[375] _Storia deʼ Teat._ T. 6. p. 233. Edizione del 1790.
[376] _Venezia_. 1733. in 8.
[377] _Urbino_ 1736. in f. col testo Latino a fronte a le figure delle
maschere ricavate da un MS. della Vaticana.
[378] _Bassano_ 1758. in 8.
[379] _Londra_ 1717. in 8.
[380] _Filosofia della natura di T. Lucrezio Caro e confutazione del
suo Deismo e Materialismo dellʼAb. Raffaele Pastore. Londra_ 1776. T.
2. in 8.
[381] _La Bucolica di P. Virgilio Marone in rime italiane. Parma in_ 8.
_Senza_ indizio dʼanno.
[382] Colle altre Opere di Virg.
[383] Nella seconda Raccolta milanese.
[384] _Vicenza_ 1780.
[385] Colle altre opere di Virgilio e separatamente _Roma_ 1758. in 12.
[386] Nella seconda Raccolta Milanese deʼ Poeti Latini.
[387] Modena Anno VI. della Repubblica Francese.
[388] _Parma_ 1801. opera postuma.
[389] _Vienna._ 1800.
[390] _Le odi di P. Orazio Flacco espresse in varj metri da Octavio
dalla Riva. Verona_ 1746. in 8.
[391] _Milano_ 1779.
[392] _Bergamo_ 1789.
[393] Non posso indicare il luogo e lʼanno della stampa, non avendo ora
lʼopera sotto gli occhi. La vidi alcuni anni sono, e ne do il giudizio
che ne formai leggendola in parte.
[394] Le prime furono stampate a Siena il 1759. e le seconde ivi il
1764.
[395] _Siena_ 1778.
[396] La prima edizione del Pallavicini è di Lipsia del 1736. LʼOrazio
del Venini è nella seconda Raccolta Milanese, e corretto in Milano,
1791.; e nel Parnasso deʼ Classici è quello del Bramieri. Francesco
Borgianelli stampò le odi in Venezia il 1736. Il Cassola a Reggio nel
1786. e ne fece poi una seconda edizione miglior della prima, che non
ho veduta. Il Cesari stampò prima in Verona 12. Odi nel 1788. che
pubblicò di nuovo con altre diciotto in Bassano il 1789.
[397] Atti dellʼAccad. It. T. I. p. XXXV. e CXXVIII.
[398] Sono fra le sue Poesie unite a Teocrito Mosco, e Bione.
[399] _Osservazioni intorno ad Orazio_ T. 1. p. 93. Lʼepistola dal
Vannetti volgarizzata è ivi p. 163.
[400] Tralascio quelli che poche cose hanno volgarizzate, come il
Frugoni, lʼAb. Civetti, ed altri.
[401] Le opere loro furono tradotte da Raffaele Pastore. Venezia 1776.
in 12. da Guido Riviera, ivi 1761. T 2. in 8. Nella prima Raccolta
Milanese vʼha Tibullo, e Properzio di lui, e Catullo di Parmindo
Ibichense, cioè Francesco M. Biacca. Non parlo della traduzione del
primo, perchè non lʼho veduta; nè di quelle del Riviera e del Biacca,
perchè avendo cominciato a leggerle non mi ha sofferto lʼanimo di
terminarle.
[402] _Parnasso citato._ T. 20. p. 335.
[403] Ivi T. 36. p. 112. Prop. Lib. 4. El. 4.
[404] _Elegie scelte di Tibullo Properzio ed Albinovano tradotte in
terza rima da Oresbio Agreo P. A._ ec. _Lucca_ 1745. in 4. Giulio
Cesare Becelli tradusse Properzio, ma la sua traduzione è insoffribile.
[405] Le altre traduzioni dʼOvidio a me note sono le Eroidi del Conte
Giulio Bussi, dellʼAb. Cesare Frassoni, e di MarcʼAurelio Soranzo; le
Tristezze di Francesca Manzona Giusta; lʼEpistole scritte dal Ponto
del P. Massimiliano Giusti Barnabita; gli Amori e i Rimedj dʼamore di
Giuseppe Baretti; lʼArte dʼamare di Filippo Sacchetti; le Metamorfosi
di Fabio Maretti. Si vedano le due Raccolte Milanesi, e il Parnasso
dellʼAb. Rubbi.
[406] _Venezia_ 1735. in 8. Felice è pure la versione anonima che
abbiamo nella prima Raccolta Milanese.
[407] _Venezia_ 1725. in 4.
[408] _Roma_ 1707. in 4.
[409] La traduzione di Lucano del Signor Cristoforo Boccella non
appartiene al mio argomento essendo impressa nel secolo decimonono. E
già mi riuscirebbe malagevole il darne giudizio per lʼamicizia che a
lui mi unisce.
[410] _Verona._ 1776. in 8.
[411] _Roma_. 1729. in f.
[412] _La Medea, lʼEdipo, la Troade lʼIppolito di Seneca, e lʼIppolito
dʼEuripide. Venezia_ 1750. in 8.
[413] _Venezia_ 1761. in 8.
[414] Nella prima Raccolta Milanese
[415] _Venezia_ 1758. T. 3. in 8.
[416] _Firenze_. 1726. in 8.
[417] _Milano_ 1771. T. 3. in 8.
[418] _Le orazioni scelte di M. Tullio Cicerone tradotte in lingua
Italiana ed arricchite di note dallʼAb. Placido Bordoni. Venezia_ 1795.
T. 3. in 8.
[419] _Orazioni di M. Tullio Cicerone in volgar Toscano recate_ ec.
_Venezia_ 1750. T. 7. in 8.
[420] _Orazione in difesa di Sesto Roscio dʼAmeria Lucca_ 1789. in
8. _Orazione in favore della legge Manilia. Ivi_ 1789. _Le quattro
Catilinarie_ Ivi 1790. in 8. _Orazione a favore di Milone_ Ivi 1794.
in 8. Anche il P. Michele Angelo Bonotto tradusse alcune orazioni di
Cicerone e le stampò in Venezia il 1789. in 8. ma non le ho vedute.
La sua traduzione però dei libri della Repubblica di Platone da lui
stampata in Venezia non mi fa concepire grandi speranze di questa, se
pure si può giustamente dallʼuna trar congettura dellʼultra.
[421] _Venezia_ 1762. T 2. in 8. Il P. Anton Maria Ambrogi Gesuita
tradusse le lettere scelte Roma, 1780. e Venezia, 1800.
[422] _Venezia_ 1744. in 8.
[423] Ivi 1754. T. 2. in 8.
[424] Ivi 1743. in 8.
[425] _Verona_ 1737. in 8.
[426] _Venezia_ 1750. in 32.
[427] _Firenze_ 1756. in f.
[428] _Venezia_ 1740. in 8. non sono però tutte.
[429] _Ivi_ 1747. T. 2. in 8. Haller _Bibl. Chir._ T. 1. p. 43.
[430] Torino 1763. Eʼ la congiura di Catilina solamente.
[431] Venezia 1761. in 8.
[432] Fra le opere postume.
[433] Bassano 1802. in 8. Questa è la quarta edizione. Le altre che non
ho vedute sono del secolo decimottavo.
[434] Ho notata questa versione perchè fu scritta nel passato secolo,
ed ho taciuto di quella bellissima del signor Abate Nardini, perchè
giudico, che sia stata fatta in questo secolo.
[435] _Roma_ 1717. in 8.
[436] _Panegiricae orationes veterum_ etc. _Venetiis_ 1708. in 8.
[437] _Venezia_ 1756. in 8.
[438] Ivi 1792. e seguenti.
_Scrittori in Latino._
~CAPO~ XV.
Questi diversi modi dʼillustrar la lingua Latina somministrano (come
fin quì sʼè veduto) parecchi uomini chiarissimi, deʼ quali si può a
gran ragione gloriare lʼItalia nostra; ma quello di che essa si può
ancor più gloriare è lo scrivere latinamente. Lo scriver bene in Latino
è così proprio deglʼItaliani, che MarcʼAntonio Flaminio volendo lodar
Filippo Obermayer gli disse, che niun Italiano più di lui si accostava
a Tibullo.
Natus Vindelicis Philippus oris
Sed tam cultus et elegans poeta,
Tam dulcis lepidusque, ut Italorum
Nemo sit proprior tuo Tibullo[439].
Hanno i Francesi gli Spagnoli i Portoghesi, hanno le altre Nazioni
Europee i loro scrittori Latini puri ed eleganti; ma debbono
confessare, che per copia, e dirò ancora per isquisitezza di gusto,
collʼItalia non possono contrastare. Non è difficile il dar ragione
di ciò; ma questa indagine mi farebbe deviar troppo dal mio scopo.
Dirò piuttosto, che se dal rinascimento delle lettere lʼItalia ha
avuti sempre uomini sommi in questo genere, non ne ha mancato nè pure
nello spazio di tempo, che appartiene a questo mio ragionamento.
Ma sono alcuni, i quali pretendono, che or non si possa col solo
studio deʼ buoni scrittori Latini scriver comʼessi in questa lingua;
ed altri asseriscono, che non sia necessario di scrivere come essi
scrivevano. Fu tra i primi lʼAlgarotti siccome abbiamo veduto, e
il DʼAlembert, che aveva forse qualche motivo per non esser molto
amico della lingua Latina. Anche un certo Paolo Zambardi prese
a sostenere questa opinione[440]. Mostra egli che ignoriamo ora
qual fosse la vera pronunzia della lingua Latina, il che niuno gli
negherà. Come è impossibile il pronunziare bene il Latino vorrebbe
lʼautore far credere, che fosse impossibile ancora lʼintenderlo bene.
Questʼerrore però non contro il Zambardi, perchè il suo libro fu
presto dimenticato, ma contro il DʼAlembert combattè vittoriosamente
il Cavaliere Clementino Vannetti in una lettera, che egli aggiunse
alla vita dellʼAb. Zorzi da lui scritta in Latino e lo combattè in
doppio modo, cioè colle ragioni e collʼesempio, perchè la vita e la
lettera sono scritte in guisa, che avrebbero ottenuto plauso anche
dallʼantica Roma. Lo stesso e con ugual lode fece Girolamo Ferri di
Longiano in alcune lettere da lui unite al suo commentario intorno
alla vita ed alle opere del Cardinale Adriano Castelli stampato a
Faenza il 1771. La seconda opinione è del signor Cesarotti. Quella
divisione di secol dʼoro di secol dʼargento e di ferro non piace a
lui, e la stima volgar pregiudizio deʼ grammatici, e vuole anzi che
si usino indistintamente parole, e modi dʼogni secolo, e se così
piace parole nuove non adoperate mai dagli antichi. Quindi egli usò
la voce _flexilitatem_[441], che non si trova negli scrittori latini,
e difese il Flaminio, che adoperò la parola _floricomum_, nuova
anchʼessa. Egli dice, che aveva lʼanima di bronzo quel latinista che
osò rimproverare allʼelegantissimo Flaminio questo vocabolo; che questi
rispose sensatamente al Zanchi sullʼuso di conciar voci nuove in lingua
Latina; confessa che la sua opinione fu combattuta, da varj critici,
e passa generalmente per un paradosso; che si potrebbe però piantarla
sopra una base più salda, ma converrebbe avanzar qualche teoria, che
parrebbe un paradosso più grande, ed è meglio tacere contentandosi
dʼerrar col Flaminio[442]. Non essendo piaciuto a questo celebre
scrittore di pubblicare la sua teoria io mi terrò allʼopinione comune,
che chi vuole aver nome di scrittore elegante dʼuna lingua morta non
deve coniare nuovi vocaboli. Con quale autorità potrò io confermare
questʼopinione? Con quella dello stesso Flaminio. _Mi sarà grato_
(scriveva egli ad Ulisse Bassiano) _che mʼavvisiate dove Cicerone usa_,
satis superque facere alicui; _perchè quantunque io reputi questa
locuzione esser rarissima, nondimeno essendo ella di Cicerone, non
lascerò dʼusarla, purchè io possa mostrare il luogo a chi mi volesse
riprendere; ma non ardirei già dʼusar_ reputo _in luogo di_ puto: _se
nol vedessi usato in questo modo da Cicerone, o da qualche altro_, quì
sit bonus latinitatis auctor[443]. Il Flaminio dunque quando aveva
agio di riflettere non voleva usare espressione, che non fosse usata
daʼ buoni scrittori. Gli avvenne però talvolta dʼusar qualche voce non
pura, e _floricomus_ non è lʼunica. Egli stesso ne dà la ragione in
quella lettera medesima, dicendo allʼamico, che non si dee fidare del
suo giudizio, perchè da molti anni il suo studio versava tutto _nella
Scrittura Santa, in S. Bernardo, ed altri simili, i quali siccome sono
elegantissimi nelle sentenze, così sono barbari nelle parole: e come
si dice a Casa mia_, chi pratica al molino sʼinfarina; però _è cosa
molta verisimile, che io mʼinganni spesso_ in hoc genere. Le quali
parole giovano assai a mostrare non affatto irragionevole il dubbio di
taluni, che MarcʼAntonio Flaminio non sempre fosse purissimo latinista,
quantunque fosse poeta elegantissimo. Queste parole ricordano nel tempo
medesimo, che altri può essere elegante nelle sentenze, e rozzo nelle
parole, e che allʼapice della perfezione giunge quello scrittore, che
non contento della prima qualità evita con ogni studio la seconda.
Dʼambedue queste qualità furon solleciti nella lingua latina alcuni
preclarissimi ingegni nel secolo decimottavo, i quali tutti se volessi
quì annoverare sarei infinito. Bastino pochi. Stay Cunich e Zamagna
Ragusei di patria, Italiani di domicilio, furono egregi poeti. Il primo
espose in bei versi Lucreziani prima la filosofia Cartesiana, poi la
Neutoniana; e gli altri due oltre a più altre cose minori fecero le
traduzioni, delle quali ho già fatta parola. Quel bizzarro ingegno di
Monsignor Sergardi, che sotto nome di Settano scrisse parecchie satire
appartiene ugualmente al secolo decimosettimo, e al decimottavo. Egli
o scherzi con Orazio, o si sdegni con Giovenale sempre è ammirabile.
Ebbe un comentatore forse troppo copioso, ma erudito, ottimo latinista,
e degno di lui, cioè il P. Leonardo Giannelli Chierico Regolare della
Madre di Dio[444]. A questi poeti si debbono aggiungere il Volpi, il
Farsetti, lʼAb. Taruffi, Giuseppe Aurelio di Gennaro, i Gesuiti Noceti,
Bassani, Mazzolari, Giovenazzi con più altri raccolti in un aureo
libretto di versi latini di quellʼinsigne Religione, il P. Guglielmini
delle scuole Pie, parecchi che hanno i loro versi tra le poesie latine
degli Arcadi. Taccio dʼaltri molti per esser breve, ma non posso tacere
del Sig. Ab. Gagliuffi Professore chiarissimo dellʼAccademia Genovese,
che o scriva versi meditati, o li dica allʼimprovviso è sempre
maraviglioso, e di Giovacchino Salvioni singolare anchʼegli (quantunque
assai meno colto del Gagliuffi) nellʼimprovvisar latinamente.
Ai poeti succedano gli scrittori di prosa. Elegantissime sono le
orazioni del P. Paolino Chelucci Lucchese, e del P. Alessandro Politi
ambedue delle Scuole Pie. Loderei pur molto le orazioni di Gio.
Vincenzo Lucchesini, se la sua storia non richiamasse a se tutta la
mia considerazione[445]. Eleganza, e nobiltà di stile, gravità nelle
sentenze, diligenza nelle descrizioni con molta purità di lingua sono
le doti che io scorgo in questʼopera, la qual sola basta a renderlo
immortale. Illustre storico altresì fu Giulio Cesare Cordara Gesuita,
che fu parimente poeta satirico acre, e veemente[446]. E ancor più
illustre fu Guido Ferrari pur Gesuita, che le Guerre del Principe
Eugenio di Savoja in Italia e in Ungheria descrisse egregiamente[447];
e molte altre cose pubblicò in questa lingua. Nè meno celebri sono
Jacopo Facciolati[448], Francesco Maria Zanotti, il Lagomarsini
Gesuita, Monsignor Fabbroni, Jacopo Bacci[449], Jacopo Garatoni[450],
con altri molti che potrei ricordare. Ma sopra tutti, e sopra quanti
furono ancora più insigni scrittori del secolo XVI. io credo che si
debbano porre i due fratelli Castruccio, e Filippo Buonamici. Quando
io leggo i libri _de bello Italico_, e più ancora il Commentario
_de rebus ad Velitras gestis_ del primo parmi, che se Giulio Cesare
risorgesse, e prendesse a descrivere quei fatti non li descriverebbe
diversamente; e Filippo nel suo dialogo _de claris Pontificiarum
epistolarum scriptoribus_ parmi, che si accosti tanto a Cicerone, che
nulla più. Se la materia dai due fratelli trattata non ci avvertisse,
che gli autori sono deʼ tempi nostri, il modo, con cui è scritta ci
farebbe credere, che essi appartengono al miglior secolo di Roma. Il
plauso, che quelle opere levarono fu sommo, e si vide in alcune scuole
dʼItalia, di Olanda, e dʼInghilterra spiegarsi ai giovanetti le opere
di Castruccio[451] insieme con Cicerone Cesare Sallustio e Livio. E
quando io vedo, che una sola città in poco più dʼun mezzo secolo ha
prodotto un Lucchesini, un Bacci, e due Buonamici io chiamo gloriosa
questa Città; e dico che in questa si sono ricoverate quasi in propria
sede le lettere Latine.
Ma non è sola Lucca ad aver questo vanto. Bologna altresì merita molta
lode, giacchè in questa, come in molte altre parti della letteratura
si rese celebre nel passato secolo. In fatti i Zanotti, i Manfredi, i
Beccari, i Ghedini, i Taruffi pareva che non potessero mai dimenticar
le grazie e lʼeleganza della lingua latina, come ne fanno testimonianza
le opere loro. La stessa lode deesi ancora attribuire alla Compagnia di
Gesù, che tanti insigni Latini scrittori ha prodotti, deʼ quali pochi
ne ho ricordati per saggio di quel moltissimo, che dir potrei. I meriti
suoi in questa parte della letteratura sono in breve, ma bastevolmente
accennati da Monsignor Filippo Buonamici, dove parlando del Lagomarsini
dice: _Hyeronimus Lagomarsinius latini sermonis et amantissimus et
peritissimus, ejusque homo societatis, quae latinarum litterarum
fugientem jam gloriam omni scriptorum genere retinere quodammodo
conatur_[452].