Savoja. Emanuele Filiberto. Carlo Emanuele. Genova. Congiura del
Vachero.
Il ducato di Savoja, il principato di Piemonte colla contea di Nizza,
la supremazia sui marchesati di Saluzzo e di Monferrato, su Ginevra
e il paese di Vaud, la Bresse, il Bugey, il paese di Gex, componevano
il retaggio dei discendenti di Umberto Biancamano. I paesi oltremonti
divideansi in baliati militari, ciascuno con un giudice, e spesso un
ricevitore. Di qua dell’Alpi, il Canavese e val di Susa formavano un
baliato, uno la val d’Aosta; gli altri paesi, di cui principali Torino,
Carignano, Pinerolo, Moncalieri, Cumiana, Cavour, Vigone, Villafranca,
stavano sotto al capitano del Piemonte.
Mentre le conquiste del secolo precedente aveano ridotto gli altri
Stati italiani ai limiti che ormai doveano conservare, quel paese
rimase frastagliato in mezzo a grosse Potenze, e i duchi attesero ad
arrotondarlo coll’accorgimento e colle forze militari, ch’essi medesimi
capitanavano. Dell’esser vassalli all’imperatore profittavano per
ottenerne privilegi qualvolta egli avesse bisogno di loro; le alleanze
o le guerricciuole de’ confinanti porgeano occasione d’incremento,
come le opportune parentele. Amedeo VIII, ingrandito lo Stato (t. IX,
p. 449), ottenne il titolo di duca di Savoja[26] (1416), e stabilì la
successione primogenita con rappresentanza all’infinito, di modo che
più il dominio non fosse diviso. Da commissarj ecclesiastici e laici,
fra cui il cancelliere Giovanni di Beaufort e il segretario Nicolò
Festi, avea fatto compilare statuti generali che prevalessero ad ogni
statuto locale, e nel proemio avvertiva come le leggi abbiano bisogno
di riformarsi a seconda dei bisogni nuovi, delle nuove milizie, della
mutabilità delle cose umane.
Già v’era di pubblico obbligo il servizio militare, e Amedeo contava
ventisettemila uomini abili alle armi; ma esentavansi a prezzo, e vero
esercito nazionale si ebbe soltanto sotto Emanuele Filiberto verso il
1560. Il dominio di Nizza diede anche forze marittime; e navi armava il
duca Lodovico verso il 1460.
Amedeo, senza togliersi del tutto agli affari, ritiratosi a Ripaglia
sul lago Lemano, lasciasi eleggere antipapa (tom. VIII, pag. 196); poi
per rinunziare alla tiara vuole buoni patti, fra cui il non potersi
in dignità ecclesiastiche collocare verun forestiero. Suo figlio
Lodovico (1440), accidioso e dissoluto, circondato di mimi, raggirato
dalla moglie Anna Lusignano di Cipro, che coi denari di Savoja
arricchiva sè ed i Ciprioti suoi, fu costretto ricorrere all’oneroso e
disonorevole patronato di Luigi XI suo genero. I feudatarj, tenuti in
briglia dai tre Amedei, allora vedendosi posposti, raffittirono trame
e sollevazioni, donde supplizj, affogamenti ne’ laghi, esigli, e un
esacerbarsi delle fazioni guelfa e ghibellina. Sin Filippo figlio del
duca, per odio contro la parte candiota, scommosse lo Stato e uccise
Giorgio di Varax.
Crebbe il disordine Lodovico, assegnando grossi appannaggi ai molti
suoi figliuoli, che arrogavansi ciascuno l’arbitrio principesco fin
di assolvere a denaro i delitti, dar moratorie, e altri abusi. Dopo
ciò, che importa se Lodovico proteggeva le lettere, e andava talvolta
coi principi ad ascoltar i professori dell’Università? Cominciò
egli a mettere negli alti uffizj qualche Piemontese; come a quel di
cancelliere di Savoja Giacomo Valperga di Masino, che poi dopo lunghi
processi fu affogato nel lago di Ginevra e al fisco i suoi beni, indi
riconosciuto innocente; Antonio di Romagnano, che a pena colla fuga si
sottraesse al supplizio.
Amedeo IX succedutogli (1465), fu modello de’ mariti e correttore
de’ costumi; guaj a chi bestemmiasse! scostava dal suo servizio il
libertino, foss’anche il primo suo ministro; le cause de’ poveri e
degli orfani volea riferite le prime nel suo consiglio; moltissimi
indigenti alimentava in palazzo, comechè schifosi; la propria collana
mandò alla zecca per risparmiare nuove imposte; e a chi lo avvertiva
che con quel denaro avrebbe potuto procacciarsi esercito e fortezze,
rispose: — Le limosine sono le migliori fortificazioni; e perchè regni
l’abbondanza, vuolsi largheggiare coi poveri». Per tali virtù ottenne
l’onore degli altari: ma il suo regno fu soqquadrato da incessanti
discrepanze de’ fratelli e de’ nobili, scoppiate sino in guerra
civile dopo ch’egli infermò e proseguite sotto la reggenza (1472)
di Jolanda di Francia sua vedova, turbata anche da invasioni degli
Svizzeri che le tolsero il paese di Vaud e Friburgo, de’ Borgognoni che
lei chiusero in fortezza, de’ Milanesi che, a titolo di difenderla,
occuparono il Vercellese (1482). Morta lei, e poco dopo il giovane
figlio Filiberto, Carlo succeduto dovette colla spada recuperarsi il
dominio; e ben tosto morendo (1490) dava luogo a una nuova reggenza,
disputata sanguinosamente. I marchesi di Saluzzo, i conti di Bresse
e de La Chambre a gara si sollevano; l’ambizione di Filippo fratello
del defunto sommove il paese, finchè alla morte del fanciullo Carlo
II nipote (1496), ottiene il dominio, ma dopo soli diciotto mesi muore
anch’esso.
Suo figlio Filiberto II il Bello (1498) tentò svincolarsi dai nodi di
Francia, rinforzati ne’ precorsi tumulti, ma per avvolgersi in quelli
della moglie Margherita d’Austria; vide l’invasione de’ Francesi con
Luigi XII, ed ebbe a soffrirne in sei anni d’indecoroso dominio. Suo
fratello Carlo III il Buono (1504), che cinquant’anni regnò, le intere
mattinate passava a sentir messe e visitar chiese; non isprovveduto
d’intelligenza, ma di fortuna: ed oltre vedere i suoi paesi conturbati
dall’eresia, corsi da Svizzeri, Francesi, Imperiali a vicenda, Berna
invocata dai Ginevrini ch’egli stoltamente minacciava voler ridurre
pari ad un villaggio di Savoja, gli tolse il Ciablese, il paese di
Vaud, Ginevra e Gex, a suo dispetto piantandovi la Riforma; e Francesco
I di Francia i restanti possessi perchè favorevole al cognato Carlo V,
e permise che Federico II Gonzaga duca di Mantova (1533) raccogliesse
in eredità il Monferrato. Vero è che il cognato imperiale gli donò la
contea d’Asti e il marchesato di Ceva.
Discordie intestine straziavano intanto principalmente Mondovì, Chieri,
Fossano: milizie nazionali non si aveano; nè denaro per soldarne di
mercenarie; lo Stato era a brani per moltissimi appannaggi de’ cadetti
ducali, aggravato da esorbitanti pensioni alle vedove, dai debiti fatti
per le pretese di Amedeo VIII al papato e di Lodovico al regno di Cipro
e per amicarsi gli Svizzeri, e da tanti passaggi di truppe[27]. Sua
moglie Beatrice di Portogallo gli scriveva che ai figliuoli lasciavasi
mancare un giorno il pane, l’altro il vino; da due anni le balie non
toccavano stipendio; il pollajuolo, già creditore di mille fiorini,
ricusa continuar le forniture, e così il macellajo: le sue gioje
del valore di cinquantamila ducati, per diecimila erano impegnate
a Genova: nè a tali difetti sapeasi riparare che alienando beni e
ragioni demaniali[28]. Quando morì, Carlo non possedeva più che Nizza,
Cuneo, Vercelli ed Aosta: Vercelli (1553) stessa fu allora occupata
dai Francesi, e intanto i popoli, spensierati, vogliosi di godimenti,
correano a brighe e a novità religiose, non per sentimento di pietà, ma
per togliersi i freni.
Vi pose riparo Emanuele Filiberto Testa di ferro, che giovinetto
messosi ai servigi dell’imperatore, erasi immortalato colla vittoria di
San Quintino, e nella pace di Cateau Cambrésis (t. IX, p. 519) recuperò
gli aviti dominj, sicchè d’allora la Savoja pesa nelle sorti italiane,
e adopera a farsi indipendente dalla Francia. Per quanto a questa
increscesse d’abbandonare i bei paesi cisalpini, pure, onde imbonirsi
il duca che promettevale mille fanti e trecento cavalli pagati, gli
cedette Torino, Chivasso, Chieri, Villanova d’Asti, poi anche Pinerolo
e Savigliano, che occupava fin a che fossero posti in chiaro i diritti
di Luigia di Savoja, avola d’Enrico II. Rilasciando a Berna il paese di
Vaud, Emanuele Filiberto assicurossi quanto teneva a mezzodì del Lemano
e del Rodano; aspirava a recuperar Ginevra, ma Berna e Soletta colla
Francia ne stipularono l’indipendenza. Coll’acquisto di Tenda assicurò
il passo dell’alpi Marittime traverso a genti fiere e manesche, e colla
compra d’Oneglia si allungò nella riviera genovese. Procurò avere dal
senato veneto le qualità di figlio di San Marco, per la quale avrebbe
occupato il secondo posto nelle comparse.
Conoscendo come a paese che voglia costituirsi son necessarie buone
armi, dal famoso Paciotto d’Urbino fece compiere la cittadella
di Torino, già disegnata da Francesco degli Orologi, e quelli di
Borgo in Bresse e di Cuneo ed una a fronte di Ginevra; e da lui, da
Ferrante Vitelli perugino, dal Busca milanese fece fortificare Nizza,
Villafranca, Sommariva, Susa, Mondovì, Monmeliano, mentre prima lo
stato sarebbesi potuto perdere in ventiquattr’ore: dal piacentino
Anton di Leva fece riordinare le milizie, sicchè ciascun Comune dovesse
averne, esercitate a tempi prefissi, e allettate con privilegi; mentre
i feudatarj lo fornivano di quattro compagnie di cavalli, onde ebbe in
armi trentaseimila uomini, ch’egli pagava e armava, escludendo affatto
i soldati forestieri. Pose una flottiglia a Villafranca; i cavalieri
di san Maurizio per semplice onoranza istituiti da Amedeo VIII, unì a
quelli di san Lazzaro destinati a cura degli ospedali; e ad imitazione
di quelli di Malta e di santo Stefano, vi pose l’obbligo di mantenere
tre galee contro i Turchi, e destinando granmaestro in perpetuo sè e
i suoi successori. Fatto forte, potè intervenire a tutte le questioni
d’allora, Francia l’adoprò nelle guerre di religione, Spagna per
difendere il Milanese[29].
Contava appena settecentomila sudditi nel Piemonte, cinquecentomila
in Savoja, e salvo Nizza, poveri, inerti, e tutta rabbia fra Guelfi e
Ghibellini[30], Savojardi e Piemontesi, nobili e plebei, Protestanti
e Cattolici. Le case si erano scompaginate per le spese della guerra
di Francia. Delle savojarde prevalevano i signori de La Chambre, e i
conti di Guier, di Rinavia, d’Antormon: delle Piemontesi le Piossasca,
Luserna, Valperga, San Martino se eran le prime confederate a casa
di Savoja: i signori di Collegno tenevano ventiquattro castelli con
giurisdizione di sangue e trentamila scudi d’entrata. Quei che avean
servito Francia la rimpiangeano: quei che Savoja, credeansi non
abbastanza premiati. Ai ministri poco potea fidarsi, perchè pendeano
chi per Spagna, chi per Francia, speculandovi maggior vantaggio che dal
mostrarsi italiani. Volea vedersi pagate le tasse? bisognava ricorresse
a capi di fazioni, quali il conte Masino o quel d’Arignano, monsignor
di Racconigi o quel della Trinità. Nello scompiglio sentesi il bisogno
d’un ordine, quand’anche sia a scapito della libertà.
Durava nel paese la rappresentanza degli stati, ecclesiastico, nobile,
popolano. Destinati a votare i sussidj straordinarj al principe,
ne prendeano occasione d’ingerirsi in altri affari, come nelle
successioni, nella nomina del grancancelliere; intitolavansi _padri
e tutori_ del principe, ne sindacavano le azioni e i casi di guerra e
pace; insomma erano una rappresentanza nazionale, quantunque irregolare
e senza garanzia.
Emanuele Filiberto, avvezzo ai comandi soldateschi, indispettiva
di trovarsene or rallentato nelle sue riforme, or impedito ne’ suoi
divisamenti; e avendo la Camera de’ conti di Torino ricusato interinare
un contratto di lui, esso le scrisse di farlo subito, «altrimenti farem
conoscere a voi e a tutti che vogliam essere obbediti, e possiamo far
gastigare i nostri sudditi, di qualunque stato sieno, che osassero o
tentassero menomamente resisterci, sapendo che facciam bene». Alfine
tolse via questa rappresentanza[31], solo mantenendo a Carignano
il senato, sul modello de’ parlamenti di Francia, col diritto di
interinare le leggi e le grazie del principe. Il suo consiglio di Stato
riceveva le suppliche di grazia, e poteva anche derogare le decisioni
dei tribunali.
Scioltosi dai ritegni, pose moltissime gravezze, cercando vi
partecipassero tutti[32]; e la rendita che sotto i predecessori
giungeva appena da sessanta a settantamila scudi d’oro, portò a
cinquecentomila. Per concentrarne l’amministrazione nominò generale
tesoriero Negrone di Negro genovese, il quale introdusse ordine e
regolarità nel maneggio del denaro pubblico, e un contrabollatore
generale. Pio negli atti[33], l’educazione de’ giovani affidò a quelli
che allora godeano maggior grido di virtù e dottrina, i Gesuiti: volle
s’imparasse a leggere sul catechismo e sull’uffizio, non sui versi
lascivi di Ovidio: la censura delle stampe affidò al senato. Dichiarò
inabili a succedere i religiosi nè le fraterie ad acquistare, e ogni
vent’anni pagassero il sesto del valore de’ loro beni; fondò uno studio
a Mondovì, poi trasferito a Torino, ove insegnarono il giureconsulto
Aimone Cravetta di Stigliano, Giovanni Argentaro capo di scuola
medica, Agostino Bucci filosofo, il francese Cujaccio, il reggiano
Panciroli, il pavese Menochio, il Goveano portoghese; invitò gli
stampatori Torrentino e Bevilacqua, e cercò a segretario Annibal Caro
e a consigliere Nicolò Balbo. Promosse il commercio marittimo; creò un
magistrato sopra la mercatura, uno sopra le acque; migliorò le razze
cavalline; favorì il traffico de’ panni di seta, e ordinò di piantar
gelsi, fin allora quasi ignoti. Alleviando i dazj, trasse pel suo
paese il transito delle merci fra Italia e Fiandra; ma fuori non potea
mandare che alquanto bestiame e caci: l’industria era in fasce, e tutto
tiravasi dalle fiere di Ginevra e di Parigi.
Il 30 ottobre 1561 aboliva ogni resto di servitù, taglia o manomorta,
angarie e perangarie, vincolo a testare o contrattar liberamente,
facendo così franchi tutti i sudditi. Vietò le armi, sino ai capi
delle compagnie giojose e delle maestranze; di servire, di studiare,
d’addottorarsi fuor di Stato, e le conventicole politiche, che oggi
si chiamano circoli o club e allora abbazie, e l’accordarsi col fisco
nelle cause politiche. Insomma governo assoluto, temperato solo dalla
prudenza del principe; militare ordinamento del paese, per aver forze
da servire all’alleato che le circostanze presentassero; non aderire a
Spagna più che a Francia, straniere entrambe, ma a quella che meglio
profittasse; invece di tenersi neutrale fra i litiganti, sposarne
alcuno; non guardare agl’interessi di veruna terra o città, ma a quel
dello Stato, furono le massime ch’egli introdusse, e che trasmise a’
successori suoi.
Il paese era già foggiato a monarchia, e un principe nazionale era il
ben arrivato dopo gli strazj degli stranieri, tanto più ch’egli non
s’abbandonò alle vendette, laonde i popoli, dapprima propensi a Francia
cui tanto somigliavano per ordini civili e politici, apprezzarono
quello che li redimeva dal giogo forestiero, e presero a considerarsi
italiani, per quanto divisi tra la patria oltremontana, la cismontana
e la nuova, che fu Nizza. Un profondo motto uscì dalla bocca di lui: —
Chi riceve l’ingiuria, spesso la perdona; chi la fece, non mai».
Così preparava il regno a Carlo Emanuele (1580), cui si affisse il
titolo di Grande per la smania di muoversi e muovere, l’ostinarsi agli
intenti malgrado disgrazie e ingiurie, l’accorto valersi degli errori
altrui e assodarsi delle altrui debolezze, non curando tanto la propria
dignità e il buon nome, quanto il riuscire. Meschino di corpo, vasto
d’intenti, unendo a molto coraggio una politica oculatissima, sapea
quel che maneggiavasi in ogni gabinetto, mentre si diceva che il suo
cuore era pieno d’abissi come il suolo del suo paese; e innanzi al
Cordova governatore del Milanese comparve coll’espressiva divisa di
una casacca, che da qualunque parte la voltasse, gli stava bene. Fondò
chiese e spedali, non men che fortezze e gallerie; proteggeva lettere
e scienze, scrisse egli stesso i _Paralleli_ tra i grandi antichi e
moderni, e il _Grande Araldo_, compilazione di stemmi, o fece stendere
l’_Iconocosmo_ o storia del mondo. Molto si valse di Giuseppe Cambiano
granmastro d’artiglieria, che scrisse un pregevolissimo _Discorso
historico_, specie di storia universale, estesissima ne’ fatti recenti
di cui era stato parte. Alessandro Tassoni, da lui ben accolto,
racconta che «desinava circondato da cinquanta o sessanta vescovi,
cavalieri, matematici, medici o letterati, coi quali discorreva
variamente secondo la professione di ciascheduno, e certo con prontezza
e vivacità mirabile d’ingegno; perciocchè, o si trattasse di storia o
di poesia, o di medicina o d’astronomia, o d’alchimia o di guerra, o di
qualunque altra professione, di tutto discorreva molto sensatamente e
con varie lingue». Ebbe dieci figli naturali, e quelli da donne libere
riconobbe come signori del sangue.
I marchesi di Saluzzo alle falde del Monviso eransi riconosciuti
dipendenti dai conti di Savoja, ma spesso dovettero farsi vassalli de’
re di Francia; e tra questa e l’Austria variarono quando Carlo III fu
spogliato. Il marchese Lodovico, stato vicerè di Napoli, morendo nel
1504 lasciava quattro figliuoli, di cui nessuno ebbe prole, per malìe
(si disse) dei ministri di Francia, alla quale l’ultimo fe cessione
forzata. Allora in Francia fervea la guerra tra Cattolici e Calvinisti;
e il duca di Lesdiguières, generale d’Enrico re di Navarra, tenendo
le migliori fortezze del Delfinato, minacciava il Saluzzese. Carlo
Emanuele mal comportava di dovere da Carmagnola udire in Torino il
tamburo francese; e con Filippo II, di cui avea sposato la figlia
Caterina[34], s’accordò a danno della Francia, e parte corrompendo,
parte sgomentando i governatori, occupò quel marchesato (1588),
cogliendovi moltissimi cannoni e munizioni; e se dello sleale assalto
in giorni così momentosi lagnavasi il re, egli protestava non aver
voluto se non impedire che l’occupasse un ugonotto e un ribelle, qual
era il Lesdiguières.
Questo sollecita contro la Savoja Ginevrini e Bernesi; ma Carlo
leva gente, chiede soccorsi e denari professandosi antemurale della
cattolica religione, riceve soccorsi dal Milanese, e batte gli
eretici. Poi quando Enrico III fu assassinato (1590), invase la
Provenza, accolto trionfalmente dai Cattolici, ed agognava d’aver
Marsiglia e farsene barriera; ma gli ruppe l’impresa il granduca
di Toscana, occupando il castello d’If rimpetto a quel porto.
Allora Carlo Emanuele a tacciar il granduca di mercadante, menatore
d’intrighi, scribacchiatore, poltrone, ligio a Francia; e il granduca
lui di ammazza gente, insaziabile, ambizioso, mancipio di Spagna.
Intanto però Marsiglia fu assicurata a Francia, e la guerra tratta
in Savoja: poi quando il re di Navarra divenuto Enrico IV (1598 2
maggio) e Filippo II a Vervins terminarono la guerra di quarant’anni,
il Saluzzese non fu concesso a Carlo Emanuele che tanto l’ambiva,
ma rimesso all’arbitramento del papa. Davanti al quale le due parti
sfoggiavano ragioni: Carlo Emanuele che ostinavasi alla guerra, vedendo
non venirsene mai a un fine, eccolo in persona a Parigi con nobile
comitiva; per mezzo di favoriti e d’amanti istiga Enrico a conquistare
il Milanese, sperandone qualche ritaglio, trama col maresciallo di
Biron contro esso re, maneggia col Fuentes governatore del Milanese per
aver patti migliori. Per ciò Enrico gli rinnovò guerra; preso il forte
di Santa Caterina in Savoja, da cui il duca dominava Ginevra, lo regalò
a questa Roma de’ Protestanti, lieta di demolirlo; la Savoja fu invasa,
stretto Monmeliano, mentre gli Spagnuoli, in vista d’ajutar il duca,
occuparono Carmagnola. Tanagliato fra amici e nemici, il duca dovette
accettare la mediazione del papa; e nella pace di Lione (1601) cedendo
il Bugey col paese di Gex, la Bresse e le rive del Rodano da Ginevra
a Lione, si assicurò Saluzzo. Toglieva così a’ Francesi la chiave
d’Italia, ponendo le Alpi fra questa e quelli; pure esso non rifiniva
di lamentarsene, quasi avesse scapitato al cambio in estensione, mentre
in Francia diceasi: — Il re ha fatto una pace da duca, il duca da re;
il re trattò da mercante, il duca da principe».
Respinta Francia, gl’Italiani si sentirono in balìa della Spagna, e
del tristo cambio accagionavano Carlo Emanuele: eppure, come avviene
a chi tiene armi fra i disarmati, in lui vedeasi il restauratore
della nazionalità, la spada d’Italia, e l’esortavano a far da sè ed
assicurare l’indipendenza. Egli, non misurando le ambizioni alle forze,
neppur dopo la pace disarmò; ed or si volgeva contro il Milanese, or
tornava contro la Francia; dalla Spagna impetrava pensioni per ciascuno
de’ suoi figliuoli, che mandava a quella Corte; intanto proponeva
parentele ad Enrico, che, quantunque ne sapesse gli avversi maneggi,
volea giovarsi dell’ingegno, della forza e della posizione di esso;
e nel suo famoso _Piano_, tutto diretto ad umiliare Casa d’Austria,
meditava di fondere il Piemonte, il Monferrato, il Milanese col nome
di regno di Lombardia, per mettere uno Stato forte a guardia delle
Alpi; il Cremonese si cederebbe al duca di Mantova in concambio del
Monferrato; a Venezia verrebbe data la Sicilia, sotto l’alto dominio
del pontefice; il quale pure diverrebbe re di Napoli; Ferrara e
Bologna, staccate da’ dominj papali, entrerebbero come città libere
nella repubblica italiana, composta di Genova, Parma, Modena, Mantova,
Massa, Toscana; e ne sarebbe capo immediato il papa, ricevendo
solo l’omaggio d’un crocifisso del valore di diecimila scudi, ogni
vent’anni; la Sardegna rimaneva alla corona di Spagna, a Francia la
Savoja. Sogno come tant’altri, incorniciato di commissioni, di diete,
di eserciti; in Italia religione unica la cattolica; intento comune la
guerra colla Turchia[35]; e fu mandato in fumo dalla morte d’Elisabetta
d’Inghilterra, poi da quella di esso Enrico, trafitto da un assassino
(1610 14 maggio). Questo colpo parve dovesse abbattere Carlo Emanuele,
nè lasciargli altro desiderio che di celarsi: ma alla sua ambizione
potevano mancare alimenti?
Come principe di Germania aveva intrigato per farsi eleggere imperatore
alla morte di Mattia; alla morte di Enrico III aspirò al trono di
Francia; ora cercò sposare la vedova di Enrico IV per divenire arbitro
di quel regno, lusingato anche da predizioni astrologiche: ma essa
il ricusò; la Francia che, stimando il suo valore, disistimava la sua
fede, subodorò che trattava colla Spagna; Venezia, a cui egli ricorse
abbandonato d’ogni altro[36], non gli badò; il papa l’esortava a metter
giù quelle esuberanze. E il duca, per quanto intollerante d’ogni
sommessione, dovette mandare il proprio figlio a presentare scuse
alla Spagna, la quale, istigata dal Fuentes, cercò persino sbalzarlo
per sostituirgli il figliuolo Vittorio Amedeo, nato in Ispagna: si
disse anche tentasse avvelenarlo per mezzo del duca di Toscana, che
pentitosene mandò il contravveleno. Asserzioni solite de’ partiti.
Così cessò il pericolo d’una guerra che gl’italiani aveano creduta
imminente, e Carlo Emanuele fremendo mirava dove volgere l’irrequieta
sua ambizione.
I Medici, i cui padri aveano bottega quando i principi di Savoja già
portavano corona, ricordavano di esser principi indipendenti quando
Emanuele Filiberto combatteva o governava la Fiandra a servigio di
Spagna; quindi emulazione continua fra le due Case, l’una poderosa di
armi, l’altra d’una civiltà raffinata. I Medici, non potendo ottener
il titolo di re d’Etruria, cercarono quello di granduchi, e come tali
pretesero il passo sopra i duchi di Savoja. Questi allora a sollecitare
qualche titolo regio, e Carlo procurò far valere sull’isola di Cipro
le ragioni tramandategli da’ Lusignani: trentacinquemila Cristiani
di colà offrivansegli pronti a insorgere contro i Turchi se appena
vi comparissero sue navi; ma i Turchi avvedutisene, molti uccisero e
imprigionarono; pure Carlo si titolò re di Cipro, per quanto glielo
contrastassero i Veneziani.
Non sapeva egli dimenticarsi che i suoi aveano perduta Ginevra, onde ne
tentò un’audacissima scalata (1602 12 xbre); già ducento uomini v’erano
penetrati, quando furono scoperti ed uccisi. Impresa narrata a disteso
dagli storici, cantata dai poeti[37], memorata tuttora dalle canzoni
popolari e da annuo digiuno, come quella per cui Ginevra sfuggì al
pericolo d’esser cattolica e serva. Fu l’ultimo tentativo di conquiste
transalpine; e i duchi, risoluti d’ingrandire in Italia, vedevano
l’importanza d’aver un piede sul mare, onde Carlo Emanuele adocchiava
Genova.
Questa repubblica in dechino (t. IX, p. 464) non sapeva ancora
persuadersi che il meglio d’un paese non viene da ripetute innovazioni,
sibbene dall’assodare le proprie istituzioni. La libertà che aveale
data Andrea Doria era tutta d’aristocrati; essi soli reggeano lo
Stato; d’essi i dodici senatori, che eleggevano il doge, biennale
come loro; d’essi il collegio camerale di otto senatori pel maneggio
delle pubbliche entrate; d’essi i ducento del minor consiglio; al gran
consiglio entravano tutti i patrizj, compiti i ventidue anni. Come chi
possiede ricchezze e non forza di difenderle, eccitava l’avidità, e
intanto s’indeboliva colle irremediabili discordie tra i diversi ordini
e tra le famiglie.
Dopo la congiura di Gianluigi Fiesco (1547), la legge del Garibetto
aveva posto limiti alla facoltà d’aggregare plebei agli Alberghi, ma
non sopito i rancori fra i nobili antichi e i popolani. I primi, detti
del _Portico di san Luca_, erano legati fra sè pel prestito fatto a
Spagna, alla quale perciò aderivano; mentre i nuovi ammessi, o del
_Portico di san Pietro_, preferivano Francia, non voleano restrizione
all’aggregar famiglie nuove, e davano mano ai rivoltosi di Corsica.
Genova in generale era ben disposta a Spagna, sì per memoria di
Carlo V che l’avea resa in libertà, e del Doria e dello Spinola che
capitanarono le armi di quella; sì perchè quei re prendeano grossi
prestiti da’ suoi negozianti, pagandoli colle gabelle del Milanese e
del Napoletano, e ne adopravano le navi a trasportar truppe in Italia:
spagnuolo si parlava nelle case; spagnuolo predicavasi al popolo. Ma
Filippo II mentre blandiva i Genovesi come opportuni ad assodare la
sua dominazione sull’Italia, forse meditava l’acquisto della Liguria;
confortatone pure dal granduca di Toscana, che ne sperava una parte.
Don Giovanni, il famoso bastardo d’Austria, comandando la flotta
spagnuola nel Mediterraneo, si lusingò impadronirsi della città (1571)
e farsene un dominio proprio; ma i nobili nuovi, apponendone la colpa
ai vecchi, arruffarono il popolo, che lo respinse di città.
Gregorio XIII coll’imperatore intromessosi della pace, fece riformar lo
statuto e ripatriare gli sbanditi; e aboliti i nomi dei Portici di San
Pietro e San Luca, nobili furon detti tutti coloro che partecipavano al
governo, i quali ripigliarono i cognomi particolari, invece dei comuni
degli Alberghi; e si posero un collegio di dodici governatori e uno di
otto procuratori, un maggior consiglio di quattrocento e un minore di
cento, scelti in quello. Bartolomeo Coronato, che ne’ passati tumulti
aveva affettato la tirannia, e che allora vi aspirò colle congiure, ne
perdè la testa. Anche Giambattista Vassallo di Portofino, amicatosi
Maria de’ Medici regina di Francia, col cognato Gregorio Leverotto
medico tornò per dar Genova ai Francesi: la trama fu sventata, ma
Genova prese grandi provvedimenti, attesochè v’era complicata la
Francia. Più tardi Gianpaolo Balbo, giovane de’ nobili ascritti, ricco,
ambizioso, pensò profittare de’ mali umori contro i nobili vecchi. In
quel tempo Genova trattava con Spagna la compra di Pontremoli, terra
principale della Lunigiana con una giurisdizione di settanta miglia
intorno e settantasette villaggi, opportunissimo adito al Milanese,
alla Toscana, al Genovesato. Se ne chiedeano ottantamila ducati, e
Genova per raccorli pensava vendere la nobiltà a famiglie nuove. Il
Balbo, saputone, cominciò a sollecitar l’invidia popolare; il granduca
di Toscana attraversò il negozio; i Pontremolesi stessi allegarono
che, come feudo imperiale, non poteano esser venduti senza assenso
dell’imperatore. Balbo considerò il fatto come suo trionfo, e macchinò
d’occupare Genova, e farsi signor della Liguria, e della Corsica sotto
la protezione di Francia; e la pratica andò finchè, denunziato da un
complice, a fatica potè fuggire.
Sulla riviera, oltre un cinquanta terre rimaste feudi imperiali
immediati e detti le Langhe, casa Del Carretto avea conservato
il Finale, feudo anch’esso dell’Impero; ma venendogliene continui
contrasti con Genova, lo vendette a Spagna. Questa da gran pezzo
v’avea gola come opportunissimo per trarne il sale e farvi approdar
le sue truppe, che pei monti verrebbero nell’Alessandrino senza
bisogno di chiedere il passaggio a Genova, e incorporò il Finale al
ducato di Milano (1590). Se ne dolse Genova, che infine lo ricomprò
dall’imperatore per sei milioni di lire genovine.
Ma col crescere i piccoli suoi feudi ella preparavasi inciampi.
Scipione Del Carretto avea venduto al duca di Savoja il marchesato di
Zaccarello, feudo di pochissima rendita in paese montuoso e sterile,
ma che dava i passi dall’Appennino nella pianura d’Albenga, e perciò a
turbare la dominazione ligure. Però l’imperatore abrogò quella vendita,
e come d’omicida il confiscò e mise all’asta, e Genova comprollo per
censessantamila talleri.
Carlo Emanuele indispettito, se ne incalorì alle ambizioni, e chiese
ajuti alla Francia (1624), sempre disposta ai nemici dell’Austria; e
con quel connestabile Lesdiguières, di cui erasi mostrato nimicissimo,
fece trama di conquistare e spartire il Milanese, il Monferrato,
la Corsica, oltre il Genovesato, del quale la città e la riviera di
Levante resterebbero a Francia come valico al Milanese e alla Toscana,
a Savoja quella di Ponente. Gli armamenti tradiscono la segreta
conclusione, e Italia esclama contro quest’ambizioso che la trabalza
in nuove guerre, e le trae addosso i Protestanti. Genova nell’istante
pericolo ricorre al governator di Milano, si munisce alla meglio; e
sì formidabile pareva l’attacco, che si pensò abbandonare la Riviera,
restringendosi a difendere la capitale: ma altri persuasero a sostenere
Savona e Gavi, e i ricchi genovesi non le mancarono nel bisogno,
giacchè il principe Doria offrì quattrocento archibugieri, ducento
Gian Francesco Serra, cento Pier Maria Gentile, e così altri, armati
e mantenuti. Irruppero di fatto Savojardi e Francesi, ma non osavano
affrontare una città, sempre risoluta nel tutelare l’indipendenza:
intanto giunsero oro e galee di Spagna e di Napoli, soldati di
Lombardia, il cui governatore obbligò Carlo Emanuele a sloggiare, in
Acqui gli tolse i viveri, le munizioni, e fin gli argenti e le livree
predisposti pel trionfo. Francia, che gli avea promesso soldati e navi,
senza darne parte a lui o a Venezia o al papa, conchiuse con Spagna
la pace di Monson[38] (1626). Il duca non potè che sbuffare, e cercar
di nuocere alla Francia raccomodandosi colla Spagna; e mentre l’abate
Alessandro Scaglia, astuto suo ministro, intrigava contro del ministro
Richelieu, egli ridestava in Genova le fazioni de’ nobili antichi e
de’ nuovi. Queste ne’ circoli facevano opposizione a ogni atto del
consiglio, contrasto ad ogni sentenza de’ tribunali; «sicchè non rare
volte il senato (dice il Della Torre) nel deliberare ebbe maggior
riguardo a quello che ne avrebbe sentito e detto la piazza dei Banchi,
che a quello che buona ragion di governo ne richiedesse; e timoroso il
senatore di non spegnere l’aura favorevole che lo condusse a quella
dignità, perdeva la libertà di dire, e tardava la risoluzione del
deliberare».
Uno de’ più schiamazzanti in que’ circoli era Giulio Cesare Vachero,
superba natura, arricchito coi traffici e coi dadi, contaminato di
sangue e di stupri, e insofferente di star sottoposto a quelli cui
credea superare per meriti. Com’è stile de’ pari suoi, gridando patria
e libertà, batteva particolarmente il senato, perchè coll’eleggere
celibatarj o vecchi o poveri eludesse quel provvedimento del 1575, di
ammettere ogn’anno fra i nobili dieci plebei.
Carlo Emanuele lo trovò opportuno a guastar Genova, e non rifuggendo
dal tramare con ribaldaglia, lo istigò per mezzo d’un Gianantonio
Ansaldi, arnese della stessa risma, caro ai giovani perchè urlava
contro la nobiltà. Essi dunque, istrutti sul Machiavelli, fidando nel
duca che prometteva soldati e mandava pistole, tramarono d’assalire
coi Polceveraschi il senato, trucidare i cittadini del libro d’oro,
restituire al popolo la libertà, i magistrati, gli onori, erger doge il
Vachero, e riformare la costituzione. Ma scoperti (1628), il Vachero fu
preso, e feroce sin all’estremo finì sulle forche; il duca, che avea
gittato la maschera, e fin minacciato rappresaglia, dovette restarsi
colla voglia e colla vergogna. Genova poi, per mediazione del re di
Spagna, pagò al duca censessantamila scudi d’oro, e ritenne l’ambito
Zaccarello, assicurando l’impunità ai congiurati ch’erano rifuggiti
a Torino: e ogni anno al San Bernardo festeggiava la sua liberazione
dall’avido vicino[39].
La lunga guerra avea mostrato a Genova la necessità di munirsi;
laonde s’aggiunse un quarto ricinto di mura, che per otto miglia dalla
Lanterna alla valle del Bisagno, serpeggia su per le creste dei monti;
immensa difficoltà, ma il nome del duca di Savoja bastava ad eccitare
coll’ira la perseveranza: diecimila operaj vi davan opera, sospesa
ogni altra costruzione (1631), e spendendovi dieci milioni, s’ebbe una
delle opere più vantate in tutta Europa. Ne fu architetto frà Vincenzo
Maculano piacentino, già inquisitore poi cardinale e quasi papa; e che
fu pure a munir Malta. Genova procurò domare i corsari, e come portava
le reliquie del Battista sul lido onde frenare le tempeste, così sudava
a tenersi in pace colle potenze che soffiavano nelle interne fazioni, e
a conservarsi neutra fra le pretensioni e le guerre di Francia, Spagna,
Impero.
Quando i titoli valeano tanto, Genova pensò acclamare la propria
indipendenza coll’attribuirsi titolo regio a cagione della Corsica, e
investendone la Madonna. Nella cerimonia il doge consegnò lo scettro e
la corona all’arcivescovo, che l’accettava per la Madonna; se ne rogò
istromento; e levata alla moneta l’antica leggenda di re Corrado II,
vi si pose Maria col motto Et rege eos. Il doge dovea vestir porpora,
manto reale, corona; a’ senatori e governatori di Corsica, agli
ambasciadori e generali di galee il titolo d’eccellenza; il palazzo
della Signoria s’intitolasse reale. De’ suoi cittadini non pigliava
tanta gelosia come Venezia; lasciava acquistassero ricchezze e Stati
da principi forestieri, titoli, comandi di mare e di terra, senza per
ciò escluderli dal supremo Consiglio. Però nel 1607 fu ordinata una
legge simile all’ostracismo di Atene e al discolato di Lucca; cioè
che a certi tempi s’accogliesse il consiglio minore, e ciascun membro
di questo notasse i nomi di chi credeva pericoloso alla patria; e
se alcuno si trovasse in quattro schede, era relegato per due anni.
Iniquità che impediva gli atti vigorosi, non le vere malvagità degli
ambiziosi.
Il banco di San Giorgio continuava ad essere un modello d’ordine e di
buona economia, in mezzo allo scompiglio cittadino. Nel 1627 il re
di Spagna dava da otto a dieci milioni a’ privati, assicurati sopra
il galeone che arriverebbe dall’India. Or questo non arrivò, ond’egli
diede solo cedole, che negoziate perdevano assai: indi pose un nuovo
ritardo ai pagamenti, poi li fece in moneta erosa che scapitava. Ne
restò scossa la fiducia, e molti ruppero il banco; eppure il conte duca
domandava nuovi prestiti, a titolo dell’antica benemerenza.
Forse prima d’ogni altra nazione, Genova mostrò conoscere la vera
natura della moneta, quando stabilì che i debiti si pagassero in moneta
corrente, però coll’aumento da calcolarsi in ragione di quanto era
cresciuto il valore dello scudo effettivo dal giorno in cui il debito
fu contratto.
Temperò l’inquisizione religiosa, ma rigorosissima giustizia
esercitava. Nella capitale e in ogni paese del distretto stava nella
chiesa principale una cassetta, ove ciascuno poteva gettare un’accusa,
col solo obbligo di annunziare i testimonj del fatto. Ogni settimana
la aprivano i magnifici procuratori, e procedeano contro i denunziati.
Fierissime pene erano stabilite contro i bestemmiatori, fin alla
galera. Pena la testa a chi non denunziasse i delitti di maestà, ne
avesse anche il più tenue indizio. De’ rei abbattevansi le case, e
vi si ergeva una colonna infamante. Morte per l’adulterio, pel parto
suppositizio, per la bigamia, per chi manda cartello di sfida; morte
pel veneficio; per le pozioni amatorie la frusta, il marchio in fronte,
ovvero il taglio dell’orecchio o del naso e il bando perpetuo; per le
stregherie, morte, e i consapevoli puniti ad arbitrio del magistrato.