NOTE:

[472] _Rudimenta Linguae Arabicae cum Catechesi Christiana. Romae typis

S. Congr. de Prop. Fid._ 1732. in 4.

[473] _Fab. Vit._ T. 11. p. 185.

[474] _Cesar. Relaz. Accad. nelle sue opere_ T. 18. p. 358. e

_seguenti_.

[475] _Codice Diplomatico di Sicilia sotto il Governo degli Arabi.

Palermo_ 1789. e segg. T. 6. in 4.

[476] Oltre allʼopere del Cesarotti citate, dalle quali è preso tutto

questo racconto, è da vedersi una Relazione su questi codici di

Monsignor Adami Arcivescovo dʼAleppo nellʼ_Allgemeinen litterarischen

Anzeigen_ 1793. (indicatore letterario Tedesco) e nellʼ_Allgemeine

Bibliothek der biblischen litteratur_ 1794.(Biblioteca Tedesca della

letteratura biblica) e più copiosamente nel _fundgruben des Orients_

(Miniere dellʼOriente) T. 1.

[477] _Padova nella stamperia del Sem._ 1787. in 8.

[478] _Catalogo deʼ Codici Manoscritti Orientali della Biblioteca

Naniana. Vi si aggiunge lʼillustrazione delle monete Cufiche del Museo

Nanian. Parte I. e II. Padova nella Stamp. del Seminario_ 1787. 1788.

in 4.

[479] Delle monete degli Arabi ha parlato egregiamente ancora il

dottissimo Signor Abate Caluso nella Biblioteca Oltramontana Vol. 3.

del 1793. dando ragguaglio dʼunʼopera dellʼAlder.

[480] A questo dotte scrittore dobbiamo ancora _lʼillustrazione della

Patena Mistica creduta di S. Pier Grisologo, la quale si conserva nella

Chiesa Cattedrale dʼImola. Padova nella Stamperia del Sem._ 1804. in 4.

Essa non appartiene al tempo, che forma lo scopo di questi miei fogli.

Pure non posso tacere, che quella Patena non si era nè pure potuta

spiegare dal Mazzocchi; nè de uno deʼ vecchj Assemani. Il Tiebsen aveva

riconosciute in essa lettere Cufiche, ma lʼaveva spiegate in un modo

sicuramente erroneo, e il nostro scrittore che pure le ravvisa tali, le

spiega in maniera felicissima.

[481] Eʼ unita allo _specimen ineditae versionis Arabico-Samaritanae

Pentateuchi e cod. MS. Bibl. Barberinae Romae._ 1778. in 8.

[482] _Venezia presso Giacomo Storti_ 1787. T. 3. in 8. LʼAbate

Cournand la tradusse in Francese e la stampò a Parigi il 1789. ma

lasciò il catalogo della libreria del Serraglio in lingua Turca.

[483] _Dizionario, Grammatiche e Dialoghi per apprendere le lingue

Italiana, Greca Volgare, e Turca ec. Padova_ 1789. T. 3. in 4. edizione

seconda corretta ed accresciuta.

[484] _Romae Typis S. Congr. Prop. Fid._ 1788. in 8.

_Delle Lingue

Etiopica, Persiana, Copta,

Fenicia, e Palmirena._

~CAPO~ XIX.

Fra le lingue, che dallʼEbraica provengono, o hanno con lei qualche

affinità, tre ne rimangono, che tuttora sussistono, cioè lʼEtiopica,

la Persiana, e la Copta, e due che sono perdute, cioè la Fenicia;

e la Palmirena. Per lʼEtiopica quasi nulla sʼè fatto in Italia. La

sacra Congregazione di Propaganda fece tradurre in questa la dottrina

Cristiana[485], e fece più volte stampare lʼalfabeto[486]. Si debbono

render grazie a quella Congregazione, che ha ordinate quelle due

operette, e ne ha fatta la spesa: lʼautor loro però non è Italiano, ma

Etiope, cioè Monsignor Tobia Giorgio Ghbragzerio Vescovo Adulitano.

LʼAbate Amaduzzi nella prefazione, che secondo il suo costume aggiunse

allʼalfabeto, dà un breve saggio della storia di questa lingua, e

parla della differenza, che vʼha fra questo, e quello del Ludolf.

Qualche illustrazione di questa lingua abbiamo ancora dal P. Agostino

Giorgi nel suo alfabeto Tibetano, dove mostra la somiglianza, che è

fra le lettere Etiopiche ed Amhariche, e quelle del Tibet, ed accenna

lʼutilità che dalla prima si può trarre per intendere parecchie

voci Tibetane. Poco pure somministra la lingua Persiana. In primo

luogo debbo ricordare lʼalfabeto impresso peʼ torchi di Propaganda,

e preceduto anchʼesso da una storica prefazione dellʼAmaduzzi[487].

In secondo luogo si dee far menzione della Grammatica pubblicata

dallo Zanolini. Ma dirà taluno, costui, che abbiam veduto più volte

plagiario, tale forse fu pure in questʼopera? Sì, e la sua Gramatica

altro non è che quella di Lodovico de Dieu stampata il 1639., siccome

me ne fa avvertito il chiarissimo Signor Peyron.

Molto più ricca messe però coglier potremo per la lingua Copta, o

dellʼEgitto. Il P. Kircher aveva data le grammatica di questa lingua,

commendabile al tempo suo; ma la contezza che ora se ne ha, ci fa

conoscere quanto essa è manchevole ed erronea. La Congregazione di

Propaganda volle una nuova grammatica, e giudicò, che atto a bene

eseguirla esser dovesse un nazionale più dʼuno straniero. Laonde ne

addossò lʼincarico a Raffaele Tuki, che già da molti anni viveva in

Roma, dove prima lʼinsegnava nel Seminario di Propaganda, e poi fu

eletto a Vescovo Arsenovense. Egli si accinse allʼimpresa; ma lʼesito

non corrispose alla pubblica aspettazione[488]. Non può negarsi, che

molti utili precetti non vi siano, e pregevoli avvertimenti. Utile

altresì è la copia grande dʼesempj, che vi si vedono raccolti deʼ due

dialetti Memfitico, e Tebaico, il secondo deʼ quali si è conosciuto per

lui, e prima della pubblicazione di questʼopera era ignoto. Tale però

è la confusione di quella sua Grammatica, tanti gli error tipografici,

che difficilmente potrà esser utile ad apprendere questa lingua.

Egregiamente è riuscito in questo intento il celebre signor Abate

Valperga Caluso, che in poche carte sotto il nome di Didimo Taurinense

ha dati i principali e più necessarj precetti della lingua Copta[489].

Lʼordine, la chiarezza e la precisione, con che questʼuomo sommo gli

ha espressi, fanno un vero contrapposto alla Grammatica del Tuki,

e formano lʼelogio dellʼautore, che sapeva mostrarsi sempre grande

qualunque fosse lʼargomento, che da lui si prendesse a trattare. Nè quì

si hanno solo gli elementi Grammaticali, ma nellʼepistola al lettore se

ne legge la storia, e si indica ciò che i moderni eruditi hanno fatto

per illustrarla.

Altri pure hanno esposta se non la storia, almeno lʼorigine di questa

lingua. Domenico Diodati nella sua opera _de Christo Grece loquente_ p.

6. e seguenti aveva stabilito che gli Egiziani a tempo di Tolomeo Lago

parlavano Greco, e che la lingua Copta nacque fra loro dallʼinvasione

degli Arabi. A questo errore si oppose validamente il signor Abate de

Rossi[490] provando, che è la lingua stessa deʼ Faraoni, quantunque

alterata molto dai Greci che occuparono lʼEgitto. Qualche cosa disse

pure su questo argomento il dotto P. de Magistris nel suo Daniele p.

371. e seguenti.

Nè di più lunga e più seria confutazione abbisogna lʼerrore del

Diodati. Se però altri volesse pure confermar maggiormente la contraria

sentenza, che è la sentenza universale, potrebbe trar profitto dalla

bellʼopera del Signor Ignazio Rossi sulle etimologie di questa

lingua[491], di cui parlerò fra poco. Un altro opuscolo dʼEtimologie

Egiziane scrisse il Passeri derivate dalla lingua Ebraica[492]. Ma

troppo scarso è questo, e in parte le sue derivazioni sono alquanto

arbitrarie, come se ne potrà convincere chiunque voglia solamente

paragonarle con quelle del Rossi.

Ad illustrare questa lingua molto contribuirono la Congregazione

di Propaganda, il Cardinale Borgia, e la Veneta famiglia Nani. Vi

contribuì quella Congregazione collʼordinare al Tuki oltre alla

Grammatica la pubblicazione dellʼEucologio Alessandrino[493], e poi il

Salterio, e il Diurno pure dʼAlessandria[494], le quali opere tutte

videro la luce in Copto, ed Arabo. Il Cardinal Borgia vi contribuì

collʼaprire le ricchezze del celebre suo museo. Egli da ogni parte

raccoglieva i più rari e pregevoli monumenti antichi, e codici dʼogni

maniera di lingue Orientali, che spesso faceva illustrare da uomini

eruditi. Da questi il Ch. Federigo Munter di Coppenaghen stampò un

saggio delle versioni di Daniele Memfitica, e Sahidica, e alcuni

frammenti dellʼepistole di S. Paolo a Timoteo[495]. Le quali edizioni

ho volute indicare, perchè mentre si dà lode allo straniero dottissimo

editore, si commendi altresì quel Porporato, amplissimo Mecenate

degli studj Orientali, che le promosse. Ma se il Munter è forestiero,

Italiano è il P. Agostino Giorgi, che due altre opere di questo genere

pubblicò ripiene di dottrina, e dʼerudizione, le quali provengono pure

dal Museo Borgiano. Eʼ la prima un frammento del Vangelo di S. Giovanni

in dialetto Tebaico preso da un codice del quarto secolo[496]: contiene

lʼaltra la narrazione deʼ miracoli di S. Coluto, e parte degli atti

del Martirio di S. Panesniu[497] da un Codice dello stesso secolo.

Lascio stare lʼerudizion Teologica Liturgica e di storia Ecclesiastica,

che quì si vede grandissima: lascio lʼinvettiva contro il P. Paolino

da S. Bartolommeo, che abbiamo nella seconda opera p. CCI.—CCCV. e

che meglio era il togliere, e parlo solo di ciò che spetta al mio

argomento. Il frammento del Vangelo di S. Giovanni è scritto in un

terzo dialetto, che era ignoto prima di questa edizione. Conferma egli

nella prima opera lʼopinione del signor Ab. Caluso, che la primitiva

lingua dellʼEgitto sia affine dellʼEbraica, di che si vedono alcuni

vestigj anche adesso, non ostante la molta corruzione, che ha sofferta:

parla dei dialetti Memfitico, e Tebaico, e del terzo ora scoperto,

e mostra la differenza, che è tra loro: chiama questo Barmarico, o

Psammirico, o Ammoniaco come proprio degli Ammoni nella Libia: ne

accenna lʼorigine, e quanto è possibile, le vicende. In questa poi

ugualmente che nella seconda reca molti Egiziani monumenti inediti, e

tutto spiega, e rischiara mirabilmente, talchè a ragione il Munter dopo

aver nominati i La Croze, gli Scholtz, i Woide, e gli altri più solenni

maestri di questa lingua chiama il P. Giorgi _in hac literaturae

orientalis provincia facile principem_[498].

Non si distinse meno la Veneta famiglia Nani. Essa possiede nella sua

celebre libreria parecchi manoscritti Copti, e incaricò il P. Luigi

Mingarelli di farne il Catalogo. Egli nè pur lʼalfabeto conosceva

di questa lingua, e in pochi mesi lʼapprese, copiò i codici, li

tradusse, e glʼillustrò con note[499]. Diligenti sono le osservazioni

paleografiche sopra ogni codice, dotte le annotazioni grammaticali

intorno alle parole, che meritano qualche dichiarazione. Talvolta egli

ha creduto di scoprir qualche errore in altri scrittori, e specialmente

nel P. Giorgi. Questi però che non era molto facile a cedere il campo

ai suoi contradittori, e darsi per vinto, rispose a quelle critiche

nellʼedizione deʼ miracoli di S. Coluto e negli atti di S. Panesniu, e

pare che le sue risposte sieno vittoriose.

Dottissimo in questa lingua è il Signor Abate Ignazio Rossi Exgesuita.

Il P. Caballeros[500] cʼinsegna che da un testo a penna della libreria

Angelica di Roma egli ha copiata la versione Copta deʼ Profeti minori

e alcuni frammenti deʼ medesimi in dialetto Tebaico, vi ha aggiunta

la traduzione Latina, e parecchie illustrazioni. Manca solamente un

benefico favoreggiatore deʼ buoni studi, che voglia mandare alle

stampe questo suo dotto lavoro. E già della sua perizia in questa

ed in altre lingue orientali abbiamo una nobile testimonianza nel

suo Etimologico Egiziano[501]. Questo ha veduta la luce nel secolo

presente, ma, essendo apprestato qualche tempo innanzi reputo non

disdicevole al mio istituto il favellarne. Molta è in questʼopera

lʼerudizione nelle lingue orientali dalle quali si trae lʼetimologia

dʼun numero grandissimo di voci Copte. Il che per mio avviso egli fece

con gran ragione ricorrendo massimamente alla lingua araba. Perchè se

dellʼebraica si fa grande uso per ispirare molte voci Copte, come non

dovrà farsi altresì molto uso dellʼAraba, la quale ha collʼEbraica

grandissima affinità? Come non si dovrà dir lo stesso dellʼaltre

orientali, che parimente le sono affini?

La lingua Fenicia e la Palmirena sono perdute, come ho detto e niuno

ignora: ma lʼesser perdute presentando una difficoltà maggiore, anzi

che scorare, ha animato parecchi uomini dotti del passato secolo ad

illustrarle. Sono fra questi lʼAbate de Rossi, e il P. Giorgi, i

quali in ciò che alle lingue Orientali appartiene, se lʼerudizione

e lʼingegno può bastare a superar le difficoltà, son sicuri di

trionfarne. Il primo in una lettera allʼAbate Amaduzzi spiegò

unʼiscrizione Fenicia[502] scoperta in Cagliari. La spiegazione è

naturale, i supplimenti (giacchè la lapida è mancante) sembrano

necessarj; il che è tutto ciò che si può desiderare. Lo stesso è da

dirsi della interpetrazione delle iscrizioni Palmirene fatta dal P.

Giorgi[503]. LʼAbate Barthelemy nelle memorie dellʼAccademia delle

iscrizioni di Parigi T. 26. dette lʼAlfabeto Palmireno, ma poco

felicemente. Felice però è la sua scoperta che quelle lettere sieno

Ebraiche miste alle Siriache. Il P. Giorgi per mezzo del chiarissimo

Danese Adler ottenne unʼesatta copia di quelle iscrizioni che i

precedenti illustratori non avevano avuta. Stabilisce, che autori di

esse sono i Magi Sacerdoti del Sole della setta e scuola di Zoroastro.

Aggiunge nuove probabili congetture per provare, che i caratteri

Ebraici e Assiri fossero quegli stessi, in cui da prima furono scritti

i libri Mosaici. Il modo poi di leggere e di spiegare quelle iscrizioni

in molte parti parrà a tutti felicissimo, e lʼalfabeto, che dal suo

libro si può raccogliere facilmente, si reputerà superiore a quello

del Francese antiquario. Quantunque però io lo commendi altamente per

questo, non so bene se lasci alcuna cosa a desiderare in questa parte.

Meriterò forse la taccia di troppo ardimentoso, se pretendo trovar

macchie nelle opere dʼun uomo così grande: ma io dubito, che si possa

quì ravvisare qualche cosa arbitraria sì nella lezione, come nella

interpetrazione. Che che sia di ciò certo è che il libro è ricco,

di molta erudizione, di sottile avvedimento, e di critica, e la sua

divinazione o è vera, o è prossima alla verità.

Della illustrazione delle lingue antiche e moderne e principalmente dell'italiana procurata nel secolo XVIII. dagli Italiani - Parte II · 第 19 / 32 题