Condizione materiale e morale. Opinioni. Ingegni eterocliti.
Settant’anni di pace dal 1559 al 1621, non che sanare le piaghe,
le infistolirono,[130]; le ricchezze furono esauste nella fonte;
un’oppressione sistematica succedeva alle violenze della guerra; questa
finiva senza indurre la tranquillità, giacchè il paese era corso da
mercenarj rapaci, o da soldati forestieri che vi spandevano la povertà
e la peste. Dappertutto bisogni di principi e miseria di popoli: il
supremo interesse di quelli era l’esigere grosse taglie; di questi la
paura di morir di fame: e le sollevazioni di Milano, di Palermo, di
Fermo, le quasi annuali di Napoli, i divieti d’asportazione, l’assegnar
i prezzi, l’istituire prefetti dell’annona darebbero a credere che
l’uomo fosse ridotto ai meri istinti.
Tronchi i ricambj, così molteplici dapprima, fra Stato e Stato per
via d’ambasciadori, negozj, magistrature, guerre, studj, ciascuno
s’impiombò al paese, che amava soltanto per abitudine, per comodità:
la longanime prudenza o l’astuzia diplomatica si concentrò nelle
Corti, disposta a ricorrere a perfidia, a trame, a prepotenza; donde
sterminati disegni con debolissimi mezzi; e invece dell’ambizione
grande che fabbrica sopra se medesima, quella piccola che tresca in
vanità, o colla violenza palesa il difetto di solide qualità. Nulla
parendo soverchio per conservare la fede cattolica, la paura della
riforma fece ridurre l’educazione a stringimenti e depressioni;
alla spontaneità e alla confidenza, viepiù necessarie agli spiriti
nel tempo appunto che la natura più si espande, surrogare l’azione
perpetua dell’autorità sbigottita: i collegi si ridussero a monasteri,
come dappoi a caserme, talchè, se aveansi i vantaggi della pietà
e della compostezza, mancava spesso la civile opportunità; si
lentavano i vincoli domestici, che possono essere salvaguardia non
solo ai figliuoli, ma e più ai genitori; e gli animi o si fiaccavano
irremissibilmente, inasprivansi contro la regola e l’autorità, per poi
prorompere in violenze.
Il sussiego, parola allora introdotta, fa disapprovare una mancanza di
convenevoli quanto un delitto, e tutti impronta ad una foggia uniforme;
la regolarità s’incarica di spegnere le vivezze, di sostituire (come si
disse degli arcivescovi Borromei) il rosario alle spade.
Coraggio fisico, viva e pronta intelligenza, se vengano sviluppati,
rendono grande un popolo; compressi degenerano in ferocia e in astuzia;
come la vivace intelligenza, se rinneghi il calcolo, rovina se stessa.
Esclusi dagli affari della patria, i nostri recavano l’ingegno a
servigio degli stranieri; sicchè il nome italiano di fuori continuò
a tenersi in onore, e la nostra letteratura imitavasi da Inglesi e
Francesi, come noi imitavamo la spagnuola. In Francia la buona società
modellavasi al tipo italiano, e italianeggiava la lingua: i soldati
che avevano fatte le campagne d’Italia, voleano parlarne con termini
nostri, e dire _infanterie, cavalerie, embuscade, sentinelle, escarpe_,
fino _brave_. Ma i nostri v’erano malvisti, come quelli che si
foracchiavano in tutti gl’impieghi[131], e al machiavellismo italiano
imputavansi tutti i mali della guerra civile e di religione.
Delle consuetudini principesche danno buon testimonio i ricordi, che
Francesco Maria II lasciava a suo figlio Federico Ubaldo duca d’Urbino,
il 22 marzo 1615. Trascorriamo le generalità del vivere in grazia
di Dio, trattare con ischiettezza, non rimettere a domani quel che
si può fare oggi, lasciar libero il corso della giustizia, senza che
se n’intrighino nè i parenti nè la moglie; e così della liberalità,
dell’affabilità, della riconoscenza a chi prestò servigi, del
risparmiare la pena di morte, dello spender meno nell’entrata, del non
toccare l’onor delle donne e particolarmente delle nobili. Vuol che non
abbia intrinsechezza co’ sacerdoti, ma li lasci attendere all’officio
loro, egli attendendo al suo senza loro ajuto. Ubbidiente al papa,
ardentissimo nel servizio di S. M. Cattolica, andando in guerra s’e’
ci va in persona. Cerchi consiglieri e ministri che vadano per la
strada del carro, anzichè voler novità speciose; e anch’egli attenda
a far camminare bene le cose antiquate, non facendo decreti nuovi, e
piuttosto restringendo i vecchi. Non si dia troppo allo studio delle
scienze, bastando intendere bene la propria lingua e la spagnuola,
farsi leggere ogni giorno qualche storia, e ragionare delle scienze con
quelli che le professano. Faccia esercizj cavallereschi, la scherma, il
ballo, il nuoto; giuoco alla palla, caccia, maneggio de’ cavalli, di
questi tenendo una razza. Mangi d’ogni cosa, ma moderatamente e senza
seguir regole di medici, de’ quali non è a valersi che nelle infermità.
Il figliuolo maggiore tratti come un fratello, lasciando che governi e
comandi. Se ha un altro figlio, compri per esso uno Stato nel regno di
Napoli, con altre entrate per 12,000 scudi l’anno: il che è meglio che
dargli beni in paese: così s’hanno fondate due case. Degli altri figli
un ne faccia ecclesiastico; e così se ne ha molti, li collochi colla
propria parsimonia e col favore di S. M. Cattolica.
Il sentimento religioso molto ingagliardì, massime dacchè su quello
si piantò l’educazione; e ripullulava traverso ai disordini della
vita, sicchè finivano devoti quei che aveano menata vita disonesta
o prepotente. La politica professava canoni più sani, dedotti dalla
rivelazione; arti e lettere attingevano a fonti ecclesiastiche; sin
la fisica appoggiava a principj d’ordine religioso. Molti ottennero
gli onori degli altari, ed ai già accennati (t. X, p. 474) vogliam
soggiungere Gregorio Luigi Barbadigo padovano, cardinale, vescovo di
Bergamo poi di Padova, ove fondò il seminario tanto celebre per gli
studj filologici, colla biblioteca; Francesco Girolamo di Grottaglia
gesuita, che per quarant’anni diresse le missioni nel regno, predicando
instancabilmente, ma breve e con unzione, a soldati, galeotti,
pescatori, meretrici, che traeva agli abbandonati sacramenti, sicchè
fin otto o diecimila persone a un tratto si comunicavano. Giuseppe da
Copertino presso Brindisi, laico francescano, uso ne’ servigi più vili,
tutto umiltà e penitenza, è assunto agli ordini benchè ineducato: ma
de’ miracoli e delle estasi sue l’Inquisizione e i superiori dubitano
e lo credono ipocrite; ed egli soffre rimproveri di colpe che non
commise. Sebastiano Valfrè da Verduno nella diocesi d’Alba, mostrò gran
carità sin da fanciullo, ed entrato oratoriano, scrisse il _Mezzo di
santificare la guerra_, la _Breve istruzione alle persone semplici_;
operò molte conversioni a Torino, di cui non volle essere arcivescovo;
vivea sempre in ospedali, eppur tenea corrispondenza con vescovi e
teologi su punti rilevanti. Veronica Giuliani di Mercatello, vestitasi
cappuccina, ebbe visioni, patimenti straordinarj e i segni della corona
di spine, e Cristo le impresse le sue piaghe: il Sant’Uffizio ricusò
credere questi portenti, il confessore la umiliò in ogni guisa, pur
dovette confessare che di speciali favori la privilegiava Iddio. Tra i
chiostri troveremmo Pacifico da San Severino, Bonaventura da Potenza,
Bernardo da Offida, Tommaso da Cora, che non potendo impetrare d’andar
nelle Indie, missionò in paese con gran frutto di conversioni; Bernardo
da Corleone in Sicilia, che annojatosi al mestiere del calzolajo, andò
soldato, ma messo in carcere per indisciplina, tornò a coscienza, e
vestitosi cappuccino fu specchio di virtù.
Ma poichè soltanto una grave devozione apriva la strada agl’impieghi
e agli onori, degenerava in ipocrisia o in cupa superstizione.
Abbondavano le pratiche convenzionali e i fervorini da sacristia,
donde il cuore è assente, e che lasciano l’anima senza alimento;
i dogmi non eccitavano nè attenzione nè resistenza perchè senza
riflessione si adottavano formole di fede che bastava ripetere.
Il nome d’eretico faceva orrore a segno, da non voler leggere le
migliori opere de’ Tedeschi e degli Inglesi d’allora, nè comunicare
di commerci con Olandesi od Ugonotti. La devozione però non salvava
da ribaldi disegni; di reliquie coprivansi i masnadieri, impetravasi
indulgenza per accingersi a qualche misfatto[132]. Le chiese erano
esposte non solo a ruberie, ma a profanazioni, convegno d’amori, o
campo di liti fin al sangue. Nel 1630 nel duomo di Palermo facevasi
una gran rappresentazione sul riscatto di Gerusalemme; e i Gesuiti,
in onore d’una infanta di Spagna allora nata, diedero una commedia
con nuvole piene di danzanti, e una cena che costò seicento ducati. Le
Benedettine di Donn’Albina diedero pure un dramma, con licenza del papa
introducendovi anche uomini. Occasioni di nuovi scandali nelle chiese.
Le incalzanti raccomandazioni del concilio di Trento provvidero alla
costumatezza e alla dottrina del clero: pure le memorie contemporanee
palesano quant’esso conservasse dell’antecedente depravazione e del
secolaresco, e all’ombra de’ rinvalidati privilegi mestasse turpemente
negl’interessi mondani, fino a guadagnare in botteghe, e convertir
chiese e canoniche in magazzini. Nelle visite i vescovi trovavano
preti o pubblicamente concubinarj, o violenti fino ad assaltare alla
strada, gli assassinj e il contrabbando ricoverando all’ombra degli
altari. Tre prevosti degli Umiliati diedero mandato al diacono Farina
perchè uccidesse san Carlo, che miracolosamente campò: il prevosto di
Seveso aveva ridotta in spelonca di ladri la sua chiesa, e le sepolture
coprivano le vittime dei suoi delitti.
I conventi popolavansi per convenienza di stato, e non di rado per
violenza o seduzione dei padri, volenti alleggerir la casa dai figli
cadetti onde assicurare la fortuna de’ primogeniti. Per romanzi divenne
famosa Virginia, figlia del conte di Leyva signore di Monza, che
costretta ad assumere il velo, si contaminò di gravissimi misfatti,
finchè trattane si ridusse a severissima penitenza. Arcangela
Tarabotti, a undici anni chiusa in Sant’Anna di Venezia, «non fu
monaca neppure d’abito e di costumi, quello pazzamente vano, e questi
vanamente pazzi»: benchè nè tampoco a leggere e scrivere le avessero
insegnato, pure per sottrarsi all’accidia applicò agli studj, e compose
opere, fra cui _La semplicità ingannata, o la tirannia paterna_[133],
e l’_Inferno monacale_, libri scomposti ma passionati, dove rivela
la usatale violenza, e impreca ai padri che forzano la vocazione de’
figliuoli, e con argomenti e autorità sacre e profane sostiene la
libertà della donna nello scegliersi uno stato. Le pie insinuazioni del
patriarca Federico Cornaro la fecero prima rassegnarsi, poi compiacersi
del proprio stato; «abbandonò le lascivie degli abiti, di cui tanto
si dilettava»; e a sconto de’ precedenti scrisse libri di concetto
opposto, quali il _Paradiso_, la _Luce monacale_, la _Via lastricata
per andare al cielo_, le _Contemplazioni dell’anima amante_, il
_Purgatorio delle mal maritate_; e prossima alla morte, supplicò che
gli altri suoi scritti fossero dati al fuoco.
Da Marcantonio Mariscotti conte di Vignanello e da Ottavio Orsini era
nata Clarice, e benchè di buon’ora innamorata delle vanità, dovette
professarsi monaca in San Bernardino di Viterbo col nome di suor
Giacinta. Tutta capricci e dispetti, volle aver camera distinta,
che ornò con suntuosità; i doveri adempiva sbadatamente, assorta in
fantasie e vanità: ma côlta di grave malattia, mandò per un confessore,
e questo entratole in camera e vedendo quell’incompatibile lusso, la
minacciò di perdizione; ond’essa tolse a riparar lo scandalo chiedendo
perdono alle compagne, dando alla superiora quanto avea del proprio;
e risanata, fu tutta alle austerità, alle macerazioni. Scoppiata
un’epidemia, istituì un ospedale e le oblate di Maria, che andassero
limosinando per convalescenti, carcerati e poveri vergognosi.
Quando i cardinali erano ministri di Spagna, di Francia, governatori,
condottieri d’eserciti, come il Richelieu, il Mazarino, il Lavallette,
l’Albornoz, il Trivulzio, il Caracciolo, il Granuella, il Grimani, il
Borgia, lo Zappata, il d’Aragona; quando ogni Potenza ne teneva uno in
Roma che, come suo protettore, dovea maneggiare e intrigare, e della
politica il gran punto consisteva nell’acquistar potenza alla Corte
pontifizia accaparrandosi i prelati più efficienti, e massime quelli
delle principesche case italiane, era ad aspettarsene edificante pietà,
nè studio della scienza di Dio? Le case di Savoja e d’Este, i Gonzaga,
i Farnesi, i Barberini, gli altieri aveano sempre uno o più porporati,
che spesso gareggiavano col papa in splendidezza; e talora, passata
la prima gioventù, deponeano la porpora per ammogliarsi. Al cardinale
Aldobrandini, quando passò nunzio in Francia nel 1600, furono assegnati
mille scudi il giorno, oltre le sue rendite, e grossa somma per le
prime provvigioni[134]. Nel 1670 il duca di Parma a complimentare
il nuovo papa Clemente X spedì il conte di San Secondo, che andò
all’udienza con diciotto prelati e cencinquanta carrozze. Il cardinale
Alberto d’Austria (dice il cavaliere Dolfin nella relazione di Roma)
in mezzo a strepito d’armi e tamburi fa parlar di sè tanto, che merita
posto fra i celebri capitani più che fra i prelati.
Il cardinale Rinaldo d’Este aspirava a diventare protettore
dell’Impero; ma dagli Spagnuoli tergiversato, piegò a Francia, che fu
ben lieta d’acquistare costui, forte per carattere e per relazioni
di famiglia. N’era appena fatto protettore, quando entrò in Roma
l’ammiraglio di Castiglia ambasciatore di Spagna, che non solo non
l’invitò alla sua cavalcata, ma fece côlta d’armi nel proprio palazzo.
Altrettanto l’Estense; e di bravi e di nobili venuti da Modena si
circondava qualunque volta uscisse. Vano l’interporsi di signori e
del papa; aspettavasi da un giorno all’altro un conflitto. Di fatto,
scontratesi le carrozze dei due superbi presso al Gesù, s’intese un
colpo di pistola; il popolo a fuggire; gli uomini dell’ammiraglio
fan fuoco colpendo molti innocenti; poi si danno essi pure in fuga,
lasciando scoperto esso ammiraglio, il quale potè andarsene illeso; ma
viepiù inasprito, manda a cercar gente e denaro al vicerè di Napoli.
Questi però nega secondarne le vane braverie, il papa viene a capo
di riconciliarli, e il buon popolo romano applaudisce clamorosamente
all’Estense che sì bene aveva sostenuto il decoro di Francia.
E continue erano le dispute di precedenza, massime tra gli ambasciadori
di Francia e di Spagna; il concilio di Trento ne fu turbato quanto
dalle eresie, attesochè il papa, sapendo inimicherebbe a sè e forse
alla Chiesa quello che posponesse, non osava pronunziarsi, finchè
le guerre civili non l’indussero a preferire il Cristianissimo, come
quello ch’era più in pericolo d’apostatare. Il giorno della coronazione
di Gregorio XIV, Alberto Badoero ambasciadore di Venezia sostenne di
dover comparire immediatamente dopo quel dell’imperatore, e innanzi
a tutti gli altri: e perchè il senatore di Roma pretendea quel posto,
egli dichiarò non interverrebbe alla coronazione: onde il papa ordinò
al senatore di andar via co’ due confalonieri che l’accompagnavano.
Il prelato Centurione arcivescovo di Genova e prolegato incontra il
cocchiere del cardinale San Giorgio nipote del papa, e perchè non vuol
tirare da banda la carrozza vuota, e’ lo bastona: San Giorgio ne porta
querela al papa, e non trovandosi soddisfatto, esce dalla città e dallo
Stato, per quanto il papa mandi a richiamarlo[135].
Il Portogallo erasi sottratto alla dominazione spagnuola, talchè
veniva considerato come ribelle. Avendo mandato il vescovo di
Lamego ambasciadore a Roma, il marchese de los Velez ambasciadore di
Spagna pretendea non fosse ricevuto; ma il fu, e ordinato il modo di
comportarsi, volendo che, se incontrasse l’ambasciadore di Spagna,
calasse le cortine della carrozza. Los Velez, saputo che il vescovo era
a visitare monsignor de Fontenay, mandò a prendere quantità d’armi, e
le distribuì fra’ suoi, coll’ordine che, se le cortine del Portoghese
non fossero calate, tagliassero i garetti a’ cavalli. Il vescovo,
avvertitone, si pose attorno altri armati, e scontratisi cominciossi il
fuoco, dove furono uccisi cavalli e persone d’ambi i lati: allora Roma
parteggia; bisogna mandar soldati; raffittiscono le dispute, e i due
ambasciadori si ritirano in opposte direzioni.
Nella peste del 1656, il vicerè vieta che nessuno entri in Napoli se
non con licenza de’ regj ministri; e l’arcivescovo pubblica che per
gli ecclesiastici richiedasi la licenza vescovile: quello ricusa, si
abbaruffano, intanto che morivano quindicimila persone al giorno. Poi
qualche volta di Spagna viene decreto che in tutte le chiese, in tutte
le scuole si giuri l’immacolata concezione della beata Vergine: qui
i vescovi a protestare contro l’altrui ingerirsi in materia di loro
spettanza; i Domenicani a rifiutar di professare una pia credenza,
da loro impugnata; i professori a trovare pregiudicata la libertà
dell’insegnamento; Roma a negare ai re la podestà di proporre una
credenza teologica.
Grandi problemi nè morali nè politici non si posarono nè discussero fra
noi; eppure puntigli di cerimoniale, dispute di eredità, tafferugli
fra vescovi e governatori o col papa per le giurisdizioni, portarono
irrequietudini rinascenti e fin guerre; e in privato frequenti duelli
sulle vie pubbliche, assalti di villaggi a mano armata; e stimare
felicità l’essere annoverato fra l’alta e la bassa domesticità di
Spagna, l’ottener titoli desunti dalla mensa, dalle caccie, dalle
stalle, dalle anticamere regie; e ciascuno zelare quelli che ereditò
e le piccole distinzioni, e pretendere privilegi ch’erano aggravj
degli inferiori, e che ricordavano ciò che i nobili erano stati, senza
insegnar le ragioni per cui cessarono di essere. Alle processioni, alle
comparse, magistrati, preti, maestranze lottavano per l’abito, per lo
scanno, pel passo innanzi. Quante volte a Napoli furono ritardate,
finchè i cerimonieri avesser proferito! intanto gli uni e gli altri
stavano coll’armi in pugno, e i soldati non bastavano a impedire le
collisioni: talora moveasi la marcia, ma intimandosi che i nobili
titolati procedano distinti, i non titolati spengono i torchietti e
se ne vanno. Or si raduna il consiglio, ma un sindaco n’esce perchè
non si trova assegnato un sedile conveniente. Or ad una solennità,
il governatore si leva indispettito di chiesa perchè vede posare un
predellino sotto ai piedi dell’arcivescovo. Or tutta la nobiltà esce
dalla messa perchè il vicerè fece situar vicino a sè un nipote. Or un
ambasciatore non può essere ricevuto perchè il suo grado di nobiltà
spagnuola l’autorizza a trattare il vicerè da pari a pari. Muore una
principessa, e l’esequie sono interrotte da commissarj regj, perchè
ha stemmi e insegne da più del grado, e bisogna deporre il cadavere in
disparte finchè arrivino le decisioni di Spagna. Fra i grandi di Napoli
fu un lungo dibattere intorno al coprirsi davanti al re, privilegio di
tutto il grandato di Spagna, mentre quella sospirata parola _Copritevi_
era stata detta da Carlo V ad alcuni sì, ad altri no de’ regnicoli.
Nelle esequie per la regina di Spagna in quel duomo, l’arcivescovo
vuole si dia il piumaccio a tutti i vescovi intervenuti; il vicerè
ripudia questa novità; si sospende la cerimonia, e il sontuosissimo
catafalco è trasferito nella cappella reale. Ottantadue anni contesero
ai tribunali e ne’ libri Cremona e Pavia qual dovesse avere il passo
sull’altra, finchè il senato di Milano «con gravissima ponderazione
e maturità di consiglio decise di non decider nulla». Il generale
Giovanni Serbelloni, nel 1625 combattendo in Valtellina, non volle
aprire un dispaccio perchè non v’erano soprascritti i titoli dovutigli;
e così ignorò l’accostarsi del nemico, che lo sconfisse.
Lo scialacquo di titoli caratterizzava l’orgoglio surrogato alla
superbia; l’_illustrissimo_ e l’_eccellentissimo_ davasi a qualunque
nobile, e fin a plebei l’_illustre_ e _molto illustre_, che nel secolo
precedente bastava a principi. Il conte Olivares vicerè di Napoli li
vietò per editto, ma solo si scrivesse _signor duca, signor principe,
signor conte_ o _dottore_; ma la prammatica non fu osservata. Lo
perchè il papa non volendo accomunati ad altri i titoli dovuti ai
cardinali, a questi diede quel d’_eminenza_, ma non potè fare che non
se l’arrogassero anche gli Elettori dell’Impero. Il Consiglio della
repubblica di San Marino che s’intitolava _illustrissimo_, volle dirsi
_principe_. Quanti maneggi, quanto spendere dei principi per ottenere
un titolo o un grado superiore all’emulo![136] quanta pompa per ciò e
solennità nelle ambascerie! Fino i poveri Grigioni nel 1604 allorchè
cercavano l’alleanza di Venezia, vi spedirono sette ambasciadori con
cencinquanta persone, che tutti furono mantenuti dalla Signoria, e
ricevuti con onoranze quali nessuno da Enrico III in poi; da tutte
le città vi andavano incontro cavalieri e fanti; pure non vennero
accolti che da quaranta gentiluomini, anzichè sessanta come gli
ambasciadori delle potenze; nè ammessi in Pregadi. Era una scienza
complicatissima la competenza de’ varj rappresentanti: i quali poi
a loro volta sbizzarrivano in prepotenze, volendo immuni le persone
a loro addette, la casa, la vicinanza, che diveniva così ricovero di
ladri e di contrabbando. Il conte di Cantecroix, ambasciadore imperiale
a Venezia nel 1666, della propria abitazione faceva un bordello, tentò
assassinare la moglie, fece uccidere il mastro di casa, fabbricare
moneta falsa; finchè la Signoria ottenne fosse revocato[137]. Altri
esempj incontreremo.
Ne derivò l’importanza suprema attribuita al punto d’onore. I duelli
per parole offensive e per lesione d’onore, ignoti agli antichi,
nacquero nel medioevo dalla prevalente personalità, e dal diritto del
pugno che ciascun signore si arrogava; e sopravvissero a quell’ordine
di cose, del quale erano un frutto naturale e un correttivo. I
principi, traendo in sè le prerogative regie, diedero ogni opera a
spegnere il duello; e papa Giulio II, il luglio 1505, avevalo proibito
in tutte le terre dipendenti immediate o mediate dalla Chiesa, «per
qualsifosse cagione, anche dalle leggi permessa». Ma il 29 giugno
1522 Carlo V, tenendo il parlamento come re di Sicilia, ricevette
una rimostranza, qualmente fosse prammatica nel regno, che chi
prende a combattere un altro da cui pretende essere stato offeso,
viene sottoposto a gravi pene; donde nascono enormi inconvenienti
e soperchierie, e di qua bandi, ferite, morti; tutti mali che si
eviterebbero qualora essa prammatica fosse cassata, e ognuno potesse
soddisfare all’onor suo col duello; poichè molti s’asterriano dal
fare offesa, e l’ingiuriato si soddisferebbe sfidando l’avversario
senza insulto e soperchianza; supplicavasi perciò la maestà sua ad
abolire tale prammatica, e lasciare ognuno soddisfare all’onor proprio.
Il braccio ecclesiastico non assentì a tale domanda, onde non fu
esaudita[138].
Malgrado i divieti, vigea l’abuso; anzi, cessate le occasioni
pubbliche di esercitare il vero valore, rimase questo di parata, e
come una scienza entrò nell’educazione cavalleresca non solo l’atto,
ma una complicata dottrina della vendetta e dell’armeggiare. Ben
cinquanta trattatisti vi applicarono i sillogismi, gli oracoli
della giurisprudenza e le autorità di filosofi e poeti non solo,
ma dei santi Padri, e di quel vangelo dove è scritto, _Se alcuno vi
schiaffeggia sulla sinistra, porgetegli anche la gota destra_. Anzi
il Possevino compose un _oremus_, che chi lo reciti prima di venire al
combattimento, «acquisterà forze grandissime», e nel quale il duellante
promette a Dio che, quando mai ammazzi il suo nemico, «molto gliene
rincrescerà».
In que’ libri cominciavasi da sottili definizioni dell’onore e
delle sue opere, e se stia nell’onorante o nell’onorato: altrettanto
dell’ingiuria, considerata nella qualità, quantità, relazione, azione,
passione, tempo, luogo, moto, distinguendo le ingiurie voltate,
rivoltate, compensate, raddoppiate, propulsate, tornate, ritorte,
necessitate, volontarie, volontarie-necessitate, e miste. Suprema era
la dottrina del _carico_, cioè dell’obbligo di risentirsi, ributtare,
ripulsare, provare, riprovare; dove era aforismo, che il «carico
alcune volte nasce dall’ingiuria, ma non mai l’ingiuria dal carico».
Altrettanto sottilizzano nel definire l’inimicizia e il risentimento;
e qui figurano la vendetta traversale, il vantaggio, la soperchieria,
l’assassinio, la via indiretta, il mal modo, il tradimento, la
perfidia, quando assumere il risentimento per altri, se un’ingiuria
resti cancellata da un’altra pari; una sequenza di presunzioni novera
lo _Specchio d’onore_, «tacendo pure le cento e mille altre che si
poteano aggiungere».
Cardine di questa scienza era la mentita; la quale può essere
affermativa, negativa, universale, particolare, condizionata, assoluta,
privativa, positiva, negante, infinitante, certa, sciocca, singolare;
generale per la persona, generale per l’ingiuria, generale per l’una e
per l’altra; cadente sulla volontà, sull’affermazione, sulla negazione;
valida, invalida, sdegnosa, ingiuriosa, suppositiva, circoscritta,
coperta, vana, nulla, scandalosa; vera, data veramente, falsa, data
falsamente; ve n’ha di legittime, ve n’ha d’impertinenti o ridicole,
o disordinate, o universali di cosa particolare, o particolari di
cosa universale. Quanto sottilizzavano i sopracciò per distinguere le
mentite valide dalle invalide, l’attore mentito ingiuriante dal reo
mentitore ingiuriato, l’attore provocante dall’attore provocato! Poi
discuteano del provare, del richiedere, del mantenere, del verificare,
del difendere, del sostenere; e così dell’attore che si finge reo,
dell’attore interpretativo che opponga eccezioni di compensazione,
dell’attore che tien luogo di reo provocato per la forma di sue parole.
Entra allora la discussione del trovar querela, del mutarla,
dell’accrescerla, dello stabilirla, del lasciarla, delle eccezioni
dilatorie e perentorie. Conosceansi un cinquanta formole o clausole
differenti da porre sui cartelli; quando e come ricusare, rifiutare,
ributtare? quali sieno le armi cavalleresche? qual movimento è
vergognoso? qual pezzo d’arme è più disonore il perdere? s’ha da
accettare la sfida da ignobili, o soltanto da uguali? l’eleggere
le armi e assegnare il campo tocca al provocante o al provocato?
qual si dirà vincitore quando cadano morti entrambi i combattenti?
I padrini, allora come adesso, ingegnavansi piuttosto ad esasperare
per poter farsi onore dove non correano pericolo: ma se giungessero
a conciliare gli animi, allora nuove quistioni rampollavano sulla
soddisfazione, sulla pace, universale o particolare, esterna o interna,
naturale, civile, pubblica, domestica, e sulle differenze tra pace,
riconciliazione ed empiastro, tra soddisfazione e restituzione, pena e
castigo, confessione, pentimento e umiliazione, perdono e misericordia,
e sulle sei maniere di ridirsi.
Ve’ in quale sapienza esercitavano l’ingegno i contemporanei di
Galileo, di Torricelli, di Bacone! e per essa vennero immortali Paride
del Pozzo, il Muzio giustinopolitano, Giovan da Legnano, Lancellotto
Corrado, Giulio Ferretti, l’Attendolo, il Possevino, Camillo Baldi,
Belisario Aquaviva, Antonio Bernardi dalla Mirandola, il Birago
milanese, il Parisio, Jacopo Castiglio, il Pigna, l’Albergati, il
Gessi, l’Ansidei, il Fausto, il Romei, Orlando Pescetti, il Tonnina;
nel dialogo di Marco Mantua giureconsulto _si decidono cento e più
questioni_; e nella biblioteca di un gentiluomo dovevano trovarsi
i _Cinquanta casi_ dell’Olevano, lo _Specchio d’onore_, la _Pace in
prigione_, la _Mentita in giudizio_, le _Conclusioni del duello e della
pace, evangelisti dell’umana reputazione, le cui parole servono ad
empiere di tanti dogmi di fede, d’onore i margini delle cavalleresche
scritture_.
In ogni paese v’avea qualche gran pratico, che risolvesse i molteplici
casi nascenti dal punto d’onore, ricomponesse le discordie, regolasse
i duelli, stendesse pareri ai quali procuravasi la firma d’altri
armeggiatori; talchè quella pacifica generazione restava di continuo
colla spada alla mano e colle dispute sul labbro. A Milano spessissimi
ricorrevano combattimenti dei nobili tra loro e cogli uffiziali
spagnuoli, e vi prendeano parte i secondi, i terzi, talvolta sei e otto
per parte. A Napoli il marchese di Monterey minacciò duemila ducati
e il bando di cinque anni a chi duellasse, e per la seconda volta la
morte; e multa ai padrini. Nel 1638 in sei giorni v’ebbe cinque duelli
di giovani distinti, e vi rimasero estinti Ferrante Caracciolo e Carlo
di Sangro, ventenni, per affari donneschi. Poco poi due Pignatelli con
loro amici combattono contro Scipione Monforte cavaliere di Malta, e
rimangono morti. Talvolta somigliavano a vere spedizioni, e l’ottobre
1630 a San Pietro a Majella successe regolare battaglia fra gli
Aquaviva e i Caracciolo, e i birri non poterono separarli prima che
rimanesse un morto e una dozzina feriti; gli altri si ricovrarono in
Sant’Antonio, difendendosi regolarmente. Queste nimicizie velavansi
talvolta co’ nomi de’ Guelfi e Ghibellini, che non erano più due gelosi
ma amanti della stessa donna, che si vegliano l’un l’altro, e odiandosi
fra loro, pur accordansi nell’amor della patria; bensì emuli di rancori
ereditarj, di diuturne vendette, servili all’uno o all’altro de’ comuni
nemici; siccome in Bologna i Pepoli tenevano fede a Francia, a Spagna i
Malvezzi.
Questa potea dirsi la parte legale delle contese: ma altri prepotevano
cinti di bravi nelle città; o dal bisognoso erario comprato un feudo,
vi si afforzavano per far da padroni e sbucarne al delitto, e fino
alla Corte appresentarsi con comitiva più di minaccia che d’onore.
Il governatore Fuentes bandì grossa taglia a chi desse morto o
vivo Francesco Secco-Borella feudatario di Vimercato, reo di mille
prepotenze e omicidj, e principalmente di quel di Lucia Vertenate
per la sua virtù: ma il vederlo ripeterla indica che uscì indarno.
Gianpaolo Osio signore di Usmate, nel 1608, dalla sua casa in Monza
guardando nel convento di Santa Margherita, sedusse suor Virginia de
Leyva; penetrò più volte nel monastero, e ne la trasse a voglia; uccise
una monaca perchè non rivelasse la tresca; cavatene due altre complici,
l’una precipitò nel Lambro, l’altra in un pozzo, dove essa scoperse
altri cadaveri, e donde miracolosamente cavata, servì di testimonio
contro il ribaldo, il quale in contumacia fu dannato a morte, e sulla
distrutta sua casa ponendo una colonna infame.
Gianfrancesco Rucellaj, nel 1656 residente pel granduca in Milano,
vi fu di bel mezzogiorno assalito, e il governatore e il senato non
poterono che condolersene. Dovendo poi egli partire, si annunziò che
benemeriterebbe dal re chiunque lo assistesse. In fatto il marchese
Annibale Porrone, che in Milano circondandosi di malandrini, ridea di
bandi e taglie, mandò cento suoi fidati, che lo scortarono di casa in
casa a prendere congedo, poi lo convogliarono sino a Piacenza. Questo
Porrone cominciò da mille bizzarrie giovanili, a danno dell’onore
e della vita altrui; dispensa bastonate e stoccate; messo prigione
trova modo a fuggire; per interposto d’amici e per denaro restituito
in paese, non muta costume, e con un famoso suo archibugio fa tacere
la giustizia e i giudici; poi ricoverato in un convento, quivi e
sul sagrato si dà ad ogni sorta di furfanterie, e brava le ricerche
della giustizia, e continua le ribalderie e gli ammazzamenti, finchè
andatosene di città, vive a lungo in Venezia dove forse fu trucidato.
Bernardino Visconti, costretto per delitti a uscir di Milano, la
traversò con un codazzo d’armati e a suon di trombe, passando avanti
al palazzo ducale, e alle porte lasciando un’imbasciata di villanie
pel governatore; e si ritirò nel castello di Brignano in Geradadda, a
cavallo del confine milanese, bergamasco e bresciano, donde insultava
l’autorità, con gente tutta di sangue e di corrucci, fin il cuoco e
il guattero, fin i ragazzi avendo le mani contaminate di sangue. Molte
grida furono lanciate contro di lui inutilmente, finchè le prediche di
Federico Borromeo nol convertirono.
Un tal Picinelli di Busto, arricchito sull’appalto delle gabelle,
destava l’invidia de’ vecchi signori, tanto più che osava perfino
visitar le loro carrozze quando entravano in Milano. Avendo voluto
esaminarne una del conte Dugnani, al domani un branco di buli bastonò
i dazieri; poi esso Dugnani in persona al Picinelli intimò, se lo
richiedesse in giustizia, pagherebbe lui pure della stessa moneta,
dovesse anche costargliene due o tremila scudi. Il Picinelli sel tenne
detto, e nessuna carrozza di casa Dugnani mai più non fu toccata. Lo
stesso signore dovea novanta lire a un mercante, che non potendo averle
altrimenti, gli mandò un birro con la citazione. Il Dugnani spedì tosto
a fare il pagamento, e al birro con novanta bastonate insegnò a più non
richiedere in giustizia un cavaliere. Vero è che, portatane querela, il
Dugnani dovè ricoverare in un convento, e non spendere meno di duemila
scudi per parare la cosa: ma ciò valse a fargli poi portare rispetto.
In appresso egli ferì gravemente un capitano, onde dovette rifuggire di
nuovo alla stessa chiesa, e tenere numerose guardie per assicurarsi dai
parenti del ferito, finchè la giustizia non fu chetata.
Già dicemmo di grandi facinorosi toscani e romani; ma n’abbondavano
anche in paese di severa giustizia come il veneto. Ottavio Avogadro
di Brescia era capo di banditi, e proscritto dai Dieci, ebbe ad
intercessori di grazia il granduca ed Enrico IV[139]. Il venerdì santo
del 1609 Lorenzo Pignoria (le cui lettere sono delle più vivaci e
colte) scriveva da Padova: — Che ne’ giorni santi succedano di qua
certi casi tragici, io non so a che me l’ascrivere..... Domenica
notte alcuni andarono in casa del padre Marcantonio Corradino, lo
ammazzarono, gli sviarono la moglie, la nipote e la serva. La Corte
è andata lor dietro, si sono ricondotte le donne a Padova, con essi
si sono fatte le archibugiate, feritine alcuni, e tutti salvati.
Il Corradino s’era comunicato la mattina, ed era in concetto d’uomo
dabbene. Il lunedì sera lo Scola fu in parrocchia nostra assaltato da
un briccone, che con un colpo di pistola gli toccò le gambe sotto in
maniera, che se vive resterà storpiato al sicuro di tutte due le gambe.
E di simili ce ne sariano da raccontare più di due, e non sappiamo
vederci rimedio».
L’Italia, non formando nazione, non ebbe più eserciti stabili nè
occasioni nazionali, onde le mancò l’atto, non l’attitudine del valore:
e in tutte le miserabili guerre di quest’età campeggiarono i nostri,
potendo dell’Italia dirsi come della Svizzera, che non tenea soldati,
ma ne somministrava a tutti. Molti ne nominammo (tom. IX, pag. 521
e seg.); a cui potremmo aggiungere don Giovanni de’ Medici, fratello
naturale del granduca, valentissimo capitano nelle guerre di Francia e
d’Ungheria; il conte Guido Landi, che pure in Ungheria combattè, stampò
molte cose, fra cui un suo viaggio a Madera, e finì nelle carceri di
Roma, non si sa perchè; Giacomo Guazzimani di Ravenna, illustratosi
contro i Turchi, e che dopo la pace compose versi, e raccolse gli
altrui. Altri sfogavano il valore a danno delle società come banditi;
e quel re Marcone, quell’Alfonso Piccolomini, quel Corsietto del
Sambuco, usciti di famiglie primarie, e il Mancino, e lo Squilletta,
e Marco Turano ed altri, un secolo innanzi sarebbero stati cerchi come
capitani, mentre allora erano proscritti come masnadieri.
Oltre i masnadieri, tanto frequenti, divenivano pericolosi quei
che doveano respingerli. Il conte della Saponara napoletano, di
casa Sanseverino, nel 1602 tornando di Spagna a casa con equipaggio
da semplice gentiluomo, i dazieri di Pont Beauvoisin gli tolsero
ducentrentacinque ducati, sotto pretesto che era proibito trar denaro
fuori del regno; sebbene egli rimostrasse che tanto appena bastava
per le spese del viaggio. Inoltre gli tolsero molte gioje e due
braccialetti di diamante, dei quali egli non istette a domandare si
facesse menzione nell’atto verbale, per paura ch’esse guardie non se ne
sbarazzassero coll’ucciderlo[140].
I soldati non erano più cittadini, eppure a questi non garantivano
la pace, perocchè mal pagati, mal tenuti, erano piuttosto masnadieri
organizzati[141], sprezzanti la vita dell’uomo e i suoi patimenti, e
dai pericoli corsi fatti insolenti in faccia ai pacifici. Il tenersi
il popolo sprovvisto d’armi per politica, dava baldanza ai briganti
e ai bravi (pag. 94); genìa comune a tutti i paesi, fin a quello che
più severamente faceva osservare la giustizia. Perocchè il consiglio
dei Dieci al 30 dicembre 1648 ordinava, «che nel termine precisamente
prescritto de ore ventiquattro tutti li forestieri di aliena
giurisdizione, e sudditi ancora che servono per bravi a particolari
persone, e tutti quelli che vivono senza esercizio, arte o professione
alcuna fuorchè di bravi, debbano essere usciti di questa città, e
dentro altri due giorni da tutto lo Stato, sotto pena d’esser immediate
e senza remissione alcuna mandati da’ soli capi di questo Consiglio
alle più rigorose pene. Coloro che si serviranno di questa sorte di
persone tanto con salario, quanto senza, tenendoli o non tenendoli in
casa sua, doveranno esser nello stesso tempo irremissibilmente mandati
alle leggi più rigorose, et inoltre condannati a dover far depositare
nella cassa di questo Consiglio ducati cinquecento, li quali siano
liberamente dati alli captori dei bravi predetti, oltre il benefizio
delle armi, le lire seicento di taglia assegnatagli dalli beni del
retenuto, o da denari della cassa di questo Consiglio, la qual taglia
doverà conseguire l’accusatore o denunziante di essi, che sarà tenuto
secreto tutto. Se quelli che ricetteranno o manterranno questa qualità
pessima di persone, saranno nobili nostri, oltre le preaccennate pene,
s’intenderanno privi del maggior Consiglio per anni cinque continui
dopo la loro liberazione».
Questo tono ci rivela un’altra delle piaghe di quel tempo, la pessima
amministrazione della giustizia, regolata sopra canoni arbitrarj,
incerta nell’applicazione, diversa secondo le persone, atroce nei
modi, bizzarra nella varietà: la tortura adoperavasi sempre come
mezzo di scoprire la verità, di purgare l’infamia, di ratificare le
deposizioni spontanee e ad arbitrio de’ giudici e fin del boja; atroci
le pene, esacerbata la morte, e spessissimo applicata. Di Milano
possediamo cataloghi di quelle eseguite da mezzo il Quattrocento fin
a mezzo il Settecento, con dinotati i delitti, e il genere della
pena, e particolarità di supplizj da far fremere. Sui primi anni,
vanno al boja non meno di otto persone al mese; sul finire non meno
di due o tre[142]. Al 2 agosto 1570 si trova il supplizio dei tre
prevosti Umiliati, assassini di san Carlo: dopo sconsacrati, ebbero gli
onori del palco parato a nero e delle torcie accese, indi appiccati,
e al Farina fu recisa da prima la mano dritta innanzi alla porta
dell’arcivescovado. Al 19 settembre 1596 un Ponzio de’ Franceschi,
capitano disertato ai nemici, fu impeso e fatto a pezzi, portando la
testa a porta Ticinese, un quarto a porta Vercellina, uno a porta
Orientale, il resto e le interiora a San Giovanni alle Case rotte.
Per stregherie vi leggiamo condannati: Giacomo Guglielmetto, Isabella
Arienti, Anna Maria Pamolea, Margherita Martignoni, Maria Restelli,
Marta Lomazzi, e al 4 marzo 1616, «Caterina de’ Medici, la quale aveva
ammaliato il senatore Melzo: fu fatta una baltresca alta, acciò ognuno
potesse vedere, e poi abbrugiata, e questa fu la prima volta che si
fece baltresca». Fra altri si trova «fatta giustizia sopra un Francesco
Famè, messo sopra di un carro, tanagliato per Milano; ed indi squartata
e decapitata Camilla Sellari, partecipe del Famè, il quale uccise
uno di casa, e lo portò d’indi sotto un corniso sopra la piazza del
Castello, ed il corpo dell’ucciso fu messo in San Vincenzo, ed essendo
andati in detta chiesa il Famè colla Sellari, le ferite del morto
mandarono sangue, e fu detto, _È qui colui che l’uccise_».
La confraternita di nobili in San Giovanni alle Case rotte, assisteva
ai condannati, poi suffragavali, ed avea il privilegio di liberarne
alcuno. Sotto il 12 giugno 1681, «essendo stato condannato ad essere
impiccato Antonio Rivolta, detto il Bustofante, per avere ucciso
Giacomo Perugia oste della Cervia, con pistola di nottetempo; posto
in confortatorio, essendo prefetto della scuola di san Giovanni il
signor conte di Melgar governatore, fattosi considerazione sopra il
privilegio reale che la scuola istessa tiene di poter liberare due
condannati dalla morte di caso graziabile, diede memoriale al senato,
e gli fu fatta la grazia; onde il detto Rivolta, tutto vestito di
bianco, si levò dal confortatorio, e processionalmente fu condotto
alla real Corte, ove era S. E. e tutta la Corte co’ cavalieri e dame,
e disse: _Grazie a Dio e alla V. E._, e si portò alla chiesa di San
Giovanni, ove vi erano sei trombetta della città, che invitavano tutti
a concorrere a tale funzione. La chiesa era tutta adorna di arazzi e
pendoni, e l’altare d’argenti bene ornato; ed ove con solenne musica
di canti e suoni se li fece sentire la santa messa, dopo di essa fu
cantato il _Te Deum_, e fattasi dal rettore di detta scuola al liberato
una breve e pia esortazione _de bene vivendo_, fu licenziato: indi
condotto nell’oratorio per accondiscendere alla curiosità delle dame
e cavalieri ivi adunati, fu colà co’ biscottini e preziosi liquori di
Bacco ristorato: portatosi poscia a pranzare in casa del sindaco di
detta scuola, fu dopo il pranzo licenziato con la pace del Signore».
Del resto gli abusi di giustizia erano comuni a tutti i paesi. Tra
le riforme che il Campanella proponeva alla monarchia spagnuola
era «quell’abuso dei giudici che più regna ne’ più grandi, i quali,
conoscendo uno innocente, pur lo condannano in qualche cosetta per
diffamarlo quando la causa è andata in lungo: il che fanno, essi
dicono, per donar riputazione alla causa; mentre si deve togliere la
reputazione della colpa, e non mettere» (Cap. XIII).
Frequentavano esempj di pessima giustizia in Piemonte[143], e
soprattutto di accordi fatti co’ rei per rimetterne la pena. Giacomo
Rasorio mercante, accusato d’aver introdotto la peste in Torino,
ottiene grazia per mille fiorini. Claudio di Seyssel, arcivescovo di
Torino, giureconsulto valoroso, ragguagliava il duca Carlo III che
Giorgio da Romagnano e due suoi fratelli cherici avevano fabbricato
moneta falsa, ma che gli avrebbero fatto qualche regalo, pel quale
esso li perdonerebbe. Il presidente Blancardi nel 1673, fatta
inquisizione appassionata contro Catalano Alfieri, vantavasi d’aver
raccolte prove per motivare una condanna, che procaccerebbe all’erario
cencinquantamila ducatoni. Ai frodatori del sale nel 1688 fu comminata
la morte e la confisca: nel 1655 Carlo Emanuele II vietava il lotto
sotto pena di cinque anni di galera e la confisca. Alcune volte il
reo davasi ai parenti stessi perchè l’uccidessero privatamente onde
evitare l’infamia del patibolo. Fin nel 1710 un Bocalaro di Caselle fu
tanagliato e ucciso per aver fatto un’effigie di cera onde procurar la
morte del re; nel 18 condannato al supplizio un canonico Duret per aver
cercato tesori con incantesimi; nel castello di Miolans furono chiusi
un marchese Risaja per arti magiche, un panieraio che avea rubato
un’ostia per valersene a sortilegi, un Francesco Freylino che accusò
se stesso ed altri di malìe contro il principe, finchè in articolo di
morte confessò aver finto tutto ciò per conseguire qualche impiego;
nel 28 fu decapitato in Aosta il conte Andrea Dupleoz per avere con
fatucchierie attentato alla vita della moglie.
Il che c’introduce a deplorare le vittime delle credenze assurde,
popolari e scientifiche. Già abbiam menzionato (tom. X, pag. 845) la
terribile bolla di Sisto V, nel 1585 contro la geomanzia, idromanzia,
aereomanzia, piromanzia, onomanzia, chiromanzia, necromanzia e d’altro
nome incantesimi e fatucchierie. Chi pensi di quali errori fossero
conseguenza e fonte tali superstizioni, e quali stromenti sacrileghi
vi s’impiegassero, e come palesassero almeno l’intenzione del male,
troverà savio che i pontefici li perseguissero severamente; ma è
facile scorgere quali conseguenze adducesse questo medesimo divieto.
Gregorio XV asseriva che dai malefizj, se anche non venga morte, ne
seguono malattie, divorzj, sterilità. Clemente VIII al 1598 era nel
sessantesimoterzo anno di vita e nel settimo del pontificato; due
numeri climaterici, in grazia de’ quali il popolo aspettava ogni
male; laonde egli ripeteva di aver soli sessantadue anni, aspettando
che l’influenza passasse. A Paolo V un astrologo dichiarò vivrebbe
poco; ond’egli preso da terrore, licenziò il cuoco e lo scalco, di
mille precauzioni si circondava, non riceveva nessun memoriale da
sconosciuti, e dappertutto vedeva insidie e veleni, sinchè non fu
guarito con un rimedio simile al male; poichè un consulto di astrologi
dichiarò che per l’influsso pericoloso era trascorso il tempo.
La cabala ed altre vanità astrologiche dirigevano le cure de’ medici
anche meno pregiudicati, l’astrologia giudiziaria usurpava ancora gli
altari all’astronomia, e l’illustre cancelliere di Francia L’Hôpital
diceva che a Roma dominavano i matematici e gli astrologi[144].
Paolo Taggia dottissimo modenese scriveva al Gualdo di Padova: — Il
matrimonio continua nella congiunta disgiunzione, tuttochè non cessino
le orazioni, i digiuni, l’elemosine e gli esorcismi. Questo solo v’è
di buono che consta del legame e incanto, sì nel giovane come nella
giovane; onde possiamo sperare assai tosto buon fine»[145]. Felice
Centino d’Ascoli che bramava vedere papa il proprio zio cardinale,
tramò contro i giorni d’Urbano VIII per mezzo di fatucchierie, formando
una figura di cera, collo struggersi della quale dovea pur consumare
la vita del papa: tradito il suo segreto, egli fu decollato, i complici
arsi o mandati alla galera.
Il Capecelatro, uno de’ migliori storici anche perchè versato negli
impieghi, entrando a descrivere la sollevazione di Masaniello, trova
che tali flagelli furono «causati da cattiva influenza di stelle,
o pure dall’eclisse del sole, succeduto di mezzogiorno nel segno di
leone la precedente estate, il quale segno domina Napoli, predetto
da Paolo Cocurullo celebre astrologo di minacciarle rivoluzione e
ruina con suo grave incomodo e danno». Egli stesso avverte che tal
sollevazione avvenne nel secolo XVII dopo Cristo, XVII anno dopo la
famosa peste, nel XVII mese del governo del duca d’Arcos, nel vii anno
dopo il 1640, nel VII mese dell’anno, VII giorno del mese, VII giorno
della settimana, VII ora del giorno. Durante quella si disse che gli
Spagnuoli mandavano streghe ad incantare i posti; la gente arrestò
tre vecchie, ad una delle quali mozzò tosto il capo, le altre pose in
carcere per essere tormentate; e mandaronsi sacerdoti a esorcizzare
que’ posti[146].
Cosmo Ruggeri astrologo e mago, passato in Francia con Caterina de’
Medici, v’acquistò fama per oroscopi, talismani, filtri da ispirar
amore o da far morire; e Caterina l’adoprava forse a ciò, più
probabilmente a spiare. Per accuse di cospirazioni torturato e messo
alla galera nel 1574, poi liberato, sotto Enrico IV fu arrestato
di nuovo perchè teneva una figura di cera di questo e la pungeva
ogni giorno, ma le istanze di cortigiani e di gran signore fecero
sospendere il processo. Pubblicava ogni anno almanacchi; fu fatto
abate di Saint-Mabè, e ch’è più strano, storiografo; in morte non
volle consolazioni religiose, dicendo non v’ha altri diavoli che i
nemici, i quali ci tormentano quaggiù, nè altro Dio che i principi,
i quali possono farci del bene; onde il suo cadavere fu trascinato al
mondezzajo[147].
Don Domenico Manuele Gaetano conte di Ruggero, maresciallo di campo
del duca di Baviera, generale, consigliere, colonnello d’un reggimento
a piedi, comandante a Monaco, e maggior generale del re di Prussia,
era nato a Pietrabianca presso Napoli, imparò d’orefice, e nel 1695 fu
iniziato all’alchimia tramutatoria, probabilmente dal famoso Lascaris,
da cui ebbe la tintura bianca e la gialla per fare l’argento e l’oro,
ma in piccola quantità. Alla loro scarsità ed efficacia supplì colla
ciarlataneria, annunziando poter tramutare metalli in gran copia; e
facendone esperienza su piccolissima, ottenne credito. Scorsa Italia,
fece per quattro mesi eccellenti affari a Madrid, donde l’inviato di
Baviera l’indusse a passare dall’elettore, che allora stava governatore
a Brusselle, ed eccitò l’ammirazione, e Massimiliano, posta piena
confidenza nelle magnifiche promesse di esso, gli concesse cariche e
titoli e sussidj per seimila fiorini: ma scopertolo bugiardo, lo fece
buttare in una fortezza. Dopo due anni riuscito a fuggire, comparve a
Vienna nel 1704, e qualche projezione gli riuscì sì destramente, che
tutta la Corte ne rimase stupita; l’imperatore Leopoldo sel prese a
servizio: ma la morte di questo avrebbe intercisa la sua fortuna se non
fosse stato assunto dall’elettor palatino, al quale e all’imperatrice
egli promise in sei settimane dare settantadue milioni o la sua
testa. Prima del termine egli fuggì con una signorina; ed eccolo a
Berlino acquistandovi favore col dirsi perseguitato dall’Austria; e re
Federico, sentito il consiglio di Stato, che non trovò da opporsegli,
ne accettò le proposizioni. Con grand’apparato di testimonj fece alcune
trasmutazioni, constatate rigorosamente, e promise fabbricare polvere
di projezione quanta basterebbe a far sei milioni di talleri: e bisogna
crederlo espertissimo giocoliero al vedere quanti ingannò, e gli onori
che ottenne. Pure la promessa al re non veniva ad effetto, nè questo
il regalava che a misura; alfine avvertito de’ costui precedenti, lo
fece chiudere a Custrin, e non avendo saputo adempiere la promessa,
fu processato, e come reo di maestà impiccato a Berlino il 29 agosto
1709, coperto d’un abito d’orpello, con forca dorata. Federico ebbe
vergogna o d’essersi lasciato ingannare prima, o d’averlo punito
sproporzionatamente, e non volle più che quel nome si menzionasse.
Il vulgo intanto delirava dietro alle beffe dei folletti, e alle
immanità di ossessi, possessi, circumsessi; cercava nel guardo maligno
e nell’incantesimo le cause delle malattie strane, de’ temporali, delle
pesti; e ne pigliava vendetta o a furore o ne’ giudizj, principalmente
in casi d’epidemia. I processi di stregherie aumentandosi confermavano
viepiù la credenza vulgare, alla quale non seppero sottrarsi nè persone
piissime come i cardinali Borromeo, nè pensatori. L’Inquisizione
procedeva meno contro le eresie, sbandite omai dall’Italia, che contro
opinioni fallaci e superstizioni, diffuse anche in libri, dei quali
sarebbe curioso più che utile esaminare il contenuto[148]. Ma in questo
tempo principalmente furono compilati gli _Arsenali_, le _Pratiche_
e le altre guide nell’esercizio della Santa Inquisizione; la quale
con siffatta pubblicità mostrava essere in buona fede, e non operare
diverso dai tribunali ordinarj.
Il lusso fin là mandava più oggetti fuori che non ne chiamasse qui;
i panni nostri, sebbene non più unici, reggevano la concorrenza di
quei d’Olanda, di Francia, d’Inghilterra; Lione non toglieva vanto
ai tessuti serici di Bologna e Firenze[149]; soprattutto avevamo il
primato nelle arti belle, dall’architettura fin all’oreficeria; e
come qui erano date le commissioni o chiamati fuori i nostri artisti,
così qui venivano tutti quelli che volessero perfezionarsi. Ora anche
questo cessò; le manifatture francesi divennero moda universale,
lasciando sciopere molte braccia nostre; i vini, o, come diceano, le
bottiglie di Francia furono ambite: pure è dovuto ai nostri, e massime
a Piemontesi e Mantovani, l’introduzione in Francia delle manifatture
dell’acciajo e del cristallo. Sebbene un antiquario italiano abbia
scritto che nelle piramidi egizie siansi trovate porcellane della Cina,
quest’arte non rimonta che a censettant’anni avanti Cristo; per mezzo
de’ Portoghesi venne conosciuta in Europa verso il 1518, e Francesco
de’ Medici si propose imitarla, non senza successo; ma come arte si
propagò soltanto in Sassonia al 1708. Da noi si continuarono a lavorare
le belle majoliche di Castel Durando. Pare allora s’introducessero i
lavori in filigrana, attesochè il Cellini non ne faccia mai cenno, e il
Baldinucci scriva: — A’ tempi nostri è sorta altra bella invenzione di
lavoro che chiamano di filo in grana, colla quale si fanno tazze, punte
e manichi di spade...»
Delle molte feroci fami, se la ragione non può spesso cercarsi che
nella volontà di Colui che le manda, pure anche gli uomini aveano
porzione di colpa. I tanti masnadieri toglievano ai contadini la
sicurezza necessaria. Contro ribelli e banditi, oltre le altre pene,
comminavasi quella di lasciarne i beni incolti. Non pochi, oppressi
dalle taglie, abbandonavano i proprj campi, che così rimanevano sodi.
Le caccie, fatte con tanto seguito di persone e di cani; le bandite,
per cui dovevasi lasciar impunemente la selvaggina guastare i frutti
di campagna; la negligenza inerente agli stessi possessori od alle
corporazioni; l’abbandono venuto dal mancare all’oberato padrone i
capitali onde eseguire le riparazioni campestri; l’accumularsi di
possessi nelle manimorte, curanti solo di trarne il necessario, erano
cause evidenti di peggioramento. E fin ad oggi si scorge traccia de’
campi e de’ vigneti in quel tempo abbandonati. Trovo nelle cronache
di Mantova che il 1561 gelarono le vigne in modo, che il vino valse
al carro lire cento, mentre prima aveasi a nove o dodici al più[150].
Restava il capitale fisso de’ terreni fertilizzati, dei grandi canali
irrigui e navigabili, tramandato dai tempi liberi, ma andava disperso
il capitale circolante, necessario a farlo fruttare.
Aggiungete quel profluvio di prammatiche annonarie (pag. 115), per cui
si prescriveva, per esempio, di portar sempre grano verso la città
e non mai in senso contrario, d’introdurvi la metà del raccolto,
non accaparrar grano, non farne prezzo prima che segato e battuto,
non riportarlo dal mercato una volta che vi fosse condotto, bollare
i muli che lo trasportano: poi mille indiscrete prescrizioni sui
mugnaj, sui venditori, sui misuratori, sui mediatori; pena gravissima
al fornaio che vendesse pane a un possidente; non tenere buratto o
crivello nelle case private. Poi nelle carestie, invece di attirar
grano col rincarirne il prezzo, si pretendeva tenerlo più basso del
naturale, mezzo sicuro di aggravare le fami. Insomma, invece di star
paga a procurare sicurezza, la legge voleva estendere il suo impero
dovunque giungesse l’azione del commercio e delle arti; nel che per
altro andavano pari i governi forestieri e i nostri, i pacifici e i
guerreschi, Roma come Torino, Firenze come Napoli e Milano. Un buon
soccorso per altro venne dall’essersi introdotto il granoturco, che
utilmente si surrogò all’orzo e ai tanti minuti.
Fa meraviglia come rapidamente siasene propagata la coltura, malgrado
la consueta repugnanza de’ contadini a cambiare abitudini: ma
questo nuovo raccolto non andava soggetto alle decime e all’altre
retribuzioni, da antico esatte sugli altri; al padrone istesso non se
ne dava porzione, talchè l’agricoltore ne traeva un indiviso profitto,
sinchè tardi appare nei contratti l’obbligo di seminarne e di darne
anche al padrone. Allora anzi talmente gradì la novità, che si neglesse
il frumento; e dagli ordini, principalmente della Repubblica veneta
sappiamo che si squarciavano i prati per metterli a granoturco, talchè
mancava il foraggio per le bestie, la scarsezza di concio deteriorava i
campi, e bisognava introdurre gran numero di bestie da macello. Anche
del riso fu allora incominciata o estesa la coltivazione, e vuolsi le
prime prove si facessero da Teodoro Trivulzio nel 1552 ai vasti suoi
possessi nel basso Milanese. La patata era conosciuta, ma non ancora di
uso popolare.
Fu sensibile il decrescere della popolazione. Cercavasi trarne dagli
Stati vicini, il che non è aumento, bensì trasposizione: cercavasi
aumentarla nella città con privilegi, spopolando le campagne, e
sminuendo i vantaggi della diffusione. La quale assurda tendenza
apparve, non che ne’ provvedimenti annonarj, anche nell’istituto de’
Gesuiti, che non si piantò in campagna come Benedettini, Cistercensi,
Francescani, ma nelle città, educando a tutt’altro che alle arti
faticose, e brigandosi delle classi scelte. Vero è che ai poveri
badavano altri Ordini vecchi: ma questi, se mostrarono miracoli di
carità ne’ grandi bisogni del popolo, degenerarono col reclutarsi
quasi unicamente fra gente bassa, perchè gli Ordini nuovi traevano a sè
gl’ingegni, e la nobiltà produceva reputazione ed apriva le dignità.
Allorchè nel 1609 Filippo III cacciò gli ultimi avanzi dei Mori di
Spagna, molti si stabilirono in Italia: ma reciprocamente i ministri di
quel re procuravano allettare i nostri a quel regno spopolato, e tra
altri passarono colà cinquecento Genovesi. Dalla Siria vennero bensì
alquante colonie nel Napoletano all’estendersi delle conquiste turche.
Vicino a Parenzo sulla costa d’Istria, furono da Venezia raccolte nel
1657 dieci famiglie albanesi, che formarono il villaggio di Pervi,
ove crebbero, fin oggi conservando riti, costumi, lingua. La poderosa
famiglia degli Stefanopoli, che pretendeansi discendere dagl’imperatori
bisantini, costretta a migrare da Maina, dai Genovesi invitata,
stanziò a Paomia, un de’ luoghi più ameni della Corsica, ma incolto e
spopolato. Molti Mainotti la seguirono per sottrarsi ai Turchi, e se
ne formò una popolazione nuova, aristocrati quelli, questi popolani;
e a loro la Repubblica genovese assegnò i territori di Paomia, Revida,
Salogna in feudo perpetuo; provvedeva a edificar le chiese e le case,
e dava le semenze, da rintegrarsi fra sei anni; esercitassero il rito
greco, ma sottoposti al papa; giurassero fedeltà e pagassero le tasse
alla Repubblica, la quale ogni due anni vi manderebbe un rettore. Là si
diedero alla coltivazione; e sebben sulle prime guardati dai vicini in
sinistro, s’addomesticarono poi, e conservarono le patrie usanze.
Alla popolazione recarono gran detrimento le pesti ricorrenti.
Ricordammo già quella del 1576. Torino l’ebbe nel 99, quando il duca,
a ristoro delle spese sostenute, concesse al municipio un quinto delle
successioni intestate. Di quella attorno al 1630 soffersero tutti
gli elementi e le espressioni del viver civile. Infierì di nuovo a
Genova nel 1656, col solito corredo d’incantesimi e d’avvelenamenti:
supponevasi che l’olio della lampada di San Lorenzo risanasse, onde per
l’affluenza cresceasi il morbo: medici e preti vennero da Marsiglia;
il doge Sauli stette fermo al suo posto; e molte signore soccorreano
ai sofferenti, tra cui Laura Pinella e Sofia Lomellina: soli diecimila
abitanti rimasero in città, e la compassione de’ doviziosi fabbricò
allora l’Albergo dei Poveri. È tristamente ricordevole come i cadaveri
furono buttati entro capacissimi sotterranei all’Aquasola, che
servivano di magazzini pel grano: ma quivi gonfiandosi apersero un
varco, sicchè alla mesta città crebbe orrore un fiume di tabe.
Oltre ciò, rinnovavansi inondazioni e tremuoti, che poi viepiù parvero
infierire sullo scorcio del secolo. Nel 1669 l’Etna devasta gran paese
dopo orribili tremuoti: a Nicolos s’apre uno spacco di sei piedi, lungo
dodici miglia: otto voragini a San Leo, donde uscirono densi volumi
di fumo: il monte Fusara da altra voragine buttò un fiume di lava,
che devastate in giro le campagne, si drizzò a Catania. Allora preci
da ogni parte, e recar in giro le reliquie di sant’Agata, e parve
miracolo che quell’onda infiammata, proceduta per quindici miglia,
svoltasse e cadesse in mare, formando due montagne: si calcolò che il
vulcano avesse eruttato quindici milioni di piedi cubi di materia; e
oggi ancora rimangono le traccie di quell’orribile guasto. Nel 72 tremò
tutta Romagna, e a Rimini crollarono chiese e palazzi, molti uccidendo
o ferendo. Nell’88 fieri tremuoti scassinarono Benevento, Cerreto e
altre terre del regno, a Napoli abbatterono insigni edifizj e la cupola
del Gesù Nuovo, e il portico dell’antico tempio di Castore e Polluce.
Nel 93 cominciò col gennajo a tremare la Sicilia; Messina fu quasi
diroccata, ma pochi perirono, attesochè i più si erano ricoverati sotto
tende in campagna aperta; per tutta l’isola la desolazione fu orrenda,
e poniam pure esagerata. Sotto le rovine di Catania si dissero perite
sedicimila persone; quindicimila in Siracusa; ottomila in Augusta, ove
anche il fulmine mise fuoco alla polveriera; Noto, Modica, Taormina,
e fin settantatre terre andarono a guasto, e alcune sobbissate per
modo da non rimanerne vestigio. Il Mongibello spalancò la sua voragine
per tre miglia di giro: la Calabria e Malta soffersero di gravissimi
disastri. L’8 settembre dell’anno seguente di nuovo tremuoto sobbalzò
il regno di Napoli, molti palazzi nella capitale scassinando, per Terra
di Lavoro alquanti villaggi distruggendo interamente; e così a Capua, a
Vico, a Canosa, a Conza, alla Cava con moltissime morti.
Nel 95 il Tevere desola Roma, e ne segue epidemia: poi scuotesi il
Patrimonio di San Pietro, e diroccano Bagnarea, Celano, Orvieto,
Toscanella, Acquapendente: la marca Trevisana è pur sobbalzata, e
mille cinquecento case sovvertite nell’Asolano. Sopravvennero nel 98
tremende eruzioni del Vesuvio, le cui ceneri coprirono i tetti e le
strade fin a un piede d’altezza; e devastate dalla lava Torre del
Greco e i contorni, da sessantamila paesani rifuggirono a Napoli,
alimentati dalla carità dell’arcivescovo Cantelino. Quell’anno stesso
la polveriera di Torino scoppiava, con immenso guasto della crescente
città. Poi nel 1702 nuove scosse diroccarono Benevento con perdita
di centinaja di persone, e così Ariano, Grotta, Mirabella, Apice.
Nell’anno successivo ancora inondazioni a Roma, e tremuoto: Norcia
fu un mucchio di rovine; così Spoleto, Chieti, Monte Leone; e da
trentamila morti si piansero. Nella regione alpina, Udine il secolo
precedente era stata sfasciata da moto di terra, poi attorno a quel
tempo cominciano a lamentarsi gl’improvvidi tagli de’ boschi, e il
conseguente irrompere de’ torrenti e delle lavine. Il 14 agosto 1692 il
monte Uda nel Friuli si riversò sopra il villaggio di Borta sepellendo
gli abitanti, e abbarrò il Tagliamento, che gonfiatosi in lago ruppe
sulle campagne devastando quegli ubertosi dintorni. Già nel 1619
un’altra rovina aveva sepolto il borgo di Piuro vicin di Chiavenna, non
campandone persona.
Eppure al racconto di flagelli, fami, pesti si alterna quello di
feste, conviti, parate, caccie; e che il lusso crescesse a proporzione
della miseria non farà meraviglia a chi conosce che la ricchezza
sta nella diffusione delle cose necessarie ed utili, mentre allora
queste si concentravano in poche persone, le quali poteano farne
ostentazione. Forse peggio che altrove trascendeasi a Roma, benchè
vi si moltiplicassero prammatiche; e Urbano VIII proibiva il vestir
immodesto, alle donne l’imparar suono e canto da uomini, alle monache
l’adoprare altro maestro che suore. Il cardinale Mellini tornando dalla
nunziatura di Spagna, faceva l’entrata in Roma con cinquantaquattro
carrozze a sei cavalli[151]. Il Noris vestito cardinale, scrive: —
Vado provando e non posso finire d’addobbar la mia casa, che non è
capace di ventotto persone, quante formano la mia corte. Ho comprato
cinque carrozze, e tengo otto cavalli; ho speso sopra mille scudi nella
cappella, e spesso ripeto con Seneca, _Ubi est animus ille, modicis
contentus?_ Non ho piedi per far camminate, perchè li cardinali non
possono andare a piedi per Roma; non ho mani per scrivere, perchè sta
uno _ab epistolis_ che mi assiste; non per bere, mentre altro _adest
a potionibus_. Se mi voglio vestire, mi attorniano tre ajutanti di
camera, ed io pajo una statua che viene vestita. Il peggio e a me
più strano si è che, sonate le ore quattordici, la giornata non è
più mia; ma si deve consumare o in dar udienza o nell’assistere alla
congregazione, onde posso dire con san Paolo, _Vivo ego, jam non
ego_»[152].
Si stupisce alle descrizioni di solenni ricevimenti in Napoli, in
Milano, in Palermo, che pur erano condiscendenze a padroni non
amati. Passava da Napoli l’infanta donna Maria d’Austria, sposa
dell’imperatore, l’ottobre 1630, andando a Vienna, e pose tanta
sottigliezza nel cerimoniale, che le dame compresero sarebbero escluse
le più dalla festa in palazzo, perchè l’uso di Spagna a quelle solo
di case regnanti o mogli di grandi di Spagna concedeva di seder su
guanciali; tutte le altre per terra. S’immaginò dunque lo spediente
che la regina non comparirebbe in pubblico, bensì _sotto coverta_,
cioè in una loggia chiusa con gelosia, mentre le dame prendeano posto
sopra un finto Parnaso tra ciclopi e ninfe, la Notte, la Fama e le
colonne d’Ercole; da un carro stellato a quattro cavalli era tratta
la Notte sui campi Elisi; una quadriglia di diciotti cavalieri, metà
in seta color carne guarnita d’argento, metà in nero, guidavano la
danza, e la seguivano l’ambasciadore cesareo, il gran connestabile e
la gioventù più nobile: veniva poi la danza colle dame. E per quattro
mesi continuaronsi le feste con rovina del vicerè Alcala e della
città. Partendo, essa il primo giorno arrivava a Nola, il secondo ad
Avellino, il terzo a Mirabella, ad Ariano il quarto, poi a Bovino e
a Foggia i due seguenti, il settimo e ottavo a Tormaggiore e a Serra
Capriola, il nono e decimo a Termoli e al Vasto, l’undecimo a Lanciano,
il dodicesimo a Ortona, poi a Pescara, poi ad Atri, poi a Giulianova,
poi alle Grotte, poi al porto di Fermo. Indugiatasi a venerare la santa
Casa, solo al vigesimo giorno giungeva a Loreto. In ciascun luogo erasi
a gran costo preparato l’alloggio per la regina e il suo seguito[153].
Da qui v’apparve come lento ancora fosse il viaggiare. Il cardinale
Bentivoglio passando nunzio in Francia pose tre giornate e mezzo
da Ferrara a Gualtieri pel Po, due da Gualtieri a Cremona, e quasi
altrettanto da Cremona a Pavia; e le lettere fra Roma e Parigi gli
tardavano sin un mese.
Uno degli spassi era la visita ai monasteri; e la principessa di
Stigliano e sua nipote Anna Caraffa ed altre, ottenuto dal papa di
visitare quel di donna Regina, vi spedirono per il pasto tre cignali,
quindici caprioli, dodici galli d’India, altrettanti capponi, assai
maccheroni ed altre cibarie. Altrove noi recammo la distinta d’un
pranzo che certo richiese mesi di preparazione, e quasi intero il
giorno per servirlo e consumarlo[154].
Nel 1691 Ranuccio Farnese ammogliando Odoardo suo figlio con Sofia
di Neuburg, sorella dell’imperatrice e delle regine di Spagna e
Portogallo, spiegò tal fasto che tutto il mondo ne fu pieno. Quando
al 1700 il duca di Parma a nome dell’imperatore levò al sacro fonte
un neonato di Rinaldo d’Este, meglio di cento tiri a sei gli fecero
accompagnamento, poi luminare e feste per più giorni e un suntuosissimo
carosello.
Nel 1628, pel giorno natalizio di Madama Reale in Torino, si
rappresentarono _Il vascello della Felicità_ e _L’Arione_. Allo
scoprirsi della sala regia, con musica strepitosa comparvero in cielo
gli Dei propizj, ciascun de’ quali cantava un breve recitativo, cui
rispondeva il coro: vennero poi gli elementi, simboleggiati l’acqua
in un vascello, in un teatro la terra, nel Mongibello il fuoco, in
un’iride l’aria. Ed ecco il salone riempirsi d’acqua a guisa di mare, e
il vascello lentamente inoltrarsi portando nella prora un ricchissimo
trono per la Corte; ne’ lati di qua e di là gli stemmi delle province
soggette al duca di Savoja, e in mezzo una tavola per quaranta persone,
che dal dio del mare invitate furono servite di suntuosa cena da
Tritoni, portanti le vivande sul dorso di mostri marini. Frattanto
s’uno scoglio si rappresentò la favola d’Arione, studio di Giovanni
Capponi bolognese: la musica fece il prologo; al primo atto Arione
partiva dalla patria Lesbo; nel secondo vedevasi assiso, e cantante sul
delfino; nel terzo a Corinto narrava a re Periandro le sue sventure,
facendosi riconoscere dai marinari[155] che l’avevano tradito;
alla fine le sirene menarono un balletto, invenzione del duca Carlo
Emanuele.
Delle feste del medioevo conservavansi molte, modificandole ai luoghi e
al tempo: e se in un torneo a Modena il famoso Montecuccoli uccideva il
conte Molza, in Genova solennizzavansi le Casazze, dove le corporazioni
a gara sfoggiavano cappe di velluto e ricami d’oro tanto ricchi che
i re non n’aveano di migliori, e con torchi grossissimi in pugno
andavano processionalmente per le vie, ciascuna confraternita dietro
a un crocifisso, nella cui bellezza e dovizia faceasi gara, come nella
maestria di saperlo portare senza sbilicare, fra quelle chine e anguste
viuzze. Solennissime pure erano le processioni del venerdì santo, che
alla spagnuola chiamavansi dell’Entierro.
Le rappresentazioni in generale prevalevano al teatro. La musica in
questo tempo, siccome dicemmo (t. X, p. 219 e seg.), si raffinò di
teorie e di pratica, e universale ne divenne la passione; ma usavasi di
più quella di camera e di chiesa, che non la teatrale; e questa pure
prediligeva soggetti sacri. La prima opera musicale a Palermo fu nel
1692 la _Santa Rosalia_. Il _Riscatto di Adamo_, ossia il _Martoro di
Cristo_ di Filippo Orioles era recitato per tutta Italia. Nell’_empietà
della dottrina ariana, conculcata e convinta nel glorioso martirio di
sant’Ermenegildo_, opera del cappuccino Federico da Palermo, vedesi il
viatico portato a quel re prigioniero. I Travaglini erano i buffoni di
quell’isola, come di Napoli i Pulcinella.
I cantanti, che furono cominciati a chiamare _virtuosi_, pagavansi
ducento, trecento e più doppie, oltre le spese di vestiario, di scene,
d’illuminazione. Ferdinando di Mantova spese per una virtuosa quanto
avea ricavato dal vendere Casale, e tutto ciò che gli sopravanzava di
prezioso. Il trionfo di coteste era Venezia, a’ cui carnevali affluiva
gente da tutto il mondo, allettata dagli spettacoli e dalla libertà
della maschera. Anche a Roma si scarnevalava suntuosamente, quando nol
vietasse qualche austero pontefice.
Molti agi s’aggiunsero alla vita; si estese l’uso delle carrozze,
s’introdussero il caffè[156], il cioccolatte, la chinachina; anche
il tabacco, primamente portatoci dal cardinale Santa Croce dalla
nunziatura di Portogallo[157]. I giardini artifiziali più grandiosi
si fecero, disponendovi cascate, chioschi, mulini a vento, grotte,
tempietti, prospettive, insieme con macchie, cerchiate, siepi, non in
modo d’imitar la natura, ma di far la natura servir all’arte. Romitorj,
torri cinesi, capanne, castelli in ruina, cappelle gotiche non usavano
ancora; bensì disposizione simmetrica, scale avvicendate con pianerotti
e terrazzi balaustrati, e un semicircolo detto teatro con nicchie e
statue e vasi; e cascate di bacino in bacino con variata disposizione;
e veri boschi, come la pineta della villa Pamfili, e lunghissime
praterie, incorniciate da pioppi e da siepi. Viali di cipressi
conducevano a un casino, ornato d’ogni bellezza, e dal quale godeasi
qualche vista meravigliosa. Di tal guisa Giacomo della Porta dispose
la Aldobrandini a Frascati, Annibale Lippi la Medici sul Pincio, il
Maderna i giardini del Quirinale, l’Algardi la Pamfili a porta San
Pancrazio, Marchionne la Albani, e così altre di Roma; a Genova le
Groppallo, Parravicini, Doria; a Verona il giardino Giusti; sul lago
Maggiore le Isole Borromee: da quelli della Corte di Torino il Tasso
cavò l’idea degli Orti di Armida, così poco magici.
I ricchi non aveano la passione dell’agricoltura, intorno alla quale
pochi cenni ci rimangono. Agostino Gallo bresciano pubblicò nel 1550 le
_Venti giornate dell’agricoltura e de’ piaceri della villa_, dialoghi
prolissi e male scritti, ma con cognizioni pratiche, esponendo ciò
che avesse egli medesimo sperimentato, o avuto da persone degne di
fede; onde Haller eccede di rigore ove dice che questo _verbosus
senex omnia obvia, etiam aliena profert; non satisfecit mihi neque in
hortis, neque in agrorum cultu_. Egli parla della coltura del riso e
di quella del trifoglio, che ormai non praticavasi se non in Ispagna.
Giambattista Cassandri cremonese, nella _Economia, ovvero disciplina
domestica_ (Cremona 1616), tratta di tutto ciò che serve a prosperar
una famiglia per l’anima e pel corpo. Vincenzo Tanaro bolognese fece
l’_Economia del cittadino in villa_ (Bologna 1644), distinta in sette
libri intitolati _Pan e Vino, la Vigna e le Alpi, il Pollajo, l’Orto,
il Verziere, i Campi, la Luna e il Sole._ Non pare v’avesse pratica
personale, ma raccoglieva, e ci tramandò bizzarre particolarità; per
esempio l’uso allora più divulgato di sostenere la vite colle canne; la
ricca coltura de’ cavoli ne’ paesi di monte; il finocchio di Bologna
collo stelo grosso quanto una coscia; le giunchiglie vendeansi molto
care a Bologna e le tuberose v’eran di fresco introdotte. Marco Bussato
di Ravenna nel _Giardino d’agricoltura_ (Venezia 1592) distendesi
sulla potagione e gl’innesti de’ frutti, prevenendo Quintinié, Normand
e altri francesi: si vale molto degli antichi, e scrive negletto. Il
_Ricordo d’agricoltura_ (1567) di Camillo Tarello dà buoni avvedimenti,
non desunti dagli antichi, e fra altri la replicata solcatura de’ campi
e la rotazione, volendo che a frumento mettasi solo una quarta parte
del fondo, e il rimanente ad altri prodotti; raccomanda di macerar
il grano in orina o acqua di calce avanti seminarlo, spargerlo rado e
ricalcarlo; loda la coltivazione del trifoglio, e il rimutar di tempo
in tempo i prati in campo. Non toccherebbe dunque agli Inglesi la
scoperta della rotazione agraria. Di Domenico Maria Clarici anconitano
abbiamo la _Istoria e coltura delle piante che sono per il fiore più
riguardevoli e più distinte per ornare un giardino in tutto il tempo
dell’anno_ (Venezia 1726), con un copioso trattato degli agrumi.
Prima che Luigi XIV divulgasse per tutta Europa il tono e le foggie
di Francia, s’imitava Spagna nel bene e nel male, nella letteratura
come nel vestire. A Napoli predicavasi spesso in spagnuolo, in
spagnuolo recitavasi, di spagnolerie empivansi scritture, come
oggi di gallicismi, e il discorrere era pieno di _bacio le mani_,
_resti servita_, e _buglie_ e _convojare_ e _papelare_ e _montiera_
e _far provecio_ e _alboroto_ e simili. Chè è colpa antica e nuova
degl’Italiani l’adottare i difetti dei dominatori quand’anche gli
odiano o disprezzano, or le gonfiezze spagnuole, or i gingilli
francesi, or la pippa tedesca[158].
Qui sopra divisammo i costumi di Lombardia e del Regno. Firenze, che ci
si presentò con Cacciaguida sobria e pudica, poi massaja e operosa ne’
Comuni, poi colta e splendida sotto i primi duchi, può ancora offrirci
molti colori a incarnar il quadro degli usi d’allora; ed uno de’
cittadini d’antico taglio, notando sui registri di casa i fatti della
giornata, ci ritrae il mutamento operatosi sul dechino del secolo[159]:
«Concluso che era un parentado, gl’interessati dell’una e dell’altra
banda ne davano conto, o in persona alli più prossimi parenti, o per
mezzo di un servitore ai più lontani; poi per il giorno stabilito a
uscir fuori la fanciulla in abito di sposa, s’invitavano le parenti
sino in terzo grado ad accompagnarla alla messa, e nell’uscir di casa
s’incontrava alla porta una mano di giovani, che facevano il serraglio,
che era un rallegrarsi colla sposa de’ suoi contenti, e mostrare di non
volerla lasciare uscire se non dava loro qualcosa; al che rispondeva
la sposa con cortesia, e dava loro o anello o smanigli o cosa simile,
ed allora quello che aveva parlato ringraziava, e pigliava a servir la
sposa, con darle di braccio sino alla carrozza, o per tutta la strada
se s’andava a piedi, ed al ritorno a casa restavano a banchetto tutti i
parenti invitati, e quelli del serraglio erano licenziati. L’anello poi
si dava in altro giorno, nel quale si faceva una colazione grande di
confettura bianca, ed un festino di ballo, dove era sala capace, o pure
si giocava a giulè se era stagion da vegliare. Nel mettersi a tavola ai
banchetti, c’era un uomo in capo alla sala, che con una lista chiamava
per ordine di parentela ciascuno, che così senza confusione andava al
suo luogo, le donne da una banda e gli uomini dall’altra. Al banchetto
soleva comparire un mandato di quello che aveva parlato nel serraglio,
che riportava alla sposa in un bacile di fiori, o con guanti d’odore
il regalo che aveva avuto da lei; e lo sposo rimandava il bacile con
trenta, quaranta e fino sessanta e cento scudi, secondo le facoltà; che
servivano ad una cena, o in fare una mascherata, o altra festa.