CAPITOLO CLVIII.

Scienze morali e filosofiche. Economia. Storia.

Della vacuità letteraria non ultima causa fu la mancanza di movimento

filosofico. Alla scolastica, che sotto l’apparato dell’argomentazione

copriva spesso la nullità, e rigirava sempre entro il proprio circolo,

aveano recato multiforme assalto gli Umanisti, i Platonici, i nuovi

Peripatetici, i nuovi Pitagorici, i Mistici, gli Stoici, gli Scettici

(t. IX, p. 310). Il modenese Mario Nizzoli[231] (-1556) combattè la

logica e la metafisica dello Stagirita, non meno che le idee platoniche

discordi dall’esperienza, e al barbaro delle scuole cercava sostituire

il linguaggio comune e chiare etimologie; onde il Leibniz l’offrì

come _exemplum dictionis philosophiæ reformatæ_. Sebastiano Erizzo

veneto (-1585) sostenne il metodo analitico (_divisivo_), qualificato

da Platone un dono e insegnamento degli Dei. Ma più che dai parziali

assalti fu scassinata la Scolastica dalla Riforma, colla quale entrato

il dubbio e l’esame, all’_ipse dixit_ si sostituiva la discussione

contraddittoria de’ fatti. Non paghi del distruggere, alcuni vollero

surrogare artifiziali combinazioni di sistemi antichi e d’immaginazione

propria. Principalmente il regno di Napoli diede pensatori originali:

ma appena spastojati dalla Scolastica, buttavansi all’entusiasmo, al

gusto dello straordinario nell’ordine delle idee e dei fatti, alle

aberrazioni ontologiche; mescolando jattanza critica a superstizione e

incredulità, con una turbolenza indisciplinata, che manifestavasi anche

nella vita loro.

Bernardino Telesio da Cosenza (1509-88), studiato nel silenzio fino

ai sessant’anni, pubblicò una filosofia naturale (_De rerum natura

juxta propria principia_), dove, sbrattando dai commenti la fisica

d’Aristotele, riduce i principj ad uno corporeo ch’è la materia, e

due incorporei, calore e freddo: non solo attivi, ma intelligenti dei

proprj atti e delle mutue impressioni. Il calore risiede nei cieli,

unito alla materia più sottile; il freddo nel centro della terra,

ove più densa è la materia; lo spazio intermedio è campo alle loro

battaglie. Sul moto dei corpi celesti, sui gravi cadenti, sull’angolo

d’incidenza e riflessione della luce, sulla direzione dei raggi

negli specchi concavi o sferici, reca vedute nuove. Avanti Cartesio e

Bacone, ai quali è attribuita la lode d’aver ricondotto gl’intelletti

all’esperienza e all’induzione, il Telesio alla moderna indicava

tutte le scienze naturali da studiare secondo i principj lor proprj,

emancipandosi dai pregiudizj fondati sopra l’autorità e sopra massime a

priori, e interrogando la natura: sicchè Bacone lo chiama il primo de’

novatori.

A tali meriti partecipa Giordano Bruno da Nola (1550-1600). Stanco

di viver domenicano e delle tirannidi nostrali, va a Ginevra, e

s’accapiglia co’ seguaci di Calvino e Beza, de’ quali abbracciando le

dottrine, non tollerava i limiti; considerato scettico, è perseguitato;

passa a combatter dalla cattedra gli Aristotelici in Francia, in

Inghilterra e in varie Università di Germania, in nessun luogo godendo

tranquillità, colpa forse la smisurata sua superbia[232]. Acutissimo

ingegno, istrutto nel greco e nella filosofia antica, robusto ma

sfrenato d’immaginazione, sostiene l’originale libertà del filosofare,

ma non sa padroneggiare il soggetto e fermarsi a tempo. Strani

titoli appone alle sue opere, come la _Cabala del cavallo pegaseo_,

la _Cena delle ceneri_, che è un dialogo sulla teoria fisica del

mondo, ove sostiene Copernico, cui dà lode non meno d’erudizione che

di coraggio[233]; ma l’ipotesi della gravitazione gli sa d’assurdo,

attesochè ogni movimento sia per natura circolare. Lo _spaccio della

bestia trionfante, proposto da Giove, effettuato dal Consiglio,

rivelato da Mercurio, recitato da Sofia, udito da Saulino, registrato

da Nolano_, fu creduto qualcosa di tremendo contro Roma, e non è nulla

più che un’allegoria per introduzione alla morale. Il mondo, adir

suo, è animato da un’intelligenza onnipresente, causa prima non della

materia, ma di tutte le forme che la materia può assumere, viventi in

tutte le cose quand’anche vivere non sembrino[234]. L’unità è l’essere;

ciò che è multiplo è composto; dunque non esiste che l’uno, e in

questo vanno confusi finito e infinito, spirito e materia. Presa in sè,

l’unità è Dio; in quanto manifestasi nel numero, è il mondo; e ancora

il mondo è Dio[235]. Un’unità primitiva sta in fondo all’apparente

varietà degli oggetti, che a petto ad essa tutti sono eguali: e

nell’osservarli non si vedono sostanze particolari, bensì la sostanza

in particolare. Avvi dunque un principio supremo dell’esistenza, cioè

Dio, che può esser tutto, ed è tutto; in lui la potenza e l’attività,

il reale e il possibile costituiscono un’unità inseparabile; esso è non

solo _causa esterna_, ma _fondamento interno_ della creazione. Idee

vere non si danno se non nell’essere divino, del quale l’universo è

effetto ed espressione imperfetta; e da questo universo noi deduciamo

le cognizioni, che non sono idee ma ombre d’idee.

Stabilita la relazione dell’intelletto divino coll’universale e

cogl’intelletti particolari, e scoperto il nesso fra la verità divina,

la verità delle cose e la verità propria de’ nostri intelletti, ne

deduce l’armonia di tutte le cose fra loro. Dalla stretta connessione

fra i tre grandi ordini di cose, Dio, l’universo, le intelligenze

particolari, avendo creduto dedurre l’assoluta unità, aspirò a

ridurre l’ideale e il reale, l’ente di ragione e il sussistente in

un’unica categoria, la quale abbracciasse l’essere nell’universalità

sua, ricondotto alla semplicissima unità. Al qual uopo intensamente

s’applicò a perfezionare l’_Ars magna_ di Raimondo Lullo: cattivo

modello.

Pertanto egli primo nel suo secolo contempla il mondo da puro

metafisico; o, come si direbbe oggi, si pone alla ricerca

dell’assoluto; e sviando dall’esperienza, le cause de’ fenomeni non

indaga nella materia stessa, ma accenna uno spazio infinito, pieno di

mondi che splendono di luce propria, d’anime del mondo, di relazioni

dell’intelligenza suprema coll’universo; confida nel _lume interno_,

nella _ragion naturale_, nell’_altezza dell’intelletto_, e così

s’avventura a divinazioni, talora anche fortunate, sopra i moti delle

stelle fisse, la natura planetaria delle comete, l’imperfetta sfericità

della terra.

Risoluto di rivedere la patria, giunge a Venezia, sta due anni a

Padova; ma preso, è consegnato all’Inquisizione romana, la quale non

potendo indurlo a ritrattarsi, lo dà al braccio secolare, _ut quam

clementissime, et citra sanguinis effusionem puniretur_. Condannato ad

esser arso in Campo di Fiore, disse ai giudici: — Avete maggior paura

voi nel proferir la sentenza, ch’io nel riceverla»[236].

Testè i Tedeschi riconfortarono la memoria del Bruno, indicandovi

dottrine affini alle loro e principalmente al panteismo di Schelling,

al par del quale il nostro coll’astrazione padroneggia le meraviglie

visibili e invisibili dove si confondono il creato e l’increato.

Ma le inestricabili divagazioni e la mancanza di linguaggio e

di concatenamento scientifico nelle variatissime forme della sua

ispirazione resero poco accessibile, e quindi infruttuoso il nostro

filosofo.

A Stilo, nell’estrema Calabria, nacque Tommaso Campanella (1568-1639),

anch’esso domenicano e non meno ardito pensatore, capace di riuscir

sommo se non si fosse sparpagliato su tante scienze col proposito

di riformarle. Invaghito di Telesio «tanto per la libertà del

filosofare, quanto perchè pendeva dalla natura delle cose, non dai

detti degli uomini»[237], tentò sottrarsi alle possibilità di Lullo

e alle formole della scolastica e fondare una filosofia della natura

sopra l’esperienza, combinata però col soprannaturale, cioè colla

rivelazione, la quale è fondamento della teologia. Nè in teologia

può esser falso quel che sia vero in filosofia, giacchè quella è

scienza degli attributi di Dio, questa è scienza della scienza con

cui Dio governa il mondo. Vero è che egli come teologo non affronta

con indipendenza il problema fondamentale della metafisica, mentre poi

troppo ragiona per teologo, nell’intento di raffigurar la rinnovazione

dell’uomo mediante la scienza.

Prima di Cartesio trasse la prova dell’esistenza dall’attività

interna[238]: conobbe ed espresse il bisogno della cognizione razionale

e teologica, quantunque lontano dal soddisfarvi: ammirò Galileo, pur

dissentendone in alcuni punti, e l’esortava a compiere un corso di

filosofia razionale. Suo tipo è il mondo[239], e riprova coloro che

all’esperienza antepongono l’autorità e le argomentazioni. Ma vedendo

i fenomeni della calamita e il sesso delle piante, credesi appoggiato

dall’esperienza nell’asserire che tutto è animato[240]; con eloquenza

descrive le simpatie della natura, e lo spandersi della luce sulla

terra, penetrandone tutte le parti con un’infinità d’operazioni, le

quali è impossibile si compiano senza immensa voluttà. E talmente i

corpi godono del mutuo contatto, che non può formarsi il vuoto se non

per mezzi violenti. Oltre la metafisica, la fisica, la fisiologia, la

filosofia sociale, offre un albero delle scienze, ponendo come capitale

e universalissima la metafisica, e sotto di essa dividendo le altre in

razionali e reali, cui corrispondono le scienze operative, le pratiche,

le discipline e le arti.

Troppo più cose asserisce che non ne provi; e lenta le redini

all’immaginazione, concitata dalla solitudine e dai patimenti.

Sovrattutto s’industria ad opporre un dogmatismo filosofico allo

scetticismo, fondandosi sul bisogno che la ragione prova di raggiungere

la verità; sicchè per impugnarla lo scettico medesimo ha mestieri di

certi postulati. Contro i machiavellici difende la libertà del sapere

e i diritti della ragione; ma poi si palesa machiavellico più che il

suo secolo, e vorrebbe far dipendere la grandezza d’Italia da quella di

Spagna, e questa procacciare con arti tiranniche e corruttrici: perisca

la patria, purchè trionfi l’idea.

Iddio parlò agli uomini dalla più grande antichità, mediante tutte

le religioni; rivelossi agli Assiri cogli astri, ai Greci cogli

oracoli, ai Romani cogli auspicj, agli Ebrei coi profeti, ai Cristiani

coi concilj, ai cattolici coi papi, ampliando la cerchia delle sue

rivelazioni ogni volta che lo scetticismo e l’incredulità attaccavano

i popoli corrotti; le scoperte moderne son l’ultimo termine di questa

tradizione divina, che, sempre superiore alle miserabili operazioni e

alla gretta politica degli uomini, congiungerà finalmente tutti in una

sola credenza, in quell’unità del genere umano che Augusto intravvide,

e che la ragione esige perchè cessino i flagelli naturali e perchè le

regioni più diverse permutino fra loro tutti i beni.

La filosofia reale divide egli in fisiologia, etica, politica,

economica e _città del sole_; nella qual ultima principalmente spiegò

i suoi concetti sociali, e quasi la mancanza d’una patria lo spingesse

ad errar nelle utopie, si propose di riformare il genere umano,

ripristinando l’integrità e l’armonia della potenza, della sapienza e

dell’amore. Delinea dunque una società sul tipo della sua metafisica:

e come l’intelletto prevale alle altre facoltà, così il capo della

repubblica a tutto l’ordine politico e civile; come l’intelletto

è raggio divino, così questo capo è quasi un’incarnazione di Dio;

come l’intelletto è per essenza buono, sapiente, potente, così esso

capo deve aver tre ministri che rappresentino l’amore, la sapienza,

la potenza; e il primo vigili alla generazione e all’educazione, il

secondo a propagare la scienza, il terzo al consorzio civile e al

mantenimento della vita.

Non sarebbe questa la monarchia universale esercitata nel medio evo

dalla santa Sede? Frate com’era, prende a tipo il monastero e la

gerarchia clericale; tutti i Solari fan voto di frugalità e povertà;

quattro ore di lavoro quotidiano basteranno ai parchi bisogni; il

resto applicheranno all’universalità delle umane cognizioni. Comunanza

dei beni e delle donne; abolizione della famiglia e della servitù; il

servizio domestico si trasformi in funzioni pubbliche; e il potere, o,

a dir più giusto, la direzione de’ lavoranti sia, ad ogni grado della

gerarchia, esercitata da un uomo o da una donna.

Chi primeggia in qualsiasi scienza od arte meccanica, è fatto

magistrato, e ciascuno li ha in conto di maestri e giudici; essi

sopravvegliano i campi e i pascoli; quel che maggiori mestieri conosce

e meglio esercita, ottiene maggior considerazione. Ecco la gerarchia

della capacità predicata dai Sansimoniani ai dì nostri, non mancandovi

tampoco il padre supremo, il papa industriale[241]. Tali magistrati

hanno autorità di giudicare e punire fin di morte e sommariamente;

al potere esecutivo e giudiziario uniscono il religioso; ricevono

da ciascun subordinato la confessione auricolare, e la trasmettono

ai superiori colla propria. Il male della società deriva dall’amor

proprio; vuolsi dunque affogarlo nell’interesse generale. A tal

uopo sopprimasi la proprietà. Nè egli rifugge da veruna conseguenza

del comunismo; fino il generare dev’essere sottoposto a norme, onde

ottenere il progressivo miglioramento della specie; le donne esporranno

i loro vezzi, magistrati apposta sortiranno le coppie, secondo norme

che egli divisa cinicamente e secondo le combinazioni planetarie, sulle

quali esso si diffonde con una compassionevole sapienza. Così è tolta

fin la libertà dell’amore per ottenere quell’educazione onnipotente,

che, cominciata prima del concepimento, deve accompagnare il nuovo

cittadino sino alla virilità.

Mediante questa, i Solari porteranno a perfezione il sapere e la

società, faranno aratri che si muovano a vela, bastimenti che navighino

senz’antenne o remi; voleranno, discerneranno negli abissi del cielo le

stelle più remote, udranno l’armonia delle sfere celesti, arriveranno

ad una longevità, ora inattingibile, anzi sapranno ringiovanire ogni

settant’anni; tutta la terra sarà coltivata secondo un divisamento

unico, come fosse un solo possesso; un nuovo culto senza misteri

raccorrà nel tempio stesso le immagini di Pitagora e di Cristo, di

Zamolxi e dei dodici apostoli; una lingua universale torrà gli ostacoli

alla comunicazione delle idee. Così (oltre far continua astrazione

dalle condizioni, dallo spirito, dai costumi d’Italia) colla natura

morale il Campanella alterava anche la natura fisica; volea vincere le

fatalità della natura, l’imprevidenza dell’uomo, l’antagonismo degli

Stati; e mancando d’ogni senso della realità, raggiunge a fatica quel

che i mistici comunisti del medioevo già avevano effettuato.

Eppure, fra tanti delirj, conditi d’astrologia e d’astrusa scolastica,

profonde e nuove osservazioni reca egli sopra la storia e l’alta

politica della Corte romana; dalla prigione scriveva a Filippo II,

implorando d’andargli a parlare di cose rilevantissime alla Spagna.

Nella quale ravvisa il marchio della predilezione divina, come la

più cattolica, e che ottenne dal Cielo il nuovo mondo; sicchè tutti

devono adoperarsi affinchè consegna l’impero dell’universo, abbatta

l’islam e l’eresia, compiendo la sua missione d’assicurare il trionfo

della Chiesa. Ciò conseguìto, ristaurata l’unità del mondo, dovrà

rifabbricare il tempio di Gerusalemme. Senza libri, e da dieci anni

_in tuguriolo angusto_, indovinò il declinare di quella potenza, che

allora stava all’apogeo. E per prima causa vi assegna l’isolamento

orgoglioso degli Spagnuoli, onde consiglia di favorirne i matrimonj con

Fiamminghi, Tedeschi e Napoletani, i quali deporranno le ripugnanze

e s’acconceranno ai costumi degli Spagnuoli, giacchè è impossibile

piegar questi orgogliosi verso costumi stranieri. — I vostri baroni e

conti, spoverendo i sudditi, spoverendo voi stesso (dice al re), vanno

vicerè o governatori soltanto per ispendere pazzamente il denaro, farsi

de’ creati, e rovinarsi in piaceri; poi dall’ostentazione e dal lusso

ridotti in secco, tornano a rifarsene in Ispagna, e rubano a dritta, a

sinistra, e arricchiti di nuovo, ricominciano quella vicenda, e mille

arti sanno di smungere i poveri sudditi»[242]. E segue suggerendogli le

prudenze occorrenti per ingrandire: tengasi amici gli ecclesiastici;

mandi cardinali e vescovi a governar l’America, le Fiandre e i luoghi

sospetti; remuneri i più sapienti in divinità; ne’ consigli supremi

metta Gesuiti, Domenicani, Francescani; nelle guerre ogni capitano

abbia un consigliere religioso, massime per sovrantendere alle paghe

de’ soldati, giacchè «la rovina di Spagna è che paga e non sa a chi»;

tutte le sue imprese faccia dichiarar giuste dal papa.

Nei consigli vuole che gl’Italiani siano adoperati principalmente per

cose di guerre; ma non trascende i suoi contemporanei, i quali tutti

ammettevano il sommo ed assoluto imperio del principe, nè provvedeano a

mettere il men possibile d’impacci alla libertà individuale.

Coloro che fra le vittime dell’intolleranza ecclesiastica decantano il

Campanella, piacciansi osservare quanta egli ne eserciti. Coi novatori

insegna di «non disputar le minutezze delle parole sacre, ma solo,

Chi vi ha mandati a predicare? o il diavolo o Dio? Se Dio, ciò devano

mostrare con miracoli: se no, bruciali se puoi, e infamali; ma mai si

devono far dispute grammaticali, nè con logica umana discorrere, ma con

la divina, senza moltiplicar parole ed allungare la lite, il che è una

specie di vittoria a chi sostiene il torto. Di più condannarli al fuoco

per le leggi imperiali, poichè tolgono la fama e la roba ad uomini

autorizzati da Dio con lunga successione, come è il papa e’ religiosi,

e coll testimonianze e sangue sparso... Il primo errore che s’è

fatto, fu di lasciar vivo Lutero nella dieta di Vormazia ed Augusta:

la qual cosa, sebbene alcuni dicano averla fatta Carlo per ragione

di Stato, acciò che il papa sempre restasse timoroso di Lutero, onde

fosse astretto sempre seguire le parti di Carlo, ajutandolo con denari

ed indulgenze nelle imprese che faceva per arrivare alla monarchia,

temendo non si piegasse ad innalzare Lutero suo emulo; nondimeno

si vede essere stato contro ogni ragion di Stato, poichè, snervato

il papato, tutto il cristianesimo s’indebolisce, tutti i popoli si

ribellano sotto specie di vivere in libertà di coscienza» (_cap_.

XXVII).

E più volte ricombatte Lutero e Calvino. «La religione che contraddice

alla politica naturale, non si deve tenere. La luterana e calviniana

che nega il libero arbitrio, non si deve mantenere, perchè i popoli

possono rispondere che essi peccano per destino» (_Aforismo_ 84).

E quanto all’attuazione esterna della Chiesa, egli professa che

«s’inganna chiunque dice che il papa non ha se non il gladio spirituale

e non il temporale, perchè la monarchia sua sarebbe diminuita mancando

di questo; e Cristo Dio legislatore sarebbe diminuito, cosa imprudente

ed eretica da affermarsi. Quella medesima costellazione che trasse

fetidi eflluvj dalle cadaveriche menti degli eretici, valse a produrre

balsamiche esalazioni dalle rette intelligenze di quelli che fondarono

le religioni de’ Gesuiti, de’ Minimi, de’ Cappuccini» (_Afor_. 70).

Questi concetti riusciranno bene inaspettati a chi lo giudicò fin ora

a detta altrui. Una volta ogni rivoltoso dovea figurarsi come eretico:

oggi come italianissimo, e qui pure il Campanella ci raffinisce tra

le mani. Perocchè professava che Italia «già mostrò i suoi frutti, e

nessuna nazione dopo perduto l’impero potè recuperarlo mai, e tanto

meno l’Italia, chè le stelle pur contraddicono, e dove non è che

paura tra tutti e poca risoluzione per la salute comune, e nulla per

ricuperarle l’impero, aspirando i principi soltanto a conservarsi[243].

Giacchè deve star soggetta, il minor male è che sottostia agli

Spagnuoli, e sperare che crescano, anzichè ricever altri forestieri con

rovina nuova. Massime che questi, essendo eretici, torrebbero a Italia

l’_unica gloria_ rimastale, il papato, donde un infiacchimento che la

esporrebbe al Turco».

Neppur s’ha a toccare il papa, perchè «solo con la venerazione difende

più gli Stati suoi che gli altri principi con l’armi; e quando è

travagliato, li principi tutti si muovono ad ajutarlo, altri per la

religione, altri per ragion di Stato[244]. E questo è dominio veramente

italiano, e perciò chiunque non lascia eredi dovrebbe legare i proprj

Stati al papa, e le repubbliche stabilire che a questo siano devolute

se mai un tiranno le invada; e così si costituirebbe a breve andare una

monarchia italiana. Intanto dovrebbe farsi a Roma un senato cristiano,

dove tutti i principi avesser voce per mezzo di loro agenti; il papa

vi presedesse per mezzo d’un collaterale; vi si risolvesse a pluralità

di voti sulla guerra agli infedeli ed eretici, sulle differenze tra’

principi, obbligando colla guerra qual vi si rifiutasse.

Del suo paese dice: «Napoli è popolata di settantamila abitanti, e

solo dieci o quindicimila lavorando, vengono prestamente consunti

dalla soverchia fatica; mentre il rimanente è rovinato dall’ozio, dalla

pigrizia, dall’avarizia, dalle infermità, dalla lascivia, dall’usura;

e per maggior disgrazia, contamina e corrompe infinito numero d’uomini

assoggettandoli a servire, ad adulare, a partecipare de’ proprj vizj,

con grave nocumento delle funzioni pubbliche. I campi, la milizia,

le arti sono negletti o pessimamente coltivati con penosi sagrifizj

d’alcuni»[245].

Il tanto oro affluito dall’America abbagliò a segno, da far credere

che in questo consistesse la ricchezza d’uno Stato; e ogni cura fu

dritta ad acquistarlo e conservarlo, non a quelle che ne son fonti,

l’agricoltura, l’industria, il commercio: la scienza amministrativa

riducevasi a trovare nuove imposte e fiscalità. I nostri le vituperano

come esorbitanti, ma non suggeriscono compensi diversi; e il Campanella

mostrava quanto male fossero ripartite, come i nobili le riversassero

sui cittadini, questi sugli artigiani e sui villani; suggeriva un

sistema consono alle nostre imposizioni dirette e indirette, leggiere

sugli oggetti di necessità, gravi su quelli di lusso e spasso[246], ed

escludendo la capitazione. Indicava pure un ricovero per gl’invalidi,

scuola speciale pei giovani marinaj, asilo e doti per le figliuole

de’ soldati, monti di pietà gratuiti, banche ove i sudditi deponessero

capitali, ricevendo conto dell’impiego e degl’interessi; tengasi buona

flotta, perchè la chiave del mare è chiave del mondo; non s’imitino

nelle colonie e conquiste i Francesi, _qui, quum multa acquisiverint,

nihil servaverunt_, perchè non sanno moderarsi, e da un lato s’arrogano

troppo, dall’altro lasciano troppa libertà, oggi trattano i sudditi

con molliccia bontà, domani con rigori violenti. Raccomanda pure di

svoltare gl’intelletti dalle teologiche sottigliezze verso la storia,

la geografia, il mondo reale; un codice uniforme; gl’impieghi aperti

a chiunque è capace; poco favore alla nobiltà nata o alla ricchezza;

stimolare la gloria e l’onore, proporre elevato scopo alle ambizioni,

ridurre uniformi le monete, incoraggiar le manifatture, ben più

fruttifere delle miniere. Eccovi concetti nobili al certo, ma non

coerenti; sulla libertà professa dottrine false o triviali[247];

vagella nell’economia al punto, che, per impedir le fami, propone il

re faccia monopolio del grano, ne vieti l’asportazione, ne assegni

il prezzo[248]; cadeva nell’astrologia, nelle scienze occulte, nel

misticismo[249]; pretendeva dall’esteriorità del corpo indovinare le

inclinazioni dello spirito non solo, ma riprodurle; insomma, al pari

del Bruno, molte verità presentì, miste a troppo di falso, e senza

quell’unità ragionata che le rende efficaci.

Compreso dalle grandi scoperte del suo tempo, ove in cent’anni

si era progredito più che ne’ tre secoli precedenti, vagheggiò

gl’indefettibili progressi dell’umanità; e nel secolo venturo

prevedeva «compiuta la riforma della società; distruzione in prima,

poi riedificamento; una monarchia nuova e mutamento totale delle

leggi». A tale confidenza il recava, ancor più che la crescente

intelligenza, la forza di carattere dell’uomo; e «come s’arresterebbe

il libero procedere dell’uman genere, quando quarantott’ore di tortura

non poterono piegare la volontà d’un povero filosofo, e strappargli

neppur una parola che non volesse?» Accennammo (pag. 126) come,

involto nella congiura di Stilo, fosse torturato[250], poi tenuto

ventisette anni prigione. È sempre difficile determinare quanto v’abbia

di vero nelle processure segrete; ma mentre i declamatori biografi

del Campanella tacciano i frati d’averlo perseguitato per eretico,

la Spagna lo incarcerava perchè cospirasse coi frati. E d’eresia e

d’ateismo è in fatti appuntato da molti contemporanei: certo il suo

_Ateismo trionfato_ va così debole, da poter essere intitolato Ateismo

trionfante: d’altra parte egli credevasi un riformatore della scienza,

inviato dal Cielo ad abbattere i sofismi, tirannide, ipocrisia[251].

Intanto egli studiava politica e filosofia, e mentre prima in favore

della Spagna, allora si drizzò tutto a sostener Roma[252]; e se fosse

scarcerato, prometteva in libri dimostrare vicina la fine del mondo;

palesare una gran congiura di principi, teologi, filosofi e astronomi

contro il vangelo; combattere invincibilmente i machiavellisti;

dare un rimedio sicuro, senza del quale la cristianità sarà divorata

dagl’infedeli; dimostrare venuto il tempo che il mondo riposi sotto

una felicissima monarchia; insegnare ad aumentar di centomila ducati

le rendite del regno di Napoli con benefizio dei sudditi, e così per

gli altri Stati; comporrà un libro per convertire i Gentili delle Indie

e convincere i Luterani, gli Ebrei, i Maomettani; andrà egli stesso

ad apostolati, con cinquanta discepoli formati a tal uopo; riformerà

le scienze naturali e morali secondo la Bibbia e i santi Padri, e le

insegnerà tutte in un anno; farà un’astronomia nuova, e mostrerà i

sintomi della morte del mondo; di più fabbricherà una città salubre e

inespugnabile, e tale che al sol mirarla s’imparino tutte le scienze

storicamente; scoprirà il moto perpetuo; farà vascelli che navighino

senza remi, e carri che vadano col vento. Insomma anche qui mistura di

elevato e di puerile.

E dotti e principi presero interesse pel Campanella: Paolo V spedì

apposta il tedesco filologo Scioppio a Napoli per trattare di sua

scarcerazione, e se non altro gli ottenne di poter leggere e scrivere

e mandar lettere. Alfine Urbano VIII, trattolo a Roma col pretesto che

competesse al Sant’Uffizio per avere professato profezia, lo restituì

in libertà. Passato allora in Francia, trovò amici gli eruditissimi

Claudio Peiresc e Gabriele Naudé, Richelieu protettore, applaudenti

i Francesi, non tanto come a filosofo, che come a perseguitato della

Spagna; pensionato di cencinquanta lire al mese, assisteva alla

Sorbona, all’Accademia allora nascente, fin al consiglio di Stato;

vi fece molte profezie, riportate dai contemporanei, e compiva le sue

opere, dirigendo le quali al granduca, dicevagli averlo Iddio mandato

in quel paese certamente per ricostruire le scienze.

Avea predetto gli sarebbe funesto l’eclissi del giugno 1639, e tentava

sviarlo con ripari astrologici: ma al 21 maggio morì settagenario.

_Uomini nuovi_ sono chiamati costoro da Bacone, perchè alla scolastica

abitudinaria surrogavano la ragione: e di fatto il Patrizj[253] già

asseriva «i particolari sensibili fare strada alla più alta filosofia»,

e il Campanella che «prima opera del filosofo è comporre l’istoria dei

fatti». Ma non si sceverano dalle inveterate prevenzioni; uscendo dal

buon senso smucciano nel paradosso, nè alcuno piantò un sistema che

comprendesse bastanti verità da signoreggiare l’intelletto, il quale,

se ammira un momento le bizzarrie, non riposa che nell’ordine.

Bensì il francese Renato Cartesio (1596-1650), vedendo qual cumulo

d’errori si adottasse sull’autorità de’ precedenti, propose di

disimparare tutto e far tavola rasa, affermando soltanto ciò ch’è

evidente; pose insomma il dubbio come portinajo della scienza, e nelle

cento pagine austeramente semplici del suo _Metodo_ innovò le scuole.

La dimostrazione dell’esistenza dedusse da un fatto della coscienza

dicendo: — Io penso, dunque esisto»[254]. Vero è soltanto ciò che ha

evidenza interna nella coscienza, o di cui la mente acquista precisa

e indubitabile certezza. Dal semplice, che immediatamente si capisce,

salgasi al composto, all’oscuro, al difficile, raccolgansi e si

discernano i mezzi che conducono al vero, librandoli cogli ostacoli

frapposti; non si ammetta un concetto senza ragion sufficiente, nè una

cosa si reputi vera perchè altri la crede tale.

Rifiutando ciò che non sia evidenza o coscienza, ragione individuale

o infallibilità geometrica, concentra dunque le scienze nello studio

delle intellettuali facoltà; nulla volendo imparare da altri, si

obbliga a rifar tutta la via del pensiero, e ogni scienza trarre dal

proprio ingegno: e per quanto sia portentoso che un uomo tante cose

compisse, da peggiori falli non campò se non per merito di quegli

stessi che rinnegava.

Intanto restava eliminata dalla società ogni causa metafisica,

facendola prodotta e architettata da una potenza unica, la libertà, il

diritto dell’uomo: escluso ogni principio superiore che spieghi ciò che

la ragione non può spiegare, la filosofia cartesiana, fin all’ultima

sua manifestazione con Hegel, proclamava l’onnipotenza della ragione:

ma il razionalismo non può fare che conquiste precarie, continuamente

edificando e abbattendo, e vivendo d’incessante variazione. E già

i primi suoi seguaci trascesero, e Malebranche introdusse le cause

occasionali, e non accettò l’esistenza dei corpi, ma sol quella degli

spiriti; l’ebreo Spinosa ridusse a scienza il panteismo, ammettendo

un ente unico, un’unica intelligenza; Locke popolarizzò la metafisica

con semplificazioni che eliminano le quistioni invece di scioglierle;

Leibniz combattè il sensismo sostenendo che solo la fede può conciliare

i due termini della conoscenza, il me e il non me.

I nostri ammiravano, e imitavano chi l’uno chi l’altro. Giambattista

Vico, che prese le mosse dal criticare Cartesio pur ammirandolo,

riflette sagacemente che l’assioma _io penso, dunque sono_ prova

soltanto il fenomeno; e il fenomeno non è già negato dagli scettici,

bensì la realtà di esso; nè questi dubitano della coscienza, bensì

della sua validità (_De nostri temporis studiorum ratione_, 1708).

Conchiude che non il metodo ma il genio elevò Cartesio a tant’altezza:

l’erudizione vi trapela di mezzo all’affettata aridità della sua

ragione, come, nel mentre abolisce il passato, lascia scorgere quanto

meditasse su questo.

Michelangelo Fardella siciliano (1650-1718), dall’_analisi divina_ di

Cartesio in molti punti si scostava, e nominatamente sulla certezza,

credendo tutt’altro che dimostrata l’esistenza del mondo esteriore:

ma all’idealismo di Malebranche opponeva il suo stesso argomento;

l’esistenza del mondo esteriore non potersi dimostrare altrimenti che

per la rivelazione. Credeva le idee fossero la percezion delle cose, ma

ne ammetteva alcune innate, che però non erano immagini della mente,

bensì una disposizione di questa ad eccitarle senza impulso esterno.

Ma poichè prendeva come unica sostanza l’ente infinito, del quale

gli altri non erano che manifestazioni, come sottrarsi al panteismo?

Se non che di Cartesio e di Malebranche adottava i sistemi solo in

quanto convenissero colla dottrina di sant’Agostino, cui mostravasi

devotissimo.

Più francamente predicò il cartesianismo Tommaso Campailla di Modìca

(1668-1740) nel suo poema filosofico l’_Adamo_, onde fu detto il

Lucrezio cristiano.

A Napoli l’Accademia degli Investiganti, protetta dal marchese

d’Aversa, scosse il giogo d’Aristotele, s’innamorò di Gassendi,

della filosofia atomistica d’Epicuro e di Lucrezio Caro, benchè

facesse riserve per le credenze cattoliche. Dappoi il famoso medico

Tommaso Cornelio vi fece conoscere Cartesio, e questo divenne moda;

applicandosi piuttosto alle cose naturali, pigliando per solo criterio

l’esperienza del senso esterno ed interno. L’idealità soccombeva

dunque al sensismo, del che sbigottiti i monaci, li denunziarono

come pericolosi all’Inquisizione di Roma, la quale avviò alcuni

processi; ma l’autorità non solo si oppose, ma tolse a quella la

facoltà di processare nel regno (1692). Giambattista De Benedictis,

gesuita di Lecce, nelle _Lettere apologetiche in difesa della teologia

scolastica e della filosofia peripatetica_, flagellò i filosofi nuovi,

e principalmente i napoletani Tommaso Cornelio, Leonardo da Capua,

Francesco d’Andrea, Aurelio di Gennaro, Nicolò Cirillo, i quali gli

risposero. Elia Astorini da Cosenza carmelitano, che dal peripato

passò alla filosofia nuova, fu inquisito per mago od eretico; onde

fuggì a Zurigo, poi a Basilea, e in varie scuole della Germania

cerco e onorato: ma visto que’ professori di teologia combattersi e

scomunicarsi un l’altro, si persuase non darsi riposo che nell’unità

cattolica, onde contro Luterani e Calvinisti scrisse con erudizione

e solidi ragionamenti; e assolto fu mandato a predicare a Firenze e

a Pisa, dove lesse matematica; poi a Roma; infine stracco da nuove

persecuzioni, si concentrò nella vita studiosa. Paolo Mattia Doria,

ne’ discorsi filosofico-critici, additò per quali ragioni fosse dalla

cartesiana tornato alla dottrina platonica, e contro Francesco Maria

Spinelli difese l’ideale metafisica antica. Tommaso Rossi ricondusse la

fede ad accordarsi colla scienza.

Anche nelle scienze più favorite come le teologiche, lo stesso

indulgente Tiraboschi confessa non avervi un moralista di polso, non

uno che degnamente combattesse nella quistione della Grazia, che empiè

di garriti la Francia. Ippolito Maracci (-1765) dedicò tutte le sue

fatiche alla beata Vergine; nella _Biblioteca Mariana_ informò di più

di tremila scrittori sopra gli attributi di Maria. Luigi suo fratello

tradusse il Corano con ampj commenti e con esili confutazioni. Stefano

Menochio pavese gesuita fece un buon _Commento di tutta la sacra

Scrittura_, più volte ristampato, e _Trattenimenti eruditi_ su molti

punti di storia sacra. Vincenzo Gotti bolognese (-1655), domenicano

e cardinale, in dieci volumi dimostrò la verità del cristianesimo

contro Atei, Pagani, Ebrei, Maomettani. Il padre Domenico Gravina

di Napoli, oltre difendere la Chiesa contro Marcantonio de Dominis,

fece le _Catholicæ præscriptiones adversus omnes veteres et nostri

temporis hæreticos_ (1619). Il padre Francesco Brancati napoletano

(-1693) dettò molte opere teologiche, e sull’uso della cioccolata,

sulla giurisdizione del Sant’Uffizio, e massime sulla predestinazione,

professandosi fedele a sant’Agostino.

La morale fu applicata anche all’intera società, nella scienza civile

cercando le norme, le cause, la legalità de’ mutamenti che si vedevano.

Il diritto pubblico non si considerò più come semplice custode del

diritto privato, e l’elemento morale se ne elaborava con maggior

cura che il materiale e meccanico, pur volendo sottrarlo ai concetti

metafisici. Il diritto internazionale, dapprima ragionato su casi

teologici, sulle analogie del diritto positivo e locale, sulle

consuetudini, gli esempj e qualche reminiscenza antica, come il gius

feciale, allora si costituì sopra un’equità più larga, si riconobbero

diritti al nemico e una ragione legittima, anzi che il fatto d’una

conquista anticristiana.

L’uso di tener ambasciadori fissi nelle Corti straniere fu ignoto

al medioevo, quando politica internazionale non può dirsi esistesse,

mancando fin l’idea di nazione. Occorrendo, spedivansi oratori o nunzj,

ai quali soleano darsi le spese e regali e privilegi. Venezia, a cui

metteva capo tutta la politica d’Italia, e in parte anche quella de’

forestieri, teneva e mandava sempre gran numero di ambasciadori: ma

quando la politica s’avviluppò, e quelli crebbero a dismisura e si

resero stabili, al 5 gennajo 1529 nel maggior Consiglio si prese parte,

che, dovendo provvedersi a riparare con risparmj alle tante spese, si

cesserebbe dal dare cosa alcuna nè in dono nè in uso ad ambasciadori,

non l’affitto e le masserizie delle case, non addobbi, nè barca, nè

esenzione di dazj, nè denaro sotto qual fosse titolo: al loro arrivo

si potrebbe spendere da cinquanta ducati in una cena e in un presente

di confezioni, e alla partenza un dono non maggiore di cinquecento

ducati per ambasciadori di teste coronate, e ducento per gli altri.

L’appaltatore del vino, che era dapprima obbligato a somministrarne

al pubblico ducento anfore per uso d’essi ambasciadori, d’or innanzi

pagherebbe in quella vece cinquecento ducati all’uffizio delle

Ragion vecchie. Però in quel secolo si trascorse di molto quel segno,

ricevendo pomposissimamente gli ambasciadori e donandoli riccamente;

si permise loro d’introdur da Fusina certa quantità di pane senza

dazio, poi altre licenze, che divennero coperta del contrabbando,

sinchè non furono abolite: pure il pretenderle recò gravissimi disturbi

alla Signoria[255]. Dilatatosi l’uso degli ambasciadori, l’arte ne fu

ridotta a teorie; e Carlo Pasquali da Cuneo, che servì utilmente la

Francia col nome di Pascal, stampò il _Legatus_, primo libro ove si

trattassero i doveri e le attribuzioni degli ambasciadori.

Alberico Gentile, della marca d’Ancona (1551-1611), protestante (tom.

X, pag. 407), professando a Oxford preferisce i legisti antichi,

disapprovando l’Alciato d’aver tratto partito dalla cognizione

dell’antichità, della storia, delle lingue; ma se si guardi

all’eleganza, all’erudizione, agli altri meriti di lui, congeneri a

quelli del criticato, può supporsi che satiricamente avesse voluto

fingere un elogio all’ignoranza dei giurisperiti; non si limitò al

diritto romano, ma indagava la giurisdizione naturale; mostrava

l’importanza e santità delle ambascerie (_De legationibus_), che

non devono essere impedite da differenza di religione, che le azioni

civili contro i ministri pubblici possono essere deferite ai tribunali

ordinarj. Con questo ed altri libri (_De potestate regis absoluta,

De vi civium in regem semper injusta_) fondò la scuola del diritto

pubblico; fu il primo a librare sistematicamente il diritto delle genti

in guerra (_De jure belli_). Vuole si osservi la parola, disapprovando

e Carlo V e Luigi XII; i patti d’alleanza giudica non _stricti juris_,

ma _bonæ fidei_.

Il suo libro suggerì forse il concetto, certo l’ordine a Ugo

Grozio (-1646), il quale restaurò il diritto naturale, ben distinto

dalla morale e dalla politica, deducendolo dall’istinto sociale,

e fondandolo, non più su cause mistiche, sul gius feudale, sulle

costumanze della cavalleria, sui temperamenti ecclesiastici, ma

sull’autorità mediante una dottrina etica universale, dove però si

confondeano elementi che poi furono distinti. Hobbes e Spinosa invece

ridussero egoistica la morale privata e la pubblica. Il mediocre

Puffendorf (-1694) cercò discernere la ragione dalla rivelazione, e

dedurre il governo civile dalle famiglie primitive. Ma la riscossa

cattolica si sentì pure nelle teorie sociali, e qualunque fossero i

fatti, non si ostentava più nelle dottrine la colpevole indifferenza

tra il bene e il male, tra il vizio e la virtù, in cui s’erano avvolti

storici e politici del secolo passato, come Guicciardini e Machiavelli.

Donato Giannotti, succeduto a quest’ultimo per secretario della

Repubblica fiorentina, ne analizzò il governo, e la incalorì contro i

Medici; con senno e con dignità posata e colta esaminò la repubblica

di Venezia meglio che non avesse fatto Marcantonio Sabellico, e la

paragonava a una piramide, di cui erano base il granconsiglio, mezzo i

pregadi e il collegio, vertice il principe, e sperava vivrebbe «qualche

secolo, se non per altro, per insegnare alle città d’Italia come elle

si hanno a governare se da tiranni non vogliono essere oppresse». Il

cardinale Gaspare Contarini ammirò pure Venezia ma da un altro aspetto,

applicandole i canoni degli antichi, proclamando la legge come la cosa

più vicina alla divinità, e lodando le costituzioni miste.

Paolo Paruta veneto (1540-98) vagheggiava soprattutto la libertà, tolta

la quale, «ogni altro bene è pur nulla; anzi la stessa virtù si rimane

oziosa e di poco pregio... principale condizione nell’uomo che abbia

a divenir felice, parmi il nascere e vivere in città libera»[256];

sgomentava dal fidarsi a tiranni, e «chi commette il governo della

città alla legge, lo raccomanda quasi ad un Dio...; chi lo dà in

mano all’uomo lo lascia in potere d’una fiera bestia». Nei _Discorsi

politici_, se non arguto e vigoroso, si mostrò abbastanza franco nel

giudicare de’ Romani e de’ contemporanei; sotto quella rusticità

si riscontrano idee, delle quali è dato merito a Montesquieu. Più

che i fatti di Roma lodando la prudenza di Venezia, non che volere

l’ampliamento degli Stati mediante la conquista, come il Machiavelli,

cerca la conservazione e la difesa; anzichè, come lui, disperare de’

popoli moderni, li crede capaci di gran fatti, quali ne compirono

Carlo V e Solimano. Di politici avvenimenti sparse anche la sua _Storia

veneta_, scritta bensì al soldo della Repubblica, ma da uom pratico,

e colle particolarità e le applicazioni di cui è digiuno il Bembo,

e sottoponendo i fatti parziali a idee generali. Più francamente

descrisse la guerra coi Turchi, ch’è veramente l’epopea di quella

riazione cattolica, della quale il Paruta stesso risentì, come appare

da un _Soliloquio_ sopra la propria vita, confessione delle interne

tempeste.

La repubblica di Genova fu analizzata da Uberto Foglietta, cui non

pareva libertà quella donatale dal Doria, ma voleva che nobili e

cittadini fossero eguali in faccia alla legge, senz’altra distinzione

che del merito, della virtù e de’ servigi prestati. Cosimo Bartoli ne’

_Discorsi istorici universali_ pende ai Medici, i quali fecero ogni

opera per cattivarselo; e ancor più apertamente Giambattista Guarini

sostiene l’autorità principesca. Nel _Discorso de’ governi civili_

Sebastiano Erizzo palesa miglior conoscenza dei libri che degli uomini;

nè gravità istruttiva mostrano Bartolomeo Cavalcanti _Delle repubbliche

e delle spezie di esse_, e Francesco Sansovino _Del governo de’ regni e

delle repubbliche_.

E a centinaja sono a numerare gli scrittori di politica e di

ragion di Stato in quell’età, sotto i nomi di _Tesoro politico_,

di _Principe regnante_, di _Segretario_, di _Chiave del gabinetto_,

di _Ambasciadore_. Si fan maestri al principe regnante, al principe

deliberante, al principe ecclesiastico; al ministro, al segretario,

raccogliendo una folla di precetti ed esempj dagli antichi e alcuni

dalla propria esperienza, vulgari nel fondo, e rivolti all’intrigo,

al riuscire, all’assonnare la coscienza sui mezzi mediante la bontà

del fine: spesso volgonsi a privati, insegnando l’arte di adular con

accortezza, di dire servilità con apparenza di rustica franchezza e

sin di censura; di dar pareri convenienti al tempo e alle persone;

di sollecitar favori al momento e all’umore opportuno; di scegliersi

amici e confidenti utili o di divenirlo a chi è utile; di corteggiar il

potente, sia esso un principe o un arruffapopolo, chè l’uno e gli altri

han del pari piacentieri e turcimanni. Tutti pieni di prevenzioni,

tutti raccomandano come arte suprema la secretezza, non ostentano più

l’immoralità come Machiavelli, anzi la confutazione di questo è luogo

comune a tutti: vero è che non rifiutano l’intrigo, il tradimento e la

perfidia quando si tratti di miscredenti, di traditori, di ribelli;

nella confusione del passato non vedono alcun filo, ma vi trovano

esempj per sostenere le più opposte teoriche; insegnano a adulare senza

parerlo, a disobbedire pur protestandosi sommessi; librano i diritti

e i doveri secondo la media proporzionale d’Aristotele; e sempre

parlano a principi e a ministri, i quali non li leggevano, professando

di non iscrivere pel popolo; e danno litanie di precetti, tutti

metallo sonante e come il suono inutili, o li rinfiancano con autorità

classiche o ecclesiastiche, e li dispongono in categorie irreprovevoli,

o cercano esempj in Tiberio, in Pilato, in Bruto, per giustificare, o

almeno spiegare la notte di San Bartolomeo, il duca d’Alba, Maria la

Sanguinaria, e fondando la potenza degl’imperi e la felicità de’ popoli

su tesi e antitesi di miope dottrina, e di mediocri combinazioni.

Scipione Ammirato da Lecce (1531-1601), prudente più che arguto,

ribatte il Machiavelli, massime difendendo la Corte di Roma;

colla storia alla mano nega che da questa venisse lo sbranamento

d’Italia; esser prosperati alcuni popoli senza quest’unità, la quale

poi difficilmente s’accorderebbe colle abitudini e col valore e

l’accorgimento italiano; «e se Dio non facesse un miracolo, questa

unione d’Italia non potrebbe succedere senza la ruina d’Italia...

Desiderano dunque di vedere ogni cosa piena di sangue e di confusione,

perchè abbiano a godere i nostri nipoti sotto un principe, Dio

sa quale, la mal costante e peggio impiastrata unione d’Italia?»

(_Discorso_ V).

Una teorica compiuta e ragionata di quanto concerne uno Stato in

fatto di legislazione economica, stabilita non su Livio o Tacito ma

sul vangelo, cioè sulla giustizia e l’umanità, oppose a quella del

Machiavelli[257] Giovanni Botero piemontese (1540-1617), segretario

di san Carlo e di Federico Borromeo, poi educatore de’ figli di Carlo

Emanuele. Nella _Ragion di Stato_, con fino ragionamento, osservazioni

molte dedotte dalla lettura e dai viaggi, e opportune applicazioni,

sostiene che l’onesto non va disgiunto dal vero utile, nè l’ingiusto

può mai dirsi vantaggioso. «Stato (dic’egli) è un dominio fermo

sopra i popoli; e ragion di Stato è notizia de’ mezzi atti a fondare,

conservare, ampliare questo dominio. Debbono i governi conservarsi

a ogni costo». In conseguenza approva la strage del San Bartolomeo,

imputa al duca d’Alba l’avere clamorosamente ucciso Egmont e Horn,

anzichè «liberarsene quanto più poteva segretamente»; insieme loda la

Francia d’aver concesso libertà di culto ai Protestanti; disapprova la

crociata dei Mori di Spagna; contro l’errore crede siano più efficaci i

mezzi pacifici.

La guerra, quando non sia necessaria difesa, è un latrocinio: i grandi

eserciti mostrano la barbarie, anzichè il talento di chi gli adopera:

raccomanda la fanteria più della cavalleria, e la milizia nazionale.

Non crede utili le dogane, e l’economia nelle spese pubbliche giovar

meglio che il cumular tesori: s’incoraggino l’agricoltura e le arti,

ma non i matrimonj, nè si tema che parziali celibati scemino la

popolazione, la quale s’equilibra coi mezzi di sostentamento[258].

Teoriche di buon senso, che la scienza di poi rabbujò e imbastardì.

Nelle colonie degli Spagnuoli e Portoghesi non ravvisa che romanzesche

speranze e reali guasti, onde, invece di nuovi mondi, si avranno

nuovi deserti. L’ozio è la cancrena d’uno Stato, e perciò vorrebbe

obbligati i padri a istruir i figliuoli in qualche arte. Il commercio

è il migliore spediente a utilizzar i prodotti superflui: pure crede

dannoso l’asportar le materie prime. Ragionò meglio d’ogni altro delle

imposte, disapprovando le tasse personali e mobiliari, e tanto più

quelle in natura. Non crede che i principi vantaggino dallo scarnare

i popoli; bensì dall’averli ricchi in modo, da poter all’occorrenza

trarre imposte straordinarie. Si aboliscano le lunghe procedure costose

e la folla de’ legulej. Non osteggia la feudalità, ma vorrebbe limiti

sull’eccessivo arricchire e alla superbia de’ nobili; amerebbe si

distribuissero terre a tutti i cittadini, e segni onorifici a chi ben

meritò, per quanto d’umile estrazione; sicchè impediti i vecchi nobili

di nuocere, spinti i nuovi a giovare, tutti sarebbero meglio impegnati

alla difesa della patria. I vizj del clero derivano da orgoglio e da

potenza; mentre ogni sua autorità dovrebbe consistere nella moderazione

e nel disinteresse. Del resto egli suppone l’uomo qual dovrebbe

essere, non qual è; onde i belli suoi suggerimenti mancano spesso

d’opportunità[259].

Nello scompiglio politico dell’Europa d’allora, ribramava l’equilibrio

che un tempo erasi stabilito fra i varj Stati d’Italia; e incoraggiando

i timidi a valersi dei proprj mezzi, prevedeva il decadimento

vicino della Turchia e della Spagna. Per dimostrare la necessità

dell’equilibrio politico, dice che natura non lasciò nulla senza

contrappeso: «Che cosa più generosa del leone? ha con tutto ciò paura

della cresta e del canto del gallo; più forte che l’elefante? e trema

tutto alla vista d’un topo; più vasta della balena? ed ha bisogno della

scorta del murcolo, pesce piccolissimo; più veloce del delfino? ha

la bocca tanto ritirata che, sebbene aggiunga in poco spazio, non può

facilmente, per il sito troppo ritirato della bocca, afferrar la preda;

il cocodrillo ha il tergo guernito d’una scaglia impenetrabile, ma il

ventre delicato e molle, e perciò esposto agli urti del delfino, che

cacciandosegli sotto, lo sventra». E per l’equilibrio, più d’una grande

monarchia, ama i piccoli Stati che si contrappesino.

Come i migliori, si procaccia cognizione esatta e ordinata delle

cose reali e sussistenti e della varietà delle attuali contingenze.

Anch’egli ammira Venezia, ricca pel commercio, per la zecca, per la

dovizia de’ particolari; e quel che altrove si butta in mantenere il

re e la sua famiglia, ivi accresce la flotta e le fortezze. Nel 1590

orribil fame guastò tutta Italia, fin le pingui Parma e Piacenza;

sola Venezia provvide in modo che nessuno soffrì, e v’ebbe concorso

di forestieri; i ricchi adunarono somme pei poveri, e furono imitati

nelle altre città. Al qual proposito di Venezia avvertendo che vi si

uccide men gente che altrove, disapprova i supplizj atroci, allora

usitati: «A che proposito caricar le forche d’appiccati e far beccheria

d’uomini senza fine? L’assiduità della forca, perchè le cose alle quali

gli occhi sono avvezzi hanno poca forza a far movimenti negli animi,

rende così fatta morte meno vituperosa e men aborrevole». Riflessi oggi

comuni, allora nuovi. Non crede a Venezia nocesse l’essersi impacciata

della terraferma; e ben avvisa come due distinti governi avesse la

repubblica, quel di se stessa e quel dei sudditi; e che in lei, siccome

in tutte le aristocratiche, non predomina l’impulso guerresco quanto

nelle democratiche, perchè colà bisogna che i governanti apprestino

i mezzi ed espongano le persone, mentre dove si obbedisce agli

schiamazzi, «La sciocca turba grida _Dàlli_, _dàlli_, E sta lontana e

le novelle aspetta»[260].

V’accorgete come la scienza degli Stati, ancor novizia nell’elaborar

l’idea della suprema tutela de’ governi sui popoli, toccava tutte le

materie, mal distinguendo le regole governative dai fenomeni puramente

economici. Il Sismondi, nel tanto combattuto capo CXXVI della sua

_Storia delle Repubbliche italiane_, asserisce che «appena si trovano

due o tre esempj di scritture pubbliche intorno a cose di governo, e

i loro autori aveano sempre la precauzione di farle stampare in estero

Stato». Oltre un ribocco che ne chiudono gli archivj, se n’ha molte a

stampa, dove si esaminava lo stato de’ singoli paesi[261]; domandando,

è vero, soltanto miglioramenti parziali, spesso inefficaci, talvolta

disopportuni, e scaduti d’ogni interesse dopo passata l’occasione,

giacchè nessun grande scrittore prestò la sua voce al popolo,

abbandonato ai tumulti e all’arme corte, spediente dei deboli.

Gli antichi amministratori delle repubbliche italiane, cresciuti nella

vita privata, conoscendo quanto importino il lavorare e il risparmiare,

applicarono i canoni della famiglia allo Stato; ben lungi dal riporre

soltanto nella guerra la forza degli Stati. Decisa poi la quistione

politica inappellabilmente, gl’ingegni si volsero di preferenza

sull’economia, tanto più che la mutata via del traffico, e quindi la

mutata sede delle ricchezze invitavano a meditar sulle cagioni che

mantengono esse ricchezze e la prosperità degli Stati. Praticamente

predominante se non unico sistema era il mercantile, designato col

nome di Colbert, che facea considerare i metalli come sole ricchezze

vere, e le produzioni naturali come mezzi di conseguirle; pertanto

restare fissa invariabilmente la somma delle ricchezze, nè una nazione

potersele accrescere se non a scapito dell’altra. Di qui la nimicizia

reciproca de’ gabinetti di quel tempo; di qui un’ideale bilancia di

commercio, per cui importasse aumentar il denaro proprio smungendo

l’altrui, escludere le produzioni degli esteri, e obbligar questi a

ricevere le nostre; e a tal uopo fiancheggiarsi di privilegi, ordinanze

protettrici e azione incessante governativa.

Niuna miglior vista aveano i nostri, sebbene siano stati primi a

discorrere scientificamente sull’economia pubblica. La modificazione

portata dall’oro americano, e la profusione delle monete scadenti

concentrarono l’attenzione sul denaro, e il conte Gaspare Scaruffi

(1579), direttore della zecca di Reggio, nel _Discorso sopra le monete

e la vera proporzione fra l’oro e l’argento_, propose una riforma

generale per ridurle uniformi di tipo e di valore; pensiero che finora

rimane un desiderio. Bernardo Davanzati parlò delle monete e dei

cambj, senza profondità. Gian Donato Turbolo dissertò sui particolari

disordini della moneta nel Napoletano, ove era peggiore che altrove.

Trattò delle monete Geminiano Montanari modenese (-1687), valente

astronomo e fisico, meglio de’ precedenti con chiari principj, sobria

erudizione, e prima dell’opera di Locke: raccomandava di serbar le

proporzioni comuni nella valutazione dell’oro e dell’argento per

non lasciar campo alle speculazioni de’ mercanti; le forestiere non

computare al dissopra del valore intrinseco; della bassa lega non

valersi che per la sola quantità occorrente al traffico spicciolo.

Disapprova l’uso di Bologna di non detrarne neppure il rimedio[262].

Antonio Serra di Cosenza (-1599), stando nelle prigioni della Vicaria

come complice del Campanella, diresse al vicerè Lemos un trattato sulle

_Cause che possono far abbondare i regni d’oro e d’argento_, vedendo

il nesso fra gl’istituti civili e la produzione. Da Napoli si asporta

ogni anno per sei milioni di produzioni indigene, non è permesso

portar fuori denaro, eppure quello è tanto scarso che bisogna vender

le derrate a bassissimo costo, e altissimi sono i cambj con altre

piazze, cioè fin il cinque per cento più che a Venezia; la qual Venezia

abbonda di denaro, e le derrate vi han prezzo sostenuto, sebbene non

ne produca, anzi deva importarne per otto milioni, e il portar fuori

denaro non è impedito. Il cambio colle altre piazze è basso e talvolta

senza aggio alcuno, e questa appunto è la cagione dell’abbondanza di

numerario; sicchè il Governo di Napoli dovrebbe con severe leggi qui

pure abbassar il cambio.

Così argomentava un Desantis: e il Serra, a questa che allora parea

sapienza, rispondeva ragioni patenti; cioè che il denaro è merce come

le altre, e come queste si acquista coll’industria; le quali nell’uomo

sono fatica e intelligenza; ne’ governi traffico e provvedimenti. Le

fonti delle ricchezze fa o naturali, come le miniere; o accidentali

comuni che possono trovarsi in ogni paese, come le manifatture, il

carattere degli abitanti, l’esteso commercio, il savio governo; o

accidentali particolari come la fertilità del suolo e l’opportuna

postura. È de’ pochissimi che preferissero l’industria all’agricoltura,

perchè un terreno che porta cento moggia di grano non frutterà di più

seminandolo per cencinquanta; mentre le manifatture possono anche

centuplicare il prodotto senza proporzionato aumento delle spese.

Venezia, sprovvista di tutto, supera in ricchezza Napoli, mercè

il commercio e la saviezza d’un governo costante, mentre nel Regno

cambiasi ad ogni vicerè, nello Stato pontifizio ad ogni papa.

Eppure l’alterazione delle monete restava uno de’ più soliti ripieghi

finanziarj; e i banchi e i monti, creazione italiana, non estendeano le

operazioni in modo da generalizzare il vantaggio.

In economia sociale ogni conclusione dovrebbe esser rigorosamente

subordinata all’osservazione precedente dei fatti: pure nella

statistica, o aritmetica politica, fondata dai nostri nel secolo

precedente, ci lasciammo tor la mano dagl’Inglesi, che v’introdussero

spirito filosofico. Pietro Rossini, antenato del gran musicante,

nel 1700 stampò una statistica col titolo _Il Mercurio errante della

grandezza di Roma_.

La giustizia a principio aveva aspetto di guerra, quasi gli uomini

si trovassero in quella condizione antisociale, in cui fin oggi

si riguardano permanere gli Stati. Gli ordinamenti di giustizia (a

volerne un esempio), emanati dal popolo e Comune di Firenze dal 1292

al 1324, dispongono poco altrimenti che se si trattasse d’una guerra

fra due popoli distinti, il Comune e i nobili. Il gonfaloniere deve

esser sussidiato da mille pedoni «buoni e valenti», cresciuti poi a

molti più; «e cencinquanta maestri di pietra e di legname e cinquanta

picconari forti e gagliardi con buoni picconi», i quali, allorchè esso

li chiamasse, doveano seguirlo per disertare il fondo o per abbatter

la casa del nobile che avesse offeso il plebeo. In quel tempo nessun

popolano dovea rimanere nella casa dei grandi; le botteghe stessero

serrate; nessun grande si trovasse dov’era esso gonfaloniere. Si

provvede pure alle tregue fra popolani e grandi; gli sbanditi possano

esser offesi e morti impunemente[263].

Qualcosa di più civile apparve là dove si costituirono governi robusti,

come a Venezia. Venne poi a conoscersi il diritto romano; ma questo era

meno acconcio ai bisogni ed alla civiltà nuova, sicchè molti faticarono

a tirarlo a questa, non deponendo però la ferocia delle pene, nè

introducendo garanzie per l’imputato e umanità, sebbene massime buone

si trovino diffuse qua e là. Alcuni giureconsulti filologi applicarono

l’erudizione ad emendare i testi del diritto romano e chiarirne la

storia, siccome Emilio Ferretti di Ravenna e l’Alciato; non raggiunsero

però il Goveano, Antonio Agostino, Cujaccio: bensì l’Averani è un

interprete che non la cede ai Belgi e Tedeschi. La storia del diritto

fu fondata da Carlo Sigonio e Guido Panciroli da Reggio (-1599), il

quale scorse tutte le università italiane per educarsi, fu professore

a Padova, a Torino, ebbe scolari Torquato Tasso, Francesco di Sales,

Clemente VII, e lasciò la _Storia degli interpreti delle leggi_,

ricca di recondite notizie, quantunque non sempre certe nè vagliate.

Silvestro Aldobrandini fiorentino, esulante per avversione ai Medici,

fu reputato il miglior interprete del suo tempo.

Dell’aver abolito la legge d’agnazione e favoreggiato i diritti delle

donne, Gaudenzio Paganini (-1638) facea gran colpa a Giustiniano, per

ligezza all’antichità invocando la scritta contro la legge naturale;

secondato in ciò da tutta quella scuola classica, che credeva un

imperatore del Basso Impero fosse necessariamente inferiore ai

giureconsulti del secolo d’Augusto, senza ricordare che quello era

cristiano. Antonio Fabro, professore a Torino, unico piemontese di

genio originale, si mostrò ardito e acuto interprete.

Gli storici della scienza dimenticarono a torto Alessandro Turamini

di Siena (-1558). Professore a Roma, poi in patria e a Napoli e a

Ferrara, e uditore della Rota fiorentina, scrisse sopra il titolo _De

legibus_ delle Pandette; come gli altri del suo tempo, avea creduto

che maggior merito avesse chi maggiori autorità allegava sopra un caso

particolare; ma si convinse non meritar nome di giureconsulto se non

chi sappia da molte leggi particolari dedurre una massima generale.

Scostandosi da Ulpiano, con san Tommaso intitola la legge di natura

«partecipazione della legge eterna nella creatura ragionevole», dandole

così per fondamento la volontà del Creatore, manifestata per via della

sana ragione; eguale dunque fra tutti i popoli, immutabile ne’ suoi

canoni, quanto varia nelle deduzioni. Ma perchè essa, munita della

sola sanzione interna, non basta contro le passioni, nè stabilisce

la misura e le modificazioni dei diritti, fu duopo d’una legge civile

che la supplisca, acconciata ai tempi, ai climi, ai costumi: onde le

leggi, anche concernenti oggetti particolari, stanno in armonia col

sistema politico della nazione. Le leggi sieno semplici, poche, brevi,

effettibili; e nelle pene non compaja la crudeltà dell’uomo, ma la

bilancia della legge. L’equità civile emenda la legge quando o troppo

generale abbraccia un caso che non dovrebbe, o troppo particolare non

lo contempla; e da quella son dettate la più parte delle romane, che il

Turamini loda col mostrarle derivate dalla legge naturale. Con Alberico

Gentile va posto fra’ primi investigatori del diritto filosofico, e vi

si trovano germi dell’opera di Grozio sul diritto della guerra.

La seconda metà del secolo XVI fu detta l’età dell’oro della

giurisprudenza, e molti nostri la professarono in Francia, in

Germania, in Inghilterra. Giulio Claro alessandrino (1525), adoprato

in rilevantissimi uffizj, diede _Sententiarum receptarum opus_ e la

_Pratica civile e criminale_. Giacomo Menochio (1607), professore

a Pavia, alla nuova Università di Mondovì e ad altre, e presidente

al senato Milanese, lasciò opere sui possessi, sulle presunzioni,

sui giudizj arbitrali, che fin ad oggi non perdettero autorità ne’

tanti casi che il legislatore non può prevedere, o deve abbandonare

alle induzioni de’ giudici. Prospero Farinaccio romano (1613),

severissimo indagator di reati, de’ quali poi s’insudiciava egli

stesso, tanto tenevasi sicuro nella sua pratica, che accettava le

cause e buone e cattive, onde acquistò molto denaro, e di questo abusò

per abbandonarsi a’ vizj, pe’ quali avrebbe anche dovuto subir gravi

pene se papa Clemente VIII non l’avesse graziato. Col riformarsi della

giurisprudenza apparve scarso d’erudizione, ignaro delle fonti.

Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15) · 第 13 / 22 题