CAPITOLO CLII.

Il Fuentes. L’Ossuna. Congiura del Bedmar. Masaniello.

Il più memorabile fra i governatori di Milano fu don Enrico de Azevedo

conte di Fuentes (1601-10). Superbo e dispettoso, pubblicamente

rimbrottava i magistrati; coll’immediato intervenire imbarazzava

l’amministrazione e la giustizia; infliggeva bastonate e galera senza

udir il senato, mentre salvava gravissimi malfattori; negl’impieghi

poneva i più striscianti, ma il dar gli stipendj considerava come un

favore, sicchè quei che non poteano averli coll’andargli a versi,

se ne rimpattavano col lasciarsi corrompere; regali non accettava,

ma valeasi a talento del denaro pubblico, e lasciava che i suoi

secretarj ricevessero e malversassero; per spie tenevasi informato di

ogni minuzia, ammetteva ognuno all’udienza, ma dopo le prime parole

interrompeva e rinviava insoddisfatti.

Volle accattar fama col costituirsi avversario al re più rinomato del

tempo, Enrico IV di Francia; dicea spesso morrebbe contento se morisse

guerreggiandolo; quando l’udì assassinato ne prese tal gioja, che,

ricevuto il corriere a mezzanotte, fece levar il confessore e tutti

i domestici per annunziare l’evento. Enrico IV aveva dovuto sostener

la guerra per condurre la pace; ed il Fuentes perpetuava la guerra

senz’altro titolo che di turbar la pace. Ebbe continuamente in piedi un

esercito fin di trentamila uomini, alimentati dai sudditi che doveano

darvi alloggio e una lira per uomo e due per cavallo. Ciò intitolavasi

prestito e anticipazione, per soddisfar al quale s’imponeva poi una

tassa, ed i sudditi doveano bensì pagarla ma non ricevevano alcuna

restituzione. Nel trattato di Lione colla Francia erasi posta la

clausola che il Fuentes non sarebbe obbligato a licenziar le truppe che

aveva in armi volendo adoprarle ad altre spedizioni: ond’egli con tale

esercito teneva in isgomento i vicini, mentre ripeteva solenni proteste

di pace, ingelosì il proprio re, che invano gli ordinò di mandare

quell’esercito ne’ Paesi Bassi: perchè i decurioni milanesi faceano

lamento delle nuove gravezze, e’ li cacciò prigioni; perchè il re lo

disapprovava d’aver usurpato le attribuzioni del senato coll’applicare

pene, rispose: — Voglio far a modo mio; e chi ne preferisce un altro,

può venir a prendere il mio posto, e lasciarmi tornar a casa».

Fondato sull’averla l’imperator Venceslao investita a Gian Galeazzo, il

Fuentes pretese togliere la Lunigiana al granduca, e spedì armi, mentre

lui e i marchesi di Malaspina citava alla camera di Milano perchè

rilasciassero quelle giurisdizioni. Il granduca rispose coll’armarsi,

e il Fuentes desistette. Però, dacchè Francia ebbe rinunziato a

Saluzzo, i politici conobbero che l’Italia rimaneva in arbitrio della

Spagna[68]; e il Fuentes volle profittarne subito coll’occupare il

marchesato del Finale, posto fra il Saluzzese e Genova, e che metteva

la Lombardia in comunicazione col mare, sicchè potrebbe avere truppe di

Spagna senza passare pei Grigioni o pei Veneziani. Già l’Albuquerque

avealo invaso nel 1571 durante una sollevazione, fingendo temere non

l’occupassero i Francesi; ma l’imperatore che n’era signor diretto, lo

ridomandò col patto di tenervi guarnigione tedesca. Ora possedendolo

l’ottagenario Alessandro Del Carretto, il Fuentes se lo prese con

Monaco e Novara, per quanto i principi esclamassero, e sovra tutti il

duca di Savoja che da un pezzo v’avea la gola.

All’estremità del lago di Como il Fuentes fabbricò un forte detto dal

nome suo, per dominar il passo verso i Grigioni, allora padroni della

Valtellina, e collegatisi colla Francia e con Venezia. Un altro ne

voleva munire a Soncino per intercidere la comunicazione fra Venezia

e gli Svizzeri; al tempo stesso che il vicerè di Napoli preparavasi

a fabbricarne uno a Longone, che avrebbe comandato a Portoferrajo

e a Livorno de’ Toscani, a Civitavecchia del papa, alla Corsica di

Genova; oltre che da un forte avanzato in mare imporrebbe agli Olandesi

ed Inglesi che frequentavano Livorno, ed agevolerebbe i tragitti di

Spagna in Italia. Insomma il Fuentes, dice il Boccalini, «più che al

governo de’ popoli, attese alla dannosa agricoltura di seminar gelosie

e piantar zizzanie»; ma lo scusa l’essere stato «in Italia un portento

non più veduto, officiale spagnuolo nemico del denaro»[69].

Gli fa riscontro don Pedro Tellez y Giron duca d’Ossuna, uno de’

signori della corte spagnuola più rinomati per vivacità ed ingegno.

Coi frizzi suoi disgustò Filippo III, il quale lo chiamava il gran

tamburo della monarchia; rimosso dalla Corte, guerreggiò in Fiandra,

dove Enrico IV dilettavasi dell’ingegno di lui, e Giacomo I di disputar

seco sulla lingua latina. Richiamato e colmo d’onori, persuase a

riconoscere l’indipendenza dell’Olanda, si oppose alla cacciata dei

Mori, ma questa tolleranza e alcune arguzie il posero in briga colla

santa Inquisizione. Cansatosene, fu mandato vicerè in Sicilia (1610).

Accorto, suntuoso, spirito forte, orditore d’intrighi e tessitore di

novità, disposto a valersi di tutta l’autorità concessagli e più, come

tutti di quel tempo, adoperava mezzi triviali a disegni giganteschi.

Teneva allegra la gente, spesso aperto il teatro, oltre le maschere,

il carnevale mandò fuori quattro carri di vino e di prosciutti e di

camangiari, che lasciò saccheggiar alla plebe: una volta ordinò che

_tutti_ gli abitanti di Palermo il giorno di carnasciale uscissero

in maschera; un’altra i magistrati di Messina e tradurre in ferri

a Palermo. Avendo fatto prendere e appiccare un prete delinquente

ricoveratosi in chiesa, l’arcivescovo lo dichiarò incorso nelle

censure, ed egli piantò la forca davanti alla porta del vescovado,

minacciandola a chiunque entrasse o uscisse, e fu forza assolverlo.

Represse i masnadieri e le correrie dei Turchi, rialzò le vecchie

fortificazioni, ed ebbe principal parte alle spedizioni del 1613 e 14,

in cui la Spagna si segnalò di vittorie: da cinquantamila Turchi fe

schiavi, liberò da diciassettemila Cristiani, delle prede usando gran

larghezza ai poveri.

Richiamato in Ispagna (1618), fu presto mandato vicerè a Napoli, e

venutovi con dodici galee, di cui tre eran sue particolari, e con

200 persone, nella sua prima grida diceva: — Fra gli altri disordini

sappiamo esser quello del disprezzo che si fa dalla nobiltà alla plebe,

donde l’odio di questa verso di quella, e detrimento alla tranquillità

pubblica. Particolarmente dispiace al popolo d’intendere alcuni nobili

e titolati servirsi, parlando del vulgo, della parola di _canaglia_.

Ciascuno stia nel suo dovere; il vulgo rispetti la nobiltà, e questa

si astenga di disprezzarlo... Come in questo regno sono molti gli

ecclesiastici e spesso infratellandosi e insinuandosi troppo con

secolari, dimenticano l’obbligo che devono al loro carattere, e si fan

lecito di parlare in pubblico con petulanza e arroganza di quelli,

a’ quali devono onore e rispetto, col pretesto di aver diritto a

censurare i vizj, sappiano che, essendo anch’essi sudditi al re,

avremo particolar cura che siano rispettati o castigati secondo si

comporteranno». Parole che fanno bel sentire ai vulghi.

Represse gli ecclesiastici che speculavano sui testamenti; cassò

una tassa, concessa ai Gesuiti, su ciascuna libbra di pane; impedì

s’impiantasse l’Inquisizione spagnuola sul continente. «Fece buttar

un bando, sotto pena della vita ai soldati, che niuno possa cacciar

fuori la spada per far briga; e di cinque anni di galera a chi quelli

spartisse, non essendo soldato»; e mandò alla forca due fratelli

soldati che per difendersi poser mano alle spade. In una festa si fa

tumulto? ed esso invia alla galera due litiganti: passando pel mercato,

ode il popolo lamentarsi d’un vinajo o d’un gabelliere? esso gli fa

dare cinquanta bastonate: un forzato gli grida che il suo aguzzino lo

tiene in ferri più del tempo prescritto? il vicerè fa sciogliere il

galeotto, e metter al suo posto l’aguzzino. Giustizia sommaria, che Dio

ce ne scampi.

Due ciarlatani spacciavano contravveleni; e l’Ossuna ordina che

entrambi prendano veleni, poi i loro antidoti; uno muore, quel che

sopravvive ha una collana d’oro e privilegi. Un cavadenti che gliene

ruppe uno in bocca, sentenziò alla galera. Una volta ad una commedia

soverchiando la calca, comanda escano tutti, pena cinque anni di galera

agli ignobili e cinque di relegazione ai nobili. In un ricevimento di

gran nobili s’introduce uno da meno, ed egli il fa prendere e bastonare

lì lì. Chiamavasi anche in camera gl’imputati, e con parole dolci

o con severe ne traeva confessioni, meglio che colla corda, dice il

cronista, e sopra quelle li condannava; se non riuscisse, dall’aguzzino

faceva applicar le bastonate in sua presenza. Poneva suoi creati in

uffizio nelle varie città, dove rubavano a man salva. Venuti quei

di Reggio a lamentarsi d’un Aledo che gli assassinava, li trattò di

vigliacchi e minacciò di galera perchè sparlassero d’un suo fidato;

talchè, sgomentati i popoli dal portar querele, «ad essi uffiziali

restò scala franca di potere assassinare li poveri popoli, e rubavano e

assassinavano impune il regno, tanto che non si può scrivere». Essendo

poi esso Aledo venuto a Napoli con ottantamila ducati e di molte

gioje, il duca gli disse: — Fanno di bisogno a S. M.», e spogliatolo

con beffarda giustizia, lo rimandò «all’officio a far peggio»[70]. Il

principe della Conca e il marchese di Campolattaro, da lui deputati a

visitar i castelli del regno, smunsero per proprio conto ducentomila

ducati, nè si pose mente ai reclami; anzi il Campolattaro, accusato

pure d’aver procurato l’uccisione d’un frate, fu spedito generale

contro i sollevati delle Fiandre. La costui moglie guadagnava ducati a

migliaja coll’impetrar favori a questo e a quello.

Una volta furono côlte galee turche cariche di zuccaro, che fu venduto

a un droghiere. Un turco, se lo liberassero, promise rivelare un gran

segreto, e fu che in quello zuccaro erano miste assai gioje e monete,

destinate al gransignore. Si arresta dunque il droghiere, per quanto

protestasse non aver nulla trovato; nè di liberarsi vide egli altro

modo che mandare alla Campolattaro una cedola di mille ducati. L’Ossuna

citatolo, mostrógli quella cedola, qual prova di sua reità, e per

quanto giurasse che i suoi aveano messo insieme quel denaro a gran

fatica, il fece metter alla corda, «ligato a un funicello nuovo, che

mentre stiede appeso, sempre voltò intorno; e persistendo tal tormento

per un’ora e mezzo, sempre invocando il nome della beata Vergine per

ajuto, nè dicendo altro alla interrogazione fattagli, fu disciolto e

liberato».

Numerosi corsero allora i processi di fatucchieria, fra cui citeremo

quest’uno. La baldracca d’un prete confessò a questo una malìa fatta

da donna Vittoria Mendoza perchè l’Ossuna non amasse altri che lei e

sua figlia e il genero; che di fatto erano saliti in grandissimo favore

ed orgoglio. L’Ossuna, uditone, fu da donna Vittoria, e col pugnale

la obbligò a confessare, indi riferì l’avvenuto alla propria moglie,

attribuendo tale scoperta alle orazioni di lei, la quale non rifiniva

di ringraziar Dio che avesse rotto cotesto fáscino. L’accusata però

era figlia del duca d’Alcala, moglie del duca d’Ozeda, in parentela

con grandi di Spagna; onde l’Ossuna, che del resto l’amava, non pensò

a punirla, eseguendo la legge sopra le altre streghe e loro mariti

(Zazzera).

Siffatte miserie erano intercalate da suntuosissime feste, perocchè

altrettante Corti s’aveano a Milano, a Palermo, a Napoli, con

ambasciadori, rappresentanze, fasto, protezione di lettere. A quella

del conte di Lemos, fu recitato il _Don Juan_ dello spagnuolo Tirso

de Molina, che tradotto in italiano, con una nostra compagnia passò

a Lione, città mezzo italiana, dove lo conobbe e imitò insignemente

Molière. Alla corte dell’Ossuna vivea Quevedo, specie di Voltaire tutto

arguzie e buon senso, col quale temperava la foga dell’Ossuna, a cui

serviva poi come ministro segreto in tutta Italia. Moltiplicavansi

dunque le rappresentazioni teatrali, e cavalcate splendidissime,

processioni solenni, corse sul mare, festini, mascherate, cuccagne,

giostre, tutto accompagnato da rinfreschi e confortini e ricchi

donativi; e spesse volte lasciavasi alla plebe e ai cavalieri da

saccheggiare l’apparecchio. Or dodici carri, allestiti ciascuno coi

più ghiotti manicaretti, da valere fin cinquecento ducati l’uno, son

disputati fra trecento uomini, nudi in calzoni e tinti di pece, e

saccomannati, «che fu quanto nuova che bella vista, e con molte grida

ed allegrezza del popolo»; or novanta dame vestite da Ischiote vengono

in palazzo a portar regali ciascuna, or s’imbandisce per diecimila

persone, e singolarmente «per venticinque cortegiane le più famose

di Napoli, servite regalissimamente; e volle S. E. andar a vedere e

burlare con loro». Talvolta era la viceregina che dava un ballo tutto

di signore, vestendole essa del suo; talaltra si rappresentavano

in quattro distanze della città le quattro stagioni con emblemi e i

frutti e le occupazioni da ciascuna. Qualora il vicerè o la viceregina

intervenissero a solennità, erano presentati di molti panieri di frutte

e confetture, ed essi le facevano gettar al popolo, il quale vi si

avventava «gran furia, non senza gravi pugni e calci, dandosi fra di

loro come cani arrabbiati, con gran riso di S. E. e delle dame»; e per

ravvivare quello spasso, S. E. buttava una collana d’oro fatta a pezzi,

o denaro. Tutto veniva ringalluzzito dal buffone del vicerè, che ora

da lui era vestito di toga per cuculiare la magistratura, ora eletto a

decidere di litigi ne’ quali alle grottesche sentenze non mancava mai

di soggiungere una buona mancia per sè.

Con ciò l’Ossuna blandiva la plebe; il suo stipendio divideva tra i

bisognosi, e spesso con propria borsa liberò imprigionati per debito;

ben ventisette baroni mandò a morte; abolì alquanti balzelli tediosi

al vulgo: colla propria spada tagliò la bilancia a un grascino, che sul

mercato pesava le civaje per tassarle, dicendo, — I frutti della terra

son dono di Dio e premio alle fatiche del povero». Pensate se i lazzari

lo portavano in palma di mano!

Frattanto nel cuor della pace soldava Francesi e Valloni e costruiva

navi; tenne ben venti galeoni grossi e altrettante galee, e sedicimila

soldati, e soccorse gli Austriaci in Lombardia e in Germania. Tutto ciò

senza vender nulla del patrimonio regio, ma con esazioni straordinarie;

levò prestiti forzati, staggì gli averi di negozianti forestieri,

alloggiò presso i privati le truppe, le quali rubavano a man salva

perfino gli arredi di chiesa; e si vantò d’aver vantaggiato l’entrata

di un milione e centomila ducati.

Questo, e le sterminate ricchezze, e le potenti parentele «gli fecero

sorgere gran libidine di regnare, non più come ministro d’un gran

re, ma come sovrano d’un gran regno» (Leti); e cercò intendersi coi

potentati d’Italia, massimamente con Carlo Emanuele, irrequietissimo

avversario dell’Austria, forse con Venezia, cogli Uscocchi, coi Turchi,

certo con Francia. Ma questa, per quanto volonteroso di turbar il

Napoletano, pare non gli abbia dato orecchio, forse perchè temeva non

giocasse a due mani.

Venezia era malvista dalla Spagna, non solo come emula vicina e

come repubblica, ma perchè, massimamente dopo la chiassosa sua lite

col papa, rappresentava l’opposizione, cioè le idee protestanti; si

mormorava desse appoggio agli Acattolici, trattasse coll’Olanda,

spedisse denari e munizioni ai Riformati nella guerra dei

Trent’anni[71]; onde l’ambasciadore spagnuolo concludeva: _Aut Roma,

aut Carthago delenda est_.

Uscocchi, che in illirico significa fuorusciti, si chiamavano i

cristiani che dalle provincie man mano invase dai Turchi, dalla

Croazia, dall’Albania, dalla Dalmazia, erano rifuggiti sulle coste meno

accessibili dell’Adriatico: molti aveano avuto ricetto da un Ungherese,

signore di Clissa, fortezza inespugnabile sopra Spalatro sulla costa

Dalmata; e di là correano addosso agli Ottomani, sinchè ne furono

snidati. Segna (_Zengh_), dentro al golfo del Quarnero, tra fondi

inaccessibili a navi grosse, era pretesa dagli Ungheresi e minacciata

dai Turchi; onde l’imperatore per conservarsela vi lasciò stanziare gli

Uscocchi. Quivi non potevano essi vivere che corseggiando, abilissimi

fra quell’andirivieni di isolotti e di seccagne; e dal prendere le

navi turche passarono a molestare anche le cristiane; e crescendosi

con quanti Italiani od Austriaci volessero esercitar il coraggio o

continuare i delitti, posero a sacco le città di Dalmazia, e si rideano

de’ legni armati a loro danno.

Il papa, altri potentati d’Italia e l’imperatore da gran tempo

querelavansi che Venezia avesse usurpato come proprio l’Adriatico,

anzichè lasciarlo libero a tutti i costieri; ma giacchè se ne

intitolava signora, lo tenesse almeno sbrattato: — Impedisca le

incessanti molestie ai sudditi nostri», intimavale il Turco: i

cavalieri di Malta e quei di Santo Stefano ne coglieano pretesto

di predar le navi veneziane, come rappresaglia. Venezia doleasi

all’imperatore Massimiliano; e questo impiccava sì qualche Uscocco, ma

le costoro braverie trovava opportune a reprimere i Turchi; onde tolse

a proteggerli alla scoperta, crescendo baldanza alle loro devastazioni;

e in guerra atroce gareggiavasi di supplizj come quando ognuno trovasi

per difesa ridotto a farsi giustizia da sè.

I Veneziani, non più sicuri nel proprio golfo, e pressati dalla Porta

a tor di mezzo que’ masnadieri, entrarono nel Friuli austriaco,

assediarono Gradisca (1617), demolirono varie borgate a mare,

coviglio de’ pirati, e si allearono colle Provincie Unite e col

duca di Monferrato nemici all’Austria. Era succeduto nel governo del

Milanese don Pier di Toledo, austero, subito al comandare, fiacco al

far eseguire; che tolse di carica il grancancelliere benchè nominato

dal re, nulla a questo badando allorchè ordinogli di ripristinarlo.

Ricco di coraggio non d’abilità, egli fu lieto d’un’occasione di

guerra, ed occupa Vercelli, mentre il vicerè Ossuna spinge sue galee

nell’Adriatico, e presi alquanti legni veneziani, ne mena trionfo (6

7bre), ed assume per divisa il cavallo col motto _Vittorioso in mare

e in terra_. La pace di Parigi mette in cheto le cose, restituendosi

le città all’Austria, che allora frenò gli Uscocchi, trasportandone la

più parte nel territorio di confine. Avrebbe essa dovuto rendere anche

le prese e pagare un grosso compenso, ma rimandava da oggi in domani,

e versava sopra il Toledo e l’Ossuna la colpa del non voler restituire

Vercelli e le galee, nè sbandare le truppe.

Infatti l’Ossuna, od Alfonso de la Cueva marchese di Bedmar

ambasciadore ispano a Venezia, fecero scrivere, probabilmente dal

Welser, uno _Squittinio della libertà veneta_, ingiuriosissimo a

Venezia: Paolo Sarpi, richiesto dalla Signoria a rispondervi, esso

sì caldo impugnatore di Roma, cagliò, onde si ricorse alle penne

dell’olandese Gross Winkd e del genovese Rafael della Torre. L’Ossuna

mostrava anche a Paolo V come i Veneziani non fossero da tenere per

cristiani, giacchè spesso aveano fatto pace e trattati coi Turchi,

cacciato i Gesuiti, avversato al papa, favoriti gli eretici di Francia

e d’Olanda.

Così invelenivansi gli umori e stavasi già in sospetti, quand’ecco il

consiglio dei Dieci fa arrestare ed uccidere alquanti stranieri. Che

è, che non è, il popolo, nel bujo di quelle arcane processure, bucina

che i presi e i morti sieno a centinaja; essersi scoperta una congiura,

diretta a mandare in fiamme la città, in rovina la repubblica, e

parteciparvi molta nobiltà: e perchè il marchese di Bedmar andossene

quei giorni dalla città, si presunse autore dell’ordita. Congetture

in aria, tanto più che colla Spagna non s’interruppero le relazioni,

e che la signoria non pubblicò veruna informazione, solo ordinando

ringraziamenti a Dio per la repubblica salvata.

Questo mistero pensate a quante ciancie diè luogo; gli sbizzarrimenti

de’ novellieri furono adottati dagli storici; e restò la credenza

che il duca d’Ossuna avesse tramato d’annichilare Venezia, mettervi

il fuoco, trucidare il doge e i senatori, occupare la terraferma;

intendersela a tal uopo con molti Francesi, col Toledo, col Bedmar;

già tutto esser sullo scocco, quando il caso o un traditore lo sventò.

I critici successivi non poterono venirne al chiaro: ma sembra che una

trama fosse in fatto sul telajo, opera di alcuni mercenarj sbanditi da

Francia al cessare delle guerre civili, e postisi al soldo di Venezia,

e massime di un Giacomo Pierre normando, uom di mano e pratichissimo

corsaro, il quale, per guadagnar compagni, prometteva ajuti dalla

Spagna: ma la cosa fu sul principio scoperta e sventata colla morte di

poche persone[72].

Ma la Spagna v’era implicata veramente? I Governi d’allora davano

orecchio e mano a chi tentasse nuocere ai loro nemici; e sembra

provato non fosse soltanto millanteria de’ congiurati l’appoggio

di essa, benchè la prudenza dei Dieci il dissimulasse onde evitare

una rottura. Il Bedmar passava per uno degli ingegni più aperti e

istrutti della Spagna, versatissimo nella storia, di modi gentili, di

larghi accorgimenti, sicchè rendevasi caro e stimato, e da Venezia fu

tolto per portarlo governator della Fiandra, e poco poi cardinale. Ma

l’Ossuna vedemmo come spiasse ogni via di pregiudicare Venezia, e come

si divincolasse per sottrarsi alla pace; anzi si lasciava intendere

di volerla fra poco diroccare; se poi con arti tali, io non l’oso

asserire.

Certo egli, arrischiandosi viepiù perchè aveva sposato una figlia al

figliuolo del duca di Lerma, ministro onnipotente di Filippo III, non

dissimulava le ambizioni, graziava condannati a morte, abbondava in

limosine e donativi, sorreggeva la plebe contro la nobiltà, blandiva

Giulio Genovino eletto del popolo, fazioso uomo che avrebbe côlto

volentieri il destro di fare man bassa sui nobili e ottenere al popolo

parità di privilegi.

Contro l’Ossuna esclamavano dunque i preti di cui non rispettava le

immunità, i nobili di cui reprimeva gli abusi, i pii che scandalezzava

coi disciolti costumi e cogli scherzi irreligiosi. I principi d’Italia

in gran sospetto domandavano fosse rimosso[73]: ma come averne ragione?

La Corte gli mandò l’ordine di disarmare, ed esso invece ingrossò

le truppe col pretesto d’una spedizione contro i Turchi; e poco

dopo fidandosi delle spagnuole, le sparpagliò nelle provincie e sul

littorale, e prese al soldo Francesi e Uscocchi. Udendo poi che la

Corte gli mandava un successore, disse: — Lo riceverò con ventimila

uomini»; e a sua moglie che gl’insinuava d’obbedire, gittò in faccia

un piatto d’argento: raddoppiò intrighi col maresciallo Lesdiguières

e con Carlo Emanuele; riconciliossi i nobili con cariche e doni,

i Gesuiti col confessarsi da loro, la ciurma col lasciare impuniti

i misfatti: alla Corte imperiale promise soccorrere con ventimila

fanti, duemila cavalli e due milioni in oro se gli fosse prorogato

il viceregno; a Madrid profondeva denaro e promesse, e mostrava il

pericolo di rimoverlo mentre raffittivano minaccie Venezia e il Turco;

avendo chiamato qui suo figlio colla sposa, li festeggiò senza misura,

messe fuori le gioje reali, si pose in capo la corona, e domandò ai

circostanti se ben gli stesse; ma il principe di Bisignano gli rispose:

— Sta bene, ma in fronte al re»[74].

Il cardinale Borgia, destinatogli successore (1621), dovette dunque di

sorpresa occupar Napoli; «nottetempo entrò in Castelnuovo; la mattina

si cominciarono a sparare tutte le artiglierie piccole e grosse, e

il duca si svegliò alla tempesta di tanti tiri, ed ebbe a morir di

dolore». Così l’agente del duca d’Urbino, che soggiunge: — Questo è uno

dei grandi matti che abbino mai governato questo regno... Si porterà

seco ducentomila ducati d’oro, senza quel che ha dissipato e dato

via...»[75]. Reduce a Madrid, il debole e corrotto Governo l’accolse

magnificamente e quasi in trionfo: ma cambiatisi quell’anno stesso re

e ministro, egli fu messo prigione[76] co’ segretarj e gli amici; in

un processo di tre anni i Siciliani deposero tanto bene di lui, quanto

male i Napoletani; infine s’intese ch’era cascato d’apoplessia. Suo

figlio, alcuni anni dopo, venne vicerè in Sicilia.

A questi incidenti teneva occhio e aggiungeva importanza la Francia, la

cui rivalità con Spagna fomentava i malumori, assicurando un appoggio

a chiunque si levasse contro di questa. E principalmente nel regno

di Napoli essa diede mano più volte a insurrezioni[77]; e nel 1644

il marchese Saint-Chaumont, ambasciatore pel Cristianissimo a Roma,

scriveva distesamente di trame a favor di un signore italiano, che

non voleva esser nominato se non al Richelieu, per tentare un colpo

sopra il Reame. «Da qualunque lato si guardi, sarebbe di vantaggio a

Francia, se non altro per darvi briga a’ suoi nemici, e impedire che ne

cavassero uomini e denari per conservazione degli altri Stati».

E di interni tumulti occasioni troppe offrivano l’improvvido governare

e l’inesplebile esigere; ma le chiassose dimostrazioni riuscivano

sempre ad un fine stesso, buone parole finchè il tumulto durava, poi

forca e galera. Sotto il Toledo vi fu sommossa contro il dazio sui

comestibili; e il Fucillo capopopolo, salito in palazzo a presentar le

domande, poco poi fu visto impiccato al balcone tra due fiaccole, e la

folla dispersa a bastonate. Sotto il primo duca d’Ossuna sollevossi la

plebe pel caro del pane, e incolpando l’eletto Gian Vincenzo Starace

d’essere d’accordo col vicerè, l’uccisero, e cavatogli il cuore e le

budella, queste e i brani del corpo sospesero per la città. Il vicerè

lasciò bollire quel furore promettendo; poi, animato anche dagli

esempj di papa Sisto V, fece arrestare i capipopolo, e fin trentasette

tanagliare, strascinare, squartare, cinquantotto messi in galera,

più di mille banditi; abbattuta la casa d’uno speziale che diceasi

sommovitore, ponendovi una colonna infame, attorno alla quale entro

nicchie ingraticolate le teste de’ principali. Anche nel 1584 avendo il

vicerè imposto un ducato per ogni botte di vino, frà Lupo cappuccino si

oppose risolutamente, eccitando il popolo, che di fatto non soffrì tale

aggravio.

E lamenti e badalucchi rinnovavansi ad ogni nuova imposta, e non

impedivano di stillarne sempre di nuove; e diceasi in proverbio

che il popolo di Napoli si governa con Farina, Forca, Festini.

Nel 1622 «il giorno dell’Epifania il cardinale vicerè era andato

all’arcivescovado... e la plebaccia infame, arrecandosi dal Governo

quello che gli viene da’ peccati suoi, non solamente maltrattò sua

signoria illustrissima di parole, ma minacciò fatti... Vedendosi

mancare il pane, prorompe in questi eccessi... Se quando si opposero

a quelle gabelle l’estate passata... ne avesse impiccati una dozzina,

e poichè non si trovarono i capi, zara a chi toccava, adesso non

ardirebbero di perdergli il rispetto... Il popolo, per cagion della

fame, si è tre volte sollevato questa settimana... sento che domani

si faccia giustizia di grosso numero di quelle persone tumultuose, e

particolarmente che se ne faccia morire una mano alla ruota; tormento

troppo spaventoso... Oltre all’essere mangiate in erba tutte le entrate

del re, e ridotto a tanta miseria il regno..., se qualche corpo di

entrata ci è rimasto non intaccato, è rimasto proprio perchè alla Corte

stessa non sarà bastato l’animo col suo braccio di cavarne sostanza

senza metterlo in rovina»[78].

Il cardinale quassù accennato era Gaspare Borgia di Candia, famoso

venditor di giustizia, ma che «si guardava bene da questa canaglia, che

sopporta ogni cosa eccetto la mancanza del pane, pel quale non stima

la vita»[79]. Il che, tradotto dal linguaggio diplomatico, significa

che la _vil plebe_, credendo aver diritto di vivere, pretendeva

a ragionevol prezzo il pane da quei che credeansi in diritto di

prefiggerne il valore; e per ciò e per la alterata moneta più volte

rumoreggiò. Le zannette, piccola moneta, erano ridotte dai tosatori a

tale che nessuno più voleva accettarle, nè tampoco a peso. Credette il

vicerè di provvedervi coll’abolirle; ma i banchi ne aveano per quattro

milioni e mezzo di ducati, moltissime i particolari, perciò trovaronsi

buttati in miseria, e non essendovi surrogato altro, ne rimaneva

impacciato ogni commercio: nuova cagione di tumulti.

Al succeduto vicerè cardinale Zappata, mentre passeggiava fuor di

città, s’accostò un povero con quattro pani in mano dicendo: — Vedete,

signore, che pane brutto mangiamo!» Il cardinale gli disse: — Va con

Dio, capo di popolo». L’uomo rispose arditamente che non era tale, e

il vicerè comandò d’arrestarlo: ma quello a strillare; infinito popolo

accorre «gridando in faccia al cardinale, — Ah zannettaro cornuto; e

con le sassate che piovevano sopra gli staffieri, fecero rilasciar il

prigione; e sua signoria illustrissima con la carrozza a volo se ne

tornò dentro»[80]. Per tali insulti furono carcerate trecento persone,

dieci condannate a morire sulla ruota, dopo tanagliate sopra carri

pei pubblici luoghi; i brani de’ loro cadaveri sospesi per le mura a

pascolo degli uccelli, e le teste entro gabbie di ferro sulle porte più

frequentate; sedici condannati al remo, sdruscite le case, benchè vi

stessero solo a pigione, tutti gli altri tormentati orribilmente, indi

prosciolti.

Quell’anno tutto durò la sollevazione, che raffittì nel febbrajo

seguente; e se «gli Spagnuoli non si facevano forti ai corpi di

guardia, si rinnovava il vespro siciliano»: nel marzo, tre insurrezioni

in una settimana: nel maggio di nuovo, e molte persone «della

plebaccia» furono messe alla ruota, tagliata la mano, bruciate le case.

La guerra di Valtellina, poi quelle di Genova, di Mantova, di

Catalogna, esigevano soccorsi, e i vicerè arrotavano or malfattori or

paesani, de’ quali ben di rado ne tornava a casa. Il conte d’Olivares

ordinò, anche in tempo di pace, si tenessero allestiti ventimila

fanti e cinquemila cavalli per accorrere dovunque fosse bisogno; col

che toglieva al paese di poterne dare quando il bisogno s’avverasse.

Principalmente viceregnando il marchese di Monterey si cavarono

dal Napoletano non solo per la Lombardia, ma per la Catalogna e la

Provenza, sin a quarantottomila pedoni e cinquemila cinquecento

cavalli, e un valore di tre milioni e mezzo di scudi, oltre il

fortificare tutto il regno per paura dei Francesi, e crescere la

squadra a sedici galee e ducentotto bocche di cannone.

Per bastare alle spese cumulavansi debiti; si staggivano le entrate che

vi avessero i forestieri, poi anche quelle de’ nazionali sopra rendite

fiscali; obbligavansi i Comuni a caricarsi di debiti; si vendeano terre

fin allora regie, benchè si opponessero anche colla forza. Mandato dal

vicerè Ponce de Leon per forzare i Comuni a soddisfare al dovuto, il

giudice della vicaria nè tampoco trovò letto ove corcarsi; ma ad uno

che gli mostrava la miseria e l’impossibilità di pagare, fu risposto: —

Vendano l’onor delle mogli e delle figliuole, e paghino».

A tali storpi era la più bella parte d’Italia. Invano si deputavano

preti e frati perchè in nome del Signore del cielo mitigassero quei

della terra; una risposta unica s’ottenea, le necessità della guerra.

Il duca d’Alba (1622) nel suo viceregno provò pesti, tremuoti, guerra;

pur «non mancò col suo valore andar incontro a’ Fati» (Giannone), e

«dimostrò l’animo suo magnanimo e generoso nelle feste per la natività

d’una figlia del re e per tosoni d’oro compartiti». Il surrogatogli

duca d’Alcala (1629) dovette impegnare i proprj argenti perchè la

Spagna tardò ad inviar le galee che il trasportassero; poi incalzato

per sempre nuove truppe all’infausta guerra di Lombardia, vendette le

giurisdizioni che ancor rimanevano, e che si opposero violentemente.

Il duca di Medina, che lasciò il suo nome a una porta, a una fontana

e ad un magnifico palazzo a Posilipo, smunse dal regno (1637) trenta

milioni di ducati, e quando fu chiamato a renderne conto, sostenne che

un vicerè non v’era obbligato, e vantavasi aver lasciato il paese in

guisa, che non vi avea quattro famiglie capaci di imbandire buon pasto.

Il prode Almirante di Castiglia, succedutogli (1644), trovando vuote

le casse ed esigente il Governo, dichiarò non reggergli il cuore di

veder un sì prezioso cristallo spezzarglisi nelle mani, ma alle sue

rimostranze fu risposto, andasse a regolare un chiostro di frati: e

cedette il posto a don Rodrigo Ponce de Leon duca d’Arcos (1646).

Intanto i Turchi infestavano le coste, i banditi le terre, i

gentiluomini la città con quotidiani duelli, e abbaruffate simili

a battaglie vere, don Ippolito di Costanzo e don Giuseppe Caraffa

sfidatisi uscirono alla campagna con oltre cinquecento seguaci

ciascuno. Si aggiungevano mali naturali; e il 1631 comete strane e

fuochi per l’aria, e un mostruoso parto, e sangue gemuto dagli altari

parvero preludere alle spaventose eruzioni del Vesuvio, le cui ceneri

furono spinte fin di là dell’Adriatico, e ai tremuoti della Calabria,

da cui rimasero distrutte molte terre e la città di Nicastro, colla

morte di diecimila persone. «Tutto ciò è un nulla (cominciò a predicare

il medico Sassonio) a petto di quanto sovrasta; e il regno e il mondo

tutto ne andrà a sobisso, il mare uscirà dal letto, pioveranno sassi, i

monti vomiteranno fiamme»; e talmente sbigottì, che molti abbandonarono

la patria.

Regnando Filippo IV, un legno carico di merci e di Cristiani riscattati

da Barberia, infettò di peste la Sicilia. Filiberto di Savoja ch’erane

vicerè, Giannettino Doria arcivescovo, la magistratura municipale,

diedero inutile opera a mitigarla; cresceva di peggio in peggio, finchè

qualche pio in una grotta del monte Pellegrino scoprì il corpo della

romita Rosalia. Parve miracolo, e a folla i cittadini arrampicavansi

su per quella deliziosissima pendice; la terra, l’acque, le pietruzze

della grotta divenivano reliquie; l’immagine della santa era affissa

per le case e le botteghe tutte; e mentre temeasi che la fatica e

il contatto esacerbassero la morìa, il conforto venutone certo la

alleggerì, forse la abbreviò.

Così si giunse fin al 1647, quando ogni cosa era sossopra; la Germania

sanguinava per la guerra dei Trent’anni; la Francia ergeva barricate

contro il suo re; l’Inghilterra un patibolo pel suo; in Levante

rincalorivano le ostilità dei Turchi contro Candia; in Ispagna il conte

duca d’Olivares fece assumere il titolo di Grande al suo povero re

Filippo IV, e voleva meritarglielo coll’acquistare nuovi paesi, al qual

uopo doveva ai popoli mozzar la libertà per ismungerli senza contrasti:

col che infellonì i Catalani che insorsero a rivendicare il diritto di

disporre di se stessi; perdette il Portogallo, acquistato sotto Filippo

II; de’ Paesi Bassi dovè riconoscere l’indipendenza.

Le rivoluzioni sono contagiose; e ricorrendo allora in Sicilia una

delle solite fami, se ne incolpava il vicerè Los Velez. Messina

grida pane, e il vicerè accorsovi (1647), colle forche insegna a

basire tacendo. Più seriamente a Palermo il popoletto attruppatosi,

assalì la casa del pretore (20 maggio), minacciandovi il fuoco: nulla

profittarono Teatini e Gesuiti, buttatisi fra’ tumultuanti fin col

santissimo e colla promessa del pane buonmercato e non più gabelle;

stracciati i registri; insultato agli esattori; sprigionati i debitori,

i masnadieri e i Turchi, si diede il sacco. Capo del tumulto un Antonio

Pilosa, ardito ad ammutinare, e insieme accorto a frenare e dirigersi

a un fine. I nobili usciti a cavallo sparnazzando buone parole,

indussero il vicerè ad abolir le gabelle sul vino, sulla farina,

sull’olio, sulla carne, sul formaggio; ma il popolo non fidandosi,

prese Francesco Ventimiglia, discendente dagli antichi Normanni, e il

proclamò re. Declinando il pericoloso onore, egli si offre conciliatore

fra il governo e la plebe, ma si prorompe alle armi; le corporazioni

degli artigiani, minacciati di saccheggio, mettonsi coi nobili e cogli

ecclesiastici, che tutti prendono le armi, reprimono gli ammutinati. Le

forche fecero il resto: ma più settimane durò il subuglio; e Giuseppe

Alesi battiloro, eletto capitano generale del popolo, tolti all’armeria

reale fucili e cannoni, assalta il palazzo, proponendosi di cacciar gli

Spagnuoli e mettere lo Stato a popolo. Il vicerè campò sulle galee;

i nobili, perchè immuni da molte gravezze, perchè attaccati alla

Corte da impieghi e da onori, perchè temevano disaumento ne’ fondi

che tenevano sulle pubbliche banche, si attestarono per comprimere i

ribelli; l’Alesi li chetò con promesse, talchè essi ed i magistrati

lo elessero sindaco perpetuo con duemila scudi annui. Egli se ne

gonfiò, procedeva fastoso in cocchio dorato, seguito da armigeri; onde

perdette l’opinione del vulgo che lo gridava corrotto, o intento solo

al vantaggio proprio, e ne motteggiava il lusso: sicchè i meglio stanti

ripigliano il sopravvento; Alesi, abbandonato da tutti, è trovato in

una fogna; e la sua con tredici altre teste sono portate in trionfo per

la città.

Sossopravano contemporaneamente altri paesi della Sicilia: ad

Agrigento il vescovo non si salvò che col dare ogni aver suo: a Messina

trascendevasi in onoranze agli Spagnuoli, per fare l’opposto dell’emula

Palermo, ma si domandava di levar le gabelle; pure i baroni riuscirono

a reprimere, e il vicerè tornato sicuro fece spianare le case de’

rivoltosi, e colla forca credette restituir vigore alla giustizia;

insieme mandava fuori una perdonanza generale, e promessa di abolire le

gabelle e stendere migliori regolamenti; ma da Spagna fu trovato troppo

morbido, ed egli sofferse tanti dispiaceri, che di crepacuore morì.

Il cardinale Teodoro Trivulzio, che, con coraggio e prudenza avea

già governato il Milanese, vennegli sostituito (17 9bre), e non che

ricoverare in castello, sbarcò in mezzo alla folla, che lusingata

di tal confidenza e dell’avere un vicerè italiano, lo accompagnò

festiva, gridando, — Pace e libro nuovo». Ed egli colle promesse e

coll’affabilità cattivò gli animi, mentre inesorabilmente puniva chi

ancora rialzasse il capo.

Di maggiori conseguenze tumulto si levò in Napoli. Il cardinale

Mazarino, allora ministro di Francia, ed erede dell’odio del Richelieu

contro Casa d’Austria, avea più volte tentato il regno delle Due

Sicilie, e nominatamente nel 1640 sperò sorprendere Napoli mediante

intelligenza col marchese d’Acaja; ma questo scoperto, fu dato al

carnefice. I Francesi s’accostarono sbravando fin alla spiaggia di

Ghiaja, ma furono respinti. Sei anni appresso, in occasione della

contesa col papa pei Barberini, il Mazarino preparò nuovo armamento a

Tolone, meditando fare una diversione dal Piemonte allora guerreggiato,

col procacciarsi qualche possesso nelle maremme di Siena, e fors’anche

ciuffare il regno di Napoli; ma per isminuire l’invidia di tanto

acquisto, ne designava re Tommaso di Savoja, che vi teneva partigiani,

e che prese il comando supremo della flotta (1646). Approdati con

dieci galee, trentacinque navi, settanta legni minori, seimila fanti di

sbarco e seicento cavalli, s’impadronirono del forte, delle saline di

Talamone, di Santo Stefano, e assediarono Orbitello.

Il vicerè di Napoli, cui competeva la difesa di quei forti, vi avea

spedito il prode Carlo della Gatta: le navi siciliane e spagnuole,

affrontate le francesi (14 giugno) nelle acque di Talamone, si nocquero

assai senza venir alle strette; ma nuovi rinforzi costrinsero i

Francesi a recedere, perdendo molte artiglierie e l’ammiraglio Brezé.

Una nuova spedizione sotto i marescialli La Migliaré e Plessis-Praslin

tolse Piombino al Lodovisi nipote del papa, poi Portolongone; riparato

così l’onore della Francia, e assicuratole un porto per isbarcare

quando volesse a danno di Napoli, contro la quale spingea navi e

tramava coi baroni malcontenti.

O lasciar prevalere i Francesi o far morire di fame i Napoletani, fu il

dilemma, a cui era ridotto il vicerè duca d’Arcos: il quale per salvar

l’onore della Spagna, dovette dal già esausto paese smungere nuovo

denaro, e costrinse il parlamento a decretargli un milione di ducati.

Non potevasi raccoglierlo che colle gabelle, ed essendo tutte vendute,

nè sapendosi quali altre inventarne, si ridestò quella sulle frutte,

odiosissima alla plebe, a cui quelle sono pascolo desideratissimo nel

caldo clima, e dalla natura profuse. Giulio Genovino, che trovammo

eletto del popolo e turcimanno dell’Ossuna, al cadere di costui

avea avuto condanna di carcere perpetuo in Orano; ma col mandare a

Filippo IV un modello in legno della fortezza del Pignone, ottenne la

libertà; e reso a Napoli, si vestì prete per trovarsi sicuro e meglio

pescare nel torbido. A tal uopo istigò alcuni frati a declamare contro

la gabella; metteansi fuori cartelloni, e specialmente uno ov’era

effigiata la Sicilia col motto evangelico, _Vi ho dato l’esempio; come

ho fatto io, fate voi pure_; e quando il vicerè passava, urlavasi, —

Abbasso la gabella.

Il giorno della Madonna del Carmine, la gioventù solea dar assalto ad

un castello di legno in piazza del Mercato, brandendo canne, e guidato

da capi. Uno di questi era Tommas’Aniello d’Amalfi[81], pesciajuolo

di venticinque anni, ridotto miserabile dacchè i gabellieri colsero

sua moglie con una calza di farina in contrabbando. Franco, vivace,

costui era conosciuto dai signori per le cui case portava la sua

mercanzia; più conosciuto dalla plebe, come avviene di chi mostrò

fierezza e vigore, sincerità e giustizia; e in lui si rimetteano

spesso le differenze, a lui chiedeansi pareri. Inizzato dal Genovino

e dai frati (1647), mentre colla sua banda munita di canne ed arpioni

passava dinanzi al palazzo, mostrarono ai signori di Corte le parti

che l’uomo nasconde. Un’altra volta un villano, che non aveva un

quattrino, e che sentivasi obbligato a pagar la gabella, butta per

terra e calpesta i fichi che avea recati; gli si leva rumore intorno;

chi raccoglie i frutti, chi ride, chi freme, tutti schiamazzano come

si schiamazza a Napoli, e Masaniello sopraggiunto coi ragazzi dalle

canne, difende il fruttajuolo, sbraveggia i dazieri, e che più non

si vuol tollerare quell’insolito aggravio. Il magistrato fugge, il

tumulto raffittisce, il popolo stringesi a Masaniello, e comincia,

come sempre, dal bruciare i registri e i banchi degli esattori, poi

si difila sul palazzo del vicerè, protestando devozione al sovrano,

ma scontentezza del mal governo. Sbigottito da quel fiotto di popolo

vasto e ruggente, il vicerè trova ragionevolissima la domanda: i

popolari vogliono tolga pure la gabella sulle farine, ed egli concede:

vogliono rintegri il privilegio di Carlo V, e poichè nella lunga

tolleranza n’aveano dimenticato il contenuto, vogliono averne in mano

l’originale; il governatore accorda tutto, e perdonanza generale, e una

pensione a Masaniello se acqueta il popolo. Masaniello nega separarsi

dai fratelli, e in poche ore trovatosi padrone della città, obbliga

ognuno a prendere le armi, scarcera i contrabbandieri e debitori del

fisco, cassa le gabelle, comanda a’ fornaj di fare la libbra di pane

di quarant’once per quattro grana; disarma i forti, lascia abbruciare

cento ridotti di giuoco, e i settanta casini e gli arnesi della

finanza, levandone però i ritratti del re che colloca sui canti tra

candele accese, gridandogli _Viva_ mentre ne sconoscevano l’autorità.

In simili occasioni tutti abbiamo veduto al popolo torvo e

minaccevole profondersi promesse e blandizie, inghiottendo l’ira per

rivomitargliela quando sarà intepidito e raccheto. Il vicerè, mentre

trattiene i lazzaroni palleggiando, fin cinque assassini manda contro

Masaniello; ma il popolo li trucida, e dal sangue passa al sangue,

e a sfogar vendette. — Il principe di Cellamare impinguò comprando

le gabelle che s’inventavano: a morte! — Il duca di Maddaloni non mi

pagava il pesce che gli portava a casa, e mi rispondeva insulti: a

morte! — Il principe Caraffa mi costrinse una volta a baciargli il

piede: glielo voglio troncare e mangiarmelo. — Morte ai masnadieri!

— morte a chi indossa il ferrajuolo, perchè può nascondere armi

proditorie! — morte a chi non espone l’immagine del re e di san

Gennaro!»

Masaniello operava con cuore e non senza senno; ma il prete Genovino

spingealo ad esagerazioni (1647), e ne rivelava i divisamenti al

vicerè. L’arcivescovo Filomarino, anch’egli come al solito assolveva,

benediva, salvava qualche innocente, e per suo interposto il

vicerè chiese a udienza Masaniello. Questi voleva andarvi in pure

brache e berretto da pescivendolo; ma il cardinale, fin minacciando

scomunicarlo, l’obbligò a mettersi un vestone di broccato e cappello

alla spagnuola, e i lazzaroni non finivano d’ammirare il loro eroe

rincivilito, che a cavallo, colla spada nuda si condusse al palazzo.

Prima d’entrare, egli rassicurò la moltitudine: — Io non ho operato

se non pel bene di tutti; e appena io vi abbia torni in libertà,

ripiglierò il mio mestiero senz’altro chiedervi che un’_Avemaria_ da

ciascuno nel punto di mia morte». E come tutti a grandi schiamazzi

gliel promisero, seguitò esortando non deponessero le armi se non dopo

conseguito l’intento: — Diffidate dei nobili; e se troppo io fossi

trattenuto in palazzo, buttatevi il fuoco».

Il vicerè gli usò quante cortesie la paura e la perfidia

suggerivangli; espresse meraviglia di trovar tanto accorgimento in un

pescivendolo ineducato; volea donargli una collana d’oro ch’e’ ricusò

replicatamente, solo accettandone una di poco valore in segno della

sua benemerenza; e lo chiamava «Figliuol mio», e «Per tuo merito oggi

il re può dire d’esser re». Masaniello di rimpatto gli toccò più volte

la barba, confortandolo a non aver paura; e poichè il popolo dubitando

di qualche violenza al suo capo, tumultuava, Masaniello fecesi al

balcone, e con mettere appena il dito alla bocca ottenne silenzio da

cinquantamila lazzaroni, e che tornassero a casa. Anche sua moglie si

presentò con un bambolo in collo alla signora d’Arcos, e le disse: —

Voi siete la viceregina delle popolane. Mio marito governerà il popolo,

e il vostro gli Spagnuoli».

Si proseguirono le conferenze, e il trattato (1647) conchiuso fra il

vicerè e il «capo del fedelissimo popolo della fedelissima città»

fu letto alla porta del duomo[82], spiegandolo Masaniello punto

per punto a quella ciurma, indi fu giurato sul vangelo e sul sangue

di san Gennaro. Masaniello v’accompagnò un’arringa, dove alle cose

assennate ne mescolò di pazze; encomiò la condiscendenza del vicerè e

l’animo pacifico dell’arcivescovo; poi voleva colà stesso levarsi di

dosso quella incomoda vestitura per ripigliare le sue braghesse e il

cappello da lazzaro. Non che cercasse levarsi in istato, egli vantavasi

anzi della povertà: qualche volta, arringando il popolo, calavasi i

calzoni per mostrare il dorso scarnato e il ventre vuoto, in segno

della sobrietà conservata anche fra quell’abbondanza. Ai cavalieri

che venivano per corteggiarlo, intima: — Via di qua, che non voglio

altra compagnia che di scalzi com’io sono». Una volta l’araldo, fra gli

altri viva in cui si sfogano le plebi sollevate, intonò anche — Viva

Masaniello», ed egli inscurito, afferratogli il ciuffo, glielo tagliò

colla spada, minacciandolo di peggio se gridasse altro che — Viva il

re e il fedelissimo popolo di Napoli». Un plebeo gli si accosta, e

— Non ti fidare se prima non hai in mano le chiavi del Castello»; ed

egli, preso un mazzo di chiavi, glielo maneggia sulle spalle, dicendo:

— To’; queste son le chiavi di Sant’Elmo». Uno mascherato gli susurra

all’orecchio: «Parmi che la fortuna t’apparecchi una nobilissima

corona»; ma egli: — Che di’ tu? altra corona io non cerco che quella

della Madonna; altro non desidero che di sgravare la città dalle

gabelle. Sono pover uomo, e serbato che avrò il paese al re, tornerò a

pescare».

Hanno bel volerne fare un eroe gli adulatori del vulgo: costui era

popolo co’ suoi difetti e le sue qualità; misto bizzarro, non però

singolare, di vanità e dabbenaggine, di coraggio e pusillanimità; non

elevatosi ad altra idea che di pagar poco, avere il pane buonmercato,

e impetrar giustizia e miglioramenti dal re. All’arcivescovo chiedeva:

— Eccellenza, sarò arrotato? Eccellenza, un gran peccatore son io, e

voglio confessarmi. Per me non dimando covelle: finito quest’affare,

torno a vender pesce». Ma eretto dalla plebe, nulla poteva negar alla

plebe: permessi alcuni supplizj, prese la passione del sangue e del

largire col denaro altrui e del decretar monumenti come un re. Piantava

tribunale in piazza, ascoltando le accuse; e per lo più dalla sola

fisonomia giudicava; e lì a fianco stava il patibolo, unica pena che

infliggesse il disumanato pescivendolo; poi su e giù a rompicollo per

Napoli, urtando del cavallo e ferendo, or accipigliato e minaccevole,

or gettando zecchini a manciate, e affogava nel vino il poco cervello

che gli era rimasto. Vedendolo operare da demente, fu detto che

il vicerè l’avesse con tossici dissennato[83]. Se ne stomacano i

savj; gliene vuol più bene la plebaglia: ma il fatale Genovino gli

tiene addosso gli occhi, e nel convento del Carmine ov’era andato a

confessarsi, i sicarj del Governo riescono a trucidarlo. Il popolo, che

jeri l’aveva idolatrato, oggi lo strascina a vitupero; ma al domani,

vedendo i fornaj tornar il pane a ventiquattr’once, gliene rinasce

l’amore, e piange e schiamazza, e gli fa esequie che re mai non ebbe,

cioè il pianto di ottantamila cittadini; gli onori dell’armi gli

sono renduti da quegli stessi che l’aveano ammazzato, e quarantamila

soldati, coi tamburi scordati e l’armi a rovescio, trascinando nel

fango le bandiere, ne accompagnarono fra campane e cannoni la bara,

dov’era portato sotto un panno ricamato a corone e palme, colla spada

e il bastone di generale; quattromila preti e frati celebrarono per

l’anima di lui; poi si attestò che il capo riattaccato al busto mosse

gli occhi e parlò; che la sua mano strinse un rosario e diede la

benedizione: in una settimana pescivendolo, tribuno, re, strapazzato,

santificato.

Quell’assassinio non chetò la rivolta, che anzi in tutte le

provincie la plebe si ribella ai baroni; in Cassano contro il

principe dell’Ajerto; a Salerno, ad Avellino contro i Sanseverino; a

Serracapriola, a Procida, ad Ischia contro i Del Vasto; a Celano contro

i Piccolomini; a Carniola contro il principe di Stigliano; a Nardò

contro un Conversano della casa Acquaviva, detto il Guercio di Puglia,

che riuscito superiore, gli autori della sommossa mandò tutti al

supplizio senza rispetto a grado o dignità; un vecchio di settant’anni

fece impiccare pel piede; ventiquattro canonici archibugiare, poi

le loro teste collocare coi berretti sugli stalli del coro[84]; e

abbattute le case, e confiscati i beni pel valore di diecimila ducati,

e altre sevizie di cui restò fin oggi popolare l’esecrazione. Tutto

l’Abruzzo, tutta Calabria erano in armi; guaj agli appaltatori od

esattori dei dazj! guaj ai ricchi in generale; distruggeansi i mulini,

le case, uccideasi a furore; le sopite fazioni rinasceano per aggiunger

olio al fuoco; in Eboli un partito fingendo volersi riconciliare con

l’altro, ne trucidò tutte le famiglie.

Napoli stessa era in uno scompiglio che mai il peggiore. L’abolizione

delle gabelle riduceva a miseria migliaja di famiglie che le aveano

comprate, e di cui erano l’unica rendita: poi oggi tutte le donne

faceano ressa al monte di pietà per riaverne i pegni; domani gli

studenti chiedeano s’attenuasse il prezzo delle lauree; poi i pitocchi

davano l’assalto ai Certosini pretendendo li frodassero delle limosine;

altri ai forni e ai dogli: or plebejamente si applaude, or plebejamente

s’accusa: tratto tratto si conciliano paci, ma i _ministri del

demonio_ insospettiscono i popolani, e tornasi alle ire, al sangue, al

saccheggiare, all’incendiare[85]. Dal primo bisogno di pane passavasi

poi a qualche veduta più alta; e mentre l’Arcos tentava eludere i

privilegi concessi per la paura, il popolo pretende che le concessioni

non fossero chiare abbastanza; chiarite, domanda altre; esige che il

popolo abbia eguali voti della nobiltà; comincia a declamare contro

gli Spagnuoli e ammazzare quanti ne incontra; vuol avere in sua mano

Francesco Toratto principe di Massa, che per gli eccellenti servizj

prestati a Taragona avea avuto premj, poi n’era stato frodato, sicchè

tenevasi in broncio cogli Spagnuoli: viene creato capitano del popolo,

e impetra più larghe condizioni; ma le provincie domandano quel che

ottenne la capitale; tutti allettati da quella lusinghiera idea di non

pagare più gabelle.

Don Giovanni d’Austria, figlio naturale di Filippo IV e

grand’ammiraglio di Spagna, giovane di diciott’anni, spedito con grossi

navigli ma pochissime munizioni a restaurar la fortuna spagnuola in

Italia, accorse colla flotta davanti a Napoli (8bre). Arcos chiama

in castello i primarj popolani sotto finta di parlamento, e li tiene

ostaggi, e di lassù bombarda la città mentre il secondano le navi;

talchè alfine si capitola, e il popolo depone le armi. Era un gran

pezzo che Napoli non vedeva alcuno dei suoi reali; onde festeggiò

clamorosamente don Giovanni che rabbonisce e promette: ma Arcos,

temendo non si volesse per costui mezzo ottenere l’indipendenza,

istillò sospetti nel giovane eroe per disamorarlo del popolo; poi

quando la città si fu racqueta, ecco le truppe scendono in ordine dai

castelli, mentre da questi s’avventano palle e bombe. Il furore spinge

alla difesa i Napoletani traditi; resistono, ammazzano, rincacciano;

non potendo i soldati venirne a capo in quel labirinto di vie

abbarrate, Arcos chiede l’interposizione del cardinale Filomarino; e

questo nega, indignato d’essersi veduto stromento all’iniquo sterminio

del suo gregge[86] (1647). Il popolo, convertito lo sbigottimento in

furore e la quistione fiscale in politica, manda fuori que’ soliti

manifesti ove si giura morte alla nobiltà, e s’invita il mondo in ajuto

della giustizia; inalbera bandiera rossa; morte a chiunque parli di

pace; morte pure a chi propone di buttarsi in braccio alla Francia.

Il principe di Massa ne animava il valore e ne dirigeva le difese, ma

coll’esitanza di chi sostiene una causa in cui non confida; e perchè

cercava di riconciliare o trar in lungo, perde la confidenza, è ucciso,

appiccato, e il cuor suo spedito alla moglie. Allora si grida capitano

Gennaro Annese, archibugiere coraggioso e, per odio ai nobili più

che al re, repubblicante. Egli cercò trar le provincie al medesimo

sentimento; e le più avendo aderito, cominciò guerra civile contro i

baroni, empiendosi il regno di grida, di furti, di atrocità.

Il vicerè aveva invitato tutti i baroni del regno ad accorrere alla

capitale e difendere la causa comune; e raccolte masnade, vennero in

fatti i duchi di Montesarchi, di Salsa, di Conversano, e principalmente

il principe Caraffa di Maddaloni. Costui, a sedici anni capo di

gran famiglia e possessore di fortuna principesca, si abbandonò alle

consuetudini e al temperamento: con amori chiassosi, chiassosi duelli

e molte uccisioni guadagnossi reputazione di gentiluomo compito:

teneva la casa piena di bravi, pronti a mettersi ad ogni sbaraglio

per difendere od offendere, insultar la legge, frodar la finanza,

fare stare i birri e soprusare la plebe. Col fratello don Giuseppe e

colle famiglie San Felice e Liguori tiranneggiavano i contorni del

borgo dei Vergini, come i Caracciolo di Santobuono, i Minutolo, i

Capecelatro molestavano le vicinanze di San Giovanni di Carbonara,

altri altrove. Giuseppe Caraffa in pochi giorni per malumore fece

uccidere tre persone e due ferire gravemente; Diomede rompere la

testa a un mercante perchè era in urto con un altro suo protetto. Il

Monterey, risoluto di reprimere esso duca di Maddaloni, che allora

aveva appena vent’anni, mandò cento soldati per arrestarlo in una sua

villa a Posilipo; ma avvertito egli fuggì: onde si lanciò contro di

lui un mandato d’arresto, furongli imposte multe, messi soldati nelle

case e nei feudi di lui ed a sue spese; e si computa che in pochi anni

dovesse pagare centomila ducati. Eppure fedelissimo al dover feudale,

servì all’Austria nella guerra dei Trent’anni, in quella di Urbano VIII

menò otto compagnie di suoi vassalli per Maddaloni, dieci per Arienzo,

sei per Cerreto; e passava per un de’ migliori nobili; cavaliere d’alto

fare, splendido, liberale; piede di casa, servitù, carrozze, cavalli,

barche, tutto da gran signore; e diceva che, come i re hanno la ragion

di Stato, così i nobili hanno la ragion di famiglia.

Masaniello guardavalo con odio particolare, onde nella prima

sollevazione gli furono bruciati i magnifici palazzi, ucciso il

fratello e altri parenti; ed egli buttatosi alla campagna, fu de’ primi

che osteggiasse Napoli, nè mai desistè. Per opera di lui e degli altri

baroni erano intercetti i viveri alla città e provveduti i castelli;

di modo che le milizie regolari e il nome regio prevalsero. Allora

Napoli, ridotta all’estremo, ed essendosi invano esibita al papa come

ad alto signore del reame, pensò ricorrere a quella Francia che dianzi

aveva esecrata, e i cui ambasciatori aveano soffiato in quel fuoco per

nuocere alla Spagna. Vero è che i Napoletani non voleano sottoporsi ad

essa, ma esserne ajutati a farsi repubblica: repubblica coll’ajuto di

un re.

Enrico duca di Guisa, di altissima famiglia francese e discendente

dai principi d’Angiò antichi signori di Napoli, condannato di maestà,

poi assolto, e rinomato per galanterie, era allora venuto a Roma per

far cassare il suo matrimonio onde sposare una civettuola. Colà lo

incontrarono alcuni pescivendoli andativi con titolo di ambasciatori;

e bello, manieroso, ricco e prode quanto i ribelli s’immaginano

facilmente, lo guardarono come inviato da Dio, e lo sollecitarono a

liberare il loro paese. Tra per vanità propria e per gratificare a

Francia egli accetta, e sfolgora vanti e promesse: promesse e vanti

fanno i deputati della _real repubblica_ di Napoli, e che vi troverebbe

censettantamila fanti in tutto punto, assai cavalli e munizioni, e

tre in quattro milioni, oltre gioje e metalli. Ma egli arriva con non

più di ventidue persone, compresi i deputati napoletani e la servitù,

pochissimi denari tolti a usura, e qualche barile di polvere, e trova

null’altro che coraggio e disordine. Ma che importa? gl’insorgenti si

brigano essi mai coll’aritmetica? la gioja va al colmo; si ripigliano

gli assalti contra gli Spagnuoli che possedono i castelli e mezza la

città; si rincacciano i nobili dalla campagna.

Intanto il Guisa, gridato «generale della serenissima reale repubblica

di Napoli», con fortunati successi rallegrò la città[87], estese

emissarj per tutto il regno; trasse anche molti nobili nel partito

popolano (1648); e se avesse lealmente proclamato una repubblica, alla

quale partecipassero anche le altre provincie del regno e i cittadini

coi nobili, forse si sbarbicava la dominazione spagnuola. Ma, a tacere

le sue ambizioni, egli molestava colla solita pecca de’ Francesi,

il tentar le donne; reprimeva fin colla morte lo sparlare[88]; e mal

soffriva d’avere per eguale Gennaro Annese, che a vicenda non voleva

lui per superiore, e che sdegnavasi perchè mai non nominasse il

promesso senato.

Pure il coraggio cresce all’entusiasmo quando scoprono la flotta

francese; e benedicono a Francia: Francia monarchica che viene a

stabilire una repubblica in Italia. Se quei ventinove ben provvisti

vascelli di guerra, comandati dal duca di Richelieu pronipote del

cardinale, avessero assalito la sguarnita flotta spagnuola, certo la

sconfiggevano: ma il duca non fece che deporre qualche munizione,

e voltò di bordo, perocchè il Mazarino, che nulla rincoravasi del

leggero cervello del Guisa, non sentivasi d’impegnare la Francia in

una guerra. Al qual Mazarino il duca scriveva: — Ben ho a dolermi

d’essere abbandonato dalla vostra protezione nel maggior mio

occorrente. Arrischiai la vita sul mare; trassi dalla nostra quasi

tutte le provincie del regno; ho mantenuto la guerra per quattro mesi

senza polvere nè danari, e rimesso all’obbedienza un popolo affamato,

senz’avergli potuto dare in tutto questo tempo più che due giorni di

pane; sfuggii cento volte alla morte, minacciatami e col veleno e colle

rivolte. Tutti mi hanno tradito, i miei stessi domestici pei primi;

l’armata navale non è comparsa che per iscreditarmi appresso il popolo.

Ma quello che più mi accora è l’essersi fatta entrare madamigella

Ponts donna mia in un altro monastero da quello ov’io l’avea pregata di

ritirarsi. Era l’unica ricompensa ch’io pretendessi alle mie fatiche,

senza la quale nè di fortuna, nè di grandezze, nè tampoco della vita

fo conto; disperato rinunzio ad ogni sentimento d’onore e d’ambizione,

nè penso che di morire per non sopravvivere ad un crepacuore che mi fa

perdere il riposo e la ragione»[89].

Arcos aveva ricevuto dalla Spagna piena potenza di trattare e

concedere; il re ordinavagli, _Ajustareis todas las causas de manera

que esos mis subditos recivan la mayor satisfacion que posible, y

sean defendidos y mantenidos en la paz y justicia que les deseo y

devo administrar_; egli ripeteva amnistie le più ampie: ma poichè

conoscevasi odiato da amici e da nemici quale causa di questi mali,

fu richiamato (1648 aprile) e datone la patente al conte d’Ognate.

Questi con denari e con promesse di perdono e di concessioni divide

i rivoltosi, inimica al popolo le cappe nere, e tratto per astuzia il

Guisa fuor della città, la occupa; secondato dall’Anese e dagli altri

capipopolo, i quali s’accorgevano che la rivolta non facea se non

convalidar la nobiltà, e che gli consegnarono la chiave del Torrione

del Carmine, ove furono trovate perfin le corrispondenze del Guisa.

Allora tutto sonò di viva alla Spagna[90], come dianzi di bestemmie;

la quiete tornò, e si rimisero ai mestieri quelli che aveano preferito

viver di baccano; il Guisa, fuggendo travestito, fu preso e tradotto

in Ispagna; sol dopo qualche anno, per intercessione di principi, fu

liberato; e la rivoluzione finì come tutte quelle dove il valore e il

furore non son guidati dalla prudenza.

Se Francia voleva diroccare l’emula, quello era il momento di far

uno sforzo; ma i soccorsi che il Guisa avea caldamente sollecitati

arrivarono quando l’ardore popolano era sbollito. Allora, come

sempre, si credette che il primo fremito della sconfitta sarebbe un

buon appoggio alla riscossa; e il Mazarino, conoscendo che quello

era «l’affare più importante che si potesse concepire»[91], cercò

riaccendere il fuoco, ma non risolveva se far repubblica, o mettervi

un re temperato e amico di Francia. Tornò gli occhi su Tommaso di

Savoja, a un cui figlio avea sposata sua nipote Olimpia Mancini; e gli

somministrò bella armata e truppe di sbarco, cui si unì una caterva

di fuorusciti, che menavano gli stranieri contro la patria, e agli

stranieri promettevano una sollevazione paesana per favorirli: ma

nessuno essendosi mosso, respinto dai regj, egli dovette ritirarsi; e

Piombino e Portolongone furono recuperati dagli Spagnuoli.

Questi presero allora a incrudelire, quanto più avevano nella paura

condisceso; decollarono l’Anese, sebbene si fosse fatto traditore per

essi (1653); appiccarono i migliori de’ suoi compagni; tesserono di

que’ turpi processi che sogliono disonorare ogni ripristinazione; bandi

e confische colpirono chi colla fuga erasi sottratto alla forca; e

intere famiglie rimasero schiantate, molti ammazzati compendiosamente;

alfine il boja stesso fu appiccato, convinto d’aver ricevuto denaro per

far penare di più gli sciagurati. Quello stesso Diomede Caraffa, ch’era

stato caporione della causa regia, sotto altri pretesti fu colpito di

grave tassa, poi in prigione, indi trasferito in Ispagna, ove morì.

I briganti che più non poteano trovar soldo dai signori, costretti

a tenersi ne’ boschi, vi morivano d’inedia e di disagio. Il rigore

dell’Ognate parve eccessivo fin alla Corte, che gli surrogò il conte di

Castrillo.

A quella rivoluzione aveano preso parte molti pittori, o ne furono

vittime. Il Falcone, per vendicare un parente uccisogli da un soldato

spagnuolo, formò la compagnia della Morte aggregandovi la più parte

de’ suoi colleghi e scolari, Coppola, Porpora, Micco, Spadaro, il Po,

il Mastuzzo, i due Fracanzano, Cadagora, Vacari padre e figlio. Altri

la immortalarono coi dipinti, come Salvator Rosa, Spartaro, Giuliano

Finelli scultore di Carrara, Francesco Francanzano[92], il quale poi ne

tentò un’altra; ma scoperto, ebbe, per grazia dell’Ognate, invece della

forca, il veleno.

Don Giovanni d’Austria nella capitolazione, oltre il pieno indulto

delle colpe di maestà, e anche di qualunque delitto ordinario commesso

durante la turbolenza, sebbene i rei fossero già in carcere e in

galera, e sebbene non avessero la remissione della parte offesa,

aboliva tutte le gabelle: stolta esagerazione, la quale gettava sul

lastrico migliaja di famiglie che le aveano comprate. Furono dunque

ristabilite e ordinate meglio, assegnando la parte che competerebbe

alla cassa militare.

Ma anche molti nobili erano fuggiaschi o in bando, altri stavano di

pessima voglia, e guatavano verso Francia[93]; e dopo che Enrico di

Guisa ebbe ricuperata la libertà (1654), lo sollecitavano a ritentar

la ventura. Il Mazarino lasciò che allestisse una spedizione a proprio

conto, promettendo assisterlo nel caso riuscisse. Egli, fatto denaro

in ogni modo, veleggia di Provenza con sette vascelli grossi, quindici

mercantili, sei galee, sei tartane, ma molte ne perde nel tragitto.

Sebbene intanto il vicerè Castrillo si fosse atteggiato a difesa, e

avesse promesso perdono a chi ben si comporterebbe, il Guisa sbarca

a Castellamare (9bre), e se poteva accelerarsi, occupava Napoli;

ma sprovvisto di viveri, non secondato come credeva, aborrito dai

contadini a cui spalle doveva vivere, egli fu costretto rientrare in

Francia con quei che gli rimanevano, dopo aver saccheggiato la piazza.

E la Spagna gettò di nuovo su questo scompiglio il suo manto, ricamato

a stemmi e foderato di spine.

Alla Spagna n’era venuto profitto per l’abbattimento dell’aristocrazia,

fosse nelle stragi fattene dal popolo, fosse poi nel punire; e

d’allora cominciò a sminuir la ricchezza delle famiglie e perdersene

l’influenza, e molte spagnuole si introdussero nei sedili. La Spagna

poteva dire d’essere omai libera nella dominazione napoletana, eppure

non la migliorò. Nel 1658 per la nascita d’un erede del trono si

chiese un donativo di trecencinquantamila ducati, parola dimentica dal

48 in poi: per trovarli si pose la tassa sul pane, e si cominciò la

cantilena d’inventare gabelle, venderle, inventarne di nuove. I banditi

ricomparvero, e i falsi monetieri, e i ladri nelle vie della città; i

feudatarj, perduta l’autorità del resistere, ricuperarono l’arbitrio

del soprusare.

La peste (1656) (giunta quasi perpetua ai mali di questo secolo pomposo

e sciagurato) imperversava in Sardegna; pure il vicerè di Napoli per le

_necessità della guerra_ ne traeva milizie, e con esse l’infezione. Ben

potè egli proibire che contagio si dicesse, e il male infierì in città

affollata e sudicia, sicchè migliaja al giorno morivano; campi interi

e le cave delle pietre furono colmate di cadaveri; i galeotti turchi

obbligati all’uffizio di sepoltori, e quando essi pure mancarono, i

cadaveri insepolti nuove morti cagionavano. Si sperò salvezza da suor

Orsola Benincasa, morta testè in odore di santa; e non che cassette,

ma barili si empirono di monete, offerte per alzare un monastero alle

sue monache. Poi il popolo incolpava gli Spagnuoli di spargere veleni e

unti, e che perciò morissero più vulgari che ricchi; dappertutto vedeva

avvelenatori e polveri; e molti scannò a furore, altri processati,

come un Vittorio Angelucci, reo d’altre colpe, ma offerto vittima al

pregiudizio. Il morbo diffondeasi nella provincia, passava a Genova,

che all’interruzione dei traffici preferì questa terribile eventualità;

passava a Roma, ove pure fu creduto manifattura degli Spagnuoli, per

punire il papa d’aver ricevuto l’ambasciatore del sollevato Portogallo.

Insomma il vulgo attribuiva la peste fisica a quelli che n’erano

veramente la peste morale.

Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15) · 第 6 / 22 题