CAPITOLO CLIX.

Scienze naturali e matematiche.

Meglio delle scienze morali furono coltivate le positive, il cui lustro

redime dal decadimento delle lettere e del carattere nazionale.

L’intelletto umano non può raggiungere l’assoluto, le origini delle

cose, eppure alla ricerca di quelle s’affatica l’attività sua, e,

attesa la relativa sua impotenza, dà all’immaginazione grandissima

efficacia nelle scienze che non si riducano a puro metodo come le

matematiche. Nelle età precedenti aveano delirato le naturali; e invece

di raffrontare i pronunziati de’ maestri col manoscritto originale di

Dio, cioè il mondo e la natura; spingersi all’osservazione de’ fenomeni

molecolari onde scoprire le cause immediate; coordinar le ricerche ad

induzioni generali, e valutare l’azione de’ corpi nella loro massima

divisione, soffogavano i fatti sotto le argomentazioni, fondavano

l’autorità sopra analogie fantastiche: faceano sperienze, ma suggerite

da opinioni derivate da un preordinamento di idee allora dominante.

Leonardo Dandolo e Zaccaria Contarini, sulle traccie d’Averroe[281],

numeravano quanti peli avesse il leone sul capo, quante penne

l’avoltojo alla coda, e come sieno sorde le api e cieche le talpe. — A

che serve ciò? è ciò vero?» Son domande che non si facevano, bastando

si leggessero nelle compilazioni di Ateneo, Oppiano, Eliano, Plinio;

dietro ai quali s’investigavano stranezze e mostruosità, anzichè le

leggi comuni, quasi la natura fosse una successione di prodigi. I

particolari non fanno scienza, diceano le scuole; e avrebbe creduto

impicciolirsi il sapiente che studiasse la caduta d’un sasso, lo

sbocciar d’un pisello, le metamorfosi d’una farfalla. Che de’ fenomeni

straordinarj scopransi le cause dall’esame dei consueti; che leggi

uniformi reggano il pianeta nostro e gli altri, la rotazione del sole e

il pulsar dell’arteria, il saltellare d’un minuzzolo di carta incontro

all’ambra e lo schianto del fulmine, chi l’avesse asserito sarebbe

parso delirante.

In conseguenza prevaleano le scienze occulte, e le prime edizioni de’

libri di tal materia sono quasi introvabili, tanto si logoravano.

Può essercene tipo la _Magia naturale_ di Giambattista Della Porta

napoletano (1540-1615), che nel I libro discorre a priori delle

cause; nel II, delle operazioni, cioè del fare singolarità e prodigi,

come scoprire colla calamita se una donna è casta, far una candela

che mostra gli uomini colla testa di cavallo; nel III, tratta

dell’alchimia, non senza buone osservazioni, massime sul raffinare

metalli; nel IV, dell’ottica, ove descrive la camera oscura. Oltre

racimolare negli antichi quanto aveano di meraviglioso, sperimentò egli

stesso; poi dopo nuove letture e sperienze e viaggi, rifuse l’opera sua

in venti libri, con maggior cura del vero: pure molte cose è ben certo

ch’e’ non le avea verificate; d’altre gli si dà merito d’inventore

mentre soltanto le compilò od avventurò: nè qualche buona osservazione

basta a collocarlo tra i rinnovatori, benchè allora fosse ammirato e

tradotto.

Eppure la magìa e la medicina taumaturgica, cercando il più recondito

e strano delle bestie e delle piante, dall’errore stesso trovavansi

obbligate all’analisi e all’osservazione: i musei dove si ostentavano

rarità, e pei quali i ciurmadori fabbricavano animali fantastici,

giovavano col mettere sott’occhio gli esemplari: tanti viaggi poi

in terre inesplorate persuadevano che non tutto era stato detto. Di

tal modo alla scienza fatta a priori o sui libri succedeva quella

costituita sopra l’esperienza e l’osservazione; raccoglievansi fatti,

anzichè compaginare ragionamenti; cominciavasi a dubitare delle

asserzioni, a confessar le ignoranze, a non credere che sappia tutto

chi di tutto favella, a sostituire il fenomeno evidente alla congettura

arrischiata.

Alcuni nostri concentrarono l’attenzione su qualche punto speciale,

vero metodo di avanzare. Fabio Colonna, erudito eppur osservatore,

trattò delle conchiglie e della porpora; Pietro Olina da Orta degli

uccelli, con particolarità interessantissime[282]; de’ pesci il

Salviani da Civita di Castello. Fabrizio d’Aquapendente, con metodo

scolastico, ma con qualche buona osservazione discorse se le bestie

abbiano un linguaggio e quale, quanto differente da quel dell’uomo e

delle altre specie, a che adoperato, come possa comprendersi, qual n’è

l’organo[283]: se possano comunicare fra sè dei fatti specifici, e fin

a qual punto associno idee al linguaggio dell’uomo sono problemi ch’e’

non toccò, e che i nostri filosofi non sciolsero finora.

I cataloghi di vegetali faceansi per alfabeto, a servizio de’

farmacisti, finchè il Maranta nel 1559 pubblicava un metodo di studiar

le piante medicinali. Si ammirano nella biblioteca Marciana alquanti

codici botanici, fra’ quali il _Liber de simplicibus_ di Benedetto

Rinio veneziano del 1415, con quattrocentrentadue piante mirabilmente

ritratte da Andrea Amadìo, e coi nomi latini, greci, arabi, slavi,

tedeschi; e una _Storia generale delle piante_ di Pierantonio Michiel,

in cinque volumi, con un migliajo di specie disegnate e colorite,

i nomi in diverse lingue, e buone descrizioni, e una distribuzione

sistematica in tre serie, dedotte dalla struttura delle radici, delle

foglie, dei semi. Nel poema _De viribus plantarum_ di Emilio Macro del

1480 furono inserite le prime tavole botaniche, poi nel 93 nell’opera

di Pier Crescenzi.

Giorgio Valla, Marcello Virgilio, Ermolao Barbaro patrizio veneto,

Fausto da Longiano, Nicolò Leoniceno, Giovanni Manardo si limitarono

a tradurre o a commentare gli antichi botanici. Andrea Mattioli da

Siena, che accarezzato e applaudito viaggiò assai come medico di

principi, arricchì Dioscoride di moltissime osservazioni sue proprie,

e notizie e disegni di nostrali e di Tedeschi; onde l’opera sua

lodatissima fu cerca fin nei regni d’Oriente. Antonio Musa Brasavola

(-1577), transizione fra i commentatori e gli osservatori, consigliò

al duca di Ferrara un orto elegante, che fu detto il Belvedere, ma

che a torto si reputa il primo, giacchè Venezia ne possedeva uno fin

dal 1330, a Padova ne istituì un altro nel 1545[284], poi nel 1564

la prima cattedra pei semplici, anzi numerò nelle sue provincie tanti

orti quanti in tutto il resto d’Italia. Luigi Anguillara, famoso per

la composizione della triaca e direttore dell’orto di Padova, viaggiò

e tenne relazioni coi dotti, ai quali dava risposte e descrizioni,

che ne formarono la gloria per quanto male ne dicesse il Mattioli,

indispettito di vedersi appuntato di qualche sbaglio. Un orto ebbe

pure Firenze: quel di Pisa, donato da Luca Ghini bolognese, fu

dal granduca Ferdinando arricchito con piante d’Asia e d’America,

principalmente per opera di Michelangelo Tilli, buon osservatore e

d’estesa corrispondenza, chiesto medico dal bey e dal granturco, e

per sua cura vi fiorirono primamente l’aloe ed il caffè (pag. 303).

Giambattista Trionfetti bolognese fondò l’orto di Roma, glorioso di

possedere da seimila specie[285]. I botanici vi trovavano di belle

rarità, massime ne’ giardini veneti; il Brasavola la malva arborea e

la cassia in quello dei Cornaro a Murano; il pistacchio di Sorìa in

quel del Morosini; il Bacchino nel suddetto dei Cornaro l’uva spina

e l’iride fetida; il giacinto orientale, l’eritonio, il galanto in

quel di Lorenzo Priuli, ove prima fiorì la scamonea d’Aleppo, ed

ove s’aveano la carruba e il leucojo; in quel del Bembo il pisello

americano, il cicorio spinoso, ecc.: l’Anguillara vedeva lo storace e

l’amomo in quello de’ Michiel; la tuja, il pistacchio selvatico in quel

dei Pasqualigo, e la lacrima di Giobbe; Prospero Alpino il laserpizio

in quel dei Bembo; in quel de’ Contarini lo stramonio d’Egitto ch’egli

denominò Contarenia; in quel del Rannusio il rabarbaro; in quel dei

Moro la pianta del balsamo, ch’egli aveva recato dalla Mecca.

Que’ patrizj favorivano i cultori di questa scienza: i Calergi, signori

del monte Ida a Creta, vi ospitavano gli studiosi di tali rarità; Marin

Cavallo, nunzio a Costantinopoli, secondava i viaggi del Guilandino in

Oriente; Girolamo Cappello, provveditore in Candia, mandava piante ed

erbe ed ajutava le ricerche di Prospero Alpino e i viaggi di Giuseppe

Benincasa; Giorgio Emo condusse al Cairo esso Alpino, la cui opera

postuma delle piante esotiche fu fatta stampare da Nicolò Contarini;

l’Alvise Corner e Giovanni Donà, consoli al Cairo, esploravano col

Veslingio l’Egitto.

Ulisse Aldrovandi bolognese (1522-1605), di dodici anni fugge di casa

per veder Roma, s’accompagna a un pellegrino per San Jacobo di Galizia;

sospettato d’irreligione, torna a Roma per giustificarsi; e invaghito

agli studj naturali dal Rondelezio e dal Ghini, divien professore

in patria, e logora il ricco patrimonio in viaggi e nel mantenere

per trent’anni con ducento ducati un pittore d’animali, e molti

disegnatori ed incisori, nell’accattar rarità, libri, capi d’arte, e

dotare d’un orto botanico la patria. Il senato bolognese non gli mancò

d’ajuto; avutone in lascito il doviziosissimo museo e la biblioteca,

spese lautamente in terminare la compilazione e la stampa in tredici

volumi in-foglio della sua _Storia naturale_. Dove l’ornitologia e

l’entomologia, compite dall’autore, sono a gran pezza migliori, con

belle tavole in legno, e succinte ma esatte descrizioni; se non che

egli, secondando l’andazzo, affoga in citazioni poetiche, mitologiche,

araldiche; ad osservazioni proprie intarsia le reminiscenze, a verità

naturali le invenzioni degli uomini, e tutte le specie mai che la

fantasia chimerizzò; onde quell’opera parve a Buffon potrebbe ridursi a

un decimo, ma questo non dispregevole.

Giovanni Ciassi da Treviso ben divisò i principali fenomeni della

vegetazione; il modo del fecondamento Paolo Boccone messinese; Giacomo

Zenoni insegnò a diseccare e conservar meglio i vegetali, e descrisse,

quelli del Bolognese; quelli di Sicilia frà Francesco Cupan; i maltesi

Filippo Cavallini; Antonio Donati quelli del litorale Veneto; e così

d’ogni paese italico.

Dal descrivere, denominare, delineare altri avanzavansi all’anatomia

botanica, presentendo l’uniforme struttura intima sotto alla

differente apparenza degli esseri organizzati. Andrea Cesalpino

d’Arezzo (1519-1603) classificò le piante giusta gli organi della

fruttificazione, e massime i cotiledoni, primo abbozzo d’un sistema

carpologico; i semi rassomiglia alle uova; avverte il sesso delle

piante appellando maschi gl’individui provvisti di stami, e femmine

quei che portano i frutti; il midollo delle piante considerava come il

loro cuore, sede della forza vitale e sorgente del frutto, mentre le

altre parti del fiore provenivano dal legno o dalla scorza; dimodochè,

a sua detta, il fiore non era che un’espansione delle parti interne;

concetto adottato poi da Linneo, e svolto nella _Prolepsis plantarum_.

Assodata nel primo libro _De plantis_ la conformazione de’ vegetali,

base dell’anatomia e della fisiologia, negli altri quindici li

classifica come alberi o come erbe secondo la durata, secondo la

postura della barbicella ne’ semi, secondo il numero di questi e

le radici, o l’assenza de’ fiori e dei frutti; le classi suddivide

in quarantasette sezioni, sovente dietro al carattere di gruppi

importanti, riconosciuti oggi come famiglie naturali; ciascun capitolo

intitola da una pianta in esso descritta, non però abbastanza vasti

per costituir generi, quali sono ora stabiliti. Vero genio scopritore

e ordinatore, tardissima fama ottenne, colpa dell’irto stile e

dell’inviluppo scolastico; oltre che la venerazione per Aristotele lo

arrestava nelle conseguenze, e traevalo a contraddirsi per conciliare

le scoperte nuove colle asserzioni antiche[286].

Profittando delle non curate idee di Cesalpino, Fabio Colonna

(_Ecphrasis_, 1606) distinse nella botanica i generi, e pel primo

sostituì intagli in rame a quelli in legno. Del seme dei funghi,

già accennato in Giambattista Della Porta[287], diè poi contezza il

Micheli, che nel 1737 fondava un orto botanico a Firenze. Giuseppe

Aromatari d’Assisi, in una lettera di quattro pagine (Venezia 1625)

sopra la generazione delle piante, assodò l’analogia fra i semi e le

uova, e la destinazione de’ cotiledoni: poi la dottrina dei sessi fu

posata chiaramente da Grew e meglio dal Camerario.

Marcello Malpighi da Crevalcore (1628-94) elevò la botanica a scienza,

applicata ai progressi dell’anatomia e della fisiologia animale;

la struttura e l’incremento dei semi seguitò con miglior ordine e

più concisione di Grew nella _Anatomes plantarum idea_, stampata il

1671 a spese dell’Accademia di Londra. L’esser nuovo lo costrinse ad

analizzare ciascuna parte nelle classi e specie diverse, la corteccia,

poi il tronco, i rami, la gemma e foglie, frutti, fiori, radici, il

germogliare, le mostruosità, gli aborti.

Nardo Antonio Recchi da Montecorvo, archiatro di Napoli, avute da

Filippo II le note manoscritte di Hernandes intorno alla botanica

del Messico, ne fece un’opera che i Lincei tolsero ad illustrare, e

fu stampata nel 1615 a Messico. Il punto culminante della botanica

d’allora è segnato dalle _Tavole fitosofiche_ del principe Federico

Cesi, col sesso delle piante, il doppio sistema de’ loro vasi, i

fenomeni delle meteoriche e delle eliotropie, e coi nomi tecnici che

poi restarono; sicchè valsero di fondamento ai sistemi di Linneo, di

Trembley e de’ seguaci.

Ottavio Brembati conte bergamasco, oltre studiar la struttura

de’ fiori e quanto vi possa l’atmosfera, e nell’_Anterologia_ e

nell’_Architettura de’ fiori_ insegnare bizzarri comparti pe’ giardini,

pubblicò un _Modo di cavar le miniere_ (1663): Camillo Leonardo

pesarese (_Speculum lapidum_, 1502), e Vanuccio Biringuccio senese

(_Pirotecnia_, 1546) sanno poco degli antichi, benchè quello secondi,

questo combatta gli alchimisti: e se in Italia eransi fatte le prime

indagini mineralogiche, presto la Germania ci tolse il passo, mercè le

maggiori sue ricchezze.

Sisto V, volendo ogni maniera d’illustrazione al suo pontificato,

decretò che in Vaticano, come una biblioteca e una stamperia, così si

ponesse una metalloteca, e ne incaricò Michele Mercati da Samminiato

(1541-93). Il quale la distinse in _orycta_ e _metalleuta_, cioè

metalli proprj e metalliferi. La prima comprendeva tredici divisioni;

terre, sale e nitro, allumina, sughi acri, sughi grassi, sostanze

marine, pietre somiglianti alla terra, pietre prodotte nell’interno

degli animali, pietre idiomorfe, petrificazioni, marmi, silice e

fluore, gemme. I sei armadj dell’altra comprendono, il 1º oro e

argento, il 2º rame, il 3º piombo e stagno, il 4º ferro e acciajo,

il 5º sostanze vicine a metalli, che nascono da sè, il 6º sostanze

vicine a metalli, che si trovano nelle fornaci. Suntuosissima la sala

disposta a ciò; e magnifica al pari e molto più utile sarebbe stata la

descrizione dal papa ordinata, ove il Mercati seguì la partizione degli

armadj esponendo le opinioni correnti e le virtù de’ singoli corpi,

con tavole di squisita finezza. Morto Sisto, Clemente VIII, particolare

amico del Mercati, fece proseguire l’opera, ma morto poco poi l’autore,

questa andò in oblio. Nel 1710 nella biblioteca Dati a Firenze si

trovò il manoscritto del Mercati; e Clemente XI compratolo, incaricò

il medico Lancisi di compierlo e pubblicarlo. Il Lancisi durò fatica

a trovare nell’immensità del Vaticano la metalloteca del Mercati, ma

n’era stata dispersa la raccolta; e quando l’opera comparve nel 1717,

riusciva inutile dopo tanti progressi.

Anche nell’osservare la mirabile struttura della scorza del globo

terracqueo, furono primi gl’Italiani. I più, preoccupati delle cause

finali, tenevano il mondo fosse stato creato tal qual è, perchè

esso è il più adattato agli abitanti: ma agli osservatori non ne

sfuggivano le irregolarità, testimonj di sovvertimenti. I fossili

avanzi di animali marini deduceansi dal diluvio mosaico: alcuni li

tenevano meri scherzi della natura, e perfino il Mercati gli aduna

in un armadio distinto come «innocente trastullo della natura, la

quale volle darci le prime lezioni di scultura e pittura»; e a chi

li supponeva reliquie d’animali, domandava trionfalmente in che modo

avrebbero potuto essere accumulati negli abissi e su altissime vette?

Ma il Cesalpino confutò questo suo scolaro, e iniziò i sistemi fondati

sovra la composizione; imperocchè distinse i fossili in terre, sali e

sostanze solubili nell’acqua, suddividendo poi secondo caratteri meno

importanti: per esempio, le terre in magre, grasse, colorite, mediche;

le pietre in roccie, marmi, pietre preziose, e prodotte da corpi

organizzati o da piante. Le conchiglie fossili suppone abbandonate dal

mare, ritirandosi; le acque termali, dal calore che in sen della terra

sviluppano le combinazioni chimiche e le combustioni; crede tutti i

minerali suscettibili di cristallizzarsi in forme geometriche; l’ossido

di piombo trae da una sostanza aerea, per la quale il metallo aumenta

di peso, divinando le lontane scoperte di Haüy e Lavoisier, come

antivenne Harvey nell’indicare la circolazione del sangue[288].

E già il veronese Girolamo Fracastoro (1553), ponendo mente alla

giacitura delle conchiglie fossili e delle impronte organiche del monte

Bolca, aveva indotto non potessero essere d’un’età medesima. Pensavano

con lui Leonardo da Vinci e il Cardano, in opposizione al Mattioli

ed al Falloppio: Majolo supponevale lanciate da vulcani, come poi

sosteneva Lazzaro Moro: Fabio Colonna già distingueva le fluviatili

dalle marine. Agostino Scilla messinese (1639-1700), pittore della

scuola di Andrea Sacco e studioso delle medaglie, osservando nella

Calabria que’ grandiosi letti di testacei in parte già pietrificati,

trovolli identici colle conchiglie viventi ne’ mari vicini alla

Sicilia. Le sue indagini espose nella _Vana speculazione disingannata

dal senso_, con ventotto tavole che rappresentano i principali

fossili della Sicilia e di Malta, coralli, madreperle, ostriche,

serpule, vertebre, denti, ravvicinandoli alle specie vive. Non esperto

naturalista, «So poco (dic’egli), conosco di valer poco, ma di non

voler vivere a caso; mi son messo in capo che il dubitar delle cose è

il miglior mezzo di conoscerle con più probabilità». Il Vallisnieri, lo

Stelluto, il gesuita Cesi e molti si occuparono dei «corpi marini che

sui monti si trovano»; non posando però teoriche soddisfacenti.

Qui venne a studiare geologia il tedesco Kircher, che si fece anche

calare nel cratere del Vesuvio[289]; uno di quei talenti universali,

che han bisogno di cogliere idee complesse, quali furono l’unità delle

nazioni, la scrittura universale, la stenografia; ma i suoi libri

sparse di ciancie e fantasie. Estesa largamente la sua fama, i principi

anche protestanti gli mandavano denari per esperienze, e rarità pel

museo del Collegio Romano. La svedese Stenon, fattosi cattolico, più

scientifico spirito volse alla struttura de’ terreni toscani, e primo

avvertendo la stratificazione[290], stabilì siano depositi orizzontali

del fluido, che l’accensione di vapori sotterranei, o scoscendimento

dei letti superiori, sollevò in montagne ed in variate inclinazioni:

riscontra che il terreno toscano, due volte fu piano e secco, due aspro

e montuoso, e due coperto dalle acque. Così fondava la geologia e la

cristallografia.

Bernardino Ramazzini da Carpi (1633-1714) nelle _Effemeridi

barometriche_ sosteneva l’influsso de’ cambiamenti atmosferici sopra

la sanità; parlando delle fontane modenesi, dà come antichissimi i

pozzi artesiani, ove forando la terra con un’_ingente trivella_ «ad

un tratto l’acqua erompe con impeto portando sassi ed arena, e quasi

in un istante si riempie di acqua il pozzo intero, e in siffatto

modo si conserva costantemente»; avverte la temperatura elevata di

queste scaturigini, e suppone derivino dal mare per istrati di terre,

spiegandone il sollevamento colle leggi ordinarie dell’idraulica[291].

Filippo Bonanni fece una raccolta di testacei, scrisse sulle chiocciole

e le loro uova, e sostiene la generazione equivoca, come faceasi

generalmente dietro agli antichi. La confutò Francesco Redi aretino

(1626-94), che applicò agl’insetti una savia incredulità; e così poi

fecero e Swammerdam ed i più fino ai giorni nostri, quando la teoria

impugnata tenta risorgere con corredo di scienza e di osservazioni,

ristretta però agl’infusorj.

Esso Redi scoprì la sede del veleno della vipera: e più che le verità,

è notevole il suo metodo d’indagarle, e il dimostrarle con accuratezza,

buona fede e temperata polemica; negli sperimenti non traviato dai

pregiudizj fra cui era cresciuto, eppur rispettando chi opinava

diverso. Accerta che i vermi sviluppatisi nella carne esposta all’aria

son deposti da insetti; ma s’accontenta di dire parergli _verisimile_

che le carni putride non offrissero un luogo opportuno alla schiusa

delle uova, e un pascolo ai nuovi esseri. Nè crede superfluo il

confutare l’opinione che dalle viscere d’un toro nascano le api: non

l’avevano asserito i Greci? non l’avea cantato mirabilmente Virgilio?

era dunque una verità per quei molti, per cui la scienza riduceasi

a una serie d’atti di fede. Alle sue induzioni ne opponevano altre i

dotti, alcuni pretendendo anche appoggiarsi all’esperienza. Il Kircher

asseriva d’aver fatto egli stesso questa sperienza: prendasi polvere

di serpenti, si semini in terreno grasso e umido, si annaffii alquanto

con acqua pluviale, si esponga al sole di primavera; e fra otto giorni

si vedranno formicolarvi verminetti, che nudriti con acqua e latte

diverranno serpentini perfetti, capaci di perpetuare la specie. Il Redi

non mette in canzone l’avversario; solo asserisce che più volte ritentò

l’esperienza, e non gli è mai riuscita.

Venuto in un tempo che ad ogni viscere s’attribuiva un rimedio proprio,

ad ogni sintomo uno specifico, e la moltiplicità di questi portava

complicatissime ricette, non assicurandosi quali rimedj fossero buoni,

egli quasi non ne adoprò veruno, e — Godo (scriveva al Lenzoni) ch’ella

sia nel numero de’ professori, che non inquietano i poveri malati con

tanti e varj rimedj, sapendo che la natura gode del poco e buono, e

si solleva coi semplici rimedj e con la dieta ben regolata; dove, per

lo contrario, s’aggrava di molto con quei tanti sciroppi, pillole,

elettuarj ed altri galenici composti, inventati, cred’io, non per altro

che per ingrassare l’ingordigia degli speziali».

L’onorarono gli scolari suoi Bonomo, Castoni, Sangallo, Del Papa e

Lorenzini, il quale diè la prima esatta descrizione della torpedine,

notando l’organo eccitatore. Intanto col microscopio, consistente

però solo in una lente, il Malpighi, Leuwenhoek ed altri avanzavano la

conoscenza degli animali infusorj, che pareano sottrarre ai sensi il

mistero del loro organismo.

Gianandrea Della Croce veneziano (-1575) nella _Chirurgia universale_

espose le scoperte fatte sin allora nell’anatomia. Ad Alessandro

Benedetti da Legnago, che come medico in capo degli eserciti veneti,

descrisse le battaglie contro Carlo VIII, è dovuta la prima istituzione

d’un teatro anatomico, e il primo cenno della notomia patologica

e della litotripsia[292]. Benivieni da Firenze eseguì ben prima

del Paré la legatura dei vasi, ed operazioni di gran difficoltà,

prudenti e felici; notomizzò patologicamente uno scirro allo stomaco,

l’ulcerazione dell’omento, i polipi sanguigni, i calcoli biliari[293].

Eppure l’anatomia era sì poco avanzata, che fin contusioni e lussazioni

curavansi con droghe e sciloppi: il Guicciardini (lib. VII) narra sul

serio che a Giulio d’Este «erano stati tratti gli occhi, ma riposti

senza perdita del lume nel luogo loro, per presta e diligente cura

dei medici». All’opera del Mondino bolognese, per tre secoli unico

testo, aggiungeansi man mano le scoperte in forma di commento. Jacopo

di Berengario da Carpi professore a Bologna, raccomanda agli scolari

di non acchetarsi al detto altrui ma osservare da sè; egli stesso

potè dissecare centinaja di cadaveri, audacia allora senz’esempio

fuor d’Italia; e fece molte scoperte, e nominatamente della membrana

anteposta alla retina[294].

Andrea Vesalio di Brusselle (1514-64), notomizzando qualunque animale

gli capitasse, poi uomini nelle scuole e nei cimiteri, indicò gli

sbagli degli antichi, e che le osservazioni di Galeno erano fatte

sopra scimie; professò a Pavia, a Bologna, a Pisa; pubblicò tavole

anatomiche a Venezia, che levarono rumore quasi d’un nuovo mondo: ma le

sue operazioni parvero assassinj, e bandito di patria passò a Venezia,

e come medico militare imbarcatosi con Giovanni Malatesta da Rimini per

Cipro e Gerusalemme, nel ritorno naufragò sulle coste di Zante, e morì

di fame.

Gabriele Falloppio modenese (1623-62), pur rispettandolo, il convinse

di errori, massime intorno ai muscoli addominali; con sagacia

delicatissima distinse lo squisito sistema acustico e la testura delle

fosse nasali, della mascella, dello sterno, del sacro; e lasciò il suo

nome alle trombe collaterali all’utero. Credette con Galeno che i nervi

derivassero dal cuore, e le arterie conducessero gli spiriti vitali

da questo a tutto il corpo; ma lo corresse in quanto al cieco ed alla

fibra muscolare, da cui escluse i nervi, e mostrò che cessa d’operare

se taglinsi le fibre per traverso, no se s’incidano per lungo.

Esattamente descrisse l’epiploon ed il piloro, e fece conoscere il

mediastino, la pleura e la glandula lacrimale. Di sei o sette cadaveri

all’anno potea disporre, e il duca di Toscana tratto tratto gli offriva

un condannato a morte, _quem interficimus modo nostro et anatomizamus_.

Il medico ridotto a carnefice![295].

Della scoperta della staffa dell’orecchio, Falloppio cede il merito

a Gianfilippo Ingrassia siciliano, che restaurò questa scienza

nell’Università di Napoli, si segnalò nella peste del 1575, e primo

stabilì Consigli di pubblica sanità. Asselio di Cremona indicò i vasi

lattei. Bartolomeo Eustachio da Sanseverino (1510-74), professore

nella Sapienza di Roma, studiò sui reni, la vena azygos e la struttura

dell’orecchio e dei denti; seguì l’andamento d’alcuni nervi in prima

arcano, e vide l’origine del gran simpatico. Quarantasei grandi

tavole, per mancanza di mezzi, lasciò inedite: quando Clemente XI le

fece pubblicare dal Lancisi nel 1714, si vide prevenuta la gloria di

Bartolini, di Bellini, di Pequeto, di Lavater e d’altri.

Dallo studio anatomico delle parti si passò al fisiologico dell’uso e

delle relazioni di esse, dove ottennero lode Redi, Liceti, Baglivi,

Pacchioni, De Marchettis. Giambattista Carcano Leone, professore a

Padova dal 1573 al 1600, meritò un elogio dallo Scarpa. Col microscopio

e colle injezioni si conobbe l’anastomosi delle estremità vascolari,

il passaggio del sangue dalle arterie nelle vene, l’azione dell’aria

su di esso, l’assorbimento chilifero, la digestione, la generazione

ed altri fenomeni, spiegati diversamente dagli jatrochimici e dagli

jatromeccanici.

Giulio Cesare Aranzi bolognese sottilizzò sul feto e sugl’involucri

suoi, avvisando a quell’organogenia, che nacque ai giorni nostri: e

profittando delle scoperte di Realdo Colombo intorno alla circolazione,

fece passare il sangue non più pei pori del setto, ma per la vena

arteriosa ne’ polmoni: sebbene poi anch’esso, come Colombo, si

arrestasse all’opinione generale che il fegato fosse organo della

sanguificazione.

Girolamo Fabrizio d’Acquapendente (1537-1619) continuò Vesalio nel

generalizzare le osservazioni anatomiche col paragonarle ad altri

animali, e dalle somiglianze e diversità fra le specie derivare

conseguenze. I suoi trattati, che sono frammenti d’un _Totius

animalis fabricæ theatrum_, divide ciascuno in tre parti: descrizione

dell’organo, sua azione, suo uso. Particolare cura pose alle vene, ed

osservò le valvole essere dirette verso il cuore, sicchè a lui pare

dovuta questa scoperta, piuttosto che al Sarpi, il quale dicono notasse

la contrazione e dilatazione dell’uvea. Ricusando mercede dai grandi

che assisteva ebbe ricchissimi regali, che dispose in un gabinetto

col motto _Lucri neglecti lucrum_. Le ricchezze da lui guadagnate

faceano gola ai parenti; e allorchè di ottantadue anni esso ammalò poi

guarì, non dissimularono il dispiacere; onde il gran vecchio ne restò

amareggiato, ricadde, e protestò essere stato avvelenato.

Sotto di lui studiò in Padova fino al 1602 l’inglese Harvey, al quale

si dà merito d’avere scoperto la grande circolazione, benchè essa

indubbiamente fosse già conosciuta in Italia, ed egli abbia imparato

le vere funzioni del sistema vascolare da Eustachio e Rudio[296], cui

senza citare copiò. Se non che, giovandosi dei progressi dell’anatomia

sperimentale, rimosse le frasi viziose de’ predecessori, assegnò più

chiaramente il meccanismo generale della circolazione, ed espose con

quella precisione d’idee e di parole che era mancata ai nostri.

Il sistema d’Harvey fu favorito anche dalla trasfusione del sangue,

già accennata da Marsilio Ficino e dal Cardano, e, prima che a Londra,

praticata dal Fracassati, dal Montanari, dal Manfredi, e con più rumore

da Francesco Poppi che riuscì a farsene credere inventore. Poi nel 1661

Malpighi accertò col microscopio la circolazione ne’ piccoli vasi e

le anastomosi delle arterie e delle vene, meglio analizzò il sangue,

scoprì la struttura del polmone e del fegato, vide la lingua e tutta la

cute sparsa di papille, animate da fili nervei; rivelò la sostanza del

cervello e le minute sue circonvoluzioni, la struttura glandulare dei

visceri, e quella del nervo ottico in molti pesci, col che sovvertiva

la teorica di Cartesio sopra il passare de’ raggi luminosi per esso

nervo al cervello; svolse le spire del cuore, che il Borelli (sei anni

prima dello Stenon) aveva dimostrato essere di struttura muscolare; e

ben prima d’Albino indicò che il colore dei Negri non risiede nella

epidermide, ma nella secrezione del tessuto mucoso fra essa e la

pelle. Con mirabile longanimità seguitò l’incubazione dell’ovo, ma si

tenne fermo sulle preesistenze e sullo sviluppo centrifugo, benchè

cercasse un primitivo tessuto, di cui gli organismi non fossero che

modificazioni; e tali giudicasse gli _acini_ o follicoli glandulosi

nella loro intima struttura. Gli avversarj, fra cui lo Sbaraglia,

ribattè scrivendo la propria vita; le sue osservazioni possono dirsi

scoperte; finchè da Innocenzo XII fu chiamato archiatro.

Il suo scolaro Antonmaria Valsalva da Imola (-1723) notomizzò il

cervello, il cuore, l’apparecchio respiratorio, e meglio l’orecchio,

già sessant’anni prima studiato dal piacentino Giulio Casserio;

migliorò gli spedali e gli stromenti chirurgici, e meritò essere

encomiato e difeso dal Morgagni.

S’incominciò pure ad ammirare le analogie fra la struttura del corpo

e le funzioni della vita animale, facendo appoggio alla teoria delle

cause finali. Il napoletano Marcaurelio Sanseverino diede in barbaro

stile il primo trattato di anatomia comparata, stabilendo che gli

organi de’ diversi corpi differiscono solo nelle proporzioni fra

le specie. Di tutto ciò veniva migliorata la medicina: e poichè si

richiedeva coraggio a combattere errori di secoli, non vogliamo essere

troppo severi a chi teneva alcuna zavorra di metodi scolastici, di

qualità elementari; se preferivansi i casi strani; se contro i sintomi

dirigevasi la cura; se eccessiva importanza attribuivasi alle orine

e ai casi critici, intorno ai quali il Fracastoro diede una teoria

ingegnosissima ma tutta speculativa.

Gl’incrementi della matematica eccitarono la pretensione di spiegare

i fenomeni della vita colle leggi della statica e dell’idraulica,

donde la scuola degli jatromatematici. Santorio Santori di Capodistria

durò trent’anni si può dire continuo sulla bilancia per valutare

la traspirazione cutanea. Gian Alfonso Borelli messinese (1608-79)

trattò dei moti animali, sieno gli esterni volontarj, sieno (studio

più sottile e meno certo) gl’interni spontanei, creando la parte più

bella e rigogliosa della fisica animale. A forme algebriche sottoponeva

non solo la contrazione muscolare, ma tutti i fenomeni della vita,

pretendendo assimilare l’equilibrio delle leve coi misteri della

fisiologia. Giammaria Lancisi romano (-1720), archiatro e oracolo

del suo tempo, trattò del moto del cuore, dell’aneurisma, delle

morti improvvise, che al cominciare del Settecento parvero farsi

più frequenti; ma meglio attese all’osservazione pratica, e pe’ suoi

alunni nell’archiginnasio patrio stese un buon compendio d’anatomia.

Lorenzo Bellini fiorentino (-1704), di non venti anni pubblicava

l’esercitazione anatomica sulla struttura dei reni, poi della lingua;

col non dissimulare l’alto concetto che nutriva di sè, amareggiossi la

vita.

Che i morbi dipendano soltanto da solidi viziati negò Giorgio Baglivi

raguseo (-1706), propagatore della medicina osservatrice, massime

nelle costituzioni epidemiche: e col sospettare una forza vitale avviò

a congiungere la fisica col vitalismo. Certo il sistema jatrofisico

introdotto da lui e dal Pacchioni di Reggio, è quel che conteneva

maggior numero di verità. Della febbre petecchiale, che desolò l’Italia

nel 1505, priamente descritta con esattezza da Gerolamo Cardano, molti

trattarono, e principalmente il Fracastoro e Massa e Andrea Trevisio.

Altri esaminarono la tosse convulsiva, il catarro epidemico, e lo

scorbuto propagatosi: la rafania fu distinta per morbo particolare.

Troppe ricorsero occasioni di osservare la peste bubonica; e le cause

assegnatene farebbero ridere, se l’età nostra risuscitandole non ci

avesse insegnato a compatire. Giuseppe Daciano di Tolmezzo (-1576)

buon osservatore, trattò della peste e delle petecchie, con molte

savie osservazioni sue proprie, e fu de’ primi a distinguere la peste

bubonica dalle febbri contagiose con cui veniva confusa. I migliori

prendevano a considerare le malattie non come enti astratti, ma come

modi dell’organismo, perciò studiando le relazioni fra la macchina

umana e gli agenti esterni, la cui potenza si deduceva non da teoriche

prestabilite, ma dagli effetti; e convinceansi che alle leggi della

vita sono inapplicabili quelle della materia inerte, e che unico vero

sistema è l’esperimento.

Giambattista Montano e Marsilio Cognati veronese (-1572) restaurarono

cogli scritti e colla pratica la scuola d’Ippocrate. Giovanni

Argentieri chierese contraddisse a Galeno e agli ammiratori degli

antichi[297], sbandendo le ragioni sofistiche, e i tanti spiriti

cui la scuola ricorreva per ispiegare le funzioni; sottrasse alla

volontà dell’anima la forza medicatrice per attribuirla a leggi

naturali; discorse ragionevolmente del sonno; negò che le vene

nascano dal fegato, e contraddisse Corrado Ghirardelli[298] il quale

aveva prevenuto Gall sostenendo la localizzazione delle facoltà

intellettuali, e la corrispondenza degli organi loro colle protuberanze

del cranio.

Anche Girolamo Capodivacca, professando a Padova, combattè Galeno, ma

senza sapersene sempre strigare. Fortunato Fedele svertò molti errori

correnti, stabilì canoni di filosofia medica, e raccomandò si pensasse

a conservare o restituire la sanità, lasciando il resto alla filosofia

astratta; parsimonia dei farmachi, non badare alle pretese facoltà

naturali de’ rimedj, e tanto meno ai murmuri e agli amuleti. Perocchè

i barbassori, disapprovando questi novatori irriverenti alla sapienza

di Galeno e degli Arabi, negavano le verità nuove perchè repugnanti

alle osservazioni vecchie[299], e perseveravano nelle prescrizioni

antiche. A Gregorio XIV fu dato a bere per quindicimila scudi d’oro

potabile. In una grotta vicin di Bracciano s’introduceva l’infermo di

malattie cutanee dopo averlo purgato, e disteso e nudo sul terreno

s’addormentava mediante soporiferi; le biscie tratte dall’alito

del sudore, a centinaja attorcigliavansegli al corpo, leccandolo

innocuamente; in capo di tre o quattro ore si traeva dalla caverna, e

così seguitavasi sino alla tarda guarigione[300].

Più consueto era l’accoppiare alla medicina ricerche ed osservazioni

astrologiche. Luca Guarico napoletano vescovo scrisse di questa

scienza, e troppi altri rassodarono alla loro pratica; l’illustre

Fracastoro assegna ad influssi di stelle le simpatie e antipatie;

Lodovico Settala Milanese mette in relazione coi pianeti gli organi

tutti, e fin le linee facciali e le rughe e i nêi, e vuol che il

sole operi sulla forza vitale, la luna sulla vegetativa, mercurio

sull’immaginativa, venere sull’appetitiva, marte sulla repulsiva,

giove sulla naturale, saturno sulla retentiva[301]. Non ripeteremo

la lunghissima serie dei secretisti ed alchimisti, fra cui Pietro De

Platea di Trapani, cerco anche fuori d’Italia, dava i suoi secreti

senza interesse. Girolamo Chiaramonti (-1640), autore della _Fenice

della medicina_, inventò la polvere di Baida, specifico per cui

guadagnò molto, dopochè il duca d’Ossuna la fece provare sopra dodici

malati, scelti a caso nell’ospedale dell’Annunziata e che tutti

guarirono. Principe de’ rimedj nuovi era la china-china, allora portata

dal Perù, e qui diffusa dal cardinale di Lugo e da altri Gesuiti. La

difesero i nostri pratici, più attenti a valersi dell’effetto che ad

esplorarne la natura: e dopo Sebastiano Bado genovese, Francesco Torti

di Modena adoperolla anche nelle febbri perniciose, poi fu estesa ad

altre malattie, massime di languore.

Perchè i medici francesi repugnavano dal salasso, Leone Botalli d’Asti

insegnò che, come in una sorgente più acqua cattiva s’estrae, più ne

viene di buona, come nelle mammelle più latte si succhia, di migliore

se ne separa, così avviene del sangue; onde i suoi salassavano per ogni

male e per corruzioni d’umori. Altri aspettavano miracoli dalle acque

minerali, di cui si migliorò l’uso, e da’ bagni, sui quali si stampò

una famosa raccolta a Venezia il 1553. A Napoli, in Sicilia, a Malta

vennero di moda le cure per mezzo dell’acqua diaccia[302].

D’inferior condizione tenevasi ancora il chirurgo, e faceva pratica

sotto ai barbieri, scopando la bottega, pettinando, svellendo i

calli. Fin dal 1400 in Sicilia conosceasi l’innesto di nasi e labbra,

ridestato da Gaspare Tagliacozzi[303]. L’uso delle armi da fuoco portò

a nuove indagini; e capitale è l’opera di Alfonso Ferri napoletano (_De

sclopetorum vulneribus_. Lione 1554). Un segreto per guarirle Ambrogio

Parè insigne pratico comprò da un medico torinese, facendone stima più

in proporzione del prezzo che del valore effettivo. Cesare Magatti da

Scandiano attese a semplificare la chirurgia. Girolamo Mercuri (-1615),

autore della _Comare_ e degli _Errori popolari in Italia_, uscì di

domenicano perchè il vulgo ne rideva, e col nome di Scipione girò tutta

Europa, finchè vecchio tornò al suo Ordine.

Orazio Monti (_Del governare gli eserciti e i naviganti_, 1627),

e con maggiore pienezza Lucantonio Ponzio (_De militum in castris

sanitate tuenda_, 1685), cercarono migliorare la sorte de’ soldati,

che la società condanna a tanti patimenti incompassionati. Bernardino

Ramazzini scrisse sulle malattie degli artefici, delle monache, dei

principi.

Giambattista Selvatico lodigiano derise l’usare pietre fine per

farmaco, e (_Sullo scoprire coloro che fingono malattie_, 1595)

parla delle gravidanze simulate o nascoste, degli ossessi, della

fascinazione, dell’impotenza, della finta verginità e d’altre finzioni,

appoggiandole a storielle curiose. Il siciliano Fortunato Fedeli,

profittando de’ lavori di esso e dell’Ingrassia, toccò tutti i punti

della medicina legale[304], e alcuni speciali del tempo, come le malìe

e la tortura. Con maggior dottrina e senso pratico ne ragionò il romano

Paolo Zacchia (_Quæstiones medico-legales_, 1621).

Non si conosce forestiero illustre che non fosse allievo delle

Università nostre. Paracelso studiò a Bologna, a Roma, a Padova;

Solemandro a Roma, a Pisa, a Ferrara; Langio a Pisa prese la laurea,

dopo seguìto le lezioni di Leoniceno e di Vigo; Eurnio studiò in

Padova e in Pavia; Teodoro, Jacopo e Bonifazio Swinger all’Università

di Padova e ad altre d’Italia; Linacro in Firenze e in Roma, come

Bruceo; in Padova Struzio Dessinio, primo confutatore di Paracelso;

come Erasto che fu poi in Bologna, dove Monavio, De Pratis, Serveto;

Cornelio Agrippa qui militò per sette anni, e professò anche in Torino

ed in Pavia; Volchero Coitee fu discepolo di Falloppio e di Eustachio;

Joubert dell’Argentieri a Torino; Bahuin dell’Acquapendente; in Padova

studiò anche suo fratello Giovanni; e Dodoneo che più volte tornò a

visitare le scuole d’Italia; Amato Lusitano stette scolaro e professore

in Bologna; Rodrigo de Fonzeca a Pisa ed a Padova; Guilandino, dal

Falloppio salvato dalla schiavitù algerina, fu alunno e quindi maestro

nell’Università di Padova, ove pure studiarono Giovanni Schenk,

Spigel, Gaspare Hoffmann, Fyens discepolo di Mercuriale, d’Aranzi,

d’Aldrovandi, di Tagliacozzi. Nè cessò col secolo l’affluenza degli

stranieri; e la sola Università di Padova noverò fra’ suoi allievi

Maurizio Hoffmann, Posthio Gaspare seniore, Tommaso e Gaspare

giuniore, Bartolino, Meibomio, Rolfink, Sennert, Wepser, Giovan Giorgio

Weslingio, altri ed altri.

La chimica, fantasticando a ricercare oro e longevità, era giunta a

felici risultanze. I nostri preparavano molti farmachi, il sublimato

corrosivo, i saponi medicinali: acque distillate e quintessenze

erano prerogativa di Firenze, come di Venezia la teriaca. Alcuni si

volsero alla chimica organica; il Servio di Spoleto sul latte, sul

sangue il Barbato di Padova, il Baglivi, il Malpighi; e a tacer altri,

fiorirono in Germania Angelo Sala (-1639) e in Inghilterra Giovan

Francesco Vigani (-1683), vicentini. De’ quali il primo combattè le

ciarlatanerie, i rimedj universali, la trasmutazione, e trattando dello

zuccaro, del tartaro, della distillazione, dell’antimonio, mostrasi

operatore diligente e osservatore arguto, confina colla scienza moderna

quando definisce l’olio di vitriolo essere il «vapore solforoso che ha

tolto _qualche cosa_ all’aria, all’ambiente». Il Vigani comprese che

un composto determinato (sale) risulta dalla combinazione di eguale

quantità d’un medesimo acido con una calce metallica (ossido).

Quanto alle applicazioni, Antonio Neri, prete fiorentino, nell’_Arte

vitraria_ (1612) esibì eccellenti precetti sulla fabbrica degli smalti,

de’ vetri colorati, delle pietre artifiziali e degli specchi metallici:

Martino Poli di Lucca inventò un secreto per rendere mortalissime le

battaglie, e Luigi XIV, cui lo presentò, il colmava d’elogi e di doni,

ma gli faceva promettere di non mai propalarlo: Vincenzo Casciarolo di

Bologna, studiando le pietre bianche che si trovano ne’ contorni della

sua patria, e calcinandole col bianco di ovo e altre materie organiche,

ottenne fin dal 1602 un prodotto nuovo che dava luce anche la notte, e

ch’egli chiamò _pietra solare_, prevenendo di mezzo secolo la scoperta

del fosforo di Brandt.

Nella matematica alcuni lavoravano alla sintesi antica, altri

perfezionavano l’algebra. Federico Comandino urbinate (1509-75) col

tradurre e commentare antichi fe’ progredire la scienza, e senza di lui

le collezioni matematiche di Pappo forse sarebbonsi perdute, e con loro

tante notizie della matematica antica: tradusse i _Galleggianti_ di

Archimede, le _Sezioni coniche_ di Apollonio, gli _Elementi_ d’Euclide,

il _Planisfero_ e l’_Analemma_ di Tolomeo, ed altri, ristabilendo i

testi. Vanno con lui Francesco Galigaj, che nella _Somma d’aritmetica_

sciolse le equazioni di secondo grado indeterminate difficili;

Giambattista Benedetti veneziano, che a ventitre anni pubblicò la

_Risoluzione di tutti i problemi d’Euclide con una sola apertura di

compasso_ (1553), ardua condizione cui superò con grande sagacia. Il

Patrizio voleva introdurre la metafisica nella geometria, e dimostrare

gli assiomi. Francesco Maurolíco messinese (1494-1575) cominciò

un’enciclopedia delle matematiche pure e applicate, e traducendo

e commentando Archimede, Apollonio, Diofante, li trasse a nuove

risultanze. Rifece il perduto quinto libro di Apollonio sulle sezioni

coniche, intorno alle rette che finiscono alle circonferenze di quelle,

e determinò il centro di gravità di molti solidi. Bella applicazione

fu il riflettere che le curve tracciate dallo stilo del gnomone solare

sono sempre sezioni coniche, variate secondo la natura del piano

su cui si projettano; prima volta che la gnomonica si considerasse

sotto aspetto geometrico. Attentissimo osservatore e arguto filologo,

scrisse poesie italiane e sicule, e di filosofia, grammatica,

teologia, e principalmente di ottica. La sua città, da lui protetta di

fortificazioni, gli assegnò cento scudi d’oro perchè continuasse i suoi

lavori e la storia patria; Carlo V e il suo bastardo don Giovanni lo

onorarono pei calcoli astrologici, coi quali avea predetta la costui

vittoria sui Turchi.

Bernardino Baldi, allievo del Comandino, tradusse gli _Automi di

Jerone_, ben trattò della gnomonica, compose paradossi matematici,

e preparava una biografia de’ matematici. Già l’indicammo fra’

poeti (Cap. CXLII); inoltre fece una raccolta d’iscrizioni, e tentò

interpretare le eugubine; studiò l’ebraico e il caldaico per capir

la Bibbia, e l’arabo e l’illirico sotto Raimondi che presedeva alla

tipografia orientale de’ Medici; possedette sedici lingue, e lasciò

novanta opere, notevoli per molti rispetti[305].

Ignazio Danti domenicano, vescovo d’Alatri, tradusse la prospettiva

di Euclide e di Eliodoro e la sfera di Proclo, con annotazioni non

ispregevoli, come quelle che fece sul Vignola e sul trattato del

radio dell’Orsini; nelle _Scienze matematiche ridotte a tavole_

diede una genealogia di esse; accennò la diminuzione dell’obliquità

dell’eclittica, dedotta dal paragone delle antiche colle nuove misure.

Cosmo granduca gli aveva affidato il progetto d’unire il Mediterraneo

coll’Adriatico, e gli fece fare grandi carte geografiche, e tracciare

la meridiana in Santa Maria Novella a Firenze.

Il linguaggio algebrico era al balbettare; sapeansi risolvere solo le

equazioni determinate di primo e secondo grado e alcune derivatene,

nè s’era volta la considerazione sulle radici negative o immaginarie.

Ma Scipione Del Ferro bolognese, risolto un caso parziale d’equazione

cubica (_x^3 + px = q_), ne comunicò il segreto ad Antonmaria Del Fiore

(1535), il quale pubblicamente sfidò Nicola Tartaglia in Venezia.

Questi, già vittorioso d’una disfida di Giovanni De Tonini, confuse

il nuovo emulo con una soluzione più generale, e sotto giuramento

l’insegnò a Girolamo Cardano milanese, il quale pubblicolla nella sua

_Ars magna_ (1545), applicandole il proprio nome che le è rimasto.

Essendosene il Tartaglia querelato, venne a sfida di trentun problemi

col Del Ferro, e ne propose di più ardui, dove appare algebrista

superiore. Queste sfide e nove libri di risposte che il Tartaglia dava

a quesiti speditigli dai principi, monaci, ambasciadori, architetti,

attestano con quanto ardore si proseguissero tali studj.

Il Tartaglia (1550-57) nasceva da un cavallaro; nel sacco di Brescia

ebbe tagliata la lingua, donde il suo soprannome; visse povero e tutto

nelle matematiche; applicò la geometria a determinare il movimento

curvilineo e la caduta de’ gravi, e tentò ricostruire la meccanica;

molto attese alla balistica e a problemi d’artiglieria, e ne’ _Quesiti

e invenzioni diverse_ dà la dimensione dei pezzi da guerra, e il modo

di servirsene e stabilirne la capacità. Ingegnosi suoi trovati sono

il misurare l’area di un triangolo a lati conosciuti senza cercare la

perpendicolare; e la _travagliata invenzione_ per rimettere a galla

qualunque nave affondata, per pesante che sia.

Il Cardano, che già conosciamo come singolare intreccio di sapere e di

stravaganza, trattò di tutto con analisi inventrice: sulla meccanica

spinse giudiziose osservazioni, valutò la gravità e resistenza

dell’aria, cercò una misura del tempo nella pulsazione dell’arteria;

insegnò un lucchetto a combinazioni mutabili, che si chiude sotto

la parola _serpens_, invenzione che mal s’arrogano i Francesi[306];

riconobbe la più parte delle proprietà delle radici, indicò le negative

nelle equazioni quadrate, ogni equazione cubica avere una o tre radici

reali, e queste sapeva raggiungere per approssimazione, indicarne

il numero e la natura, o secondo i segni, o secondo i coefficienti;

trasformare un’equazione cubica perfetta in un’altra mancante del

secondo termine; inventò il calcolo delle radici immaginarie, tanto

spediente all’analisi; pubblicò pure il metodo di sciogliere le

equazioni biquadrate, trovato da Lodovico Ferrari di Bologna; applicava

l’algebra alla geometria dei problemi, prima di Vieta e Cartesio; prima

di Harriot, cui Montucla ne dà il merito, fece l’equazione eguale

a zero; in un tempo in cui al Tartaglia pareva un gran che l’avere

scoperto il cubo di _p + q_ e l’equazione tra il cubo e una linea, e

tra due porzioni di questa, fu trovata la bella sua formola, fondamento

ai lavori più insigni e perfino all’elegante generalizzazione di

Harriot: anzi è notevole che da questo in poi non si è dato un passo

nella soluzione completa delle equazioni letterali.

Rafaele Bombelli bolognese (_Trattato d’aritmetica_, 1572) fu il primo

che desse regole onde calcolare le quantità radicali immaginarie,

e un metodo uniforme per risolvere le equazioni di terzo e quarto

grado. Pier Antonio Cataldi, professore a Bologna, lavorò l’analisi

indeterminata e sui numeri perfetti; nel _Metodo brevissimo di trovar

la radice quadrata_ insegna ad accostarvisi colle serie infinite

mediante un processo uniforme; e nell’uso delle frazioni continue,

di cui si fa merito ad altri, indica il primo passaggio dal finito

all’infinito. Francesco Barozzi veneziano s’occupò del tracciare

gli assintoti: e fu processato nel 1587 dall’Inquisizione per

libri proibiti ed arti magiche. Il piemontese Peverone calcolò le

probabilità. Di Tommaso Guerrino, che per povertà servì d’alabardiere

alla città di Milano, si hanno a stampa l’_Euclide in campagna_ (1663),

e trattati di gnomonica, stereometria, geodesia.

Profittare di tutte le scoperte, chiarire le vie, ridurre le ipotesi

a scienza, fu il merito di Keplero che con ardite ipotesi raggiunse le

vere leggi mondiali, e del nostro Galileo Galilei[307]. Questo, mentre

nella patria Università studiava medicina e filosofia, s’appassionò

delle matematiche, e a vent’anni già era uno de’ geometri più robusti.

Vedendo in chiesa dondolare una lampada, riflette che le oscillazioni

grandi o piccole ne succedono in tempi eguali; sicchè può prendersene

una misura del tempo. All’uopo stesso di crescere forza e precisione

ai sensi, inventa il compasso di proporzione, il microscopio[308], il

termometro; e sebbene nol riducesse comparabile mediante un punto fisso

di partenza, mai fin allora non erasi applicato un fenomeno fisico

a misurare l’intensità d’una causa. Della meccanica, stazionaria da

Archimede in poi, sodò i principj, trattando della statica e della

dinamica; e mercè il suo teorema dell’equilibrio de’ pesi disuguali o

delle velocità virtuali, provvide all’insufficienza e all’eccesso degli

sforzi.

Da questi canoni del moto accelerato e ritardato dedusse corollarj

importantissimi. Bamboleggiando con Aristotele, si stampava che la

palla, uscendo dal cannone descrive due lati d’un parallelogrammo: —

Non è vero (diceva Tartaglia), ma la retta descritta al primo uscire,

e quella del cadere sono tangenti d’un arco di cerchio». Vedendo che la

forza necessaria per sostenere un peso sovra un piano inclinato diviene

zero sopra uno orizzontale, ed eguale al peso in uno perpendicolare, il

Cardano conchiudeva tale forza variare in ragione diretta dell’angolo

che il piano fa coll’orizzonte. Alquanto meglio il Benedetti attribuiva

la forza centrifuga dei corpi all’inclinazione loro a moversi in linea

retta.

Il moto composto si trova indicato in Aristotele, e implicito nei

ragionamenti d’altri autori, pure sembra che nessuno se ne valesse

di proposito prima che Galileo dimostrasse parabolico il moto de’

projetti; donde venne pure a comprendere la deflessione curvilinea,

cagionata da forze operanti in tempi infinitamente piccoli. Mentre

con Aristotele diceasi che la caduta de’ gravi s’accelera in ragione

diretta del peso e inversa della densità del mezzo, Galileo sperimentò

che nel vuoto cadono con eguale velocità il cotone e il piombo, e

diede la legge dell’acceleramento dei gravi e della discesa per piani

inclinati; volersi una forza maggiore dell’ostacolo per movere un peso,

o supplirvi colla maggiore velocità. Poi per ragionamenti chiarì che

gli spazj percorsi nella caduta stanno come i quadrati de’ temi, e

crescono giusta i numeri dispari; e che lo spazio intero è metà di quel

che sarebbesi percorso uniformemente fin dal principio colla velocità

finale. Sul resistere de’ solidi alla frattura delle loro parti,

espose principj oggi assentiti, benchè da Cartesio derisi. Nel trattato

_Delle cose che stanno nell’acqua_, stabilì quel che chiamasi paradosso

idrostatico, conoscesse o no le opere di Stewin; e mostrò che la forma

dei corpi non contribuisce a renderli più o meno galleggianti.

Il medico Fracastoro, uno de’ primi a surrogare alle cause occulte

l’azione degli atomi, e che considerava i corpi come attraentisi

un l’altro, ed assegnò un principio imponderabile ai fenomeni

elettrici, magnetici e fisiologici, combattendo gli epicicli spianò

la via al sistema copernicano, ed erasi pel primo valso di lenti

astroscopiche[309]. L’invenzione rimase sterile, fin quando si udì

che in Olanda erasi trovato un non sapeasi quale istrumento, che

ingrossava alla vista gli oggetti lontani. Galileo studiò le leggi

della refrazione, tanto che si chiarì potere ingrandirsi fin trenta

volte il volume d’un objetto, e regalò uno strumento da ciò al senato

veneto, che ricompensollo largamente. Quale smania prese allora tutti

di mettere l’occhio a quello stromento, che poi da Denissiano fu detto

telescopio! Il Sirtori, costruitone uno, andò sul campanile di San

Marco per fare osservazioni, scevero dalla moltitudine: ma appena il

riconobbero, ecco salir curiosi in folla, ed egli dovette per più ore

lasciarli guardare; nè potè sottrarsi alle inchieste che fuggendo dalla

città[310]. Subito Venezia si empì di fabbricanti di cannocchiali,

cercatissimi dappertutto: ma Galileo gli applicava ad altro che a

curiosità.

Il suo telescopio componeasi puramente d’un objettivo convesso e d’un

oculare concavo, sicchè dava appena un’ampliazione lineare di trentadue

volte, e angustissimo campo abbracciava, di che cresce la meraviglia

come gli sia bastato a scoperte più magnifiche che mai non si facessero

con raffinatissimi stromenti[311] e che pubblicò nel _Nuntius sidereus_

(1610), appena dieci mesi dopo trovato quell’istromento. Della luna

vide scabrosa la superficie e i contorni, e vi suppose montagne, anche

più alte delle nostre, argomentandolo da’ varj tempi e gradi con cui

riflettevano i raggi solari; e il color cenerognolo della sua parte

oscura attribuì alla luce del sole ripercossa dalla terra. I pianeti

gli parvero corpi rotondi come la luna, mentre le stelle fisse v’aveano

solo sembianza di corpi scintillanti. Nelle plejadi conta non meno

di quaranta stelle; e d’una infinità scorge composta la via lattea e

la nebulosa di Orione. Notò le fasi di venere; avvertì che saturno

pareva avesse ali, le quali poi si trovò essere l’anello. Il sole,

che reputavasi fiamma purissima, e’ dichiarò corruttibile e roteante,

inducendolo dalle sue macchie. Ravvisa attorno a giove quattro

minori astri, che al domani han mutato posto, e gli accerta lune,

scoprendo[312] così quel bel sistema, che offre il compendio del solare

di cui fa parte, e in un sol tratto espone all’occhio parti che nel

sistema planetario riuniamo soltanto col raziocinio.

Stupiva egli, stupiva il mondo di sì nuovi trovati, e indarno la

grave invidia credeva screditarli dissimulandoli. Egli stesso non

affrettavasi a pubblicarli, o gli annunziava mascherati; il che poi

diede appiglio a dispute di priorità[313].

Ancor più delle invenzioni sono memorabili i raziocinj suoi, quel

filo d’idee esposte con limpidezza, sebbene talvolta prolissa; e

i metodi che insegnò, e gli errori di cui scaltrì. Non chetarsi

all’autorità; negligere le ricerche intorno all’essenza delle cose,

le dimostrazioni _a priori_, le astrazioni assunte come realità,

le ipotesi adottate, come le teoriche; tenere il dubbio _qual padre

delle invenzioni_ e strada alla verità, e la verità sola volere, e

riscontrarla coll’osservazione scrupolosa[314], col calcolo, collo

scandaglio geometrico, anzichè affidarsi alla dialettica, la quale può

bensì dimostrare il trovato, ma non trovare nulla; non opporre autorità

ad autorità, bensì alle asserzioni de’ filosofi il gran libro della

natura, la quale «opera molto con poco, e le sue operazioni sono tutte

in pari grado meravigliose».

Tale è il metodo di Galileo, col quale già metteva in pratica ciò che

Bacone ridusse poi a teoriche. Meglio di questo[315] merita dunque il

titolo d’instauratore della filosofia e della scienza, e comprendiamo

quel che significasse allorchè dicea d’aver consumato più anni nella

filosofia che mesi nella matematica, oltre che Bacone, se dà il

programma delle scoperte future, nessuna ne fa, sprovveduto di spirito

inventivo; possiede un metodo mirabile che descrive con precisione,

celebra con entusiasmo, predica con eloquente apostolato, ma non ne fa

alcun uso insigne. Eppure minor efficacia di Cartesio e di Bacone ebbe

il nostro, perchè a convincere gli altri o spingerli alle ricerche badò

meno che chiarir se stesso e ad applicare. In fatto l’isocronismo del

pendolo usò a misurare le pulsazioni dell’arteria e il tempo; stabiliva

le leggi della consonanza e dissonanza, e dei colori nel trattato

perduto _De visu et coloribus_; sulle fortificazioni scrisse un’opera

rimasta inedita fino ai giorni nostri; dai satelliti di giove conosce

potran determinarsi le longitudini, ed offre quest’applicazione alla

Spagna, che non ne indovina l’interesse[316].

Per comprendere la grandezza di lui vuolsi paragonarlo a’ suoi

contraddittori. I Platonici credeano il cielo governato da forze

speciali, che nulla avessero di comune colla terra; i Peripatetici

eransi fabbricata un’astronomia a priori; il dottissimo gesuita Clavio

quando udì la scoperta dei satelliti di giove, dicea che per vederli

occorrerebbe primo un istromento per fabbricarli; Sizzi, astronomo di

Firenze, negava potersi dare più di sette pianeti, perchè sette sono

i rami del candelabro ebraico, e a sette mesi il feto è perfetto;

rappresentavansi mascherate per celiare le lune di Giove; la Corte di

Francia esibiva doni a Galileo se trovasse astri da chiamare borbonici,

come medicei aveva intitolati quelli; e allorch’egli, lasciando cascare

un grave dalla torre inclinata di Pisa, convinse d’erroneo il teorema

d’Aristotele che proporzionava la celerità ai pesi, destò un tale

vespajo, che dovette da quell’università passare a quella di Padova,

sotto un Governo che nelle opinioni filosofiche consentiva la libertà

negata nelle politiche[317].

Benché i più con Tolomeo tenessero l’immobilità della terra, e attorno

ad essa roteare i pianeti, pure Nicolò da Cusa avea preconizzato

il sistema pitagorico[318], che pone per centro immobile il sole, e

fu fatto cardinale, e morto a Todi, venne sepolto in San Pietro in

Vincoli a Roma. Nicolò Copernico polacco (1473-1545) da Thorn, allievo

dell’Università bolognese e maestro della romana, appoggiato al

metafisico argomento che la natura adopera sempre le vie più semplici,

e che bellezza e semplicità appariscono meglio nel sistema pitagorico,

sostenne che la terra, come gli altri pianeti, giri attorno al sole.

Prelati insigni lo eccitavano a far pubblico questo sistema; nel

dedicare le sue _Rivoluzioni degli orbi celesti_ a Paolo III, tratta

d’assurda la immobilità della terra, e — Se mai ciancieri, ignoranti

di matematiche, pretendessero condannare il mio libro mediante qualche

passo della Scrittura, male stirato al loro proposito, ne sprezzerò

i vani attacchi... Lattanzio ha detto baje sulla forma della terra: e

in soggetti matematici si scrive per matematici»; dai giudizj falsi e

dalle calunnie chiede protezione al capo della Chiesa, tanto più che

questa può trar vantaggio da tali ricerche sulla durata dell’anno e

sui movimenti della luna. Appena usciva quell’opera, Copernico morì; ma

l’anno stesso Celio Calcagnini aveva sostenuto _quod cœlum stet, terra

autem moveatur_.

Anteriormente a tutti questi Gian Alberto Widmanstadt, trovandosi

a Roma nel 1533, in presenza di Clemente VII, di due cardinali e

d’illustri personaggi espose il sistema pitagorico, e n’ebbe in dono

dal papa un bel codice dell’opera greca _Del senso e del sensibile_

di Alessandro Afrodiseo, sul quale, ora conservata in Monaco, egli

medesimo fece annotazione di questo accidente. Il padre Antonio

Foscarini carmelitano da Napoli, partendo per predicare a Roma,

scrisse al generale del suo Ordine, cercando appaciare il sistema

de’ Pitagorici e di Copernico coi passi scritturali che sembrano

repugnarvi; lettera lunga, non inelegante, e sgombra dalle sofisterie

solite in chi toglie a difendere o condannare di proposito[319].

Mentisce dunque chi imputa la Chiesa di nimicizia originale contro

una dottrina che non l’offendeva. Dicasi piuttosto che questa era

contrariata nel vulgo dal testimonio dei sensi, e dai pregiudizj negli

scienziati, cui rincresceva disimparare l’imparato, e rinnegar la fede

in Tolomeo e in Aristotile.

Il Chiaramonti di Cesena, in un’opera del 1632 ne argomentava in modi

siffatti: — Gli animali che si movono, hanno membri e flessure; la

terra non ne ha, dunque non si move... I pianeti, il sole, le fisse,

tutti sono d’un genere solo, che è quello di _stelle_; dunque o tutti

si movono, o tutti stanno fermi... È un grave sconcio il mettere

fra i corpi celesti così puri e divini la terra, ch’è una fogna di

materie impurissime». Esperienza, esperienza, esclamavano altri: un

sasso gittato in alto non ricadrebbe tante miglia lontano quante la

terra ne girò in quell’istante? l’uccello spiccatosi dal suo nido,

saprebbe più ritrovarlo se la terra si fosse roteata sotto di lui?

Inoltre non è accertato che la luna gira attorno alla terra? perchè

essa sola avrebbe tal proprietà? Alessandro Tassoni, pensatore così

ingegnoso e indipendente, faceva questa objezione, che ridicola oggi,

pure molti allora cattivò: — Stiasi uno nel mezzo d’una camera fermo,

e miri il sole da una finestra prospiciente a mezzogiorno. Certo se il

sole sta fermo nel centro e la finestra gira con tanta velocità, in un

istante sparirà il sole da’ colui occhi»[320]. Il Vieta, perfezionatore

dell’algebra, intelletto eminentemente filosofico, nell’_Harmonicum

cœleste_ che giace autografo alla Magliabechiana, sostiene che il

sistema copernichiano deriva da una geometria fallace; Cartesio lo

negò in alcun luogo; Gassendi non ardì proclamarlo; Bacone lo derise

come ripugnante alla filosofia naturale; Claudio Berigardo francese,

professore a Pisa e a Padova, e autore dei _Circoli pisani_, reputato

fra i più arguti pensatori e novatori in filosofia, lo confutò nelle

_Dubitazioni per la immobilità della terra_.

Non soli ignoranti dunque, non frati soli impugnavano una verità,

annunziata imperfettamente, e non corredata di tante prove quante

oggi. Gli è vero che le fasi di venere e di mercurio accertavano il

girar di questi attorno al sole; la scoperta dei satelliti di giove

e di saturno, l’assicurata rotazione di marte e giove traevano ad

argomentare che altrettanto avvenisse della terra, giacchè ad un

osservatore posto in quelli si offrirebbero i fenomeni stessi che

a noi; ma troppi dubbj restavano quando non s’erano ancora poste in

chiaro l’aberrazione, la depressione della terra ai poli, il gonfiarsi

delle acque sotto l’equatore, il variar del pendolo col variare di

latitudine. Gran difficoltà facea pure la distanza delle stelle fisse,

incalcolabile, attesa la mancanza d’ogni parallassi annuale. Copernico

credea _necessariamente circolare_ l’orbita degli astri, onde, se

spiegava l’alternar delle stagioni mediante il parallelismo che in

tutto l’anno conserva l’asse della terra, era costretto attribuire

siffatta conservazione ad un terzo movimento.

Galileo stesso racconta press’a poco: — Avevo finita la filosofia

quando qui venne da Rostok un tal Cristiano Wurstizio, discepolo di

Copernico, che ne diede alquante lezioni in un’accademia a numeroso

uditorio. Io pensai che i più cedessero al fascino della novità, e

convinto che tal sistema fosse d’un pazzo avido di celebrità, non volli

tampoco assistervi. Interrogai alcuni uditori, e tutti mi dissero

v’andavano per pigliarsene gabbo. Un solo mi assicurò che la non

era cosa ridicola; e poichè io il conosceva uom calmo e riservato,

m’increbbe di avere negletto le lezioni di Cristiano; e qualvolta

incontrassi un partitante di Copernico, io lo richiedeva se sempre

fosse stato di tal opinione. Ognuno m’assicurava d’avere lungo tempo

tenuto la contraria, e che soltanto la forza degli argomenti ne lo

aveva smosso. Feci a ciascuno le objezioni della parte avversa, e alle

loro risposte mi convinsi non aveano adottato quel sentimento per

ignoranza nè leggerezza. D’altro lato, s’io chiedeva a Peripatetici

e Tolomeisti se avessero letto Copernico, m’accorsi del no, o che

non l’aveano compreso. Pertanto cominciai a credere che, se un uomo

ripudia un’opinione succhiata col latte e comune colla pluralità,

per accorne una di pochi proseliti, anatemizzata dalle scuole, avuta

per paradosso, egli dovette esservi spinto e quasi violentato da

argomenti irresistibili; e mi infervorai di conoscer il fondo della

quistione»[321]. Anche dopo convinto del sistema vero, Galileo non

osava professarlo alla scoperta, per tema delle beffe colle quali,

allora come adesso, la vulgarità persegue chiunque ad essa sorvola.

Non si dissimuli che Galileo erasi fatto una folla di nemici, parte per

la instintiva malevolenza del bel mondo contro gl’ingegni segnalati,

parte perchè egli stesso, dimenticando che lo sbaglio è talvolta via

alla verità, e che chi sostiene un errore antico non sempre è stupido e

vile, atteso la forza d’inerzia insita agli spiriti come alla materia,

flagellò gli Aristotelici inesorabilmente, gli attacchi ripulsò con

sarcasmo spietato, assalì alcune volte senza rispetto all’ingegno e

alle sventure. I rettili poi, che ormeggiano ogni uomo illustre, per

ferirlo obliquamente, cominciarono a sbigottir la coscienza contro il

sistema fin allora reputato innocuo; insulsi predicatori lo tacciarono

d’ereticale[322]. Roma che, in tempi di contenziosa novità, non potea

tenersi indecisa nella proclamazione del vero, dovea prender ombra d’un

filosofo che alle operazioni dell’intelletto accettava per unica norma

le leggi di natura; sovvertite le quali, restava a temere anche per le

verità metafisiche e morali.

Finchè il moto della terra rimaneva ipotesi, non vedea necessità

di acconciarla ai passi scritturali, come quando la dimostrazione

fosse data per certa. Galileo stesso pretese insegnare in qual

senso fossero a intendere, e appoggiò a passi dei Padri teoremi che

richiedevano dimostrazione dal calcolo e dall’esperienza. Egli diceva

che «nella Scrittura si trovano proposizioni false quanto al nudo

senso delle parole; che nelle dispute naturali essa dovrebb’essere

riserbata nell’ultimo luogo; che per solo rispetto d’accomodarsi

all’incapacità del popolo, non s’è astenuta la Scrittura di pervertire

i principalissimi dogmi; che nelle cose naturali prevale l’argomento

filosofico al sacro». Da qui nacque la persecuzione tanto ricantata

dal secol nostro, quasi esso non abbia mai visto perseguitati gli alti

ingegni.

Cotesto compromettere le sacre carte in quistioni scientifiche

spiacque, e Galileo fu denunziato al Sant’Uffizio. Gl’Inquisitori

soleano rimettere l’esame del fatto a _qualificatori_, specie di

giurati che pronunziavano su materie a loro note. Come gli astronomi

spagnuoli aveano disdetto Colombo, come gli accademici di Napoleone

vilipesero i battelli a vapore, così questi qualificatori dichiararono

_falsa e contraria alle divine scritture_ la mobilità della terra.

La risposta che Clavio e tre altri Gesuiti diedero al cardinale

Bellarmino, attesta che con rispetto accettavano le nuove osservazioni:

pure trovavasi arrogante il darla, non soltanto per opinione ipotetica,

ma per verità assoluta; e gl’Inquisitori pretesero sopra informazioni

altrui condannar opinioni, ch’eransi già proclamate all’ombra del

papato.

A Galileo dunque, senza verun castigo o penitenza (1616), dalla

Congregazione dell’Indice fu intimato non parlasse più del sistema

copernicano[323]. Pure egli continua a discuterne, e mettere in

ridicolo gli oppositori in Roma stessa. Paolo V l’assicurò che, vivo

lui, mai non sarebbe molestato. I Lincei stampando il suo _Saggiatore_

(1629), lo dedicarono ad Urbano VIII, che già da cardinale avea lodato

in versi il Galilei, e che lo raccomandò caldamente al granduca,

e assegnò una pensione a lui ed a suo figlio[324]. Nel 1632, con

approvazione del maestro del sacro palazzo, se non carpita, sottratta

con quegli artifizj che conosce chi ha a fare colla censura, Galileo

pubblicò il _Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, tolomaico

e copernicano_, ove di quest’ultimo dà spiegazioni false o manche,

attribuisce al moto della terra il flusso e riflusso[325], e non

sa dissiparne le assurde conseguenze, talchè molti e valenti il

confutarono.

Mentre però ed esso e i dotti ne faceano materia di utile discussione,

gl’invidiosi insusurravano Urbano VIII, perchè Galileo, dopo sì ben

trattato, non solo mancasse alla promessa, ma in quel dialogo lo

avesse adombrato nel grossolano Simplicio. Urbano mandò da esaminar

il fatto ad una congregazione di cardinali, e questi lo rimisero

all’Inquisizione. Galileo aveva avuto l’intimazione e la violò[326]; il

tribunale procedette coi modi proprj del tempo.

Citato (1633), fu sostenuto «con insolita larghezza e comodità,

assegnategli tre camere con libera ed ampia facoltà di passeggiare per

spazj ampli, data facoltà di tener il servitore, e di godere dello

squisito governo della cortesissima casa del signor ambasciadore e

della signora ambasciadrice»[327] di Firenze Niccolini; poteva andar

in ville lontane e far passeggiate a piedi; poi fu messo nella casa

propria d’esso ambasciadore. Lasciamo ai sofisti il supporre fin la

brutalità di sevizie personali[328]: abbastanza avrà patito quel

grande nel vedersi obbligato a dimostrare le sue opinioni a gente

incapace d’intenderlo. La persecuzione ebbe i soliti effetti immorali,

que’ giudici disonorandosi colla presunzione, disonorandosi Galileo

coll’abjurare opinioni di cui era convinto, e colla propria disdetta

facendo credere ragionevole la persecuzione. E fu «condannato alla

prigione per quanto tempo piacesse»; ma Urbano gliela commutò subito

in relegazione nel giardino dei Medici sul delizioso Pincio. Vi

si aggiungeva l’obbligo di recitar una volta la settimana i salmi

penitenziali; ma questo se lo assunse sua figlia suor Maria Celeste,

le cui lettere, scrittegli dal convento di San Matteo in Arcetri,

piene d’affetto e di pietà, sono come un riposo soavissimo fra le

tempeste di quel tempo e le sue. Roma sapeva dunque rispettare un

grande, di cui credea dover disapprovare gl’insegnamenti; mentre l’età

nostra ha dato ben diversi esempj in casi dove la persecuzione non era

tampoco giustificata dalla persuasione del pubblico vantaggio. Presto

fu trasferito a Siena nel palazzo dell’arcivescovo suo amicissimo, e

appena a Firenze cessò la peste, fu reso alla sua villa d’Arcetri, ove

proseguì i lavori fin quando perdette la vista[329].

Il granduca, che non l’avea saputo schermire dalle vessazioni, prestava

al Galileo la venerazione onde lo circondavano vicini e lontani.

Frattanto se ne diffondevano le dottrine e, che più cale, il metodo; e

Roma tra le prime chiamava a insegnarlo Benedetto Castelli suo scolaro.

Questi col calcolo e coll’esperienza appoggiò alcune, altre chiarì od

applicò delle verità scoperte dal maestro: notò l’irradiazione delle

stelle e l’attrazione del magnete; prima d’Evelio mostrò l’opportunità

dei diafragmi negli stromenti ottici; conobbe che i corpi al sole

diversamente riscaldansi secondo il loro colore; e creò la scienza del

movimento delle acque. Soprattutto animava i giovani alla geometria, e

vi determinò il Cavalieri, Michele Ricci, il Nardi, il Maggiotti, il

Torricelli, che a Roma spingeano innanzi la filosofia sperimentale.

Di questi ultimi, che chiamava il mio triumvirato, e del Peri,

dell’Aggiunti, del Soldani si compiaceva l’annoso Galileo, che spirando

(1642) fra le braccia del Torricelli e del Viviani, li lasciò eredi

della dottrina e della missione sua.

Intanto l’astronomia ampliavasi; e quasi per allettare a studiarla,

natura sfoggiava insoliti spettacoli. Il gesuita Grossi (_De tribus

cometis_, 1619) pel primo studiò le comete quali pianeti descriventi

vastissima ellissi attorno al sole. Ignazio Danti già detto, uno de’

riformatori del calendario, scoprì (_Trattato dell’astrolabio_, 1568)

il variare dell’inclinazione dell’eclittica, quattro anni prima che

fosse pubblicato il _De nova stella_ di Tycho Brahe, cui n’è dato il

merito. Gian Alfonso Borelli messinese (1613-79), che incontrammo fra

i medici, e che ridusse gli elementi dell’antica geometria a ducento

proposizioni (_Euclides restitutus_), indicava già che i pianeti

attorno al sole e i satelliti attorno ai pianeti si muovono con una

legge generale[330], e che tal virtù, cui sorgente è il sole, li

collega in modo, che non possono scostarsi dal loro centro di azione.

Sottopose a calcolo l’apparenza e i movimenti delle comete, ritenuti

come anomali; e al padre Stefano De Angeli, lettore di matematica

a Padova, sopra quella del dicembre 1664 scriveva non potersene

il movimento rappresentare nè col sistema di Tycho nè con quello

di Tolomeo, ma soltanto col pitagorico; aver dal calcolo compreso

che descrivono attorno al sole una parabola, e chi potesse a lungo

osservarla, riconoscerebbe un’orbita ellittica[331].

Non abbiamo le dimostrazioni ch’egli promette, ma intanto è qui

prevenuto Newton di tre lustri, e dato chiaro ciò che confuso appariva

a Dörfel. Nella _Teoria de’ pianeti medicei_ s’abbandonò alle ipotesi;

ma paragonando i satelliti alla luna, pel primo usò il canone

della reciproca attrazione, il più fecondo che potesse applicarsi

all’astronomia. Peccato che la gloria sua offuscasse coll’invida

malignità! Sbandito per la sollevazione di Messina del 1676, ricoverò

a Roma, ove la protezione di Cristina di Svezia nol salvò di patir la

fame, sinchè trovò ricovero nelle Scuole Pie.

L’idraulica, così importante nel paese nostro, era abbandonata a

meri pratici; sicchè ne’ bisogni maggiori si ricorreva a matematici

ed astronomi, i quali da principio fallavano per amor di teoria, ma

presto acquistavano esperienza e divenivano valentissimi. Nicolò Cabei

ferrarese (-1650) ne filosofò al modo antico, benchè enunciasse verità

nuove: toglie a Galileo per dare al genovese Giambattista Bulliani

la dimostrazione della crescente velocità dei gravi cadenti. Domenico

Guglielmini (-1710) fu da’ suoi Bolognesi adoprato nella quistione con

Ferrara pel corso del Reno; scrisse sulla natura dei fiumi, e su una

nuova misura delle acque correnti. Ma creatori della scienza idraulica

furono il Castelli e il Torricelli, scolari di Galileo. Il primo diede

corso agli stagni dell’Arno; nella _Misura delle acque correnti_ (1628)

fa la velocità ne’ fluidi proporzionata all’altezza da cui discendono,

mentre Torricelli provò essere come la radice d’essa altezza.

Ad Evangelista Torricelli di Faenza (1608-47), professore nello

studio fiorentino, morto di soli trentanove anni, è dovuta la prima

idea dell’ingegnoso e utilissimo canone, che due travi connessi, per

modo che il centro di gravità non s’alzi nè abbassi per mutare di

situazione, tengonsi sempre in equilibrio. Vide che l’acqua esce da un

pertugio colla velocità che acquisterebbe un corpo cadendo dal livello

della superficie a quel d’esso pertugio; teorema fondamentale al moto

de’ fluidi: delle lenti da cannocchiale per lungo calcolo determinò

la curva più opportuna: semplificò il microscopio di Galileo, e forse

ajutò a perfezionare il termometro, di cui il granduca Ferdinando pel

primo si valse a misurare la variazione della temperatura giornaliera.

Perchè l’acqua, nel sifone e nella pompa aspirante, non s’eleva al di

là dei trentadue piedi? I Peripatetici s’accontentavano d’una frase,

l’_orrore al vuoto_. Galileo n’aveva cercata invano una ragione.

Torricelli per forza d’induzione l’attribuì al premere della colonna

atmosferica sopra il liquido, che nel vuoto alzasi proporzionatamente

ad esso peso. Ne fece la riprova sostituendo all’acqua il mercurio,

che pesando tredici volte più di essa, si fermò a un tredicesimo

d’altezza. Varierà questa dunque a proporzione della gravità dell’aria;

ond’ecco inventato il barometro. Esso Torricelli informandone il Ricci

gli scriveva «di potere col suo istromento giunger a conoscere quando

l’aria sia più leggera o più grave»; e che questa «gravissima alla

superficie terrestre, si faccia sempre più lieve e pura secondo che

c’innalziamo sulle più alte cime de’ monti»: divisamento che Claudio

Beriguardi applicò a misurar la torre di Pisa, cinque anni prima

che Perrier e Pascal misurassero l’altezza del Puy de Dôme[332]. —

Ah perchè non è toccata al mio maestro la sorte di accorgersi degli

effetti della pressione dell’atmosfera?» esclamava il buon Torricelli.

Ferdinando granduca e suo fratello Leopoldo erano assidui nel cercar

nuovi stromenti, e migliorare od applicare gli antichi, onde giungere

al vero dei fenomeni naturali: il primo inventò un igrometro e un

idrostammo, combattè le influenze lunari, conobbe che il calorico tende

all’equilibrio, e i corpi lo trasmettono qual più qual meno; trovò

pure di condensar il vapore contenuto nell’aria ambiente, e quel di

varj spiriti senza elevarne la temperatura, il che si disse distillare

a ghiaccio: vide i vermi dell’aceto, e come l’argento cresca di peso

dopo la coppellazione, mentre i sali disciolti nell’acqua non cangian

natura coll’evaporarsi di essa: le lunghe sue osservazioni sui pendoli

giovarono a determinar la propagazione della luce e del suono, e alle

esperienze balistiche.

Leopoldo poi ogni parte dello scibile coltivava, in compagnia de’

migliori; e come a Roma il marchese Federico Cesi fin dal 1603 aveva

istituito i Lincei per coltivare la filosofia naturale, così divisò

l’Accademia del Cimento che proponevasi di _provare e riprovare_. Oltre

il Borelli e il Redi già detti, un de’ membri principali ne fu Vincenzo

Viviani (1622-1703), che non secondo a nessuno per ispirito geometrico

e candida ricerca del vero, trattò della resistenza dei solidi, ampliò

la dottrina dei galleggianti, e fin d’allora intravvide la teoria delle

ondulazioni, che prima applicata all’acustica, poi generalizzata, ci

addentrò in tanti arcani della natura. Supplì il quinto libro perduto

di Apollonio da Perga sulle sezioni coniche; e quando l’antico fu

rinvenuto, apparve che il moderno l’avea, non solamente indovinato,

ma sorpassato. Egli propose a tutta Europa questo problema: «Tra

gli antichi monumenti di Grecia è un tempio, sacro alla geometria;

circolare il piano; coronato d’una volta emisferica, la quale è

forata da quattro finestre eguali con tal arte, che il rimanente della

volta può perfettamente quadrarsi. Come ciò fu fatto?» Subito i dotti

furono attorno a questo problema, nè d’altro si parlò per un pezzo:

ma Leibniz, L’Hôpital, Bernoulli, Wallis, Gregori lo sciolsero in

differenti modi colla geometria nuova, a gran meraviglia di lui, che

però vi dava una soluzione diversa[333].

Il comasco Michelangelo Ricci, che poi fu cardinale, dilatò oltr’Alpi

le scoperte del Torricelli e i lavori dell’Accademia del Cimento

di cui era corrispondente; ai Tedeschi diè miglior concetto degli

algebristi italiani, ed era per tutto ricercato giudice della sapienza

contemporanea.

I _Saggi_ de’ principali sperimenti dell’Accademia furono da Lorenzo

Magalotti segretario scritti con lingua e stile ben diversi dai

correnti; onde restano anche monumento letterario, quando tutta

Europa non gli avesse ricevuti pel primo modello di ricerche

sperimentali[334], argutamente avendo indagato sulla pressione

dell’aria, gli effetti del vuoto, le proprietà del caldo e del

ghiaccio, la propagazione del suono, della luce, del calorico, i

fenomeni magnetici, le attrazioni elettriche, la leggerezza positiva,

i projettili, la digestione, la fosforescenza, non negligendo le

osservazioni astronomiche. Dell’acqua tentarono la compressibilità

chiudendola in una palla d’oro, e questa premendo, ma poichè la

videro schizzar dai pori, la dichiararono incompressibile: nè in fatto

potè dimostrarsi il contrario fino alle recenti sperienze di Canton,

Perkins, Oersted.

Sciagurate emulazioni tra il Viviani e il Borelli scomposero

l’accademia del Cimento; il principe Leopoldo passò cardinale a Roma:

sicchè quella perì dopo solo dieci anni. Ma l’esempio fruttò; nel 1645

fu fondata la Società di Londra, nel 1666 l’Accademia di Parigi, la

quale per mezzo di Thévenot, che qui aveva conosciuto i nostri, si pose

in corrispondenza con quella del Cimento, a malgrado del Borelli, il

quale temeva che «delle invenzioni e speculazioni dei nostri maestri

e di quelle che abbiamo trovate noi, se ne abbiano, secondo l’usanza

vecchia, a far autori e ritrovatori gli stranieri». Il Gabrielli avea

fondato a Siena i Fisiocritici; e il padre Lana e Bernardino Boni i

Filoesotici (_Academia Philoexoticorum naturæ et artis_) a Brescia nel

1686.

In quell’intermezzo il Vieta avea perfezionato la lingua algebrica;

Napier trovato i logaritmi, Harriott compito la genesi delle equazioni.

Alla teorica degl’infinitesimi si era avvicinato Galileo, trattando di

un cilindro tagliato in un emisfero (_Dialogo primo sulla meccanica_):

discorse anzi specialmente degl’indivisibili nei _Dialoghi delle nuove

scienze_; ma la quantità divisibile suppose composta di indivisibili

senza estensione; talchè, non osando affermare nè negare che

gl’infiniti siano tra loro eguali, disse solo che i termini indicanti

eguaglianza od eccesso non possono applicarsi che a quantità fisse, e

tornò al metodo d’esaustione di Archimede.

Bonaventura Cavalieri milanese (1598-1647), frate gesuato, professore

di matematica a Bologna, dopo avere sciolto il problema proposto da

Fermat di assegnar la minor distanza da tre punti dati, applicandovi

un teorema che dà la quadratura d’ogni triangolo sferico, aveva già

nel 1626 compiuto la sua _Geometria degli indivisibili_, fondata sul

considerare i solidi siccome composti d’un’infinità di superficie

sovrapposte, e le superficie come un aggregato di linee, e queste un

aggregato di punti. Sapevasi sommare una serie indefinita di termini

in progressione aritmetica, com’è quella de’ diametri dei circoli

decrescenti nel cono, i quali circoli stanno come i quadrati loro.

Il Cavalieri trovò che, in termini infiniti, la somma dei quadrati

descritti sopra linee crescenti in proporzione aritmetica risponde

al terzo del quadrato maggiore, moltiplicato pel numero de’ termini;

in altre parole, che il cono è il terzo d’un cilindro della medesima

base e altezza; il che ad altri solidi può applicarsi. Fu il primo

introdursi dell’infinito nella geometria in forma sistematica. Vide

egli stesso che il suo era un corollario del metodo di esaustione,

e confessava non saperne dare una dimostrazione rigorosa: pure nel

considerare la linea, la superficie, il solido come generati dal punto,

dalla linea, dalla superficie, prevenne Keplero e somministrò a Newton

l’idea e il nome del calcolo delle flussioni.

Erano ardimenti nuovi nella geometria, che veniva applicata pure

in maniera generalissima ad ardue ricerche. L’area della cicloide

prendeasi per un segmento di circolo; Galileo nel 1639 diceva d’avervi

pensato quarant’anni addietro, senza trovarne indirizzo; poi il

Torricelli la eguagliò a tre volte l’area del circolo generatore,

invenzione disputatagli invano da Roberval. Esso Roberval, Cartesio,

Fermat, Wallis, Bernoulli fecero giganteggiare la geometria, finchè

potè spingersi alla maggiore delle scoperte, quella del calcolo

differenziale. Leibniz tedesco e Newton inglese se la disputarono, e

nella contesa chiesero giudice l’abate Antonio Conti padovano. Questo

gran dotto associò cognizioni diversissime, e cercò di conciliare

spiriti opposti: molte opere commentò, fra cui la storia critica della

filosofia dal secolo XV in poi; indi la estrinse alle opinioni sul

principio del mondo e sull’immortalità dell’anima; infine a quelle

sulle cose incorporee; ma nulla finì; e i frammenti che ne pubblicò il

Toaldo fanno rincrescere ch’ei deve collocarsi fra quegli ingegni, che

per troppo estendersi nulla conchiudono.

Amontons, Leibniz e Huygens riduceano scientifica la meccanica. In

ottica il Maurolíco avea dato un’argutissima spiegazione del modo

con cui si vedono gli oggetti (_De lumine et umbra_), e come l’umor

cristallino concentri sopra la retina i raggi, spiegando la varia

conformazione dell’organo ne’ presbiti e nei miopi. Era dunque a

un punto di accorgersi delle immaginette che si dipingono in fondo

all’occhio, tanto più che altrove spiega la formazione dell’immagine

in uno specchio concavo; ma forse lo rattenne il non sapere spiegare

come noi le vediamo dritte sebbene si dipingano capovolte. Giambattista

Porta trattò di varj fenomeni della visione nella _Magia naturalis_: ma

ritenendo che nell’occhio si effettuasse come nella camera oscura[335],

non comprese in qual parte gli oggetti si dipingessero, e suppose

organo principale della vista l’umor cristallino. Molto pure si occupò

degli specchi piani, concavi, convessi, ustorj. Il gesuita Francesco

Grimaldi nel 1665 pubblicò a Bologna varj casi ottici importantissimi,

tra cui l’inflessione della luce e la diffrazione prodotta dal

cadere del raggio solare sul prisma; problema ch’egli spiegava con un

alternato condensarsi e spandersi, invece di dedurne la rifrangibilità

della luce; e sebbene poco arrestasse i curiosi, Newton seppe cavarne

profitto; sinchè Antonio Dedominis vescovo di Spalatro (_De radiis

lucis in vitreis perspectis et iride_) i colori dell’arco baleno scoprì

provenire dalla rifrazione, come mostrava coll’opporre una boccia

d’acqua al sole, dove il raggio arrivava agli occhi dipinto di colori

variati secondo l’angolo con cui v’entrava: sagacia meravigliosa in

uomo che nessun’altra prova ne diede. Ben presto Huygens porgeva la

teorica della luce per mezzo delle ondulazioni, e Newton per mezzo

delle emanazioni: ma ventisei anni prima che si stampasse l’_Ottica_

di questo, Giuseppe Antonio Barbari da Savignano, morto in odore di

santità, ripudiando l’opinione di Aristotele, tolse ad esaminare i

colori dell’iride prima e della seconda, nella quale si trovano in

ordine inverso; la loro figura costantemente circolare, e la posizione

loro rispetto al sole; per qual causa se ne renda visibile una sezione

maggiore quanto più il sole è alto sull’orizzonte; esser necessario

che la nube risoluta in minutissime goccie venga percossa dal sole

di faccia, effetto che succede pure nelle pioggie artifiziali, nelle

fontane, nelle boccie d’acqua rimpetto al sole, nelle quali, fin alla

declinazione di 42 gradi del raggio visuale sulla linea che passa

pel centro solare, vedonsi distintamente i colori dell’iride, mentre

all’inclinazione di 52° appajono in senso inverso. Tutto ciò con

grand’uso della geometria e trigonometria[336]: eppure rimase ignoto,

nonchè agli stranieri, perfino ai nostri.

La prospettiva fu studiata in servizio dell’arti belle, e soli italiani

ne scrissero, quali Piero della Francesca da Borgosansepolcro e Luca

Paciólo; e compiutamente Daniele Barbaro veneziano (1568), poi il

Barozzi ed altri. I principj geometrici ne furono generalizzati e bene

esposti da Guidubaldo marchese del Monte; il quale, sempre intento ad

applicare la geometria alla meccanica, in un trattato di questa pel

primo indicò il principio delle celerità virtuali nella leva e nella

taglia.

Alla meccanica pratica attesero molti. Il Ramelli non ha novità nelle

sue macchine; di più Fausto Veranzio veneto di Sebenico (_Machinæ

novæ_), tra le quali un ponte sospeso a catena e il paracadute, e tentò

fare in Venezia fonti salienti. Fu vescovo in Ungheria, e gli dobbiamo

una logica e un dizionario poliglotto. Il padre Lana Terzi (1687)

esaminò la costituzione dei monti bresciani; procurò coi sali imitare

le cristallizzazioni naturali, sebbene con teoriche dappoi ripudiate;

inventò un seminatore prima dell’inglese Tull; nel _Prodromo dell’arte

maestra_ (1670) accenna come insegnare ai sordimuti a scrivere e anche

parlare, a scrivere ai ciechi nati, e a nascondere i loro pensieri

sotto cifre misteriose; come estrarre la radice quadrata colla somma

e la sottrazione; tentò oriuoli perpetui a sabbia, ed altri a olio

che s’abbassa all’arder d’una lampada; fare uccelli che volassero, e

altri segreti più vaghi che fondati, ne’ quali piacevasi meglio che in

sodare norme scientifiche. Non vi manca la pietra filosofale, ma il più

ricantato è d’una barca portata in aria da quattro palloni metallici

vuoti d’aria: i calcoli ne furono trovati giusti anche dal Leibniz, ma

al Lana mancarono i mezzi di tentarne la prova.

Giovanni Torriano cremonese, meccanico di Carlo V, ricostruì a Toledo

la macchina, fatta dagli Arabi, che l’acqua del Tago distribuiva per la

città; pensava rendere navigabile quel fiume sino al mare; e sebbene

Filippo II preferisse usare quella somma a fabbricar l’Escuriale, i

Toletani l’onorarono d’un busto in marmo e d’una medaglia. La proposta

fu rinnovata il 1641 da Giulio Martelli e Luigi Carduchi, e Filippo IV

non comprese che questo sarebbe stato il vero modo di ricuperare il

perduto Portogallo[337]. Nelle _Macchine del signor Giovanni Branca_

(Roma 1629) stanno il disegno e la spiegazione di una, ove ad una

caldaja bollente in figura di testa sfugge di bocca il vapore, che

soffiando contro una ruota alata, move i congegni di due pile. È la

prima applicazione del vapore a un’utilità, benchè operi direttamente

sulla ruota, non per la tensione come nelle macchine odierne. Nel _Novo

teatro di macchine_ del Zonca padovano, un girarrosto è mosso dall’aria

rarefatta dal fuoco.

Da tutte queste scienze ajutata, e da’ migliori stromenti[338],

l’astronomia vedea trionfare il vero sistema mondiale. Ben alcuni

tentavano acconciare l’opinione nuova con quella della Chiesa, sia

piegando il fatto alla Bibbia, come aveva usato Tycho Brahe, sia la

Bibbia al fatto, come Foscarini. Il gesuita ferrarese Giambattista

Riccioli (1593-1671), che nell’_Almagestum novum_ raccolse quanto

aveano pensato gli astronomi fino al suo tempo, aggiungendovi

osservazioni proprie, il sistema di Copernico trova ben ideato, ma

falso; e non volendo accettare le grandi scoperte di Keplero perchè

questi negava l’eclissi avvenuto alla morte di Cristo, nè chetandosi

ai sistemi di Tycho e di Rheita, ne produsse un nuovo che non urtasse

i pregiudizj, e dove luna, sole, saturno, giove girano attorno alla

terra, ma mercurio, venere, marte sono satelliti del sole. Nella luna,

con un cannocchiale di quindici piedi, noverò fin seicento macchie,

cioè cinquanta più di Evelio, alla cui nomenclatura prevalse quella del

nostro, come pure la sua teoria delle librazioni. Col Grimaldi crebbe

a trecencinquanta stelle il catalogo di Keplero. Gli fu inflitta una

penitenza per aver preferito il calcolo della versione dei LXX. Il

gesuita francese Fabre, gran penitenziere a Roma, per avere pubblicato

che, dimostrato una volta il moto della terra, la Chiesa avrebbe

chiarito in che modo intendere figuratamente i passi della Scrittura,

ebbe processo dal Sant’Uffizio, e arresto di cinquanta giorni.

Effemeridi, cronologie ed altre opere astronomiche stamparono il

bolognese Cornelio Malvasia (-1664), e i modenesi Geminiano Montanari

(-1687) e Gaetano Fontana (-1719). Il Montanari diede pure l’idrografia

del mare Adriatico e sue correnti; pel primo dubitò del calor lunare,

messo fuori di dubbio appena oggi dalle sperienze del Melloni. Il

Bianchini portò buone osservazioni sopra venere, e tracciò il gnomone

di Santa Maria degli Angeli. Antonio Magini padovano, professore a

Bologna, scrisse molto di geografia e astronomia, non adottando il

sistema copernicano, ma svolgendo teoremi che si credettero scoperti

solo a’ dì nostri: era in corrispondenza con Tycho Brahe e con

Keplero, che gran conto faceva del sapere di lui, e che dall’Università

bolognese fu invitato a succedergli.

A sgombrare i vecchi errori operò grandemente un error nuovo, quali

erano i vortici di Cartesio, venuti di moda anche nelle scuole

italiane. Alfine prevalse Newton, posando la legge universale della

gravitazione, e innovando meccanica, ottica, astronomia. Nessun nome

noi abbiamo ad opporvi, ma vantiamo un’intera famiglia d’illustri.

Gian Domenico Cassini (1625-1712) di ricca gente nizzarda, allevato

dai Gesuiti, s’applicò segretamente all’astrologia, la quale lo

invogliò dell’astronomia; a venticinque anni già la leggeva in Bologna,

succeduto al Cavalieri, e gran lode ottenne, qualunque erroneo, il suo

esame della cometa del 1652. Risolse il problema fallito a Keplero

e Bouillaud, «dati due intervalli fra il luogo vero e il medio d’un

pianeta, determinare geometricamente il suo apogeo e l’eccentricità»;

determinò la rotazione di varj pianeti mediante le macchie, e nel 1668

diede effemeridi de’ satelliti di giove, mirabili pel tempo. Compivasi

così la scoperta di Galileo; i naviganti aveano un modo di conoscere

le longitudini; e lo spettacolo d’un altro sistema planetario che in

piccolo rappresenta il nostro, confermava l’insegnamento di Pitagora

e di Copernico, offrendo una riprova delle leggi che eransi assegnate

ai movimenti della terra. Cassini migliorò le tavole di rifrazione;

costruì la meridiana in San Petronio a Bologna, un de’ più grandi

stromenti, mercè del quale precisare la legge degli spostamenti diurni

del sole. Al quale problema applicossi il Cassini per verificare un

punto fondamentale della teorica di Keplero, cioè che si rallenti la

terra quand’è più discosta dal sole, e s’acceleri quando vicina; e vi

riuscì. Accertò parimente la importantissima legge delle rifrazioni,

indicata già da Tycho; ma mentre questi credeva cessasse dacchè l’astro

saliva più di 45 gradi sopra l’orizzonte, Cassini mostrò che altezza

nessuna rompeva quella legge. Così fu l’astronomia ridotta capace di

misure delicatissime, e parvero un miracolo le sue tavole del sole,

che alla secentista intitolò _Oracolo d’Apollo_: fece conoscere la

librazione della luna: trovò o perfezionò il modo di calcolare per

tutti i paesi gli eclissi solari mediante le projezioni dell’ombra

della luna sul disco della terra, e di dedurne le longitudini

terrestri.

Per determinare i confini tra la Toscana e lo Stato pontifizio, col

Viviani studiò il corso del Po e della Chiana, le giaciture degli

Appennini e le conchiglie fossili che vi si trovano. Il papa in

benemerenza lo nominò ispettore delle acque; l’Accademia delle scienze

francese l’ebbe corrispondente; poi chiamato da Luigi XIV, fu in

Francia naturalizzato. Ivi con Picard promosse il viaggio a Cayenne per

osservare la parallasse di marte e la solare, che si trovò appunto di

dieci secondi, com’egli aveva congetturato.

Egli intanto meditava sulla luce zodiacale, indicata fuggevolmente da

Keplero; e stabilì che il sole sia circondato d’una specie di nebulosa,

prolungata nel senso del suo equatore fin di là da venere. Dacchè

Huygens ebbe scoperto il primo satellite di saturno, quattro altri egli

ne osservò, non accorgendosi dei due che poi ad Herschel si offersero

nel 1789, e dell’ottavo scoperto nel 1848 da Lassen. E sebbene veruna

capitale scoperta egli facesse, la natura delle sue ne popolarizzò il

nome per modo, che molti lo tennero quasi creatore dell’astronomia in

Francia, tutti per uno de’ migliori ornamenti del regno del gran Luigi.

Il genio per l’astronomia parve ereditario in sua casa; e Giacomo suo

figlio (1677-1756), aggregato di diciassette anni all’Accademia delle

scienze e di diciannove alla Reale di Londra, girò l’Europa, poi reduce

coadjuvò il padre nel prolungare la famosa meridiana dell’Osservatorio

di Parigi, cominciata da Picard nel 1669, ed ora spinta fino al

Rossiglione e a Dunkerque. Più esatte misure de’ meridiani si ottennero

dal viaggio ai poli; e allora Cesare Francesco Cassini corresse i

lavori del padre, e recò il meridiano ad esattezza sufficiente per

divenire base della grande operazione geometrica, alla quale tre

generazioni di quella famiglia aveano faticato.

Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15) · 第 15 / 22 题