Quadro politico. Sisto V. Sistemazione civile ed ecclesiastica di Roma.
Il travaglioso parto della società moderna era omai compito: i Comuni
si erano associati coi re per congegnare estese monarchie coi rottami
delle giurisdizioni feudali tra cui era frazionata l’autorità sovrana,
e far prevalere una volontà unica, intitolata la legge, che mantenesse
dentro la pace, fuori l’influenza. Ma dopo tanto declamare contro le
repubblichette e la insanabile loro irrequietudine e le guerricciuole
del medioevo, dopo tanto adombrarsi che uno Stato italiano non
prevalesse agli altri, or giacevano tutti allivellati dalla servitù,
impotenti a nuocersi a vicenda, ma anche a resistere altrui:
assodaronsi i principati, ma con essi non venne l’unità, non venne la
quiete colla tirannide. Dacchè, per la Riforma, l’Europa fu scissa in
due campi, il sacerdote non poteva più comandare dappertutto; e se una
provincia protestante si volgesse a’ danni di una cattolica, non si
poteva che reprimerla; donde una nuova necessità del potere monarchico,
che si surrogò all’ecclesiastico con vantaggio forse dell’ordine, non
della libertà. E per la necessità dell’ordine vennero dimentichi o
conculcati i privilegi; raccolti grossi eserciti, dome le aristocrazie,
elise tutte le resistenze particolari; costretta la Chiesa a schermirsi
contro la forza, finchè vi soccombesse. Introdurre l’eguaglianza,
fiaccare le prepotenze feudali, svegliar nei popoli la coscienza
dell’unità mediante una politica nazionale, rendere a tutti accessibile
la coltura, ed anche alle classi infime l’industria, estendere il
concetto della parità di diritto e della cittadinanza, sono gli uffizj
pei quali la monarchia si fa stimare dai popoli: ma quando ai trambusti
succede il riordinamento, qualche genio, come Costantino, Carlo Magno o
Napoleone, di tutte le attività sa giovarsi al suo scopo; altri credono
non poterlo che soppiantando, comprimendo; e così si fece nel secolo
decimosesto in Italia. — O Dante, avresti potuto vedere che la pace del
despotismo trionfante è la pace del sepolcro.
Il commercio, non che fiorisse al chetar de’ tumulti, perì nell’atonia
universale; giorni smunti e afosi sottentravano ai procellosi;
non apparendo nè l’individuale gagliardia del Cinquecento, nè le
complessive aspirazioni del Settecento, interessi immediati e angusti
occupavano la scena, dianzi agitata dalle passioni; mancando la patria,
mancarono fortezza di guerriero, abilità di politico, libertà di
scrittore; al culto del Comune sottentrò l’egoistico punto d’onore,
alle battaglie il duello, alle vive credenze canoni legali ed opinioni,
al diritto pubblico cattolico una politica d’abilità e di tornaconto,
spoglia d’ogni idealità, fondata non sulla ragione ma unicamente sul
fatto, non diretta dal sentimento ma dal calcolo e dalla forza. Eppure
in nome della religione sobbolliva ancora tutta l’Europa, la quale penò
fin a mezzo il secolo decimosettimo per acquistare quell’assetto, in
cui, ben o male, doveva adagiarsi poi fin alla rivoluzione francese.
L’Inghilterra, violentemente spinta ad uno scisma che attribuiva al re
onnipotenza anche nelle cose religiose, lo manteneva con feroci leggi
penali, e con due rivoluzioni che, abbattendo il diritto divino dei re,
doveano cambiar la dinastia, eternare l’oppressione d’un popolo intero
qual è l’irlandese, consolidare e stabilire i privilegi de’ possidenti,
ma eriger la nazione al colmo della grandezza politica e commerciale,
e a quella civile libertà, che al Governo non rassegna se non la minima
parte dell’attività individuale.
I Paesi Bassi, ribellatisi alla Spagna, sostennero lunghissima guerra,
finchè una parte furono ribaditi alla dominazione austriaca, altri si
assicurarono il culto riformato e l’indipendenza, e con questa una
meravigliosa prosperità mercantile. La Germania, sbranata fra due
parzialità religiose divenute parzialità politiche, scadeva dalla
supremazia goduta nel medioevo: a capo de’ Cattolici stava ancora
l’imperatore, ma non che ne assicurasse il trionfo, vide le turbolenze
scoppiare in guerra aperta che fu denominata dai Trent’anni, in cui
quel centro dell’Europa fu corso e guasto da eserciti, peggiori de’
masnadieri.
Anche in Francia i Calvinisti detti Ugonotti si sommossero, fin
a prorompere in guerra aperta; Enrico III, espulso dalla propria
capitale, fu assassinato; Enrico di Navarra, erede delle ragioni
alla corona, per ottenerla abjurò al calvinismo, e con un editto di
tolleranza accanto ai Cattolici collocava i Riformati, con privilegi,
con fortezze, con sospetti, scomponendo l’unità del regno, sinchè
Luigi XIV revocò quell’editto; e la Francia primeggiò in Europa,
professandosi protettrice de’ Cattolici nel tempo stesso che in
Germania sorreggeva i Riformati, per deprimere gl’imperatori.
Questi erano elettivi, e pur intitolandosi imperatori romani, non
curavano nè la consacrazione pontifizia, nè tampoco di esercitar
ingerenza di qua dell’Alpi. Si toglieano sempre dalla Casa d’Austria,
la quale a questo titolo d’onore univa il regno di Boemia, sovvertito
dalla Riforma; il regno d’Ungheria che la costituiva antiguardo della
cristianità contro i Turchi; la Stiria, il Tirolo che la faceano
pericolosa vicina della Venezia; e stando nel cuor dell’Europa
primeggiava, massime dacchè le linee d’Austria e di Tirolo furono
d’accordo: ma la guerra dei Trent’anni dalla posizione offensiva la
ridusse alla difensiva. Combinava essa la sua politica coll’altro ramo,
a cui obbedivano la Spagna e tanta parte dell’America e delle Indie
orientali, vascello immenso, di cui la prora sorgeva alle Filippine, e
la poppa alle Antilie.
Filippo II (1556-98), succeduto a Carlo V nel regno di Spagna, trovava
le idee, gl’interessi, la religione di tutta Europa messi a subuglio
dalla Riforma, e diresse tutte le forze sue a rifondare il passato.
I dobloni che traeva dalle miniere americane, correvano pertutto a
soldare oppositori ai Protestanti; i suoi eserciti li combattevano in
ogni plaga; e poichè dopo un secolo di convulsioni egli rappresentava
la riazione, rimase bersaglio alle armi e alle diatribe di tutti i
novatori del mondo, i quali accordaronsi nel dirne ogni male, e fin
nell’inventarne, come nel tragediato episodio di don Carlos suo figlio,
e lo tramandarono alla posterità come inventore della politica arcana,
come un fantasma assiso sui confini del medioevo, cinto di tenebre
illuminate solo da roghi, per impedire il progresso del pensiero e
della libertà.
Tranquillamente superbo, profondamente religioso, eminentemente
spagnuolo, egli mostrò amore e riverenza esemplare a suo padre,
del quale rispettò fin le debolezze a segno, che cercò e prese in
cura il bastardo di lui, divenuto poi famoso col nome di Giovanni
d’Austria. Instancabile al lavoro, postillava e correggeva le lettere
de’ segretarj, di proprio pugno scriveva, e bene, quantunque lungo;
vide il secolo d’oro della letteratura spagnuola, sebbene non la
favorisse; sebbene non guerresco, sotto di lui si vinsero alcune delle
maggiori battaglie della storia: nè per avversa fortuna fiaccato, nè
per prospera inebbriato, quando l’ammiraglio, a cui aveva affidato
l’armamento, a ragione intitolato _invincibile armata_, venne
annunziargli ch’era stata dispersa dal turbine, gli disse soltanto, —
Duca, io vi avea mandato contro i nemici, non contro gli elementi»; e
ripigliata la penna, continuò a scrivere. Stava leggendo la vita di
suo padre quando gli fu annunziata la vittoria di Lépanto (tom. IX,
pag. 538); e non che prorompere in esultanza, riflettè: — Don Giovanni
ha molto arrischiato; come ha vinto, così poteva perdere». Pur seppe
rendere omaggio al duca di Savoja; e quando, vincitore a San Quintino,
si presentò per baciargli la mano, esso l’abbracciò dicendogli: — Tocca
a me baciar la vostra, che compì opera sì bella».
Volea veder tutto, e perciò esitava a decidersi: deciso una volta, non
recedeva più. Credendosi destinato da Dio a rintegrare la religione
cattolica, le discrepanze considerava non solo come eresie, ma come
lesa maestà divina ed umana, e tenevasi in obbligo di combatterle come
fece dappertutto, senza mai venire a transazione; cercò impadronirsi
fin della Francia e dell’Inghilterra per serbarle cattoliche: ma
intanto si vide dalla Riforma strappati i Paesi Bassi; esaurì le
finanze, scontentò i popoli, distrusse il prestigio della propria
potenza.
Dopo di lui la Corte spagnuola, separata dai popoli, asserragliata
dalle cerimonie, non conobbe l’opinione e gli avvenimenti se non da
relatori, nè gli uomini se non traverso alla diffidenza, cascando così
nell’inoperosità. Filippo II aveva avuto per ministro il Granuela,
uno de’ più abili statisti, che costretto a ritirarsi davanti
all’esecrazione de’ Fiamminghi, venne vicerè di Napoli, poi cardinale
a Roma. Sotto Filippo III maneggiò ogni cosa il duca di Lerma; sotto
Filippo IV il conte duca Olivares, figlio d’un vicerè di Napoli, il più
potente e laborioso, e il meno scrupoloso e fortunato ministro di quel
secolo. Con Carlo II, men che re e men che uomo, terminò la dinastia
austriaca in Ispagna (1700).
Tali furono i regnanti di bellissime parti d’Italia. Mentre le nazioni
d’Europa si costituivano regolarmente, anche mercè de’ penosi ma
fecondi scotimenti dalla riforma religiosa, la nostra era perita; e da
centro che era della politica, del commercio, della cultura, più non fu
che uno zimbello o un premio. Alla sua libertà, viva la quale sentivano
non potrebbero estendere la propria dominazione, aveano attentato gli
stranieri ora cospirando ora osteggiandosi: in quel contatto, nocevole
se amico e se nemico, gl’Italiani sentivano pericolare l’indipendenza,
ma ciascuno pensava alla propria, non a quella dell’intera nazione;
ciascuno Stato credeva bastar da sè a superare in forza gli stranieri,
come li superava in civiltà; e a tal modo caddero tutti.
Per sanare le _piaghe infistolite_, dai politici della risma del
Machiavelli erasi bramato una _mano forte_, un principato che vigore
e astuzia adoprasse a reprimere i signorotti, stabilisse giustizia
eguale, leggi pel bene di tutti, e da tutti osservate: ma la forza
prevalsa tolse la libertà, non indusse l’unità, nè tampoco la quiete;
piantò irremissibilmente governi di puro fatto. L’Italia forse ancora
non avea spento la face del genio, ma erasi levato il sole, davanti a
cui questa impallidiva. Dopo esercitata la triplice supremazia delle
armi, della religione, delle idee, s’accorge che non ha più in se
stessa la ragione de’ proprj movimenti; che di fuori viene l’impulso
de’ suoi atti, il seme de’ suoi pensamenti, che la sua storia ideale è
interrotta dall’interposizione forestiera; sicchè, invece di spingersi
al progresso come un gigante dal suo talamo, bisogna che affatichi
alla conservazione. E neppur a tanto riuscirà. Essa che gli ultimi suoi
istanti avea confortati almeno con begli atti di coraggio e colla nuova
gloria delle arti, più non fece che retrocedere; internamente governi
deboli, e perciò violenti; coi masnadieri, fomentati dalla prossimità
dei confini, erano costretti a patteggiar l’obbedienza, anzichè poterla
imporre; le commozioni, simili a guizzi di cadavere, che a tratto
a tratto la scoteano, non erano dirette alla gloria o alla libertà,
ma a satollar la fame, a respingere esattori ingordi o inesorabili
inquisitori; la letteratura si limitava a imitare, e perduto il senso
delle semplici bellezze, si gonfiava e anfanava; in fastosa miseria
degeneravano le arti belle.
Il nuovo diritto pubblico, che prefiggeva regole alle successioni,
cagionò guerre più lunghe e deplorabili, che non le bizzarrie
repubblicane. Ai principi sottomettevansi i signorotti; e fin nella
Romagna, la battagliera veniva surrogata da una nobiltà di soglio,
derivata da parenti dei papi. Alcuni si rassegnarono alle catene, sino
a farsene belli; altri mestarono ancora in cospirazioni e sommosse;
alcuni, rinvigoriti nelle persecuzioni, nell’esiglio, ne’ patimenti,
portarono di fuori un’attività cui la patria non offriva più campo; o
l’abilità delle armi e de’ maneggi applicarono a servigio de’ tiranni
della patria, per passare dalla classe degli oppressi in quella
degli oppressori; assodando quella ragion di Stato, che riducevasi ad
ottenere obbedienza a qualunque costo, in nome dell’altare e del trono.
Ma tutti gli Stati, guelfi coi Francesi e coi Riformati, o ghibellini
coi papi e colla Spagna (così erano cambiate le veci!) compiono l’opera
dell’accentramento, distinti soltanto dalle diverse gradazioni d’un
debole principato o d’una debole democrazia. L’abolizione del soldato
mercenario per sostituirvi truppe regolari, fa che le moltitudini si
trovino alleate coi despoti nel respinger le tradizioni anarchiche
del medioevo: ma gli svantaggi dell’antico disarmo appajono nella
miserabilità di que’ soldati, ridicoli insieme e molesti, buoni per una
parata, inetti contro i ribaldi risoluti e contro i banditi.
Con eserciti stanziali, colla fedeltà alla bandiera, e l’obbedienza
irragionata sarebbe dovuta venire la quiete dei cittadini anche
nel fervore delle guerre; ma ignorandosi ancora l’amministrazione
militare, e mal provvedendosi agli approvvigionamenti, alle paghe, alla
disciplina, i soldati viveano di ruba, spesso si ammutinavano, sempre
portavano miserie, che fecero detestar del pari e i nemici e gli amici.
Se non che era difficile determinare quai fossero gli amici o i nemici
dell’Italia, dacchè essa figurava soltanto come una preda; i trattati
non si riferivano a lei, ma a’ suoi dominatori; nè degli abitanti
occupavasi la storia, ma del suolo, militarmente occupato.
La Spagna possedeva Milano, lo Stato de’ Presidj, il Senese, il
marchesato del Finale, la signoria di Pontremoli, l’isola di Sardegna
e le Due Sicilie. Poteano fruttare quattro milioni di scudi d’oro, ma
una gran parte delle rendite trovavasi impegnata; il resto si consumava
nelle guarnigioni e nelle truppe di terra e di mare, ove armava
sin cinquanta galee. Ma nè avea modi di rendersi devoti i signori e
premiare i suoi fedeli, nè di far pedoni e cavalli; traeva frutto dai
tribunali, dalle vacanze di feudi e benefizj, dalle largizioni che
doveansi fare alla corte per propiziarsela; dalla Germania, dominata
essa pure da Austriaci, non poteva menar eserciti in Lombardia se non
traversando il territorio veneto o quel de’ Grigioni, ovvero per mare
da Genova. Aspirava dunque a tener amici que’ vicini, e ad estendere il
Milanese fino al mare, ovveramente congiungerlo al Napoletano, se non
altro col predominio sovra i principotti.
La Francia, che avea perduto il Napoletano sotto Luigi XII,
la Lombardia sotto Francesco I, il Piemonte sotto Enrico II,
agl’incrementi della Spagna ostava coll’allearsi ai Veneti e ai
Grigioni. E l’una e l’altra intanto fomentavano i malumori interni,
davano ricovero e soccorso ai profughi o ai cospiratori, brigavano
nell’elezione dei papi, compravano questo o quello de’ principi,
indipendenti di nome, eppur in balìa de’ forestieri per la loro
debolezza.
Il duca di Savoja era anche principe dell’impero germanico, ma non
interveniva alle diete. Poteva contar l’entrata di ottocentomila scudi,
e levar dal Piemonte trentamila pedoni, settemila cavalli dalla Savoja,
se il Botero non esagera; possedeva due galee mal in assetto, spettanti
all’Ordine di San Lazzaro. I Savojardi non sapeano recarsi in pace
che il duca vivesse in Piemonte, dacchè erasi volto del tutto verso
l’Italia, aspirando ad ottenerne qualche brano col mettere all’incanto
la sua alleanza. Se il vicinato e conformità d’indole lo traevano alla
Francia, ricordavasi come questa avesse dominato i suoi predecessori;
fin d’allora riduceva la sua missione ad arrotondar il proprio paese, e
in onta delle tradizioni altrui, ripor in questo fatto la indipendenza
dell’Italia dall’autorità pontifizia e dal patronato austriaco; non
istancarsi di chieder la resurrezione del regno longobardo, per potere
buscarsi almeno qualche porzione di terreno sulla via di Milano o di
Piacenza. Ma sentiva che questo ampliamento non era possibile se non
mediante un’invasione della Francia, e che questa innanzi tutto avrebbe
annichilato il Piemonte medesimo. Perciò, qualvolta patteggiasse con
Francia, contemporaneamente ascoltava a Spagna, che lo accarezzava
acciocchè recidesse il passo a qualche nuovo Carlo VIII.
A Venezia entravano quasi quattro milioni di scudi; ma ingente spesa
le cagionava il difendersi dai Turchi e dagli Uscocchi, e il presidiar
Brescia, Bergamo, Verona contro le ambizioni di Spagna. Da cinquanta
fin a ottanta galee armava essa; conduceva al soldo signori e principi;
e difettando di soldati e di grano, quelli avea licenza di levare dagli
Stati Pontifizj, questo tirava dal Levante, da Urbino, dalla Mirandola.
Attenta all’Oriente come avanguardia della civiltà europea, nella
penisola studiava mantenere l’equilibrio, facendo opposizione alla
Spagna, naturale nemica delle repubbliche e degli indipendenti[1].
Mentre a Venezia la tirannide del Governo avea mantenuto la pace,
a Genova la disunione de’ primati sfaceva il Governo; quella col
professarsi neutrale mostrava debolezza, ma sfuggiva ai pericoli in
cui cadeva Genova, che, come protetta da Spagna, doveva acconciarsi
agli interessi e ai capricci di questa. D’entrambe le repubbliche
la prosperità non poteva venir che dal mare. Ora, non tanto le nuove
vie del commercio ve le indebolirono, quanto le molestie dei signori
d’Italia, obbligandole a mescolarsi delle loro baruffe o a guardarsi
dalle loro insidie. Per le conquiste turche Genova avea perduto i
possessi di Levante; Salonichi e la Macedonia nel 1421; nel 53 Pera,
nel 55 le Focee, nel 65 Metelino, nel 75 Caffa e altre terre di Crimea;
nel 61 Totatis e Samastro in conseguenza della caduta dell’impero di
Trebisonda; sicchè nel commercio d’Oriente non potè sostenersi che
mediante trattati con quei principi, cioè con aggravio di spese e
minoramento di sicurezza. Restava signora della sua riviera e delle
isole di Corsica e Capraja; se le stimavano cinquecentomila scudi
d’entrata, e molto costavano gli stipendj e le sei galee; le gabelle
avea quasi tutte oppignorate al banco di San Giorgio. Per Sarzana, che
un tempo apparteneva alla Toscana, e per la Corsica, già de’ Pisani,
stava sospettosa del granduca; del re di Spagna dopo che questi ebbe
occupato il Finale; ma più dovea temere l’avidità del duca di Savoja.
Vantava poter mettere in piedi fin sessantamila soldati, migliori
in mare che in terra come littorani, eccetto i Corsi. I nobili suoi,
copiosissimi ricchi, aveano possessi nel Napoletano e nel Milanese;
alcuni attendeano al mare, e servivano a Spagna e ad altri principi;
alcuni negoziavano, massime dei tessuti di seta, i meglio stimati di
cristianità[2].
Lucca restringea più sempre la sua aristocrazia: una ruota di cinque
giureconsulti forestieri decideva le controversie fra i cittadini:
entrata di cendiecimila scudi: trentamila gli abitanti, procaccianti
principalmente nel setificio. Dal territorio esteso ma montuoso non
avea grano bastante alla vita; ma buoni soldati dalla Garfagnana.
Per la quale contendeva col duca di Modena; del granduca temea le
ambizioni, ma era sorretta da Genova e dalla Spagna, entrambe attente
che Toscana non ingrandisse.
Ormai però delle antiche repubbliche parlavasi come d’una malattia di
cui si era guariti. Le tre di Pisa, Firenze, Siena costituivano il
granducato di Toscana, cui si aggiudicava l’entrata di un milione e
mezzo di scudi. Il Senese abbondava di prodotti, mentre i Fiorentini
bisognava se li procacciassero col commercio e le manifatture; e di
molte tasse profittava l’erario, come l’otto per cento sulle doti, e
sulle vendite e compre di stabili; la decima delle pigioni, la sportula
delle liti, e molte gabelle; al bisogno obbligavansi i più ricchi a far
prestiti, non superiori a cinquemila ducati, redimibili per mezzo delle
gabelle. Da trentaseimila soldati si arrolavano, esenti i soli preti,
i quali pure poteano portar armi in città, e godevano altri privilegi.
L’isola d’Elba era ben munita, e buon’armeria a Pisa.
Il duca di Mantova avea da trecensessantamila scudi d’entrata: i
ducentomila che venivangli dal Monferrato riunitogli, consumava nel
fortificarlo; levava moltissimi soldati ed eccellenti cavalli, per
militare a soldo altrui.
Casa d’Este da Modena e Ferrara ritraeva poco meglio di centomila
scudi, di cui quattromila tributava all’imperatore, suo signor sovrano;
ma da cinquanta altri mila ne cavava dal vendere i titoli di marchese,
conte, cavaliere; altri dalla cattiva moneta e dal tollerare gli Ebrei,
massimamente a Carpi. — Quel duca (scriveva l’ambasciatore veneto
nel 1575) ha nella città e contado milizie, che passano il numero di
ventisettemila; buona gente; avria comodità di far buona e numerosa
cavalleria di nobili, i quali si dilettano assai dell’armi, come quelli
che in niun’altra cosa si esercitano, ed hanno la maggior parte vissuto
nelle guerre... E quando sua eccellenza andò in Ungheria a servizio
dell’imperatore nel 1566, in tutto quel campo non era nè la più bella
nè la più buona nè la più ordinata gente, sebbene tutti li principi
italiani fecero a gara per mostrare all’imperatore le loro forze e
grandezza».
I Farnesi, duchi di Parma e Piacenza, l’alto dominio della santa
Sede riconosceano con diecimila scudi l’anno; i centomila d’entrata
raddoppiarono col confiscare i feudi ai Pallavicini, Landi, Scotti,
Anguissola, e con nuove imposte che il papa permise. Il duca d’Urbino,
anch’egli vassallo della Chiesa a cui retribuiva ottomila scudi,
ne ricavava trecentomila, principalmente per l’uscita de’ grani
da Sinigaglia: paese pingue, non oppressi i sudditi, e talmente
agguerriti, che avrebbe potuto coscrivere fin ventimila pedoni.
Aveansi dunque undici dominj; a tacer altri signorotti, simili
piuttosto a baroni, benchè godessero pieno impero e zecca, quali il
principe di Guastalla, il marchese di Castiglione ed altri di casa
Gonzaga, gli Appiani di Piombino, i Pico della Mirandola, i principi di
Massa, Carrara, Correggio, e i romani che non battevano moneta[3]. Il
principe di Monaco, occhieggiato dai Genovesi e dal duca di Savoja,
tenea navi di corso per punire chi passasse senza pagare il pedaggio.
Seguivano altri baroni, quali, a dir solo i primarj, i conti Bevilacqua
e i Pico di Ferrara; i Malvezzi, i Riario e i Pepoli di Bologna;
di Roma Orsini, Colonna, Conti, Savelli, Gaetani, Cesi, Cesarini,
vassalli della Chiesa; nella repubblica veneta i Martinengo, i Pesaro,
i Sanbonifazj; sotto Genova gli Spinola e i Doria; sotto Mantova i
Verua, i Guerrieri, i Castiglioni; in Toscana i Salviati, i Corsini;
nel Modenese i Bentivoglio; nel Parmigiano Lupo di Soragna, lo Stato
Pallavicino di cui era capo Busseto, e lo Stato Lando di cui era capo
Borgotaro, i Sanseverino di Sala, i Sanvitali di Colorno; nei paesi di
Spagna i marchesi di Marignano, i Trivulzio, i Borromei, i Caravaggio,
i Visconti, i Serbelloni, gli Afaitati in Lombardia, e nel Napoletano
i Davalos, i Sanseverino, i Caraffa, i Caraccioli, i Piccolomini,
i Gesualdi, i Loffredi, gli Aquaviva, i Lancia, gli Spinelli,
i Castrioti, i Toledo. Principotti, deboli per sè e non sapendo
farsi robusti coll’unione, si reggeano coll’appoggiarsi ai nemici
dell’indipendenza italiana.
Il liberalismo consisteva nel resistere, non dico ai re, ma ai
governatori del Milanese o ai vicerè del Napoletano; lo che otteneasi
coll’aderire ai Francesi non sinceramente, bensì con viluppi e
finzioni e rimutamenti indecorosi. Ai principi d’Italia (chè ai popoli
non si parlava) ripetea la Francia: — Non vedete che l’Austria vi
tiene vassalli? padrona delle due estremità della penisola, detta
superbamente il suo volere; traversa i vostri Stati colle sue truppe,
le stanzia a svernare nei vostri paesi; arroga a’ suoi rappresentanti
i primi onori... Guaj a voi se non vi tutelasse la Francia! Essa, più
affine di costumi, è la naturale avversaria de’ vostri padroni; e come
salva Germania dagli arbitrj dell’imperatore, così voi dalla tracotanza
spagnuola». Massimamente il cardinale Richelieu (-1642), che per
lunghissimo tempo tenne in mano le sorti della Francia qual ministro
di Luigi XIII, si direbbe non operasse che per salvare l’Europa «dalla
oppressura degli Spagnuoli, dalla tirannia di casa d’Austria, la cui
avidità insaziabile la rende nemica del riposo della cristianità»; vuol
farle restituire ciò che ha _usurpato_ in Italia, e questa assicurare
dall’ingiusta oppressione di essa[4]; e da ciò motivava lunghe guerre e
intralciatissimi negoziati.
Libravasi dunque l’Italia fra quattro sistemi politici, di Spagna, di
Savoja, di Venezia, de’ papi; e ne nasceva un giuoco d’altalena, che
portò interminabili raggiri e guerre, tutte per talento de’ forestieri,
non essendo di origine italiana che quella del papa coi Francesi;
e intanto le divisioni si perpetuavano, fino a stabilire nemici un
all’altro que’ popoletti, i quali pure non aveano che un nemico solo.
Roma, cessato d’essere la capitale del mondo, non nutrivasi più coi
tributi di tutta la cristianità, ma soltanto col patrimonio della
Chiesa, che così serviva di rinfianco all’influenza spirituale, e che
le nuove costituzioni vietavano di smembrare, come si soleva a favor
de’ popoli. I papi, scaduti di potenza quanto cresciuti di rispetto,
non che contendere del primato del mondo cogli imperatori, neppur
di maggioreggiare in Italia poteano lusingarsi, dacchè vi si erano
radicati gli stranieri; e sebbene inclini alla Spagna come cattolica e
come vicina, a frequenti cozzi si trovavano con essa per quistioni di
territorio o di giurisdizione.
Lo Stato papale comprendeva l’Umbria o legazione di Perugia, le
legazioni di Romagna, di Bologna, di Spoleto colla marca d’Ancona;
inoltre il ducato di Benevento nel regno di Napoli, e il contado
Venesino nella Provenza; e avea vassalli gran principi, quali il re
di Napoli, il duca di Parma e Piacenza e quel d’Urbino: paesi buoni,
sebbene alcuni infetti da mal’aria, come Ravenna, Bagnacavallo, Lugo,
Bologna, oltre le Pontine. Da questi e dal tributo de’ vassalli traeva
mille ottocento scudi d’oro: ma i più erano assorbiti dall’interesse
de’ Monti: oltre quel che si profondeva pe’ magistrati e pei nipoti, e
il moltissimo in ricomprar feudi da abolire. Alla lista particolare del
papa servivano gli uffizj camerali della Dateria, regali che venivano
ancora lautissimi[5]. Inoltre egli aveva i migliori modi di premiare,
donando senza suo aggravio, e conferendo una dignità pari alla regia.
Tutto ciò rendeva potente il papa, e, soggiunge il Botero, — Nulla
dico dell’autorità che gli arreca la religione; nulla dell’interesse
che gli altri principi d’Italia hanno nella conservazione dello Stato
ecclesiastico, la cui depressione sarebbe rovina loro; nulla della
potenza con la quale i principi stranieri si moverebbero a prendere la
protezione della Chiesa e per vaghezza di gloria e per ragion di Stato.
Nella guerra di Ferrara pose in piedi ventimila soldati in un attimo,
il che non potrebbe niun principe d’Europa».
Quel territorio forniva di grano Venezia, Genova, Napoli, e nel 1589
valutarono se ne asportasse annualmente per cinquecento mila scudi,
oltre lino da Faenza e Lugo, canapa da Cento e da Butrio nel Perugino,
l’uno e l’altro da Viterbo; vino buono dappertutto, ma distinto da
Cesena, Montefiascone, Faenza, Orvieto, Todi, Albano; uva passerina
da Amelia e Narni, olio da Rimini, guado e pastello da Bologna e dal
Forlivese, cavalli da Campania, manna da San Lorenzo e da terra di
Campagna; caccie nel Lazio verso Sermoneta, Terracina, Nettuno, con
grossissimi cinghiali: aggiungansi le pescagioni, le saline d’Ostia,
Comacchio, Cervia, le allumiere della Tolfa, e cave di marmo, e selve
inesauste di ghiande e di legname d’opera, ed altre produzioni vantate.
Ancona rannodava commercio con Greci e Turchi, avendo Paolo III
permesso a qualunque mercante infedele od eretico di venire a trafficar
ne’ suoi Stati, con privilegi, esenzione dal Sant’Uffizio, uso de’
tribunali ordinarj[6]: Giulio III estese quelle concessioni; ma Paolo
IV ne escluse i giudaizzanti, cioè i Marani di Spagna e Portogallo.
Alcune case d’Ancona in un anno faceano affari per cinquecentomila
ducati, e d’ogni paese vi capitavano convogli.
Posto nel mezzo d’Italia, il men esposto a invasioni di stranieri,
quel paese è il più atto a travagliare o a tener in pace l’Italia; i
suoi porti non basterebbero di ricovero a un’armata che assalisse, e
la mal’aria sterminerebbe chi accampasse sulle coste. Il papa armava
dodici galee, e poteva coscrivere cinquantamila pedoni e quattromila
cavalli, oltre i dovutigli da vassalli; ma sistemato il governo, non
soldava che cinquemila uomini, la più parte svizzeri. Di rimpatto
la capitale non sta nel centro del dominio, le fortezze non sono
sufficienti, abbondano i ladri, scarsa la mercatanzia, negletti i
gelsi, poca la popolazione, che esce a servigio altrui. Costituzioni
provinciali non sussistevano più, bensì corpi privilegiati, come
i nobili, i cittadini, le municipalità, principalmente nelle
terre deditizie che faceano valere le stipulate franchigie; molte
amministravano il proprio patrimonio, levavano soldati e tributi,
assegnavano stipendj; e _libertas ecclesiastica_ chiamavasi questa
special relazione di diritto pubblico.
Nelle frequenti e non brevi vacanze le città rizzavano la cresta, e
i prischi signori le pretensioni di dominio; sempre poi stavano in
occhi che qualche parente del papa o cardinale non ottenesse diritti a
scapito loro, e se ne riscattavano a denaro, a rimostranze, talvolta
a viva forza. Faenza festeggiava ogni anno il giorno che, in giusta
battaglia, cacciò gli Svizzeri di Leon X; e Jesi quello in cui si
sottrasse alla tirannide del prolegato; ad Ancona, al contrario, fu
messo il freno con esercito e fortezza; Perugia, che erasi ricusata
all’imposta del sale, fu interdetta e doma coll’armi di Pierluigi
Farnese, abrogandone gli antichi privilegi[7].
I governatori poteano essere laici, ma le città aspiravano all’onore
d’averli ecclesiastici. Al pari dunque dello Stato veneto, l’autorità
sovrana rimaneva in man de’ Comuni, che spesso teneano dipendenti
altri Comuni; a Venezia soprastavano i nobili, a Roma la curia: ma
mentre a Venezia il corpo sovrano considerava come avito retaggio i
diritti governativi, alla curia romana gli elementi si cangiavano ad
ogni conclave, coll’introdursi parenti e compatrioti del nuovo papa;
a Venezia gl’impieghi erano conferiti dal corpo, a Roma dal capo;
colà severe leggi imbrigliavano i governatori, qui non li teneva in
dovere che la speranza di avanzamenti; colà insomma la stabilità,
qui mutazioni continue ad arbitrio. Roma aveva l’aria d’una città di
principi, vere corti tenendovi ciascun cardinale, e i Barberini, i
Farnesi, i Chigi, i Panfili, altre famiglie vecchie e nuove. Cinquanta
ve n’era allora, che contavano più di trecento anni di nobiltà;
trentacinque più di ducento; sedici d’un secolo; antichissimi gli
Orsini, i Conti, i Colonna, i Gaetani, e que’ Savelli che liberavano
uno da morte ogn’anno, e le cui donne non uscivano che in carrozze
chiuse[8]. Dalla campagna ove soleano far la vita feudalmente, vennero
costoro a Roma quando i Monti lautamente fruttavano, poichè ciascuna
casa ne aveva eretti, ai creditori assegnando la rendita de’ proprj
beni: ma scemati il credito e gl’interessi, andarono in dechino.
Dai Romagnuoli eransi sempre cerniti i migliori soldati, ma il Governo
cercava distogliere dalle abitudini guerresche. Il popolo medio e basso
attendeva a tranquille fatiche. I nobili, chiamati all’amministrazione
municipale, senza industria nè arti nè educazione, s’agitavano in
minuziose irrequietudini; i titoli di Guelfi e Ghibellini applicavano a
dissensioni nuove; nè città v’era, nè famiglia che non fosse aggregata
agli uni o agli altri, distinguendosi nell’abito, «nel tagliar del
pane, nel cingersi, in portar il pennacchio, fiocco o fiore al cappello
o all’orecchio»; ed esercitavano gli odj col ricingersi di spadaccini.
I signori campagnuoli sfoggiavano ospitalità e lusso, teneano relazioni
e intelligenze con quei della città, ma più coi proprietarj delle
terre, i quali dipendevano da loro alla maniera patriarcale. Anche
qualche famiglia paesana conservatasi libera dava di spalla a questa o
a quella fazione, sicchè si procurava tenerne amico il capo.
Rivivevano dunque i disordini del medioevo, e vi si applicavano i
rimedj stessi. Talvolta gente quieta stringevasi in alleanze; come
la _Santa Unione_ a Fano, formatasi per reprimere gli assassinj e
latrocinj[9], con giuramento di mantenere la pace anche a prezzo
della vita. S’allargò per tutta Romagna col nome di _Pacifici_, e fu
costituita una specie di magistratura popolare, da cui naturalmente
veniva ingrandito il potere pubblico, non meno che dalle rivalità de’
Comuni; l’indipendenza antica soccombeva all’amministrazione regolare,
ma lo Stato fondavasi, non sull’ordine, sibbene sulle nimicizie e sul
sospetto, e sull’opposizione tra la forza e la legge. Queste gelosie
stornavano l’attenzione delle città dai diritti municipali, giacchè
ciascuna fazione studiava amicarsi il nuovo legato, anzichè frenarlo;
e costringevalo a pronunziarsi per gli uni o per gli altri, anzichè
rendere a tutti egual giustizia.
Anticamente i signorotti doveano affrettarsi a rinnovare i villaggi man
mano che ruinati, se voleano mettere a valore i fondi. Ma dopo che essi
furono spossessati o trasferironsi in città, que’ villaggi restarono
abbandonati, e al luogo loro il deserto. La peste del 1590 e 91, che
uccise settantamila abitanti, spopolò borgate e castelli della Romagna
e dell’Umbria, e le campagne rimaste incolte a vicenda divenivano causa
di spopolamento. Tal condizione favoriva i briganti, al qual mestiero
si buttavano i malcontenti, ostentando come virtù questo abuso della
bravura. Con loro metteasi chiunque volesse scialare furfantando,
e preti e frati sottraentisi al giogo. I signorotti confinanti gli
accoglievano, altri gli adopravano a particolari vendette, o traevano
lucro dal comprarne le spoglie, o dall’immunità che procacciavano ai
minacciati.
V’avea chi mettevasi a vivere ne’ presbiterj alle spalle de’ curati,
altri obbligavano i monaci a profonder loro il pane destinato ai
poverelli; mandavano bandi in nome del popolo romano; nelle strade più
frequentate derubavano i passeggieri, talchè i mercanti non osavano
condursi ai mercati; entravano a spogliare i magazzini nel bel mezzo
di Roma; impedivano i corrieri; più non era sicuro chi in fama di
denaroso; chi avesse un nemico, vedeasi i beni devastati, uccise le
mandre, invase le abitazioni, stuprate le figliuole. Divisi in sêtte,
distinte per segnali, trucidavano mariti perchè le vedove potessero
sposar uno della fazione opposta; costringevano fanciulle ricche
a fidanzarsi ad abjetti e banditi, o le traevano di monastero per
buscare le doti. Raffinavano anche di crudeltà; ne’ boschi piantavano
tribunali, ove prefiggevasi chi svaligiare, chi trucidare e con quali
spasimi, o a quanto prezzarne il riscatto. In Roma stessa i signori
tenevano buon numero «di quei bravacci che son buoni a far tutto
fuorchè bene, anzi che non sanno far altro mestiere che quello o
di minacciare o di eseguire, di bastonar l’uno, uccidere l’altro, e
tagliare l’orecchio o il naso a questo o a quello».
I bandi moltiplicavansi; ma chi avesse adoprato la forza della legge
e la giustizia contro alcuno di que’ bravi, più non isperasse tregua
finchè non avesse scontato acerbamente la pena; i birri cadevano
trucidati nelle pubbliche piazze. Nel 1583 questi colgono un bandito
in casa degli Orsini, ma nel partire sono affrontati da un Orsini,
da un Savelli, da un Rusticucci coi loro staffieri, che intimano di
rilasciarlo, perchè preso in luogo di franchigia. Il bargello ricusa,
questi si ostinano, e l’Orsini dà una vergata al bargello, il quale
ordina di adoprar le armi; il Rusticucci cade ucciso, gli altri due
feriti a morte. I vassalli degli Orsini ne’ giorni seguenti «come in
tempo di sede vacante», ammazzano quanti sgherri colgono, fin dentro
il palazzo del papa, il quale non potè che lasciar sbollire quella
furia; dappoi mandò al supplizio lo stesso bargello, e anche alcuni
de’ tumultuanti[10]; «il qual accidente (dice l’ambasciador veneto)
per un pezzo sarà di non poco impedimento alle esecuzioni future della
giustizia». Dal carteggio di questo ambasciadore abbiamo pure che un
Caffarelli gentiluomo, burlando con altri giovani, rotolò giù dalla
scalea d’Ara Cœli una botte piena di sassi, ammazzando e ferendo molti
popolani che stavanvi a dormire: che un Vincenzo Vitelli, tornando una
sera a casa, fu assalito da sette armati, spalleggiati da forse trenta
ch’eran disposti nel contorno, ed ucciso[11]. Simili scene menziona
ogni tratto.
Alfonso Piccolómini duca di Montemarciano, grosso feudatario, cominciò
da giovane a bottinare sia come soldato o come masnadiere; e postasi
attorno una mano di bravacci, straripò in atroci vendette sopra i
Baglioni di Perugia. Gregorio XIII lo scomunicò e ne confiscò gli
averi, ond’esso non vedendo più nei governi che la prepotenza, ne’
popoli che la codardia, si pose in guerra colla società; quanti erano
ladroni per Toscana e Romagna aggomitolò, e ne somministrava a chi
ne bisognasse. Invaso Montabboddo, fece mettervi al supplizio i suoi
avversarj fra il ballonzare de’ masnadieri; mandò dire a que’ di
Corneto si avacciassero alla mietitura perchè dovea venir a bruciare
quella di Latino Orsino; côlto un corriere, gli tolse le lettere senza
toccar il denaro.
I vicini, che Gregorio avea mal disposti colla sua tenacità ai diritti
papali, lo videro volontieri nelle male peste, ed aprivano ricovero ai
masnadieri quando fossero rincacciati, sicchè nè la forza approdava
nè le scomuniche. Assalito seriamente, il Piccolomini si ritirò sul
Toscano; poi nojato dell’ozio, nel 1581 ricominciò i guasti; e il papa
dovette calar seco a patti, e per intermezzo del granduca gli restituì
i beni, e perdono a lui e a tutti i suoi. Il terribile fece solenne
entrata in Roma, prese alloggio nel palazzo Medici, e presentò per
l’assoluzione tal lista di assassinj, che il papa inorridì e più al
sentirsi intimare che bisognava o assolverli, o vedersi assassinato il
proprio figliuolo.
Altrettanto imperversava nell’Abruzzo Marco Sciarra, che faceasi
chiamare re Marcone, e a capo di seicento banditi, dandosi mano con
quei dello Stato Pontifizio, diffondea largo spavento; saccheggiò
perfino il Vasto e Lucera uccidendo il vescovo, e per sette anni
continuò, ridendosi di quattromila soldati spediti contro lui dal
vicerè conte di Miranda.
L’eccelsa rappresentanza della cristianità sostenevano i papi
coll’opporsi ai Riformati e ai Turchi. Mantenere la lega contro questi
procurò Gregorio XIII; soccorse di denari l’imperatore e i cavalieri
di Malta; si chiarì per l’indipendenza dell’Irlanda; esultò nell’udire
la strage del San Bartolomeo. Per le sue imprese non sovvenivano
più i tributi di tutta cristianità; e non volendo lucrare da nuove
imposte sui sudditi, nè da concessioni spirituali, pensava sopprimere
certi privilegi di stranieri e abusi della nobiltà, revocar alla
Camera molti castelli ricaduti o non paganti, e redimere i venduti
o ipotecati: ma coll’incarire le dogane sviò da Ancona il commercio,
ed eccitò malcontento e resistenza aperta. Gli fu posta una statua,
«per aver tolta la gabella della farina, ornata la città di tempj
ed opere magnificentissime, ottocentomila scudi distribuiti con
singolare beneficenza ai poveri, pei seminarj di estere nazioni nella
città e dappertutto onde diffondere la religione, per la carità sopra
tutte le genti, per la quale fin dalle estreme isole del nuovo mondo
ambasciadori del re del Giappone con triennale navigazione venuti ad
offrire obbedienza alla Sede apostolica primamente in Roma ricevette
come conveniva alla pontificia dignità»[12].
Com’egli morì, i banditi ricomparvero dappertutto con baldanzosissime
iniquità; i frati del convento del Popolo si sguinzagliarono, e ai
birri chiamati dal priore resistettero e ne uccisero, poi raccolto
il buono e il meglio si salvarono. Il padremastro vide rubati i
ricchissimi arredi di cui aveva ornata una cappella della Minerva, e
dal dolore morì. Cinque case di cardinali furono svaligiate, e sin
quella del Farnese, benchè vi avesse sei guardie e più di trenta
cortigiani; alcuni nobili con bande di sessanta, di cento, correano
rubando, violando, rapendo, sicchè Roma pareva una foresta; i
vicelegati, i governatori, gli auditori profittavano della vacanza per
espilar le provincie, scarcerare delinquenti, vendere la giustizia,
concedere indulti.
Reprimer tanti disordini fu il principale intento del nuovo papa Sisto
V (1585). Chiamavasi Felice Peretti, da Montalto presso Ascoli, e dal
custodire i majali levollo un suo zio francescano, l’educò, il pose
frate. Unitosi a quei che zelavano la rintegrazione della Chiesa, salì
di grado in grado fin ai sommi. Rigoroso inquisitore, caldo pei diritti
pontifizj, benchè come cardinale frate vivesse di limosina, soccorreva
ai poveri, sicchè acquistò venerazione. Non che aspirare al papato,
mostrava pensar solo a morire; e le visite consuete prima d’entrare
in conclave fece «sputando ad ogni passo, sospirando di dolori ad ogni
due, e riposandosi ad ogni tre», come dice Gregorio Leti, in una Vita
stolidamente romanzesca (1669). Nel conclave i voti sparpagliavansi,
finchè, quasi a loro malgrado, si riunirono sopra di lui, che, mentre
prima parea tener l’anima coi denti, subito ringiovanì, gettò via
il bastoncello, e a chi gliene faceva l’osservazione disse: — Finora
andavo chino perchè cercavo le chiavi; trovatele, guardo al cielo».
De’ predecessori suoi parlava senza ritegno, citando il male che
aveano fatto, massimamente Gregorio XIII[13]. Non trovandosi parenti
che il raggirassero; ascoltando il popolo che chiedeva abbondanza e
giustizia, il forte ingegno e un carattere imperioso e violento applicò
a restaurare anche esteriormente il papato. Delle truppe e della
sbirraglia licenzia gran parte, ma vuol che «i decreti si adempiano
senza riguardo a chicchessia, e si comprenda che Sisto regna».
Anzitutto bisognava riparare al vuoto dell’erario e ai briganti. Soleva
ogni nuovo papa graziare molti carcerati, talchè durante il conclave i
contumaci si costituivano nelle prigioni, sicuri d’ottenere l’indulto.
Mal per loro, chè questa volta egli volle severa giustizia; e il giorno
della coronazione, la folla andando pel Ponte in Vaticano vedeva
spenzolar dal castello quattro giovani, côlti con armi corte. Nella
cavalcata di possesso a San Giovanni Laterano, minacciò guaj a chi
disturbasse con pretensioni: chi suscitasse scandalo con risse, parole,
ingiurie o qualsiasi insolenza, avrebbe prigionia di tre anni se
nobile, la galera per cinque se persona ordinaria, la frusta se donna.
Il canonico Carelli, al quale egli doveva il suo primo innalzamento,
aveva un nipote inquisito per ratto; e Sisto il fece impiccare
davanti alla casa violata, allo zio dando licenza di sepellirlo in
terra sacra e il vescovado di Amantea. Fatto un catalogo di tutti i
vagabondi, maneschi, spadaccini, scioperati, rinnova le taglie, ma
non si pagherebbero più dalla Camera, bensì dai parenti o dal Comune:
dal Comune o dal signore, sul cui territorio avvenisse un ladroneccio,
doveano rifarsi i danneggiati.
Il Governo napoletano, sulle cui frontiere soleano ricoverare
i briganti, lo seconda; e l’impunità promessa a chi consegna il
camerata vivo o morto atterrisce quelli che dianzi aveano atterrito.
Prete Guercino, che titolavasi re della campagna, scrive a monsignor
Odescalchi gli mandi trecento ducati, se no devasterà le sue terre:
esso ricorre al papa, che fa arrestar il messo e metterlo in galera.
Ma ecco altra lettera del Guercino, che minaccia cento pugnalate
all’Odescalchi e bruciargli e sparpagliargli le possessioni, onde
quello supplica il papa a liberare il carcerato, come si fa; anzi si
pone mediatore di pace presso il pontefice, il quale in fatto assolve
il Guercino di quarantaquattro omicidj commessi; e mentre appunto
ottiene il perdono, va e uccide quattro suoi nemici[14]. Ora però Sisto
n’ebbe la testa, pagata duemila scudi, ed esposta incoronata al ponte
Sant’Angelo. Un Della Fara, chiamate le guardie fuor di porta Salara,
le bastona, e le incarica de’ suoi complimenti al papa; e Sisto intima
ai parenti glielo consegnino o gli impiccherà tutti, e perchè mostrava
far da senno, è obbedito. A trenta ritirati presso Urbino, quel duca
mandò un carico di vittovaglie ma avvelenate: il conte Giovanni Pepoli
di Bologna, per aver lasciato fuggire dal suo castello un bandito, fu
strangolato in prigione: fin madri e mogli di masnadieri pagarono colla
testa l’averli ricoverati. Un Transteverino era troppo giovane per
essere mandato al supplizio, e Sisto disse: — Gli aggiungo alcuno de’
miei anni». Punì di morte l’adulterio e la connivenza de’ mariti; volle
che i nobili soddisfacessero i vecchi debiti verso i mercanti; vietò ai
signori di far raccomandazioni a pro di qualsifosse criminale; pretese
sollecito spaccio e severo rendiconto da tutti i giudici, e gli dessero
anche la lista di quanti sfaccendati, tagliacantoni, discoli sapessero
nella loro giurisdizione; pensava anche cacciar di Roma chiunque non
giustificasse de’ suoi mezzi di vivere. Proibì i soliti viva che suole
schiamazzare la plebe dietro ai papi, ma punì severissimamente le
pasquinate; di una ove Pasquino esclamava di aver la camicia sporca
dacchè la sua lavandaja era divenuta principessa, Sisto volle a ogni
modo saper l’autore, e nol potendo altrimenti, promise salva la vita e
mille doppie se si rivelasse da sè. L’avidità ingannò il poeta, e Sisto
gli fece contare il denaro, ma tagliar le mani e forare la lingua.
Con questa fierezza orientale, che, secondo il detto vulgare «non la
perdonava neppure a Cristo», in men d’un anno ebbe nettato il paese,
e gli furono coniate medaglie col motto _Perfecta securitas, e Vade,
Francisce, repara domum meam quæ labitur_.
Inesorabile agli individui e sulla violazion delle leggi, negli atti
generali mostrossi benevolo, indulgente a chi obbedisse. Non che
soccorrere alle fami allora gettatesi con ducentomila scudi, che
dichiarò suoi meri risparmj, fondò una frumenteria per mantenere
l’abbondanza in Roma: tremila scudi ogni anno destinava a riscattare
Cristiani dai Turchi: fondò l’ospizio presso ponte Sisto, «affinchè
radunati in uno e bene osservati tutti coloro che van mendicando, senza
sapersi se n’abbiano giusto titolo, si esamini in cadauno la sanità
dei corpi e la robustezza degli animi, e collo scoprire i pigri e non
infermi, taglisi la strada alla poltroneria di quelli che, con finte
malattie e affettata povertà, abbandonandosi all’ozio e alla pigrizia,
rubano gli alimenti ai veri bisognosi, e dopo fatto l’infermo in alcune
ore, in altre sani e robusti corrono alle gozzoviglie»[15]. Alla pia
confraternita istituita sotto Gregorio XIII per assistere ai carcerati,
concedette scegliesse un visitatore delle prigioni, il quale ogni
primo lunedì di quaresima potesse liberare un condannato anche di pena
capitale.
De’ cardinali prefinì il numero a settantadue, di cui sette vescovi
suburbicarj, cioè di Velletri, Porto Santa Ruffina, Civitavecchia,
Frascati, Albano, Palestrina, Sabina; cinquanta preti; il resto
diaconi. Si distinguevano i cardinali principi, viventi con isfarzo,
e che riguardavano gli altri come inferiori; i cardinali politici, che
dirigendo gli affari arricchivano; e i cardinali poveri, la più parte
frati, mantenuti dai papi o dai cardinali superiori, e dediti agli
studj e alla pietà. Sisto voleali sottoposti ai decreti come tutti gli
altri, benchè zelasse il loro decoro in faccia ai potentati; fossero
principi altrove, ma sudditi in Roma.
Alle sette loro Congregazioni, dell’indice, dell’inquisizione,
dell’esecuzione e interpretazione del Concilio, de’ vescovi, de’
regolari, della segnatura e della consulta, crebbe importanza, e
ne aggiunse otto altre, una per fondare vescovadi nuovi, una sopra
i riti, le rimanenti per materie temporali, l’annona, le strade,
l’alleggiamento delle imposte, le costruzioni guerresche, la stamperia
vaticana, l’Università di Roma. Quella del buon governo dirigeva
gl’interessi economici delle comunità. La sacra Consulta rivedeva gli
affari criminali, e reprimeva gli eccessi de’ baroni e de’ governanti.
Il tribunale delle due Segnature, cioè di grazia e di giustizia,
provvedeva sui ricorsi presentati al pontefice per semplice grazia o in
materia mista, come la restituzione in intero.
La Chiesa erasi sempre tenuta a ordini collegiali e a deliberazioni
precedute da discussione; talchè queste consulte e la sacra Rota
assistendo al papa, alcune come vescovo nelle cose diocesane, altre per
gli affari dello Stato, le più pel governo della Chiesa universale,
davano un’aria repubblicana, ma non poteano resistere a volontà
assolute come Sisto V. La propria famiglia arricchì egli con proprj
risparmj, e con laute parentele; collocò due nipoti nelle famiglie
Colonna e Orsini, con privilegio ai mariti di star accanto al soglio
quando il papa celebra, e con grado superiore a tutti i signori
romani; sicchè questi o per invidia o per inferiorità si divisero dai
_nobili di soglio_; ed ebber fine le leghe che, sotto quei due nomi,
continuavano a osteggiarsi.
Restava l’altra piaga, delle finanze. All’udire i forestieri così
concordi nel lamentarsi dell’oro che, prima della Riforma, spedivasi
a Roma, si crederebbe che la Camera ne regurgitasse; ma sì poco
n’arrivava sin alle mani dei papi, che Pio II dovè limitarsi a un pasto
il giorno, e tôrre a prestanza ducentomila ducati per l’impresa contro
i Turchi. Nel 1471 si contavano fin seicencinquanta cariche venali,
la cui rendita valutavasi a centomila scudi[16], sicchè i proventi
ne colavano in mano de’ compratori. Ne’ bisogni dunque (oltre il
particolar ripiego delle indulgenze) non si sapeva che crear titoli e
cariche nuove: Sisto IV n’aveva abusato strabocchevolmente; Innocenzo
VIII, costretto perfino a mettere in pegno la tiara, istituì un nuovo
collegio di ventisei segretarj per sessantamila ducati; Alessandro
VI, ottanta scrittori di brevi, ciascuno per settecencinquanta scudi;
Giulio II n’aggiunse cento degli archivj per altrettanto prezzo,
ed ebbe lode di trovar denaro ad ogni occorrenza; lo splendidissimo
Leone X introdusse milleducento cariche, del cui valore i compratori
riceveano gl’interessi vita durante, onde vanno considerati come
prestiti o come rendite vitalizie, che ammontavano fin all’ottavo del
capitale. Questo rifondevasi parte con un lieve aumento delle tasse di
curia, parte coll’eccedente di quanto si ritraeva dai municipj, dalle
cave di allume, dal monopolio del sale, e dalla dogana di Roma.
Oggi che si considera come regola il far debiti, e prospero il paese
che più ne ha, non vorrassi condannare quegli spedienti, pei quali
prosperarono le finanze, in modo da non occorrer più nuovi aggravj allo
Stato che fra tutti era il meno pagante, tanto più che non manteneva
grossi eserciti, spugna degli erarj. Ma tosto che le casse dello Stato
cessarono di dare un avanzo, le finanze crollarono; e tra la Riforma,
tra l’essersi i principi opposti all’esportazione del denaro, Leone
le lasciò talmente esauste, che Adriano VI dovette sovrimporre mezzo
ducato per fuoco; Clemente VII ricorse anche a un prestito semplice di
ducentomila ducati al dieci per cento, _monte non vacabile_, o, come
diciam ora, debito consolidato, trasmissibile agli eredi, assicurato
sopra le dogane. I successivi pontefici ingrossarono quel capitale;
e Paolo III rinunziando a rincarir il sale, stabilì il _sussidio_,
imposta diretta che prometteva abolir poi, e che già si trovava in
altri paesi, coi nomi di donativo a Napoli, di mensuale a Milano,
d’altro altrove; e furono trecentomila scudi, ripartiti sopra le
provincie, nessuna esentata. Le città fecero ivi richiami; Bologna
se ne redense con un capitale alla mano; altre ne vollero rimessa
porzione o tutto; ed era un gran che se alla cassa giungeva la metà.
Ad ogni modo, l’entrata dello Stato, che sotto Giulio II computavasi
di trecencinquantamila scudi, sotto Leone X di quattrocentoventimila,
sotto Clemente VII di cinquecentomila, alla morte di Paolo III trovossi
di settecentoseimila e quattrocentoventitre scudi.
Pure ne’ tempi successivi, dovendo sussidiare i Cattolici sia contro i
Protestanti, sia contro i Turchi, bisognarono nuovi acconci, e imposte
sulla farina, sulla carne, su altri consumi, e sempre assegnavansi
a creditori; talchè dal crescente aggravio de’ sudditi ben poco
vantaggiava la Camera, e lo Stato pontifizio restò gravato quant’altri.
Secondo il Leti, ai papi entravano di rendita ordinaria 1,273,344 scudi
d’oro[17]; di straordinaria e per ammende e diritti di cancelleria,
altri 413,480. Sisto V li crebbe con nuove imposte, col riscuotere
crediti vecchi, aggravar le ammende, fare ai Giudei pagar la protezione
che otteneano dal Governo, e con un’economia di cui si vantava a
ragione. Restrinse le spese e gli uffizj di corte: delle cariche venali
elevò il numero fin a trentaseimila cinquecencinquanta[18], dalla cui
vendita ritrasse 5,547,630 scudi, e ciascuna gravò di tasse; crebbe i
monti vacabili e no; pose gabelle sui viveri più indispensabili; alterò
fin le monete.
Trovato il tesoro esausto, fra un anno v’ebbe avanzato un milione di
scudi d’oro, e così ne’ quattro anni successivi: e appena vi contasse
un milione, il deponeva in Castel Sant’Angelo consacrandolo alla beata
Vergine e ai santi Apostoli, come nell’Antico Testamento serbavasi nel
tempio; e nella bolla, assicurando che provenivano da suoi risparmj,
stabiliva che a quel tesoro non si dovesse por mano se non per
ricuperare Terrasanta, ed anche allora unicamente dopo che l’esercito
avesse già passato il mare; o per estrema carestia o peste, o quando
alcuna provincia cristiana pericolasse di essere occupata da infedeli,
o quando alcun principe portasse guerra allo Stato della Chiesa; ma
sempre nell’estremo della necessità[19]. Gravar il paese e far prestiti
per riporre denari infruttiferi, è uno sbaglio perdonabile a tempi che
non conosceano come il denaro vaglia unicamente in quanto è posto in
giro.
Con tali mezzi potè restituire qualche splendore alla tiara. Blandito
dai potentati pel suo denaro, e’ li chetò di lor pretensioni, e se
gli ebbe devoti, quanto avversi il suo predecessore; conciliossi i
signori del paese; largheggiò privilegi alle città di Romagna, ad
Ancona molti diritti antichi, a Fermo l’arcivescovado, vescovado a
Tolentino e al suo natìo Montalto; ridusse a città Loreto; avviò in
bene l’amministrazione civica; moltiplicò le spese straordinarie, che
prima coprivansi con cenquarantaseimila scudi, e più di tre milioni
e ducentomila ne erogò in sole fabbriche; favorì l’agricoltura, e
minacciosamente comandò di piantar gelsi; incoraggì i lavorieri della
seta e della lana; cercò disseccar le paludi d’Orvieto e le Pontine,
spendendo ducentomila scudi per aprire il fiume che serba il suo nome;
avrebbe voluto che ciascun nunzio avesse palazzo proprio nella città
ove risedeva.
Fra tanta parsimonia e tanto pensare positivo, recano stupore i
divisamenti suoi fantasticamente grandiosi. Fece fabbricar dieci
galee, imponendo settantottomila scudi per la marina. Sperò distruggere
l’impero Ottomano, e ne trattò colla Persia, coi Drusi, con alcuni capi
arabi; allestì le sue galee, cui Spagna ne aggiungerebbe altre, mentre
Stefano Batori dalla Polonia romperebbe la prima lancia. Ito in fumo
questo disegno, pensò conquistar l’Egitto; allora, mediante un canale
tra il mar Rosso e ’l Mediterraneo, rimetterebbe sulla via antica il
commercio; e finchè venisse il destro di ricuperar Terrasanta, pensava
rapirne il santo sepolcro, ed erigerlo a Montalto, vicino alla santa
casa di Loreto. Dicono trattasse fin con Enrico III di fargli adottare
un suo nipote per erede: tanto s’immaginava che tutta cristianità
dovesse entrare a piè pari ne’ suoi divisamenti.
Fermo alle dottrine del potere spirituale, e che il poter regio
derivasse da quel del popolo e della Chiesa, insisteva continuo perchè
l’imperatore non tollerasse i Calvinisti, e procurava collegare
lui e gli Stati cattolici di Germania col re di Spagna per trionfo
dell’ortodossia: ma in Francia vide soccombere la Lega, scomunicò
Enrico IV benchè lo stimasse, poi adombrato della prevalenza spagnuola,
inchinò verso Francia. Così dai gabinetti europei rispettato e temuto,
fu l’ultimo papa che tenesse gran mano nelle pubbliche vicende. Udita
la conversione del marchese di Bade Hochburg, fece una processione
a piè scalzi, in conseguenza della quale morì, e il nome suo rimase
popolare, come avviene de’ forti caratteri; e a lui fu fatto merito
anche d’istituzioni ed ordinanze molto anteriori.
In questo tempo la città di Roma si può dire si rinnovasse. I lunghi
disastri dei tempi dell’invasione, la barbarie, le tante guerre
intestine, e forse più che altro la vedovanza avignonese l’aveano resa
deserta; e quando i papi vi tornarono, era popolata solo da mandriani,
scesi dalle inospite colline ne’ piani lunghesso il Tevere, e quivi
annidati in povere casipole, con vie anguste, fangose, oscurate
da terrazzi e da cavalcavia. Gli edifizj antichi sfasciavansi; sul
Campidoglio pascevano le capre; le giovenche erravano pel Foro romano,
donde i nomi di Monte Caprino, Foro Boario, Campo Vaccino: e da San
Silvestro alla porta de’ Pioppi (Popolo) non incontravi che orti e
pantani, ove si cacciavano anitre selvatiche. Primamente Nicola V si
prefisse di ornar Roma con edifizj convenienti alla maestà antica
ed alla nuova; i successori lo secondarono, massime Giulio II e i
Medici. Nuove fabbriche popolarono le due rive del Tevere, che Sisto
IV aveva riunite col ponte che ne serba il nome: Giulio II, a tacere
le meraviglie del Vaticano e della Cancelleria, può dirsi ricostruisse
la città bassa e la via Giulia, parallela alla Lungàra: cardinali e
principi a gara alzavano palazzi, e quelli dei Riario, de’ Chigi, de’
Farnesi, degli Orsini emularono le costruzioni antiche in bellezza, le
vinsero in comodità.
Il sacco di Roma e la peste la disertarono da capo; ma sotto Pio IV si
tornò sul fabbricare, e i palagi risalirono sui colli abbandonati. Egli
ampliò la cerchia di Roma formando il borgo Pio; risarcì la ruginante
cerchia del Vaticano, rimodernò porta Popolo, e da quella che conserva
il suo nome trasse la via diritta fin a Montecavallo. Tornò a pubblico
uso la via Aurelia, migliorò l’altra che va alla campagna di Roma; nel
palazzo Vaticano fece terminare la sala regia, il magnifico cortile del
Belvedere, e due conserve d’acqua; fabbricò il seminario Romano; donò a
Venezia il palazzo di San Marco; fece ristaurar le chiese che davano il
titolo ai cardinali, e le basiliche nuove non lasciavano invidiare alle
prische. Sul nuovo Campidoglio, per opera di lui torreggiò il palazzo
dei Conservatori, disegno di Michelangelo; il quale pure sul Viminale
alzava la Certosa degli Angeli, adattandovi gli stupendi avanzi delle
terme di Diocleziano.
Sisto V, quand’era ancora il cardinale Montalto, incaricò Domenico
Fontana luganese di far la cappella del presepio in Santa Maria
Maggiore; ma privato delle pensioni dal pontefice, sospese la
commissione. Il Fontana però invaghitosi dell’opera propria, esibì
continuarla del suo: del che gli volle tanto bene Sisto, che venuto
papa non solo gli diede a compire essa cappella, notevole per le
eleganti proporzioni della cupola, e il vicino palazzo (villa Negroni),
ma lo sovrappose a tutte le sue opere, talchè i loro nomi vanno
associati.
Ripopolarsi non poteano i colli finchè mancassero d’acqua. Pio IV avea
già condotto l’Acqua Vergine: poi Sisto V, con impresa degna degli
antichi signori del mondo, per ventidue miglia guidò l’Acqua Felice che
(cantava il Tasso), dopo il bujo del lungo sentiero, zampillava vivace,
per contemplar Roma quale Augusto la vide. Fece spianare il terreno
presso la Trinità dei Monti, e preparare la scalea che quell’altura
congiunge a piazza di Spagna, aprì la via Felice e le altre che si
difilano a Santa Maria Maggiore, collocando al crocicchio le quattro
fontane; ampliò la stamperia greca e orientale, e la biblioteca
Vaticana, traverso al cortile del Belvedere, con dipinti e iscrizioni
che figurano i fasti d’esso papa, i concilj generali, le più famose
librerie del mondo, gli uomini illustri per scienze ed invenzioni,
sicchè riuscì la più bella del mondo; fabbricò il grande ospedale sul
Tevere per duemila poveri, e sempre coll’opera dello stesso architetto,
che nella fontana di Termini indicò il miracolo di Mosè: fece la
fronte della basilica Laterana verso Santa Maria Maggiore, e il palazzo
pontifizio, grandiosa mole di sobrj e corretti ornamenti; la parte del
palazzo Vaticano che guarda Roma; lavori attorno al Quirinale, dove
nell’allargata piazza collocò i due colossi che ostentano i nomi di
Fidia e Prassitele.
Degli antichi obelischi restava in piedi quel solo del Vaticano,
mezzo sepolto; e per trasportarlo davanti al rinnovato San Pietro
si consultarono quanti erano matematici; e di cinquecento pareri fra
dotti e bizzarri fu preferito quel del Fontana. Parendo egli troppo
giovane, benchè di quarantadue anni, l’attuazione voleva affidarsene
all’Ammanati e al Della Porta, ma dal suo papa egli ottenne di eseguir
egli stesso quest’operazione, ch’era senz’esempio nella meccanica
moderna. L’obelisco, che col rivestimento pesava un milione e mezzo
di libbre, doveasi toglierlo dal suo basamento, sdrajarlo sui carri,
raddrizzarlo, impostarlo sulla base nuova. Sisto scelse a tale
operazione un mercoledì, giorno che diceva tornargli sempre fausto;
universale ansietà occupava i cittadini; pena la forca a chi dicesse
sillaba, a rischio d’impacciare i comandi dei capi; l’architetto
stava sospeso fra la gloria e i castighi minacciatigli dal severo
pontefice. E già l’obelisco era trasferito, alzato vicino al posto,
ma le tagliuole non poteano avvicinarsi tanto da raddrizzarlo, quando
un villano, di mezzo alla tacita folla, gridò: — Acqua alle corde!».
Ottimo suggerimento, che impediva si schiantassero, e le accorciava;
sicchè ben tosto le campane e il cannone di Castello annunziarono
riuscita l’impresa, che fu avuta come la più insigne del secolo. Sisto
decorò cavaliere e nobile il suo architetto, gli regalò cinquanta
scudi d’oro e tutto il materiale che avea servito, gli assegnò
dieci cavalierati lauretani con duemila scudi d’oro di pensione,
trasmissibili a’ suoi eredi. Il villano, che aveva affrontato la forca
per dar un parere opportuno, chiese in ricompensa pel suo villaggio
natìo il privilegio di fornir di ulivi la città per la festa delle
palme[20]. Sisto annunziò il fatto ai principi e al mondo, coniò
medaglie; tanto si compiaceva d’esser riuscito a quel che gli altri
pontefici aveano tenuto impossibile. Dappoi fece erigere gli altri
obelischi di Laterano, di Santa Maria Maggiore, di piazza Popolo, e
voltò la cupola di San Pietro.
Se già Michelangelo aveva adoprato le pietre del Coliseo per murare
il palazzo Farnese, e staccato un architrave del tempio della Pace
per farne base al Marco Aurelio, non è meraviglia che Sisto, poco
devoto al bello etnico, non siasi fatto scrupolo di abbattere il
Settizonio di Severo per trasferirne le colonne a San Pietro; pensava
demolire il sepolcro di Cecilia Metella ed altri, che gli parevano
ingombri deformi; sfasciò la venerabile e caratteristica antichità del
patriarcheo papale, sostituendovi il palazzo Laterano senza impronta
significativa; quell’Apollo, quelle Veneri non gli pareano arredi da
Vaticano; a una Minerva in Campidoglio cangiò la lancia in croce; le
due colonne Trajana e Antonina sprofanò col sovrapporvi i santi Pietro
e Paolo, e all’obelisco fece innestare un pezzo della vera croce,
perchè i monumenti dell’empietà fossero sottoposti al simbolo della
fede là dove tanti per questa aveano patito.
La popolazione di Roma che, sotto Paolo IV, sommava appena a
quarantacinque mila anime, sotto lui arrivò alle centomila, gente
d’ogni nazione, il cui vario vestire dava bizzarra vista, e che
attaccavasi a corteggiar questo o quel Cardinale, sperando e brigando
perchè il loro patrono giungesse al principato o a cariche onorevoli
e lucrose. I favoriti poi e i parenti di ciascun papa costituivano una
nobiltà nuova e nuove fortune.
Qui in sedici mesi si succedettero quattro papi. Urbano VII
(Giambattista Castagna) (1590) mostrossi degno del papato ne’ tredici
giorni che il tenne. Il Piccolomini, insofferente di requie, si era
ricovrato in Francia, poi ascoltando a Spagna, nimicata colla Toscana,
con cinquecento masnadieri devastò il Pistojese; respintone per
forza, stette nascoso a Piacenza, finchè eletto papa Nicolò Sfondrati
milanese cardinal di Cremona col nome di Gregorio XIV, accostossi a
Roma col terribile Sciarra e trecento seguaci, imponendo contribuzioni;
e il governatore colse una carrozza di denari, archibugi e polvere,
che ad essi era mandata da un ambasciadore residente in Roma[21].
Truppe di Napoli e Toscana si unirono alle romane per reprimerlo;
in giusta battaglia ucciser ben cento di que’ suoi banditi; poi
il conte Enea Montecuccoli, spedito da Alfonso d’Este, sbrattò il
paese; il Piccolomini preso a Staggia, per quanto il papa e Spagna lo
ridomandassero come loro vassallo, fu fatto appiccare dal granduca; lo
Sciarra si resse ancora, finchè stimò bene mutar aria; e molti briganti
passarono a servizio di Venezia contro gli Uscocchi.
Costoro cresceano i mali gravissimi della carestia che quegli anni
desolò la penisola; e il papa restituì il diritto d’asilo alle chiese,
e ne’ pochi mesi che campò, spese tre milioni di scudi, anche per
sostenere la lega cattolica che allora dal trono di Francia respingeva
Enrico IV calvinista, e a sostegno della quale mandò truppe comandate
da suo nipote Ercole Sfondrati duca di Montemarciano. Ma Clemente VIII
(Ippolito Aldobrandini) (1592) succeduto a Innocenzo IX (Gianantonio
Facchinetti), ebbe la consolazione di vedere re Enrico tornar in
grembo alla Chiesa. Dubitava egli che Enrico andasse a messa sol
per acquistare il regno; pure sollecitato da san Filippo Neri, dal
cardinale Baronio e da altri, accettò questa conversione che rendeva
la Francia pacificata e cattolica; onde solennemente festeggiata, se ne
perpetuò la memoria con una colonna.
Clemente VIII visitò tutte le chiese e i monasteri[22], introdusse
il giro delle quarant’ore in Roma: delle consulte non si serviva per
pubblicare ciò che avea deliberato da solo: stabilì anche imposte
senza sentire i contribuenti, e sottomise i baroni alla giustizia.
Al giubileo da lui aperto concorsero moltissimi fedeli, ma mentre
prima era un’occasione di smisurati lucri a Roma, i prelati ebbero
a mostrar la loro carità col largheggiare elemosine; il santo padre
dispose in Borgo un palazzo ove alloggiava per dieci giorni qualunque
prelato o sacerdote, ed egli stesso vi tornava sovente, e servivali a
tavola o ne lavava i piedi. L’arciconfraternita della Trinità accolse
da ducentocinquantamila pellegrini e ducentoquarantotto confraternite
forestiere; nobili ecclesiastici e secolari gareggiavano nel servire
agli accorrenti, fra i quali vennero incogniti anche gran principi,
vennero per curiosità molti eretici e non mancò chi ne rimanesse
convertito.
Un indebitato rifugge nel palazzo del cardinale Farnese, e i birri
pontifizj ve l’inseguono malgrado le immunità; ma i gentiluomini del
cardinale li maltrattano, e fan cansare l’inseguito. Il papa in collera
ordina si proceda con tutto rigore; ma si oppongono i baroni romani
e l’ambasciatore di Spagna, e ne nasceva tumulto se il cardinale non
avesse avuto la prudenza di ritirarsi con folto seguito di partigiani
e di popolo. Gli uffizj di Ranuccio Farnese di Parma calmarono il
pontefice: il popolo gridò — Viva casa Farnese»; ma il cardinale e
i suoi, benchè perdonati, non si fecero premura di ritornare[23]. Il
papa n’ebbe amareggiati gli ultimi giorni; ne’ quali si abbandonò al
cardinale nipote; e la sua casa, fiorente allora di tre cardinali e
molti signori, ben presto rimase estinta.
Nel conclave prevaleva il cardinale Baronio, se i suoi scritti non
gli avessero suscitato l’opposizione di Napoli; tanto che fu eletto
Leone XI de’ Medici (1605), parente dei reali di Francia. Morto fra
ventisette giorni, gli è dato successore Paolo V (Camillo Borghese),
contrario alla parte francese. Studiosissimo, d’illibati costumi, di
fare soave, ottenuta la tiara integramente, ne sente la dignità, e si
propone di rialzar la morale autorità del cattolicismo. Canonizza san
Carlo, approva gli Ordini del Carmine e di san Lazzaro, vuole che in
tutti gli Ordini mendicanti s’insegnino latino, greco, ebraico, tanto
da non iscapitare a petto delle Università di Germania, e risolutamente
esige la residenza de’ cardinali; caldeggiò i diritti della santa Sede
quali risultavano dalle decretali, e diè l’ultima mano alla bolla _In
cœna Domini_. Questo zelo pei diritti ecclesiastici lo pose in litigio
clamorosissimo con Venezia, la quale pretendeva infliggere castighi
comuni a persone ecclesiastiche. Trovandola imperterrita a monitorj e
scomuniche, cautamente le temperò; in tutte le altre occasioni cercò
e diffuse la pace. Sontuosissimo in fatto d’arti, ornò le basiliche
Vaticana e Liberiana e il Quirinale; dal territorio di Bracciano tirò
l’acqua Paola a vantaggio del Trastevere: ma smodatamente arricchì i
nipoti, i quali e sul Pincio, nei beni confiscati all’antica famiglia
Cenci, e fuor di Roma fabbricarono con indicibile fasto: il duca di
Sulmona accumulò centomila scudi di rendita; il cardinale Borghese,
despota della curia, conferiva a’ parenti quanti buoni benefizj
vacassero.
Gregorio XV (Alessandro Ludovisi) (1621), indebolito e inetto, nè
occupato che di pietà, di dotti, d’accademie, lasciò le redini a suo
nipote Lodovico Ludovisi. Già era fatto universale quest’uso d’un
_cardinal padrone_; e il Ludovisi, giovane d’ingegno, amico del denaro,
de’ piaceri, della splendidezza, della giustizia, seppe diriger bene
gli affari, e orzeggiare nelle tempeste. La sua casa acquistò il
principato di Piombino, e colla erede del principato di Venosa ebbe
quarantamila ducati di rendita in tanti feudi del Napoletano.
Allora vengono santificati Ignazio da Lojola e Francesco Saverio: frà
Girolamo da Narni predicatore insigne dà impulso alla Congregazione
allora istituita _de propaganda fide_, da cui partivano gl’intrepidi,
che per tutto il mondo portavano il vangelo. Moltissimi anche de’
nostri affrontavano il martirio de’ lunghi e oscuri patimenti, se
non era anche quel degli strazj e della morte. Per far solo d’alcuni
memoria, dirò come i Cappuccini si volsero principalmente all’Africa,
e Giovanni Bellotti da Romano bergamasco scrisse le _Apostoliche
giornate, nelle quali rappresenta parte delle sue fatiche nelle
missioni sostenute a benefizio delle anime de’ Negri infedeli_. Dionigi
Carli piacentino, itovi con Michelangelo Guattini reggiano che colà
morì, a Bologna pubblicò i suoi viaggi, con avventure non sempre
serie, e con osservazioni superficiali ma schiette; e siccome di paesi
incogniti, furono tradotti in tutte le lingue[24]. Giannantonio Cavazzi
modenese lasciò la descrizione dei regni di Congo, Matamba, Angola.
Girolamo Merolla sorrentino, per sei anni versato fra i Negri del
Congo, d’ordine della Propaganda faticò, se non a togliere, a mitigare
la tratta di questi infelici. Francesco Maria Maggi palermitano,
cherico regolare, dopo otto anni di missioni in Siria, Persia,
Mesopotamia, Georgia, portò a Roma la cognizione di quegli idiomi, e
dedicò a Urbano VIII _Syntagmata linguarum orientalium_.
Le missioni della Cina sono l’epopea de’ Gesuiti, che si può dire, la
scopersero; nè fu colpa loro se non venne alla nostra civiltà. Quando
vi si avviò primiero Francesco Saverio, vi condusse il padre Paolo da
Camerino. Il padre Matteo Ricci da Macerata, mandatovi coi due altri
italiani Rogero e Pasio, vi fondò le prime missioni; e conoscendo
che bisognava mostrarsi letterato, fece un mappamondo ove collocava
la Cina nel mezzo, e un breve catechismo in quella lingua; insegnò
chimica e matematica; e le quindici opere sue sono le prime che Europei
dettassero in cinese, e alcuna è posta fra le classiche da quel popolo
geloso. Avea creduto dover condiscendere ai costumi e alle opinioni
dei Cinesi fin dove non cozzassero colla vera fede, onde togliere le
repugnanze che un popolo eminentemente storico aveva al cristianesimo:
e siffatta tolleranza fu l’accusa più violenta che poi recarono ai
Gesuiti quelli che per avventura continuavano a imputare l’intolleranza
cattolica. Come superiore di quelle missioni gli fu surrogato Nicola
Lombardi siciliano, autore di scritti importanti su Confucio.
Il padre Giacomo Ro milanese, dopo predicato molti anni nel Scian-si,
fu chiamato alla Corte perchè attendesse alla compilazione del
calendario imperiale, come fece col celebre padre Schall; più di
cento opere scrisse in cinese di pietà e d’astronomia; ricusò dignità
e favori, sol chiedendo agevolezze pe’ Cristiani. Come astronomo
e ambasciatore vi fu pure adoperato il napoletano padre Francesco
Sambiasi. Frà Castiglione pittore, fattosi converso ne’ Gesuiti,
e mandato a Pechino, lavorò per quella Corte anche da architetto.
Martino Martini di Trento diede l’_Atlas Sinensis_ (1655), l’opera più
compiuta che ancor si fosse vista sul grand’impero, e voltò in quella
lingua diverse opere. Il siciliano Francesco Brancato vi pubblicò
molti scritti, e specialmente il _Trattenimento degli Angeli_ (1637),
catechismo rimasto classico. Luigi Buglio palermitano missionò a Goa,
nel Giappone, nella Cina, e morì a Pechino il 1682, lasciando in cinese
alquante opere. Giulio Aleni bresciano, professore di matematica
a Macao, penetrò nell’impero, e per trentasei anni vi predicò e
scrisse, ed era detto il Confucio d’Occidente. Prospero Intorcetta
siciliano missionò colà col padre Martini e quindici altri Gesuiti,
adoperando zelo immenso: nella persecuzione del 1664 fu condannato
alla bastonatura e all’esiglio: calmata l’ira, venne a Roma per
implorare nuovi operaj, che esso incoraggì fin alla nuova persecuzione
del 90, quando coraggioso affrontò i tribunali: scrisse più libri
in cinese e in latino, massime intorno alle dottrine di Confucio, e
morì vecchissimo nel 1696. Molto stimato fu pure nella Cina il padre
Paolantonio Mainardi torinese, vissuto fin al 1767.
Ippolito Desideri gesuita pistojese fu nel Tibet, e con coraggio
indicibile traversò paesi ignoti e sostenne avversità. Ivi poi faticò
lungamente il padre Della Penna maceratese con altri Cappuccini,
ed espose la storia e i costumi di que’ paesi e singolarmente la
religione, dove tante somiglianze trovava colla nostra. Più tardi il
padre Percoto da Udine tradusse i libri dogmatici de’ Birmani fra cui
avea predicato, e ragguagliò sul governo e la religione dei paesi di
Ava e di Pegù. Il padre Giuseppe Maria Bernini di Carignano corse
l’India, descrisse il Nepal, fece dialoghi in lingua indiana, e ne
tradusse varie opere. Antonio Ardizzoni napoletano vi missionò col
padre Francesco Manco e altri cherici regolari; dimorò otto anni a Goa,
poi lungamente a Lisbona, varie cose dettando in portoghese. Costantino
Beschi gesuita arrivò il 1700 a Goa, e molto lavorato nel regno di
Madera, e scritte assai cose e nominatamente il _Tembavani_, poema
di tremila seicentoquindici tetrastici, con commenti a ciascuno, in
lode della Madonna, fece grammatiche e un dizionario tamulo-francese.
Gianfilippo Marini da Genova apostolo per quattordici anni nel Tonking,
e descrisse le missioni e il paese. Cristoforo Borro da Milano diede
una relazione della nuova missione de’ Gesuiti alla Cocincina,
e meditava una nuova strada per passare all’Oriente dalla parte
occidentale. Apostolo dell’Oriente fu intitolato Alessandro Valignani
imolese, che speditovi il 1573, più volte corse il Giappone e l’India.
Andrea Borromeo milanese teatino, ito il 1652 nella Mingrelia
e Georgia, vi faticò undici anni, e ne lasciò una relazione. In
Arabia predicò Alessandro Botto cremonese. Carlo Francesco Breno di
Valcamonica, minor riformato, preparò libri pei missionarj in Oriente.
Galano Clemente, teatino di Sorrento, stando dodici anni in Armenia,
raccolse assai carte, atti e monumenti, che stampò poi a Roma in latino
e in armeno[25], e compilò pure una grammatica di quella lingua. Colà
Paolo Maria Facentino rese importanti servizj ai Cristiani, stabilì
nuove missioni, scrisse pei nuovi convertiti, e tornato a Roma il
1620, fu superiore delle missioni dei Domenicani. Anche il calabrese
Piromalli domenicano molti Monoteliti convertì. Fu approvato dal papa
a riunire gli Armeni di Polonia e di Russia, e ad Urbano VIII presentò
una grammatica e un lessico armeno, oltre lavori di controversia.
Ignazio di Gesù, carmelitano scalzo, descrive i Mandaj, cristiani
viventi presso Bàssora. Tommaso Obicini novarese minorita, missionando
in Oriente, diede una grammatica araba lodata, e un fallace dizionario
siriaco. Una grammatica della lingua georgiana e una della turca, oltre
molte opere ascetiche, lasciò pure Francesco Maria Maggi palermitano
teatino, ito a visitar i conventi de’ suoi fratelli in Oriente e
principalmente nella Georgia, e che a Caffa stabilì una casa di
Teatini. Pietro Foglia medico a Capua, fatto carmelitano col nome di
Matteo di San Giuseppe, missionò nella Siria poi nell’India, facendo
anche da medico, e raccogliendo molte notizie botaniche, di cui giovò i
dotti. Arcangelo Lamberti teatino diede una relazione della Mingrelia.
Gianandrea Carga friulano de’ Predicatori apostolò il Levante, fu
vescovo di Sira, ove perì martire de’ Turchi nel 1617.
Francesco Giuseppe Bressoni, gesuita romano, predicò ai Canadesi e agli
Uroni; preso dagli Irochesi, fu venduto agli Olandesi mutilo e ferito;
appena guarito tornò fra gli Uroni, ove i segni del suo martirio lo
rendeano più venerabile; distrutti questi, rivide l’Italia, dove si
diede alla predicazione, e stese un breve ragguaglio delle missioni
nella Nuova Francia. Filippo Salvatore Gilli, gesuita romano, predicò
per diciott’anni sull’Orenoco, sette anni a Santa Fè di Bogota, e
ne diè la descrizione. E quanto deva la geografia ai missionarj, può
raccogliersi da una dissertazione del cardinale Zurla.
Pochi noi accenniamo de’ moltissimi che, senz’altra speranza che del
paradiso, senz’altra ricerca che delle anime, corsero fra’ popoli
selvaggi o fra’ rimbambiti: ma non ci parve dover dimenticare questi
eroi della fede e della civiltà, e riposammo sui loro trofei prima di
raccontare le troppe miserie della loro e nostra patria.