appone di aver raccozzato

astrazioni sconnesse dai fatti, giureconsulto de’ filosofi ma non della

storia. Cartesio, svolgendo l’intera serie delle umane cognizioni

dal fenomeno della coscienza, trascura anch’egli il passato per

concentrarsi nella superba evidenza del metodo matematico; e il Vico lo

accusa di aver mutilato storia, lingue, erudizione, riducendole a linee

geometriche; e col disprezzo dell’erudizione inducendo disprezzo degli

uomini, e repudiando i mezzi e gli ajuti che al pensiero offrono le

tradizioni delle età passate, pretese evidenza matematica in verità che

non ne sono capaci; laonde il metodo suo può produrre dei critici ma

nissuna grande scoperta[277].

L’uomo non è pura macchina o cifra; nè storia, politica, morale,

eloquenza si regolano a meri calcoli, ma abbisognano congetture,

induzioni, somiglianze; il testimonio della coscienza, l’immediata

percezione non basta a provar l’esistenza, e il _penso dunque esisto_

riducesi ad una percezione che non colma l’abisso fra la coscienza e

l’universo. Laonde il Vico, combattendo Cartesio per la ragione che

Cicerone combatteva gli Stoici, abbandona il geometrico processo per

gittarsi all’esperienza storica e alle libere induzioni; ripudia la

superbia del senso individuale onde rimettere in onore la tradizione;

e per contrapposto a quella noncuranza degli antichi, sublima la

filologia rendendola la filosofia dell’autorità, l’ordine e la

ragione dei fatti, che ravvicinando le idee lontane, le feconda; non

abbracciando soltanto le lingue, ma i costumi e le azioni degli uomini;

e con una critica ch’egli chiama architetta, s’accinge a _ricomporre,

supplire, ammendare, i rottami dell’antichità porre in luce, allogare_.

Pertanto indaga le vestigia della sapienza italica nella lingua[278], e

attribuisce ai prischi Italiani la metafisica.

Qualche scolaro del Sigonio gli objettò, nel _Giornale de’ letterati_,

che la sapienza italica sarebbe dovuta investigarsi nell’Etruria e

nelle confraternite pitagoriche della Magna Grecia, piuttosto che

fra i patrizj del Lazio, gente che colla violenza avea costituito un

diritto feudale che la moltitudine soggiogava a pochi. Il Vico comprese

la forza di tale objezione meglio del critico stesso, e vi applicò la

distinzione che già avea notato fra l’uomo de’ filosofi e quello de’

politici, fra il senso comune dei popoli e le verità assolute delle

scuole, fra la tirannide de’ patrizj e l’equità dei giureconsulti, dai

quali derivò il moderno diritto delle genti, esposto da Grozio.

Fittosi dunque a indagare la storia di Roma nella successione delle

sue leggi, e l’asserita sapienza degli Italiani repugnando alla ferocia

delle XII Tavole, il Vico, per accordare l’autorità colla ragione, il

diritto romano col razionale, ricorre ad un’armonia prestabilita in

Dio fra la materia e lo spirito; da Dio emanano giustizia e virtù; la

necessità e l’utilità, o, come diciam oggi, gl’interessi disviluppano

dalla materia le idee di giustizia; sicchè, mentre gli uomini si

acuiscono nel soddisfare i bisogni corporei, la Provvidenza li conduce

ad attuare il tipo eterno della giustizia.

Concepita la storia umana come una progressiva conquista dell’equità,

egli snoda i problemi e le objezioni dei predecessori, in maniera

inusata conciliando il diritto ideale di Platone e il politico di

Machiavelli. Ma poichè la storia non cominciò con Roma, dovette egli

investigare come dallo stato _ex lege_ nascessero le aristocrazie

feudali; e immaginò che l’uomo, imbrutalito ne’ ducent’anni che

succedettero al diluvio, sino a smarrir le tradizioni tutte e il

linguaggio, fosse scosso dallo scoppio della folgore, e allora

sospettasse dell’esistenza d’un Dio; dai boschi incendiati dal fuoco

celeste toglie una favilla per i bisogni suoi, per le arti, e per

bruciare i cadaveri; vergognando de’ promiscui connubj, rapisce una

donna e la reca nelle caverne, origine delle famiglie, donde i rifugi,

e l’agricoltura, e _il pudore del cielo, dei vivi, dei defunti_;

i padri si confederano; il patriziato si stabilisce, conservando i

privilegi della famiglia e dei riti[279]. I forti, chiesti protettori

dai deboli, se li rendono famuli; ma poichè li tiranneggiano, questi si

ammutinano onde strapparne il dominio bonitario de’ campi, lasciando

a quelli il dominio ottimo, e gli auspizj che sono indispensabili

a render legali gli atti. Intanto si ha la città eroica, composta

di educabili patrizj e ineducabili plebei, i quali cominciano lotte

interminabili per partecipare anch’essi al diritto civile: e questo

trionfa, e ne viene l’età umana delle repubbliche libere, quando unico

e supremo è il dominio della legge, commesso alle libere opinioni

de’ giureconsulti, che in nome della ragione surrogansi all’arbitrio

del privilegio e della forza. Così gli _interessi_ dominanti nel

Machiavelli e la _ragione_ esaltata da Grozio vengono a conciliarsi nel

fatto, che cancella l’antinomia e la filosofia.

Tutti i fatti parziali sono dunque sottomessi a un ampio concetto; e

qualunque rozzezza, qualunque iniquità trova spiegazione o posto in

quest’ottimismo. Il semplice quanto sublime ordito ingombra egli di

dissertazioni e divagamenti, ove profonde tesori di novità storiche,

filosofiche, filologiche. La vulgata cronologia degli avvenimenti è

dovuta alla boria delle nazioni e dei dotti. Egli primo riconobbe nella

mitologia un senso recondito: e nella poesia, parto d’immaginazioni

vivaci, la chiave della storia primiera. Le tradizioni popolari han

pubblici motivi di vero: i parlari sono i testimonj più solenni delle

prische usanze. Parallelo procede lo svolgersi dei popoli e quello

delle umane facoltà, sicchè le une fan riscontro alla storia degli

altri. È natura dei vulghi l’assomigliare a se stessi l’universo,

imporre a tutte le genti la propria origine; e la mente umana

dilettandosi nell’uniformità, ai primi cogniti riferisce i nuovi, e

gli effetti particolari a cause comuni. Per mezzo di tali _degnità_

viene a scoprirsi che all’incivilimento non presedettero i filosofi,

come Grozio vorrebbe; ed Ercole, Teseo, Pitagora, Dracone, Solone,

Esopo sono personificazioni de’ loro tempi, e nuclei attorno a cui

la tradizione agglomera la vita e gli atti di molti; sono insomma la

personificazione collettiva delle persone eminenti, giacchè il senso

comune sta innanzi e sopra del senso individuale. Omero stesso, che

dapprima egli avea accettato come un poeta cieco, le meditazioni

successive lo _strascinarono_, lo _violentarono_ a crederlo un mito;

non un poeta ma la poesia; nè mai fu superato, perchè non si supera

l’ispirazione spontanea di tutto un popolo. Anche i sette re di

Roma dissolve in caratteri politici, a ciascuno de’ quali il popolo

appropriò gli effetti di lente rivoluzioni, come alle XII Tavole

attribuì anche leggi plebee, ottenute assai più tardi col trionfo della

democrazia.

Se le genti sono selvaggie da principio, svanisce il concetto

dell’antichissima sapienza degl’Italiani: svanisce allorchè sia

stabilito che le lingue son fatte dal popolo, non dai filosofi, nè

Roma fu governata in origine da un senato di sapienti; talchè il Vico

progredendo demolì di sua mano quell’edifizio, nel quale molti nostri,

senza conoscerlo, idolatrano ancora la boria nazionale.

Sempre vedendo riscontri e similarità, il Vico credeva che, al par

de’ Romani, tutti i popoli fosser passati per tre governi: monarchia

aristocratica fondata sull’autorità divina; repubblica aristocratica;

repubblica popolare, la quale riesce in monarchia popolare; adunque

dall’uno si va ai pochi, dai pochi ai molti, dai molti all’uno.

Amplia questi teoremi, e l’incivilimento non è opera della filosofia,

anzi essa col tempo scaturisce da quello; la storia positiva non

può raccontare i primordj del genere umano, perchè precedettero ogni

scrittura e monumento: ma se tutte le nazioni dalla barbarie giunsero

all’equità, v’è una storia ideale, eterna, comune a tutte esse nazioni,

le quali non sono che manifestazioni particolari, mentre colla storia

ideale si ricostruiscono le civiltà delle singole nazioni, si trovano i

primordj alle storie che ne mancano, si assorbiscono in leggi immortali

di ragione i particolari fenomeni di Roma, d’Atene, di Sparta, degli

uomini, de’ luoghi, de’ tempi. In essa storia il diritto si realizza,

cominciando dalla violenza, poi mascherandola nelle formole solenni,

ingentilendosi nelle finzioni che eludono queste, poi diventando equo,

sempre sotto l’impulso prestabilito delle necessità e delle utilità,

delle passioni e degl’interessi, dalla grotta ove il selvaggio rifugge

dal fulmine, sin al trono su cui il popolo colloca, suo rappresentante,

l’imperatore che livella il diritto.

Questa è dunque una _scienza nuova_ dell’intera umanità. La

Provvidenza, che erasi fin allora dimostrata dalla meravigliosa

architettura del mondo naturale, il Vico vuol riconoscerla pure nel

mondo delle nazioni, non fatto dagli uomini ma da Dio stesso; tutto

riducendo all’unità d’una Provvidenza divina, che informa e dà vita al

mondo delle nazioni.

Scoperta colla meditazione questa storia ideale eterna, egli vi assetta

tutti i fatti umani; ne’ quali, eliminate le particolarità di luoghi

e di personaggi, sempre appare un eterno consiglio, che ordina le cose

massime e le minime. Perocchè nelle sue manifestazioni la natura umana

procede per certi principj comuni: gli elenchi della vita morale,

cioè religione, giustizia, utilità, bello, filosofia, si collegano per

esprimersi in certe forme di rapporti ne’ diversi stadj dell’umanità.

Laonde mito, etimologia, tradizione, linguaggio si soccorrono per

ispiegare l’attuamento del diritto nelle storie, e per chiarire che

in tutte ricorrono i fatti della romana. L’erudizione non possedendo

ancora dati bastanti per ismentirlo, lasciavagli campo a divinare

sopra la mitologia, espressione lirica della storia primitiva, sopra il

vocabolario, deposito delle conquiste della verità e del diritto, fatte

sotto l’impulso della necessità; sicchè colla poesia ch’è la favella

eroica, e colle frasi espresse per via di fatti, rilesse in tutti

i popoli la storia di Roma. Quest’ultima fu conservata dalle leggi;

delle altre sussiste qualche frammento appena, ma potranno ricostruirsi

sull’analogia di quella; nè v’è tradizione ch’egli non si proponga di

ricondurre alla sua preordinata storia romana.

A questo procedimento di tutte le nazioni, operanti egualmente in

circostanze eguali, nella famiglia, nella città, nella nazione,

s’opporrebbe la narrazione biblica. Il Vico, non osando rimpastarla,

la rimove, riconoscendo nel popolo ebreo un andamento particolare e

indiscutibile. Omero pure vi contraddice, cantando costumi corrotti,

lunghi viaggi, divinità avvilite che non hanno a fare col patriziato

romano. E il Vico per offrirne spiegazione ingrandisce la propria

scienza, e scopre un’età divina, una eroica ed una umana; i caratteri

doppii, ed i poeti d’età depravata che fanno se medesimi norma

dell’universo, e che ai lontani paesi attribuiscono i nomi de’ proprj,

supponendo viaggi assolutamente impossibili a quella rozzezza.

Nella civiltà greca come nella romana da principio fu adorata la

Provvidenza, poi fantasticato, poi ragionato. Da qui il succedersi

dell’età divina, dell’eroica, e dell’umana; ciascuna dotata d’idee e di

linguaggi proprj. Vi corrispondono tre specie di costumi; religiosi,

violenti, officiosi: tre giurisprudenze; la mistica, la prudente,

che ripone il valore nella forma materiale della legge a quella

attaccandosi per difesa, e l’umana: tre specie di lingue, di caratteri,

di costumi, d’autorità; tre tempi, i religiosi, i puntigliosi, i

civili; tre governi, divino, eroico, popolare libero sia monarchia o

repubblica, dove però i cittadini son tutti eguali.

Via dunque dalla storia il caso; via l’onnipotenza dei grandi uomini;

tutto essendo provvidenziale e prestabilito, non solo pel nostro ma

pei _mondi infiniti possibili._ Glien’è riprova la barbarie rinnovata

del medioevo, dove rinascono i simboli, il linguaggio figurato, le

clientele, e un Omero della seconda inciviltà, com’egli arditamente

qualifica quel Dante, che al Gravina era parso l’Omero di una seconda

civiltà. Il mondo, che ripigliò l’antico corso, ricadrà quandochessia

nella barbarie.

Benchè egli facesse tutt’uno la scienza e la bellezza, ammirasse i

classici e lo stile storico _mezzo fra prosa e verso_, e fosse dai

contemporanei lodato come umanista, si rinvolse in una forma scabra

e intralciata, che nocque assai all’intenderlo[280]; oltre che una

storia, la quale trova riscontro nella letteratura, nel linguaggio,

nella geografia, nell’astronomia, nella cosmogonia, se poteva

abbracciarsi da un potentissimo intelletto, non doveva trovarsi

accessibile alle intelligenze normali. Pertanto i contemporanei nol

capirono; e fu inteso sol quando altri già erano arrivati dove lui, e

più innanzi.

Però, non che fosse un isolato fenomeno in mezzo ad un mondo troppo

inferiore, egli si erudì nella sapienza del suo tempo; non distratto

dalla Corte e dalla moda come i Francesi, non dagl’interessi politici

come gl’Inglesi, meditava que’ libri che altri scorrono; confutò

riverentemente Cartesio e Grozio, da cui dedusse l’astratta giustizia;

forse il _Nuovo Organo_ di Bacone gli suggerì l’idea d’una scienza

_nuova_; profittò del Gravina e del Sigonio, e sovrattutto del

platonismo di Leibniz; e criticando il genio, genio si mostrò. Di

que’ pochi ch’egli intitola _passi d’oro_, cioè verità quasi sfuggite

agli antichi, sol una mente come la sua potette accorgersi, non che

interpretarli e indurne leggi universali. Machiavelli, pensatore sì

robusto, aveva accettato la storia di Livio come indubitabile e nel

senso vulgare; il Boccalini, Annibale Scoti ed altri commentatori

di Tacito non faceano che diluirne i potenti riflessi con languide

parafrasi e spiegazioni che nulla insegnavano più dell’originale;

Grozio, Sigonio, Gravina, non che i minori interpreti, nella

legislazione romana vedeano meramente i fatti; mentre il Vico nella

storia come nella giurisprudenza s’approfondisce da scopritore, nè

altri mai radunò tante verità e principj nuovi, nè tanto valse nel

convertire i fatti in idee senza smarrirsi in astrazioni.

Quell’erudizione, meravigliosa pe’ suoi tempi, fu mostrata monca

dalle posteriori scoperte. Se avesse saputo che fra’ selvaggi il Dio

è complice dei delitti, è l’avversario d’una civiltà che incatena

gl’istinti, non avrebbe derivato la religione dallo sgomento. Dinotò

gli sviluppi dell’umanità nelle formole del diritto romano, ma non

avvertì ch’era tradizionale, anzichè spontanea; evoluzione, anzichè

passaggio da barbarie a civiltà, attesochè il gran popolo sorgea

di mezzo alle città italiche. Attribuisce la potenza di Roma alla

sua situazione, eppure confessa che i popoli hanno senno e voglie

quali l’educazione li dà. Alle origini dell’improvvisata sua società

trasporta le cognizioni delle società già costituite, i bisogni

di proprietà, di famiglia, di religione, di schiavitù. Al giudizio

individuale di Cartesio surrogando il comune, non s’accorge che spesso

l’errore domina intere generazioni, e i miglioramenti nascono da

ragione individuale che precede la generale; sicchè il senso comune

è l’espressione di uno stadio sociale, anzichè della verità e della

ragione.

L’erudizione, che lo avea portato a tanta sublimità, fu pure la sua

pietra d’inciampo, ritorcendolo verso il passato, fin a rinnegare

diciassette secoli di progresso, e l’indefettibilità del cristianesimo,

e la non più disputabile emancipazione dello schiavo: l’ammirazione

delle passate gli tolse l’intelligenza delle età moderne, e lo persuase

che il _ferreo mondo_ fosse in pieno decadimento: osservando declinare

l’Italia dopo tanta floridezza, estese quest’esempio a tutta l’umanità,

credendone inevitabile il precipitare dopo elevatasi, e le cause del

deperimento universale cercò ne’ parziali eventi della nazione che

dominava la sua. Il progresso delle scienze fisiche e la conoscenza

maggiore del mondo vennero poi ad attestare che leggi dell’universo non

sono quelle di Roma e di Grecia; le caute induzioni odierne provando la

parentela delle favelle, negarono che le lingue nascessero spontanee

ed isolate per uniforme conato della natura umana; le tante genti

rimaste immobili nella primitiva selvatichezza, o moventi appena i

primi passi nella via della civiltà, le nazioni stazionarie, fransero

il circolo similare, entro cui egli avvolge inevitabilmente l’umanità,

e chiarirono che il cattolicismo, l’affrancazione dell’uomo, le grandi

scoperte impediscono di indietreggiare pei fatali ricorsi.

Eppure nel sublime sonnambulismo del genio, dominato da quella

_melanconìa che dà grandezza_, fattosi interamente antico, _ficcò_

la filosofia nelle favole, e i deserti antestorici popolò coi figli

de’ suoi pensieri, signoreggiando il presente e l’avvenire; e, suo

merito supremo, innovando il metodo delle ricerche storiche, fu il

primo ad architettare la storia come soggetta a una legge certa, ad

un’eccelsa moralità, indipendente da nazioni e da tempo, e la cercò.

Poco prima Bossuet vescovo di Meaux, nel _Discorso sulla storia

universale_ avea dato una filosofia della storia, ponendole per centro

il Calvario, quasi tutte le vicende del mondo fossero preordinate

verso il Redentore venturo o venuto. Il Vico, che probabilmente non

n’ebbe contezza, considerò le nazioni in sè, e i fatti come fasi

della vita, sicchè ne coglieva soltanto ciò che valesse a mostrare la

loro opportunità ai disegni di Dio. Trovò i tipi di ragione; enunciò

le lingue far parte intima della storia civile; se in cercare nelle

radici de’ vocaboli le radici dei pensieri errò sovente, aprì il

calle a nobilissimi ardimenti, e divinò quel che altri poi scopersero;

alla filologia ampio senso attribuì come meditazione della parola in

quanto esprime il pensiero dei popoli, ed è interpretata dai fatti

ben più che dai commentatori; avvertì la distinzione fra popolo e

plebe: al famoso passo di Clemente Alessandrino sulla scrittura egizia

diede l’interpretazione, di cui si gloriano i nostri contemporanei;

sminuì le meraviglie cinesi, e presentì l’importanza delle genti

scitiche; dettando alcuni canoni di ragione, mettendo in dubbio alcuni

pregiudizj, posando molte quistioni e alcune snodando, scoprendo

spesso, più spesso ponendo sulla via di scoprire, d’oltre un secolo

prevenne gli ardimenti della critica e la creazione d’una storia

ideale dell’umanità, dove i secoli passeggeri si contemplano nel lume

dell’eterna Sapienza. La lotta dell’intelligenza colla necessità,

dell’Oriente coll’Occidente, dell’uno col molteplice, l’objettivarsi

dell’idea nella storia, la manifestazione dell’assoluto, le altre forme

umanitarie di Schelling, di Hegel, di Fichte, di Cousin rientrano

pur sempre nel concetto di Vico, liberato dall’umiliante corollario

dell’inevitabile decadenza.

Non dimentichiamo che, disapprovando le oziose disquisizioni, il

Vico disse la filosofia esser data «per intendere il vero e il degno

di quel che dee l’uomo in vita operare»; e, a differenza dei tanti,

rivolti solo ad esagerare la degradazione, sostenne che «la filosofia,

per giovare al genere umano, dee sollevare e reggere l’uomo caduto

e debole, non convellergli la natura, nè abbandonarlo nella sua

corruzione».

Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15) · 第 14 / 22 题