CAPITOLO CLI.

Governo spagnuolo in Lombardia e nelle Due Sicilie.

I paesi sottomessi alla Spagna, destituiti di attività nazionale, non

possono narrarci che indecorosi patimenti sotto un governo militare,

intento a mietere non a seminare, tenerli in dovere con guarnigioni e

fortezze, obbligarli a dar uomini e denari, non a misura del ben loro,

ma pel vantaggio e la forza generale della monarchia.

Stava inconcusso che il re dovesse governare giusto e paterno, ma

con nessun altro limite se non i tradizionali privilegi d’alcuni

ordini e d’alcuni corpi. Filippo II avea creato presso di sè un

supremo consiglio d’Italia (1562), nel quale, co’ reggenti spagnuoli,

sedevano due ministri napoletani, uno milanese, uno siciliano;

ma in tanta lontananza conoscevano e potevano pochissimo, mentre

l’autorità sovrana era trasmessa ai governatori e ai vicerè, che

dirigeano insieme l’amministrazione e la guerra, illimitati a un

bel circa come i bascià odierni, potendo levar soldati, disporre

degl’impieghi, pubblicare prammatiche, ingerirsi nella giustizia civile

e criminale, far grazia, corrispondere direttamente e per ambasciadori

colle potenze estere. Avendo la mira non al bene dello Stato, ma a

segnalarsi, occupavansi spesso in mosse d’armi, più spesso in contese

di giurisdizione cogli Stati vicini, colle autorità del paese, cogli

arcivescovi, i quali dopo il concilio di Trento aveano ravvivate le

ecclesiastiche pretensioni[40]; teneano politica talvolta differente

da quella della Corte; ed avendo il re cassatane la decisione, un

governatore non vi diè retta esclamando, — Il re comanda a Madrid, io

a Milano». Quasi sempre spagnuoli, e per lo più soldati, arrivavano

in paese di costumanze e di pratiche sconosciute; e vi trovavano tal

complicazione di leggi, di gride, di privilegi, che lunghi anni e

seria volontà si sarebbero voluti a soltanto informarsene; eppure

ne’ cencinquanta anni della dominazione spagnuola in Lombardia si

mutarono trentasei governatori. Arrivando, mettevano fuori una grida

generale che confermava quelle degli antecessori o le modificava, alla

rinfusa comprendendovi provvedimenti religiosi, economici, giudiziarj,

sanitarj, d’annona e di moneta; di tempo in tempo ne pubblicavano

poi altre sopra oggetti particolarissimi, sprovveduti d’ogni vista

comprensiva. Duole il riflettere che erano stese da nostri; sicchè

quella tradizione di abusi era imputabile ancor meno allo straniero che

ai paesani.

Il segretario di Stato Arosteghi diceva: — In tempo di guerra io

vorrei essere piuttosto governator di Milano che re di Spagna, perchè

questo governa colle consulte e i consigli, mentre la condotta della

guerra dipende dall’assoluto arbitrio del governatore»[41]. L’interesse

portava dunque a perpetuarle; e tanto meglio vi riuscivano, in quanto

soltanto per esse la Spagna poteva soddisfare al suo farnetico di

mostrarsi la prima nazione del mondo.

Il Milanese, «corpo grosso mezzo scorticato, carco di vespe»[42],

comprendeva l’antico ducato, il principato di Pavia, i contadi di

Cremona, Alessandria, Tortona, Como, Novara, Vigevano, Lodi, Bobbio,

con un milione seicentomila abitanti, toccando agli Svizzeri, ai

Genovesi, ai Veneziani. Don Ferrante Gonzaga, italiano de’ più

spagnolizzati e dispotici, fu detto nuovo fondatore di Milano

perchè, postovi governatore da Carlo V (1547), ne migliorò le vie, e

circondò anche i sobborghi d’una mura di otto miglia, quasi potesse

difendersi una sì gran città in piano, e tanto lautamente guadagnaronvi

gl’intraprenditori, che in riconoscenza fabbricarono a lui una suntuosa

villa.

Per dire alcun che d’altri governatori, e serbandoci a parlare più

a lungo del Fuentes, il Carassena mostrò quanto prendesse a cuore il

pubblico bene col vietare che le donne pubbliche andassero in carrozza:

il Fuensaldagne col proibire di ballar dopo mezzanotte, nè che gli

uomini si mascherassero da donna o viceversa: meglio il conte di Ligne

interdisse il lotto che allora andavasi propagando, «poichè oltre

l’incentivo che porge a molti poveri e vogliosi di migliorar fortuna,

con la speranza del guadagno, di consumar quanto tengono per far

denari d’arrischiare alla sorte d’esso giuoco, è cagione che diversi

ciecamente cadino in sortilegi ed osservazioni superstiziose de’ sogni,

che illaqueano le coscienze con grave e scandalosa offesa di Dio»[43].

Il duca d’Ossuna (1670), diverso e non men funesto di quel che vedremo

figurare a Napoli, entrò con pompa memorabile anche per quel secolo

sfarzoso. Aprivano la processione compagnie di cavalieri, la corazza

sul petto, la celata al capo, la pistola in mano: poi cento ronzini,

coperti di panno scarlatto e trine d’oro, portavano gli arredi della

famiglia, e ciascuno, per briglie di seta e d’oro, veniva guidato

da un palafreniere in divisa di scarlatto e d’oro, e pennacchio al

cappello: egualmente bardati erano i destrieri del duca, cui seguivano

i carabinieri in bell’arnese, ed in più bello i gentiluomini milanesi,

fiancheggiati da molti palafrenieri. Comparivano poi tre carrozze

del duca, col carro e le ruote intagliati squisitamente, il legno

tutto dorato, e grossi chiodi d’oro nella prima, dov’erano la moglie

e le figlie, d’argento nelle altre: dentro non si vedeva che oro. Il

duca cavalcava tra la prima carrozza ed una fila di guardie svizzere,

seguito da lancieri ed altri soldati.

Per bastare a tal lusso e a quello che sfoggiò nella Corte, rubava,

vendeva le cariche, ed allorchè partì, lasciò all’erario grossi debiti,

mentr’egli per regali ammassò ben cinquecentomila oncie d’argento.

Il conte Trotti per essere eletto generale gli diede ottantamila

scudi di Genova. Avendo un servo di esso duca percosso un cagnuolo

della principessa Trivulzio, i costei servi uccisero l’offensore: il

duca mandò il capitano di giustizia ad arrestare i delinquenti; ma

la padrona, che era spagnuola, spedisce a Madrid a querelarsi della

violata immunità di sua casa; viene rescritto che i prigionieri vi

sieno ricondotti, e il capitano vada a chiedere scusa d’aver osato in

una casa nobile arrestare omicidi. Delle frequenti pasquinate che gli

si lanciavano non potendo il governatore altrimenti scoprir l’autore,

ricorse ad un negromante; che divisati i suoi pentacoli, chiamò

colpevole di ciò un tal frate; un frate per buona sorte; talchè, non

potendo essere punito dal fôro secolare, fu soltanto esigliato.

Dibattendosi la clamorosa controversia teologica sull’immacolata

concezione di Maria, il duca d’Ossuna invita i decurioni comaschi a

celebrarla con solenne messa, dove giurassero credere a quel mistero

(1672), ed essere pronti a sostenerlo d’ogni lor forza. Che che dovesse

parere di questo modo di risolvere dispute inestricabili, vennero

essi fra gran concorso nel loro duomo; ma ecco i canonici mettono in

campo i loro privilegi, e ricusano dar i cuscini da inginocchiarsi ai

devoti padri della patria, nè il celebrante vuole scendere dal _Sancta

Sanctorum_ per ricevere il giuramento, onde una lite nuova nasce dal

voler sopire la vecchia; l’Ossuna sgrida gli uni, sgrida gli altri;

chiama a Milano i più stretti parenti de’ canonici e li tiene prigioni:

argomento risolutivo de’ più consueti.

Avendo egli tenuto una volta circolo e ragunata la principale nobiltà,

parve strano e scandoloso; talmente era consueto il restar isolati.

Ma il governatore Vaudemont, testa francese, introdusse di raccorne

spesso a Corte; e i giardini della Bellingera, poco fuori di Porta

Renza, videro le scene di quelli d’Armida. Allora le donne cominciarono

ad essere riammesse ai circoli: ma poichè si era voluto ripararne i

costumi colla guardia gelosa, anzichè coll’educazione e colla virtù,

ben presto dalla selvatichezza si fece tragitto al libertinaggio; alla

gelosia che rendea feroci i nobili, fu sostituito il cicisbeismo che li

rese ridicoli.

Luigi XII, conquistato il Milanese, v’aveva istituito un senato,

a similitudine del parlamento di Parigi, composto d’un presidente,

quattordici giureconsulti, sette segretarj, tolti uno da ciascuna

provincia. Tribunale supremo e custode della legge, avea diritto

d’interinare le costituzioni e le grazie del principe, esaminando se

nulla contenessero di repugnante alla giustizia e alle consuetudini;

e fin tre volte potea respingerle, dopo di che sorpassavasi

all’opposizione, e vi si dava vigore. Era dunque una rappresentanza

nazionale, ma la componeano legisti che, avendo propugnato la

supremazia assoluta della Corona onde abbattere il feudalismo, or

non sapeano che obbedire; mascheravano il despotismo sotto la vanità

delle loro forme, subordinavano la libertà alle proprie pretensioni; e

invece d’impacciarsi ad impugnarne il diritto, delle loro rimostranze

la corona non tenea conto. Gli antichi statuti della repubblica e

dei duchi erano stati raccolti da Lodovico Sforza, compiuti da Carlo

V che li pubblicò col nome di _Nuove costituzioni_, modificati al

novello ordine di cose; ma il senato poteva togliere e dare qualunque

disposizione anche contro di quelli: esorbitante autorità, che colla

supremazia sulla giustizia dava al presidente del senato un’importanza

smisurata e una via ad ingenti guadagni. Restavano dunque incerti i

principj del governo quanto i diritti e gli interessi dei privati; e

tutto procedea per abusi, che spesso correggevansi un l’altro.

Milano era amministrata da un consiglio de’ primarj nobili,

indipendente dal re, col quale trattava per via d’ambasciadori; il

vicario di provvisione esercitava anche qualche parte di giurisdizione,

di polizia, e fin di legislazione, la qual facoltà era molto

sbricciolata. Formavansi così due governi paralleli; e il comunale

sarebbe bastato a reprimere gli arbitrj del regio, se, dopo ristretta

tutta la vita comune negli affari municipali, i suoi membri vi avessero

spiegato coraggio e cercata importanza, anzichè ambire distinzioni,

cariche, e quel lustro che vien dalla vicinanza al trono.

Pur le tradizioni d’autorità, di bontà e beneficenza signorile, di

docilità e riverenza popolare avrebbero potuto conservare in fiore

il paese, se non lo avesse disanguato il fisco, con gravezze sempre

crescenti, in vista della cassa militare non del ben pubblico, e che,

poste con insensatezza pari alla cupidità, essiccavano le fonti della

prosperità pubblica, punivano l’industria, scoraggiavano l’agricoltura,

e si può dire fossero causa di tutti gli errori, e le miserie d’allora.

Secondo le costituzioni di Carlo V, per nessun titolo doveano alienarsi

regalie ed effetti camerali; e al contrario, già sotto di lui le varie

entrate si appaltavano o vendevano, poi si mettea mano sui frutti

assegnatine ai compratori; indi creavasene a bella posta di nuove,

per venderle; vendevasi l’esazione dei donativi futuri, giacchè i

donativi erano la forma consueta delle imposizioni straordinarie. Ogni

minimo bracciante sopportava la taglia fin di venti scudi; su ogni

consumo, su ogni produzione pesavano balzelli esorbitanti. Dal 1620

al 30 s’inventarono dieci dazj nuovi; e «non v’ha casa nè cosa che sia

libera da qualche carico; non v’è cosa sì minima e vile, appartenente

al vitto, vestito ed abitazione, che sia libera da gravezze ed

imposte.»[44]; dal 1610 al 50 lo Stato pagò più di ducensessanta

milioni di scudi d’oro, cioè da milleducento milioni di franchi; infine

le taglie sorpassavano il ricavo de’ beni, e Milano, che incassava

per un milione e mezzo di lire, dovea pagarne due milioni e centomila,

sicchè ridusse gl’interessi al due per cento e pagava in cedole.

I Comuni che prima erano liberi, cioè regj, venivano per prezzo

infeudati a qualche signore, poi s’inducevano a comprare il riscatto,

ma ben presto infeudavansi di nuovo. Si riteneano le paghe delle

milizie e de’ magistrati, che erano costretti rifarsi sul vulgo o

sui postulanti; obbligavansi i negozianti ad imprestiti; i decurioni

doveano rispondere per debiti de’ Comuni; si gravavano le persone

e i beni de’ forestieri, si espilavano le banche pubbliche, fatte

con depositi privati[45]. Alfine i debiti si accumularono a segno,

che nel 1671 si dichiarò il pubblico fallimento. Smunto il capitale

riproduttivo, le manifatture si smisero, la campagna restò incolta,

i Comuni affogati nei debiti, ogni momento lamentanze al lontano

monarca, che non le ascoltava. I molti ozianti e i privilegiati doveano

vivere sulle fatiche de’ pochi operosi; quindi parziali scarsezze di

grani, che la difficoltà di comunicazioni trasformava in carestie: i

ricchi non aveano di che dotar le figlie e adempiere ai legati pii;

atterravano le case per non doverne le taglie, o le lasciavano vendere

all’asta dai creditori.

Non crediate che il denaro passasse in Ispagna: che bisogno ne aveva

essa, cui l’America tributava ogn’anno diciotto milioni d’oro? Bensì

sperdeasi nell’ingordigia degli appaltatori delle pubbliche gravezze,

i quali con inesorabilità smungeano il povero, e accumulavano ingenti

fortune collo spropriare i debitori del fisco; governatori e magistrati

non voleano aver gettata indarno la bella occasione d’arricchirsi

onde si diceva che i ministri regj in Sicilia rosicchiavano, a Napoli

mangiavano, a Milano divoravano; inoltre occorrevano ingenti somme ad

alimentar le guerre in Italia, compiacenza de’ governatori e grandigia

della Spagna.

Quell’arbitrio legale che storna la ragione e ammusola il senso comune

davanti all’interesse del Governo o d’alcuni privati, volendo di tutto

impacciarsi, col titolo di protezione estinse quella libertà che è

vita del commercio; aggravava le tasse sulle materie prime, proibiva

l’asportazione non solo del grano, ma fin della seta e del panno;

or vietava le pecore, perchè non incarisse il fieno con danno del

servizio di sua maestà; or di mercatare coi Francesi perchè cattivi

cristiani; infinite prammatiche legavano ciascun’arte in maestranze,

ciascuna maestranza a mille minute prescrizioni ed ordini e divieti;

il tessitore non unisse il cotone colla lana; il mercante di panno non

tenesse anche stoffe di filo; e poi bollare, registrare, sindacare; e

tutto con comminatoria di sferza, corda, prigione, delle pene insomma

che i ladri cansavano. Nel 1588 si proibì di portare le sete fuor

di Stato, sperando si convertirebbero in stoffe nel paese; e invece

ne restò scoraggiata la coltura. Un grave dazio sull’indaco mandò in

rovina i tintori. Una grida del 1655, che pute dell’odierno socialismo,

obbligava i negozianti a dar lavoro agli operaj, pena tre tratti di

corda e ducento scudi d’oro.

In ragione dell’importanza e delle paure popolari, moltiplicavansi i

provvedimenti intorno alle granaglie e agli altri viveri. Invece di

moltiplicare i venditori e scemar le distanze, se ne voleano pochi e

collocati in certi luoghi: i mugnaj non ardiscano di scaricare i muli

nelle strade, nè sedere sui sacchi; facciano bollare ciascun mulo; non

ritengano in casa crivello o buratto: gli osti non comprino vino se

non quindici miglia lungi da Milano; nè se ne porti fuor di Stato senza

consenso del governatore; nè si venda sui canti delle vie, ma solo in

piazza del Duomo e in Broletto; e i facchini e _brentadori_ non osino,

durante i contratti, «nè accennare, nè far gesti, nè ricever denaro

per onoranza o malosso, nè avvicinarsi alle bonze per dodici braccia».

Non si possa tener pesci nè polli sul ghiaccio, perchè, «sebben paja

che si conservino, ad ogni modo perdono della bontà loro». Obbligati

i proprietarj a notificare il ricolto (stando a quelle notificazioni,

non sarebbesi mai mietuto tanto da vivere sei mesi): proibito il farne

prezzo sinchè non fosse segato e battuto: ci andava la vita a portarne

fuor di Stato: empire ogn’anno con puerile previdenza i granaj a spese

pubbliche: il frumento, comparso una volta sul mercato, non potesse più

partirne se non venduto, il che obbligava a finte vendite: i fornaj non

negoziassero di grano; andassero almeno dodici miglia di là da Milano

a provvederne, nè più di quindici moggia per volta: i conduttori delle

biade non andassero più di sei insieme: mille scudi di pena al fornajo

che vendesse pane ad un possidente: — regolamenti tutti che, crescendo

le angherie intisichivano il traffico. Ai quali se aggiungete gli abusi

del vendere a grosso mercato la licenza di cuocer pane e quella di

farlo calante un’oncia dal giusto peso; del volere i governatori o i

comandanti di certe piazze esser soli a commerciar di frumenti, vi farà

maraviglia che le carestie non fossero perpetue.

La moltiplicità e improvvidezza rendeva tali prammatiche inosservate,

poichè l’uomo vessato ricorre a sotterfugi, a finzioni dove la lealtà

non vale, a guadagni illeciti ove gli onesti sono turbati; e come

sempre, gl’insensati ordini generavano l’immoralità e il delitto.

Che più? lo comandavano; e per reprimere il contrabbando, che è

l’inevitabile correzione alle assurde leggi di finanza, il governatore

prometteva di poter liberare un bandito per qualsivoglia causa,

ancora capitale, a chi prendesse e consegnasse un contrabbandiere o

lo ammazzasse in flagrante, «cioè trovandolo a condurre grani fuori

dello Stato, mentre non sia meno di stara quattro». Se non che la

legge stessa ci assicura pomposamente, che non erano osservati questi

ordini; che «nè pene nè provvisioni servono a frenare lo sfroso; che i

commissarj se l’intendono coi contrabbandieri».

Conseguenza fu il deperire la popolazione, le manifatture, il commercio

d’economia, l’agricoltura per mancanza di scorte e di capitali. La

sola piazza di Milano nel 1580 facea contratti per trenta milioni;

la filatura dell’oro e dell’argento vi dava un utile di ottocentomila

lire; di tre milioni le stoffe di seta, di ottantamila l’argenteria.

Ma dal 1616 al 24 in Milano mancarono ventiquattromila operaj; le

sessanta fabbriche di panno furon ridotte a quindici. Mentre nel 1611

a Cremona trecencinquanta mercanti pagarono di tassa lire duemila

quattrocencinquantuna, nel 48 erano ridotti a quarantaquattro, non

in grado di darne seicentosessantuna; e la sua popolazione, di

quarantaseimila teste ch’erano nel 1584, nel 1669 giungeva solo

a tredicimila: le ventimila di Casalmaggiore a seimila e cento:

trentamila pertiche di terreno lasciato alle inondazioni del Po;

forse più a quelle dell’Oglio, del Serio, dell’Adda. E tutte le città

potrebbero offrirci quadro somiglievole; sicchè nel 1668 il senato

rimostrava al trono come fosse «interrotta la coltura de’ campi; gli

abitanti, senza speme di meglio, profughi agli stranieri; la mercatura

snervata dalle ingenti gabelle; Pavia, Alessandria, Tortona, Vigevano

fatte un tristissimo deserto, vaste ruine d’edifizj; e il pane, fin

il pane mancare ai contadini». V’accorgete che quel governo lasciava

almeno la libertà del lamentarsi, e di fatto si stamparono moltissimi

e consulti e ragguagli e grossi volumi a rivelar piaghe, alle quali non

si pensava poi a rimediare o non si sapeva come.

Quando, il 30 marzo 1631, Filippo IV chiese come tornar in fiore lo

Stato, i nostri risposero ch’era d’uopo: 1º dar dall’erario le paghe

ai soldati; 2º ridurre l’interesse dei debiti pubblici; 3º togliere

ai creditori de’ pubblici l’azion solidale per la quale potevano

sequestrare i beni d’un qualunque individuo della comunità debitrice;

4º far concorrere ai pesi gli ecclesiastici; 5º adequare i carichi

sproporzionati. Anche questi erano provvedimenti, e gli Spagnuoli

s’accontentarono di sentirli: ma voi vedete che accennavano ai soli

danni immediati: delle buone leggi, del togliere i vincoli e gli

arbitrj, dell’assicurare le proprietà, del render pubbliche le tariffe,

neppur una parola.

La legge mancava de’ suoi primarj elementi, uniformità e sicurezza

d’applicazione, essendone eccettuati ora i militari, ora i preti, ora i

nobili, ora i membri d’alcune corporazioni, ora gl’impiegati di Corte;

ad alcuni pesi rimanevano sottoposti i contadini, non i cittadini, ad

alcuni il forestiero non il naturale, ad alcuni l’abitatore soltanto

del tal paese; v’avea luoghi dove l’ammogliato pagava diverso dal

nubile o dal vedovo, il massajo dal capocasa e dai famigli; l’imposta

si misurava ove dal sale, ove dai cavalli d’alloggio; talvolta i vivi

doveano contribuire pei morti, i presenti pei fuggiti. Prestabilito

che siano allo Stato più utili gli abitanti delle città che non i

campagnuoli moltissimi favori serbavansi a quelli, metà del grano

raccolto dovea portarsi in città, e quello presentatovi una volta sul

mercato non si potea più ritirare. I gran signori pretendevano immune

la propria casa e il contorno di essa, e fin i luoghi e le botteghe

dove esponessero il proprio stemma; lo pretendevano tanto più gli

ecclesiastici; e non solo le persone e le case loro e le chiese coi

sagrati, ma volean salvo dalla giustizia secolare e dalla finanza fin

chi andasse a braccio con loro; anzi Federico Borromeo avea proposto di

sottomettere al fôro ecclesiastico tutti i membri delle confraternite,

il che avrebbe sottratta al braccio secolare l’intera popolazione.

Al tempo dell’arcivescovo Litta, un sicario presso San Giorgio in

Palazzo uccise il cavaliero Uberto dell’Otta; e preso, non potè dire

da chi fosse incaricato de! colpo, perchè il commitente che l’avea

menato dal Bergamasco, eragli ignoto ed era fuggito. Si sospettò d’un

Landriani, allora in lite col dell’Otta, il quale inseguito fuggì in

chiesa di San Nazzaro: ma per ordine del governatore fu strappato

di là, anzi dall’altare. Allora il Litta a lamentare la violata

immunità; non ascoltato, minacciò interdetti, e fece intimare un primo

monitorio, poi un secondo senza effetto; il terzo fu stracciato dagli

alabardieri, e ferito il prete che lo portava. S’invelenisce dunque la

cosa: il governatore Ponce de Leon minaccia far appiccare il Landriani

alla porta dell’arcivescovo s’egli fulmina la scomunica: infine il

presidente Arese si mette di mezzo, mitiga di qua, di là; ma a poco

riusciva, quand’ecco alla corte del governatore si presenta una gran

dama in un tiro a sei, e al governatore dichiara aver ella stessa fatto

uccidere il cavaliere per un insulto avutone, e si ritira; sicchè il

Landriani fu rilasciato.

La nobiltà, adottato il fasto spagnolesco, credette avvilimento

l’occuparsi dei traffici, onde ne ritirò i capitali per investirli

in beni sodi, incatenava le sostanze in maggioraschi e fedecommessi,

e circondata di superbia e di privilegi, o eludeva con questi la

giustizia, o l’affrontava a viso aperto. Tolta la vita comune,

meriterebbe studio la storia delle famiglie, che, a differenza d’oggi,

erano ancora qualche cosa nello Stato. L’autorità attribuita dalla

costituzione comunale, gli estesissimi poteri del senato, l’arbitrario

riparto delle gravezze, davan modo ad alcune d’arricchire; le quali

poi prendendo appalti, facendo prestiti, comprando regalìe, venivano

a impinguare smisuratamente. Le leggi sulle primogeniture e i

fidecommessi impedivano lo spezzarsi di tali fortune: la vanità di dar

lustro alla famiglia induceva i collaterali a cumular le fortune sopra

un figlio solo. Così i nobili vennero a formare una specie di dominio

sul popolo, il quale consideravasi suddito ad essi piuttosto che al re;

ed avrebbero potuto facilmente mutar lo stato, se di quella condizione

non avessero tratto tanto profitto, da non desiderare di cangiarla.

L’uso non permettendo d’impiegare gl’ingenti capitali nel commercio,

doveansi erogar in lusso e fabbriche e splendori principeschi; orpello

sulla loro nullità. Tutti voleano abitar riccamente, villeggiare

suntuosamente, arricchire la propria parrocchiale e le cappelle avite

o i sepolcri; e profondeano in beneficenze, per le quali rimangono

benedetti fin ad oggi. Molti dei letterati, moltissimi de’ prelati

erano di famiglie principali; i più studiavano di legge per patrocinare

gratuitamente e farsi scala alle magistrature; altri attendevano alla

medicina, il cui esercizio fu dimostrato con lunghi e serj trattati non

degradare dalla nobiltà. Compravano dall’erario paesi e terre, sulle

quali poi erano quasi sovrani, salvo soltanto la superiore giustizia

del senato[46]. Ciascuna famiglia conservava alcune distinzioni

sue proprie, tradizionalmente arrivate dal tempo che lo Stato era

un aggregato di famiglie: per esempio, a Milano i Confalonieri

addestravano l’arcivescovo quando entrasse, e gli portavano il

baldacchino; ai Litta incombeva in quell’occasione fare spazzar le

strade; de’ Serbelloni dovea uno aver parte a tutte le ambascerie, e

andar incontro al governatore fino a Genova, portavano lo stemma della

città, e davano doppio voto nel Consiglio de’ sessanta; i Pusterla

possedeano trentacinque ville, e in città un quartiere intero. Gian

Pietro Carcano lasciò morendo un bambino di tre anni, e dei diciotto

che gli mancavano a uscir di pupillo, volle che le rendite andassero

per un terzo alla fabbrica del Duomo, uno allo spedale di Milano, uno

in istituzioni pie: e la sola parte che toccò allo spedale bastò a

fabbricare il gran cortile e le sale che vi rispondono. Bartolomeo

Arese, presidente e figlio d’un presidente del senato, possedeva

forse un ottavo della Lombardia, e dopo fabbricato palazzi e ville e

chiese e monasteri, lasciò di che arricchire le due famiglie Litta e

Borromeo[47]. Uno di questi ultimi tramutava un nudo scoglio del lago

Maggiore nella deliziosissima Isola Madre, opera da re.

Ma non era una nobiltà d’antica giurisdizione, sibbene costituita

su brevetti regj, e perciò impotente contro il sovrano; e la sua

ingerenza riducevasi a raccomandazioni, appoggi di parentela e di

clienti, assistenza di corpi e di denaro. Quelli che non si buttavano

in chiassosa rivolta contro la legge, empivano la vita con puntigli

d’onore, di cerimonie, di comparse, e spuntar un impegno, e vendette

calcolate ed ereditarie, e protezione a ribaldi. Perchè il lustro

domestico non si eclissasse, nella propria famiglia rendeansi tiranni

condannando i figliuoli ai chiostri o ad una povera e indecorosa

dipendenza, acciocchè il primogenito potesse grandeggiare. E

perchè a ciò mancavano altre occasioni, e la stima misuravasi dalle

spese, si ostentava un lusso stranamente repugnante colla pubblica

miseria; e cocchi, e torme di servi, e sfarzose villeggiature, e

caccie strepitose, e imitazioni di Corte attestavano la distanza

del nobile dalla plebe[48]. Il signore per quel lusso, per un

errore, per un evento straordinario scarmigliava i suoi affari? non

poteva racconciarli col vendere una parte della sostanza, giacchè

era legata in primogenitura e fedecommessi; onde dovea intaccar il

capitale circolante, e spogliar i campi delle scorte necessarie, o

in casa sottigliare sulle prime necessità, producendo quel misto di

magnificenza e di lesineria, che è carattere di quell’età.

Altri valeansi dell’accidia del Governo per insolentire sovra la

miserabile plebe, e cinti da uno stuolo di bravi, entro un castello

sorgente in mezzo alle loro possessioni, o fra i monti, s’un fiume, a

cavalcione del confine, viveano come piccoli principi, tratto tratto

venendo a battaglie col prepotente contiguo, più spesso concertandosi

seco per la reciproca sicurezza, e per meglio tiranneggiare i vicini

e sbravare l’autorità, in onta della quale talvolta assalivano i

ministri, rapivano i podestà, bastonavano gli sgherri, traversavano a

suon di trombe le città. In queste ciascun palazzo era un fortalizio,

e protetto dal diritto d’asilo, da robuste porte, da servi; ricoverava

non solo il facinoroso padrone, ma i suoi aderenti e quella clientela

di bravacci. Chiassose gride riboccano d’intimazioni contro persone

anche di gran famiglia; i Martinenghi di Brescia, i Visconti di

Bregnano, i Benzoni di Crema, i Seccoborella di Vimercato, i Barbiano

di Belgiojoso, i conti di Parco, i Torello, i Tiene, un marchese

Malaspina, un marchese Spigno, i cavalieri Cotica e Lampugnani, ed

altri illustri che esercitavano in scelleraggini il valore a cui erano

mancate migliori occasioni.

Coll’indossare la loro livrea e prestargli il braccio, alcuni

malfattori assicuravansi l’impunità; altri armati da capo a piede, con

folti ciuffi, spettacolose barbe, scorreano il contado taglieggiando,

invadeano fin le borgate. Il Governo gl’indicava a centinaja alla

privata vendetta, eccitando i singoli cittadini ad assalirli, ucciderli

e così meritare un premio: ma la ripetizione delle minacce ne attesta

l’inutilità; mentre la vicinanza de’ confini forestieri dava ai

banditi agevolezza di scampo. Crebbero dunque sempre più di numero e

di baldanza, tantochè nel 1663 fu permesso ad ognun di tener fucili per

arrestarli, promesso trecento scudi a chi ne ammazzasse uno; s’istituì

contro di essi la guardia urbana; si posero sentinelle sui campanili

per annunziare il loro accostarsi: «eppure ogni giorno, anzi ogni ora

s’intendeva di costoro omicidj, svaligiamenti, rubamenti di case,

secrilegi, violenze, non pur nelle ville e luoghi aperti, ma nella

città ancora; e tanto più si confidano a tanti misfatti, perchè sicuri

d’essere ajutati da’ capi e fautori loro, e che mediante le astuzie che

usano, e le pratiche e intelligenze che professano aver coi notari,

bargelli, birri, sperano debbano i delitti rimanere occulti, ed essi

impuniti»[49].

Eppure v’avea molti soldati: ma questi erano un nuovo flagello del

paese, a difendere il quale erano inetti; alloggiati per le case,

malmenavano rubando e violando; spesso non ricevendo le paghe, se

ne rifaceano sui tranquilli abitanti; sperperavano il paese o alla

cheta coll’esigere braccia, carri, foraggi, o dandosi baldanzosamente

a saccheggiarlo. Finita che fu la guerra del Piemonte, molti corpi

spagnuoli licenziati si ritirarono nel contado del Seprio e sul

territorio di Gallarate, vivendo di ruba, assalendo le terre, e tenendo

Milano in lunga angustia, finchè s’impose una taglia di centomila

scudi, mediante la quale essi contentaronsi di venir innestati alle

guarnigioni imperiali. Contro di loro il governatore Leganes diede un

bando severissimo[50], ma inefficace, poichè egli stesso, dieci mesi

dipoi, ne discorre di «doglianze che da tutte le parti dello Stato ogni

giorno gli vengono fatte»; e i suoi successori replicano tratto tratto

la formola stessa, a provarci in che conto si dovessero tenere le

milizie d’allora.

Fra tali elementi chi non soverchiasse dovea vedersi soverchiato da

moltiplici tiranni; non si potea evitar la violenza che coll’usarla,

non gli oltraggi che col commetterne. Gli animi erano resi selvaggi

e ferini dallo spettacolo della tortura, che su per le piazze

continuamente applicavasi, anche per correzione e da minori magistrati;

dai frequenti supplizj della fustigazione, del tanagliamento, della

mutilazione, della forca, del fuoco, esacerbati ad arbitrio del

giudice, e perfin del carnefice.

Era naturale che gli studj deperissero. «Quasi (dice il Ripamonti) tra

sè facessero a pugni le lettere e la santità della religione, erasi

dismesso il buon latino; senz’arte d’umanità, uno squallido gergo

offuscava le scienze, solo dirette al vil guadagno ed all’ambizione.

Cittadini e nobili non coltivavano più le pulite lettere: alle leggi e

al diritto davasi mano unicamente per conseguire magistrati, ricchezze,

comandi: ed i volumi de’ giureconsulti, siccome colle molteplici leggi

turbarono ed impacciarono il genere umano, così sbandirono il buon

sapore della latinità, nelle epistole e nelle magnifiche risposte

nulla tenendo di decoroso e d’antico: peggio i medici. Non v’avea

trattenimenti od accademie da occupar pubblicamente tanto popolo e

clero: licei della gioventù civettina erano le piazze, le pancacce, le

botteghe, frivoli giuochi, cavalcate, altri elementi della pigrizia.

Tra la quiete avvezzandosi a delicature e comodi, l’ozio e l’inerzia

debellavano chi debellò eserciti potentissimi: i cittadini nostri non

solo avendo cumulati e cresciuti, ma anche inventati nuovi piaceri

fra la lunga pace, fiacchissimi traevano l’età, dimentichi del sapere

e della via stretta che mena alla salute. La plebe poi, restìa ai

precetti del vero, accorreva sempre là ove fossero guadagno, giuochi,

azzardi, balli, tripudj, principalmente ne’ dì festivi. I prepotenti

nobili, la gioventù loro futura erede, intendevano l’animo alle

ricchezze, ed a quelle cose tra cui si sciupano le ricchezze e si

volgono in vizj la fortuna e l’alto animo; onde nimicizie e uccisioni.

I cherici, dati al mercatare ed alle donne; alcuni armati, i più

semitogati, socj e ministri de’ laici, e partecipi dei peccatori, anzi

maestri di peccato, trascurando i tempj e le sacre cose, e facendo tali

opere, che il tacerle è bello»[51].

Così sventure ignote alla storia straziavano ciascuno in seno alla

propria famiglia, abjettivano il sentimento, spegnevano ogni magnanima

risoluzione. Quindi la crudele ignoranza e la ricca indolenza;

quindi i nobili tiranneggiati e tiranni a vicenda; quindi viltà negli

scrittori, tra la noja de’ quali non appare generosa opposizione agli

ingiusti voleri; nessuna premura di rammentare ai posteri come, prima

la nazione, poi l’individuo patisse senza colpa e senza vendetta. La

plebe poi, sentenziata all’ignoranza, al bisogno, all’improba fatica, e

in conseguenza alle colpe, precipitavasi a subugli, non per verun alto

fine, ma per avere a miglior patto il pane, meno ingorde le gabelle.

Ne’ paesi governati a repubblica, le classi erano state uguagliate

per modo, che niuna rimase privilegiata se non per concessioni regie,

le quali poteansi abolire col diritto onde erano state concedute. Ne’

paesi invece di governo regio, que’ privilegi di corpo si saldarono,

perchè derivati dall’indole stessa del popolo e dalla sua storia. Di

qui gran differenza tra la Lombardia e il regno di Napoli, dove Carlo

V non avea distrutto gli ordini d’antica derivazione, l’importanza

de’ tribunali, le grandi dignità della corona. Per amministrarlo in

tanta distanza dalla capitale, vi si mandavan dei vicerè, de’ quali è

quasi tipo don Pedro Alvarez di Toledo (1532-53), padre del famoso duca

d’Alba. Spagnuolo nel fondo dell’anima, tale avrebbe bramato ridurre

l’Italia, e delle ruine di questa costruire una provincia spagnuola.

Rassettò il reame da quarant’anni di scompigli, attendendo soprattutto

a reprimere le violenze private, e sistemare la giustizia. Col voler

vedere tutto e a tutti dare udienza, tolse ai subalterni la baldanza

dell’impunità; levò le armi dalle case; represse i conflitti e i

frequenti ratti, morte intimando pel furto notturno, pel duello, per

chi dopo le due di notte fosse trovato con armi, per chi usasse scale

di corda; onde intrighi amorosi menarono al patibolo; morte a chi due

volte spergiurasse. Una volta decretò che tutta Napoli mangiasse pane

fatto di tuberi di pamporcino, poi sospese dicendo aver voluto sol

farne prova per un’occorrenza. Abbattè lo scoglio di Chiatamone, e i

portici e le trabacche delle vie, tane d’assassini e di prostitute;

queste raccolse in prefissi luoghi; represse i _vendemmiatori_, che in

autunno andavano dicendo insolenze o disonestà a chi incontrassero[52];

le _ciambellerie_ che frastornavano le prime sere delle vedove

rimaritate, come gli schiamazzanti piagnistei delle esequie. Gli

Ebrei, quivi accorsi viepiù dopo cacciati di Spagna, egli espulse per

condiscendere a coloro a’ cui interessi nocevano; e perchè allora

crebbero gli usuraj, pensò ripararvi istituendo il Monte di Pietà.

Procurò buona moneta e proibì di portarne fuori del regno: per bastare

all’avida guerra, riordinò la regia camera. Volle i preti usassero

sempre abiti ecclesiastici; portandosi il viatico s’uscisse con pallio

e torchi, ed egli stesso colla Corte l’accompagnava spesso.

Per renderla degna metropoli, cinse Napoli di nuove mura, ingrandendola

di due terzi col racchiuder parte del monte Sant’Elmo secondo i nuovi

ingegni militari, e con una cisterna che eguagliava la Piscina Mirabile

di Baja; aperse la via Toledo, ampliò l’arsenale, condusse fontane,

istituì lo spedale e la chiesa di San Giacomo apostolo, ove preparossi

il sepolcro per opera di Giovanni di Nola, il migliore scalpello

d’allora; sanò le paludi che infestavano Terra di Lavoro, con un fondo

per conservarne lo smaltitojo. Difese le coste dai Turchi con fortini,

con baluardi le città, sicchè la gente cessò di affluir a Napoli e

lasciar deserta la campagna; altri munimenti pose negli Abruzzi e a

Capua; e mentre gli abitanti, sgomentati dai sussulti e dalle ceneri

pioventi, voleano abbandonar Pozzuoli, e’ vi fece strada, palazzo,

torre, fontane, bagni, impedendo così che perisse come Cuma e Baja.

Per tutto ciò e per le guerre ricorrenti dovette gravare i sudditi;

e mentre erasi convenuto con Carlo V che ogni fuoco pagherebbe sol

mezzo ducato, fin due se ne dovettero allora, oltre i donativi. Nel

rendere giustizia non badava ad asili o a privilegi di classe; inviò

al supplizio uomini principali, come il commendatore Pignatelli,

che fidato nelle aderenze, avea fin allora sfidato la giustizia e

punito i querelanti; un conte di Policastro e un Mazzeo Pellegrino

fece decapitare nel largo di Castello, per quanto esorbitanti somme

offrissero; anzi neppur la forca risparmiò a’ nobili; ne fece scannare

da un suo servo tre giovanetti per aver investito birri che arrestavano

un povero; mandò soldati che la figliuola del principe Stigliano,

fidanzata a suo figlio[53], levassero dal monastero ov’era rifuggita;

e un ambasciadore ebbe a scrivere che ottantamila persone perissero per

man del boja, lui viceregnando.

L’eletto del popolo, il quale richiesto dall’imperatore sulla

condizione de’ Napoletani rispose che, per tenerli contenti, bisognava

procurare abbondanza senza angarìe, e che ciascun mangi al piatto suo

colla debita giustizia, e che si togliessero le nuove gabelle messe

dal vicerè, fu deposto. Il marchese Del Vasto, il principe di Salerno

e molti baroni decretarono a Carlo V l’inaudito dono di un milione e

mezzo di ducati, affinchè rimovesse il Toledo: ma ciò valse a saldarne

l’autorità, che tenne per vent’anni, finchè, nell’imprendere la guerra

contro Siena, morì.

Fu imitato dai vicerè successivi[54] nel moltiplicare opere edilizie.

Il duca d’Alcala (1559-71) aperse la via da Napoli a Reggio, alla

Puglia, a Pozzuoli; e nella capitale quella da porta Capuana a Poggio

reale ed a Capua, e la fontana del Molo coi quattro fiumi; i ponti

della Cava, di Fusàro, del Lagno, di Rialto, di Sant’Andrea. La porta

Pimentella in città e il forte Pimentello all’isola d’Elba, la porta e

la fontana Medina e il palazzo a Posilipo, ricordano il nome d’altri

vicerè. Il ponte di Pizzofalcone è dovuto al marchese di Monterey.

Il conte d’Olivares fece granaj e acquedotti, il conte di Lemos il

palazzo reale, suo figlio quel degli studj, sempre coll’opera di

Domenico Fontana, s’aprì con solennità straordinaria quell’Università,

con statuti e insegne, e che le cattedre si conferissero per concorso

e disputa. E tutti i vicerè furono insigni nella prudenza civile, di

tutti le prammatiche sono quel più savie che si potesse aspettare,

tutti distrussero i giuochi e i banditi, tutti prevennero le carestie,

se crediamo al Giannone anzichè ai fatti.

Essi doveano in certi casi aver il parere d’un consiglio collaterale

di giurisperiti, tre spagnuoli e otto italiani, con un segretario

di Stato; e poichè in questo consiglio vennero assorbite le antiche

attribuzioni degli uffizj di Stato e di Corte, gli affari tutti

vennero sotto la mano del vicerè. Come gran connestabile egli comandava

all’esercito, avea Corte propria con un gran giustiziere per le cause

criminali, civili, feudali; un grande ammiraglio; un gran camerlingo

sopra le rendite e spese; un gran protonotaro, custode delle regie

scritture, e primo a parlare nelle assemblee; un gran cancelliere

guardasigillo; un gran siniscalco, maestro della real casa, e

soprantendente agli apparati, alle razze di cavalli, alle foreste, alle

caccie.

In conseguenza, il carattere di ciascun vicerè contribuiva grandemente

al pubblico stato, secondo erano guerreschi o pacifici, miti o fieri,

lenti o solerti, progressivi o remoranti. Toccava ad essi proporre ai

varj impieghi, molti de’ quali erano lucrosissimi; occasione di lauti

mercati. Sempre forestieri, e inesperti delle cose nostre, appena

cominciavano impararle riceveano lo scambio, onde diceasi che, dei tre

anni che soleano durare, il primo usavano a far giustizia, il secondo a

far denari, il terzo a far amici per essere confermati.

Secondo la riforma del Toledo, tre erano gli alti tribunali: il sacro

consiglio di Santa Chiara che trattava gli affari in tre istanze,

composto di dieci consiglieri italiani e cinque spagnuoli, uno de’

quali facea da presidente; la corte di Vicaria per le cose criminali,

e per l’appello delle civili; la camera regia per gli affari fiscali.

Seguivano tribunali minori, e vicarj nelle diverse provincie.

De’ pubblici uffizj parte si vendeva, parte era conferita ad

intriganti: Filippo IV metteva in vendita sin il diritto più prezioso,

quello della giustizia «perchè conveniva al suo servigio l’ammassare

il maggior denaro possibile»[55]. A volta a volta di Spagna erano

deputati visitatori, con facoltà estesissime, talora fin indipendenti

dal vicerè; e il popolo reputavasi beato quando li potesse ottenere

forestieri: tanto malfidava dei proprj.

Il parlamento coi tre bracci continuava, come in Sicilia e in Sardegna;

ma il clero fu tenuto umile, e fra gli altri ordini si seminarono

gelosie coi titoli e col fasto, per indebolire l’opposizione.

I quali ordini erano i baroni o feudatarj, i nobili e il popolo. Re

Martino moltissime terre infeudò, che invano volle redimere dappoi;

re Alfonso vendeva e investiva per alimentare la guerra di Napoli;

talchè di mille cinquecencinquanta Comuni, appena centodue rimanevano

demaniali, e qualche barone possedeva sin trecento terre. Gli

Spagnuoli perseverarono nel pessimo sistema, onde nel 1559, di mille

seicendiciannove Comuni, soli cinquantatre appartenevano al dominio

regio, e nell’86 soli sessantasette dei mille novecensettantatre,

non computando i casali e i villaggi sprovvisti di rappresentanza

municipale. Qualche grosso feudo era ricaduto alla Corona, come il

ducato di Bari, dal tempo di Francesco Sforza appartenuto alla famiglia

che dominò Milano, fin alla morte di Bona Sforza regina di Polonia,

che lo lasciò a Filippo II col principato di Rossano: ma ne rimanevano

d’importanti, come il principato di Salerno dei San Severino, quel di

Taranto degli Orsini; i quali possedeano ben quarantaquattro luoghi

negli Abruzzi, trentaquattro i conti di Celano, venticinque quei di

Matera, e molti gli Acquaviva, i Caracciolo, ecc. Erano anche alcuni

feudatarj stranieri, come i Farnesi di Parma principi d’Altamura in

Apulia, e duchi di Civita di Penna negli Abruzzi; i Medici principi

di Capestrano; i Gonzaga principi di Molfetta e duchi d’Ariano; i Cibo

duchi d’Ajello.

Il Governo mal volentieri divideva l’autorità coi feudatarj, tanto più

che recavano ostacolo all’esazione delle imposte, eppure la necessità

di denaro obbligavalo a crearne di nuovi. Carlo V avea permesso ai

Comuni di riscattarsi, e ridursi sotto l’autorità della corona; e

molti il fecero a prezzi enormi, come Amalfi per duecensedicimila

censessanta ducati, per cendodicimila Soma sul Vesuvio: per ciò doveano

far debiti, e per pagarli ipotecavano o i beni comunali o qualche

gabella o infeudavano parte del territorio, sinchè poveri e assediati

si rivendeano, fortunati se cadessero in un buon signore. Lo stesso

Governo talora dava in feudo quelli ai quali avea già venduta la

libertà, se pur non potessero conservarla col pagarla quanto il fisco

avrebbe potuto trarre dal venderli.

Ai baroni competeva il mero e misto imperio, e non solo alle antiche

case, ma a ventisette nuove, poi a molti prelati, che l’indicavano col

tenere la forca piantata. Essi giudicavano pure delle cause civili,

e nominavano i magistrati, avendo così in arbitrio sostanze e vita

dei cittadini. I dipendenti doveano macinare al mulino signorile, e

far pane al suo forno, non vender vino, non viaggiare senza licenza

del feudatario. Il 29 marzo 1536 l’imperatore avea stabilita una

commissione per esaminare senza appello i doveri de’ vassalli: ma le

carte presentate dai Comuni non furon rese che sotto il regno di Murat.

Le grandi cariche per lo più erano ereditarie, o comprate come titolo

nelle famiglie: così erano connestabile un dei Colonna di Paliano; gran

giustiziere uno dei Piccolomini di Amalfi, poi de’ Gonzaga di Molfetta,

infine gli Spinelli di Fuscaldo; grand’ammiraglio i Cardona; camerieri

i d’Avalos e i del Vasto; protonotaro i Doria di Melfi; cancelliere

i Caracciolo d’Avellino; siniscalco i Guevara di Bovino. Nella prima

metà del Seicento moltissimi titoli furono venduti a gran prezzo;

e nel 1675 v’avea cendiciannove principi, cencinquantasei duchi,

censettantatre marchesi, innumerevoli conti. I nuovi nobili erano esosi

ai nobili vecchi che ne rimaneano scassinati. Per ottenere que’ titoli

caricavansi d’imprestiti opprimenti, intentavano processi, eternati dai

troppo famosi causidici, e così tornavano poveri e vanitosi.

Gli abitanti di Napoli erano distinti in nobili e popolo: questo era

partito in ventinove _piazze_, dette anche _ottine_ perchè ciascuna

eleggeva otto cittadini, specie di municipio con un capitano; i

nobili erano distribuiti nei seggi di Nido, Capuana, Montagna, Porto,

Portanuova, forse ai primi due spettando la nobiltà feudale o il

baronaggio, agli altri i semplici nobili. Altri sopravvenuti che non

poteano scivolare fra’ nobili, rimasero col popolo, e lo ajutarono ad

acquistar diritti esso pure e una rappresentanza in urto coi nobili;

i quali spesso sostenevano un punto, unicamente perchè avversato dal

popolo, e viceversa. Ciò interveniva principalmente in occasione

dei donativi al re, coll’abbondar dei quali un ceto compravasi la

benemerenza regia a carico dell’altro: invidie delle quali già aveano

fatto profitto gli Angioini e gli Aragonesi, e continuarono gli

Spagnuoli.

Cinque _eletti_ o sindaci toglievansi fra i baroni, ed uno fra i

cittadini, il quale s’intitolava eccellenza; veniva investito nel

giorno del _Corpus Domini_, e godeva molta autorità; voto pari ai

deputati della nobiltà; rendea ragione in affari di polizia, nominava

i soprantendenti ai dazj, e il notaro della città; e ritraea grande

autorità dal rappresentare tanta popolazione, della quale era il

tribuno, e talvolta il martire. Nella carestia del 1582 il vulgo ne

imputò l’eletto Starace, e trattolo dal letto ove stava infermo, a

insulti lo trucidò. Il vicerè, col trarre a sè il diritto di scegliere

l’eletto fra sei proposti, ridusse servile anche il rappresentante del

popolo. Tutti insieme gli eletti vigilavano sui privilegi che Fernando

il Cattolico e Carlo V aveano conceduti alla città, e che ciascun nuovo

re confermava. Fra’ quali era, che i Napoletani potessero chiamare al

proprio tribunale qualunque regnicolo, mentr’essi non poteano essere

citati fuor del tribunale proprio[56].

Sempre più diminuiti di potenza esterna, i nobili la cercavano nelle

cose municipali, in queste esercitando le gare e gli odj; e passo a

passo i sedili eransi surrogati all’antico parlamento, che i vicerè

più non convocavano se non quando non potessero ottener denaro dai

sedili, unico titolo omai delle convocazioni, e che per conseguenza

bisognava a ogni modo decretare. Raccolto, esponeansi i bisogni della

corona: se rimostravasi come il paese fosse esausto, se ne conveniva,

ma il servizio regio bisognare di quella somma, e non restava che

a cercarne i mezzi, cioè votare una nuova imposta. V’era dunque una

costituzione ma senza garanzia, potendo i vicerè eluderla, e arrestare

i deputati dei sedili e fin gli eletti. Monterey li relegò per sette

anni a Capri perchè aveano spedito alla Corte un ambasciatore a sua

insaputa. Olivares ne fece arrestar due de’ più illustri. Lemos proibì

ai sedili di raccogliersi senza sua special permissione. Benavente,

per guadagnarsi il popolo, avea fissato il pane a sì vil prezzo, che

la municipalità di Napoli dovette compensare i fornaj con duemila

ducati il giorno. Gli fu mandata una deputazione, il cui anziano

Cesare Pignatelli disse: — Se non fosse la letizia per la nascita

dell’infante, noi saremmo comparsi in lutto»; e il vicerè rispose,

non sapeva qual cosa il ritenesse dal gittarlo dalla finestra, e

gl’inflisse l’arresto in casa. Nel 1625 il duca d’Alba impose una

straordinaria tassa di due carlini per fuoco, senza tampoco sentire i

sedili; e sapendo voleano mandare una deputazione al re, chiamolli,

e intimò che, se lo facessero, «taglierebbe loro la testa e se la

metterebbe sotto i piedi». Nel 1638 al duca di Medina si spedirono

frati e donne perchè desse ascolto alla deputazione della città: ma

avendo in questa lo storico Capecelatro parlato francamente, fu punito

in ottocento ducati e otto giorni di arresto, oltre una procedura

criminale che poi fu sopita. Le deputazioni, se potean giungere alla

Corte, bisognava se l’ingrazianissero con qualche grosso donativo, e il

più che ottenessero era lo scambio del vicerè.

Il Monterey, passionato pei drammi, quasi ogni giorno ne volle, or

pubblici, ora in Corte o nelle case de’ nobili; e in teatro l’insolito

comodo d’una loggia unicamente per sè e sua moglie; in ogni solennità

ripeteansi, e principalmente nella notte di Natale «al levarsi da uno

spettacolo andò alla messa, mescolando i santi misteri colle favole

degl’istrioni» (CAPECELATRO). Andando in feluca verso Mergellina e

Posilipo menava seco due portenti di quel tempo, Ciucio Pulcinella

e Ambrogio Bonomo Coviello, attori che traevano alle loro buffonerie

tutta Napoli. Una compagnia spagnuola, venuta a recitare nel 1636 a

spese di lui, costò pel solo viaggio quattro in cinquecento ducati: e

perchè nessuno andava allo spettacolo, il vicerè ordinò che tutti gli

uffiziali e impiegati vi assistessero giornalmente, o si riterrebbe un

tanto sul loro soldo. Talmente s’abbandonò a tal passione, che mandato

poi a guerreggiare in Portogallo, sottraeva la paga ai soldati per

stipendiare commedianti.

Un’altra passione avea, quella de’ quadri; perocchè l’arte di Verre fu

un nuovo erpete del viceregno, volendo gli Spagnuoli arricchire i loro

palazzi di Madrid con capidarte italiani. Il Medina ne tolse quanti

potè alla città, e fra gli altri la Madonna del pesce di Rafaello; e

perchè il priore di San Domenico reclamava, lo fece da cinquanta uomini

a cavallo accompagnare ai confini: levò dalla chiesa stessa un quadro

di Luca di Leyda, da Santa Maria della Santità un Rafaello, un Giulio

Romano dagli Incurabili; compensando colla fontana che porta ancora il

suo nome. Altrettanto usò il Monterey: don Pedro d’Aragona portò via

anche sculture, e avrebbe levato la bella fontana di Domenico d’Auria a

Santa Lucia se i pescatori non si fossero opposti.

La moglie del Monterey era sorella del conte duca d’Olivares, e perciò

sublimando di pretensioni, alle dame ripeteva che a lei bisognava

dirigersi, non al vicerè, chi volesse grazie; e quando una bella dama

impetrò da questo un posto di giudice per suo marito, essa la battè

colle pantofole, giacchè le pantofole non lasciava mai.

Far denaro, era il supremo se non l’unico scopo del Governo. La

tassa de’ fuochi nel 1505 avea versato al fisco 393,517 ducati:

quarantacinque anni dopo ne rendeva 700,000: e dopo altri venticinque,

l’ambasciador veneto la valutava a 1,040,248; sicchè egli ragguagliava

l’entrata del regno a 2,355,000 ducati, cui doveansi aggiungere 600,000

di donativo ordinario, 225,000 pei pascoli della Puglia, 214,500 per

le dogane, 375,252 per la decima del clero. Poi nel 1640 la tassa dei

fuochi era il doppio del 1505.

Carlo V aveva promesso e giurato che nè esso nè i successori

metterebbero gabelle sulle Due Sicilie senza permissione della santa

Sede; se il facessero, autorizzava il popolo a prendere le armi.

Eppure nessun vicerè passò senza imposizioni, sempre più ingorde e

irrazionali. Il Monterey riscosse per quarantaquattro milioni di ducati

in gabelle straordinarie, per levare truppe a servizio del suo re. Il

Medina succedutogli, per quarantasette milioni. Quando gli successe

l’almirante di Castiglia, undici milioni di ducati d’oro assorbiva

il solo interesse delle gabelle, il cui fondo era stato venduto a

novantamila persone, talchè di quell’ingente esazione non un carlino

perveniva all’erario. Egli ne sporse doglianze alla Corte, ma venutogli

in risposta di mandare nuovo denaro, dovette imporre altre tasse per un

milione e centomila ducati, levandole (giacchè più altro non rimaneva)

sopra le pigioni. Tal susurro ne nacque, ch’egli stimò prudenza

sospenderle; ma «i ministri spagnuoli, deridendo la timidità di lui, lo

trattarono da uomo di poco spirito, inabile a governare un convento di

frati» (Giannone), e gli diedero lo scambio.

La coronazione, le fascie d’un neonato, le pianelle della regina,

la spedizione d’Africa, la guerra della Germania, le fortune e le

disfortune erano titoli di donativi; a ciascuno metteasi la condizione

di non aggiunger altro tributo, e subito se n’inventava alcun di nuovo.

Nel 1643, dopo le gravissime sventure, si pagarono in donativi 11

milioni, o almeno furono decreti. Vorrebbesi che da Ferdinando I fino

a Carlo II il regno consumasse 90,784,000 ducati in soli donativi, di

cui 61,869,787 a carico de’ Comuni, 14,893,000 de’ feudatari 14,020,233

della città di Napoli, oltre 512 mila donati ai vicerè. Moltissimo

fruttavano gli _arrendamenti_, cioè proibizioni d’olio, ferro,

sale, seta, per asportare o importare i quali bisognava pagare. Le

composizioni pei delitti rendeano da 60 mila ducati.

Le assurde leggi doganali spingeano al contrabbando, e questo rovinava

gli onesti negozianti, mentre i frodatori côlti, o nella prigione si

raffinavano al delitto, o si riduceano miserabili per riscattarsi.

Oltre le esazioni, oltre i rubamenti dei vicerè e de’ loro aderenti,

nei quali il re non avea colpa che di non impedirli, capitavano

principi che bisognava festeggiare: poi alla loro partenza regalare i

vicerè dell’aver sì bene amministrato.

Per far fronte a tante spese si vendevano le gabelle, togliendosi

così il modo d’abolirle; poi per nuovi bisogni se ne creavano di

nuove, da vendere anch’esse; si vendeano le terre demaniali; i Comuni

si gravavano di debiti, e la sola città di Napoli dovea quindici

milioni di ducati, il cui interesse pagava colle esorbitanti gabelle;

s’introdusse la carta bollata alla maniera di Spagna; si trattò fino

d’imporre un grano per testa al giorno ai centrentamila che vivevano

alla giornata, uno e mezzo ai centrentamila che viveano di stato

mediocre, due grani a’ titolati, gentiluomini, mercanti e altri

lauti. Aggiungete le prammatiche sopra le vittovaglie; fin dal 1496

essendosi cominciato a determinare il prezzo del pane e dei maccheroni,

bisognò somministrare farina e grani; e in paese pinguissimo si moriva

d’inedia. — Qua spiritiamo dalla fame (scrivea un ambasciadore nel

1621); a mezzogiorno non si trova pane alle botteghe, perchè la plebe,

all’alba, impaurita se ne provvede, e spesso di più del bisogno, e

crede il vicerè voglia metter pena a chi ne piglia più dell’occorrenza

quotidiana»[57].

Venduti feudi, titoli, terre, non restava che inventare nuove gabelle

sulle frutte, sui capelli, sulle scarpe, sul pane, sull’uva secca,

sulle ulive, sui legumi, sul cuojo, la seta, i vini e le botti, gli

zuccheri, il sale, i salumi: insomma, com’ebbe a dire il Campanella,

pagavasi fin per tenere la testa sul collo. Aggravj più pesanti perchè

ne restavano immuni i nobili e il clero. Sotto tante esazioni bisognava

gravarsi di debiti, e s’introdussero i Monti, cioè prestiti cumulativi,

che cercavansi dalle università, dai Comuni, dai particolari, dai

baroni, e che divenivano una nuova complicazione e un nuovo male.

E poichè l’esazione era difficilissima, si appaltavano, principalmente

ai Genovesi. Questi attivissimi Italiani, di buon’ora e ne’ patrj

commerci impratichitisi colle finanze, le esercitarono in tutti i

paesi, e già al tempo di Filippo II aveano in mano tutte quelle del

regno, e banche, carte dello Stato, debiti pubblici: piaceano alla

Spagna perchè solidi; perchè inesorabili erano odiati dal popolo.

L’Ossuna voleva che Naselli prendesse in appalto la dogana di Foggia;

e perchè scusavasi in vista dei molti che già tenea, gli fu intimato

uscisse di paese fra due giorni, pena la vita. Voleva un’anticipazione

di ducentomila ducati sopra una gabella; e perchè gli appaltatori

si scusavano, ne fece sequestrare provvisoriamente trecentomila

ducati[58].

Al disordine delle finanze credeasi provvedere cogli infausti ripieghi

di moneta bassa, di soldi sospesi agli impiegati, fin di misurare il

pane alle famiglie[59]. Del contante provavasi tanta scarsezza, che

nel 1573 si pagava il venti per cento; quattr’anni dopo il trentadue

e mezzo sopra Roma; e nel 1621, il trenta per cento sopra Venezia

(BIANCHINI). Quindi il mestiero della banca fruttava lautamente ai

Genovesi; e fu considerato sventura pubblica il fallimento della casa

Mari, che traevasi dietro tutte quelle di Napoli, se il vicerè non

avesse per un intero mese dilazionate le scadenze.

Quando mancasse d’ogn’altro compenso, il Governo ricorreva ai prestiti

forzati. Nel 1605 il Benavente ne impose uno alle banche, e poichè

nicchiavano, cominciò a prendere sessantamila ducati sopra sei istituti

di beneficenza, promettendo l’otto per cento.

La banca del debito pubblico trovavasi spesso in secco; nel 1622 il

cardinale Zapata ridusse i capitali deposti a due terzi del valore; nel

1625 per più giorni si sospesero gli affari. Che più? Qualche Comune

comprò il diritto di _ribellarsi a nome del re_, onde schermirsi dalle

prepotenze del fisco.

Uno essendo l’esercito della monarchia spagnuola, soldati nostri

guerreggiavano per tutta Europa, in Asia, in Africa, in America; mentre

qui di guarnigione avevamo Valloni, Tedeschi, Spagnuoli. Quattromila

pedoni sotto un maestro di campo e un auditore formavano il _terzo di

Napoli_: la cavalleria contava mille corazzieri e quattrocencinquanta

mila armati alla leggera[60]. Vuolsi che il Monterey in sei anni

mandasse in campo quarantottomila pedoni e cinquemila cinquecento

cavalieri, la più parte indigeni, con ducentotto cannoni, settantamila

fucili ed altre armi e galere, navi di trasporto, munizioni ed ogni

occorrente: e sul fine della sua amministrazione colpì la capitale con

quindici milioni di ducati, che la più parte convertì in armamenti e

soldi. Poi se si avvicinavano le flotte francesi, bisognava la città

stessa si armasse a propria difesa.

L’Alcala istituì i battaglioni nazionali, per cui ogni cento fuochi

doveasi dare quattro pedoni e un cavallo, formando ventiquattro o

trentamila uomini, obbligati solo a servir in paese, e stipendiati in

tempo di guerra. Re Alfonso I aveva introdotto cavalli di Spagna, donde

le belle razze che finora non degenerarono.

Fernando il Cattolico credette favorire l’industria paesana col

gravare l’importazione de’ panni, e soltanto per privilegio concedere

a forestieri di quivi fabbricarne: e molto in fatto se ne lavorò a

Napoli non solo, ma ad Aquila, Teramo, Ascoli, Arpino, Isola di Sora,

Piedimonte d’Alife, e in Calabria. Crebbero poi le seterie, tanto che

a metà della popolazione di Napoli davano occupazione di fabbricare

stoffe d’ogni qualità, sino ai broccati d’oro, insegnati dai Veneziani;

e moltissimi ne consumava la Corte e la nobiltà per abiti e per addobbi

delle case. Non che però quest’industria si ampliasse mediante le nuove

vie aperte al commercio e le agevolate comunicazioni, fu ristretta

da improvvide prammatiche. Principalmente il vicerè duca d’Arcos nel

1647, oltre circuirla di mille ceppi, volle quel lavoro proibire alle

provincie; e il vendere, tingere, tessere la seta fu riservato «a’

compratori e agli industriali della regia dogana di Napoli», a cui

pertanto i produttori doveano vendere i bozzoli. Nel 1685 fu vietato

d’introdurre invenzioni nuove in questa manifattura, nè si esponessero

al mercato che stoffe lavorate al modo antico e cogli antichi prezzi.

Reca stupore che con tali provvedimenti non sia perita quest’arte;

e qui dovremmo ripetere quello che dicemmo della Lombardia

sull’improvvida azione governativa. Nel 1618 fu proibito, pena la

galera, d’indorar quadri o altro, sinchè non fosse finito d’indorare

il nuovo galeone. Per mille altre vaglia la grida che gli eletti della

città di Napoli, conforme a molte precedenti, pubblicarono il novembre

1649, portante 1º che nessun tavernajo o venditore di vino a barili

o a caraffe tenga o venda vini guasti, spunti, sbolliti, aversiti,

aceti o d’altra mala qualità; 2º non mesca il vino mazzacane col vin

vecchio; 3º non venda una sorta di vino per l’altra; 4º dia la giusta

misura, con le caraffe zeccate dal credenziere; 5º non dia o venda

pane minore della misura corrente, nè tenga pane fatto in casa; 6º non

compri carne, trippa o altre merci in tempo di notte, ma solo un’ora

dopo fatto giorno, acciò possano i cittadini provvedersi; 7º non compri

pesce in mare o in terra nel distretto di Napoli, nè di notte, ma vada

comprarlo alle pietre alle ventitre ore di sera, o in quaresima un’ora

prima di mezzogiorno, e nelle altre vigilie alle due dopo mezzogiorno,

acciò possano i cittadini provvedersi; 8º non venda nè giorno nè notte

carne o pesce crudo, e neppur cotti da portar fuori; 9º non compri

filetti di porco di notte, ma solo di giorno e dopo le diciannove

ore». Ciascun punto è corredato di gravissime minaccie pecuniarie e

corporali, «e altre pene a nostro arbitrio riserbate giusta li bandi

antichi».

Di sì opportune coste, di sì grati terreni poco approfittavansi

l’industria ed il commercio: le servitù rurali pregiudicavano

all’agricoltura, e i pastori conducevano pochi armenti su campagne che

sarebbero bastate a nutrire un popolo. Francesco Bobbi scriveva al duca

di Firenze l’11 novembre 1549: — Le strade, non solo in questo regno,

ma per tutto fino a Roma, sono rotte di sorte, che è impossibile senza

una compagnia almanco di cento cavalli, che si possi andare di qui là».

Tornava pure di danno la moltitudine de’ frati, propagatori d’una

devozione sragionata e d’un profluvio di miracoli, possessori d’immensi

tenimenti alla campagna e di estesissimi quartieri in città, perocchè

i legulei sosteneano che i proprietarj di case e terre confinanti a

monasteri le dovessero ceder loro a prezzo di perizia. Udita quella

miseria pubblica, fa meraviglia la ricchezza delle chiese, tra cui

basti accennare la certosa di San Martino e la cappella di San Gennaro;

la prima tutta a marmi intagliati e musaici, cogli altari di pietre

fine, i balaustri di bei marmi e porfidi, e ogni cosa fiorami, rosoni,

ghirigori; nell’altra in sole pitture si spesero trentaseimila ducati

e un milione nelle altre opere, oltre l’inestimabile tesoro: pochi

anni prima della sollevazione di Masaniello, ducentomila ducati vi si

erogarono all’altare della Nunziata, macchinosa opera del Fanzaga; e

tesori in un ciborio dei Teatini.

E veramente le spese delle congregazioni e l’ambizione de’ governatori

davano aspetto di gran bellezza e magnificenza a Napoli. Al tempo del

Monterey, questa avea ventimila fabbriche, quarantaquattromila fuochi,

trecentomila abitanti; giornalmente consumavansi quattromila moggia di

grano; ogni mese spendeasi trentacinquemila ducati in legumi e verdure;

ogni anno centomila staja d’olio (6400 ettolitri), quindicimila

centinaja di carne salata, ventimila di pesci, seimila di caci,

centomila bestie da macello; da’ soli pubblici magazzini vendeansi

annualmente trentamila botti di vino oltre il particolare. La gabella

dei frutti rese ottantamila ducati. Alla dogana riceveansi da seimila

casse di zuccaro, duemila di cera bianca, trecento di spezierie,

ventimila centinaja di mandorle. Per panni forestieri spendeansi da

quattrocentomila ducati, ducentomila per nostrali, trecentomila per

tele di lino veneziano, ducentomila per olandesi, cencinquantamila

per lavori d’oro, e d’argento. L’introduzione degli spilli guadagnava

quarantamila scudi l’anno. Moltissimo usciva in oggetti di lusso,

stoffe di seta e d’oro per abiti e per tappezzerie, ricami e simili.

E bastava girar Napoli per accorgersi qual ricca città fosse: oltre

gli operaj che menano le loro merci in piana strada, oltre quei che

hanno manifatture in casa, in ogni via, in ogni viottolo trovasi una

quantità di gente che accalcano, urtano, portano senza riposo: entrate

nelle chiese dove si predica? vi trovate una folla di persone: andate

ai tribunali? stupite di tanto rumore: le strade sono piene di gente

a piedi, a cavallo, in carrozza, sicchè ne viene un ronzìo come da

un alveare[61]. Ivi e commercio e uffizj dove guadagnare, largizioni

da fruire, limosine e scrocchi da godere vi cresceano la popolazione;

molte le case forestiere, principalmente di Genovesi, come gli Spinola,

i Mari, i Serra, i Ravaschieri.

Ma questi incrementi erano a scapito delle provincie, abbandonate a

sè. Il popolo dappertutto giaceva inerte, malvestito, malpasciuto,

rissoso, pronto alle armi; eppur vile; e come chi sta male, desiderava

le novità e le cose in aria, malcontento sempre del Governo, ma non

del re; rispettoso a questo, non alla giustizia. Lo spergiuro e il

testimonio falso era sì comune che, quando voleasi introdurre la

santa Inquisizione spagnuola, si rimostrò che nessuno più avrebbe

pace, attesa la consuetudine d’attestare la bugia. Il falsare monete

e tosarle era pure divulgatissimo, e preti e frati e nobili e donne,

vi si ingegnavano: sotto lo Zapata fu appeso alla forca Lisco di

Ausilio, che a diciotto anni con quest’arte erasi formato un’entrata di

quarantamila ducati.

I nobili si lamentavano di veder dati a forestieri tanti impieghi,

creati per loro dai re antecedenti. Ma non aveano nè forza per

contrastare alla Spagna, nè generosità per affratellarsi al popolo;

e i puntigli d’onore non li rimoveano da bassi delitti; menavano

lunghe brighe per titoli sonori o preminenze, o per ottenere di

coprirsi il capo davanti al re, come i grandi di Spagna; faceansi

vanto dell’ozio, vergogna dell’industria, non badando personalmente

ai proprj interessi, ma a caccie, feste, esercizj cavallereschi; e col

fasto puntiglioso allontanandosi più sempre dal popolo, colle aderenze

lo tiranneggiavano; perchè un dottore non gli diè dell’eccellenza,

il principe di Colla gli avventò un campanello, che andò a spezzar

la testa ad un vecchio; votavano senza misura le imposte, da cui gli

esimevano i privilegi, o che prendevano in appalto impinguandosi della

miseria pubblica.

Quali costumi poteano aspettarsi da servitù accompagnata con disordine?

Alle passioni violente e iraconde lasciavasi corso, non so se col

proposito, ma certo coll’effetto di scomporre gli elementi della

nazionalità; un Comune nimicavasi all’altro, famiglie a famiglie, città

a città; degli antichi partiti aragonese e angioino si resuscitò il

nome per rammemorare che si erano odiati una volta, e che doveansi

odiare ancora. Lassi i legami domestici, se non quando si trattasse

di sostenere puntigli. Donne di primarie famiglie non vergognavano

d’essere le palesi drude del vicerè, come la marchesa di Campolattaro

di casa Capua, la principessa Conca degli Avalos. Gl’intrighi delle

viceregine aggiungeano viluppi alle avventure giornaliere, e qualcuna

porgeva lezioni ed esempio di scandali: nel carnevale del 1639 la

moglie del Medina diede in palazzo un ballo mascherato, ove essa e

ventitre delle più belle figurarono in mitologica nudità. E balli e

mascherate e teatri erano spassi desiderati dai vicerè; e nelle loro

entrate, o negli avvenimenti della Corte «aprivansi le cataratte del

giubilo per versarne torrenti di contentezza».

Alle cortigiane era vietato comparire per città in carrozza, nè in

barca alla prediletta riva di Posilipo, pena la frusta; e il pernottare

nelle osterie: ma grande n’era il numero, e frequentate le loro case

da nobili, nuovo incentivo a baruffe e duelli e uccisioni, come le

giostre, le corse, i combattimenti d’animali, le passeggiate, i corsi.

Di duelli sono pieni i ricordi de’ tempi, sì da formarne il punto più

rilevante nella vita de’ giovani nobili. Alcuni servivano nelle armi,

i più alla Corte; ma in questa non trovavano nè splendore nè potenza

quanto i Francesi; non avendo dinastia nazionale, cui consacrare la

loro lealtà, riducevansi a corteggiare un vicerè straniero, effimero

e subalterno anch’esso. Ricordavansi dell’età feudale, quando i loro

padri somigliavansi a re? era solo per trarne frivole pretensioni;

i vicerè piacevansi a mortificarli, e personaggi d’alta nascita

sottoposero alle procedure e alle pene ordinarie, sostenuti per debiti,

arrestati dai birri. Frequenti si ripetevano i bandi contro i giuochi

di zara; eppure dai nobili avventuravansi centinaja di ducati sulle

carte o sui dadi: nel 1631 Gian Giacomo Cossa duca di Sant’Agata ne

perdè diecimila al tarocco; Vincenzo Capece si fece un’entrata d’oltre

sessantamila ducati col prestare somme pel giuoco[62]. Oltre i ridotti

privilegiati, vi servivano case particolari; e in quella del cavaliere

Muzio Passalacqua, al tempo del secondo duca d’Alcala, Bartolomeo

Imperiali perdè una sera seimila ducati: eppur era genovese, riflette

il cronista.

Altri, rotta nimicizia colla società, si riducevano in bande, che

protette da chiunque non voleva esserne straziato, taglieggiavano i

viaggiatori, parteggiavano in quelle frequenti sommosse, e non che

i birri, affrontavano anche i soldati. Verso il 1660 l’abate Cesare

Riccardo uccise il duca di San Paolo, facea scorribande attorno a Nola,

e fin in Napoli entrava e usciva sconosciuto, svaligiava i procacci

bruciandone le lettere, impedì il trasporto della neve, e minacciò

pur quello del grano se non gli si otteneva perdono. La costoro

faccenda raddoppiavasi quando, in occasione di conclave, moveansi i

prelati. Per reprimerli si nominò un commissario di campagna, che

dovea provvedere con piena e sommaria autorità agli attentati in

Terra di Lavoro, cioè ne’ dintorni della capitale; avventavansi gride

civili e monitorj ecclesiastici, bandivansi taglie fin di trecento

ducati per testa, affinavansi supplizj: ma come estirparli quand’erano

protetti dai grandi che di loro si valevano? e qual giudice avrebbe

osato condannare un nobile e nimicarsi tutta la parentela? I vicerè

medesimi accettavano regali per tollerarli; poi o il papa o il granduca

li prendeano al soldo per danneggiare i nemici. Urbano VIII gittò

sul Sanese il Tagliaferro con una banda d’assassini: Ferdinando II

granduca prese a servigio Cesare Squilletta, detto frà Paolo, il quale

andò nel Regno a reclutare quanti banditi trovava: Giulio Pezzola ben

cinquecento ne adunò, coi quali mise a ferro e fuoco sin i contorni di

Roma; un Pagani ne portò un migliajo a devastare Rieti e Spoleto. Un

nunzio si querelava che i monasteri fossero il più solito ricovero di

costoro: i Benedettini di Montevergine ad Avellino vi teneano mano: e

se la giustizia violasse gli asili, ne nasceano dissensioni fra le due

autorità. Sotto il duca d’Alcala, Gian Vincenzo Dominiroberto barone

di Pellascianello e capobande, essendo stato côlto in una chiesa, fu

condannato a morte, per quanto il nunzio e il vescovo reclamassero la

santità dell’asilo, e il vulgo mormorasse aspettandone la grazia.

Frequentissime rinascevano le quistioni giurisdizionali coi vescovi,

caldeggianti le pretensioni curiali, e che non credevano necessario

l’_exequatur_ regio alle bolle di Roma; donde gravi sommovimenti. Gli

avvocati, al solito, favorivano al Governo; il popolo stava per le

libertà; e il Giannone declama vivamente contro le pretensioni dei

frati e preti, che in forza della bolla _In Cœna Domini_ resistevano

all’aumento delle pubbliche gravezze; e dice che assolveano anche chi

le fraudava, perchè imposte senza licenza papale[63].

Viceregnando il cardinale Granuela, un ladro fu côlto dai frati

nella chiesa di San Lorenzo, i quali, ben bastonato, lo consegnarono

ai bargelli dell’arcivescovo. Il sacrilegio era un caso misto, ove

cioè presumeasi competesse il giudizio a chi _preveniva_: ma il

Granuela, trattandosi d’un laico, chiese più volte il reo; e negandolo

l’arcivescovo risolutamente, mandò a torlo per forza dalle carceri.

L’arcivescovo fece dal vicario scomunicare chi avea tenuto mano a tal

fatto, e il cardinale fece inchiostrare o stracciare i cedoloni della

scomunica, e spicciato il processo, appiccare il reo; insieme ordinò

al vicario uscisse dal regno, si arrestassero consultori, cursori,

cancelliere, insomma chiunque avea avuto parte alla comunicazione

della scomunica. In un caso simile a Milano, il papa avea preteso

gli scomunicati andassero per l’assoluzione a Roma: Filippo II

approvando l’operato del Granuela, vietò quest’umiliazione; onde il

papa a lamentarsi e al fine contentarsi che ricevessero privatamente

l’assoluzione.

I giureconsulti napoletani acquistarono gran nome col propugnare

l’autorità regia; e il Chioccarello laboriosissimamente raccolse in

diciotto volumi le scritture favorevoli alla giurisdizione principesca

contro le usurpazioni clericali, e un’infinità di decisioni, massime

della Rota romana e del sacro consiglio di Napoli; quistioni,

controversie, consigli, allegazioni, con citazioni interminabili

e conclusioni generali. Sull’orme di lui il Giannone informa de’

giureconsulti, professione moltiplicata siccome via d’onori e guadagno

allorchè l’incremento degli affari e la complicazione delle leggi

portò ad aumentar giudici, ruote, curiali. Le decisioni di Vincenzo

De Franchis, reggente del supremo consiglio d’Italia, erano citate per

tutta Europa.

Quei paesi diedero anche pensatori robusti, degni di stare fra i

rinnovatori della scienza, siccome Bernardino Telesio, frà Giordano

Bruno, frà Tommaso Campanella, dei quali a lungo parleremo (Cap.

CLVIII). Quest’ultimo si occupò assai di politica e d’economia,

favorendo la dominazione papale e la spagnuola; eppure è contato fra

i martiri della libertà e dell’indipendenza nazionale. Perocchè da

astrologie, dall’Apocalissi, da profezie di santa Brigida, dell’abate

Gioachino, del Savonarola, di san Vincenzo Ferreri indusse che il

1600 porterebbe grandi rivolture nel regno di Napoli. Parlasse egli

persuaso, o adoprasse le armi del tempo, trovò ascolto (1599), o di

lui si valsero i maneschi per tentare novità in Calabria. Frà Dionigi

Ponzio di Nicastro avea rotto la testa a un converso, disobbedito al

superiore che lo relegava in un convento, preso le armi con banditi

per vendicare l’uccisione d’uno zio: e fermato a Stilo, patria del

Campanella, e udite le profezie di questo, le divulga in modo che

sembra un turcimanno di lui, come altri banditi de’ quali il Campanella

valeasi per combinare concordie. Fu dunque creduto cospirassero per

la rinnovazione politica del paese, predicando una repubblica di cui

sarebbero centro Stilo, e mezzi di riuscita la parola di trecento frati

e quattro vescovi congiurati, e le armi di mille ottocento briganti;

uccidendo chiunque renuisse, e nominatamente i Gesuiti. Il vulgo si

persuade facilmente che un’oppressione venuta al colmo sia vicina a

finire: le rivalità della Francia, che fomentava i malcontenti e gli

ambiziosi, porgeano speranze; i cospiratori non isdegnarono ricorrere

al bascià Cicala: ma eccoli prevenuti; arrestati quei che non poterono

camparsi; condotti a Napoli sopra le galee, due furono squartati lì lì

per esempio; altri arsi, impiccati, messi al remo.

Ai nostri giorni nella Vallintelvi sul lago di Como fu ordita una

sollevazione da pochi preti contro Napoleone, certo men seria di

questa, e i preti colti furono mandati al patibolo, quando appena

meritavano l’ospedale dei pazzi. Ma allora gli ecclesiastici erano

protetti dalle immunità, e i frati e il Campanella impetrarono

d’essere processati dal Sant’Uffizio, anzichè da’ patrj tribunali.

La cospirazione ebbe gli effetti soliti; fughe, morti, multe; il

parlamento volle attestare la fedeltà del Regno col decretare al re

un donativo di un milione ducentomila ducati, e di venticinquemila al

vicerè che aveva campato il paese da tanto pericolo![64]

I guaj di Napoli erano comuni alla Sicilia, due cadaveri legati

al medesimo patibolo. Si agitavano ancora le sorti italiane nel

Cinquecento, e già quelle dell’isola erano state decise, toltale

l’indipendenza, e anticipati i mali del servaggio, del quale parvero

inseparabili le fami, le sollevazioni, i partiti di famiglia.

Ugo di Moncada storico, il primo che unisse il titolo di vicerè a

quello di capitano generale del regno e delle isole, vide il popolo

levarsegli in aperta ribellione, e lo represse atrocemente. Ettore

Pignatelli mandato a scambiarlo, non potè indur pace, anzi col rigore

esacerbò i tumulti a Catania, poi peggio a Palermo, ove Gian Luca

Squarcialupo congiurò (1517), insorse, uccise i consiglieri, mise a

tumulto e ruba tutta l’isola; nè il vicerè seppe opporvi che un’altra

congiura, mediante la quale Guglielmo Ventimiglia riuscì a trucidare

lo Squarcialupo e moltissimi faziosi: gli altri furono mandati al

supplizio alla spicciolata.

Ne crebbero i rancori, e gli inveleniva Francesco I; Pompilio

Imperatori co’ suoi fratelli, esclusi dal perdono, s’accordarono con

Marcantonio Colonna per impadronirsi dell’isola, ma scoperti, diedero

altre vittime ai patiboli. A Sciacca intanto fra i Luna e i Perollo

ostinavasi da mezzo secolo una nimicizia, che poi proruppe in guerra

aperta (1529) e ferocissime vendette, finchè i Luna dovettero rifuggire

a Roma presso Clemente VII loro zio.

Nè mai l’isola s’incallì al giogo: poi rinnovavansi ogni tratto le

correrie de’ pirati, le eruzioni dell’Etna, le devastazioni ora de’

masnadieri ora de’ soldati; sicchè il commercio interno era scomparso,

le campagne a mare spopolate e incolte; e dopo speso a fabbricare

fortezze, a munir coste, a regalare i soldati che difendeano, toccava

di vedere il paese devastato nella peggior maniera.

Molto costava alla Sicilia il dominio delle isole, cioè le Gerbe,

Malta, Gozo e la conquistata città di Tripoli; finchè Carlo V non

cedette Malta ai cavalieri di san Giovanni, che dovevano fare ogni

anno omaggio d’un falcone al vicerè di Sicilia. Questa diede denari

ed uomini per fortificarvi la Valletta, e ajutare nella spedizione

di Tunisi Carlo V, il quale al ritorno approdatovi, in Palermo giurò

osservarle i privilegi, ed ebbe un dono di ducencinquantamila scudi.

In fatto rimanevano intatti i parlamenti, col diritto di votare; e i re

giuravano la costituzione, di modo che la nazione rimaneva distinta dal

re.

Fin dal 1513 vi si era introdotta la santa Inquisizione, non repulsata

come in terraferma, anzi creduta opportuna contro le esuberanze dei

magistrati, talchè molti alla giurisdizione di quella si sottoponeano

volontarj[65]. Presto cominciò ad operare, non solo indipendente

ma come superiore al Governo; scomunicò perfino la gran corte e

l’arcivescovo, e convenne che il governatore duca di Feria mandasse

mille armati (1602) contro il palazzo ove i padri inquisitori s’erano

afforzati. Non per questo si frenarono, e nel 1641 diedero il primo

spettacolo d’un _auto-da-fè_ sopra un francese Verron calvinista, un

moro battezzato e relapso di nome Tedesco, e un Tavolara calabrese

agostiniano. Frà Diego La Matina, uomo erculeo, condannato alla galera

dal Sant’uffizio, si adoperò a pervertire i compagni; messo poi in

carcere, spezzò le manette, e avventatosi sull’inquisitore venuto alla

visita, l’uccise: per ciò condannato al fuoco, fu arso pubblicamente

il 1658. Nel 1724 è memoria del supplizio di Gertrude Maria Cordovana,

pinzochera Benedettina, e frà Romualdo laico agostiniano, rei di

quietismo.

Il re aveva nell’isola anche autorità pontificale, in forza della

così detta monarchia; e gravi cozzi ne nasceano colla Corte romana,

attesochè i vicerè spesso ne abusavano, volendo a quel tribunale trarre

le cause direttamente (_per viam saltus_), e non solo per gravame

(_per viam gravaminis_); vi metteano giudici secolari; non soffrivano

d’appellarsene a Roma; e Pio V e Gregorio XIII n’ebbero lunghe

quistioni con Filippo II.

Nel 1558 vi fu istituito il tribunale del concistoro, poi riformati

internamente i giudizj, coordinando gli appelli. Caddero allora i

sommi uffizj della corona; e al gran giustiziere, al gran camerlengo,

ai gran cancellieri si surrogarono i presidenti della gran corte,

del concistoro, del patrimonio: restavano il gran siniscalco per mera

onoranza, e il protonotaro che nelle assemblee prendea la parola a nome

del re.

La feudalità, che Ruggero e Federico II si erano affaticati a svellere,

vi fu consolidata dagli Aragonesi, che nella lotta voleano essere

sostenuti dal favore dei Grandi. Re Giacomo alla sua coronazione creò

quattrocento militi; più di trecento re Federico, e assai conti; e

forse tre quarti de’ Comuni legaronsi in feudi[66]. Carlo V introdusse

anche duchi e principi; e la nobiltà feudale vi conservava molta

potenza. Il principe di Butéra, primo titolato di Sicilia, nelle

solennità pubbliche inalberava lo stendardo regio, come succeduto ai

gonfalonieri di Sicilia; poteva anche armare una compagnia di cavalli

con trombe, tamburi, insegne, al modo stesso delle compagnie reali.

Alcuni baroni univano in sè otto, dieci, fin venti signorie differenti.

Tal era «Luigi Ruggero Ventimiglia e Sanseverino dei Normanni, degli

Svevi e d’Aragona, per la grazia di Dio XXII conte di Ventimiglia,

marchese di Lozana, delle alpi Marittime, conte d’Ischia maggiore,

Procida, Lementini, XVIII conte-marchese di Geraci, principe di

Castelbuono e di Belmontino, marchese di Malta e di Montesarcio, duca

di Ventimiglia, barone di San Mauro, di Pollina, Bonanotte, Rapa,

Calabrò, Rovitella, Miano, Tavernola, Plocabiava e Mili, primo conte

in Italia e primo signore nell’una e nell’altra Sicilia, grande di

Spagna di prima classe, principe del sacro romano Impero, gentiluomo di

camera di sua real maestà con esercizio». Ercole Michele Branciforti

e Gravina, oltre i diciannove feudi che componeano la signoria di

Butera, era principe di Pietraporzia, duca di Santa Lucia, marchese di

Militello, Val di Noto e Barrafranca, conte del Mazzarino, Grassoliato,

Raccuja, barone di Radali, Belmonte, Pedagaggi, Randazzini co’ suoi

casali e pertinenze, signore delle terre di Niscemi, Gran Michele, del

lago Biviere di Lentini, dei feudi di Braccalari, Gibilixeni, Sijuni

colla torre di Falconara[67].

V’ebbe anche in Sicilia vicerè benefici, e soprattutto fastosi.

Garzia Toledo a Palermo fece costruire il molo e la via principale,

un arsenale a Messina, una fortezza in Malta, due castelli ad

Agosta. Marcantonio Colonna crebbe il fabbricato dell’Università di

Catania, abbellì di porte Palermo. Ma quando moltiplicavansi qui pure

chiese sontuosissime e di mal gusto, divenivano inservibili i porti,

impraticabili le strade; invano Palermo domandava un prestito per fare

una gettata allo stupendo suo porto; invano ripeteasi che «per non vi

esser ponti in molti fiumi, ogni anno si annegano infinite persone,

dal che nasce la perdizione di tante misere anime... in disservizio di

Dio ed aggravio della coscienza di sua maestà». — Il vicerè (scriveva

il residente pel granduca) usa di tutti gli artifizj per cavar denari

assai di questo regno, che è omai ruinato affatto... Il cattivo governo

che hanno tutte le città, le conduce a termini disperati...; o per

un verso o per un altro, voglion danari; cosa che atterrisce vedendo

sete inestinguibile... Le fortezze sono omai state riedificate tante

volte; perchè il vicerè del regno e altri ministri hanno avuto, quasi

d’ordinario, per fine di far ruinare quelle che ha fatto l’altro, e

di nuovo, secondo il suo parere, far riedificare. Il che non è meno

d’incredibile spesa alle città del regno, che sia di comodità a’

ministri d’arricchirsi». La prosperante industria degli zuccari perì

dacchè si mantenne il dazio sullo asportato, mentre ricevevasi quello

d’America.

Anche il mantenere la Goletta in Africa porgea pretesto ai vicerè

di rincarire e incettare il vino, gli olj, i salumi, il grano,

che poi invece si spedivano tutt’altrove. Insomma vuolsi che, ne’

ducenventisette anni della dominazione vicereale, l’isola pagasse a

Spagna mille centrenta milioni di ducati, cioè da cinquemila milioni di

lire.

Poi tra le morìe, le fami, e le enormi esazioni sopraggiungevano

irreparate le correrie dei Turchi, contro i quali indarno si

mantenevano moltissime galee. Qual meraviglia se il popolo ogni tratto

tumultuava? e la parola di quelle inutili sollevazioni era _pane_.

Non dimentichiamo come questi mali e questi lamenti fossero comuni ad

altri paesi, al par de’ vizj che li producevano. Sotto i suoi duchi

la Savoja dovette soffrire senza misura. In Francia nell’assemblea

del 15 gennajo 1648 l’avvocato generale diceva: — Ecco dieci anni che

la campagna è in ruina, i paesani ridotti sulla paglia dopo venduti i

mobili per pagare imposte a cui non possono soddisfare; milioni d’anime

sono obbligati a vivere di crusca e avena, e non isperar protezione che

dalla propria impotenza. Questi sciagurati non possedono altro più che

le proprie anime, perchè queste non poterono esser vendute all’asta.

Gli abitanti delle città, dopo pagato la sussistenza e i quartieri

d’inverno, le tappe e gl’imprestiti e il diritto reale e la conferma,

hanno ancora la tassa de’ benestanti... Tutto il regno è spossato,

esausto da tante imposizioni straordinarie che producono un’inanizione,

i cui rimedj sono insopportabili quanto il male...». Dove agli statisti

non isfuggirà come dappertutto l’arbitrio dello smungere i popoli

rovinasse i paesi; mentre l’Inghilterra col solo diritto di esaminar

le spese e determinare l’imposta, giunse al massimo grado di libertà

civile.

Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15) · 第 5 / 22 题