CAPITOLO CLIII.

Guerra della Valtellina. Successione di Mantova e del Monferrato. Il

Mazarino.

Tanto basta a conoscere gli umori de’ governanti di Spagna, e quella

amministrazione, di nulla occupantesi meno che del bene de’ popoli;

mentre tutta Italia, impotente di sè, trovavasi sbolzonata tra Francia

e Spagna, quella rivoluzionaria per interesse, questa conservatrice

materiale, «tutta gentilezza, tutta complimenti nelle apparenze, ma

a chi ben guardi, tutta superbia, tutta avarizia, tutta crudeltà. Le

mani, sproporzionatamente lunghe, distende per tutto ove meglio le

torna conto, senza discernere l’amico dal nemico, lo straniero dal

parente. Atta a dominare schiavi, incapace di governare uomini liberi,

non è mai temibile tanto come allora che, colla corona in mano, tu la

vedi trattare vezzi, pieni di pretesti di religione e di santa carità

verso il dilettissimo prossimo».

Così l’arguto Trajano Boccalini, il quale altrove scrive: — Se l’Italia

volesse considerare diligentemente quale sia quella pace di ch’ella

forse si vanta, conoscerebbe ch’ella deve altrettanto dolersi di questo

ozioso veleno che la consuma, quanto nella sovversione e nella fiamma

aperta delle guerre altrui va commiserando i danni degli amici». Egli

medesimo introduce Francia a dire alla Spagna: — Con quella libertà che

è propria della mia natura, voglio dirvi che l’impresa di soggiogare

tutta Italia non è negozio così piano, come veggo che voi vi siete dato

a credere. Poichè, quand’io ebbi li medesimi capricci, con mie rovine

grandissime mi sono chiarita, che gl’Italiani sono una razza d’uomini,

che sempre stanno con l’occhio aperto per escirvi di mano, e che mai si

domesticano sotto la servitù di stranieri. E sebbene come astutissimi

facilmente si trasformino ne’ costumi denominanti, nell’intimo del

cuor loro servano vivissimo l’odio antico. E gran mercadanti della

loro servitù, la trafficano con tanti artifizj, che, con essersi

posti in dosso un paro di brachesse alla sivigliana, forzano voi a

credere siano divenuti buoni Spagnuoli, e noi con un gran collaro di

Cambrai, perfetti Francesi; ma quando altri vogliono venir al ristretto

del negozio, mostrano più denti che non n’hanno cinquanta mazzi di

seghe»[94].

Tutti gl’interessi e le passioni vennero a complicarsi in due imprese

che lungamente esercitarono diplomatici e guerrieri; la sollevazione

della Valtellina e la successione del Monferrato.

Narrammo (Cap. CXLVIII) come la riforma religiosa fosse penetrata nella

Valtellina, e quali le conseguenze. Essa valle, cogli annessi contadi

di Bormio e di Chiavenna, avea formato parte del ducato di Milano, fin

quando i duchi furono costretti cederli ai Grigioni. Di tal perdita

non sapeano darsi pace gli Austriaci, poichè, la valle allungandosi da

settentrione a mezzodì fra la Lombardia e il Tirolo, e fiancheggiandola

i Grigioni a destra e il Veneto a sinistra, opportunissima l’avrebbero

avuta a tragittar le truppe dalla Germania in Italia e viceversa,

mentre torrebbe alle francesi di passare nel Veneto. Per questi

tragitti di truppe Venezia, Spagna, Francia, Savoja aveano rimescolato

incessantemente il paese stesso de’ Grigioni, intrigando e comprando le

famiglie dei Pianta e dei Salis, corifee di due contrarj partiti.

I Grigioni aveano stipulata col Milanese una convenzione di buon

vicinato e libero il transito delle merci dirette a loro, purchè essi

non lasciasser l’esercito nemico varcare al ducato di Milano. Ma quando

prevalsero i Salis fautori di Francia, trassero ad una lega (1603) con

Enrico IV difensiva e offensiva, dove nessuna eccezione faceasi a favor

del Milanese. Se ne indignarono gli Spagnuoli; e il governatore conte

di Fuentes mandò minacciarli; e vedendosi poco ascoltato, fabbricò

un forte appunto ove la Valtellina e la valle di Chiavenna sboccano

al lago di Como; sicchè di là poteva co’ suoi cannoni impedire e gli

eserciti e le merci della Rezia, singolarmente il grano che questa

trae dalla Lombardia. Ai reclami de’ Grigioni egli non badò, tanto

meno dacchè tenne per nuova onta la loro lega coi Veneziani. Questa

scadeva nel 1615, e i Veneziani mandarono a Coira per rinnovarla: ma

gli attraversavano da una parte Francia, volendo da se sola dipendenti

i Grigioni; l’Austria dall’altra per umiliare i Veneziani, che allora

astiava per la guerra degli Uscocchi. Ma i Protestanti, a cui capo

Ercole Salis, caldeggiavano gl’interessi veneti per avversione alla

cattolica Spagna, e levato rumore (1618) cacciarono e l’ambasciadore

francese e gli austrizzanti, e gridando alla corruzione, alla

superstizione, piantarono un feroce tribunale (_Strafgericht_) che

processò, bandì, multò, uccise gli avversarj, come tali contando gli

zelanti Cattolici, e fra questi Nicolò Rusca, veneratissimo arciprete

di Sondrio nella Valtellina (tom. X, pag. 571).

Questa suddita indoloriva viepiù dal malessere dei padroni; e a tacere

la sfacciataggine con cui i magistrati, che aveano compro all’asta

le cariche, se ne rifaceano col vendere la giustizia, dai dissensi

religiosi erano esacerbati gli animi. Perocchè quei che venivano a

governarla dal paese de’ Grigioni, per lo più calvinisti, favorivano ai

loro religionarj, de’ Cattolici turbavano le coscienze, il culto collo

specioso titolo della libertà; le persecuzioni portavano riazioni; ai

supplizj si rispondeva coi coltelli, finchè i Valtellinesi ordirono ed

effettuarono un macello universale de’ Protestanti (1620 luglio).

Il duca di Feria governatore di Milano, avutane contezza, lusingava

di pronti soccorsi l’insurrezione; scoppiata che fu, esitò ad entrare

nella valle, prevedendo sarebbe favilla di vastissimo incendio. Di

fatto i Grigioni armarono per ripigliarsi le loro suddite; corsero

proclami, accuse, giustificazioni, recriminazioni; la risolutezza

degl’insorti inanimì i principi cattolici a sostenerli; l’imperatore

armò ai confini tirolesi, Spagna ai milanesi; e si cominciò guerra che

molti anni fu prolungata. I Grigioni rioccuparono la valle, ma tutti

gli sforzi esterni erano elisi dall’intestino cozzarsi tra Cattolici e

Protestanti. I primi avendo avuto la peggio, e trovandosi perseguitati

ed espulsi, ricorsero agli Austriaci, i quali invasero il paese

Grigione, e restituirono il sopravvento alla parte cattolica, che, col

solito abuso delle riazioni, spense la libertà. I natìi poco tardarono

a riscuotersi, e insorti cacciarono gli Austriaci che non potevano

trucidare. Accorsero questi per vendicarsi; e se fossero riusciti a

fissare il piede nella Rezia e congiungerla col Tirolo, «poteva dirsi

stretto il laccio al respiro e alla libertà d’Italia» (Nani). E ne

fu ad un punto, atteso che la Francia avea dato mano sin alla fazione

austriaca, per quanto Venezia le intonasse come guasterebbe i proprj

interessi col lasciare la Valtellina alla Spagna, che così avrebbe

escluso perpetuamente gli eserciti francesi dall’Italia, e assicuratovi

il passaggio a’ suoi. La ragione valse a combinare una lega (1622)

fra la signoria veneta, il re di Francia e il duca di Savoja; e si

fecero sonare tanto alto que’ paroloni d’indipendenza degli Stati

e d’equilibrio scomposto, che fu preso il compenso di consegnare le

fortezze della valle ai papalini. Acconcio viemeno risolutivo dacchè

morì Gregorio XV, che forse meditava farne un appannaggio pe’ Ludovisi

suoi nipoti, e Urbano VIII mostravasi disposto a qualunque accordo coi

Grigioni (1623), purchè salva la religione cattolica in Valtellina.

Di ciò mal s’acquetava la Francia, e in Avignone raccolse a congresso i

ministri di Venezia, Savoja, Inghilterra, Olanda, Danimarca ed altri,

col titolo di reprimere le trascendenze dell’Austria. Il risultato

fu che Richelieu, ministro onnipotente di Luigi XIII, affidò un

esercito al marchese di Cœuvres, il quale, ricantando liberazione e

indipendenza, trasse le leghe Grigie a giurare la pristina alleanza, e

occupò la Valtellina, senza che i papalini facessero ostacolo. Accorse

il duca di Feria a chiudergli il varco pel Milanese, e costruttori

genovesi oppose ai costruttori veneziani, che al Cœuvres aveano

preparato una flottiglia sul lago di Como. Alcun tempo continuarono le

fazioni, sin quando (1626), nella pace di Monson (pag. 71) tra Spagna e

Francia, si convenne la Valtellina tornasse ai Grigioni, ai patti che

godeva nel 1617; sola religione permettendovi la cattolica. Spiacque

ai Valtellini il rimettersi a una servitù da cui si erano con braccio

forte riscossi; spiacque ai signori di Francia l’abbandono della valle

che aveano assunta in protezione; spiacque al papa si fosse stipulato

senza sua saputa; spiacque ai Grigioni la restrizione imposta; e alla

pace seguì un fremer d’armi universale, complicato dal tentativo che

dicemmo del duca di Savoja contro Genova, e dalla guerra di Mantova.

Abbiamo veduto (tom. VII, pag. 407) Luigi Gonzaga sottentrare ai

Bonaccolsi nella signoria di Mantova col titolo di capitano: Giovan

Francesco nel 1433 ottenne il titolo di marchese dall’imperatore

Sigismondo, e di vicario perpetuo, il che equivaleva alla sovranità.

I successori mantennero la fama di buoni guerrieri, e formato un

corpo di valorosi, lo prestavano a chi pagasse (1484). Francesco II

stabilì una razza di cavalli, che furono ricercati lungo tempo anche in

Inghilterra: combattè col papa, con Francia, con Venezia, della quale

comandava già gli eserciti alla battaglia di Fornovo; poi contro di

essa nella lega di Cambrai: e caduto prigioniero, smise le armi, e si

ritirò a governare in pace il suo paese. Terzo suo genito fu quel don

Ferrante Gonzaga che più volte nominammo; il primogenito Federico II

succedutogli (1519), ottenne che Carlo V nel 1530 ergesse il paese in

ducato, aggiuntavi la signoria di Guastalla[95].

Finita con Giovan Giorgio la stirpe dei Paleologhi (1533), il

Monferrato era conteso fra il duca di Savoja, il marchese di Saluzzo, e

questo Federico Gonzaga, qual marito di Margherita, nipote dell’ultimo

duca. Carlo V, che come di feudo imperiale pretendeva disporne,

onde evitare l’incremento della Casa di Savoja, sentenziò a favore

de’ Gonzaga (1536), i quali così stettero marchesi del Monferrato

per quasi un secolo, fin quando Francesco IV, sposo a Margherita

figlia di Carlo Emanuele I di Savoja, non lasciò altro discendente

(1612) che Maria fanciulla di tre anni. Il cardinale Ferdinando zio

di lei ne prese la tutela, poi anche il titolo di duca di Mantova:

ma al Monferrato aspirava Carlo Emanuele con ragioni feudali per se

stesso, o come a feudo femminino per sua nipote, con una soprassoma

smisurata di dote e di compensi. La realtà si è che quella provincia

pingue, padrona del Po, e a due passi da Torino, gli veniva d’estrema

convenienza: ma altrettanta fermezza mettevano a contendergliela gli

Spagnuoli, conoscendola troppo vicina a Milano, pericolosa in mano di

quell’irrequietissimo, per la fortezza di Casale, la più importante

d’Italia dopo Palmanova. Per quanto ogni prudente sconsigliasse

Carlo Emanuele da un’impresa che capovolgerebbe tutta Italia, e a

lui avverserebbe e Francia e Spagna, egli vi si ostinò, tessè molte

ritortole, impedì tutti i proposti accomodamenti, e senza compassione

per altrui nè timore per sè, minacciava, gridava voler assicurare

l’italica libertà, ormai sopra lui solo appoggiata.

Poichè le pratiche colla Spagna non valsero, e il duca di Lerma

gl’intimò «Obbedisca», egli, trovandosi truppe veterane, e denaro onde

arrolare Svizzeri e Borgognoni, sorprende il Monferrato mentre stava

sicuro nella pace e nella protezione di Spagna, occupa Trino, Alba,

Moncalvo (1613), con crudeltà e prepotenze da nemico.

La questione, che pareva semplice, implicava anche allora l’eterna

disputa sulla preponderanza straniera in Italia. Il papa ripeteva

pace, pace; i Veneziani e il granduca sorreggevano Ferdinando Gonzaga,

adombrando degl’incrementi di Spagna; altrettanto faceva il re di

Francia, che, mentre dissuadeva Savoja da un’impresa che metteva a

repentaglio la pubblica quiete, spediva a sostenere i Gonzaghi un loro

parente. Perocchè Luigi, terzogenito di Federico II, nel 1565 sposando

Enrichetta di Clèves erede del ducato di Nevers, era divenuto stipite

dei Gonzaga di Nevers e Réthel; coi talenti e col valore acquistò nome;

e sebbene Sully lo celii perchè «facea la campagna d’inverno entro una

buona carrozza col manicotto per riparare le mani dal freddo», prese

viva parte nelle guerre di religione, e lasciò memorie importanti su

quel tempo. Carlo, costui figlio, spedito a soccorrere il parente, si

gettò in Casale.

Il granduca invia truppe, denaro ai Veneziani; l’imperatore Mattia

ordina al Savojardo che desista dalla usurpazione, se no lo metterà

al bando; Spagna fa dal governatore di Milano assalire il Piemonte,

e sbarcare truppe condotte dallo stesso figlio di lui Filiberto

ammiraglio. Ma nè esortazioni nè minaccie svoltano Carlo Emanuele, che

sparpaglia manifesti e messi, blandisce o strapazza gli ambasciadori:

«risoluto (scrive uno storico) d’ardere l’Italia purchè restassero

le reliquie e le ceneri al suo profitto; gonfio d’ambizione e

caldo di sdegno, se vedeva l’armi spagnuole a fronte, minacciava di

tirarsi l’armi francesi nel seno; se il pontefice l’ammoniva alla

quiete, protestava d’inondare la provincia d’eretici; se i Veneziani

soccorrevano Ferdinando, bravava di commovere i Turchi e di spingere

nell’Adriatico corsari stranieri». Intanto egli muove mezzo mondo;

gli uni lusinga col gran nome d’Italia, altri inizza colle gelosie e

coll’avidità; cede quando si trova alle strette, ma subito ripiglia

le pretensioni, proclama insaziabile l’avidità degli Spagnuoli,

mentre questi lui denunziano ambizioso, e intollerabile sovvertitore

dell’italica quiete; anzichè sottomettersi ad atto che implichi

umiliazione, egli si rassegna a veder guasti i territorj e i sudditi

dalle armi e dall’epidemia.

Allora si fissarono gli occhi in esso come nella speranza nazionale;

«tutta Italia (scrive il vendereccio Siri) prorompeva colla penna e

colla lingua in encomj e panegirici al nome di Carlo, e in affetti

di giubilo e in applausi d’aver ravvivato nella sua persona l’antico

valore latino; augurandogli la corona del divenire un giorno il

redentore della franchezza d’Italia e il restauratore della sua

grandezza»[96]; il poeta Marini confortava Venezia a non far pace

colla Spagna, ma tenersi unita a quel duca per francare l’Italia

dal giogo straniero; il Chiabrera lo celebrava dell’aver «chiuse a

nemico piè l’Alpi nevose»; Fulvio Testi faceva che l’Italia, dopo

descritti i proprj guaj, si confortasse che egli farebbe degli strazj

di lei giusta vendetta, e lo sollecitava a rompere gl’indugi, e

compire la grand’opera; al che taluno, in nome di Carlo, rispondeva,

s’assicurasse, che la sua politica e il suo ferro sarebbero sempre

rivolti a conforto d’Italia[97]. Il Tassoni scriveva le _Filippiche_

contro la Spagna, flagellando la nobiltà italiana «infettata da empj

e servili pensieri», e tale che «se anche il Turco venisse in Italia,

li troverebbe in gran parte suoi seguaci, più avidi d’assoggettarsi

che non gli stranieri di riceverli in soggezione», giacchè «la servitù

straniera tutti biasimano, ma tutti adorano, chi per ambizione, chi per

avarizia, chi per timore»; e gli esortava ad unirsi a Carlo Emanuele

e scuotere il giogo, come aveano fatto i nobili del Belgio e della

Germania[98]. Nessuno fu ascoltato; nè la nazione nè gli altri principi

operarono all’indipendenza.

Osteggiavansi allora gl’Imperiali e i Veneziani a cagione degli

Uscocchi; e i due rami austriaci di Spagna e di Germania parendo

accordarsi a sottomettere affatto l’Italia, spingeano le galee del

duca d’Ossuna e gli Uscocchi a infestare le marine di Nizza non meno

che le adriache. Premeva dunque a Venezia che Mantova non cadesse agli

Austriaci, i quali così la circonderebbero; laonde l’abate Scaglia,

astuto ministro dell’astuto Carlo Emanuele, potè ottenere da essa,

non manifesti soccorsi, ma sussidj; Francia stessa alfine si chiarì

pel Savojardo; e le spade famose del maresciallo Lesdiguières e di

Carlo compromettevano l’onor militare della Spagna. Pure, col trattato

di Pavia, mediato dal Cristianissimo, a Ferdinando furono assicurate

Mantova e il Monferrato; Carlo Emanuele, non che acquistasse nulla,

a fatica ricuperò la toltagli Vercelli; bensì crebbe in bellica

riputazione come quegli che con poche forze avea fronteggiato gli

Austriaci; tanto che i Boemi, ribellati a questi, pensarono chiamarlo

al loro trono.

Ma le successioni vacanti doveano essere per un secolo la desolazione

dell’Italia. A Ferdinando di Mantova, che avea sposato Caterina sorella

del granduca, succede Vincenzo II suo fratello (1620-27), cardinale

anch’esso, e che anch’esso, pochi mesi dopo, muore senza figli: ultimo

del ramo primogenito di una stirpe che allor allora aveva dato una

sposa a Ferdinando II, una a Ferdinando III imperatori, una al re di

Polonia. I vizj degli ultimi Gonzaghi gli aveano disonorati[99]; pure

Mantova nella sua indipendenza avea goduto d’una prosperità, di cui più

non si dimenticò[100], massime atteso i mali che allora le piombarono a

ridosso. Perocchè subito sorsero pretendenti al Monferrato Maria nipote

di Vincenzo, la costui sorella Margherita duchessa vedova di Lorena e

Carlo Emanuele; al Mantovano, Ferrante Gonzaga principe di Guastalla, e

più Carlo di Nevers, che nuovi titoli si procaccia collo sposare Maria,

unica che dicemmo superstite del ramo estinto.

Tutti si allestiscono di congiure, di protezioni, di denaro. Il

conte duca Olivares, arbitro della politica spagnuola, propendeva

a riconoscere il legittimo erede di Mantova; quando il Cordova, che

provvisoriamente governava il Milanese e, come fanno questi soldati,

desiderava rimanervi col mostrarsi necessario, fece visto alla Corte

di Madrid quanto nocerebbe l’assettarvisi in due posizioni militari

capitalissime un principe vassallo di Francia, che questa avrebbe

introdotto di nuovo in Italia dopo mezzo secolo d’esclusione; e

n’avesse ordini o no, tentò sorprendere Mantova, ma invano.

Più di tutti s’infervora Carlo Emanuele, che ricampa le pretensioni

sue, e mentre testè cospirava contro Spagna per carpire il Genovesato

e spartirlo coi Francesi, adesso s’accorda di spartire il Monferrato

cogli Spagnuoli. L’imperatore, desideroso di fare uno smacco alla

Francia, trae in campo la sua alta sovranità, e pretende che il

Nevers rimetta in lui i suoi titoli. Il papa, sebbene chiamasse Carlo

«difensore della libertà italiana» e l’esortasse a fare da sé[101],

doveva tenere carezzato l’imperatore, in grazia delle guerre religiose

che allora imperversavano in Germania; i Veneziani, che aveano appena

racconcio l’affare degli Uscocchi, non osavano contrariarlo: ma

il Nevers si risolve alla difesa, e munisce validamente Mantova e

Casale; e impegnando il suo patrimonio, compra dodicimila fanti, mille

cinquecento cavalli di Francia.

L’importanza di Savoja fu posta in evidenza dalla gara con cui

Francia, Venezia, Spagna ne sollecitavano l’alleanza. Prevalsero gli

Spagnuoli; e il duca, ritortosi contro l’esercito che di Francia

calava (1629), al colle dell’Agnello lo sconfigge e disperde. Il

Cordova, proclamando il bene dei popoli, il desiderio di liberarli

dalla tirannia, e baje siffatte sempre ripetute, sempre mentite e pur

sempre credute, con ottomila fanti e duemila cinquecento cavalli entra

nel Monferrato e assedia Casale. I Monferrini, benvolti ai prischi

padroni e addestrati alle battaglie ne’ tumulti precedenti, resistono

intrepidi; i casalaschi sostengono l’assedio, in modo che il Cordova

è obbligato impegnar quivi tutto il suo esercito, lasciando che Carlo

Emanuele occupi non solo Trino e gli altri paesi a lui predestinati, ma

anche taluni devoluti alla Spagna, e dissimulare per paura che colui

non voltasse casacca. Di fatto il duca ascoltava proposizioni di qua

e di là, e forse mandava vittovaglie ai Casalaschi, mal gradendo che

quella fortezza venisse in mano degli Spagnuoli: «sicchè le campagne

di Casale, destinate da don Gonzalo per Campidoglio de’ suoi trionfi,

servirono di tomba per sepellirvi la sua reputazione e quella delle

armi spagnuole».

Quando di Spagna gli fu mandato lo scambio, il popolo milanese lo

congedò a torsi di cavoli; e la guerra, e incidentemente il governo

della Lombardia, furono affidati ad Ambrogio Spinola (n. 1569).

Quest’illustre genovese, invogliato delle imprese che udiva compiersi

da Italiani in Fiandra, era ito a combattervi; e fatto generale di

Spagna, col credito e coi denari proprj raccolse molti venturieri

anche italiani; dopo mirabile assedio ch’era costato centomila vite,

prese Ostenda e la fortissima Breda; insegnò a sostituire galee alle

navi da vela, colle quali meditava anche uno sbarco in Inghilterra; e

parve degno di stare a fronte al maggior generale d’allora, Maurizio di

Nassau: se non che questi difendeva la libertà, egli la osteggiava. Ma

tanta gloria venne a logorarsi sotto Casale: e benchè vi portasse due

milioni in denaro e poteri amplissimi sin di pace e guerra, sì bene lo

trovò difeso dal marchese di Thoiras, che addolorato da questo primo

sinistro delle sue armi, morì.

Luigi XIII aveva prodigato promesse al Nevers; e dacchè ebbe

faticosamente preso la Roccella, ultima fortezza che rimanesse a’

Protestanti, scese in persona pel Monginevra onde allargar Casale,

mentre Nevers e i Veneziani irrompevano nel Milanese; e Carlo Emanuele,

sconfitto a Susa, dovette di nuovo lasciare ai Francesi questa chiave

d’Italia.

Esso duca teneva già le terre che cogli Spagnuoli avea pattuito;

laonde, non restandogli altro a sperarne, porse ascolto a Richelieu,

che tra lui, Venezia e Mantova combinò una lega per francheggiare

l’indipendenza italiana; il papa presterebbe ottocento cavalli, duemila

il Cristianissimo, mille ducento Venezia, seicento Mantova, e ciascuno

il decuplo di fanti; fu sin detto che Carlo Emanuele se la intendesse

col famoso generale tedesco Waldstein, per tentare d’accordo una mossa

che desse l’ultimo tuffo a Casa d’Austria.

Aveva egli appena conchiuso, che ripigliò dispetto coi Francesi, i

quali, fortificando Pinerolo, mostravano intenzione di radicarsi là

donde gli avea divelti Emanuele Filiberto; lamentavasi di non avere col

loro mezzo potuto ciuffarsi nè il Monferrato nè Genova, e negò il passo

agli eserciti loro. Insomma, sentendo che e Spagnuoli e Francesi aveano

bisogno di lui, a quegli e a questi perfidiava; prometteva agli uni di

vittovagliare Casale, prometteva agli altri di trovare pretesti a non

farlo; da Avigliana minacciava abbarrare i passi al Richelieu, dal Po

minacciava irrompere nel Milanese: ma quell’interminabile scaccheggiare

gli tornò a danno. Perocchè Richelieu, in arnese di cavaliero, e avendo

a’ suoi comandi i marescialli di Bassompierre, di Crequi, di Chomberg,

varca la Dora, e ad Avigliana lo sconfigge (1630).

La successione di Mantova e del Monferrato implicava dunque tutta

Europa, atteso l’incremento o la depressione che ne verrebbe a Casa

d’Austria. Correva stagione che ai Cattolici sarebbe importato di

tenersi uniti per far fronte ai Protestanti nella guerra che poi fu

intitolata dei Trent’anni. La durata di questa portò in Germania una

trasformazione della milizia; e poichè la feudalità non apprestava

soldati per lunghe imprese, si reclutavano da una nuova specie di

capitani di ventura, forniti di denaro dai principi. V’entravano prima

valletti (_bübe_), poi scudieri (_knappe_), sinchè formavano una lancia

(_lanzknecht_), donde il nome di Lanzicnecchi. Ogni loro devozione era

pel capitano, non pell’imperatore che nè li pagava nè li ricompensava;

e dello scarso e incerto soldo rifaceansi col rubare ad amici non

men che a nemici; spirata la capitolazione, per privilegio imperiale

poteano mendicare, spigolando come veterani se alcuna cosa avessero

lasciato indietro come soldati.

Ferdinando II imperatore, che di sue vittorie andava unicamente

debitore alla Lega Cattolica, della quale era capo il duca di Baviera

e braccio il Tilly, avrebbe voluto un esercito proprio, ma gliene

mancavano i mezzi; quando glieli offerse Alberto Waldstein, povero

gentiluomo boemo, che a Padova aveva studiato astrologia sotto

l’Argoli, combattè nell’Ungheria sotto il celebre Basta mantovano,

nella Boemia, nel Friuli, nella guerra degli Uscocchi, poi di nuovo

in Ungheria sotto il napoletano Girolamo Caraffa di Montenegro,

e fatto potente, nelle stelle credette leggersi pronosticata una

suprema grandezza. Ed a questa unicamente egli mirava, non a vantaggi

dell’imperatore e della Chiesa: gli studj occulti davangli del

misterioso; e raccolto a proprie spese un grosso di Lanzicnecchi d’ogni

nazione e d’ogni culto, che teneasi affezionati col saccheggio di tutta

Germania, ed innalzato duca di Friedland, divenne arbitro dell’Impero.

Molti Italiani militavano sotto di esso, Torquato Conti, Belgiojoso,

Savelli, Collalto, Aldobrandini, Ernesto e Raimondo Montecuccoli,

Piccolomini, Strozzi, Diodati, Serbelloni, Colloredo, Galasso, Isolani,

che poi si arricchirono coi dominj strappati ai ribelli di Boemia:

da artisti italiani, e specialmente da Giovan Pieroni architetto e

da Baccio del Bianco pittore, fece erigere e ornare i suoi palazzi: e

speciale stima avea de’ soldati e degli ufficiali napoletani che seco

militarono, quali Orsini, Caraffa, d’Avalos, Caracciolo, Brancani,

Toraldo, Tuttovilla, Liguori.

A lui i Protestanti opposero Gustavo Adolfo re di Svezia, che rialzata

la costoro fortuna in Germania, bravava di voler scendere sull’Italia,

Attila novello[102]. Versava dunque in grave pericolo il cattolicismo;

eppure la politica prevaleva al sentimento religioso, preparavasi

guerra al papa, e Francia ed Austria osteggiavansi mortalmente per un

paese che nè dell’una era nè dell’altra. Il conte duca Olivares grida

che nell’affare di Mantova va della dignità della corona ispanica:

Ferdinando II rimugina i diritti storici su Roma, vuole rivedere

l’acquisto di Urbino, e — Sono cent’anni che Roma fu saccheggiata, ed

oggi si troverà più ricca d’allora»; a Vienna ripetevasi: — Mostreremo

agli Italiani che c’è ancora un imperatore; andiamo ad aggiustare le

partite con essi».

I fatti secondavano le parole; poichè Carlo di Savoja sperando

incremento, salutava col titolo d’altezza il Waldstein, al quale

Ferdinando promise la marca di Treviso e il titolo di duca di Verona

se traboccasse sopra l’innocente Italia que’ suoi Lanzichnecchi, che

da tre anni sossopravano la non meno innocente Germania. Da questa

feccia di venturieri, viventi solo di ruba, senza patria nè onor di

bandiera nè altro sentimento fuorchè l’avidità, esacerbati nell’atroce

latrocinio dal gusto di far male ai Cattolici, essi in gran parte

luterani, si schiumarono i più valenti, cioè i più ladri e spietati;

e accolti a Lindau sul lago di Costanza, mentre credeasi l’imperatore

li voltasse contro la Francia, li diresse invece pei Grigioni verso

l’Italia. Erano trentaseimila, sotto Mérode, Collalto, Corrado,

Furstenberg, Altringer, Galasso, Baldironi ed altri capitani, i cui

nomi ripetevano le madri per isgomento dei figliuolini. Mentre in

Francia si declamava e prometteasi salvare l’Italia, i Lanzicnecchi

per la Valtellina, già immiserita dalle guerre di religione, scesero in

Lombardia, lasciando dappertutto il guasto e l’inverecondia, domandando

con superbia, esigendo con atrocità, raccogliendo le maledizioni di

amici e di nemici. Il papa, temendo non rinnovassero le scene del

Borbone, piantò di fretta fra Modena e Bologna quel che da lui fu detto

Fort’Urbano, e affollò truppe a difesa. Il duca di Mantova rifuggì

a Crispino, non avendo tampoco da vivere se Venezia non l’avesse

sussidiato: i Lanzicnecchi assediarono la sua città, e sebbene certi

che, consunta di cibo, solo pochi giorni potea tenere, vollero averla

d’assalto (18 luglio) per saccheggiarla. Ciò che di peggio si legge o

s’immagina, fu allora fatto per tre giorni dai Tedeschi a Mantova; le

ricchezze che in tre secoli v’aveano adunate i Gonzaga, tali da destare

invidia ai maggiori monarchi, andarono preda ai brutali; le donne

tedesche ai loro cenci sostituivano le migliori vesti che trovassero

e pompeggiavano insultando tra il sangue e i pianti; si mangiarono

perfino carni umane arrosolate. A diciotto milioni di scudi si stimò

il danno, oltre pellegrini capidarte, oltre quel che non ha prezzo,

le violenze e le profanazioni[103]. Il _pio_ Ferdinando d’Austria si

rammaricò immensamente di quello strazio; più ancora la _piissima_ sua

moglie Leonora Gonzaga; ma intanto al popolo, già spoglio di tutto,

l’inesorabile Altringer impose la contribuzione di centomila doppie, e

a chi tardasse, bastonate.

Nè bastava, giacchè que’ sozzi nella lentissima loro marcia lasciarono

la peste. Era fresca ancora in Lombardia la memoria di quella del 1576,

denotata da san Carlo che ne fu l’eroe a Milano. Una grave carestia,

prodotta da insolita quantità di nevi, aveva disposto allora i corpi

all’infezione, che venuta di Germania per Bellinzona ed Oleggio, invase

Milano e il resto della Lombardia e del Veneto. Venezia spaventossi

di dover confessare la pestilenza, che ad un tratto ne svierebbe il

commercio e i forestieri; e i professori di Padova, nominatamente i

famosi Mercuriale e Capodivacca, sostennero non poter essere contagioso

il morbo che serpeggiava, attesochè molto più rapida ne sarebbe

stata la diffusione, nè sarebbesi arrestato nelle povere e malsane

abitazioni; e in prova esibivano di porsi essi medesimi alla cura: in

conseguenza doversi tôrre via le precauzioni che sgomentavano, come

le barche imbiancate di calcina che trasportavano i cadaveri e le

robe infette. Peggiorata la condizione, tardi si presero saviissimi

provvedimenti: per ogni sestiere tre persone illustri soprantendessero

alla salute pubblica; una donna patrizia, una cittadina, una popolana

per ognuna delle settantadue parrocchie provvedessero al bisogno

degl’infermi; pene severissime e fin di morte a chi trasportasse roba

da casa a casa; dalle finestre i fornaj ricevessero il pane da cuocere

e rendessero il cotto; non più scuole, non cenciajuoli, non accattoni,

non frati e monache mendicanti, non gittare immondezze; purgati la

notte gli smaltitoj e le fogne, nessuna chiesa si ornasse che colle

tappezzerie consuete; non si ricevesse alcuno a bere o mangiare nelle

taverne; oltre le provvidenze per le case infette e sospette. E subito

che ad uno comparissero i funesti segni, di qualsifosse condizione,

era tradotto all’isola Santa Maria di Nazaret, ove per consiglio di

Bernardino da Siena erasi, il secolo precedente, eretto uno spedale

per gli appestati e la quarantena. Cresciutone il numero, si ponevano

entro vecchie galee, e la carità de’ preti, la solerzia de’ medici

e degl’infermieri, l’abbondanza di acqua, di farmaci, di viveri, di

panni, la sollecitudine de’ vigilanti sopra la salute, la diligenza

delle sepolture e degli spurghi, costarono immense somme, eppure

non diminuirono il male, che trasse con sè i consueti disordini;

e dall’agosto 1575 al marzo 77 perirono da cinquantamila vite. La

magnifica chiesa palladiana del Redentore fu poi eretta per voto della

liberazione.

A Milano, penetrata l’agosto, durò tutto dicembre, uccidendo più di

diciassettemila persone, assistite da san Carlo, il quale diceva poi:

— Non è stata la prudenza nostra, che al principio della pestilenza

rimase così stupida e confusa: non la scienza de’ medici, che non

è arrivata pure ad intendere le radici di questo male, tanto meno a

trovarvi sufficienti rimedj; non la diligenza intorno agl’infermi,

rimasti miserabilmente abbandonati; ma la gran misericordia di Dio,

che ha ferito e sanato, flagellato e consolato». Per voto fu alzata

la rotonda di San Sebastiano; e dappertutto in quell’occasione si

pubblicarono libri, si fecero editti e provvisioni pel caso che il

flagello si rinnovasse: ma poco valsero quando, solo mezzo secolo

trascorso, si riprodusse.

Perocchè sul passaggio di que’ luridi Lanzicnecchi per la Valtellina,

il lago di Como, la Brianza, la Geradadda, cominciarono a scoprirsi

cadaveri, coperti di sozzi buboni; il popolo era già sbigottito da

una cometa comparsa poco prima, e che diceasi nunzia di guerra e di

peste; i medici mostrarono il pericolo instante; le città chiesero

ripari; ma i governatori erano stretti da doveri ben più imperiosi, la

guerra[104]: quel di Milano rispose non saper che farvi, atteso che il

passo di quell’esercito «era necessario al servizio ed interesse di sua

maestà cesarea, e più presto s’arrischiasse il pericolo temuto, che si

perdesse la reputazione dell’imperatore»[105]; e l’Arconati presidente

del senato «non sapea darsi a credere che fosse per venirne tanto

male».

Così il morbo lasciossi propagare in Lombardia ed entrare in Milano,

ove ben presto fin cinquemila al giorno perivano. Per tradizione

popolare e per componimenti letterarj è viva in tutti la memoria

di quel disastro, nel quale basterà qui dire come, nulla giovando

gl’inesauribili soccorsi della carità cristiana, i due milioni e più

spesi dal Comune, e un milione ducentomila dal cardinale Federico

Borromeo, essa città perdette da centomila abitanti, e in proporzione

la campagna e le città di provincia. Nè quivi solo, ma per tutta Italia

infierì il morbo; in Torino di undicimila abitanti ottomila perirono;

diecimila a Como, settantacinquemila a Genova, ottantamila in Venezia e

seicentomila ne’ dominj di terraferma: si estese poi al resto d’Italia,

ove pare mancasse un terzo della popolazione[106], e molte terre

rimasero disabitate, sì che più non si ricuperarono.

Fu il colpo di grazia a questo povero paese, ove non si trovò

più rimedio allo spopolamento, all’abbandono delle campagne, alla

trascuranza delle arti, alla prostrazione degli spiriti sotto d’una

sventura così estesa e irreparabile, e nel dubbio d’una altrettanto

immensa perversità.

Perciocchè gli uomini, che, non potendo querelarsi di Dio, hanno

bisogno di svelenirsi contro qualche uomo e mascherare di livore lo

scoraggiamento, cominciarono a credere che il morbo fosse propagato

con unti micidiali, fabbricati per malizia politica mista a diabolici

concerti, e pagati da gran signori, fossero i Francesi, o il duca di

Savoja per meglio ingrandire, o il governatore Cordova per vendetta

degli sgarbi usatigli dai Milanesi, o qualche ambizioso che nella

ruina universale sperava elevarsi. La credenza prese una spaventevole

estensione; e l’autorità, forviata dal giudizio popolare, processò

alcuni e li mandò ad orribili supplizj, colla legale iniquità dando

ragione al furor popolare; ed eresse una colonna _infame_, che doveva

ai posteri ricordare non la loro scelleraggine, ma la barbarie dei

giudizj o la debolezza de’ giudici, che immolavano fino la legalità al

pregiudizio plebeo ed alla paura[107].

Sì orribili miserie non commoveano l’atroce inettitudine o la caparbia

ambizione dei padroni d’Italia, nè la guerra nel Monferrato cessò

finchè la peste non ebbe decimato e rubatori e derubati, e reso vuoto

ed incolto il paese che i forestieri si disputavano.

Il veder tanti maneggi riuscire alla perdita de’ preziosi suoi possessi

e allo strazio dello Stato, amareggiò Carlo Emanuele, che morì a

Savigliano (1630), lasciando di sè fama variissima; lodato da quelli

che pregiano l’ambizione d’ingrandire e il proposito di sbrattare

dai forestieri e d’unificare l’Italia, quand’anche i mezzi siano

conducenti a sbranarla ed a sottometterla ai forestieri. Vittorio

Amedeo succedutogli con pensieri più moderati e leali, era cognato

del re de’ Francesi, eppure da principio dovette combatterlo non senza

abilità. I Francesi, guidati dal maresciallo Thoiras, non riuscivano a

liberar Casale, nè gli Spagnuoli a prenderlo; intanto d’ogni parte si

combatteva e guastava alla peggio.

Giulio Mazarino, nato a Piscina negli Abruzzi, venne per gli studj

a Roma, dove suo padre[108] avea servizio in qualità di gentiluomo

coppiere nella casa Colonna. Girolamo di questa famiglia, che poi

fu cardinale, piacquesi dell’ingegno svegliato del giovinetto, e

menollo seco in Ispagna a studiare nell’Università di Alcala, donde

ritornò per assistere suo padre accusato d’omicidio. Quando poi il

connestabile Colonna levava milizie pel papa, il Mazarino ottenne

una compagnia di fanti. Da Torquato Conti, generale delle genti della

Chiesa in Valtellina, fu adoprato per trattare coi generali spagnuolo e

francese, e su quegli affari stese una relazione, che al papa ne rivelò

la capacità. Reduce a Roma, cercò entrare a servizio del cardinale

nipote; ma poco profittando alla Corte, attese a studj legali. Quando

Gianfrancesco Sacchetti, commissario generale delle armi pontifizie

in Valtellina, fu destinato alla guerra di Mantova, Urbano VIII volle

espressamente prendesse a lato il Mazarino, di cui subito apparve la

destrezza politica nel trattare con Francesi e Spagnuoli, sicchè anche

dopo dato lo scambio al Sacchetti, fu lasciato colà, dove impegnatosi

di rimettere la pace, correva dagli uni agli altri per ridurvi gli

animi, e potè introdurre una tregua, per cui Casale fu data agli

Spagnuoli, la cittadella ai Francesi.

Vi tenne dietro la pace di Ratisbona, compiuta dal trattato di Cherasco

(1630-31), sotto la mediazione di Urbano VIII, stipulandosi che

Francesi e Imperiali uscissero d’Italia, l’imperatore desse al Nevers

l’investitura del Mantovano e del Monferrato, tenendo però guarnigione

in Mantova e Canneto; il Nevers cederebbe alla Savoja Trino, Alba

ed altre terre del Monferrato, che fruttassero diciottomila scudi

l’anno; Luzzara e Reggiuolo al duca di Guastalla; la Francia serberebbe

Pinerolo, Bricherasco, Susa, Avigliana, solo fintantochè il Mantovano

e il Monferrato non fossero assicurati al duca di Nevers. A questo fu

restituito il funesto Casale; e quando ritornò in Mantova, i principi

gli rifornirono la casa depredata, il granduca mobili e paramenti,

il duca di Parma gli argenti da tavola, quel di Modena cento paja di

bovi con altrettanti agricoltori. Tutte le parti esclamarono contro

questa pace: gli Spagnuoli ne vedeano scassinata la loro reputazione

in Italia; i Francesi stizzivano d’abbandonare ancora quelle porte

della penisola; il duca di Mantova, sì solennemente protetto dalla

Francia, trovavasi smebrata la miglior parte del retaggio; laonde già

stavasi per tornare alle mani, quando il Mazarino, galoppando di mezzo

alle truppe in marcia, e gridando pace di qua, pace di là, riuscì a

rattoppare.

Vittorio Amedeo, per quanto di pessima voglia, dovette cedere ai

Francesi Pinerolo e la val di Perosa, affinchè il Richelieu non gli

contendesse la ottenuta parte del Monferrato. Ma le gelosie fra il

Richelieu[109] e il conte duca Olivares, quello padrone di Luigi XIII,

questo di Filippo IV, intesi a nuocersi in ogni parte d’Europa, e

ingrandire i loro padroni, non tardarono a suscitare ostilità nuove tra

Austria e Francia.

All’una o all’altra si attaccavano i principi d’Italia, indipendenti

di nome, servili di fatto. «Il duca di Parma (dice un contemporaneo),

quel di Modena, Genovesi, Lucchesi sono deboli. Il granduca, votati

gli erarj nelle guerre passate della Germania, non molto applicato

agl’incomodi della guerra, con pochi e non sperimentati consiglieri

attorno, è mal atto a opporsi; obbligato massimamente anch’egli

ad ajutare, almeno in apparenza, gl’interessi degli Spagnuoli. I

Veneziani, separati dalla Sede apostolica, che possono fare, se non

gridare ad alta voce, _State attenti_, ma senza frutto? Il papa ha

gli Stati circondati dagli Spagnuoli; solo non può; con chi farà lega,

senza timore di essere abbandonato nel colmo del pericolo, in aperta

diffidenza coi Veneziani e col granduca? Sicchè i principi d’Italia

poca resistenza possono fare. Potrebbero chiedere ajuto al re di

Francia; ma essi fanno come chi elegge morir piuttosto di veleno che

di ferro, per allungare poche ore la vita; temono più la spada francese

che la lima spagnuola»[110].

Il Richelieu, deliberato a rialzare la fortuna francese in Italia,

e temendo che Savoja negoziasse cogli Spagnuoli affine di recuperare

Pinerolo, gli intimò o lega o guerra. Vittorio dovette dunque a Rivoli

stringere con Francia un accordo (1655 11 luglio) per conquistare

insieme il Milanese, e spartirlo, facendo un rimpasto di tutta

l’Italia; a Savoja toccherebbe l’Alessandrino, tutto il Milanese e

il lago Maggiore, cedendo Cremona al duca di Mantova, creatura dei

Francesi, il quale rinunzierebbe il Monferrato; altri vantaggi a

Ottavio Farnese duca di Parma, che scontento dell’indiscreta vicinanza

degli Spagnuoli, avea fatto gente e accolto i Francesi a Piacenza.

Urbano VIII favoriva l’impresa, pur sempre procurando rappaciare

mediante l’opera del Mazarino, allora secretario di monsignor Pancirolo

legato a latere, e che instancabilmente spiava ed informava: ma

Toscana, non sentendosi esposta, poco se ne pigliava briga; gli altri

oscillavano; Venezia tenevasi in uffizio di paciera, non mirando tanto

ad incrementi proprj o a libertà dell’Italia, quanto a conservare

bilanciate Francia ed Austria.

Nè di schietta fede operava nessuno; e mentre Vittorio collegavasi

colla Corte di Parigi, suo fratello Maurizio cardinale rinunziava al

protettorato di Francia per divenir protettore dell’Impero; e l’altro

fratello Tommaso passava a servizio di Spagna; il che si credette fatto

d’intesa, per trovarsi l’adito in tre luoghi. I Francesi, nojati di

tante inquietudini avute da Carlo Emanuele, s’erano fitti a voler la

Savoja[111]; e perchè, oltre Pinerolo, non mancasse un altro passo

verso l’Italia, pensarono alla Valtellina, le cui sorti non erano

ancora state definite. Affine dunque che di là non venissero soccorsi

tedeschi al Milanese, rinvigorirono la parte francese tra i Grigioni,

e mandarono in Valtellina il duca di Rohan, gentiluomo di gran nome e

caporione de’ Riformati. Senza darne avviso egli traversa la Rezia,

occupa la Valtellina per _proteggerne la libertà_, e vi esercita

maestrevolmente la guerra di montagna. Lombardi si accolgono dal lago

di Como, Tirolesi dal Tonale, Tedeschi dal Braulio per _ispennare

i galli_, come diceano, e fra ciò trattando da nemico l’innocente

paese; ma il Rohan li sbaraglia, e piantatosi nella valle, vi fa

da padrone, obbliga i natii a rimettere all’arbitrio del re le loro

differenze coi Grigioni, per quanto sapessero come Francia, e il Rohan

specialmente per religione, propendessero ai Grigioni. Eppure questi

ultimi non s’adagiarono all’accordo proposto; e il Rohan dalla sponda

orientale del lago di Como tentava far una punta nel Milanese per dar

mano ai Francesi che di Piemonte v’erano condotti dal maresciallo di

Crequì. Costui, uom da caccie più che da guerra, con buon esercito

assedia Valenza, ajutato dal Farnese duca di Parma, ma con tanta

sfortuna quanta inettitudine; passa il Ticino a Buffalora, guastando

il naviglio; accampa nella brughiera, desiderando almeno saccheggiar

Milano: ma sì improsperamente si conduce, che va fama siasi lasciato

corrompere dall’oro austriaco; — frase antica.

Se si pensi che le truppe anche amiche ricevevano scarsissima paga, la

quale spesso era ritardata, sicchè esigevano imperiosamente il vivere

dai privati o dai feudatarj, nelle cui case e terre alloggiavano, si

comprenderà qual fosse la miseria di popolazioni, che non sapevano mai

fin dove arriverebbero le esigenze di costoro.

Vittorio Amedeo, generalissimo della Lega, opera in tentenno perchè non

volenteroso, e perchè ingelosito del Crequi, per modo che i Francesi

sono costretti a ritirarsi, imputandosi a vicenda la mala riuscita.

Il Farnese che aveva osato cimentarsi con Spagna, eccolo esposto ai

risentimenti di questa e del papa suo sovrano; il papa si contentò

d’intimargli cessasse le armi; il duca di Modena ne invase gli Stati

con soccorsi di Lombardia; e li desolarono finchè il papa rannodò la

pace (1536), restando Sabbioneta agli Spagnuoli, e ruinato il paese.

Francesco di Modena ottenne dagli Spagnuoli il principato di Correggio,

tolto a Siro che avea adoprato consulti e coraggio per salvarsi

dai Tedeschi, e che ne veniva spogliato col pretesto di adulterata

moneta[112].

D’altra parte in mezzo ai Grigioni, sempre scissi tra Francia e

Spagna, quest’ultima prevalse, in grazia delle condizioni che il re

di Francia avea proposte alla Valtellina, e fece animosi a cacciare i

Francesi: il Rohan vi accorse, e preso in mezzo dagli insorgenti, e non

soccorso dal Richelieu per invidia, dovette tornarsene al suo paese. Ai

Valtellinesi non restò più che rimettere la loro sorte all’arbitramento

della Spagna. Un consiglio ecclesiastico a Madrid decise potersi

popoli cattolici riporre sotto il dominio d’eretici, purchè cautelati

che nella religione non avrebbero molestia; e la valle, dopo tanti

patimenti e tanto sangue, fu restituita ai Grigioni.

Maggior gola a Francia e a Spagna faceva il Piemonte, sicchè lo

rimescolarono fin nelle viscere. Vittorio Amedeo morì a Vercelli (1637)

ancor fresco, e sì improvvisamente che la fama il disse avvelenato

dal Crequì[113]; e Carlo Emanuele II suo figlio non avendo che quattro

anni, Spagna ed Austria s’impegnano per darne la tutela ai zii Tommaso

e Maurizio ad esse devoti; mentre i Francesi appoggiano Madama Reale,

cioè sua madre Cristina figlia d’Enrico IV e sorella del regnante di

Francia, al quale per tal modo riuscirebbe ligio il Piemonte. Qui

lunghi intrighi de’ confessori, ch’ebbero sempre grand’entratura

in quella Corte[114]. L’imperatore pretende che Cristina produca

le sue ragioni avanti a lui: e perchè essa sdegna quest’atto di

vassallaggio, egli si chiarisce per gli zii, che ustolando l’eredità

del nipote o almeno la reggenza, si rassegnano persino al vassallaggio

dell’imperatore, a ricever guarnigione spagnuola in tutte le fortezze,

e ad altre dure condizioni; compromettendo l’indipendenza dello Stato,

mentre spargono che Madama lo sagrificasse ai Francesi. E danni e

pericoli venivano in fatto dalle vivacità francesi, dalla lentezza

spagnuola, dalle divisioni intestine; Galli-Piemontesi combattono

Ispani-Piemontesi; ogni città osteggia l’altra con insegne avverse

e tutte straniere; a gara guastansi campagne e vite; preti e frati

parteggiano ed aizzano; i tradimenti si alternano colla forza aperta.

Anche il mare è contaminato di stragi; e la flotta spagnuola diretta

alla Finale per portare uomini in Lombardia, è assalita dalla francese

in vista di Genova e sconfitta, ambedue perdendo il loro generale.

Il Leganes governatore di Lombardia, protestando venire in Piemonte

soltanto per tutelarlo dall’oppressura francese, distrugge Breme

(1639), al cui assedio era perito il Crequì; dopo gloriosa resistenza

prende Vercelli, ciuffa Cherasco: il principe Tommaso sorprende Torino,

ma le natie contestazioni impediscono d’assediare la cittadella in cui

Madama erasi gettata. Il Richelieu volò a soccorrere la sorella del

suo re, ma opera interessato; e per trarre dalle strettezze di essa

vantaggi alla Francia, fin colle minaccie voleva indurla a consegnare

a lui i suoi figliuoli e la fortezza di Monmeliano; il che essa ricusò.

Casale, spasimo degli Spagnuoli, torna campo di fiere battaglie (1640),

ed Enrico di Guisa conte d’Harcourt ed il maresciallo di Turenne vi

esercitano la famosa loro abilità. Leganes, qui occupato, non potè

soccorrere Tommaso, che dopo memorabile assedio fu costretto rendere

Torino al maresciallo d’Harcourt[115] (17 9bre); e la Reggente vi

ricomparve.

Consigliere, sostenitore e amico di questa era sempre il conte Filippo

d’Agliè, perciò odiato dal Richelieu; e il governatore francese

un giorno lo invita a un ballo, il fa cogliere e portar prigione a

Vincennes: talmente gli amici erano funesti non men de’ nemici. La pace

era fatta, ma Francia non volea sgombrare le terre occupate, non Spagna

le sue, i due zii pretendevano piazze forti per propria sicurezza, e

si tornava ogni tratto ad avvisaglie. Di tale stata e della debolezza

d’una principessa bella, leggiera, adulata, vantaggiavansi i nobili,

che soprusavano ai popolani e malversavano il denaro pubblico.

Frattanto l’instancabile Richelieu suscita nemici alla Spagna sì in

Catalogna, sì in Portogallo, sì nel principato di Monaco. In questo

brano della deliziosa riviera ligure, appartenente alla Casa Grimaldi,

fin dal 1605 Spagna teneva presidio per concessione del fanciullo

Onorato II; ma poichè essa non pagava i soldati, il principe era

costretto mantenerli; sicchè, desideroso di sbrattarsene, s’intese

coi Francesi, avvinazzò la guarnigione spagnuola, e ne fece macello. I

Francesi vi buttarono proprio presidio, nè più ne uscirono, conferendo

al principe il titolo di pari di Francia e il ducato del Valentinese.

Nuovi accordi del duca Tommaso colla Spagna portarono nuove ostilità;

all’assalto d’Ivrea, l’Harcourt diceva ai soldati: — Figliuoli, salvate

le mura pel re, tutto il resto è a voi»; ogni cittaduola, ogni bicocca

fu assaltata e difesa; sinchè Madama pacificossi coi cognati, troppo

tardi scaltriti che mal si compra un trono con braccia forestiere.

Nel trattato di Torino ella fu riconosciuta tutrice; però gli editti

doveano farsi «con l’assistenza de’ principi cognati e col parere del

consiglio». Maurizio, tornato al secolo e sposata Luigia sorella del

duca, veniva a governare o piuttosto a regnare su Nizza; Tommaso su

Ivrea e Biella; ed esigevano dal Piemonte buoni denari per soddisfare

i mercenarj con cui il Piemonte aveano sobbissato. Luigi XII li

toglieva a protezione e stipendio, purchè molestassero gli Spagnuoli;

che in fatto vennero attaccati in ogni parte, e Piemontesi e Francesi

occuparono molte terre lombarde.

Moriva tra questo il Richelieu (1642-43), e poco dopo Luigi XIII, di

cui quegli era stato l’anima; e sottentrava Luigi XIV ancor fanciullo,

sotto la reggenza di Anna, ch’ebbe per ministro Giulio Mazarino, del

quale i Francesi dissero tanto male solo perchè italiano. L’abbiamo

purdianzi trovato destro negoziatore a Cherasco, altrettanto buon

capitano mostrossi in Valtellina, e sebbene coraggioso ad affrontar

le spade in duello e le fucilate in una mischia, preferì la vita

ecclesiastica, come più opportuna a salire. Di fatto i grandi politici

allora formavansi nella Chiesa, che, oltre svolgere le facoltà

dell’uomo, vi aggiungeva la dignità del grado. Presa la sottana, fu

sommista del cardinale Barberini con ottocento scudi di provvigione,

poi vicelegato ad Avignone, poi nunzio straordinario in Francia.

Tornato a Roma, gli Spagnuoli lo perseguitarono come propenso ai

Francesi, onde il Richelieu, che aveva imparato a stimarlo come

nemico, lo invitò in Francia; e Luigi XIII lo naturalizzò e lo propose

cardinale; allora andò ambasciadore straordinario al duca di Savoja e

plenipotente ad Amburgo: e il Richelieu, che gli aveva specialmente

commessi gli affari d’Italia, morendo lo raccomandò come capace di

compiere l’opera sua. In fatto egli riuscì a conchiudere la pace di

Westfalia (1648), dopo trent’anni di guerre religiose, e dopo che

da quattro anni vi disputavano cencinquanta ambasciadori: dove fu

rimpastata la carta d’Europa, e alle momentanee alleanze e alla forza

sostituito un diritto universale delle genti, arbitrario in parte, ma

con garanzie tratte dai fondamenti dell’ordine sociale.

Il Mazarino, conquistato il cuore della Reggente per dominarne

lo spirito, seguitò perseverantemente il proposito del Richelieu

d’indebolire gli Austriaci fuori, dentro abbattere i signorotti onde

assodare la monarchia; opera più difficile a lui perchè straniero,

senza radice nè appoggio, e con un re pupillo. Trionfò della elegante

ribellione di Parigi denominata la Fronda, e questa si vendicò del

suo vincitore disonestandone la memoria con un sobisso d’epigrammi,

consegnati nelle _Mazarinade_: fatto è che, senza velleità d’innovare

il sistema del Richelieu, menollo a fine; conchiuse le due grandi paci

di Westfalia e de’ Pirenei; trovò mezza Francia ribellata, eppure senza

far morire un sol uomo rese vincitrice la monarchia; seppe ritenerla

dagli eccessi, e portare quel regno al colmo del suo ingrandimento

intellettuale e territoriale. Simulatore e dissimulatore, più avido

della potenza che della gloria, non operando a inclinazione ma a

calcoli, non falsando il giudizio per vanità, sagrificando l’amor

proprio all’ambizione, entrando negli interessi e nelle viste di quei

che voleva persuadere, più che rispetto per sè, cercando infondere

disprezzo per gli avversarj, ricorrendo a spedienti spesso vulgari,

alla doppiezza ancor più che alla riflessione, non iscrupoleggiando

su promessa o moralità, non badando ad affetti o ad ingiurie, nè

rincrescendosi di cedere, purchè potesse poi ripigliare e raggiungere

il suo scopo. Netto e diritto giudizio in mezzo ai passionati, mente

provvida e feconda, benchè neppure nei grandi divisamenti mostrasse

ampia veduta, più attivo che creatore, e riponendo l’arte del governare

nel negoziare; volontà flessibile non debole, adottò per impresa _Il

tempo e me_: mentre Richelieu immolò inesorabilmente i suoi nemici,

egli non offese mai alcuno per conto proprio, gli ostacoli rimoveva

anzichè spezzarli, e professava che il mondo bisogna comprarlo. Cercò

la propria grandezza; sì, ma questa era grandezza del Governo, e il

Governo era necessario. Tutto dovendo al re, al re era devotissimo;

ma il non essere francese fu il suo scoglio, la causa della sua

impopolarità, pochi amici avendo fin tra’ suoi stessi creati. Eppure la

condotta di lui, se non fu la più onesta, fu la più utile alla Francia,

la quale non può non contarlo fra i suoi Quando a cinquantanove anni

morì (1661), lasciava più di cento milioni, di cui seicentomila lire

al papa per la guerra col Turco; quattrocencinquantamila alla duchessa

di Modena, figlia della Martinozzi sua sorella; a questa diciottomila

di rendita perchè continuasse e crescesse le sue carità; alla nipote

Olimpia Mancini, che fu madre del principe Eugenio, trecentomila,

oltre ducencinquantamila per la sopravvivenza d’intendente alla Casa

della regina; alla Corona diciotto grossi diamanti e tappezzerie su

disegni di Rafaello; a Parigi il collegio Mazarino con due milioni e

colla biblioteca; e una parte del suo palazzo divenne la biblioteca

nazionale.

Abbiamo trovato e troveremo il Mazarino continuamente nelle vicende

d’Italia, dove non cessò mai d’osteggiare la Spagna, fosse nella

maremma toscana, fosse in Lombardia, principalmente sull’Adda; e colla

duchessa di Savoja conchiuse il trattato del Valentino (1644), pel

quale le rilasciava tutte le piazze, eccetto la cittadella di Torino.

Allora il duca Carlo Emanuele II potè entrare nella sua capitale, le

armi savoiarde presero fin Vigevano, e cooperarono costantemente colle

francesi. Ma l’irrequieto duca Tommaso portava il valore e gl’intrighi

suoi in ogni parte, agognando sempre un dominio. Si credette complice

d’un frà Gandolfo che con altri avea tramato per avvelenare Madama e il

giovane duca, e che scontarono colla vita; onde Madama riuscì a torgli

Ivrea. Sempre col piede in due staffe, costui, quand’era del partito

spagnuolo (dice Alberto Lazzari) seppe servire ai Francesi, e quando

militava co’ Francesi prestava servizio agli Spagnuoli (-1656).

Quando la Francia si trovò assorta dal tramestìo della Fronda, i

ministri di Milano e di Napoli s’accordarono per isnidare i Francesi

anche da Piombino e Portolongone, dianzi acquistati, e ne vennero

a capo. Al tempo stesso il Carasena governatore di Milano tentava

cacciarli dal Piemonte, e alla reggente Maria di Monferrato promise

cedere il contrastato Casale appena presolo, purchè ella volesse

sconnettersi dall’alleanza di Francia. Fece ella, e il Carasena prese

Trino e Crescentino (1652), saccheggiò quant’è fra il Po e la Dora,

sempre dando voce che gli acquisti cadrebbero in vantaggio del duca di

Mantova. Tra per forza e per corruzione venne dal presidio francese

sgombrato Casale; ma mentre lusingavasi di tornare a dominazione

italiana, si trovò occupato da Tedeschi e Spagnuoli. Quindi un lungo ed

irresoluto battagliare, finchè il Mazarino, ripigliato il sopravvento

in Francia, restaurò le cose (1659), e conchiuse la pace de’ Pirenei.

In questa si trattò degli Italiani solo in quanto amici o nemici alle

due potenze, e si fermò che tra Savoja e Mantova vegliasse il trattato

di Cherasco; il principe di Monaco fosse restituito nella grazia e

nel possesso; il Cristianissimo renderebbe al re di Spagna le piazze

di Mortara e Valenza sul Po; Spagna accoglierebbe amichevolmente il

duca di Modena; perdono ai Napoletani che aveano portate le armi nelle

passate guerre, od erano fuorusciti.

Ma era nei destini che per Mantova vacillasse continuamente in quel

secolo la pace d’Italia. Carlo di Nevers lasciò il dominio (1637) al

nipote Carlo II, al quale successe Carlo III ancor fanciullo (1665).

Cresciuto ne’ vizj paterni, dissipando in feste il denaro, in lascivie

la salute, perdè la speranza di figli. Ecco dunque tornare in campo

la contesa del succedere; e parendo che la moglie del duca di Lorena,

figlia dell’imperatrice ch’era dei Gonzaga, fosse chiamata all’eredità

del Monferrato, l’imperatore maneggiò per assicurargliela, vivo ancora

il duca. Questi, tribulato dai diversi aspiranti, mostrò inclinare

per Luigi XIV, e mandò il conte Mattioli bolognese con carta bianca

per trattarne col ministro Louvois, col quale si accordò di consegnar

Casale alla Francia. Ma reduce, il disleale manifestò quel maneggio

(1679) al conte di Melgar governatore di Milano; onde Louvois, deluso,

gli tese un laccio, e coltolo, il gittò prigione a Pinerolo, e poi di

carcere in carcere, accompagnato da Saint-Mars destinato a custodirlo,

finchè alla Bastiglia morì il 1703. Credesi lui essere quel misterioso,

di cui si romanzò col nome di Maschera di ferro.

Il trattato falliva, ma non l’avidità di Luigi, il quale colle lusinghe

e le minaccie addusse il duca di Mantova a lasciare che Catinat

entrasse di guarnigione nella fortezza di Casale. Quel codardo, rotto

ad ogni bruttura, e che non bramava se non di imbrutire ne’ carnevali

a Venezia, si attirò con quel fatto il disprezzo universale. Invano se

ne finse innocente, e giurò sull’ostia di non averne avuto un soldo: i

Veneziani a cui era rifuggito, gli tolsero ogni onoranza ed esenzione,

proibirono ai loro nobili di aver a fare con esso. Quando poi si ruppe

guerra, il comandante francese fece arrestare il mantovano, e Casale

restò ai Francesi sino al 1695.

Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15) · 第 7 / 22 题