Letteratura.
Le cause medesime produceano il medesimo degradamento nella
letteratura, toltasi anch’essa dall’azione quando non più la vita
pubblica batteva sulla selce del genio per trarne faville, la
lenta compressione riduceva a studj esanimi, cui unico merito era
la manualità; abbandonando lo spontaneo, si cercò o una svigorita
imitazione degli antichi, o novità anfanate, sagrificando il bello
all’enfatico, l’elegante al pomposo, il vero alla ricerca dell’effetto,
a colpi di forza dove l’inanità dell’interno contrasta colla pretensiva
esteriorità. Nessun più sa tenere la penna di Machiavelli, non tesser
periodi rotondi e corretti come il Casa, non ischerzar leggero e
arguto come il Firenzuola o il Berni, non tessere strofe colla lucida
agevolezza dell’Ariosto, non descrizioni ampie ed evidenti come
Guicciardini: ai tipi d’eleganza surrogansi tipi di mal gusto; l’amore
uccide la tenerezza cogli epigrammi; l’ispirazione si manifesta con
contorsioni da ossesso. Eppure il Seicento può mostrare bei nomi,
fantasie più originali, sentimenti più individuali e patriotici
che l’età precedente: or perchè ricordando gli sciagurati che si
sfrenarono al mal gusto oblieremo quelli che seppero traversarlo senza
contaminarsene?
Celio Magno (-1602), segretario del consiglio de’ Dieci e da alcuni
chiamato il maggior petrarchesco, celebrò le vittorie de’ Veneziani
sui Turchi, e volea stendere sei canzoni su ciascuna di queste parole,
_Deus pro nobis natus mortuus resurrexit rediturus_. Fatta la prima,
la lesse a una brigata di Milanesi, i quali la trovarono stupenda, e
ne scrissero dissertazioni e lodi, col cui corredo si stampò nel 1597
quella «divina canzone, che si lascia di gran lunga addietro quante
canzoni sono state mai scritte in questo proposito»: e veramente è
delle migliori ed ultime produzioni del Cinquecento[183].
Vanto più durevole ottenne Torquato Tasso bergamasco (1544-95), nato
a Sorrento da Bernardo, che conoscemmo gentiluomo e poeta (t. X, pag.
189). Dai primi anni ne attinse amore dei versi e subordinazione di
cortigiano; e per quanto quegli il distornasse da una via che avea
trovata irta di triboli, egli si prefisse di riuscire poeta. Che natura
non ve lo spingesse prepotentemente il mostrò coll’andare tentando
diversi generi, senza in uno acchetarsi, come chi opera non tanto pel
bisogno di creare, quanto per riflessione sulle opere altrui; egli
lirico, egli tragico, egli romanzesco, egli epico, egli cavalleresco,
egli sacro e descrittivo.
A diciott’anni mentr’era ancora studente, sull’orme paterne compose
il _Rinaldo_, e si scusa di non cominciar ogni canto col prologo, di
conservare unità d’azione anzichè interrompere il filo. A tali discolpe
era ridotto! e davvero la gemebonda melanconia che già vi spira, dovea
rimoverlo dalle ebbrezze di moda, e dai gavazzieri poemi cavallereschi:
ma nobilmente invidiando alla gloria dell’Omero ferrarese, lo osservò
soltanto dal suo debole; e poichè troppo era lontano da tanta ricchezza
e padronanza di stile e di poesia, sperò poterlo superare mediante
la regolarità che a quello mancava. Di Dante non parla Torquato che
tardi[184], e ammirando il portoghese Camoens, prefisse di scegliere,
come esso, un argomento moderno, e modellarlo sul tipo virgiliano. Che
se Camoens avea cantato le glorie della sua nazione, egli, dopo molto
ondeggiare, prescelse l’impresa comune della cristianità, la prima,
anzi l’unica dove tutta Europa si unisse a combattere «d’Asia e di
Libia il popol misto», per proteggere la severa civiltà della croce
contro la voluttuosa barbarie dell’islam, per decidere se l’umanità
dovea retrocedere fino alla schiavitù, al despotismo, alla poligamia,
o lanciarsi all’eguaglianza ed al progresso. Quanta poesia sgorgava
dalla descrizione della prima crociata! quante reminiscenze classiche e
quante devote! quanto pittoresco ne’ costumi radunati di tutta Europa!
quanta forza e varietà in que’ baroni, ciascun de’ quali formava storia
da sè, e com’era re nel proprio castello, così operava indipendente
e risoluto e non per cenno di principe, in un’impresa ove ciascuno
volea mettere tutti i mezzi e il valor proprio, ma senza sottoporlo a
comandi altrui. E quell’impresa, che riusciva a un fine più grandioso,
ma diverso dal preveduto, non avea perduto opportunità ai giorni del
Tasso, quando ancora i Turchi minacciavano, e contro questi la Chiesa
pregava ogni giorno[185].
Un tale soggetto baleni ad un’intelligenza poetica, e ne sentirà
l’impareggiabile elevatezza: eppure Torquato esitò fra questo ed
altri di troppo inferiore dignità; e il suo peritarsi fra la prima
e la seconda crociata sarebbe inesplicabile, se non si riflettesse
che, secondo il modulo virgiliano, credeva necessaria l’unità del
protagonista. Alla seconda crociata armaronsi i re, nessuno alla prima:
onde il Tasso dovette falsarla essenzialmente, attribuendovi ciò
che più le repugnava, vale a dire un capo a cui tutte le volontà si
sottomettessero nell’intento di «liberare il gran sepolcro e ridurre
gli erranti compagni sotto i santi segni». Com’è pio Enea, così pio
dev’essere Goffredo; nè soltanto virtuoso come gli eroi di Bernardo
Tasso, ma anche religioso. Gli amori formano il viluppo dell’Eneide,
e così devono esser qui; e dopo che nei primi due canti ci spiegò
innanzi la maestosa marcia di tutta Europa e le opposizioni preparate
dall’Asia e dall’Africa, eccolo impicciolirsi nel rinterzato romanzo
di Tancredi amato da Erminia e amante di Clorinda, e di Rinaldo
vagheggiante Armida. Un «concilio degli Dei d’Averno» si risolve in
mandare una fanciulla a sedurre qualche cavaliero. Un incanto della
foresta che somministra il legname sospende l’impresa, finchè traverso
all’Atlantico due messaggeri, non contraddistinti che dal nome, vanno a
svellere dalla voluttà Rinaldo affinchè giunga di sì lontano a recidere
una pianta. Allora tutto si ravvia prosperamente; Gerusalemme è presa;
è sciolto il voto alla tomba di Cristo: ma la conciliazione d’Armida
con Rinaldo è solo lasciata indovinare, è incerta la sorte d’Erminia.
Questi amori, che riempiono due terzi del poema, atteggiano a mollezza
un’impresa tutta vigoria; e quella regolarità la riduce simile
a tante spedizioni, a tanti assedj, che la storia ricanta. Nulla
intendendo dell’età feudale, il Tasso fallisce ad ogni convenienza
di persone e di età; nè vigoroso quanto bastasse per uscire di sè,
trasformarsi negli eroi che descrive, sentire com’essi, come i loro
tempi, al soprannaturale del pensiero surroga quel dell’immaginazione;
alle stregherie de’ suoi tempi toglie a prestanza un meraviglioso
vulgare, mentre i Crociati nella loro concitazione vedeano Dio e santi
dappertutto, e apparimenti di angeli nei fenomeni della natura; tutto
riduce ad ordine, perchè ordine era la sua mente; a ragione in luogo
di fantasia; a calcoli invece d’entusiasmo. Il soggetto lo porta a
situazioni confacenti col suo sentire? allora il Tasso è veramente
artista, come negli episodj d’Olindo e Sofronia, d’Erminia, d’Armida,
tanto ben trovati quanto fuor di luogo; nè la poesia di verun paese ha
situazione meglio immaginata che la morte di Clorinda.
Ma prima d’ordire il suo poema, il Tasso avea scritto i _Discorsi
sull’epopea_, studiato Aristotele, analizzati Omero e Virgilio; ogni
poetica che uscisse, egli volea vederla, e forse furono queste che
tanto gli tardarono di sentire il bisogno d’un senso profondo[186]:
allora al difetto cercò supplire con un’allegoria; oscura superfluità,
dove non propone al pensiero che la psicologia, scevera dalla
storia e dalla metafisica, le idee separando dal loro principio e
dall’applicazione. Camoens doveva insegnargli a far grandeggiare la
propria nazione: ma benchè Tancredi e Boemondo gliene offerissero il
destro, dell’Italia non fa cenno forse che in due versi.
Quella soave melanconia stacca insignemente dal fare burlevole de’
suoi contemporanei, quanto l’aver preso il lato nobile e serio della
cavalleria dove gli altri la trattarono da celia, pretendendo frenare
le capresterie della cavalleresca coll’epopea classica, unire il
Trissino e l’Ariosto, il raziocinio e l’immaginativa; coll’interesse
sempre sostenuto, con ostacoli via via crescenti fin ad una catastrofe,
alla quale non toglie curiosità l’essere già nel titolo annunziata;
sicchè come arte, come romanzo, è stupendamente composto.
Però a grandezza vera non sale mai; le occasioni poetiche lascia
sfuggirsi. Per dipingere il paradiso traduce il _Sogno_ di Scipione,
egli cristiano[187]; delle ambascerie, atti e parole copia da Tito
Livio; Goffredo non sa riconfortar il campo se non colle frasi d’Enea;
il viaggio traverso al Mediterraneo e all’Atlantico è ricalcato su quel
d’Astolfo nell’Ariosto; dalla scienza cavalleresca dell’età sua stilla
la descrizione dei duelli[188]; dai libri di retorica i compassati
discorsi; da quei di morale scolastica le pompose sentenze del suo
Buglione. Questo mostrasi capitano perfetto, ma troppo inaccessibile
alle passioni; Tancredi, cavaliere compiuto, si smaschia in amori
che nol portano ad altamente operare, ma a femminei lamenti; Rinaldo,
bizzarro e passionato, trae unica impronta dal destino che il serba a
uccidere Solimano, e divenir padre dei duchi estensi.
Perocchè il Tasso pagò largo tributo al genio piacentiero dell’età
sua, _spiegando le vele nel mar delle lodi_[189]; al gusto di quella
profuse i concettini, di cui a gran torto il vollero inventore; nella
grazia artifiziata del suo lavoro cercando le bellezze di tutti i
predecessori, o le frantende, o esagerando le corrompe; le situazioni
affettuose guasta colle arguzie e coll’eccesso.
Eppure quest’opera, sebbene non popolana come l’_Iliade_, ma
aristocratica e monarchica come l’_Eneide_, ogni Italiano lesse per la
prima, la sa a mente, testè cantavasi sulla spiaggia di Mergellina e
nelle gondole di Venezia; tanto sopra un popolo sovranamente musicale
può l’armonia poetica! Ma quello che rende popolare il Tasso sono
gli episodj; prova che sono sconnessi dal tutt’insieme, e proprj di
qualsivoglia tempo; siccome quel tono di sentimento, quell’elegiaco,
che egli non depone neppur nella voluttà. Anima buona, amorevole,
gemebonda, senza la forza che fa reluttare ai mali e ringrandisce
nelle patite ingiustizie; la sensibilità formò il suo merito e la
sua espiazione; e il secol nostro, cui più non si confaceva la forma
del suo poema, si accorò alla persona di lui ed ai misteriosi suoi
sofferimenti.
Nella Corte d’Alfonso II di Ferrara fu segno all’invidia de’ cortigiani
e all’affetto della duchessa Eleonora. S’indispettì qualche volta della
protezione; nella conoscenza del proprio merito, la diffidenza come
un’idea fissa lo perseguitava; parendogli essere vilipeso dai valletti,
contrariato ne’ suoi amori; Scipione Gonzaga tiene in sua casa convegni
dove si disputa del merito delle opere di esso, ed egli dubita di
burle; dubita di Orazio Ariosto che lo loda; dubita del conte Tassoni
che a Modena lo distrae; dubita del cardinale Medici che gli esibisce
ricovero a Firenze se gli Estensi lo abbandonassero; il servidorame
ride delle sue bizzarrie; i cortigiani godono deprimere colla
compassione quel che li sorpassa in ingegno; ed egli or piagnucola,
ora stizzisce, tira coltellate, prorompe in parole ingiuriose al
duca; questo gli proibisce di scrivere, ed egli parte per Mantova, per
Torino; ben accolto, sta per accettare l’invito del granduca, ma pur
torna a Ferrara, e continua le stranezze.
Già all’inquisitore di Bologna erasi accusato di dubbj intorno
all’Incarnazione, e quello avealo rimandato col _Va in pace_. Malato,
gli risorsero que’ dubbj, e il duca gli consigliò di presentarsi al
Sant’Uffizio, che ancora l’assicurò o d’innocenza o di perdono; il
duca stesso accertollo di non aver nulla contro di lui; ma il Tasso
avea trovato quell’assicurazione non essere in forma, non sufficiente
l’esame degli inquisitori, e smarrivasi in sottigliezze, e dava a rider
colle bizzarrie; sicchè la sua ragione parendo offuscata, Alfonso lo
fece chiudere nell’ospedale di Sant’Anna. È uno dei temi più vulgari
per declamare sulla tirannide dei mecenati e sui patimenti dell’uomo
di genio; e persone di senno consumarono libri per accertare la causa
di quella disgrazia, e per iscoprire l’arcano, di cui egli stesso
mostravasi geloso allorchè scriveva: — Amico, non sai tu che Aristone
giudicava niun vento essere più nojoso di quello che toglie altrui
d’attorno la cappa? Or intendi che la prudenza ha per mantello il
segreto».
In fatti, sebbene tanto parlasse di sè, ci lascia incertissimi su
molte sue condizioni e sulla causa di sue ambasce: ma convince ch’egli
soffriva d’allucinazioni; da sè confessasi pazzo[190]; cerca guarire
or consultando i medici migliori e il famoso Mercuriale[191], or
usando rimedj taumaturgici, quali la manna di sant’Andrea; ma perchè
lo scatolino arriva dissugellato, egli teme sia veleno, e lo ricusa.
Soprattutto si duole della svanita memoria, e la meravigliosa sua
lettera a Scipione Gonzaga, del 1579, non è d’un frenetico, ma neppure
d’una mente sana. Gli sta fissa l’idea d’essere perseguitato, ma per
quali accuse? In tale indagine passa in rassegna tutte quelle che mai
possano essergli apposte, falli di gioventù, eresie, e la più vaga di
tutte, quella di fellonia[192]. Poi rivolgendosi a Dio, si scagiona
delle incredulità: — Non mi scuso io, o Signore, ma mi accuso che tutto
dentro e di fuori lordo e infetto de’ vizj della carne e della caligine
del mondo, andava pensando di te non altramente di quel che solessi
talvolta pensare alle idee di Platone e agli atomi di Democrito... o
ad altre siffatte cose di filosofi; le quali il più delle volte sono
piuttosto fattura della loro immaginazione che opera delle tue mani,
o di quelle della natura, tua ministra. Non è meraviglia dunque s’io
ti conosceva solo come una certa cagione dell’universo, la quale,
amata e desiderata, tira a sè tutte le cose; e ti conosceva come un
principio eterno e immobile di tutti i movimenti, e come Signore che
in universale provvede alla salute del mondo e di tutte le specie che
da lui son contenute. Ma dubitava se tu avessi creato il mondo, o se
_ab eterno_ egli da te dipendesse; se tu avessi dotato l’uomo d’anima
immortale; se tu fossi disceso a vestirti d’umanità... Come poteva io
credere fermamente ne’ sacramenti o nell’autorità del tuo pontefice,
se dell’incarnazione del tuo figliuolo o dell’immortalità dell’anima
era dubbio?... Pur m’incresceva il dubitarne, e volentieri l’intelletto
avrei acchetato a credere quanto di te crede e pratica la santa Chiesa.
Ma ciò non desiderava io, o Signore, per amore che a te portassi e
alla tua infinita bontà, quanto per una certa servile temenza che
aveva delle pene dell’inferno; e spesso mi sonavano orribilmente
nell’immaginazione l’angeliche trombe del gran giorno de’ premj e delle
pene, e ti vedeva seder sopra le nubi, e udiva dirti parole piene di
spavento, _Andate, maledetti, nel fuoco eterno_. E questo pensiero era
in me sì forte, che qualche volta era costretto parteciparlo con alcun
mio amico o conoscente...; e vinto da questo timore, mi confessava e
mi comunicava nei tempi e col modo che comanda la tua Chiesa romana:
e se alcuna volta mi pareva d’aver tralasciato alcun peccato per
negligenza o per vergogna, replicava la confessione, e molte fiate la
faceva generale. Nel manifestare nondimeno i miei dubbj al confessore,
non li manifestava con tanta forza nelle parole, con quanta mi si
facevano sentire nell’animo, perciocchè alcune volte era vicino al non
credere... Ma pure mi consolava credendo che tu dovessi perdonare anche
a coloro che non avessero in te creduto, purchè la loro incredulità
non da ostinazione e malignità fosse fomentata; i quali vizj tu sai,
o Signore, che da me erano e sono lontanissimi. Perciocchè tu sai che
sempre desiderai l’esaltazione della tua fede con affetto incredibile,
e desiderai con fervore piuttosto mondano che spirituale, grandissimo
nondimeno, che la sede della tua fede e del pontificato in Roma sin
alla fin de’ secoli si conservasse; e sai che il nome di luterano e
d’eretico era da me come cosa pestifera aborrito e abominato, sebben di
coloro che per ragione, com’essi dicevano, di Stato vacillavano nella
tua fede e all’intera incredulità erano assai vicini, non ischivai
alcuna fiata la domestichissima conversazione».
Così penò sette anni (1579-86), supplicando or l’uno or l’altro per
la sua liberazione, e intanto altri pubblicò la sua _Gerusalemme_, non
ancor bene limata; e tosto volò per Italia coll’esito più desiderabile,
cioè con molti strapazzi e moltissima ammirazione. Torquato scese
a difendersi, o piuttosto a confessarsi in colpa, giacchè insiste
continuo sul non aver potuto perfezionare il poema suo; anzi lo rifuse
nella _Gerusalemme conquistata_ (1593), opera più fedele alla storia,
più castigata di stile e d’invenzioni, ma che la posterità ripudiò,
benchè egli la preferisse all’altra, di cui dicea vergognarsi[193].
Religioso sempre, e più negli ultimi anni, tentò anche un poema
biblico, le _Sette giornate del mondo creato_, stucchevole com’è sempre
il descrivere senz’azione, quand’anche fosser minori le controversie
e più vive le pitture, e in quella fredda enumerazione non lasciasse
sentire la fatica d’un poeta, anzichè la voce de’ cieli che narrano
la gloria di Dio. Del suo _Aminta_ già parlammo (t. X, p. 217).
La tragedia del _Torrismondo_, amore incestuoso di fratello, tiene
degl’intrecci romanzeschi che allora piacevano, e degli orrori che
oggi ripiaciono. I sonetti e le canzoni di lui diconsi i migliori
dopo il Petrarca; ma niun li legge, e pochi le prose, dettate senza
pretensione, ma senza forza, perocchè i difetti del Tasso sono
piuttosto negativi.
Del resto il farne il tipo dell’ingiustizia critica è esagerazione.
In sei mesi comparvero sei stampe del _Goffredo_; diciotto in cinque
anni; ed una in Francia, dove era veneratissimo, e dove Balzac,
dispensiero della gloria, diceva che «Virgilio è causa che il Tasso non
sia il primo, e il Tasso è causa che Virgilio non sia solo», benchè il
rimproveri perchè mescola il sacro al gentilesco, e come il suo Ismeno,
«sovente in uso empio e profano Confonde le due leggi a sè mal note».
Malherbe non saziavasi d’ammirare l’_Aminta_, e avrebbe dato (dice
Ménage) tutto un mondo per esserne l’autore[194]. In Italia il Tasso
ebbe per lo meno tanti difensori quanti aggressori; e ruppero lancie
per lui Giulio Gustavini, l’Iseo, Nicolò degli Oddi, Malatesta Porta,
Alessandro Tassoni, Giambattista Marini, Camillo Pellegrini, Giulio
Ottonelli, Paolo Beni. Che se il Salviati, anche col nome di Ormanozzo
Rigoli, Orlando Pescetti, Giovanni Talentoni, Orazio Ariosto, Lodovico
del Pellegrino, Francesco Patrizio, Gian de’ Bardi, Orazio Lombardelli
il combattevano, serbavangli però altissimo seggio, giacchè disputavano
qual fosse superiore esso o l’Ariosto.
Ma l’Ariosto è il poeta del libero slancio, della fantasia
apparentemente sbrigliata; rinterza quattro o cinque avvenimenti
contemporanei, e tutto si fa perdonare colla lucida eleganza e
l’animata soavità. Il Tasso non sa ribellarsi nè alla Crusca nè ad
Aristotele nè all’opinione, e si sottomette alle credenze, agli
usi, ai precetti. L’Ariosto non bada nè ad Omero nè a Virgilio,
ma al proprio capriccio; si ride del soggetto, degli uditori, di
se stesso; maneggia la lingua da padrone e padrone ricchissimo. Il
Tasso s’assoggetta al desiderio de’ dotti contemporanei, che voleano
ripristinare la grammatica e la politica antica, non dà un passo se
nol giustifichi cogli esempj, non un viluppo arrischia se non serva a
tardare o svolgere l’azione principale; e il suo riprodurre i Classici
non consiste in reminiscenze, come avviene a Dante e all’Ariosto, ma
in imitazioni fino al plagio. Canta armi e cavalieri, ma rimovendo
l’ironia per ridursi sentimentale e galante; cerca lo splendore più
che l’originalità e l’avventuroso; poeta della grazia artifiziata,
della forma plastica inalterabile, povero nella lingua, zoppo
nell’ottava, dando ai Secentisti l’esempio del descriver per descrivere
e dell’iperbole. L’Ariosto esprime la reviviscenza pagana al tempo de’
Medici, con quell’innamoramento della forma esteriore, della vaghezza
corporea, e la foga de’ sensi e della vita, e il barbaglio delle
fantasie: il Tasso, sempre in tono di convinzione, sebbene profitti
della macchina cavalleresca coi duelli e colle magìe, indica il ritorno
dello spirito cristiano nella devota impressione, nella religiosità di
quei cavalieri, nelle processioni, nella compunzione, nella costante
dignità di eroi, non affascinati dalla verga romanzesca, e ribattezzati
nel lavacro di Trento. Se non che da fantasia e memoria lascia usurpare
troppo spesso il luogo della fede reale; i prodigi vacillano fra il
miracolo e la spiegazion naturale; Musulmani e Cristiani adoprano il
linguaggio stesso, amano allo stesso modo; il continuo imitare elide
l’impressione d’un’epica originalità; tanta mescolanza di falso e di
fittizio, tanta malaticcia dolcezza rivelano il languore che invadeva
la letteratura come la nazione, riducendola a falsa retorica, a poesia
dotta, come quando è perduto il senso della poesia creatrice. Ma se
la fantasia più vivace, le invenzioni più abbaglianti, una più vasta
concezione, una maggior libertà ci fanno ammirar altri, nel Tasso
amiamo quella mesta armonia, quelle voci di cuore, quella simmetria,
quel converger tutte le forze cristiane a un fine grande, al quale
mettono capo le molteplici avventure. E que’ sentimenti son ancora
d’oggi, più che non le cupe architetture di Dante o il caleidoscopio
dell’Ariosto: la gran quistione del recuperar la terra ove nacque la
civiltà e fu compita la redenzione, non è per anco risolta; laonde
le simpatie sono tuttavia assicurate a Torquato, nel quale amiam pure
i difetti e le piccolezze, perchè il gusto di scoprirle ci toglie la
mortificazione d’un confronto trascendente.
Ma dei difetti del Tasso è colpa in parte l’indole di lui, uno di
quelli che pajono predestinati a soffrire. Bisognoso d’uscir da se
stesso, di piacere alle donne, alla Corte, ispirazione principale de’
suoi canti; anche dopo scarcerato, e quantunque avesse scritto «non
convenire per le ingiustizie degli uomini i buoni ingegni avvilirsi, ma
doversi separare dal vulgo con l’altezza dell’animo e con gli scritti,
ne’ quali ha poca forza la fortuna, nessuna la potenza de’ grandi»,
non si sentì forza di abbandonare i principi[195] e raccogliersi nella
dignità d’uomo grande. Se si sentisse stanco della continua fatica di
piacere, trovavasi senza affetti domestici, senza una patria, senza una
dimora fissa; e andava vagando, ricevuto a onore dappertutto; i vescovi
si pregiavano di ospitarlo, le città ne registravano sui loro fasti il
passaggio[196]; Genova l’invitò a legger filosofia «con la provvigione
di quattrocento scudi d’oro fermi e altrettanti straordinarj»: eppure
sempre pareagli esser infelice, lamentavasi de’ libraj indiscreti[197],
per povertà non potea soddisfare innocentissime voglie, e dovea vendere
o impegnare i doni[198].
Continuò querele e preghiere finchè il papa lo chiamò a ricevere
in Campidoglio la corona che aveva onorato Petrarca. Venne, ma
stremo di salute, benchè ancora in buona età; e non nei palagi
degli Aldobrandini, ma si raccolse nel convento di Sant’Onofrio,
su quell’altura, così opportuna a contemplare la città delle glorie
cadute; e sentendosi finire, scriveva: — Il mondo ha pur voluto aver
la vittoria di condurmi alla sepoltura mendico, quand’io pensava che
quella gloria che, malgrado di chi non vuole, avrà questo secolo da’
miei scritti, non fosse per lasciarmi in alcun modo senza guiderdone.
Mi son fatto condurre in questo monastero... quasi per cominciar da
questo luogo eminente, e colla conversazione di questi buoni padri, la
mia conversazione in cielo». E di cinquantun anno morì come un santo, e
l’alloro non potè fregiare che la sua bara.
Muori in pace, anima gemebonda, e lascia la scena al gran ciarlatano,
che alla simmetria virgiliana e petrarchesca surroghi la bizzarria
mescolata di audace e di pedantesco.
Giambattista Marini da Napoli (1569-1625), toltosi al fôro per seguire
il genio poetico, cioè le volubilità del suo carattere, come negli atti
così nello stile imitando gli Spagnuoli, voleva il gonfio, il pomposo,
il madrigalesco; ponea scopo della poesia l’eccitare stupore[199]; e
gli scambietti ginnastici fra gente che si storpiava nella purezza
parvero non solo perdonabili ma lodevoli. Tutto prosopopee e
lambiccature, le sue intitola _Poesie amorose, lugubri, marittime,
polifemiche, risate, fischiate, baci, lacrime, devozioni_... Che
ragionevolezza di sentimenti o di frase? che politica? che coraggio?
che morale? Allegro cortigiano, non pensa a riformare nè l’arte nè
l’opinione; veste al suo ingegno la livrea del tempo, e navigando a
fior d’acqua sulla corrente, qualunque soggetto trova buono a’ sonori
suoi nulla; mai non osservando il lato serio della vita, indulge a
una voluttà sistematica, senza trasporti meretricj, ma senza pudore;
soprattutto sa mettere in iscena se stesso, segnalarsi per amicizie e
nimicizie, e così scrocca la gloria, com’altri scroccavano un impiego.
Chi va curioso sulle velleità della moda, indagherà il perchè l’amore
del gonfio e del vanitoso sì nella letteratura, sì nelle arti,
divenisse allora epidemico. La Germania anfanò nella scuola del
Lohenstein; l’Inghilterra nell’eufuismo; la Spagna principalmente nello
stile colto del Gongora. Centro de’ begli spiriti parigini erano Giulia
Savelli marchesa Pisani, e Caterina di Vivonne nata a Roma (1600) da
un Pisani, poi divenuta marchesa di Rambouillet, che nel loro palazzo,
costruito e disposto all’italiana, introdussero le tradizioni del
natìo paese sul vivere elegante; e adottato un nome e un linguaggio
convenzionale, pretensivo, lambiccato, si fecero legislatrici d’un
gusto frivolmente colto, pedantescamente arguto. Se v’aggiungiamo
l’azione di Maria de’ Medici regina, circondata di cortigiani
fiorentini, è facile comprendere quanto dovesse acquistarvi predominio
l’italiano.
Giusta i concetti d’allora, chiamavasi Plejade l’eletta degl’ingegni
francesi, e questi s’affaticavano dietro ai nostri classici non
meno che agli antichi: di Ronsard dicevasi che pindarizzava e
petrarcheggiava; di Voiture abbiamo versi italiani; di cose e frasi
italiane ribocca Balzac, l’autore allora più rinomato; citazioni di
versi italiani frequentano in Racine e Boileau. Ménage, corifeo della
consorteria italianizzante, commentò l’_Aminta_ e le rime di monsignor
Della Casa; soccorso dal Redi e dal Dati, cercò della lingua nostra
etimologie, stravaganti le più e ridicole, tutte senza sistema; ed
egli e Chapelain, l’epico aspettato di quell’età, inviavano alla
nostra Crusca l’interpretazione di qualche verso del Petrarca. L’abate
Regnier Desmarets italianizzò Anacreonte, e a tacer altre opere, fece
una canzone che i sopracciò credettero del Petrarca, e gli meritò
posto nella Crusca; e il Redi, colla condiscendenza d’amico, asseriva
che «scrive prose e versi con tanta proprietà, purità e finezza, che
qualsiasi più oculatissimo critico non potrà mai credere ch’egli non
sia nato e nutrito nel cuore della Toscana».
Reggendo Maria de’ Medici, nell’intervallo tra la potenza del Concini
accademico della Crusca e quella del Richelieu, spiegossi colà il
furore de’ romanzi, a capo di tutti camminando l’_Astrea_ di D’Urfé, il
quale era molto vissuto in Savoja praticandovi san Francesco di Sales,
e diceva: — Io ha fatto il manuale de’ cortigiani, come quel santo il
manuale de’ devoti». Dietro a lui un armento d’imitatori ebbe rinomanza
effimera, ma estesa efficacia sulla società; ed abbandonato il vero
nell’invenzione, facilmente se ne staccarono anche nell’espressione,
tutta concetti e smancerie.
Per trovare il peggior secentismo basterebbe assaggiare un de’
migliori, Gian Pietro Camus vescovo di Belley, che alla pietà credette
servire non meno coll’ardentissimo zelo in convertire protestanti che
col pubblicare ben cinquanta romanzi, quali le _Memorie di Daria_,
dove si vede l’idea d’una vita devota e d’una morte religiosa,
l’_Agathonfilo_ o i _Martiri siciliani_, dove si scopre l’arte di ben
amare per antidoto alle affezioni disoneste, gli _Spettacoli d’orrore_,
l’_Anfiteatro insanguinato_, il _Pentagono istorico_ che mostra in
cinque facciate altrettanti accidenti segnalati[200]. Che dirò del
Bartas, il quale chiama i venti _postiglioni di Eolo_, il sole _duca
delle candele_, i monti della sua Guascogna _infarinati d’una neve
eterna_?
In questa Francia era venuto il Tasso, e n’aveva osservato con finezza
e dipinto con verità i costumi. Vi capitò anche il Marini (1615), e
non comprese nulla di quel grand’intrico di furberia e menzogna che fu
la Fronda, nè di quella società ove tutti i vizj ammantavansi di tutte
le grazie; ove le sollevazioni erano un intermezzo delle galanterie;
ove, tra il profondo disordine recato dalla mancanza d’istituzioni, i
Francesi apparivano insolenti fin nell’umiliarsi, rispettosi fin nella
ribellione. Il Marini non vi riconobbe che materia di ciarlatanesche
gofferie: «Mi son dato al linguaggio francioso, del qual per altro
fin qui non ho imparato che _huy_ e _neni_; ma neanche questo mi par
poco, poichè quanto si può dire al mondo consiste tutto in affermativa
o negativa. Circa al paese che dirvi? egli è un mondo; un mondo,
dico, non tanto per la grandezza, per la gente e per la varietà,
quanto perchè egli è mirabile per le sue stravaganze: le stravaganze
fanno bello il mondo; perciocchè sendo composto di contrarj, questa
contrarietà costituisce una lega che lo mantiene: nè più nè meno la
Francia è tutta piena di ripugnanze e di sproporzioni, le quali però
formano una discordia concorde che la conservano; costumi bizzarri,
furie terribili, mutazioni continue, guerre civili perpetue, disordini
senza regola, estremi senza mezzo, scompigli, garbugli, disconcerti e
confusioni; cose insomma che la dovrebbero distruggere, per miracolo la
tengono in piedi; un mondo veramente, anzi un mondaccio più stravagante
del mondo istesso.
«Incominciate prima dalla maniera del vivere: ogni cosa va alla
rovescia, e le donne son uomini, intendetemi sanamente; voglio dire che
quelle hanno cura del governo della casa, e questi si usurpano tutti
i lor ricami e tutte le loro pompe. Le dame studiano la pallidezza, e
quasi tutte pajono quotidiane; e per essere tenute più belle sogliono
mettersi degl’impiastri e dei bullettini sul viso; si spruzzan le
chiome di certa polvere di Zanni che le fa diventar canute, talchè da
principio io stimava che tutte fossero vecchie.
«Veniamo al vestire. Usano portar attorno certi cerchi di botte a
guisa di pergole, che si chiamano vertugadi; questo quanto alle donne:
gli uomini in sulle freddure maggiori vanno in camiscia; ma vi ha
un’altra stravaganza più bella, che alcuni sotto la camiscia portano
il farsetto; guardate che nuova foggia d’ipocrisia cortigiana! Portano
la schiena aperta d’alto a basso, appunto come le tinche che si
spaccano per le spalle; i manichini son più lunghi delle maniche, onde
rovesciandoli sulle braccia, par che la camiscia venga a ricoprirne il
giubbone; hanno per costume di andare sempre stivalati e speronati: e
questa è pure una delle stravaganze notabili; perchè tal ci è che non
ebbe mai cavallo in sua stalla, nè cavalcò in sua vita, e tuttavia va
in arnese di cavallerizzo: nè per altra cagione penso io che costoro
sien chiamati _galli_ se non perchè appunto, come tanti galletti,
hanno a tutte l’ore gli sproni ai piedi: in quanto a me, piuttosto che
_galli_ dovrebbero esser detti _pappagalli_; poichè, sebben la maggior
parte, quanto alla cappa ed alle calze, vestano di scarlatto, il resto
è di più colori che non sono le tavolozze dei dipintori. Pennacchiere
lunghe come code di volpi, e sopra la testa tengono un’altra testa
posticcia con capegli contraffatti, e si chiama _parrucca_...
«Anch’io, per non uscir dell’usanza, sono stato costretto a pigliare i
medesimi abiti: oh Dio, se voi mi vedeste impacciato tra queste spoglie
da mammalucco, so che vi darei da ridere per un pezzo. In primis la
punta della pancia del mio giubbone confina con le natiche; il diametro
della larghezza e della profondità delle mie brache nol saprebbe
pigliar Euclide; fortificate poi di stringhe a quattro doppj: due pezze
intere di zendado sono andate a farmi un pajo di legami che mi vanno
sbattocchiando pendoloni fino a mezza gamba colla musica del _tif taf_:
l’inventore di questi collari ebbe più sottile lo ingegno di colui che
fece il pertugio all’ago; son edificati con architettura dorica, ed
hanno il suo controforte e ’l rivellino intorno, giusti, tesi, tirati
a livello; ma bisogna far conto di aver la testa entro un bacino di
majolica, e di tener sempre il collo incollato come se fosse di stucco.
Calzo certe scarpe che pajono quelle di Enea, secondo che io lo vidi
dipinto nelle figure d’un mio Virgilio vecchio; nè per farle entrare
bisogna molto affaticarsi a sbattere il piede, poichè hanno d’ambedue
i lati l’apertura sì sbrandellata che mi convien quasi trascinare
gli scarpellini per terra: per fettuccie hanno su certi rosoni, o
vogliam dire cavoli-cappucci, che mi fanno i piedi pellicciuti come
i piccioni casarecci; sono scarpe e zoccoli insieme insieme, e le
suole hanno uno scannetto sotto il tallone, per lo quale potrebbono
pretendere dell’Altezza. Paro poi Cibele colla testa turrita, perchè
porto un cappellaccio lionbrunesco che farebbe ombra a Marocco,
più aguzzo dell’aguglia di San Maguto: infine tutte le cose hanno
qui dello appuntato, i capelli, i giubboni, le scarpe, le barbe, i
cervelli, infino i tetti delle case. Si possono immaginare stravaganze
maggiori? vanno i cavalieri la notte e il giorno _permenandosi_ (così
si dice qui andar a spasso), e per ogni mosca che passa, le disfide
e i duelli volano... Le cerimonie ordinarie tra gli amici son tante,
e i complimenti son tali, che per arrivare a saper fare una riverenza
bisogna andare alla scuola delle danze ad imparar le capriole, perchè
ci va un balletto prima che s’incominci a parlare.
«Le signore non hanno scrupolo di lasciarsi baciare in pubblico, e
si tratta con tanta libertà, che ogni pastore può dire comodamente
alla sua ninfa il fatto suo: per tutto il resto non si vede che
giuochi, conviti, festini, e con balletti e con banchetti continui si
fa gozzoviglia... L’acqua si vende; e gli speziali tengono bottega
di castagne, di capperi, di formaggi, di caviaro. Di frutti, questo
so, ce n’è più dovizia che di creanza in tinello: si fa gran guasto
di vino, e per tutti i cantoni ad ogni momento si vede trafficar la
bottiglia. La nobiltà è splendida, ma la plebe è tinta in berrettino:
bisogna soprattutto guardarsi dalle furie de’ signori lacchè, creature
anch’esse stravagantissime e insolenti di sette cotte: io ho opinione
che costoro sono una spezie di gente differente dagli altri uomini,
verbigrazia come i satiri o i fauni...
«Dove lascio la seccaggine dei pitocchi? Oh che zanzare fastidiose!
a discacciarle vi vuol altro che la rosta o l’acqua bollita! e vi è
tanti di questi furfantoni, e accattano per le chiese e per le strade
con tanta importunità, che sono insopportabili. Tutto questo è nulla
rispetto alle stravaganze del clima, che conformandosi all’umore degli
abitanti, non ha giammai fermezza e stabilità. Il sole va sempre in
maschera, per imitar forse le damigelle che costumano anch’esse di
andar mascherate. Quando piove è il miglior tempo che faccia, perchè
allora si lavano le strade; in altri tempi la broda e la mostarda vi
baciano le mani, ed è un diavol di mota più attaccaticcia e tenace che
non è il male de’ suoi bordelli.
«Volete voi altro? Infino il parlare è pieno di stravaganze; l’oro
si appella _argento_, far colazione si dice _digiunare_; le città son
dette _ville_, i medici _medicini_, le meretrici _ganze_, i ruffiani
_maccheroni_, e il brodo _buglione_, come se fosse della schiatta di
Goffredo; un _buso_ significa un pezzo di legno; aver una _botta_ in
sulla gamba vuol dire uno stivale»[201].
La futilità non potrà mai arrivare alla grandezza: eppure il Marini
trova fortuna in Francia; la società Rambouillet lo corteggia, ed egli
sa cattivarsela, e formare scuola di galanti voluttà; canta in seicento
versi «lo stupore delle bellezze corporali della regina», e «delle
chiome sottil la massa bionda», e «il naso, muro di confine fra due
prati di candid’ostro e di purpurea neve», e la «leggerissima foresta»
del labbro superiore, e le pupille «dov’è scritto in bruno _Il Sole è
qui_», e il seno «valle di giglio ove passeggia aprile»[202].
Mentre il Tasso vi era rimasto e partito col medesimo abito, dovè
farsi prestare uno scudo, e gli mancava di che comprar un popone, Maria
assegna al Marini duemila scudi, e ferma la carrozza quando lo scontra
per via; il Concini gli concede d’andar a farsi pagare cinquecento
scudi d’oro, ed egli va e ne domanda mille; e perchè il ministro gli
dice: — Diavolo, siete ben napoletano!» egli risponde: — Eccellenza,
è una fortuna che non ho inteso tremila; così poco capisco del vostro
francese». Quando tornò a Napoli (1624), i lazzaroni furongli incontro
ballonzando e spargendo rose; i gentiluomini a cavallo, le signore
ai balconi, e s’una bandiera leggevansi applausi al Marini, «mare
d’incomparabile dottrina, spirito delle cetre, scopo delle penne,
materia degl’inchiostri, facondissimo, fecondissimo, felice, fenice,
decoro dell’alloro, degli oziosi cigni principe emeritissimo».
Carlo Emanuele I di Savoja, che prima avealo fatto arrestare
supponendosi ingiuriato nella _Cuccagna_, dappoi lo protesse, e
gli suggerì un’epopea sugli amori di _Adone e Venere_. Addio dunque
ogni moralità, ogni sentimento generoso; addio anche l’interesse,
che non può legarci al duolo o ai gaudj d’esseri soprannaturali, nè
a situazioni che non ci ritornano sovra noi stessi; tutto converrà
sostenere sull’ingegno e abbandonando l’istintiva spontaneità, immolar
il bello al magnifico, la purezza al barbaglio. E il Marini ne fece
un poema più lungo del _Furioso_, cioè di quarantacinquemila versi,
ove ogni canto forma quadro da sè, con titolo distinto, come il
_Palagio d’Amore_, la _Sorpresa d’Amore_, la _Tragedia_, il _Giardino_.
Coloritore fluido, armonico, dovizioso, con versi agevoli, cadenze
melodiose, frasi volubili, arte di esprimer le cose più ribelli;
pure non una forma nuova creò, non un suo verso rimase nel discorso.
Quell’orditura gracilissima e monotona è obbligato riempiere con
succedentisi descrizioni, fatte per descrivere, e in un labirinto
d’affetti, di voluttà, d’immagini, di pitture, moltiplicar le facili
particolarità a capriccio e senza scelta nè castigatezza; centodieci
strofe consumando a descrivere una partita di scacchi fra Venere e
Mercurio, e riponendo il merito nel litigar colle parole per trovarvi
contrasti e giocherelli. Appena il pubblicava di cinquantaquattro anni,
l’_Adone_ è levato a cielo; Carlo Emanuele l’orna cavaliero; tutti sono
affascinati da quella pittura voluttuosa, tutti adorano costui che avea
saputo accoppiare il tipo italiano collo spagnuolo, l’armonia musicale
colle sparate: — Nella più pura parte dell’anima mia sta viva opinione
che voi siate il maggior poeta di quanti ne nascessero tra Toscani, tra
Latini, o tra Greci, o tra gli Egizj, o tra i Caldei, o tra gli Ebrei»,
dicevagli l’Achillini, che doveva aver letto i poeti egizj e caldei, e
che a vicenda poeta anch’egli de’ più strampalati, era messo in cielo,
ebbe dall’Università di Bologna un’iscrizione come _Musageti omniscio_,
e da Luigi XIII il regalo di quattordicimila scudi per una canzone ove
diceva che _A’ bronzi suoi serve di palla il mondo_, e pel sonetto che
comincia _Sudate, o fuochi, a preparar metalli_.
Dove vuolsi riflettere che prima dell’irruzione dei giornali,
scarsissima diffondeasi la fama, pensando gli autori a meritare più
che a farsi proclamare, nè essendovi chi per professione trafficasse
di lodi e vituperi. Cristoforo Colombo non trovasi nominato da
contemporanei che in una lettera del dicembre 1493 del nostro Pietro
Martire d’Angera; e nel 1520 persone spagnuole ignoravano se ancora
vivesse. Ecco perchè venivano accarezzati quei che alzavano la voce,
come vedemmo dell’Aretino e simile schiuma, come ora fu del Leti, del
Marini, di cotesti spaccamondo della letteratura, i quali secondavano
l’andazzo manufatturando la propria gloria con un branco a sè devoto,
blandendo i bassi istinti, celebrando da sè i proprj trionfi, volendo
primeggiare qualunque ne fosse la via, e durando così una vita
acclamata; — che importa se finirà tutta coll’esequie? Agli applausi
però corrispondevano le contumelie; che se il Tasso ne piagnucolava,
altri rimorsicavano; e in chiassose baruffe si scanagliarono il padre
Noris col padre Macedo, il Mongelia col Magliabechi, il Vigliano con
Alessandro Marchetti, il Borelli con molti; il Sergardi vien sino
ai pugni col Gravina; alle capiglie fra il Tassoni, il Brusantini,
l’Aromatari a proposito d’Aristotele e del Petrarca, intervennero
processi e imprigionamenti; svergognatissime contumelie furono
avventate al cardinale Pallavicino; Geminiano Montanari filosofo
modenese clamorosi litigi sostenne con Donato Rossetti a proposito
della capillarità, e molte stoccate diede e ricevette[203].
Avendo il Marini, in un sonetto sulle fatiche d’Ercole, confuso il leon
nemeo coll’idra di Lerna, gliene fecero colpa quasi d’un dogma fallito,
principalmente Gaspare Mùrtola genovese, segretario di Carlo Emanuele
e autore del _Mondo creato_; fioccarono epigrammi, sonetti, libelli: e
_Murtoleide_ e _Marineide_ e sconcezze e infamie; il Mùrtola sparò una
schioppettata all’emulo; e andava al patibolo se il Marini non avesse
intercesso: ma il Mùrtola, cui pesava il benefizio, lo denunziò d’avere
sparlato del duca. Anche Tommaso Stigliani della Basilicata, nel _Mondo
nuovo_, sfoggio di meravigliosi capricci, sotto il simbolo dell’_uom
marino_ malmenò il glorioso, che lo ripagò con sonetti intitolati le
_Smorfie_ e con lettere, poi nell’_Adone_, sicchè quegli, spaventato
d’un’immortalità di vituperj, si umiliò; ma come l’emulo morì, egli
caninamente addentò l’_Adone_ nell’_Occhiale_, ove non trovi pur una
buona critica a chi tante ne meritava. Tutto il mondo s’indignò di
costui, che osava tirar pietre contro l’altare; Angelico Aprosio di
Ventimiglia avventogli l’_Occhiale stritolato_ e il _Vaglio_[204];
Stigliani gli ribattè il _Molino_; Aprosio rimbalzò il _Buratto_.
Ma nè ingiurie nè lodi salvarono il Marini dal meritato giudizio, ed
egli restò ai posteri come il tipo del gusto dei Secentisti, i quali,
invece di opporsi alla letteratura spagnuola almeno per ira contro i
dominanti, prosatori e poeti s’anfanarono dietro a costui nel volere
per calcolo l’originalità, ma cercandola non nel sentimento e nel vero,
ma nelle forme e nelle parole, donde nasce la maniera; e rimbombo
di voci oziose in luogo di pensieri e di sentimenti, e insistente
gonfiezza, e profusione del superlativo. Chè di tutte le corruzioni
la più seduttrice è il pensiero ricercato; e, preso quel gusto,
difficilissimo riesce il divezzarsene.
A Giambattista delle Grottaglie presso Brindisi, amico de’ migliori
d’allora, applaudito per le sue _Poesie meliche_ e più per gli
_Epicedj_ tutti turgidezza e traslati arditissimi, alcuni suggerivano
di tenersi al Petrarca; ma egli rispondeva: — Non voglio murar sul
vecchio, ma fabbricare a mio talento lo stile; che sia di me solo: che
ci sarebbe di nuovo se tutti imitassero il Petrarca? e se questi fosse
vissuto al nostro tempo, avrebbe mutato modo per ottenere applausi e
gloria appresso gli eruditi».
La nostra letteratura nasceva nel Trecento, ma da una decrepita,
onde alle inesperienze infantili univa i trastulli di rimbambita.
Niuna meraviglia dunque se già allora troviamo lo stile a contrasti
e l’antitesi; fin nel forbitissimo Petrarca possono indicarsi cotali
lambiccature or di senso or di parole. Gl’imitatori pretesero farle
passare per bellezze; tanto più che, moltiplicando versi sopra affetti
non sentiti, e restringendosi a studiar le parole, doveano supplire con
artifizj di testa alla tepidezza del cuore. Nel Cinquecento ne ricorre
traccia anche ne’ migliori; ne abbonda il Tasso; ma coi Marinisti
l’antitesi non fu più un mezzo, bensì il fine; non un ornamento, bensì
la sostanza. Geografia, storia, l’universo non si esaminarono più che
per bottinarvi metafore, guardando all’appariscenza dell’immagine non
alla proprietà e finezza; niuna cosa dicendo direttamente, ma solo in
relazione o contrapposizione di altre o da’ suoi effetti; accostando
confusamente due termini di paragone, di cui coglieansi relazioni o
dissomiglianze estrinseche e appariscenti; assumendo una voce o un modo
in senso metaforico, poi recandone l’azione a senso reale; e così di
frasi idropiche infarcendo l’etisia del soggetto, battendo di forza
l’incudine sinchè s’infocasse.
Aborrita dunque la naturalezza, neglettissima la lingua, unica moda
fu l’ingegnoso; e i magnati dello stile e della metafora, al par di
quelli che andavano pel mondo, ostentavano oro sull’abito, e non aveano
camicia; scambiavano la maniera per grazia, il gonfio per sublime,
l’antitesi per eloquenza, i giochetti per leggiadria; barcollanti
lunaticamente fra insipida affettazione e trivialità, volendo fuggire
il monotono mediante il bizzarro, talento reputavano l’accoppiare
idee disparatissime; e poichè la vulgarità si accorda benissimo colla
gonfiezza, più non v’ebbe immagine, per isconcia, per frivola, che non
si addobbasse di metafore: le stelle sono _narcisi del cielo_, sono
_lucciole eterne_, mentre le lucciole risolvonsi in vivi moccoli, in
incarnate candele; come il sole è un _boja che taglia colla scure dei
raggi il collo all’ombre_; l’Etna nevato, l’_arciprete dei monti che
in cotta bianca manda incensi al cielo_: per Ciro di Pers i calcoli
sono i marmi che gli nascono nelle viscere per formargli la sepoltura;
pel Marini gli sputi della sua bella sono _spume di latte, fiocchi
di neve_; gl’insetti del capo della sua son per un altro _cavalieri
d’argento in campo d’oro_; un terzo paragona le anime ai cavalli,
cui, finita la corsa, è serbata in cielo _biada d’eternità, stalla di
stelle_.
Vi davano l’intonatura le scuole e le accademie, dove si proponeano
argomenti speciosi, paradossali, più spesso insulsi: «che il vizio e la
virtù non possono celarsi, — se sia meglio ad una vecchia l’essere in
gioventù stata bella o deforme»; ed orazioni sopra soggetti fittizj,
finte ambasciate, accuse e difese di delitti immaginarj e perciò
stravaganti, e sostenere il pro e il contro, e sempre battersi i
fianchi per fare stupire con iscambietti d’ingegno.
Questo dovea scintillare nelle raccolte fin dal titolo, _I ruscelletti
di Parnaso, I fuggilozio, L’eclissi della luna ottomana_: Carlo
Pietrasanta milanese fece gli _Aborti di Clio_; Guasco Annibale una
Tela cangiante in madrigali; Marco Boschini veneziano scrisse in
quartine _La carta del navegar pittoresco... comparti in oto venti,
con i quali la nave venetiana vien conduta in l’alto mar de la pitura
come assoluta dominante de quello, a confusion di chi non intende
el bossolo de la calamita_; Gianfrancesco Bonomi bolognese, poeta
cesareo, pubblicò _Virgulti di lauro, distinti in foglie, rami,
bacche, sughi, corteccie e radici_; Alessandro Adimari fiorentino,
oltre raccolte col nome di altre muse, pubblicò _La Polinnia, ovvero
cinquanta sonetti fondati sopra sentenze di Cornelio Tacito, con
argomento a ciascuna di esse, che uniti insieme formano un breve
discorso politico-morale_. Abbiamo la _Maschera jatropolitica aspirante
alla monarchia del microcosmo_, giuoco serio di Eureta Misoscolo.
Il dizionario de’ pseudonimi dell’Aprosio è intitolato _La visiera
alzata, hecatoste di scrittori, che vaghi d’andare in maschera fuor
del tempo di carnevale, sono scoperti da_ ecc.; e vi mandò dietro
una _Pentecoste_. Che più, se gli scienziati stessi v’incolgono? il
Torricelli dice che «la forza della percossa porta nella scena delle
meraviglie la corona del principato», e che «il famoso Galileo lavorava
questa gioja per arricchirne il monile della toscana filosofia». Il
Montanari a un trattato contro l’astrologia diede per titolo _La caccia
del frugnuolo_: a uno sul fulmine _Le forze di Eolo_; a uno sulle
monete _Zecca in consulta di Stato_. Carlo Moraschi fece la _Celeste
anatomia delle comete_; Corrado Confalonieri la _Cometa decomata_;
Carlo Manono il _Cannocchiale istorico, che fa guardare dall’anno_ 1668
_fin al principio del mondo, e tira appresso le cose più memorabili
finora succedute_. _Via lactea_ intitolansi le istituzioni canoniche
del valentissimo teologo Chiericato di Padova: al _Gemitus columbæ_
del Bellarmino il padre Gravina oppose la _Vox turturis_ in difesa
de’ monaci: alla quale essendo risposto col _Cave turturi male contra
gemitum columbæ exultanti_, egli replicò la _Congeminata vox turturis_,
ristampata col titolo _Resonans turturis concentus_. Emanuele Tesauro,
il Marini della prosa, stese in questo stile un non breve trattato
di filosofia morale. Il famoso padre Lana ne scrisse uno _Della
beltà svelata in cui si scuoprono le bellezze dell’anima_, e ciascun
capitolo presenta una metafora; il sesto è _La regina al balcone_, cioè
l’anima che per gli occhi fa vedere le sue bellezze; il decimo _Le
bevande amatorie date a bever alla sposa del suo servitore per farla
adulterare_, cioè i diletti del corpo che rapiscono l’anima a Dio; e
così sempre. Perfino il celebre Lancisi nel 1720 stampava a Roma _De
natura et præsagio Dioscurorum nautis in tempestate occurrentium_;
i quali Dioscuri sono le parotidi critiche che appajono nelle febbri
maligne.
Viepiù si lardellarono di tali metafore le dissertazioni accademiche
e le tesi. All’Università di Torino, Gianandrea Negro candidato in
legge (-1594) sosteneva per quindici giorni novecennovantanove tesi
dialettiche, fisiche, magiche, mediche, filosofiche, teologiche,
morali, di diritto civile e canonico e di matematiche; Pio Appiani per
nove giorni difendeva quattrocento proposizioni legali.
Sfoggio di tali ciarlatanerie divenne il pulpito. Era stato
proverbialmente famoso il padre Panigarola di Milano, che aveva avuto a
maestri in patria gl’illustri retori Natale Conti e Aonio Paleario, e a
modello Cornelio Musso (t. IX, p. 289); e dopo una gioventù dissipata
vestitosi francescano, levò grido dai pulpiti principali. Caterina
de’ Medici il volle a Parigi; per le città d’Italia ove giungeva era
accolto a battimani, e spesso costretto a recitar un discorso prima
di riposarsi; fatto vescovo d’Asti e da Sisto V spedito in Francia
per le contese degli Ugonotti, contro questi pubblicò le _Lezioni
calviniche_; e gloriavasi di aver congiunto la predicazione colla
teologia, perchè questa gl’insegnò a far più sicure le prediche, quella
a far più chiare le lezioni. Il cardinale Federico Borromeo non rifina
di lodarlo, anzi da lui toglie il modello dell’oratore perfetto. Se più
volte fu ristampata la sua _Retorica ecclesiastica_, e nei sermoni non
manca d’un certo calore, benchè fomentato da figure più che da intima
vigoria; nello stile barcolla fra il rozzo e l’affettato, e invano
vi cercheresti quella cognizione del cuore che scuopre il vizio ne’
ripostigli, quella pratica de’ santi libri che di là toglie tesori di
bellezze; nè più alcuno legge le novantasei opere che lasciò.
Poi ben presto quell’eloquenza, cui prima lode è la semplicità, non
si credette poter conseguire che col pugno teso e coi capelli irti. I
titoli medesimi delle prediche d’allora tradiscono quell’infelicissima
mania: Cesare Battaglia milanese, fra molti panegirici, ha la _Sacra
Torre del Faro_ per santa Caterina, il _Carbonchio fra le ceneri e
la lingua immortale_ per sant’Antonio, i _Tesori del niente_ per san
Gaetano, il _Briareo della Chiesa_ per san Nicola, e così l’_Archimede
sacro_, l’_Esemplare e il diadema del principe_; Mario de’ Bignoni
cappuccino veneziano intitola il suo quaresimale _Splendori serafici
degli opachi delle più celebri accademie, rilucenti tra le ombre di
vaghi geroglifici_; Alessandro Maria Brianto fa l’_Antiparistasi del
santo amore_; Tommaso Caracciolo arcivescovo di Taranto l’_Elio clerio,
cioè il Sole del beato Gaetano Tiene, intrecciato da un devoto del
beato_; così il _Balsamo della Fama Mamertina_, discorso per la sacra
lettera di Maria vergine ai Messinesi, del padre Epifania.
Bizzarrissime poi le proposizioni: e uno in sant’Antonio riscontrava
le metamorfosi d’Ovidio: un altro in san Domenico le fatiche d’Ercole.
Giuseppe Maria Fornara nel _Nuovo sole di Milano sotto del santo chiodo
ascoso_ provava in sei discorsi quella reliquia essere un sole che
nasce, che illumina, che riscalda, che essica, che corre, che riposa.
Il gesuita Ignazio Del Vio faceva _Le gare di scambievole amore fra
la rosa verginale santa Rosalia, li gigli reali di Filippo V nostro
signore, e l’orto della Sicilia Palermo, intrecciate nella solenne
festa di santa Rosalia_ (1702). Il Lemene, nell’elogio funebre di
Filippo IV, dimostrava che fu _magnum pietate, et magnitudine pium_.
Del padre Annibale Adami di Fermo abbiamo «Il santo fra’ grandi
di Spagna, grande di quattro grandati; cioè san Francesco Borgia,
esprimente nella sua santità e nel suo nome le virtù di quattro santi
Franceschi d’Assisi, di Paola, di Savier e di Sales, giusta il detto
dell’Ecclesiastico _Fuit magnus juxta nomen suum_» (Roma 1672). Giacomo
Lubiani celebrava _il solstizio della gloria divina, la cifera della
divinità nell’augustissimo nome di Gesù_, e in sant’Ignazio la _spada
infocata_, dimostrandolo «Ercole della Biscaja che porta nelle fiamme
del nome l’armeria de’ Serafini, il treno de’ miracolosi spaventi nel
fulmine della spada, in cui potresti intagliar più vittorie che non
fece Ruggero nella sua», e si scusa di non poterne dire abbastanza
«perchè gli manca l’algebra dell’innumerevole». Paolo Arese, autore
di sette volumi di prediche lodatissime, a difesa di queste dettò _La
penna raffilata_ e _La retroguardia di se stesso_. Frà Giuseppe Paolo
comasco così esordisce il suo quaresimale: — Per adunare contro dei
vizj, legionarj di Satanno, un esercito numeroso, tocca tamburo questa
mattina la penitenza».
Gran maestro dell’affastellar le cose più disparate fu il padre
Emanuele Orchi, pur da Como, che con brani d’erudizione profana,
citazioni, epigrammi, filze di proverbj, divinità gentili, astrologia,
regge la tronfia sua grandezza: ivi trovi gli _artificiosi tiriliri_
d’un uccello; ivi bachi da seta, che _mangiano e dormono con
saporoso sapore e saporito sopore_; ivi la Maddalena _sollevata di
fronte, sfrontata di faccia, sfacciata d’aspetto_; ma udendo Cristo,
_le si sveglia nel meriggio del cuore l’austro piovoso di tenero
compungimento, e sollevando i vapori de’ confusi pensieri, stringe nel
ciel della mente i nuvoli del dolore_. Non rispetto a sè mostra costui,
non agli uditori, non a Dio[205], ma sempre l’immagine, la pittura;
o ti paragoni l’uomo all’organo, o il peccatore alla lavandaja,
che «nudata il gomito, succinta al fianco, prende il panno sucido,
ginocchione si mette presso d’una fiumara, curva si piega su d’una
pietra pendente, insciuppa il panno nell’acqua, lo stropiccia coi
pugni, con le palme lo batte, lo sciacqua, lo aggira, l’avvolge, lo
scuote, l’aggroppa, lo torce; indi postolo entro un secchione, ed al
fervor del fuoco in un caldajo, fatto nell’acqua con le ceneri forti
un mordente liscio, bollente gli lo cola di sopra; giuoca di nuovo di
schiena, rinforza le braccia, rincalza la mano, liberale di sudore non
meno che di sapone; e finalmente fattasi all’acqua chiara, in quattro
stropicciate, tre scosse, due sciacquature, una torta, candido più che
prima e delicato ne cava il pannolino».
Per poco non prorompeva in applausi l’affollata udienza; dalla quale
congedandosi, egli ragiona dell’amor suo che in pochi giorni gigante
divenne, poichè la loro attenzione gli fece da balia, il fasciò, il
cullò; poi dalle poppe divezzato coll’aloe dell’amara partenza, si
pascerà col solito cibo del massiccio affetto: la brama poi di tornar
a loro è una gravidanza matura, sicchè egli starà colle doglie del
parto, finchè la grazia del cielo non gli serva da Lucina a figliar
un nuovo maschio quaresimale. Una volta erige un processo in regola
contro il ricco; un’altra espone il giudizio universale, distinto
in atti e intermezzi; un’altra architetta un monumento trionfale per
la risurrezione di Cristo. Così il padre Caminata, in San Pietro del
Vaticano, nel primo sermone fabbricò la statua dell’Ambizione; poi in
ciascuno de’ seguenti «le dava quattro martellate» per levarne via le
pecche.
Alberto Alberti trentino, il quale scagionò la Compagnia di Gesù dalle
imputazioni di Gaspare Scioppio con tal calore, che questo, vedendosi
stretto e smascherato, dicono ne morisse di dolore, scrisse _Actio in
eloquentiæ cum profanæ tum sacræ corruptores_ (Milano 1651), abusando
delle forme stesse che condanna. E Federico Borromeo in un’operetta
a riprovazione di quel predicare, racconta di uno che, spiegando la
tentazione di Gesù Cristo, e come Satana gli mostrò tutti i regni del
mondo, fece un trattato di geografia; un altro cavò di sotto la cotta
uno stilo; un terzo, esclamando non poter più reggere a tanti orrori,
si mosse per andarsene, aspettando che il pubblico lo arrestasse; ma
poichè tutti tacquero, egli dovette fermarsi da sè. Nel _Diario romano_
d’un austero cattolico dal 1640 al 50 leggiamo: — Colla quaresima
la commedia finisce nelle case e nelle sale, e comincia nelle chiese
e nei pulpiti; la santa occupazione della predica serve a soddisfar
la sete di celebrità o l’adulazione. S’insegna la metafisica, che il
predicatore intende poco e gli uditori niente: invece d’istruire e
correggere, si decantano panegirici nel solo intento di far passata.
La scelta del predicatore non dipende dal merito, ma dal favore».
Nel giornale napoletano dello Zazzera, sotto il dicembre 1616: — Sua
eccellenza venne in carrozza con la moglie in San Lorenzo, ove si cantò
la messa con musica, e predicò il padre Aqualino cappuccino le sue
solite facezie».
Insomma dappertutto un gusto licenzioso, che giudica gretto ciò ch’è
semplice, non vuol andare di passo, ma a capriole. Nè la moda accecava
a segno da non avvedersi di quel delirio: Giambattista delle Grottaglie
scrisse la _Censura del poetar moderno_; il gesuita Giuglaris, che
nelle prediche tiene il campo di siffatte enormità, dettò piano e
composto _La scuola della verità aperta ai principi_. E dettavano
castigato quelli che a lode non aspiravano, potendosi ripetere dello
stile ciò che alcuno disse della morale, che per esser cattivi bisogna
fare uno sforzo.
Michelangelo Buonarroti il giovane (-1646) ammira il Petrarca, ma ciò
nol preserva dal contagio; e illustrando il sonetto di lui _Amor che
nel pensier mio vive e regna_, dice: — Però, cortesissimi accademici,
non prenderete ad onta che io intorno a sì alto soggetto ardisca di
favellare, ned incolperete me di follìa e di troppa temerità, poichè
per obbedire a chi lo mi ha comandato, e che giustamente farlo potea,
per sì ampio pileggio e sì pericoloso mare, tra l’onda di non certa
lode, in preda ai venti dell’ignoranza e del biasimo che per avventura
mi potrebbero sommergere, fiaccamente solcando colla navicella
del mio debole ingegno, mi sono impelagato». A questo corvettare
credeasi obbligato quando ragionasse a dotti; ma allorchè assumeva
il linguaggio del popolo, tornava alla natura, come nella _Tancia_ e
nella _Fiera_[206], commedie scritte a bella posta per annicchiarvi una
ricchezza di voci popolari, che ne’ libri non si trovavano, e di cui la
Crusca voleva esempj pel vocabolario.
Certo allora si migliorò l’esposizione scientifica: Galileo vi
mette evidenza e forza, emancipandosi dalle aridità scolastiche,
e la chiarezza sua attribuiva alla continua lettura dell’Ariosto;
gli accademici del Cimento davano a correggere a Carlo Dati le loro
sperienze, esposte con eleganza filosofica; e a Firenze un bello stuolo
si sceverò da queste ambiziose miserie.
Ivi utili fatiche continuava la Crusca, e molti s’industriavano
attorno ai classici, principalmente al Boccaccio; a scrutare le opere
nuove, o dar precetti di corretto scrivere. E di savj ne esibì negli
_Avvertimenti sopra il Decamerone_ Leonardo Salviati, scrittore
lonzo, e diffamato dalla bassa persecuzione che portò al Tasso.
Celso Cittadini cercò dottamente le origini della favella toscana.
Al gesuita Mambelli col nome di Cinonio, dobbiamo le _Osservazioni
della lingua italiana_. Daniele Bartoli, nel _Diritto e il torto
del non si può_, sostenne non v’esser regola di grammatica senza
esempj contrarj, col che precipita nello scetticismo, nè indaga se
siano dovuti a scorrezione di testi, o se abbiasi a dedur le norme
da un principio più largo. Benedetto Fioretti appuntò la Crusca e le
prolissità dei classici, e nei Proginnasmi mostra bastante filosofia di
stile. Benedetto Buonmattei avea dato la prima grammatica toscana nel
1643; un’altra ne diede il bolognese Salvatore Corticelli con _Cento
discorsi sopra la toscana eloquenza_, le regole deducendo dall’uso,
ma uso de’ classici, anzi quasi solo de’ Trecentisti. Jacopo Mazzoni
cesenate, nella _Difesa di Dante_, elevasi a generalità estetiche
notevoli. Girolamo Gigli da Siena, festevolissimo nelle conversazioni
e in commediuole, nel _Pirlone_ adattò il soggetto del _Tartuffo_ alla
società nostra, tanto al vivo da eccitare uffiziali lamenti. In Roma
pubblicò le opere di santa Caterina, con un dizionario dei modi a lei
proprj, valendosene per bersagliare la Crusca, anzi tutti i Fiorentini,
neppur i principi risparmiando. Questi ne fecero un capo grosso, e
il libro fu bruciato dal boja, messo all’indice a Roma; e il Gigli si
ritrattò[207].
Anton Maria Salvini fiorentino (1653-1729), eccitato agli studj ameni
dal Redi, cercatissimo nelle buone società[208], conobbe molte lingue,
e ne tradusse prosatori e poeti; singolarmente vulgarizzò Omero
alla lettera, fatica screditata, ma di cui fecero pro i successivi:
scrivendo di proprio, e commentando la _Tancia_, la _Fiera_, il
_Malmantile_, usa da padrone la lingua, non solo col riprodurre i bei
modi de’ Trecentisti, ma e nuove ricchezze di classici forastieri
innestando, e più raccogliendone dalle bocche nel paese natìo,
talchè meritò d’esser subito noverato fra i testi della Crusca. Sotto
quest’unico aspetto vanno lodati i suoi discorsi accademici, del resto
leggeri sempre, spesso vuoti, affrettati, sorreggentisi su qualche
autorità in luogo di ragioni.
Anche forestieri s’occuparono intorno alla nostra favella: i
Francesi imitavano e traducevano i nostri come oggi noi loro, senza
discernimento; e come fu ammirato il Tasso, così le _Lacrime di san
Pietro_ del Tansillo furono tradotte da Malherbe; imitata la poesia
lirica, la descrittiva, il nostro sonetto; il genere eroicomico
nel _Virgilio travestito_[209], nella _Gigantomachia_ e simili; il
pastorale del Bembo e del Sannazaro, coll’affettazione che di tutte
è la peggiore, quella della semplicità. Sui teatri riproducevano le
nostre _Sofonisbe_, la _Calandra_ l’_Orfeo_: Rabelais avea tolto da
Merlin Coccaj l’episodio de’ montoni di Panurgo, l’arringa di Gianotto
di Bragmardo, la disputa al cospetto di Pantagruele, fin il carattere
di Gargantua da quel di Fracasso. L’arguto Montaigne scrisse parte
del suo viaggio in «questa lingua straniera, della quale si serviva
molto facilmente, ma molto scorrettamente» (pag. 322). Le persone più
gentili della bella società valeansi di questo idioma dell’ingegno
e della cortesia, come la Longueville e la incomparabile Sévigné;
le lettere erano picchiettate di frasi italiane; e i modi nostri
metteano rischio di far nella lingua francese i guasti che or fa questa
nell’italiana[210]. Alla corte d’Inghilterra parlavasi comunemente
l’italiano, e verseggiò in questo il Milton, che conobbe Galileo a
Firenze, a Napoli il Manso amico del Tasso; a Milano vide rappresentare
l’_Adamo_ dell’Andreini, da cui, se non il concetto del suo _Paradiso
perduto_, dedusse alcune scene, come altre dall’_Angeleide_ di Erasmo
da Valvasone, e nominatamente l’infelice trovato delle artiglierie
usate dai demonj[211]. E molto trasse da’ nostri il lirico Dryden; anzi
il devoto Ruggero Ascham si lamentava che in Inghilterra si avesse
maggior riverenza pe’ Trionfi del Petrarca che non per la Genesi, si
reputasse una novella del Boccaccio più che una pagina della Bibbia.
A Vienna predicavasi italiano[212], e Leopoldo imperatore v’introdusse
un’accademia italiana, di cui erano Raimondo Montecuccoli, il marchese
Maffei, Francesco Piccolomini, Giberto Pio di Savoja, Orazio Bucceleni,
Mattia Vertemati, l’abate Spinola, Francesco Dolci, Francesco Zorzi,
l’abate Felice Marchetti, con domenicali adunanze nel gabinetto stesso
dell’imperatore.
Non dunque per ignoranza e trascuraggine peccavasi di secentismo; anzi
può dirsi che allora per la prima volta si ponesse mente all’artifizio
dello stile, a dar modulazione e unità al periodo, a calcolare le
cadenze, a dir ogni cosa nel modo migliore. Degli autori antecedenti
alcuni pretendeano imitare i Latini, sforzando la tela delle parole;
altri s’abbandonavano al naturale, senza il minimo artifizio;
Machiavelli non si briga della scelta dei vocaboli; rotto è lo stile
del Varchi, contorto quello del Bembo, anelante quel del Guicciardini;
gli altri Cinquecentisti si sparpagliano in periodi attorcigliati, e
con membri refrattarj, espressioni zoppicanti, immagini irresolute;
appena eccettueremmo il maestoso Della Casa, il limpido Annibal Caro,
e l’amabilissimo Firenzuola, il quale professa aver «sempre usato
quei vocaboli e quel modo di parlare che si permuta tuttogiorno,
spendendo quelle monete che corrono, e non i quattrini lisci»[213]. Ma
nel Seicento lo scrivere fu ridotto ad arte, il periodo divenne una
maestria, e i gesuiti Daniele Bartoli e Sforza Pallavicino ne furono
supremi artefici.
Il primo (1608-85), nativo di Ferrara, dai trionfi del pulpito chiamato
a Roma per iscrivere la storia della Compagnia di Gesù, la distinse
secondo le varie provincie, Indie, Giappone, Cina, Inghilterra,
Italia. In lussureggianti descrizioni e minute particolarità ostenta
varietà stupenda di vocaboli e dizioni; ma quelle frasi uniformemente
smaglianti «tutt’oro macinato e perle strutte», quell’ambizione di
modi e di numero dove la novità consiste solo nella scorza, dove
l’eleganza non conosce la sobrietà, e il pensiero è trascinato dalla
frase non mai spontanea, il fanno ripudiare da chi non giudica stile
la prolissità senz’affetto, nè gradisce quella letteratura azzimata
tutta plastica, intenta unicamente a piacere, e che fu detta gesuitica.
Sol qualche retore potè sentenziarlo aquila fra gli storici, lui che
mai non ha nè fior di critica nè profondità di sentimento, che vuol
esser ammirato non creduto: ben è vero che quando racconta è a gran
pezza migliore che ne’ trattati morali[214], lambiccati di titolo, di
concetto, d’espressioni scolastiche e declamatorie; e ne’ scientifici
sul ghiaccio, sulla tensione e la pressione, sul suono e l’udito, tesi
peripatetiche, indegne di venir dopo Galileo.
La _Storia del concilio di Trento_ del Pallavicino (-1630) (tom. X,
pag. 549), ove si sceveri della nojosa polemica, può servire di modello
a chi si contenti alla mediocrità dello stile fiorito[215]. Le sue
_Osservazioni dello stile_ sono talvolta sottili, spesso attissime.
Il _Trattato del bene_, e quello sulla _Perfezione cristiana_, vanno
ingenui d’elocuzione ma freddi. La vita di Alessandro VII interruppe
quando lo vide scivolare nel prima disapprovato nepotismo. Ornato
della porpora, serbò la religiosa sobrietà. Confutò in latino Giulio
Clemente Scoti, il quale ai Gesuiti avea dato un fiero carpiccio[216],
mostrando quanto avessero tralignato, nè senza gravissimo pericolo
della cristianità potersi lasciare di riformarli, abolirne i privilegi,
le cariche spartirne fra altri Ordini religiosi.
Gemma di quella società Paolo Segneri di Nettuno (1624-94),
abbondantissimo d’ingegno, di dottrine, d’arte, nelle prediche evita
la gonfiezza come l’aridità; orecchio delicatissimo a numero oratorio;
linguaggio proprio sempre, talvolta semplice e preciso, quando è
anche sobrio e affettuoso toglie speranza di far meglio. Ma non di
rado abbandonasi ai vizj di scuola; coll’enfasi attizza la vivacità;
sfoggia figure retoriche, sospensioni, ritrattazioni, modi litigiosi,
esclamazioni, concettuzzi; lardellandosi di citazioni, stravolge i
testi per trascinarli alle allusioni sue; falsa la storia per cavarne
esempj; stabilisce proposizioni false o puerili o contorte. Sta avanti
a tutti i nostri, eppure quanto non dista dai predicatori francesi
suoi contemporanei, che uniscono la grandezza del sentimento religioso
alla cognizione del cuore umano e al sentimento delle necessità
della vita, la coltura dello stile e la popolarità! E parlo sempre
del _Quaresimale_; chè nei _Panegirici_ il presunto obbligo d’essere
eloquente lo precipita a capofitto nel mal gusto; mentre in alcune
opere edificanti, come il _Cristiano istruito_ e la _Manna dell’anima_,
porgesi modello di limpida catechesi. Nelle missioni, dove cogliea
grandissimi frutti, massime di paci, furono adottati i metodi suoi e
le sue laudi, facili al canto e all’intelligenza. Divenuto sordo, pur
continuò a predicare, preferendo i villaggi; semplicissimo conservossi
anche alla Corte di Roma, ed era oggetto d’un culto popolare, rapendosi
i mobili della camera dov’era abitato, e le vesti ch’erangli servite.
L’Inquisizione condannò la sua _Concordia fra il lavoro ed il riposo_,
ed egli pazientemente aspettò che la si ravvedesse[217].
Molti trattarono soggetti morali fuor della Chiesa, ma nulla di nuovo
nè di sentito. Lodano i _Dialoghi_ del Tasso; ma il leggerli è fatica
e inutilità. Chi conosce più che di nome la _Nobiltà delle donne_
del Domenichi, la _Istituzione delle donne_ del Dolci, la _Morale
filosofia_ di Antonio Bruciati, gli _Avvertimenti morali_ del Muzio,
la _Ginipedia_ di Vincenzo Nolfi, e via là? Argomenti comuni ne sono
l’amore e l’onore; quello sottilizzato alla platonica, e perciò nè
d’opportunità civile, nè di testimonio alla storia; questo stillato
nei puntigli della scienza cavalleresca (pag. 271). I _Costumi de’
giovani_ del senese Orazio Lombardelli possono offrire utili confronti
agli usi, al lusso, ai vizj d’allora, e sono esposti in candida lingua,
sebbene non senza affettature. Giuseppe Passi di Ravenna coi _Difetti
donneschi_ in trentacinque discorsi concitò l’ira femminile, come la
maschile colla _Mostruosa officina delle sordidezze degli uomini_:
oltre l’esagerato e la stucchevole erudizione, ben poco vi si trova di
particolare ai tempi e individuale all’autore. Il quale a quarant’anni,
stanco de’ tedj provocatisi, andò nei Camaldolesi di Murano, e scrisse
contro l’arte magica «piuttosto istoricamente che scientificamente, e
ciò per la malvagità de’ tempi».
Gabriele Pascoli di Ravenna, dettò un romanzo, che comincia colla
battaglia di Lépanto, dopo la quale alcuni combattenti vanno a diporto
pel mondo, e uno capita a Genova, donde in Ispagna, e quivi in una
selva trova un giovane italiano, scarno e vivente a modo di fiera, che
gli racconta quanto soffrì per una bella ingrata. Il viaggiatore lo
distoglie dal proposito di morire in quelle miserie, sicchè tornato
alla Corte, beffa la beffatrice in modo di trarla a morte. Perciò
condannato nel capo riesce a fuggire e rimpatriare. Lasciamo lodare
questo romanzo dall’editore.
Sono romanzi del peggior genere molte delle biografie del Leti, e gli
_Amori di Bianca Capello_ di Celio Malespini veronese, eppur divennero
fonte a molti storici. Pierandrea Canoniero genovese stampò a Roma
_Discorsi politici sui due primi libri di Tacito_; fu soldato, legale,
medico ad Anversa, ove pubblicò _De curiosa doctrina_, il _Perfetto
Cortigiano_, _Ricerche politiche_, _morali_, _teologiche_, senza
profondità. Ottavio Ferrari milanese, lettore d’eloquenza in patria
e a Padova, la esercitava in lodare i principi che il compensavano.
La patria lo stipendiò come storiografo; ma forse troppo timido
per incarico siffatto, nulla finì, occupandosi piuttosto in gonfj
complimenti accademici. Meglio valse nell’antiquaria, e investigò le
origini della lingua italiana, sebbene mai non la adoperasse.
Lorenzo Magalotti romano (1637-1712), trattenuto in Toscana per
ammirazione del suo limpido ingegno, scrisse di mille cose, relazioni
di viaggi suoi e altrui, la _Storia dell’Accademia del Cimento_;
tradusse il francese epicureo Saint-Evremond, di cui imitava la
filosofia spiritosa, gioviale, tutta di mondo: pure scrisse contro
gli atei e gl’indifferenti. Il canzoniere _La donna immaginaria_ (già
lo mostra col titolo) ha voci di testa non di petto, e il Filicaja
scriveagli: — Veggo ne’ vostri versi una tal profusione di bei
concetti e di belle idee, che io non so come voi possiate scampare
la taccia d’indegno scialacquatore, che non conosce moderazione, vuol
sempre mettere in grande tutte le cose più piccole, e farle talmente
crescere di statura, che di vane che erano diventino, gigantesche».
Degli odori parlava e scriveva in estasi. Sfoggia da ambasciadore; poi
richiamato a Firenze, tutto gli pare al dissotto del proprio merito;
per iscontentezza si fa prete dell’Oratorio, subito se ne pente, e
vergognoso si rintana in villa, finchè ritorna alla Corte.
Trajano Boccalini da Loreto (1566-1613), arguto ingegno e immaginazione
focosa, fu meno stravagante nello stile che nelle invenzioni. Ne’
_Ragguagli di Parnaso_ finge che Apollo tenga corte, ascolti le querele
e decida; invenzione spesso imitata, la cui monotonia è ricattata
dall’interna varietà de’ giudizj sopra libri, uomini, casi. Nella
_Pietra del paragone politico_ e ne’ _Commentarj sopra Cornelio Tacito_
insegna i modi d’accorciar «la catena che gli Spagnuoli fabbricavano
per la servitù italiana; e come non sarebbe difficile scuoterseli di
dosso poichè essi non riusciranno mai a naturarsi». Preso Tacito per
testo, come Tito Livio il Machiavelli, ne contrasse il veder fosco;
pure in modo faceto, ferendo non lacerando, cercò rendere amena la
politica, nella quale atteggiasi coi liberali d’allora, cioè nell’odio
alla Spagna; declama contro la smania battagliera; loda la libertà,
e ammira Venezia perchè sa «perpetuare nella florida libertà»,
congiungendo nel doge l’infinita venerazione colla limitata autorità,
studiando alla pace mentre si prepara alla guerra, e col rigore degli
Inquisitori «sepellendo vivo qualunque Cesare e qualsiasi Pompeo che
si scoprisse»; col che otteneva una nobiltà inoffensiva, il non salire
agli onori sommi se non per la scala de’ minori, il tornare da quelli
alla modestia privata, continenza nel maneggio del danaro pubblico,
tutti eguali in piazza, cara la libertà egualmente alla nobiltà che
comandava e alla cittadinanza che obbediva. Pure il Boccalini non
risparmia l’arroganza di que’ patrizj. Nemico de’ villani ricalzati,
ai nobili raccomanda la tutela di quella poca libertà che ancora
sopravvive. Non vorrebbe dispute religiose, non tirannicidj, non
sommosse popolari che sempre riescono infelicissime perchè più saggio
è tenuto chi più è temerario, e più zelante della patria chi consiglia
cose più precipitose: ma se è bestiale ostinazione a chi è legato al
carretto tirar de’ calci nelle ruote e così rovinarsi le gambe, non è
a dimenticare che la pazienza degli asini fu sempre la calamita delle
bastonate, e alla fin fine ogni popolo ha il governo che si merita; e
che la disperazione entrata nei popoli, ancorchè disarmati, imbelli e
ignoranti, fa trovare per ogni cantone armi, cuore e giudizio.
Avversissimo ai Protestanti e anche alla tolleranza religiosa; deride
i riformatori, alcuni de’ quali erano moralisti puri, che davano per
rimedio l’obbligare gli uomini alla carità e all’amor vicendevole;
altri politici puri, che predicavano di non dare le dignità se non
al merito e alla virtù, impedire le monarchie troppo grandi, frenare
l’ambizione de’ principi, e la riforma e il governo affidare ai
letterati; altri andavano alla radice, chi vedendo ogni male nelle
donne e nel matrimonio, chi chiedendo una nuova partizione de’
possessi, chi di togliere affatto l’oro e l’argento, chi invece il
ferro; chi di rompere ponti e strade, e proibire viaggi e navigazioni:
e conchiude di vivere col mancomale, e far la difficile risoluzione
di lasciare il mondo qual si è trovato. Neppure all’evocare il
passato sulla scorta di Tacito ad esplicazione del presente e norma
dell’avvenire, mostra egli vigore, celiando anzichè bestemmiare:
pure eccitò l’indignazione, e una notte fu battuto di maniera che ne
morì[218].
Secondo Lancellotti di Perugia (1565-1643), prete e di molte accademie,
di stile gretto ma risoluto e con dottrina, tolse a provare che il
mondo non era moralmente o intellettualmente deteriorato, nè soffriva
traversie peggiori che per l’addietro; e compose _disinganni_, in
ciascuno combattendo un pregiudizio con fatti e testi accumulati.
Sovrattutto beffa costoro che parlando dell’Italia, ripetono sempre
«una volta era, una volta fu»; e vuol mostrare che malanni ella ebbe
sempre, sempre imperfezioni e vizj, sempre avversità e disgrazie,
eppure sempre per mille titoli fu signora la più bella, la più nobile,
la più degna dell’universo. Altrove rivela i _Farfalloni degli antichi
storici_, precorrendo a molti moderni negli appunti contro la storia
romana, non nella critica sensata che abbatte per riedificare.
Alessandro Tassoni modenese (1565-1635), da giovane avea sostenuto
che i moderni non sono inferiori agli antichi, combattuto Aristotele
retore, cuculiato coloro che credevano «non si possa scrivere dritto
senza la falsariga del Petrarca»: e i contemporanei lo tacciavano di
avverso a Omero e ai classici, perchè di essi vedeva anche i difetti,
e diceva: — Io voglio dir delle novità; chè questo è il mio scopo;
e addimando parere agli amici, non perchè mi avvertiscano di quello
che ho detto contro Aristotele, ma perchè mi ammendino se ho detto
delle sciocchezze»[219]. Pensatore originale, carattere indipendente,
grammatico sottile non pedante, serbò gusto e libero giudizio, malgrado
l’erudizione; e la facile festività non contaminò coi concetti, benchè
manchi della finezza e decenza che costituiscono la grazia. Il poema
della _Secchia rapita_ trovò grandissima difficoltà a stamparsi,
atteso il continuo suo satireggiare: pure Urbano VIII se n’invaghì;
pel pizzicore poetico che aveva, indicò alquante correzioni al poeta,
che lo secondò col ristampare i cartini ne’ pochi esemplari offerti al
papa. Per vendicarsi del conte Brusantini, dal cui segretario dottor
Majolino era stato offeso, lo ritrasse nel vanitoso e ribaldo conte
di Culagna. Nè egli si propone che un esercizio letterario; della
libertà italiana, delle guerricciuole fra le repubblichette non sa che
ridere; e per far ridere s’intresca in sudicerie e lascivie. Il poeta
che celia sui cadaveri, non può seriamente piacere: eppure di quei
ringhi municipali egli provava le conseguenze, egli che contro gli
Spagnuoli avventò le _Filippiche_, chiamandoli «stranieri imbarbariti
da costumi africani e moreschi, intisichiti nell’ozio lungo d’Italia
e nella febbre etica di Fiandra, come un elefante che ha l’anima
d’un pulcino, un gigante che ha le braccia attaccate con un filo; che
non reggono in Italia perchè vagliano più di noi, ma perchè abbiamo
perduto l’arte del comandare; non ci tengono a freno perchè siamo vili
e dappoco, ma perchè siamo disuniti e discordi; pagano la nobiltà
italiana per poterla meglio strapazzare e schernire; stipendiano i
forestieri per aver piede negli altrui Stati; avari e rapaci se il
suddito è ricco, insolenti s’egli è povero, insaziabili in guisa che
non basta loro nè l’oriente, nè l’occidente; infettano e sconvolgono
tutta la terra cercando miniere d’oro; le rapine chiamano proveccio,
la tirannide ragion di Stato; e saccheggiate e disertate che hanno le
provincie, dicono d’averle tranquillate e pacificate». Tutta la forza
loro consiste «in que’ soldati che, avvezzi a pascersi di pane cotto
al sole, e di cipolle e radici, e a dormire al sereno con le scarpe di
corda e la montiera da pecorajo, vengono a fare il duca nelle nostre
città e a mettere paura, non perchè siano bravi, ma perchè non avendo
mai provato gli agi della vita, non curano di perderla a stento: forti
solo mentre stanno rinchiusi nelle fortezze, invitti contro i pidocchi,
pusillanimi incontro al ferro, questi son quelli che spaventano
l’Italia».
Non s’accorgea d’indicare appunto ove stava la superiorità degli
Spagnuoli, l’abitudine alle armi e alla dura milizia. Così diceva
e forse pensava egli quando gioiva de’ favori del duca di Savoja,
al quale non cessava di raccomandare d’unirsi cogli altri principi
d’Italia, e basterebbe a cacciare i nemici: ma «i satrapi della
dottrina, e i più dotti che son sempre i più pusillanimi», diceano
impossibile l’impresa; i nobili e i cavalieri spasimavano onori e croci
«premj di patteggiata servitù».
Il Sozzino genovese, uno «di quegli infelici che godono o almeno non
curano di essere dominati da popoli stranieri», scrisse a depressione
dell’Italia e a favore della dominazione spagnuola e contro il duca
di Savoja; e il Tassoni gli oppose un gran panegirico di questo. Il
quale gli promettea pensioni ma non le diede, ond’egli se ne lamentò, e
«M’accorsi che nè di pillole dorate nè di cortesi parole dei principi
bisogna fidarsi... Al cane forestiero tutti quelli della contrada
gli abbajano; i principi hanno sempre le mani lunghe, ma rare volte
larghe». Per chetarlo, il cardinale Maurizio lo menò seco a Roma; ma
poi vedendolo inviso alla Spagna, della quale ambiva farsi dichiarar
protettore, lo scansò e rinviollo, pretendendo avesse pigliato
l’oroscopo suo, e predetto indicasse un ipocrito; e per quanto egli si
purgasse, disdicesse anche le _Filippiche_, non si lasciò più smuovere
perchè «i principi per la loro riputazione vogliono sostenere anche le
cose mal fatte».
«Questi (dic’egli) furono i guiderdoni e i successi della mia servitù
colla casa di Savoja... E confesso che mancai di consiglio, perciocchè,
avendo veduto il cavaliere Guarino uscir malissimo soddisfatto di
quella Corte dopo dedicata la bellissima sua pastorale, e il Marino
carcerato per tanti mesi dopo il merito del suo panegirico, e Obignì
strozzato, e tanti altri che avevano fatto naufragio, dovea andar più
cauto in avventurarmi in mare tempestoso, che finalmente non ha porto
se non per vascelli di piccola capacità». Ben si fece dipingere con
un fico in mano, a significare l’unico premio venutogli dalle Corti;
ma non le abbandonò, e ai servigi del cardinale Lodovisi e del duca di
Modena consumò la restante vita.
Come il Tassoni de’ tempi che più non erano, così degli Dei cui più
non si credeva volle prendersi burla Francesco Bracciolini da Pistoja
(1566-1645). Si levò gran disputa qual di questi due inventasse
il genere eroicomico: nè l’un nè l’altro dirà chi abbia letto il
_Morgante_, l’_Orlando Furioso_ e l’_Innamorato_. Il Bracciolini,
ricchissimo di modi e franco di vena, compose altri poemi, fra cui la
_Croce riacquistata da Eraclio_ dicono sia il migliore dopo il Tasso,
e nessun lo legge; come non si legge il Graziani, che a ventidue anni
fu applaudito per la _Cleopatra_ in sei canti; poi per la _Conquista
di Granata_, imitazione dello spagnuolo Mendoza; e molto più, attesa
l’attualità, per la sua tragedia del _Cromwell_. E di epopee fu
poveramente ricco quel secolo, eroiche, morali, sacre, comiche, e tutte
dimenticate. Lasciandole noverare dai bibliografi, noi mentoveremo uno
da essi dimentico, Giulio Malmignati di Lendinara, di cui l’_Enrico
o Francia conquistata_ (1623) fu probabilmente conosciuto a Voltaire,
che finisce il suo poema al modo stesso, che fa pure assumere Enrico IV
in cielo a vedere le sedi dei principali illustri, ed esortare da san
Luigi a farsi cattolico.
Il pittore Lorenzo Lippi (-1664) alla corte di Claudia di Baviera
compose un poema, intitolandolo dal nome d’un castello in rovina che
l’architetto Paris possedeva presso Firenze, e fingendolo capitale d’un
regno, la cui signora è spossessata da una cortigiana, poi ristabilita
colla guerra. Difficile sarebbe dire il contesto e tanto meno l’intento
del _Malmantile riacquistato_; eppure si legge volentieri, al modo che
s’ascolta un bel parlatore fiorentino. Giambattista Lalli da Norcia
cantò la _Gerusalemme desolata_; ma presto voltatosi al giocoso, fece
i poemi del _Domiziano moschicida_, del _Mal francese_ e l’_Eneide
travestita_.
Puro ma inelegante è il _Ricciardetto_ di Nicolò Fortiguerra (-1735),
scritto per iscommessa un canto al giorno, con pazzesche buffonerie,
riproducendo in caricatura gli eroi dell’epopea romanzesca; sempre
ridendo senza riflessione nè scopo[220], buttandosi all’osceno, e
abusando della facilità nel verseggiare. Francesco Redi di Arezzo
(-1694), che di tutto seppe, scrisse perbene molti sonetti, e il
_Bacco in Toscana_, brindisi imitato non raggiunto. Fulvio Testi
modenese (-1646) di franca facilità e d’un far largo che somiglia a
maestà, manca dell’aroma dello stile che eterna le opere, dà troppo
nell’ingegnoso e fiorito, accumula sentenze, e verseggia una morale da
prediche. Egli si lagnava della prostituzione delle Muse italiane[221]:
ma l’ode a Carlo Emanuele (pag. 198), che gli valse una collana
d’oro e la non ancora prostituita croce di San Maurizio e Lazzaro, il
fece processare ad istanza del governatore di Milano. In contumacia
condannato al bando e a ducento ducati, se ne redense con versi in
senso opposto. Visse nelle Corti e ambascerie, onorato e invidiato,
finchè un illustre personaggio credendosi adombrato nella sua canzone
al _Ruscelletto orgoglioso_, lo fece mal capitare.
— La poesia è obbligata a far inarcare la ciglia; come il mio
concittadino Colombo, voglio o trovar nuovo mondo o affogare»; così
diceva Gabriele Chiabrera da Savona (1552-1637), il quale imputando
i nostri di timidezza, cercò immagini grandi, espressioni figurate,
parole composte, metri insoliti, ne’ quali mostrò squisito senso delle
armonie convenevoli alla poesia italiana, mentre le costruzioni nuove
date alla lingua non sempre sono acconce, nè desunte dalle popolari.
Delle perpetue allusioni mitologiche non lo scusa neppur la necessità
di lodare qualche oscuro ginnasta, e principi che non eccitavano
entusiasmo. Fece un sobisso di poesie, discorsi devoti in prosa, drammi
per musica, cinque poemi epici, e più poemetti senza la lode della
regolarità nè il merito dell’ispirazione. I sermoni di genere medio
sono tra i migliori nostri. Bellezze molte ha per certo; ma qual cosa
di grande, di intimamente sentito? quale delle sue odi vive nelle
memorie? Il Chiabrera «in patria incontrò, senza sua colpa, brighe,
e rimase ferito; la sua mano fece le sue vendette, e molti mesi ebbe
a stare in bando». Carlo Emanuele lo invitò alla Corte, il regalò
d’una catena d’oro, lo fece accompagnare in carrozza di Corte a tiro a
quattro, e ogni volta che tornasse a Torino gli dava trecento lire pel
viaggio: altrettante gentilezze ottenne da Vincenzo Gonzaga, da Urbano
VIII, dalla repubblica di Genova, fin di coprirsi quando ragionava a’
serenissimi collegi: e ad ottantacinque anni protrasse sana e placida
la vita, non senza cetra.
Non mancava dunque favore ai letterati: i pontefici li proteggevano,
e più di tutti Urbano VIII; i Medici carezzavano artisti e scrittori;
Carlo Emanuele, fra tante brighe non li dimenticò, e spesso li metteva
a disputare. Gianvincenzo Pinelli di Napoli faceasi a qualunque prezzo
trasmettere quanti libri uscivano, e formò una biblioteca classificata
per materie, oltre un museo di globi, carte, strumenti matematici,
fossili, medaglie rare. Venduta alla sua morte, il vascello che
portavala è predato dai corsari, che buttano in mare o disperdono
sulle coste la mal conosciuta merce, i pescatori raccolgono i fogli
per ristoppar le barche e far impannate alle finestre; il rimanente
è comprato tremila quattrocento scudi d’oro dal cardinale Federico
Borromeo, che ne fece fondamento alla biblioteca Ambrosiana. La quale
aperse egli al pubblico coll’insolita comodità di tavolini e carta e
calamajo; e vi aggiunse un collegio di dottori, che esaudissero alle
inchieste degli studiosi, e pubblicassero opere nuove. Andò disperso
il museo che avea raccolto Giannantonio Soderini veneziano, il quale
pellegrinò in Levante, lodato come dottissimo dallo Spon e dal Weler
viaggiatori eruditi, dal Patin, dal Magni.
Angelo da Roccacontrata agostiniano (-1620), direttore della stamperia
Vaticana, una preziosa libreria donò al suo convento in Roma, detta
Angelica, a condizione che restasse aperta al pubblico. Il cardinale
Girolamo Casanate napoletano (-1700) favorì i lavori dei dotti, e
massime la _Collectanea_ dello Zacagni; e la ricchissima sua libreria
legò ai Domenicani della Minerva di Roma, con quattromila scudi di
rendita. Un’amplissima ne raccolse pure Francesco Marucelli prelato
fiorentino nel palazzo fabbricatosi a Roma, e lasciollo a Firenze.
Domenico Molino (-1635), gentiluomo veneto, carteggiava coi principali
dotti anche d’oltremonte, ajutava di consigli chi componeva, e di
denaro chi stampava. Lorenzo di Federico Strozzi (-1634), massime
dopo perduta la vista, nella casa sua a Firenze adunava ogni miglior
dottrina; altrettanto a Napoli Giambattista Manso; e in Roma Cassiano
dal Pozzo gentiluomo torinese, il quale fece disegnare dal Poussin e da
Pietro Testa in ventiquattro volumi le antichità romane, e unì la sua
biblioteca a quella di Clemente XI. Giuseppe Valletta (-1658), de’ suoi
diciottomila volumi facea comodità a chiunque, perciò in corrispondenza
con tutti gli eruditi, e passava pel solo che in Napoli parlasse
inglese.
I papi fin de’ primi tempi raccolsero carte e libri; san Clemente
ordinò a notaj che scrivessero gli atti de’ martiri, alla cui
collezione san Gelasio fece mettere qualche ordine, origine degli
stupendi archivj del Vaticano. Per quanto piccola ci sia apparsa
in altri tempi la Vaticana, rimaneva sempre la principale libreria
del mondo cristiano; a Gregorio Magno scriveasi dalla Gallia per
averne le opere di sant’Ireneo, e da Alessandria pel martirologio
d’Eusebio[222]; sant’Amando vescovo di Tongres chiedeva libri a Martino
I, e re Pepino alcuni manoscritti greci da donare alla badia di san
Dionigi; Lupo abate di Ferrière a Benedetto XIII i commenti di san
Girolamo sopra Geremia, quei di Donato su Terenzio e l’_Oratore_ di
Cicerone[223]. Ciò nel più fosco medioevo. Andò poi ampliandosi al
risorgimento; e Calisto III spese quarantamila scudi d’oro per salvare
libri dai Turchi quando devastavano la Grecia; altrettanto Nicola
V alla presa di Costantinopoli, e spediva dotti per tutta Europa a
cercarne; Pio IV adoprò ad egual uso il Panvinio e l’Avanzati; più
fecero Sisto IV e Leone X; poi Paolo V, spintovi dal Baronio. Quando
il duca di Baviera nella guerra dei Trent’anni saccheggiò l’ammirata
biblioteca di Eidelberga, Urbano VIII, coll’opera di Leone Allacci, ne
raccolse il più che potè, e quattrocentrentun manoscritti greci, mille
novecencinquantotto latini, ottocenquarantasette tedeschi ne furono
portati alla Vaticana[224]. Alessandro VII e l’VIII v’aggiunsero mille
novecento manoscritti varj di Cristina di Svezia e della biblioteca
ducale d’Urbino. Difettavasi di manoscritti ebraici, siriaci, armeni,
egizj, etiopi, malabarici e simili: ma Gabriele Eva maronita, dalla
Propaganda spedito in Egitto, avendovi osservato biblioteche ricche
e mal tenute, fu spedito il maronita Elia Assemani a raccorne per la
Vaticana; altri le furono regalati o lasciati; poi di nuovi andò a
cercarne Simone Assemani, il quale compilò la _Biblioteca orientale_
a imitazione della greca di Fabricio, che è ancora il miglior catalogo
che s’abbia in tal fatto.
Caterina e Maria de’ Medici regine apersero la Corte di Francia a
molti begli ingegni italiani; poi Luigi XIV, che ambiva anche la
gloria d’Augusto, molti de’ nostri regalò e stipendiò; Filippo IV,
poeta e pittore egli stesso, comprava da Palermo lo Spasimo, da altri
la Sacra Famiglia e la Madonna della Tenda, i lavori più insigni di
Rafaello, l’Adone addormentato sulle ginocchia di Venere del Veronese,
per rivaleggiare col soggetto stesso del Tiziano; al Domenichino diede
commissioni, come a Guido, al Guercino, all’Albani, che con tele del
Caravaggio, del Cambiaso, d’altri nostri fanno ammirate le gallerie
dell’Alcazar e di Aranjuez; e volle più di trecento gessi delle
migliori statue d’Italia.
Più solenne ricordo lasciò Cristina di Svezia. Uomo d’apparenza e
d’atti, negletta nel vestire, semplice nel mangiare, insensibile a
freddo, a caldo, a sonno, cavalcatrice instancabile, volubile amante,
ereditando il regno e la gloria del gran Gustavo Adolfo, sentì
difficile il sostenerla; e desiderando farsi cattolica, essa figlia di
quel che in Germania avea dato trionfo alla Riforma, abdicò e venne
in Italia (1654). Festeggiata quanto richiedevasi a sì segnalata
conversione, alla santa casa di Loreto offerse votivi lo scettro e il
diadema; e postasi a Roma nel più bel palazzo del mondo, vi si divise
fra studio, divertimenti, onori, quali a pochi principi del suo tempo.
Non sapea dimenticarsi d’essere stata regina; e come in Francia fece
privatamente giustizia del Monaldeschi suo famigliare, così a Roma
essendosi ricoverati nel suo palazzo alcuni malfattori, essa negò
concederli alla giustizia, e poco poi s’andò a comunicare menandosi
dietro colla sua livrea quegli scampaforca. Il papa le comportava
queste ed altre stranianze; tardando la pensione che s’era riservata
dalla Svezia, le assegnò dodicimila scudi romani. Ed essa largheggiava
a letterati e artisti; fece sterrare le terme di Diocleziano; al
Borelli dava i mezzi di pubblicar l’opera sul moto degli animali; al
Bernini commise una testa del Salvatore, e la vita di lui fece scrivere
dal Baldinucci; tenne per secretario Michele Capellari bellunese,
che la lodò in un poema latino; per matematico Vitale Giordano da
Bitonto; a Ottavio Ferrari per un elogio regalò una collana da mille
zecchini; dal Soldani fece fare in cento medaglie la propria storia.
All’Accademia istituita nel suo palazzo intervenivano il Noris che
fu poi cardinale, Angelo della Noce arcivescovo di Rossano, Giuseppe
Maria Suares vescovo di Vaisons, Gianfrancesco Albano che poi divenne
Clemente XI, Manuello Schelestrate, vescovi e monsignori molti, Stefano
Gradi bibliotecario della Vaticana, Ottavio Falconieri antiquario,
il Dati, il Borelli, il Menzini, il Guidi, il Filicaja che celebrava
«La gran Cristina, dal cui cenno pende E per cui vive e si sostien
la fama; Lei che suo regno chiama Quanto pensa, quant’opra e quanto
intende». Aggiungete il meschino poeta Gian Mario Crescimbeni da
Macerata (-1728), che raccolse la _Storia della vulgare poesia_,
materia scompigliata esposta prolissamente e con gusto vacillante,
pregevole solo per molte cose nuove tratte in luce. Disperando parlare
di tutti i poeti celeberrimi del suo tempo, e temendo disgustar quelli
che ometterebbe, il Crescimbeni ne imbussolò tutti i nomi, e cavò a
sorte quelli di cui parlare; tutto ciò in presenza di testimonj, e
prendendone legale protocollo.
Morta Cristina[225], egli pensò conservare uniti quei valenti,
istituendo l’Arcadia, che divenne l’accademia più famosa d’Italia per
meriti e per ridicolo. I quattordici fondatori s’adunarono primamente
il 5 ottobre 1690 a San Pietro Montorio, poi negli Orti Farnesi sul
Palatino; finchè Giovanni V di Portogallo diè di che comprarsi una
stanza propria, che fu il Bosco Parrasio sul Gianicolo. Cresciuti di
numero e di corrispondenti, ebbero colonie in ogni parte d’Italia;
e doveano fingere un’Arcadia rinnovata, assegnando a ciascuno nomi
pastorali e possessi, e conforme a ciò mescendo dappertutto idee
campestri e pastorali: emblema la siringa di Pan, serbatojo l’archivio,
custode il presidente, contare gli anni per olimpiadi, e gli statuti ne
furono scritti dal Gravina nello stile delle XII Tavole[226]: insomma
un’idealità senza riscontri, sformata viepiù dallo scegliersi a patrono
Gesù nel presepio. Si prefiggevano di purgare il mal gusto; ma se di
questo era causa lo scompagnare le cose dalle parole, come sperarlo
corretto da gente che s’adunava per recitar versi, versi fatti per
recitare? Emendavasi l’enfasi, ma rimanendo nell’artefatto anzichè
ricorrere alla natura; e Vincenzo Leonio spoletino, un de’ primi in
Arcadia, combattè i traslati e rimise in onore il Petrarca, sicchè
andavasi fuor di porta Angelica a leggerlo e gustarlo.
Alle convulsioni dunque sottentrava il languore: ma intanto si piegava
a correggersi, e i migliori tra quei che nominammo introdussero
una maniera diversa e più originale di quella de’ Cinquecentisti.
Vincenzo Filicaja fiorentino (1642-1707), per nobile pensare,
vigorosa immaginativa, sentimento di religione e di patria sorvola
ai contemporanei, e mostra parlar col cuore deplorando l’assedio di
Vienna[227], esultando alle vittorie di Sobieski sui Turchi, e gemendo
sui mali d’Italia, straziata dalla guerra di successione, e troppo
bella o troppo poco forte: pure col ripetere certe formole e certi
passaggi rivela la mancanza d’ispirazione, affetta soverchiamente
la sonorità, e ancora si pompeggia nei cenci del Seicento; si tiene
sulle generali, quasi tema disgustare o i popoli o i re, interi non
esprimendo nè la gloria de’ trionfi nè il tripudio della speranza.
Visse modestissimo; tardi fu fatto senatore dal granduca; Cristina
di Svezia fece educare due figli di esso, raccomandando il segreto,
perchè, dicea, vergognavasi di far sì poco per un tanto uomo.
Il pavese Alessandro Guidi (1650-1712) cominciò colle solite
ampolle[228], poi per consiglio d’amici a Roma si volse a Pindaro, al
Petrarca, al Chiabrera; è più immaginoso di questo e del Filicaja,
e meglio sostenuto e felice nel maneggio della lingua e nell’onda
armonica, professa, dove gli appaja grandezza, scoccare gli _inni
dell’alma sua prole immortale_. Comincia magnifico, ma non trattando
soggetti di reale interesse, nè con veracità o attualità di sentimento,
finisce freddo malgrado il ditirambico disordine, e la troppo apparente
cura di reggersi sempre in punta di piedi; a tacere la scipita idealità
della vita pastorale anche quando canta sul colle di Quirino, «ove i
duci altieri dentro ai loro pensieri fabbricavano i freni ed i servili
affanni ai duri Daci e ai tumidi Britanni». Poeta di immagini, sovente
le esagera; orna ed amplifica quanto il Chiabrera, profondendo epiteti
non, come questo, appropriati al senso ma all’armonia. All’_Endimione_,
favola pastorale da lui composta per Cristina, acquistarono fama il
credersi v’abbia posto mano ella medesima, e l’averne fatto un commento
il Gravina, scegliendola a modello delle regole che prescriveva.
Parafrasò in versi sei omelie del cardinale Gianfrancesco Albano; ma
anche i santi si atteggiano d’Arcadia.
E coll’Arcadia e colla mitologia ristucca Benedetto Menzini fiorentino
(1646-1704). Alle satire trae nerbo dall’ira, benchè de’ vizj non gli
si affaccino che i più appariscenti, e spéttori invettive da trivio,
giudicando che «ai poeti satirici le parole tolte di mezzo alla plebe
vagliono altrettanto che le nobili agli eroici; ma non seppe fondere
lo stile degli antichi col vivo. Nell’_Arte poetica_ flagella il gusto
cattivo, più che non ne insegni un buono. Menò vita agitata, finchè
ricoverato sotto il manto papale, strimpellò pastorellerie come è
l’_Accademia tusculana._
Giambattista Zappi imolese (1667-1709), dottorato a tredici anni,
avvicendò i trionfi del fôro e del Parnaso, ma senza uscire dalla
povertà, che divise con Faustina Maratti, _arcades ambo_. Corretto ed
elegante, ma senza la divina favilla, fa versi per far versi, non per
bisogno d’espandere il sentimento, e sottiglia in arguzie.
Carlo Maggi (1630-99), segretario del senato di Milano, molti epigrammi
tradusse dal greco, appicciandovi arguzie, come gli scultori d’allora
ammanieravano le copie di statue antiche. Componeva felicemente
in milanese satire di coraggioso intento e commedie, nelle quali
creò i tipi del Meneghino, buon pastricciano, servitore curioso
e credenzone, e di donna Quinzia, vecchia dama orgogliosa del suo
blasone; e molti suoi motti rimasero proverbiali. Ne’ drammi per
l’arrivo de’ nuovi governatori non risparmiava le salacità, che non so
come si conciliassero colla grande devozione d’allora, e «coll’aureo
irreprensibil costume», di cui lo loda il Maffei. Qualche suo sonetto
vigorosamente rimbrotta l’Italia, addormentata in sorda bonaccia, e
dove se alcuno provvede ai mali imminenti, non cerca che il proprio
scampo, senza curare i danni altrui.
Alessandro Marchetti da Pistoja (1633-1711) variò studj, di nessuno
soddisfatto finchè il Borelli nol pose alla geometria, di cui fu
maestro in Pisa, e dove estese le dottrine di Galileo sulla resistenza
dei solidi, troppo però inferiore ai grandi che presumeva emulare. Le
sue liriche sono mediocri, come la versione d’Anacreonte; peggio quella
di Lucrezio, qualunque sia il parere più vulgato o più vulgare.
E più che nel secolo precedente sentivasi il bisogno di fare del
nuovo, benchè si cercasse per false vie. Quindi molti cantarono i guaj
o le speranze della patria; il Guidi introdusse le canzoni libere,
il Tassoni i poemi eroicomici, il Redi la varietà del ditirambo, il
Chiabrera metri al modo latino o greco. Pier Jacopo Martelli bolognese
(1665-1727), che, oltre sette satire, tre poemi e un profluvio di
liriche, fece ventisei drammi col proposito d’innovare l’insulso
teatro, acciocchè non fosse mestieri ricorrere a versioni dal francese,
ai Francesi s’accostava perfin nella testura del verso, che da lui
nominammo _martelliano_. Già monotono a declamare, egli per giunta lo
rigonfiò con immagini liriche, similitudini artifiziose, tutto insomma
ciò che meno s’addice alla tragedia.
E molte tragedie si fecero di quel tempo; molte commedie, fra le
quali solo mentoverò quelle del Fagiuoli (1660-1724), fatte per
l’Accademia degli Apatisti, che si adunava a Firenze in casa di
Agostino Bollettini, e dove intervenivano il Filicaja, il Salvini,
il Magliabechi, altri. Condotto dal cardinale Santa Croce in Polonia,
come secretario, mostrò abilità agli affari, e da quel punto continuò a
notare ogni sera quanto avea visto e riflettuto nella giornata. Reduce
in Italia, poveramente visse fin a tarda vecchiaja, e ne’ capitoli
berneschi evitò le sudicerie che ne pajono inseparabili.
Il teatro, sorvegliato dai vescovi, scemò se non abbandonò le
scurrilità del Cinquecento, ma originalità non ebbe. La commedia
italiana, nel 1577 introdottasi a Parigi, traeva tanto concorso,
che ne ingelosirono gli altri teatri; ma rappresentavansi per lo più
burlette da figurarvi gli attori, anzichè i compositori. Nel 1645,
per protezione del Mazarino, vi fu recata l’opera italiana. Ma a
que’ sommi contemporanei francesi, Corneille, Racine, Molière, nulla
abbiamo da contrapporre. Titolo di Sofocle italiano pretendeva Gian
Vincenzo Gravina di Rogliano (1664-1718) per cinque infelici tragedie.
Nella _Ragion poetica_, trattato che non si disgradirebbe un secolo
più tardi, sostiene con lungo raziocinio consistere la poesia nella
convenevole imitazione; ma neppure da questo principio sa dedurre tutte
le conseguenze. Borioso, mordace, si avversò l’Arcadia coll’arrogarsene
tutto il merito, e fu accannitamente percosso da Quinto Settano.
Ascondevasi sotto questo nome Lodovico Sergardi senese gesuita, che
con satire velenosissime ed eleganti, e diffuse in tutta Europa perchè
latine, azzannò i vizj del secolo[229] e gli uomini, fra cui il Guidi,
che altri credeva gigante, egli intitolava _pumilio_.
Tommaso Ceva milanese (1648-1756) la matematica unì colla poesia
latina, agevole coloritore ma di tocco; irresoluto s’adagia
negli antichi errori, come più poetici; attribuisce all’abbandono
d’Aristotele le eresie di Lutero e Calvino; ribatte i vortici di
Cartesio e gli atomi di Gassendi, ma anche il sistema copernicano, come
avversi alla fede; e sostiene l’attrazione col nome di simpatia. Meglio
procede allorchè si appaga d’essere poeta, come nelle _Selve_ e nel
_Gesù infante_; ma si trastulla sempre nell’epigramma: anche volendo
fare un quadro grande lo tessella di quadrettini, graziosi sì, ma senza
insieme, e tutti immaginuccie di fanciulli, pastorelli, agnelletti; non
mai sapendo staccarne la mano o accorgersi delle sconvenienze, tanto
meno elevarsi; e per far amare Gesù e aborrire il diavolo non altre vie
conosce che le riverenze, il rosario, le orazioni. Alquante vite, di
dettatura buona e temperata come il suo spirito, diresse a pio intento;
e in quella del Leméne ascende a buone ragioni di arte poetica.
Aggiungiamo ai latinisti Publio Fontana di Palusco bergamasco,
l’Averani fiorentino, il Capellari, lo Strozzi che cantò la cioccolata;
il gesuita Carlo d’Aquino che, oltre un _Anacreon recantatus_ di
sentimento devoto, fece un _Lexicon militare_, spiegando i termini di
guerra con osservazioni eccellenti ed erudite discussioni. Sotto gli
auspicj di Alessandro VII si stamparono a Roma nel 1656 i _Poemata
septem illustrium virorum_, detti talvolta _Plejas alexandrina_ e che
fu poi ristampata dagli Elzevir nel 1672. Sono Alessandro Pollini,
Natale Rondinini, Virginio Cesarini, Agostino Favoriti, Stefano
Gradi, e gli stranieri Ruggero Torck e Ferdinando Fürstenberg, il
quale ultimo pubblicò ad Anversa le poesie di papa Alessandro col
titolo _Philomati musæ juveniles_ (1654). Molti Gesuiti adoprarono il
latino, principalmente nelle controversie, ma in generale danno nel
declamatorio; colpa forse il cominciare giovanissimi a fare il maestro.
E moltissimi libri d’istruzione diedero fuori, certo i migliori di
quell’età.
Qui pure s’introdussero le difficili puerilità di acrostici,
d’enigmi, di versi correlativi o ricorrenti, di poemi figurati[230];
e Baldassarre Bonifazio pubblicò a Venezia il _Musarum liber ad
Dominicum Molinum_, che sono ventisei faccie stampate e ventidue
incise, rappresentanti i seguenti oggetti: _Turris, clypeus, columna,
calaria, clepsydra, fusus, organum, securis, scala, cor, tripus,
cochlea, pileus, spathalion, rastrum, amphora, calix, cubus, serra,
ara_. Più ampia è la raccolta del Caramuel a Roma nel 1663, intitolata
_Primus calamus ad oculos ponens metametricum, quæ variis currentium,
recurrentium, adscendentium, descendentium, nec non circumvolitantium
versuum ductibus, aut æri incisos, aut busso insculptos, aut plumbo
infusos multiformes labyrintos exornat_; e sono ottocentrentaquattro
pagine, di cui ventiquattro intagliate, divise in otto parti, cioè
_Prodromus, Apollo arithmeticus, Apollo cetricus, anagrammaticus,
analexius, centonarius, polyglottus, sepulchralis_. Smisurata fatica
d’insaccar vento.
Anche qui dunque languidezza o vanità; e la ciarla, al solito, ornava
i funerali del pensiero e della nazione. Prolissità e confusione
nei più, persino in quelli che raccontano: scarsezza di pensieri, e
perciò abbondanza di parole: coloro stessi che si stomacavano delle
bizzarie correnti, non cercavano schivarle innalzandosi al sentimento,
ma rifuggendo ai Cinquecentisti, al Petrarca, al Boccaccio: — e v’era
passata di mezzo la Riforma.
I nostri vecchi erano divenuti modelli ai Francesi, agli Inglesi, agli
Spagnuoli, perchè erano stati nazionali, cioè aveano svolto il pensiero
in modo conveniente a coloro cui si dirigevano: adesso la spontaneità
facea schifo, s’imitava, si contraffacea. Alcune menti severe
s’approfondirono negli studj, e proclamarono verità che prevenivano i
tempi: ma quando l’erudizione vendicatrice venne a dar loro ragione,
dove le cercò? in libri non curati dai contemporanei, dimentichi dai
posteri; non nella memoria del popolo, non nell’attualità degli affari
e delle applicazioni.
Non che l’Italia fosse più guardata come la stella polare, i forestieri
presero in beffa la nostra maniera: Shakspeare contraffece i concettini
degli Italiani; Boileau rese proverbiale l’orpello del Tasso; il
gesuita Bouhours, nella _Maniera di ben pensare nelle opere d’ingegno_,
bersagliò i poeti nostri e i concettini; il marchese Gian Gioseffo Orsi
di Bologna, gran dittatore di scienza cavalleresca, tolse a confutarlo,
donde un litigio dentro o fuori, senza però che alcuno si elevasse a
liberali pensamenti; e il pesarese Prospero Montani si meravigliava
che tutti costoro, invece di stabilire canoni ragionevoli di gusto,
volessero appoggiarsi unicamente ad Aristotele, ad Ermogene, a Falereo,
dicendola «prostrazione di mente, genio tapino e illiberale, vilissima
frenolatria». In fatto l’attenzione volgevasi ai grandi scrittori, ai
grandi pensatori di Francia, dell’Inghilterra, della Germania; e sul
merito loro, sulle loro opinioni foggiavansi il gusto e il raziocinio,
pel bene e pel male; e si pensò tradurli, mentre i nostri cessavano
di passar le Alpi. Fin nelle arti del disegno fummo superati; e nella
musica si contendeva il primato ai nostri compositori, ai nostri
cantanti.
Il sapere zoppica quando non sia appoggiato all’azione. Ora in Francia,
in Olanda, principalmente in Inghilterra non si troverebbe letterato
di grido che non abbia preso parte alle vicende della sua patria, se
non altro cogli scritti. Gl’Italiani rimasero sequestrati dal gran
movimento politico e religioso. Nella ricchissima letteratura francese
vive e spira la storia di quella nazione, perfino ne’ romanzieri,
nelle tragedie, nelle commedie; tanto che si potrebbe scriverla, non
dico fedelmente, ma interamente sopra di essi. Ma in Italia? la frase
non era arma d’attacco o difesa, ma vanità e ozio: ciarla prosastica
o poetica, senza serietà nè passione nè grandezza, non favellava al
cuore, sì bene alla voluttà materiale o ai vulgari capricci: non si
acuiva lo stile per farsi intendere dai partiti, per animar la parola
col sentimento comune: a che si aspirava? a destar meraviglia; che cosa
si bramava? l’applauso delle accademie; non ascoltando il cuore, non
interrogando i profondi misteri della vita, i bisogni della nazione, il
suo passato, il suo avvenire.