«Si dismesse poi il serraglio, perchè cominciarono alcuni a servirsi

del denaro in uso proprio. Si dismesse ancora di chiamare i parenti

nel mettersi a tavola con l’ordine del grado: onde due disordini,

cioè che non tutti gl’invitati sanno in riguardo degli altri il loro

grado, e si mettono a tante cerimonie per voler mandare in su gli

altri, con confusione e disagio per chi è di già al suo posto; l’altro,

che invece di molti parenti s’invitano degli amici, che si pongono a

tavola mescolati tra quegli, e qualche volta questi amici sono tanti,

che escludono dall’invito molti parenti, che si va perdendo quella

famigliarità che dovrebbe essere fra i parenti. S’è anco dismesso il

dar conto del parentado ai parenti in persona o per mezzo d’altri, ma

s’è introdotto di farlo per polizza, scrivendo in un quarto di foglio:

_N. dà conto a vostra signoria illustrissima che ha maritato la N.

sua figliuola o sorella al signor N., via tale_; e si consegnano ad un

servitore o altra persona domestica di casa, che le porta dove vanno,

lasciandole in casa di ciascuno; e molti hanno cominciato, per meno

briga, a fare stampare queste polizze.

«La funzione dell’anello s’è fatta quasi sempre in casa, se bene

qualcuno l’ha voluto per devozione dare in chiesa, e le spose vestivano

quel giorno di bianco, e con una veste che avea le maniche aperte

sino a terra; ma poi s’è dismesso e il colore e la foggia, vestendosi

ciascheduna sposa all’uso delle altre donne, e di che colore più le

piace.

«Subito che qualcuno era morto, se ne mandava a dar conto ai parenti, e

s’esponeva il morto in una sala, o camera grande in terreno tra molti

lumi, e si parava di rasce nere non solo detto luogo, ma tutto lo

spazio ancora che era di lì sino in istrada, sicchè ognuno che passava

aveva contrassegno di poter entrare a segnare il morto; e nell’istesso

tempo i parenti stavano in una camera con le finestre quasi chiuse, e

ricevevano la visita di condoglianza dai parenti e amici senza moversi

a riceverli e accompagnarli. Sul farsi notte si portava il morto in

chiesa con l’accompagnatura di quattro o sei regole di frati, ed un

numero di preti con torcie gialle alla croce ed intorno alla bara,

che per l’ordinario sarebbono state diciotto e sedici, ventiquattro

e ventotto e più o meno secondo le facoltà: ed in chiesa, mentre si

dicevano l’orazioni ordinarie, si posava la bara sotto un’arca di

falcole gialle, e poi si dava sepoltura al cadavere. La mattina dopo

si facevano l’esequie, alle quali erano invitati tutti i parenti per

assistere alla messa di requie, e stavano gli uomini da una banda,

e le donne dall’altra in panche parate di nero, con l’ordine della

prossimità di parentado, e nel mezzo stava eretto un catafalco con

molti lumi di cera gialla. Finita la cerimonia, si raccompagnava i

parenti prossimi del morto sino a casa, se era vicino alla chiesa; se

non, alla porta della chiesa si licenziava ognuno: ed in tal funzione i

parenti stretti del morto portavano un velo pendente di qua e di là dal

soppanno del cappello, che arrivava in mezzo al petto.

«Si cominciò poi, invece di tener esposto in casa il morto, a

mandarlo di notte e privatamente nella chiesa più vicina alla casa, o

parrocchia, o confraternita, e quivi si teneva esposto, e di quivi si

levava per portarlo come sopra alla sepoltura. Si mutò anche questo,

perchè si cominciò a tenere il morto in casa privatamente fino alla

sera, che era portato in chiesa, dove la mattina dopo stava esposto a

tutte le messe; e si dismesse il chiamare i parenti all’esequie e l’uso

della cera gialla, introducendosi la bianca, siccome il chiamar tante

regole di frati, ma se ne chiamava una sola, e più numero di preti.

«Oggi si tiene il morto privatamente in casa fino alla sera, che

si manda alla sepoltura accompagnato da una regola di frati e dal

parrocchiano con buon numero di preti, e con cinquanta torcie in circa

di cera bianca, le quali si distribuiscono anco tra i frati ed i preti;

e perchè la chiesa dove va il morto e la parrocchia devono aver certa

partecipazione nella cera, si procura innanzi d’accordarle per sfuggir

le liti, e la dichiarazione di che numero di torcie sia alla croce

e che numero alla bara, dipendendo da questo la loro pretensione.

In chiesa si pone il cadavere sopra una tavola parata di nero tra

dieci o dodici doppieri con lumi di cera bianca, e fatte le cerimonie

ecclesiastiche, si sepellisce, e se gli fanno celebrare le messe di

requie più o meno, secondo la carità degli eredi, e nella medesima

chiesa ed in altre, secondo il loro arbitrio. Ed ai parenti si dà conto

con polizza, o scritta o stampata, come s’è detto nelle nozze, e vi

s’aggiunge, _E non s’incomodino_, che vuol dire che quelli che ne danno

conto, non vogliono complimenti di condoglianza in casa.

«Nata che era una creatura, il padre invitava un gentiluomo ed una

gentildonna per essere compare e comare, e questi andavano a levar

di casa la creatura, che in braccio all’allevatrice si conduceva a

San Giovanni; e finita che era la funzione, il compare e la comare

mettevano al collo della creatura un regalo, che ordinariamente era

una collanetta d’oro con una medaglia o reliquia, e tornati a casa

visitavano la partoriente, e ne’ primogeniti si faceva una colazione

di confetture. Oggi s’è dismesso il regalare (e si fa solamente dai

compari gentiluomini alle genti basse, in denari), ed anco bene spesso

s’invita solamente un compare senza comare, e il padre della creatura

va a levarlo di casa, e lo conduce a San Giovanni, e la creatura viene

accompagnata dalla comare se vi è, o da altre parenti; ma si conserva

bene l’uso che il compare visiti dopo la partoriente.

«È stato sempre uso tra la nobiltà che le donne di parto,

particolarmente ne’ primi figliuoli, tenessero visite, e così le spose

tre o quattro giorni, e con facilità se ne spargeva la voce per la

città; e passati que’ giorni, se fosse arrivata qualche gentildonna,

un servitore alla porta la licenziava senza che fosse ricevuta per

mala creanza. Tanto segue ancora adesso, ma con questa sola varietà,

che prima le spose per se medesime, e le partorienti per mezzo di

suocera, madre, cognata, sorella o altra accompagnavano tutte le dame

fino alla porta di casa; il che essendosi considerato con il tempo che

riusciva di grande incomodo, s’è introdotto di non scendere le scale:

e così s’osserva ai festini che si fanno il carnovale, o d’altro tempo

di ballo o di giuoco, mantenendosi però in altre occasioni la dovuta

creanza civile ed antica accompagnatura.

«Tutti i parenti s’invitavano al vestimento delle monache, e

all’offertorio della messa si faceva l’offerta, stando la sposa accanto

al celebrante rivolta al popolo, con due bacili di qua e di là in mano

a due chierici, e tutti i parenti andavano a salutarla con lasciare

in quei bacili le mancie. Ed in quei monasteri dove si faceva dentro

il vestimento, s’andava a dare detta mancia a una grata della chiesa.

S’è poi interamente dismessa quest’usanza della mancia, ed i parenti

s’invitano al vestimento con la polizza scritta o stampata come in

altre occasioni. Si praticava nel principio del secolo con sincerissima

fedeltà, che chi voleva essere sicuro di aver buon luogo alle prediche

della quaresima, e non poteva trattenersi per avere a sentir messa

o altra occupazione, lasciava sulla panca qualche cosa, come libro,

chiave, fazzoletto o altro: il che da chi arrivava dopo s’intendeva

per luogo preso, e se gli portava rispetto, ed il padrone al ritorno

ritrovava la sua roba ed il luogo. S’è poi dismesso quest’uso, forse

per essere mancato la fedeltà; nel 1676 essendo stato in duomo un

predicatore con gran concorso, molti gentiluomini, per esser sicuri

d’aver buon luogo, hanno mandato a buon’ora uno de’ loro staffieri con

la livrea a mettersi a sedere per serbarglielo.

«Nell’ultimo del secolo passato s’era incominciato a introdurre l’uso

delle carrozze, ma nel principio del seguente non era ancora diventato

comune, e molti della nobiltà non la tenevano; ma a poco a poco, con

l’occasione di far parentadi o d’altro pretesto, ognuno l’ha messa

su, e molti la tengono a quattro cavalli, ed i più ricchi a sei. Da

principio le carrozze erano piccole, di cuojo dentro e fuora, e poste

sulla sala delle ruote, che andavano assai scomode; poi si cominciò a

fabbricarle sulle cigne perchè andassero meglio; e finalmente si sono

attaccate dette cigne ad archi di acciajo ben temperati, che cedendo

all’urto, fa che vanno assai più comode. Si fanno per i più ricchi di

velluto nero, ed anco di colore, e con frangie di fuori e di dentro, e

con il cielo di dentro dorato. Fino a mezzo il secolo usarono alcuni

più ricchi, per le solennità della città, il cocchio, che di dentro

era di velluto per lo più rosino, e di fuora paonazzo con otto pomi

alle testate dorati; mai poi si sono intieramente dismessi. Nel 1670

s’è introdotta una foggia di carrozze venuta da Parigi, rette da lunghi

cignoni che brandiscono assai, e si chiamano poltroncine, perchè vanno

comodissime; e si sono dismessi gli archi, per il rischio di rompersi.

«Quasi in tutte le case nobili si teneva un cavallo di quelli chiamati

chinea, o un mulotto, che servivano per chi non poteva o non voleva

andare a piedi; e si adoperava per la città con gualdrappa di ermisino,

ed anco di velluto, o di panno listato di velluto, ed in campagna

con sella di corame. Ma con il moltiplicare delle carrozze si sono

del tutto dismessi, e solamente qualcuno per diletto tiene un cavallo

nobile per passeggiare per la città. Quando le donne andavano in villa,

andavano a cavallo, ed i ragazzi sopra un mulo in due ceste: ma oggi

vanno in carrozza dove la strada è buona; se non, in lettiga a vettura,

che presentemente ne sono moltissime a nolo, quando al principio del

secolo non ce n’era se non una, che solamente serviva per tornare

un ammalato di villa in città. Qualcuno de’ più ricchi e de’ più

infingardi tiene da sè la lettiga per servirsene in campagna.

«In questo medesimo tempo che scrivo pare che s’introduca una comodità

venuta da Parigi d’una tal sedia coperta, posta su due lunghe stanghe

che brandiscono, posate su la groppa d’un cavallo e di dietro su due

ruote. A questa tal sedia s’è dato nome di calesse; e sono così presto

moltiplicate, che nell’anno 1667 s’è trovato esserne nella città

intorno a mille e le lettighe sono in gran numero scemate. Nell’andare

per la città si servivano i primi granduchi del cocchio a due cavalli;

ma cavalcavano innanzi alcuni gentiluomini in numero di sei o otto, che

avevano titolo di lancie spezzate. Il granduca Ferdinando dismesse il

cocchio, ed introdusse la carrozza con quattro cavalli, e due cocchieri

a cavallo all’uso di Spagna; e le serenissime imitarono con introdurre

la carrozza a sei cavalli anco per la città, e lasciarono la cavalcata

delle lancie spezzate. Il granduca in città conduce alla portiera a

piede il paggio di valigia, ma in campagna va a cavallo dietro alla

carrozza: e portava già una valigia dinanzi, dove era un vestito ed

ogni altra cosa che potesse occorrere quando venisse occasione di

mutarsi; ma s’è poi dismessa questa diligenza parendo superflua. Alle

serenissime ancora il paggio di valigia va per la città a piedi alla

portiera, ed in campagna a cavallo.

«Fuor dei cavalieri di Santo Stefano e di Malta, e gli stipendiati

dalla Corte del granduca, non c’era nessuno che portasse spada accanto;

e quei pochi gentiluomini che n’avevano da S. A. S. la permissione,

usavano di portar solamente il pugnale. Ugo d’Alessandro Rinaldi fu

il primo che nel 1616 si cinse la spada, e fu immediatamente seguitato

dagli altri giovani nobili, che non attendevano al negozio, avendo anco

S. A. S. allargato la mano in concederne a tutti la facoltà, sì che

presto si vide la città ripiena di spadaccini; poi a poco a poco s’andò

dismettendo, sì che in oggi non solo l’hanno lasciata i gentiluomini,

ma ancora i cavalieri e stipendiati di Corte. Nè meno per quasi nessuno

si porta il pugnale, benchè S. A. S. ne conceda indifferentemente la

facoltà ad ognuno con pagare certa tassa l’anno; e chi crede d’aver

bisogno di valersi della spada, o per inimicizia o per altro, se la

fanno portar dietro a un servitore, che può riuscire cosa malfatta.

L’archibuso non era già concesso ai gentiluomini se non fuori delle

otto miglia dalla città, ed a fuoco solamente, e non a fucile e ruota:

ma oggi S. A. S. lo concede a tutti a ruota e fucile fino alla porta

della città, mediante il pagamento della tassa; ed anco tollera molti

che lo tengono nella città, e per passatempo se ne servono in casa

per tirare a’ rondoni. Chi ha qualche timore va armato di giaco, e

particolarmente la notte; ed oggi S. A. S. ne concede la facoltà ad

ognuno, che già erano pochissimi quelli che avessero tal facoltà. Tutti

i giovani nobili che stanno su la bizzarria, e che conducono dietro

servitori, hanno introdotto di far portare al medesimo servitore sotto

braccio una spada assai lunga.

«Si teneva già per i più solamente due servitori, uno con titolo di

spenditore comprava e teneva i conti delle spese, e l’altro faceva le

faccende in casa d’apparecchiare ed altro, andava fuori con la padrona,

e faceva ogni altro negozio per la città secondo l’occorrenze; e dove

era la carrozza, si teneva di più il cocchiere, al quale si dava di

salario dieci lire il mese, allo spenditore dieci, all’altro servitor

otto, e tutti vestivano del proprio. S’introdusse a poco a poco l’uso

delle livree, e si cominciò a vestire il cocchiere ed il servitore che

andava con la padrona, e finalmente a crescere il numero di questi,

che oggi la nobiltà della prima riga tiene più servitori a livrea; e le

donne ne conducevano almeno due, e gli uomini uno: se gli dà, oltre al

vestito, uno scudo il mese.

«Le serve erano già tre, cioè una col nome di cuoca faceva le faccende

della cucina; un’altra si chiamava donna di mezzo, perchè andava fuora

con la padrona, spazzava le camere, rifaceva i letti, e serviva tutti

gli altri bisogni, ed anche occorrendo ajutava qualche volta alla cuoca

a fare il pane ed altro: ed a queste due si dava, oltre alle spese,

un mezzo scudo o lire quattro il mese. La terza donna era di qualche

civiltà più, e si chiamava matrona; la quale fuori di casa teneva

compagnia ed in carrozza ed a piedi alla padrona, ed in casa cuciva

per la medesima, e la serviva nel vestirla ed assettarle la testa,

benchè per questa faccenda qualche padrona teneva una fanciulla: e si

dava alla matrona sei o sette lire il mese, e la fanciulla in capo a

qualch’anno si maritava con dargli cento o cencinquanta scudi di dote.

Il servizio della matrona s’è del tutto dismesso, perchè le padrone non

conducono fuora più nessuna donna, andando in carrozza sole, ed a piedi

s’appoggiano a un servitor di livrea; ma le signore titolate più ricche

conducono in carrozza qualche giovane fanciulla che chiamano damigella,

e s’appoggiano ad uomo d’età senza livrea; che se gli è dato il nome

d’uomo nero o di bracciere. Le artiere, per non andar sole fuori,

tengono provvisionato un bottegajo con dargli dieci lire il mese, il

quale le feste va ad accompagnarle alla messa ed altrove; e quest’uomo

il vulgo lo chiama domenichino, perchè va in opera la domenica.

«I giuochi d’esercizio erano, la state quello della palla lesina e

della pillotta: ed alla palla lesina si giocava quasi per tutte le

strade, perchè i ragazzi nobili di un vicinato si mettevano insieme

dopo il desinare, e mandavano al tetto più comodo della loro strada.

Questo giuoco è in oggi del tutto dismesso e spento[160]. Per le case,

e particolarmente l’inverno, si giuoca alle minchiate ed a sbaraglino:

tutti due questi giuochi resi col tempo più belli. Il maglio era in uso

come oggi, ma assai più frequentato. Si giocava ancora assai ai dadi,

benchè dalle leggi fosse proibito; ma oggi tra i giovani gentiluomini

si trova pochi che lo sappiano giocare. S’è aperto da qualche anno in

qua una casa su la piazza di Santa Trinita, alla quale hanno dato nome

di casino, dove si raguna il giorno e la sera, secondo la stagione,

tutta la nobiltà, e vi si giuoca, oltre a’ soprannominati giuochi,

anco a primiera, tantio ed altri simili giuochi: e viene da S. A.

S. permesso questo pubblico giuoco, perchè non v’intervenendo altre

persone che della prima nobiltà, pare che non vi possino avvenire di

quei casi, per cagione dei quali sogliono le leggi proibire simili

ridotti.

«Le donne giocavano già, e particolarmente l’inverno, a giulè; ma

una ambasciatrice di Lucca insegnò in una conversazione il giuoco

di cocconetto, che a poco a poco si è introdotto per le altre

conversazioni, e s’è del tutto dismesso il giuoco del giulè. Per gli

uomini s’è introdotto ancora il giuoco del palloncino con la mestola

da pochi anni in qua; e qualcuno giuoca al pallone con i bracciali, ma

pochi sono i gentiluomini che vi si diano. Il giuoco del calcio, come

antico nella città, si procura di mantenere nel carnovale: ma già vi

giocavano persone di età e con la barba, che oggi non v’interviene se

non gioventù.

«Sono state tante le vanità del vestire che in questo secolo sono

seguìte, che si rende impossibile di poterle narrare: nel principio del

secolo si premeva d’accostarsi all’uso di Spagna, e adesso intieramente

alla franzese, e di là vengono tutte le usanze e le mode. Per gli

uomini, il vestire è usato sempre color nero; ma per la gioventù si

portava il giubbone e le calzette di colore, e con le legacce con

merletto d’oro e d’argento secondo che tornava meglio al detto colore;

e gli uomini di trentatre a quarant’anni incirca portavano ancor nero

il giubbone, ma le calzette sempre di colore. La materia era secondo

le stagioni, e per lo più nell’inverno di rascia o perpignano di

Firenze o di velluto, e la state di tabì, terzanello ermisino, ecc.;

e si guarnivano con molte guarnizioni di raso e tabì ricamate, che

venivano ordinariamente da Milano. Ciascuno aveva per stagione un

vestito ricamato riccamente di seta nera per servirsene nelle occasioni

più cospicue, come nelle foresterie ed altro. Oggi si veste per ognuno

interamente di nero, nè si veggono calzette di colore se non qualche

volta a qualcuno dei giovani più bizzarri. S’è dismesso del tutto di

ricamare i vestiti, ed il guarnirli con quelle guarnizioni ricamate

accennate di sopra; siccome s’è ancora dismesso il guarnire con frangie

di seta nera, come s’era introdotto a mezzo del secolo; e s’è preso

ad adornarli con nastri rasati o tabissati in tanta quantità, che è

cosa mostruosa a vedere la quantità delle braccia che si mettono in

un vestito. Gli uomini d’età li usano neri, ma i giovani di colore, e

molte volte mescolati di più colori, che fa parere un vestito sia un

prato fiorito; ed i medesimi nastri si mettono al cordone del cappello.

L’inverno la materia è velluto o panno d’Olanda, e la state ermesino o

taffetà rasato, ed i mezzi tempi vellutini o grossagrane.

«A festini, giostre, cavalcate d’incontri, di funzioni ed altre

occasioni speciose, si premeva già di comparire in calza intera con

fodera a detta ed al cappotto di teletta d’oro, con stivaletto di

marocchino nero con speroni dorati o inargentati o bruniti di nero,

secondo la fodera del vestito, e con il collare a lattughe, il quale si

portava anco assai spesso fuori delle suddette occasioni. Ma a mezzo

il secolo erano tutte queste cose quasi in disuso, ed oggi sono del

tutto dismesse, a segno che farebbono ridere se si vedessero addosso ad

uno. Ora quasi tutti i giovani hanno introdotto di portar le calzette

di colore perlato che pajono vestiti a livrea; ma presto s’è dismesso.

Portano la parrucca linda, senza avere riguardo al colore del suo

proprio capello, e si radono tutti i mostacci; portano le scarpe piene

di nastri, ed anco qualcuno vi mette delle gioje. Son ritornate le

frangie di seta nera per guarnire i vestiti.

«Le spose comparivano in abito tutto bianco, ma per le altre donne non

s’aveva riguardo nessuno nè al colore nè al concerto dell’abito, perchè

taluna avrebbe portato una veste gialla ed una zimarra verde; un’altra,

zimarra gialla e la veste verde, e così degli altri colori senza

nessuna considerazione; e le donne di tempo se eran maritate portavano

la zimarra nera, ma la sottana o veste di colore: era però per tutto

guarnito ogni cosa riccamente. Si cominciò poi a premere nel concerto,

e si portava ogni cosa del medesimo colore, che qualcuna sarebbe parsa

botata[161]. Ed oggi finalmente portan tutte l’abito franzese con la

zimarra o veste nera di sopra, e di sotto la sottana di colore, che

va variandosi come più piace, e si guernisce riccamente con oro o

argento, e quella di sopra solamente di nero, e si porta alzata, acciò

si vegga quella di sotto. Usavano già il ciuffo e la grandiglia assai

grandi, che sono dismesse, andando assai scollacciate, e con molti

ricci solamente alle tempia. Le vedove portavano un manto sino in terra

e ripiegato sulla spalla, a foggia d’un lettuccio; e poi cominciarono

a mettersi in capo quella parte che soleva ripiegarsi sulle spalle,

e finalmente hanno lasciato interamente il manto, e vestono di nero

del tutto come le maritate, con ricci le giovani, nè son da quelle

distinte con altro che con una piccola cuffia nera di velo in capo.

Hanno introdotto le giovani di portar sulla fronte un cerchietto di

capelli biondi che lo chiamano parrucchino, che sta malissimo a chi ha

la capellatura d’un altro colore.

«Le meretrici portavano già tutte un segno apparente del loro infame

esercizio, ed era un nastro giallo al cordone del cappello, che allora

s’usava assai di portare; e quando non l’avevano s’appuntavano un segno

giallo alle treccie; e se fussino state trovate senza, sarebbero state

castigate. A poco a poco si cominciò a dismettere col pagamento di non

so che tassa, ed in oggi non è più in uso, nè si conoscono se non alla

loro sfacciataggine.

«Gli Ebrei portavano già tutti il cappello rosso, eccetto qualcuno de’

negozianti che per supplica otteneva grazia di portarlo nero. Oggi,

qual se ne sia cagione, tutti lo portano nero, nè si distinguono dai

Cristiani.

«Per paramento della sala e camere non usava altro nel principio

del secolo che corame, il quale per i più briosi era dorato, e nelle

portiere delle camere v’era l’arme del padrone; poi a poco a poco si

cominciò a fare i paramenti nelle camere principali di rasetti, poi

dommaschi; e finalmente i più ricchi gli fanno di velluti, telette

d’oro e dommaschi con trine d’oro, e le sedie e le portiere compagne;

ed alcuni fanno anche tessere a posta le portiere con la loro arme. Le

sale si tengono oggi senza paramenti, ma con molti quadri adornate,

li quali quadri hanno le cornici dorate tutte e grandi, dove già

usavano tinte di nero, con due o tre filetti d’oro al più. Nelle sale

ordinariamente c’era un camino grande ed un acquajo, ed in questo si

teneva una secchia d’ottone per lavarsi le mani nell’andare a tavola,

e vicino v’era la bandinella (che ritengono ancor oggi i frati)

per rasciugarsi; si sono poi rimurati questi acquaj ed i camini;

ed essendosi cresciuti (come ho detto) i servitori, ognuno si fa

dare l’acqua alle mani da’ medesimi servitori in bacile d’argento,

e l’inverno per i medesimi servitori si tiene in sala un caldano

di fuoco. A tavola s’usava già di mangiare in piatti di terra o di

stagno, e così si seguita per i più, adoperandosi però argento nelle

sottocoppe, bacili, forchette e cucchiaj e saliera; ma i più ricchi

hanno fatto tutti anco d’argento la piatteria, e tengono ancora le

camere adornate di vasi d’argento e simili galanterie su tavolini e

stipetti di pietra e d’ebano.

«In sala usava già tenersi sedie di corame con un’arme piccola del

padrone nella spalliera, e sgabelli di noce: oggi vi si tengono per

molti panche con spalliera dipinta con l’arme o impresa del padrone,

e fanno cassa per servizio de’ servitori; e se pure vi si tengono

sgabelli, son rabescati con intagli dorati.

«Cominciò nel principio del secolo (o pure si rinnovò) la delizia del

bere fresco, ma si procurava di ottenerla dai pozzi col calarvi le

bocce del vino qualche ora innanzi il pasto; ed il pozzo di qualche

casa, che aveva concetto di fresco, serviva spesso anche per i vicini,

che vi mandavano le loro bocce, che per lo più erano di terra. Si

cominciò a riporre, l’inverno, il diaccio per valersene l’estate a

rinfrescar il vino, l’acqua, le frutte ed altro, e ha preso tanto piede

questa delizia, che molti l’usano continuamente anche l’inverno, ed è

degno da notarsi l’augumento che ha fatto; perchè l’anno 1609 Antonio

Paolsanti, ajutante di camera del serenissimo granduca, prese l’appalto

del diaccio per lire quattrocento l’anno, e il 1665 fu appaltato per

lire quattromila trecento. E per dir qualche cosa ancora di fuora,

in Pisa non si trovò l’anno 1605 chi volesse l’appalto per scudi

cinquanta; e oggi è sopra scudi mille novecencinquanta: è però vero

che l’appaltatore serve ancora Livorno. Quando l’inverno non diaccia,

sono obbligati gli appaltatori, così di Firenze come d’altrove, di far

venire la neve dalle montagne, e però procurano di riporla a suo tempo

nelle buche fatte a posta per conservarla all’estate. Usano le persone

ricche e doviziose di far fare, per bere fra giorno, acque concie di

varie sorte con odori di cedrato, di limoni, di gelsomini, di cannella

ed altro, raddolcite con zucchero; e ne’ luoghi più frequentati della

città ci sono botteghe, dove si vendono in carafine diacciate, che

riesce all’universale una gran comodità.

«S’è introdotto in Firenze nel 1668 assai comunemente una bevanda

all’uso di Spagna, che si chiama cioccolata; ed anco di questa vende

uno dei sopradetti bottegaj in bicchieretti di terra, e par che gusti

così calda come fredda.

«Ciascun padre di famiglia che avea facoltà di poterlo fare, teneva in

casa un prete per insegnare ai figliuoli, e per accompagnarli fuori; e

ci erano suggetti di lettere e di bontà riguardevoli. E per quelli che

non potevano tenere il maestro in casa, c’erano parecchi che tenevano

scuola pubblica, e vi si mandavano i figliuoli con un servitore o

con altri. Avendo poi preso credito le scuole che tengono i Gesuiti,

ognuno s’è voltato a loro per non spendere, e si sono smesse le scuole

pubbliche; e quel che è peggio, nessuno studia, o pochi, per fare il

mestiere del maestro, perchè questo impiego è svanito, ma ai più basta

imparare tanto che basti loro per passare all’esame e divenir preti».

Delle persone da tutto il mondo accorrenti a Roma per cercare fortuna,

era dimezzato il numero colla riforma religiosa: e i pellegrini della

scienza, dell’arte, della civiltà non teneano più di primario interesse

Firenze, Venezia, e altre città nostre, quando grandeggiavano Madrid,

Londra, Amsterdam, Parigi; v’ebbe colà artisti che pareggiarono e

vinsero i nostri maggiori, quantunque si mettessero sull’orme di

questi. Pure continuava a visitarsi l’Italia con rispetto tradizionale,

e a tacere gli artisti, quasi tutti educati qui, fra i molti

viaggiatori vuolsi ricordare l’arguto Michele Montaigne. Avvezzo ad

osservare gli uomini e le cose, e paragonare l’antico coll’odierno, ne

aspetteremmo fini giudizj: ma preoccupato della sua salute, continuo

parla di sè, fin a stomacare chi non consideri che non destinava alla

pubblicità quel giornale, di cui una parte scrisse in italiano[162].

Entrato, il 1580, dal Tirolo, a Verona stupì del poco devoto contegno

nelle chiese, dove si voltavano le spalle all’altare, e tenevasi il

cappello, mostrando badar alla messa soltanto all’elevazione. Che gli

alberghi fossero tanto peggiori di quelli di Francia e di Germania, è

lamento ripetuto da tutti i viaggiatori, benchè più tardi il presidente

De Brosse lo dichiarasse affatto ingiusto. In generale egli trova che

qui si mangia in istoviglie, anzichè in peltro e stagno; e disgrada

la nostra cucina a confronto della francese. Fin a sette e otto

miglia vengono incontro gli ostieri, allettando con buone condizioni

a scavalcar da loro. Case cattive, con ampie finestre, grossolani

controventi, nessuna stufa, letti duri senza cortine; visite e dogane

lo remorano ogni tratto; ogni tratto vede scritto, _Ricordati delle

bollette_, ch’erano richieste per ragione di sanità.

Padova trae vita dagli studenti; ma i francesi gentiluomini accorrenti

a quell’università sono in tal numero, che vivendo tra loro, non

imparano i costumi forestieri: anche molte famiglie vengono ad abitarvi

a cagione del buon mercato. Di Venezia ripete le solite dicerie; vi

conta cencinquanta gentildonne da mercato, che faceano grandi spese

in mobili, in vesti, e la nobiltà ne manteneva pubblicamente; vi

si vivea con poco, non bisognando gran servi nè cavalli. I giovani

nobili (ci vien riferito da altri[163]) vanno alla commedia per ridere

delle buffonerie e degli attori, non meno che per atteggiare essi

stessi; menano cortigiane nelle loggie, e fanno schiamazzi e atti da

non dire; si divertono non solo di sputare in platea, ma di gettarvi

la smoccolatura delle candele, massime sopra qualche galante; e per

poterlo fare impunemente tengono alla porta dei bravi mascherati.

Firenze invece era la città più costosa; le donne ben apparivano

con scarpe bianche e cappelli di paglia, i quali vendeansi quindici

soldi l’uno, mentre in Francia costerebbero quindici lire; belle le

meretrici, raccolte tutte in un luogo; il grano lasciavasi dieci e

quindici giorni sul campo, senza paura del vicino; sin le contadine

aveano l’Ariosto in bocca. A Siena, sulla piazza più bella del mondo,

si celebrava ogni giorno la messa, sicchè gli artigiani la sentivano

senza staccarsi dalle proprie faccende. Ornamento del paese sono

i portici; e sotto questi i signori a Lucca pranzavano l’estate.

Quivi molto si giocava al pallone; gli alloggi erano ad alto prezzo,

attesochè non vi capitano forestieri; ma frequentati erano i bagni,

intorno ai quali moltissimo si occupa Montaigne. A Pisa ognuno stava

occupato a lavorare. Nelle nazioni libere (egli riflette) non si

fa distinzione fra le persone; anche le infime tengono alcun che di

signorile ne’ modi; fin nel domandare la limosina mescolano sempre

qualche parola d’autorità: — Datemi l’elemosina, volete? — Fatemi

la carità, sapete?» e uno a Roma diceva: — Fatemi bene per l’anima

vostra».

A Roma, dopo rigorosissimo rimuginar di bauli, specialmente pei libri,

trattenendogli i sospetti, alloggia all’Orso; pranzasi alle due, cenasi

alle nove; vi si sentono meno campane che non in qualche villaggio di

Francia, e non immagini; le chiese men belle che nel resto d’Italia e

in Francia; le abitazioni mal sicure, a segno che chi avesse denari gli

affidava ai banchieri. Un predicatore fu arrestato perchè declamò sulle

generali contro il lusso de’ prelati. In carnevale facevansi corse or

di fanciulli, or di vecchi nudi, or di ebrei o di cavalli con ragazzi,

o d’asini, o bufali: gentiluomini e dame vi correano la quintana,

e faceano altri esercizj cavallereschi, in cui erano spertissimi; e

anche le donne mostravansi senza maschera. Il popolo minuto assai più

devoto che in Francia; non così i cortigiani e i ricchi. Vi abbondavano

gli spiritati e gli ossessi. Alla processione del Volto Santo forse

dodicimila torcie si accesero, e file di Battuti si flagellavano,

mentre altri accorreano a confortarli con vino e confetti, e lavar di

vino l’estremità del loro staffile.

Tutto era pieno di forestieri, sicchè la varietà d’abiti e costumi non

facea colpo. Vide arrivarvi un ambasciatore del re di Moscovia, con

lettere dirette al gran governatore della signoria di Venezia, credendo

questa città fosse nella dizione del papa; invitato a una cavalcata che

fu di cencinquanta a duecento cavalli, quell’ambasciatore rise, dicendo

che nel suo paese si fanno di venticinque o trentamila.

Il veder tante cose, l’udir prediche, il bazzicare cortigiane, che

faceano pagare anche la conversazione, cacciavano la malinconia da

Montaigne, il quale ambì ed a fatica ottenne il titolo di cittadino

romano. La bellezza delle nostre donne non gli pareva poi tanto

mirabile; pure di brutte ne vedeva assai meno che in Francia, e

migliore la testa e dalla cintola in giù; maggior maestà di comporto,

mollezza e soavità; maggior ricchezza nel vestire, tutte perle e

pietre; molte appajono in pubblico, però distinte dagli uomini, eccetto

che nelle danze, ove procedono con molta libertà. Gli uomini vestono

positivo, di nero e di sargia di Firenze, ed hanno apparenza alquanto

vulgare, benchè cortesi e graziosi; quantunque i Francesi non vogliano

confessare tali quei che non sopportano le loro trascendenze. «E

benchè noi (soggiunge) facciamo ogni possibile per iscreditarci, pure

hanno affezione antica e riverenza per la Francia, in modo che vi sono

rispettati tutti quelli che il meritano, o che si comportano senza

offenderli».

Da Roma a Milano i mulattieri consumavano venti giornate, e pagavasi

due bajocchi per libbra il trasporto delle merci. Tutta la costa era

orlata di torri per respingere i pirati; del cui accostarsi correva

l’avviso in un’ora dall’estrema Italia fino a Venezia. Loreto era

affollata di devoti, e piena di voti e di miracoli. A Pavia trovò il

peggior albergo che mai al Falcone; e quivi e a Milano carissima la

legna, e rari i materassi. Milano, la città più popolata d’Italia,

piena di ogni sorta artigiani e mercanzia, ha aria di città francese.

Torino, piccola, in luogo molto acquoso, è mal edificata e non

piacevole[164], benchè per mezzo della via corra un fiumicello che la

deterge: la lingua popolesca non ha quasi d’italiano che la pronunzia e

francesi le parole[165].

Un viaggio in Italia scrisse pure, fra altri, il presidente Misson

(Aja 1702), tutto sfavillante di scherzi e rimproveri contro le

superstizioni romane; eppure egli stesso empì il suo _Teatro sacro

delle Sevenne_ di miracoli, operati a onore de’ Protestanti ivi uccisi.

Le potenti individualità, ch’erano comparse al tempo del rinnovamento,

dileguavansi entro un’uniformità regolare; non la rompevano che il

disordine o il misfatto, i bravi o gli artisti, de’ quali ancora fu

spesso bizzarra e agitata la vita. Il Chiabrera ammazzò un gentiluomo

romano; il Davila un altro, e al fine egli stesso fu assassinato

in viaggio; Torquato Tasso tira stoccate; il Murtola e il Marini

si fanno guerra sia di fucilate sia di spionaggio; il Boccalini è

battuto a morte con sacchetti d’arena; Annibale Bimbioli, professore

di medicina a Padova, fu nel palazzo vescovile trafitto da un Padovano

di casa Trivigiani; Giuseppe Ortale, poeta siciliano, era detto il

cavaliere sanguinario per la sua maestria nella scherma; Alessandro

Stradella, famoso compositore napoletano, avendo sedotta l’amante d’un

signore veneziano, questi mandò sicarj a cercarlo per tutto, i quali

lo assalsero più volte, lo pugnalarono a Torino, e appena guarito

l’assassinarono a Genova; Lorenzo Lorenzini, turcimanno agli amori

di Luigia d’Orléans col principe Ferdinando, fu da Cosmo III tenuto

vent’anni in fortezza a Volterra, ove studiò le matematiche, e fece il

libro XII delle _Sezioni coniche_; Muzio Oddi, convinto di comunicare

i secreti del Consiglio alla duchessa, fu dal duca d’Urbino chiuso in

prigione per sette anni, ove fabbricatosi inchiostro e carta, scrisse

di matematica, e uscitone il 1609, fu molto adoprato come ingegnere

militare.

E assalti, schioppettate, coltellate s’imbattono nella vita di

qualunque, anche più quieto. In Venezia, dov’era proibito portar armi,

fu permesso a frà Paolo Sarpi di farsi accompagnare da un frate laico

coll’archibugio. Elisabetta, figlia del pittore Andrea Sirani allievo

di Guido, e rinomata per la quantità e il merito de’ suoi dipinti

e delle incisioni all’acquaforte, a ventisei anni fu avvelenata.

Giacomo Torelli di Fano macchinista architetto, a Venezia assalito una

sera, difendendosi perdette alcune dita. Il Panigarola, famosissimo

predicatore milanese di prodigiosa ritentiva, a soli tredici anni

fu mandato a Pavia a studiar leggi, ed è bello udirgli dipingere la

dissipazione degli studenti d’allora. — A poco a poco (narra egli

stesso) così sviato divenne, che questione e rissa non si facea, dove

egli non intervenisse, e notte non passava, nella quale armato non

uscisse di casa. Accettò di più d’esser cavaliero e capo della sua

nazione, che è uffizio turbolentissimo, e amicatosi con uomini faziosi

di Pavia, più forma aveva ormai di soldato che di scolare. Nè però

mancava di sentire in alcun giorno li suoi maestri,... de’ quali,

sebbene poco studiava le lezioni, le asseguiva nondimeno colla felicità

dell’ingegno, e le scriveva; e quando andava talora a Milano, così buon

conto ne rendeva al padre, che levava il credito alle parole di quelli,

che per isviato l’aveano dipinto. Si trovò egli con occasione di queste

brighe molte volte a Pavia in grandissimi pericoli della vita; e fra

gli altri trovandosi presso San Francesco in una zuffa fra Piacentini e

Milanesi ove fu morto un fratello del cardinale Della Chiesa, da molte

archibugiate si salvò colle schermo solo d’una colonna, ove pur anche

ne restano impressi i segni».

Domenico Moni di Ferrara, strappatosi all’austerità certosine, sposò

una fanciulla che amava, e si diede alla filosofia. Non traendone però

di che vivere, si fece medico; ma non meno di quelle povere verità gli

spiacque (com’e’ diceva) questa ricca impostura. Si applicò alle leggi,

e qui pure soffrì disgusti; finchè imbattutosi a vedere il Bastarolo

che dipingeva, s’attaccò affatto a quest’arte, e vi fu de’ più fecondi

e non dei più infelici; in pochi giorni concependo e finendo quei

quadri, di cui è sparso il Ferrarese. Mortagli la moglie, ne concepì

fiera malinconia; dominato dalla quale, passò fuor fuori un abate

romano che per caso l’urtò, e salvossi presso il duca di Modena.

Venuto per una lite a Milano Bartolomeo Dotti della Valcamonica, il

senato ebbe a farlo arrestare, e bruciar per mano del boja alcuni suoi

scritti satirici contro quei senatori: dal castello di Tortona riuscito

a fuggire, e a Venezia preso servigio, meritò il cavalierato, e

infine vi si stabilì come agente della valle natìa. Careggiato pel suo

motteggiare, ma insieme temuto e odiato, una sera, mentre in pianelle e

vestone tornava da un vicino ritrovo, fu trucidato.

Vita avventurosissima menò pure il conte Majolino Bisaccioni ferrarese.

Servendo agli stipendj di Venezia, ebbe un affar d’onore con un

capitano; un altro con Alessandro Gonzaga, sotto il quale avea militato

in Ungheria: toltosi dall’armi, fu podestà nel Modenese; accusato d’una

fucilata contro un avversario, si scagionò; e il principe di Correggio

il prese amministratore civile e militare del suo paese, e con onori

compensollo di nuova prigionia inflittagli per sospetti che dissipò;

il volle seco a mensa, in carrozza, e a tenere un torneo. Rimessosi

militare, difese Vienna nell’assedio del 1618; fu poi adoprato in

affari d’importanza anche da Vittorio Amedeo di Savoja, finchè un

nuovo duello lo pose in altri guaj. Ritirossi alfine a Venezia, ebbe

titoli e onori dal re di Francia, i quali nol tolsero dall’indigenza:

scrisse novelle e drammi e apparati scenici, e sull’arte della guerra,

e alquante operette storiche, e una violenta lettera _a un certo Fulvio

Testi_, che l’aveva attaccato con un libello infame.

Se vogliamo seguitare cotesti genj eterocliti, ecco Paolo Beni,

reputatissimo letterato, ma accattabrighe in tutte le baruffe di

quel tempo; difese il Tasso, e in generale credeva la lingua moderna

migliore e più ordinata dell’antica; sul qual conto lanciò severe

critiche alla Crusca, non risparmiando Dante, Petrarca, Boccaccio,

e tanto meno i viventi, e n’ebbe ripicchi durissimi. Paolo Guidotto

Borghesi da Lucca fu pittore, scultore, letterato, astrologo, sonatore,

musico, architetto, matematico, insomma quattordici arti possedette,

ciascuna delle quali sarebbe bastata a farlo ricco, e tutte insieme

nol tolsero di miseria; volle fare sperimento di volare, a grave suo

costo; eseguiva gruppi di molte figure, lodati dal Marini e da altri

contemporanei; emulò il Tasso, opponendogli la _Gerusalemme rovinata e

distrutta_ in altrettante ottave.

Antonio Oliva di Reggio in Calabria, teologo del cardinale Barberini,

cacciatone per immoralità, si mette capo di briganti, è arrestato, poi

uscito di prigione diviene professore di medicina a Pisa, e alla prima

lezione recita una diceria del Moreto come sua, e scoperto di tale

soperchieria, risponde: — Non volevo dir male, e non avrei saputo dir

meglio che colle parole di quel latinista». Eppure nelle grazie del

granduca entrò sì avanti, che fu posto uno dei nove nell’Accademia del

Cimento, nella quale però non troviamo operasse nulla d’importante,

solo avendo l’arte dei ciarlatani che non fan nulla, di farsi credere

un ingegno grande. Bentosto scandalose avventure gli resero necessario

il ricoverare a Roma, dove come medico avvicinò cardinali e pontefici:

finchè scoperto che era uno dei fondatori di una società de’ Bianchi,

imputata di oscene adunanze, Alessandro VIII lo fece arrestare: posto

ad esame e temendo di peggio, si precipitò da una finestra.

Tra gli scrittori bizzarri cerniremo Tommaso Garzoni di Bagnocavallo,

che a undici anni compose un poema in ottave sui trastulli

fanciulleschi; poi fatto canonico lateranese, crebbe di cognizioni;

nel _Teatro de’ varj cervelli mondani_ (1583) passa in rivista

i cervelli, cervellini, cervelluzzi, cervelletti, cervelloni,

cervellazzi, ciascuno suddividendo in modo da ordirne cinquantacinque

discorsi, ove lo spirito è scipito quanto affastellata e indigesta

l’erudizione. Nella _Piazza di tutte le professioni del mondo_ discorre

su cencinquantacinque professioni, dal re ai dotti, ai ciurmadori, ai

mestieranti, a ciascuno soggiungendo quel che gli casca alla memoria.

Nell’_Ospedale de’ pazzi incurabili_ passa in rassegna le diverse

follie in trentatre discorsi, ognuno de’ quali conchiude con una

preghiera a qualche dio per la guarigione delle specie de’ pazzi di

cui parlò. La _Sinagoga degli ignoranti_ va sul piede stesso, definendo

l’ignoranza, i segni suoi, le cause che la sviluppano e mantengono, le

funzioni degli ignoranti, fra le quali è precipua il censurare i dotti,

calunniarli presso ai grandi o al mondo. Nel _Mirabile cornucopia

consolatorio_ loda le corna a consolazione d’un marito malcapitato. Nel

_Serraglio degli stupori del mondo_ distribuiva in dieci appartamenti

i diversi soggetti straordinarj, mostri, prestigj, oracoli, sogni,

e quanto avea tratto da una indigesta lettura. Queste opere levarono

grido e furono volte in francese, ma nessuno più ne sopporterebbe la

lettura.

Non dimentichiamo Giulio Cesare della Croce, nato a Persiceto nel

Bolognese: povero orfano educato da uno zio maniscalco, aperse bottega

a Bologna, e invaghitosi dello scrivere, fece molte opere rozzissime,

fra cui una che sopravviverà a tutte queste nostre, il _Bertoldo_. Le

ripetute edizioni nol trassero dalla sua mascalcìa, e solo invecchiando

accettò una pensione da signori bolognesi.

Vincenzo Bianchi veneziano a vent’anni supplica di leggere

nell’Università di Padova i _Dialoghi di Platone_ gratuitamente: ma

i Riformatori rispondono esser legge che niun professore manchi di

stipendio. Dal celebre Du Fresne, allora ambasciadore di Francia a

Venezia, raccomandato ai ministri e al re, passa in Francia, vi ha

grandi accoglienze e facoltà di dar lezioni nel collegio de’ professori

regj e di «poter di ciò che più gli piacesse ragionare dalla cattedra»:

distinzione che spiacque ai Francesi. Molte cose scrisse, fu in

corrispondenza con Keplero; ma credeva fermamente alla predizione degli

astri, e si vantava di gran nascita e gran titoli, conte, discendente

dai Comneni imperiali, mentre era figlio d’un ragioniere.

Lo strano erudito Teofilo Rainaud di Sospello, gesuita, ricusò il

vescovado di Ginevra; a Ciamberì essendo entrato in corrispondenza

col padre Monod, prigione allora nel castello di Montmeillant per

castigo del Richelieu, meritò le costui vendette, sicchè venne côlto

e processato; fu scoperto innocente, ma solendo i potenti persistere

per non confessare d’aver avuto torto, eccolo di nuovo prigione; poi

liberato, s’acquistò la grazia del legato pontifizio, e fu adoprato in

varie pratiche. Scrisse ben novantatre opere senza un morso di lima; il

genio storico esercitò contro i Giansenisti; la sterminata erudizione

sparpagliava col vaglio, talchè il titolo non corrisponde mai alla

materia che assume, e per esempio, nel trattato _Della Rosa benedetta_

ragiona della quaresima.

Del pari stravagante fu Antonio Magliabechi di Firenze (1633-1714).

Messo a giojelliere, la sua passione pei libri gli guadagna il

cardinale Leopoldo de’ Medici, e Cosmo III gli affida la biblioteca

da lui fondata. Vero divoratore di libri, li esaminava come fanno i

giornalisti, cioè leggendo il frontispizio, l’indice, la dedicatoria,

la prefazione, al più un’occhiata a ciascuna divisione, e tanto gli

bastava per dirne il valore. Quanto leggea restavagli nella ferrea

memoria: de’ libri ammonticchiati sapeva per reminiscenza la postura,

e rimuginando mettea le mani su quel che gli occorresse. Perciò come

a biblioteca vivente ricorrevano a lui i dotti d’ogni parte, ed egli

rispondeva a pieno e a fondo, citando fin le parole e le pagine: —

Io non ho mai notato (scrive egli al Fontanini nel 1698) cosa alcuna

di quelle che mi abbia letto; del che ne sono stato ripreso infino

da questi serenissimi principi. Diverse cose ho io in mente; ma non

posso fidarmi della memoria, ed il riscontrarle mi si rende quasi

impossibile, per aver tutti i miei libri ammassati.... onde per

prenderne uno è necessario il rovistarne dugento.... Il nobilissimo

signor Rostgaard potrà attestarle che, avendo esso avuto bisogno del

secondo tomo delle opere del Libanio, io gli dissi subito dove l’avevo,

ma gli convenne levar prima intorno a cinquecento libri in-folio

sotto li quali era. Le notizie che ella brama le ho in mente senza

aver bisogno di cercarle, ma in nessuna maniera mi fiderei della mia

memoria senza riscontrarle ne’ libri, ne’ quali le lessi». Rispondendo

a tutti, cercava ingordamente la fama, e l’ottenne estesissima, dando

per riavere, lodando in faccia, poi tassando alle spalle[166], e fin

al granduca scrivendo lettere ad aggravio ed infamia del terzo e del

quarto, e _per le viscere di Gesù Cristo_ pregandolo le bruciasse.

Quanto cortese agli stranieri, tanto mostravasi burbero e sprezzante

verso i nazionali; ne eccitava le gelosie, lieto di vederli deprimersi

tra loro; chiamava asino il Viviani, mordacchiava il Redi, il

Magalotti, il Coccapani ed altri: ma trovò chi lo rimorse. Il suo più

lungo viaggio fu sino a Prato per riconoscere un manoscritto. Deforme,

zotico, strano ad ogni gentil sentire, sempre solitario senza manco

un servo, addosso un abito a strappi e a frittelle, non mutando la

camicia finchè non gli cadesse a brandelli, stava fitto l’intiero

giorno sul suo seggiolone, ivi dormiva, ivi mangiava senza interrompere

la lettura, e i rimasugli de’ cibi servivano di segnale ne’ libri, o

imputridivano tra la rinfusa congerie di questi, unico arredo di sua

casa. Teneva un caldanino per le mani, neppur lasciandolo quando andava

dal granduca; e avendogli quello una volta bruciato i panni, egli non

se ne avvide che allo scottar delle mani. Nulla scrisse; e noi che

vogliamo misurare la potenza dall’atto, temiamo doverlo porre fra quei

molti che, per serbarsi in reputazione, hanno duopo di non pubblicare

le cose che promettono.

Ferdinando Stocchi di Cosenza vantavasi astrologo, e di scoprire colla

cabala i ladri, i tesori nascosti, i rimedj contro malattie inveterate.

A Carlo Calà, avvocato che coll’arte sua erasi guadagnato tanto da

divenire duca di Diano e marchese di Villanova, fece credere d’avere

scoperto i fasti d’un suo antenato, discendente da re e morto santo;

inventò documenti e reliquie; e queste furono poste sugli altari,

quelli esposti in una _Storia degli Svevi e del conquisto de’ regni di

Napoli e di Sicilia per l’imperatore Enrico VI, con la vita del beato

Giovanni Calà, capitan generale che fu di detto imperatore_ (Napoli

1660): ma un suo complice morendo lo palesò, e le ossa si scoprì essere

di un asino.

Fra questi tipi bizzarri non dimenticheremo il lucchese Zamet, che

condottosi in Francia sotto la protezione di Caterina de’ Medici, e

addetto ad Enrico III come calzolaio e guardaroba, si fece gradito

coi molti, e mostrò grand’abilità nei maneggi, sicchè presto accumulò

ricchezze, e divenne amico di Mayenne, di Enrico IV, di Maria de’

Medici. Applicatosi alle finanze, prese grossa parte negli appalti,

fabbricò e addobbò un ricchissimo palazzo, convitava suntuosamente,

fu spesso usato a trattare nei tumulti della Lega, e adoprò alla

conversione di Enrico IV, che poi se ne valeva quando volesse deporre

la regia maestà, e per conversare alla domestica colla Gabriella e con

qualche altra, e alla borsa di lui ricorreva, fosse per comprar amici o

amiche, fosse per pagare le grosse perdite al giuoco. Anche i primarj

signori valeansi di esso; in casa di lui si trattò se accettare il

concilio di Trento; con lui Carlo Emanuele menò le tresche a Parigi

(pag. 63); da lui scavalcò Maria de’ Medici arrivando sposa del re;

e dopo la morte di questo procurò elidere la funesta influenza del

Concini sulla Reggente, della quale infine ottenne la confidenza,

sicchè spesso ella andava a pranzo da lui e vi riceveva i grandi.

Impetrava posti lucrosi, e col denaro sapea farsi perdonare gli

abusi; conseguiva favori di grandi e di belle; fu signore, barone,

consigliere, capitano, soprintendente alle fabbriche di Fontainebleau

e alla casa della regina, insomma quel che volle; e stipulando il

matrimonio di suo figlio, al notaro che gli chiedeva i suoi titoli

disse: — Qualificatemi signore d’un milione e settecentomila scudi». La

sua stirpe fu tra le illustri di Francia.

Ivi il banchiere italiano Tonti nel 1653 istituì primamente i prestiti

a vitalizio, dal suo nome detti Tontine. Suo figlio cavaliere Tonti,

datosi all’armi, e in una fazione in Sicilia perduta una mano, con

Lasalle operò assai alla scoperta del Mississippi; e morto quello

(1687), vi rimase ad assodare i nuovi possedimenti della Francia; e

i cantoni ch’e’ popolò in riva al gran fiume, furono detti Piccole e

Grandi Tontine.

Famiglia di ben maggiore interesse in Francia fu quella che il

cardinale Mazarino chiamossi attorno dacchè si trovò a capo di quel

regno, e bisognoso di formarsi un circolo d’amici e parenti ricchi colà

dove era sprezzato come uomo nuovo da una nobiltà che nulla valutava il

merito personale. Due delle sue nipoti avrebbero potuto divenire regine

di Francia s’egli non poneva freno alla benevolenza dei regnanti: una

come reggente del ducato di Modena, non si mostrò meno abile di qual

altra si fosse gran donna: una indovinò il talento di La Fontaine, e

lo incoraggiò sulla via nella quale non dovea trovar competitori: una

divenne la madre del principe Eugenio di Savoja. E se la cronaca troppi

soggetti di scandalo trasse dai prestigi di loro avvenenza, anzichè

bassi istinti e cuore corrotto, palesarono splendide facoltà, come che

non dirette, nè sofferenti di freno nel bisogno prepotente d’azione.

Lucilio Vanini (1585-1619), prete napoletano, viaggiò Europa sotto

diversi nomi, e con alquanti compagni predicando tutt’altro che

il vangelo, professandosi scolaro del Pomponazzi, del Cardano, di

Averroe, di Aristotele «dio de’ filosofi, dittatore dell’umana

sapienza, sommo pontefice de’ sapienti»; e dicendo il diavolo

essere più forte di Dio, giacchè tuttodì intervengono cose che non

potè volerle Iddio. Le critiche del cristianesimo pone in bocca al

terzo o al quarto, fingendosi inorridito all’udirle; come si finge

encomiatore de’ Gesuiti, apologista del concilio di Trento, e accannito

contro Lutero, egli che pur al cristianesimo move guerra da filosofo

nell’_Amphiteatrum æternæ Providentiæ_, da fisico nei sessanta dialoghi

sugli _Arcani della natura_, a vicenda panteista e materialista. Nel

primo spiegando cos’è Dio, agita il problema della provvidenza e della

fatalità, e mostrando ribattere Cardano e gli atei, ne mette in risalto

gli argomenti; e le prove della provvidenza riduce agli oracoli,

alle Sibille, ai miracoli, cui descrive dal lato debole con un’aria

dabbene che non può fare illusione. Fisicamente deriva l’uomo dalla

putrefazione e dal successivo perfezionarsi della specie: anche in

forza talora è sopravanzato dagli animali, onde non può dirsi a questi

superiore in destinazione, e il meglio che può fare si è vivere e

godere. «Perduto è il tempo che in amar non si spende»; nè la morale ha

fondamento che nelle leggi.

Traverso alla Germania, procedette nella Boemia, semenzajo delle

dottrine che cagionavano la guerra dei Trent’anni; ivi discusse con un

Anabattista, meravigliantesi che i Cristiani disputino di lana caprina;

con un ateo ad Amsterdam; a Ginevra coi Riformati, e sentendovisi mal

sicuro, passò a Lione; donde per paura del rogo si volse a Londra,

e quivi «si attirò la persecuzione de’ Protestanti, tenuto prigione

quarantanove giorni, preparato a ricevere la corona del martirio,

alla quale aspirava con indicibile ardore»[167]. Scarcerato, viene in

Italia, e a Genova apre scuola molto frequentata: ma le sue dottrine

ben presto scandolezzano sì, che deve rifuggir a Lione, poi si veste

monaco in Guascogna, edifica colle prediche, col confessare, colla

devozione, finchè scoperto vizioso viene espulso. A Parigi lo ricoverò

il nunzio Roberto Ubaldini, aprendogli la sua ricca biblioteca, donde

egli stillava il peggio, e lo diffondeva tra i giovani medici e poeti,

sicchè, dice il padre Mersenne, a lui avversissimo, cinquantamila

atei contavansi a Parigi. La Sorbona riprovò i suoi _Dialoghi sulla

natura_, ed egli piantatosi a Tolosa vi teneva arcane conventicole,

apostolava i giovani: e poichè a quelle dottrine cresceva pericolo il

fermentare delle guerre di religione, egli fu denunziato al parlamento;

e gravemente sospetto anche per esserglisi rinvenuto un grosso rospo

chiuso in un’ampolla, venne condannato al taglio della lingua e

al fuoco per mago e ateo: accuse per verità repugnanti. Durante il

processo avea professato le migliori credenze; condannato, si chiarì

empio, ricusò i conforti della religione, si vantò più intrepido del

Cristo, il quale avea sudato d’ambascia.

Anche Ferrante Pallavicino (1618-44), primogenito d’insigne casa

piacentina, canonico regolare a Milano, lodato per dottrina,

avvoltolatosi in amori volgari, spendeva, scribacchiava, e ritiratosi

a Venezia, dirigeva agli amici lettere come venissero da Lione, da

Parigi, d’altrove, narrando finti viaggi: — Stupisce chi mi vede

occupato in ogni altro passatempo fuorchè nello scrivere, e pure

scorge la frequenza de’ miei libri. Questo stupore mi è sovrabbondante

mercede»[168]. In fatto acciabattava libri, storie sacre e profane,

novelle, panegirici, epitalamj, talvolta ascetico, sempre ampolloso,

rinvolto, bujo e con descrizioni lascive: e per esempio, nelle

_Bellezze dell’anima_, trattato spirituale, al capitolo XIII discorre

della bellezza delle poppe. Pari contaminazione hanno la _Susanna_, il

_Giuseppe_, il _Sansone_, la _Bersabea_.

Parlò con disprezzo stizzoso degli Spagnuoli, e dei principi in

generale con arroganza, il che gli procacciò reputazione di liberale.

In Germania vide messo alla ruota un Calvinista, col quale entrato

in disputa sulle cose dell’anima, se ne lasciò convincere, e d’indi

in poi menò a strapazzo le cose e le persone sacre. Il suo _Divorzio

celeste cagionato dalle dissolutezze della sposa romana, e consacrato

alla semplicità de’ scrupolosi_ (1643) fu tradotto in varie lingue dai

Protestanti, e continuato probabilmente da Gregorio Leti, dividendolo

in tre libri, i _Costumi dissoluti dell’adultera_, il _Processo de’

bastardi di quella_, il _Concorso di varie Chiese allo sposalizio di

Cristo_ (1679). Nel Corriere svaligiato spettorò d’ogni genere calunnie

contro il papa, i cardinali, i Gesuiti, tutti i governi, i letterati,

con oscenità e sali putidi. Lo stampò alla macchia, onde la Signoria di

Venezia il fece carcerare; uscitone, infierì peggio di prima contro de’

principi e di papa Urbano VIII e del buon costume, e fra altro scrisse

la _Retorica della p... dedicata all’università delle cortigiane più

celebri_. Un De Brèche parigino, assoldato dai Barberini, fintosegli

amico, lo persuase a ridursi in Francia, dove potrebbe stampare altre

opere irreligiose; e così lo menò ad Avignone terra di papa, ove

arrestato e messo sotto processo, dopo quattordici mesi fu decapitato

a ventisei anni. Subito comparvero due dialoghi intitolati _L’anima di

Ferrante Pallavicino_; forse fattura di Gianfrancesco Loredano, ove si

malmenano papa, prelati, letterati, costumi.

Osteggiò le dottrine cattoliche anche Gregorio Leti (1630-1701)

milanese, che dissipato in viaggi ogni aver suo, e impigliatosi coi

Riformati, professò il calvinismo a Losanna, insegnò a Ginevra, e

scrivendo contro la Chiesa cattolica v’ottenne la cittadinanza. La

maldicenza sua il fece presto sgradito, e da «una inquisizione più

orribile di quella di Roma» furon dati al fuoco il _Livello politico_,

l’_Itinerario_, il _Vaticano languente_, come portanti proposizioni

contrarie alla fede, ai costumi, allo Stato, ed egli cancellato di

cittadino. A Parigi cercò il favore di Luigi XIV col gonfio panegirico

_La fama gelosa della fortuna_. Passò in Inghilterra, ove, dic’egli,

dallo scisma di Enrico VIII «sono nate tante disgrazie a quell’isola

ed a quei popoli, che si può dire che da quel tempo in poi non hanno

avuto momento di riposo i carnefici, essendo un miracolo che la

Tamisa si navighi sopra acqua e non sovra sangue»[169]. Da Carlo II

ebbe accoglienze e mille scudi per iscrivere l’_Istoria della Grande

Brittania_; ma il fece in modo che dovette ancora andarsene, e ingiuriò

quelli che dianzi avea blanditi. In Olanda l’erudito Le Clerc, vago

di sua figlia, il fece accogliere e creare storiografo della città di

Amsterdam, ove morì improvviso.

Parodia dilavata dell’Aretino, vivente dal trafficare d’incensi

e d’ammoniaca, forse cento volumi lasciò di storie non meditate e

prolisse; sulla Francia, il Belgio, l’Inghilterra, la Spagna, Carlo V,

Filippo II, il duca d’Ossuna, il presidente Aresi, scambietti di ira o

adulazione, zuppe di baje. Vantava aver sempre tre opere ad un tempo

sul telajo, e quando gli mancassero materiali per l’una, s’occupava

dell’altra: ma non pensava, come dice Bayle, se non a ingrossar

volumi e moltiplicare dedicatorie; rapsodo senza pel di critica, e

così irriflessivo, che pur abitando in Olanda, disse che la Schelda

e il Reno passano per Rotterdam. Chiesto dalla Delfina se fossero

vere le mille sciagurataggini che scrisse di Sisto V, di Filippo II,

d’Elisabetta, rispose che una cosa ben immaginata piace quanto e più

che la verità. Ma la menzogna neppur sa coprire collo spirito e collo

stile: sempre negletto e nojoso scribacchiatore, ridicolosamente

pretenzioso, grottescamente iperbolico, lonzo, prolisso, nessun mai

lo leggerebbe, se non allettassero le invereconde diatribe di cui

insozza i suoi scritti, massime contro Roma: e i suoi _Precipizj della

Sede apostolica_, la _Strage dei Riformati innocenti_, il _Sindacato

di Alessandro VII col suo viaggio all’altro mondo, Roma piangente_,

la _Vita di donna Olimpia Maldachini_, il _Nepotismo_, il _P...nesimo

romano_, l’_Ambasciata di Romolo ai Romani_ furono divulgati e

tradotti per sentimento malevolo; solo un liberalismo limaccioso testè,

insultando al buon senso e fidando nei troppi lettori che non l’hanno,

osò lodare e riprodurre le costui opere sol perchè codardamente

sputacchia papi e preti in seconde edizioni di libri, dove gli avea

codardamente leccati[170].

Giuseppe Francesco Borri milanese (1625-95) entrò nella Corte del

papa come chimico e medico, e rotto alle peggiori sregolatezze, fuggì

castigo col fingersi corretto, e cominciò a dirsi ispirato dal Cielo

a riformare il mondo, rimettere la purezza nella fede e ne’ costumi,

ridur tutti in un solo ovile, e chi ricusasse, sterminare per mezzo

degli eserciti pontifizj, di cui egli sarebbe capitano con una spada

datagli da san Michele. Impastò allora una strana religione, secondo

la quale Maria Vergine era di natura divina, presente essa pure nel

santissimo sacramento, figlia del Padre, eguale in tutto al Figlio, e

incarnazione dello Spirito Santo; e questo e il Figlio sono inferiori

al Padre. Con Lucifero caddero molti angeli, i quali volteggiano per le

regioni dell’aria: e per loro mezzo Iddio creò la materia e gli animali

bruti; mentre gli uomini hanno anima divina e ispirata. La creazione

non fu atto di libera volontà; ma Dio vi si trovò costretto. I figli

concetti nel peccato, ne serbano la sozzura.

Attuando la sua Chiesa, dai discepoli, che chiamava Ragionevoli o

Evangelici, esigeva voti d’unione fraterna, di segreto inviolabile,

d’obbedienza a Cristo, agli angeli, di fervente apostolato, e di

povertà; per la quale consegnavano ad esso ogni aver loro, ed egli

coll’imposizione delle mani impartiva ad essi la divina missione.

Copriva gl’insegnamenti di arcano e di formole iniziatrici: ma venuto

papa Alessandro VII, il Borri dovette ritirarsi a Milano, continuando

a far proseliti. Come l’Inquisizione sì a lungo il lasciò predicare?

peggio gli avvenne quando si scoperse che divisava ribellare Milano e

Italia dagli Spagnuoli, e di là estender le conquiste. In contumacia

condannato al fuoco e alla confisca, egli era fuggito a Strasburgo,

donde ad Amsterdam, ben accolto come vittima dell’Inquisizione;

ma in breve caduto di credito, cercò denari cogli strologamenti e

coll’alchimia.

Le costui dottrine son deposte nella _Chiave del gabinetto del cavalier

Giuseppe Francesco Borri, col favor della quale si vedono varie lettere

scientifiche chimiche e curiosissime, con varie istruzioni politiche,

ed altre cose degne di curiosità, e molti segreti bellissimi_ (Colonia

1681). Fingonsi scritte a principi, e trattano dei segreti della

grand’arte; per la quale ottenne molte somme dalla regina Cristina

di Svezia per fabbricare oro, molte da Federico III di Danimarca,

pel quale dettò anche istruzioni politiche. Ma alla morte di questo,

si sottrasse colla fuga all’odio del successore, e avviossi per la

Moravia in Turchia: arrestato qual complice delle trame allora ordite

in Ungheria, l’imperatore lo fece consegnare al nunzio pontifizio,

che lo spedì a Roma. Ivi dal Sant’Uffizio fu obbligato a pubblica

e solenne ritrattazione de’ suoi errori e far penitenza nelle

carceri: l’ambasciadore di Francia ch’egli aveva risanato, ottenne

fosse trasferito in castel Sant’Angelo, ove ebbe anche laboratorio

e larghezza fin di uscire, e vi morì di settantanove anni. I suoi

seguaci in Milano «dopo lunghi esami, convinti di complicità nelle sue

eresie, furono pubblicamente abjurati, e rimessi a tempi determinati

e ad arbitrio nelle carceri dell’Inquisizione, con altre penitenze

ancora, e con obbligazione di portare per contrassegno de’ loro falli

una mantelletta gialla sopra le spalle». Così il Brusoni[171], il quale

largamente ragguaglia delle dottrine del Borri «perchè veramente di

nessun altro eresiarca si leggono tante e così stravaganti follie nella

materia della fede».

Pochissimi altri uscirono di patria per professare dottrine avverse

alla Chiesa; e dentro non restavano altri eretici che nelle valli

valdesi. Nel 1614 fu scoperta nel Napoletano una setta di mistici

sotto suor Giulia di Marco di Sepino terziaria di san Francesco, e il

padre Agnello Arciero crocifero, e il dottore Giuseppe De Vicarj, che

sotto aspetto di gran devozione si abbandonavano a laidezze: scoperta

dai padri Teatini, mentre moltissimi li tenevano in conto di santi,

il vescovo di Calvi qual legato dell’Inquisizione di Roma cominciò

processo, gran rumore levandone i partitanti numerosi e i Gesuiti che

credeano alla coloro virtù; sicchè la causa s’impegnò fra due Ordini

potenti, e in conseguenza clamorosissima. Pure quei tre furono come

eretici condannati a carcere perpetuo.

Ma già s’insinuavano nelle menti lo scetticismo e l’incredulità; e se

l’errore diffuso dai Riformatori era stato vinto, i giovani attingevano

da Hobbes o da Bayle il dubbio e l’indifferenza. Il Magalotti credette

doversi opporre a questi nuovi scredenti, e ad un conte, ateo per moda,

scriveva: — Voi vi trovate in capitale, nascita, gioventù, robustezza,

valore e condotta; vi vedete amato dal vostro padrone, stimato dai

vostri generali, e corteggiato dalle dame... Aggiungete tavole,

giuoco, conversazioni, delizie, piaceri e fortuna. Questa fa che, se

uscite in campagna, tutte le cose vi vanno sempre bene, facendo voi

sempre il vostro dovere; se vi battete in duello, ne uscite sempre con

vantaggio; se vi è da fare un’azione di brio, siete sempre il primo

chiamato; andate, battete l’inimico, tornate, provvedete di sciarpe

tutte le pettiniere delle dame. Entrate a tavola in gran compagnia;

ecco il discorso della religione in campagna; sentite un brutale

discorrerne con poco rispetto; un altro, che ci fa del libertino,

portar con derisione un luogo oscuro della Scrittura; accudir quello

che ci fa il filosofo, e farne spiccar l’implicanza colla corrotta

ragion naturale. Voi ridete e applaudite, e piacendovi tutto quello

che tornerebbe comodo all’esigenza del vostro cuore, la compiacenza

poco a poco, senza avvedervene, vi tien luogo di persuasione. Intanto

mangiate e bevete allegramente; uscite da tavola bollente di vino, di

concupiscenza, di vanità; tornate a casa due ore dopo mezzanotte; per

poco alzate la canna, e la battete sul capo al paggio che non vi corre

subito avanti a pigliare il lume, al valletto di camera che vi si fa

incontro balordo dal sonno; talvolta per energia bestemmiate; entrate

in letto; per conciliarvi il sonno leggete un capitolo del _Trattato

teologico-politico o del Leviathan_, dite subito che hanno ragione, e

prima di addormentarvi, cominciate a sognare che Alessandro e Cesare,

per dire assai, dovevano essere presso a poco come voi, ma non più,

certo. Dormite sino a mezzogiorno; andate in chiesa per vedere il bel

mondo; affettate soprattutto l’irriverenza, perchè questa vi pare che

rialzi il concetto del vostro spirito, della vostra galanteria, della

vostra bravura; e in questo caso solamente, sto per dire, vi rallegrate

che vi sia religione al mondo per far gala di non farne caso. Questi

sono i fondamenti del vostro ateismo».

Alcuni delitti ottennero storica celebrità. Un tesoriere di Pio V

si travagliò sì bene, che lasciò ottantamila scudi di rendita al

figlio Francesco Cenci, il quale ne usò per voltolarsi nelle peggiori

sozzure. Da una condanna per vizio nefando si salvò coll’ammenda di

ducento scudi, da altri con cinquecentomila. Odiava moglie e figli,

che a vicenda odiavano lui, e cercavano che il papa lo facesse morire,

rivelandogliene le infamie: uccisigli due figliuoli, neppure un bajocco

volle dar pel funerale, dicendo aspetterebbe a far galloria quando

fossero morti tutti. Attentò all’onore di Beatrice, sua bellissima

figlia, che maltrattata in guise oscene e feroci, ricorse al papa e

non n’ebbe ascolto, mentre il padre sopra di essa crebbe di sevizie

e d’oscenità: dalle quali o per salvarsi o per vendicarsi, ella tramò

coi fratelli e colla madre di farlo assassinare (1605). Un amante di

lei lo promise, poi nicchiò, per quanto ella instasse; ma due vassalli

vi s’indussero per denaro, poi fuggirono nel Napoletano. Arrestati,

e chiaritasi la colpa, i Cenci alla tortura confessarono, e Beatrice

anch’essa, senza voler denunziare il misfatto paterno contro di lei.

Valenti avvocati tolsero a difenderla, e principalmente l’illustre

Farinaccio, non negando l’uccisione: e papa Clemente VIII, che da prima

stupiva si trovasse chi difendeva parricidi, dappoi vi prese interesse.

Ma già d’assassinj eransi quell’anno contaminati un Troilo-Savelli che

fu mandato al patibolo, e i fratelli Massimi uccidendo la matrigna e

fuggendo: poi uno di questi, sperimentato un veleno sopra il cocchiere,

lo propinò al primogenito per restare egli stesso capocasa. Intanto

poi che agitavasi il processo de’ Cenci, Paolo Santacroce assassinò la

propria madre per averne l’eredità. Indignato e sbigottito da tante

colpe, il papa lasciò che la giustizia avesse corso; e Beatrice, sua

madre e il fratello Giacomo furono giustiziati; il minor fratello

Bernardino, conscio e non complice, obbligato ad assistere sul palco

al loro supplizio. Guido Reni aveva copiato e tramandò ai posteri

l’effigie di Beatrice, compianta universalmente quasi fosse perita

per non voler palesare la peggior infamia di quel che avea cessato

d’esserle padre; il confessore di lei, mostrandone la testa al

pubblico, disse: — Ecco una vittima della propria bellezza»; e fiori

ed esequie pomposissime prepararono agli scrittori un tema d’immensa

compassione, e talvolta di forsennata bestemmia contro il pontefice,

quasi avesse prestabilito una tal fine per impinguare di quelle

ricchezze i suoi Borghesi.

E molte avventure e assai processi nacquero da gelosia. Perocchè,

come ai tempi d’Atene quando la vita pubblica deperiva, la domestica

non esisteva ancora, così nel secolo precedente vedemmo le donne per

genio d’intrigo più che per furor di passione cercare di rendersi

centro del movimento sociale; e poichè parea gli Dei pagani fosser

tornati a esultare fra gli uomini, facevansi perdonare il libertinaggio

coll’eleganza, e col mescere al filtro della seduzione il miele

dell’arte. Ma adesso furono rinserrate nelle case e nelle cerimonie:

e poichè la vita domestica era disabbellita dalla prepotenza d’un

capocasa, tiranno dei diseredati fratelli, e un austero ascetismo

brigavasi di pratiche esterne più che dell’interiore perfezionamento,

guardavansi quali schiave, pronte a ribellarsi, come fecero quando

irruppe il deplorabile cicisbeismo.

Jacopo de’ Salviati, di ricchissima casa fiorentina imparentata coi

Medici, marito di Veronica Cibo dei principi di Massa, vagheggiava

Caterina Canacci cittadina. La moglie gelosa guadagna un costei

figliastro, che staccato il capo alla matrigna, il porta alla

principessa; ed ella il presenta al marito. Il governo perseguitò gli

assassini, ma non la più rea.

Isabella, figlia di Cosmo de’ Medici e sospettata d’infande

dimestichezze con questo, fu sposata da Paolo Giordano Orsini duca

di Bracciano; e continuò in amoreggiamenti, mentr’esso a Roma faceva

altrettanto. Troilo fratello di lui, invaghitosi della cognata, uccise

di propria mano un paggio cui ella davasi in piacere. Paolo tornato,

chiamò l’infida moglie, e tra gli abbracci conjugali le strinse al

collo un laccio.

Questo Paolo amoreggiava Vittoria Acoramboni, moglie di Francesco

Peretti nipote di papa Sisto: ma mentre due fratelli di essa

il favorivano, due sostenevano l’altro amante cardinale Farnese

sessagenario. L’Orsini si liberò del geloso marito uccidendolo in

Roma stessa, e subito volea sposar la donna se il cardinale de’

Medici non avesse trovato quelle nozze troppo disuguali per un suo

cognato, e papa Gregorio gliel’impedì sotto pena di ribellione. Morto

questo, e succeduto Sisto, l’Orsini sposò la Vittoria, e temendo

non il papa lo punisse del nipote ucciso, ricoverò sul Veneto; e a

Salò morì ben presto improvvisamente, chiamata erede la Vittoria, a

danno di Virginio partoritole dalla Isabella. I Medici si accinsero a

cassare il testamento: ma Lodovico Orsini, che serviva agli stipendj

di Venezia, trovò molto più spiccio coll’assalire la casa in Padova

dove la Vittoria stava, e scannarla con un cognato. Subito la città dà

all’arme; i Dieci ne vogliono giustizia; e l’Orsini, che erasi cogli

sgherri fortificato in casa, viene a forza preso e strozzato.

E strozzature e avvelenamenti ricorsero spesso nel nostro racconto, e

famosi furono i tossici che allora si stillavano, come l’acqua tofána

che faceva effetto un anno dopo bevuta; e così l’anello di morte,

che a chi lo portasse diveniva letale; e la chiave che il principe

Savelli dava ad alcun famigliare per aprir un mobile, dov’era una

punta impercettibile, da cui restava appena scalfita la mano, ma

ventiquattr’ore dopo seguiva la morte. Casa Medici passava per tremenda

mescitrice di letali bevande; e mentre Ferdinando Tacca, figlio

dello scultore, avea portato in Ispagna un suo cavallo di bronzo, fu

adoperato da don Luigi de Haro o dal conte duca per fabbricar veleni,

a richiesta di re Filippo. L’ambasciadore fiorentino a quella Corte,

nel riferirne al granduca, aggiunge che il Tacca ne stillò di due

sorta, una dal tabacco, l’altra dall’arsenico, e che crede dovessero

servire contro il duca di Medina Sidonia, sospetto di voler farsi re di

Andalusia, e contro altri grandi, temuti dal conte duca[172].

Insomma nell’altro secolo erasi patito di gravissime sventure esterne,

in questo piuttosto d’interna decadenza; colà eranvi bottoni di

fuoco e amputazione, qui visceri guasti, e corrotto il principio

della vita; e n’era sintomo l’invasione dell’ozio, delle sottilità,

dell’enfasi, rivelata nel barocco, ne’ guardinfanti, nelle parrucche.

Ampollosa ostentazione di sentimenti non provati, ipocrisia di atti,

passioni e nimistà nè sfogate nè dome, limano una gente divenuta

decrepita fra patimenti senza lotta, fra miserie deprimenti, e che

straziando ciascuno in grembo alla propria famiglia, non ispiravano

veruna magnanima risoluzione, ma impotente dispetto o accasciata

rassegnazione.

Ai costumi antichi signorilmente domestici subentrava un fasto

isolante; a quella franchezza alquanto selvaggia, che seconda

gl’istinti e abbandonasi all’immaginativa, alla coscienza, ed è

forse necessaria a tutelare la libertà, succedeva un orgoglio senza

fermezza, un’ambizione senza pubblica virtù; universale adulazione,

inerzia senza riposo, apparato e cerimoniale negli atti come nello

scrivere, nel fabbricare come nel dipingere, avventure senza gloria,

religione abbujata e intollerante, amministrazione ignara, pazienza

trascurante, studj senza progresso, miserie senza compianto sono lo

spettacolo d’allora. Rimossi dagli elevati interessi sociali e dalle

idee che ingrandivano nella restante Europa, i nostri non cooperarono

al prosperamento dell’universale civiltà, côlti da letargo in mezzo

ai segnalati movimenti. Più non s’acquistava nome che rinnegando

l’indole italiana per farsi di modi e di pensare stranieri. L’uomo

interno sparisce, o si nasconde sotto le esteriorità; a queste ogni

cosa si riferisce, più curando la devozione che la fede, più la

creanza che l’onestà, più i convenevoli sociali che non la moralità,

più lo scopo pratico e temporale della convivenza, che non l’ideale

ed eterno. Lo spirito in conseguenza si esinanisce; stillansi regole

e argomentazioni non sull’essere un’azione onesta o no, ma se o no

permessa; non sul diritto, ma sul titolo di esercitarlo; come l’acqua

ne’ giardini, così la vita e l’arte doveano serpeggiare per canali

artefatti; combattere, pregare, vestire, amare, sposarsi, predicare,

poetare, tutto doveva essere conforme alle regole; insomma in ogni cosa

il sentimento e l’idea subordinati agli artifizj della forma. Allora

concesso ad una classe di poter accumulare senza misura e senza frutto:

allora ai governatori un potere indisciplinato e, più che tirannico,

irragionevole e schifoso, perchè toglieva ogni limite all’esazione,

ogni sicurezza ai possessori: allora l’autorità, non limitandosi alla

giustizia civile e criminale, s’impacciava direttamente dell’arti e

del commercio, sicchè questa impastojava, e a se medesima diminuiva

il rispetto: allora sicurezza nella forza, pericolo nell’innocenza;

il vulgo arrozzito ed abituato a prostrarsi silenzioso e stupido

sotto l’estremità de’ suoi mali; i signori, involti entro una rete di

convenienze, più micidiali che non l’Inquisizione e la Polizia; estesi

gli oscuri vizj dell’ignavia e della debolezza; mali soltanto in parte

medicati da una pietà piuttosto diffusa che profonda, dal rispetto a se

stessi e alla famiglia, da qualche resto di consuetudini patriarcali,

che davano ancora ai casati e alla città un’importanza, la quale poi

andò smarrita nei dissocianti sistemi dell’universale accentramento.

Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15) · 第 10 / 22 题