NOTE:

[504] _Alphabetum Armenum cum Oratione Dominicali ec. Romae typis S.

Congr. de Prop. Fid._ 1784. in 8. Gli stessi torchj hanno dato ancora

_Exercitium a Christiano viro quotidie peragendum_ 1709. _Jacopi

Viliotte S. I. explanatio Fidei orthodoxae_ 1711. _Commentaria in

Evangelia_ 1714. _Dictionarium Latino-Armenum_ 1714. _Heliae Ionae

Ductor in ecclesiarum visitatione, quae sunt intra et extra urbem

Romam._ 1725. _Missale Dominicanum_ 1727. _Epistola de erroribus

Eutychianorum_ 1772. _Liturgia_ 1787.

[505] _S. Jacobi Nisibeni opera omnia nunc primum edita, atque ex

Armeno in Latinum sermonem translata. Romae typis S. Congr. de Prop.

Fid._ 1756. in f.

[506] _Giorn. de Lett. dʼIt._ che si stampava a Venezia T. 30. p. 465.

466. _Amaduzzi Pref. in Alph. Arm._ p. 11.

[507] _Mars._ 1815. p. 194. _et Suiv._

[508] Altre opere pubblicate da questa dotta Colonia ricorda il Signor

Chahan, che appartengono al secolo presente. Nel 1802. si cominciò

a stampare una Geografia, di cui si hanno fin quì dieci volumi, e

ne mancano sei per compirla. Il P. Ciaxhciaxcian ha dato in luce un

Dizionario Armeno e Italiano nel 1804., e il P. Gabriele Avedixian un

comentario su le epistole di S. Paolo nel 1812. Oghulluxian Medico

della stessa nazione nel 1806. stampò unʼopera su la materia medica,

e nel 1809. un trattato della navigazione molto commendato dai

signori Sacy e Langlès in un rapporto da essi presentato alla classe

di letteratura dellʼIstituto di Francia. Buonaparte, mentre dominava

colà, e in molta parte dʼItalia, avendo empiamente aboliti tutti gli

Ordini religiosi, cambiò questo Istituto in unʼAccademia, chiamandola

Accademia Armena dellʼIsola di S. Lazaro, e la divise in tre classi,

cioè delle scienze teologiche e morali, delle scienze fisiche e

mattematiche, e della letteratura Armena antica e moderna. Il signor

Ingigian in una lettera scritta da Costantinopoli ai due dʼAgosto del

1813. e inserita nel _Magasin Encyclopédique_ di M. Millin, _Iuin_

1814. p. 339. e seguenti, parla di questa Colonia Armena in un modo

molto diverso dal mio. Egli dice, che il P. Mixitar di Sebaste formò

il nobil progetto di faticare tutto il tempo della vita sua per la

propagazione degli studj nella sua nazione: che perciò abbandonò i

monti Pariardes, e andò a stabilirsi con un gran numero di discepoli

in un angolo del golfo adriatico a Venezia: che la sua prudenza, ed

il suo spirito penetrante vinse tutti gli ostacoli del tempo suo: che

la sua costanza, ed il suo zelo per introdurre fraʼ suoi compatriotti

le cognizioni europee colla pubblicazione di molti libri renderono

immortale il suo nome: che sapendo quanto una società dʼuomini

letterati giovar poteva per far nascere in tutti i cuori lʼamor dello

studio molto faticò per formar a Venezia unʼAccademia Armena, di cui

tutti i membri si adoperassero in comporre e tradurre dei libri nella

lingua natia, e così contribuissero ai progressi dei lumi nel loro

paese. Ed ecco per opera del signor Ingigian i monaci del P. Mexitor, o

Mixitar trasformati in tanti scolari. Ecco, che egli coʼ suoi pretesi

scolari non ha altro scopo, che di erudire la sua Nazione, e per ben

riuscirvi lascia la patria, e si stabilisce in un paese lontanissimo.

Ecco, che un sacro Istituto monastico è trasformato in unʼAccademia,

nè più si parla del vero fine, che ebbero quei Monaci, abbandonando

generosamente la patria, e fu, siccome ho detto, per conservarsi fedeli

nellʼesercizio della Cattolica Religione. Io però, che scrivendo cerco

la sola verità, non ho creduto in questo racconto dovermi dipartire da

ciò che ne disse Apostolo Zeno autore allora del citato Giornale, il

quale, come ognun sa, era accuratissimo scrittore, e scriveva nel tempo

stesso e nella Città, in cui queʼ Monaci si rifuggirono.

_Delle Lingue DellʼIndie,

e della China._

~CAPO~ XXI.

Molto debbono allʼItalia le lingue Indiane nel secolo, di cui

parliamo. Deesi il primato in questa parte di letteratura al P.

Paolino da S. Bartolommeo Carmelitano Scalzo Missionario allʼIndie.

La sacra Congregazione di Propaganda lo spedì, e molti anni lo

mantenne allʼIndie, essa eccitò e promosse i suoi studj, favorì e fece

pubblicare la maggior parte e le più insigni delle sue opere: onde

mentre io fo parola delle molte cose da lui scritte reputo che somma

lode si debba a quei prestantissimi Porporati, i quali essendo suoi

Mecenati giovarono nel tempo stesso alla religione e alle lettere. A

lui dobbiamo la grammatica della lingua Samscrit, che egli chiama

_Samcsrdam_, cioè della lingua antica, e come dicono letterata

dellʼIndie. Una ne pubblicò col titolo di _Sidharubam_[509], che vuol

dire appunto _Grammatica, o notizia delle parole, che si debbono tenere

a mente_. Precede una dissertazione sul nome, origine, eccellenza,

antichità di questa lingua, nella quale altresì si sostiene, che è

lingua madre, si mostra quanto sia estesa, e si indicano parecchi

libri in essa scritti, fraʼ quali si dà in fine il _Bhagavadam_ in

quattordici strofe colla traduzione ed alcune note. Ma in questa

grammatica egli seguì il metodo delle grammatiche Indiane, ed essa

riuscì al maggior segno oscura, e confusa. Perciò molti eruditi,

che desideravan pure dʼacquistare qualche notizia di questa lingua

si dolevano, che fosse troppo lontana dalle nostre idee, ed egli a

loro preghiera una seconda ne compose intitolata _Vyacarana_[510].

Lunga ed intricata è la grammatica di che fanno uso i Brahmani

nellʼIndia e appena potrebbe racchiudersi in cinque volumi. Quella

parte che tratta delle declinazioni deʼ nomi, e delle conjugazioni,

e contiene le principali regole intorno alte parti indeclinabili,

sʼintitola _Vyacarana_, e perciò questo nome il P. Paolino impose

alla sua opera, quantunque essa oltre alle regole, che riguardano

le parti dellʼorazione, contenga ancora il trattato della sintassi,

e un Dizionario. Io non so qual giudizio abbiano fatto gli uomini

dotti di questa nuova grammatica. Se a me è lecito di esporre la

mia opinione dirò che dobbiamo rendere molte grazie allʼautor suo,

perchè finalmente ci si apre lʼadito ad acquistar qualche idea dʼuna

lingua, celebre tanto, e tanto difficile. Ma in primo luogo osservo,

che il primo passo da farsi da chi vuole insegnare una lingua è di

offerirne lʼalfabeto, e pure il P. Paolino in due grammatiche non ha

voluto darci, non dirò un alfabeto compiuto, ma nè pure sufficiente per

leggere le opere sue, e convien ricorrere allʼAlfabeto Grandonico del

P. Peanio, di cui farò parola tra poco. In secondo luogo considero,

che nel suo breve Dizionario non osserva lʼordine alfabetico, ma sì

quella incomodissimo delle materie, e le parole tutte sono scritte

colle nostre lettere non colle Grantamiche, delle quali si serve

egli nellʼopera. Ora le nostre ventiquattro lettere non possono mai

esprimere i diversi suoni del numeroso Alfabeto Grantamico. A questo

difetto supplisce in piccola parte unʼaltra bellʼopera sua intitolata

_Amarasinha_. Porta questo nome un Dizionario della lingua samscrit

celebre presso i Brahmani, e chiamato così dal nome del suo autore,

che viveva circa un mezzo secolo innanzi allʼera volgare. Questo

Dizionario potrebbe più presto chiamarsi una raccolta di sinonimi ed

aggiunti. Esso è disposto per ordine di materie, e la prima sezione

del capo primo, la quale sola fu pubblicata dal P. Paolino riguarda il

Cielo, e gli Dei, di cui si danno tutti i nomi coʼ quali si possono

indicare, e che ne spiegano lʼindole, e la natura secondo lʼIndiana

Mitologia. Difficile impresa era lo stampare e spiegare anche una sola

parte di questo libro, perchè manca neʼ codici Indiani ogni distinzione

di periodi, anzi ancora ogni divisione delle parole fra loro; talchè

ciascuna linea si trova scritta, come se fosse una parola sola. E il P.

Paolino, benchè dotto in questa lingua, non vi sarebbe riuscito senza

il soccorso di un Brahamane, che lo ajutò, e senza le opere del P.

Hanxleden Gesuita Tedesco, che nelle lingue Indiane era molto erudito.

Nè queste sono le sole opere, che egli ci ha date ad illustrazione

della lingua Indiana. A questʼoggetto medesimo tendono il viaggio

allʼIndie[511], il sistema Brahmanico[512], il Catalogo deʼ codici

Borgiani[513], quello deʼ Codici di Propaganda[514] i proverbj

Malabarici[515], le dissertazioni sugli antichi Indiani[516],

sullʼaffinità della lingua latina colle Orientali[517] e su quella,

che le lingue Zend, Samscrit, e Tedesca a suo giudizio hanno fra

loro[518], la descrizione delle opere del P. Hanxleden[519], lo

scitismo sviluppato[520], e la spiegazione dʼalcuni monumenti del Museo

Nani[521]. Unʼaltra opera ancora col titolo di Biblioteca Indica[522]

aveva preparata, che non ha però veduta la luce, nella quale e la

storia letteraria dellʼIndie, e la mitologia avrebbe illustrata, e

nel tempo stesso molti punti relativi allʼantica lingua di quelle

contrade e aʼ moltiplici suoi dialetti moderni avrebbe rischiarati.

Se la compiesse non so. Compiè bensì un compendio di Teologia morale

da lui scritto nella volgar lingua del Malabar ad uso di quel Clero,

che per decreto della Congregazione di Propaganda deʼ 19. Luglio del

1790. doveva stamparsi, nè so il motivo per cui quel decreto non ti

eseguì[523].

Sono queste le opere del P. Paolino da S. Bartolommeo, che lo hanno

reso celebre fra noi, ugualmente che fra lʼestere nazioni. Non è di

questo luogo lʼesaminare le sue opinioni intorno alle antichità e alla

mitologia deglʼIndiani, in cui ebbe un feroce e dotto avversario nel P.

Agostino Giorgi. Forse ambedue sostennero cause non vere, pretendendo

il primo, che la Greca mitologia e quella ancora di più e diversi altri

popoli derivi dalla mitologia Indiana, e il secondo, che la mitologia

Indiana sia unʼalterazione dellʼeresia deʼ Manichei[524]. Ma se in

questo errò il P. Paolino, siccome credo, ebbe comune il suo errore

con più altri uomini dottissimi nelle cose Indiane, e da altra parte

ciò non diminuisce punto la molta lode, che gli si dee per aver tanto

illustrata la lingua Samscrit, e poi ancora altri dialetti, e la storia

letteraria di quelle contrade. Di ciò ho detto abbastanza, e debbo ora

far parola dʼaltri parecchi, che a tempo suo, e prima di lui corsero in

parte il medesimo arringo.

La moltiplicità delle cose, che mi si para dinanzi in questa parte del

mio argomento esige, che io le divida in due classi, e prima faccia

parola di quelle opere, che a Grammatica appartengono, indi di quelle,

che appartenendo alle antichità ed alla mitologia indirettamente

illustrano le lingue, che si parlano nellʼIndia. E prima di tutti

richiama a se il mio discorso il P. Clemente Peanio Piemontese

Carmelitano Scalzo e Missionario. Egli dopo aver diretta la formazione

deʼ Caratteri della lingua _Grandonica_, o _Grantham_ per la stamperia

di Propaganda, ne descrisse lʼalfabeto, e le regole per leggere,

che ivi furono stampate[525] con una erudita prefazione dellʼAbate

Amaduzzi. Eʼ questa la lingua, che nel Malabar è usata per le cose

letterarie e sacre, e il suo alfabeto serve comodamente ancora alla

lingua Samscrit. Volgarmente poi ivi si adopra la lingua Tamulica,

intorno alla quale molto si affaticarono i Missionarj Italiani, dandone

e Grammatiche, e Dizionarj[526]. Nè solamente la grammatica si

illustrò per essi; ma più e diverse opere ancora si scrissero in quella

lingua daʼ banditor del Vangelo peʼ novelli fedeli, ed altre dalle

varie lingue dellʼIndie se ne trasportarono alla nostra, onde abbiamo

il Catechismo in lingua Barmanica del P. Gaetano Mantegati[527] alcuni

devoti Inni del P. Beschi, e un Catechismo del Vescovo Vigliotti, la

_compendiaria legis explicatio omnibus Cristianis scitu necessaria_

(1772. in 8.) del P. Peanio, e un trattato deʼ Sacramenti del Vescovo

Limirense Gio. Battista Multedo Genovese,[528] oltre al compendio di

moral teologia del P. Paolino testè citato. Ed a mostrar gli errori

dellʼIdolatrica Religione il P. Gaetano Mantegati Barnabita ed ora

Vescovo di Massimianopoli e Vicario Apostolico neʼ Regni dʼAva e del

Pegù scrisse alcuni dialoghi tra un Khien selvaggio ed un Siamese

Talapoino, neʼ quali la religione dei Talapoini si confuta (P. Paol.

Cod. Borg. p. 47.) e contro quella deglʼIndiani il P. Giuseppe Maria

di Garignano Cappuccino e Missionario a Nepal alla metà del secolo

trapassato uno ne compose in lingua Indostana fra un Cristiano, e un

Gentile Indostano sopra la verità di nostra religione, che al Re di

Nepal fu presentato, e da un altro Cappuccino Missionario, cioè dal P.

Marco dalla Tomba fu tradotto in Italiano[529]. E il nome di questo

Missionario naturalmente mi conduce a parlare ora delle traduzioni

dʼantiche opere Indiane, siccome ho promesso, delle quali ne ha egli

somministrate parecchie. Imperciocchè il poema per lui intitolato

_Salecpuran_, o piuttosto come il P. Paolino vorrebbe, _Balapurana,

o Balagapurana_, il che vuol dire storia del fanciullo, cioè del Dio

_Krshna_ lʼ_Argianaguita_, o canto dʼArgiuna, il _Dharmashastra_, o

instituzione alle opere di virtù e di pietà, in cui le principali

tradizioni dellʼIndiana mitologia sʼinterpetrano moralmente, il

_Mulpanu_, cioè libro della radice o del fondamento, che una parte

delle tradizioni medesime spiega fisicamente, lʼ_Ultercand_, che è

lʼultimo tomo del gran libro _Ramaen_, ossia dellʼincarnazione _Ram_,

del Dio _Vishnu_ incarnato in Ram per uccidere il gigante _Raun, o

Ravana_[530]. Queste opere, dissi, quel dotto e paziente Cappuccino

volgarizzò. A queste traduzioni vuolsi aggiungere quella, che il P.

Carpani Barnabita e Missionario fece dalla lingua del Pegù del libro

intitolato _Kammuva_ sullʼinstituzione e ordinazione dei Talapoini; il

che è tutto quello che in questo genere è a mia notizia pervenuto[531].

Utili altresì alla illustrazione di queste lingue furono queʼ

Missionarj, che le antichità, gli usi, i costumi, e la religione

presero a spiegare. Sul quale argomento si debbono per me ricordare

le osservazioni del P. Carpani sopra due libri Barmani[532], il

viaggio allʼIndie Orientali del P. Marco dalla Tomba[533], e le sue

osservazioni sopra le relazioni del sig. Holvvell Inglese relative

al Bengala, e allʼIndostan[534] e le notizie laconiche dʼalcuni usi,

sacrifizi, ed idoli nel regno di Nepal del P. Costantino dʼAscoli[535].

Della Mitologia, della letteratura, deʼ costumi, e degli usi degli

Indiani ha parlato il Signor Lazzaro Papi con accuratezza, con

eleganza, senza preoccupazione di sistema, e con una certa naturalezza

che si concilia la persuasione[536]. Lʼopera sua non appartiene al

secolo decimottavo, il quale solo debbo quì avere in mira; laonde

contento dʼavere in breve accennati i principali suoi pregj non ne dirò

più oltre, e più tosto rivolgerò il mio discorso alla lingua del Tibet,

o Tangut, come dicono gli abitanti.

Il celebre P. Agostino Giorgi Agostiniano dottissimo nelle lingue

Orientali esortato dal Cardinale Giuseppe Spinelli e da Costantino

Ruggieri Presidente della stamperia di Propaganda pubblicò il suo

alfabeto Tibetano[537], e lo corredò con tanta profondità di dottrina,

e vastità dʼerudizione, che poche altre opere si possono vantare a

quella uguali. Consultò egli il P. Cassiano Beligatti, che essendo

vissuto lungo tempo nel Tibet in questa lingua, come in più altre era

dottissimo. Erra di molto il chiarissimo Presidente dellʼAccademia di

Calcutta signor Iones, al quale è piaciuto dʼasserire, che lʼopera

del P. Giorgi è tratta dalle carte del P. Cassiano[538], accusandolo

falsamente di plagio. Se io domandassi al signore Iones le prove

dʼunʼaccusa così inconsiderata, niuna ne potrebbe addurre. Ma è inutile

che io lo interroghi, quando la somma dottrina del P. Giorgi, e le

sue opere attestano abbastanza, chʼegli non aveva bisogno di vestirsi

dellʼaltrui penne per comparire e meritare il plauso dei letterati.

Due specie di scrittura usano i Tibetani. Una serve alle cose della

religione, della letteratura, e della magia, lʼaltra al privato

commercio. Mostra il P. Giorgi brevemente la seconda, e si diffonde a

lungo sulla prima, come ragion voleva. In fine vʼaggiunge il _Pater

noster_, _lʼave Maria_, _il Credo_ i precetti del Decalogo, da lui

tradotti in lingua Tibetana, sei pubblici documenti di privilegi a

favore di queʼ Missionarj Cappuccini da lui tradotti in Latino, e

finalmente la _Tabula Tibetana e voluminibus non longe a fontibus

Irtis repertis excerpta_ stampata già negli atti degli eruditi di

Lipsia in quella lingua e dal Bayer trasportata in Latino[539], ed

ora quì dal P. Giorgi pubblicata di nuovo con molte sue erudite

annotazioni. A tutto ciò egli ha premessa una lunga dottissima

dissertazione sulla religione, la storia, e la geografia di questo

paese, la quale pienamente fa conoscere quanto in lui fosse vasta

lʼerudizione, profonda la dottrina, estesa la cognizione delle lingue

Orientali. Lʼopera sua, che alla santa Religion nostra era favorevole,

ed impugnava le impudenti menzogne dette dal Beausobre contro i SS.

Padri, e contro S. Agostino massimamente, doveva avere contradittori, e

nʼebbe. Un anonimo affatto ignaro delle lingue Orientali fu il primo,

che poche objezioni gli fece, e di niun momento[540], e a lui rispose

lʼAmaduzzi quantunque non palesasse il proprio nome[541]. Il Pauvv fu

il secondo[542], che volle riprenderlo dʼavere acremente criticato il

Beausobre, dichiarò improbabile la sua cronologia deʼ Re Tibetani, e

lo tacciò dʼaver troppo facilmente creduto ai privilegj mostrati dai

Missionarj Cappuccini, che non dubitò di chiamare impostori; la quale

ultima ingiuriosa obiezione adottarono ancora glʼInglesi autori della

storia universale[543]. Lasciamo stare il Pauvv, lʼopera del quale è

caduta in quel totale oblio, che meritava. Riguardo aglʼInglesi dirò,

che gli originali di queglʼimpugnati privilegj furono dal Cardinal

Borgia posti nella Biblioteca di Propaganda. Ora si dice che lʼesterior

loro aspetto niuna cosa offera atta a risvegliar qualche dubbio di

falsità; ed è certo che niun dubbio pure risveglia il lor contenuto.

Sarebbe poi stato desiderabile, che questi scrittori non avessero

diffamato come impostori queʼ Missionarj, non avendo valevoli prove

per farlo; quando non si creda, che coʼ Missionarj possano gli uomini

onesti tenere un diverso contegno da quello che cogli altri uomini si

dee tenere.

Non molto dopo il P. Giorgi anche il P. Cassiano Beligatti pubblicò

il suo alfabeto Tibetano che merita lode, ma non richiede nuove

osservazioni[544]. Dotto altresì in questa lingua fu il P. Francesco

Orazio da Penna di Billi nel paese dʼUrbino Missionario anchʼegli, e

Cappuccino, che per ben venti anni la studiò, ed ebbe a maestro un

solenne dottore di quelle contrade[545]. Egli è doppiamente benemerito

della lingua Tibetana, e per la Corografia del Tibet che il P.

Giorgi cita molte volte; e perchè inviò a Roma le lettere tutte di

quellʼalfabeto, che il Cardinal Belluga fece poi fondere in Roma dal

Fantuzzi nel 1738. per la stamperia di Propaganda.

Resta finalmente che si parli per me della lingua Chinese, della

quale poco ho da dire. Due soli scrittori debbo quì ricordare, uno deʼ

quali è il P. Giuseppe Cerù Lucchese deʼ Chierici Regolari Minori,

e lʼaltro è il P. Domenico Perroni Napoletano deʼ Chierici Regolari

della Madre di Dio, di quella Religione cioè, chʼè nata in Lucca da

Lucchese Fondatore, per opera deʼ Lucchesi è cresciuta altrove, e

benchè fra piccol numero racchiusa pure diede molti uomini chiarissimi

nelle lettere, deʼ quali la massima parte è Lucchese. Ambedue furono

Missionari alla China. Il Perroni visse colà 19. anni, dette opera

diligente allo studio di quella lingua, e compose un Dizionario

Chinese, e latino per comodo delle Missioni, che non è stampato[546].

Il P. Cerù stampò a Canton nel 1713. in lingua Chinese un libretto

ascetico peʼ Cristiani di quelle parti sulla divozione di S. Giuseppe

colla novena di questo Santo. Di lui, e della sua perizia in questa

lingua parla con lode il P. Viani nel _Diario delle cose operate

alla Cina da Monsignor Mezzabarba_. Se si potesse prestar fede al

P. Norberto si dovrebbe dire, che i suoi nemici si adoperassero di

calunniarlo, e togliergli il credito di questa sua perizia[547]. Ma chi

può credere alle menzogne di quel troppo celebre apostata impostore?

Della illustrazione delle lingue antiche e moderne e principalmente dell'italiana procurata nel secolo XVIII. dagli Italiani - Parte II · 第 21 / 32 题