NOTE:

[329] _M. Tullii Ciceronis opera cum notis variorum. Neapoli Typis ac

sumptibus Ioseph Mariae Porcelli_ 1777. e seg. in 8. Dovevano essere

trentasei volumi.

[330] _Patavii_ 1738. in 4.

[331] _Patavii_ 1713. in 8.

[332] _Patavii_ 1732. in 8. e di nuovo _Venetiis_ 1744. in 8. Vi è

unita la traduzione Italiana.

[333] _Bjoernst. Lett. deʼ suoi viaggi_ T. 3. p. 23.

[334] Ne abbiamo solamente un saggio nellʼorazione contro Pisone dal

Lagomarsini stampata con questo titolo. _M. Tullii Ciceronis oratio in

L. Pisonem ex editione Jacobi Gronovii cum omnibus omnium Florentinorum

MSS. Codicum ec. variis lectionibus ec. Character Scripture duodecim

Codd. MSS. ec. Venetiis typ. Albriziniis_ 1741. E nellʼanno medesimo

stampò a Firenze _specimen editionis operum M. Tullii Ciceronis.

Caballeros Bibl. script. Soc. Iesu, Supl._ I. p. 170.

[335] Alle illustrazioni di Cicerone sʼaggiunga _Loci Graecorum

auctorum a Cicerone interpretati, sive Lexicon Ciceronianum

Graeco-Latinum. Augustae Taurinorum._ 1743. in 8. Nulla posso dire di

questo libro, che non ho veduto, nè so se sia una ristampa del lessico

Ciceroniano Greco-Latino stampato da Enrico Stefano il 1577. Il P.

Zaccaria _Stor. Lett._ T. II p. 409. dice, che il Canonico Guenzi

stampò, e comentò le partizioni oratorie di Cicerone, ma di questa

edizione non ho contezza.

[336] _Nuovo Dizionario Stor. Ediz. di Bassano alla v. Lagomarsini_

e alla v. _Pontedera_ (Giulio). Una parte però almeno è nella

Magliabechiana di Firenze secondo il P. Caballeros _Bibl. Script. Soc.

Iesu, Suppl._ II. p. 54.

[337] _Praef. in Script. R. R. edit. Lips._ 1794. T. 1. p. VII.

[338] Caronelli Apotegmi agrarj p. XVII.

[339] _Iulii Pontederae epistolae et disertationes, opus posthumum

prefatione et notis auctum ab Iosepho Antonio Bonato Publ. Bibl. Pat.

Praefecto. Patavii_ 1790. T. 2. in 4. Di quì lo Schneider ha prese

quelle annotazioni che stampò col titolo: _Iulii Pontederae curae

posteriores_ e che si vedono nellʼultimo volume dellʼedizione citata di

Lipsia.

[340] _Aur. Corn. Celsi de medicina libri octo. Patavii Cominus_ 1722.

_in_ 8. _L. Sereni Sammonici de medicina praecepta saluberrima._ ib.

1722. in 8.

[341] _Io. Bapt. Morgagni in A. Corn. Celsum et L. Ser. Sammonicum

epistolae decem. Patavii Cominus_ 1750. in 8.

[342] _Bianconi Lett. sopra Celso_ p. 258.

[343] E di nuovo _Lugd. Bat._ 1785. in 4.

[344] _Zeno Lett._ T. 5. p. 154. Lett. del 1735.

[345] _LʼArchitettura di M. Vitruvio Pollione colla traduzione

Italiana, e comento del Marchese Berardo Galiani Napoli_ 1758. in fo.

[346] _Sex. Iulii Frontini de aquaeductibus urbis Romae commentarius

antiquae fidei restitutus, atque explicatus opera, et studio Io.

Poleni. Patavii_ 1722. _in_ 4.

[347] _Titi Livii historiarum libri XCI. fragmentum Romæ_ 1773. in

4. e di nuovo ad Amburgo, a Napoli, e a Lipsia. Il P. Caballeros

Bibl. Script. Soc. Iesu, Suppl. II. p. 40. cita del Giovenazzi

_dissertationes de versibus Plauti MSS._ ed ivi a p. 116. alcune sue

illustrazioni sopra Properzio, e sopra gli antichi Poeti Cristiani.

Le seconde non sono stampate; ma le prime si possono dire pubblicate,

perchè il Santenio nellʼimpressione di Properzio fatta in Utrecht il

1780. confessa dʼaverne fatto molto uso.

[348] _C. Crispi Sallusti, quae extant ex optimis codicibus castigata.

Accedunt Iulius Exsuperantius ec. cum notis et epistola ec. cura et

studio Cajetani Vulpii Patavii_ 1722.

[349] _L. Annaei Senecae Apocolocyntosis sive ludus in mortem Claudii

Caesaris a Francisco Eugenio Guasco illustratus. Vercellis_ 1787. in 4.

[350] _Clem. Vannetii commentariolus in scenam_ III. _actus_ I.

_Heavtontimortimenon P. Terentii Venetiis._ 1781. in 4.

[351] _Patavii_ 1780. T. 3. in 8. Questa è lʼedizione più abbondante, e

più corretta.

[352] Anche Virgilio adoperò la stessa voce dicendo:

........_Tu nunc Carthaginis altae

Fundamenta, locas pulchramque uxorius urbem

Exstruis. Aen. Lib._ 4. _v._ 265.

E pure Virgilio non viene accusato dʼusare uno stile comico.

[353] _Rovesto._ 1792. T. 3. in 8.

[354] _Patavii_ 1737. 1755. T. 4. in 4. Del Volpi si ha ancora: _Liber

de Satyrae Latinae natura et ratione ec. item paraphrasis perpetua et

commentarius uberrimus in X. satyram Iuvenalis. Patavii._ 1744. in

8. Ed è veramente amplissimo questo commentario che in 248. facciate

spiega una satira sola.

[355] _Patavii_ 1710. T. 2. in. 8.

[356] _Venetiis_ 1738. in f. Il P. Anton Maria Lupi Gesuita scrisse

annotazioni sopra Catullo, (_Fabbroni vit._ T. 15. p. 53.) che sono

inedite.

[357] _Milano_ 1752. in 12. Vi sono altre edizioni anteriori a questa,

che non ho vedute.

[358] Vedi le simbole Fiorentine del Gori T. 5. p. 68. Il signore

Chardon de la Rochette Mel. T. 1. p. 355. dico che D. Pasquale Baffi

Napoletano aveva preparata di Fedro _une edition bien soignée_, ma le

sue carte si sono perdute alla sua morte.

[359] _Romæ_ 1751.—1753. T. 3. in f.

[360] _Venetiis._ 1752. T. 3. in f.

[361] _Veronæ_ 1734. 1740. T. 10. in f.

[362] _Romæ._ 1787.

[363] _Romae._ 1754. T. 14. in 8. _Ejusdem de mortibus persecutorum

notis illustr. a Io. Andrea Paternò Castello Venetiis._ 1766. in 8.

[364] _Veronæ_ 1741. 1754. T. 2. in f.

[365] _Florentiae._ 1721. in 8.

[366] _Veronae_ 1739. in 4. E di nuovo _Augustae Vindelicarum._ 1758.

[367] _Venetiis_ 1778. in f.

[368] Patav. Comin. 1720. in 4. E di nuovo August. Vind. 1757.

[369] Romae 1741. in 4. gli opuscoli.

[370] _Veronae_ 1745. edizione non terminata di tutte lʼopere.

[371] _Venetiis_ 1736. in f. Bisogna aggiungervi tre Carmina natalitia

stampati poi dal Mingarelli, Anacd. Fasc. Romae 1736.

[372] _Venetiis_ 1750. in f.

[373] Romae 1784. in f.

[374] _Flavii Cresconti Corippi de laudibus Iustini Augusti minoris

libri_ IV. _ac carmen panegyricum in laudem Anastasii Quaestoris et

Magistri cum notis variorum. Romae_ 1777. in 4. Il Foggini promise di

dare ancora _Bellum lyricum libris octo e Bella syrtica del medesimo

Autore_.

_Traduzioni._

~CAPO~ XIV.

Ma passiamo alle traduzioni, delle quali tal è la copia, che mi vedo

costretto a tralasciarne molte. Cominciamo dai poeti, e fra questi

da Plauto. Il Cavalier Lorenzo Guazzesi volgarizzò lʼAulularia, e

lʼAb. Angelo Teodoro Villa il Curculione ambedue egregiamente. Il P.

Brunamonti, il P. Carmeli, e lʼAb. Domenico Ferri ne tradussero alcune

commedie con lode, ma il Napoletano Nicolò Eugenio Angelio diede la

versione di tutte. Il signor Napoli Signorelli trova nellʼAngelio una

particolare accuratezza ed intelligenza deʼ due idiomi[375], nè in ciò

lo contradirò. Credo però che meritino maggior lode il Guazzesi, il

Villa, e gli altri testè nominati, ed approvo i Monaci Milanesi, che

nel loro Plauto hanno poste le traduzioni di questi, e solamente per

lʼaltre commedie hanno prese quelle dellʼAngelio. Luisa Bergalli[376],

Monsignor Forteguerri[377], e lʼAb. Francesco Bellaviti[378]

volgarizzarono Terenzio. Il Forteguerri merita plauso, se si ha

riguardo alla difficoltà di trasportare nella nostra lingua i sali, le

grazie, e certi modi spiritosi e concisi deʼ Comici Latini: il che si

deve osservare ancora riguardo ai traduttori di Plauto. Della Bergalli

poi, e del Bellaviti non posso dar giudizio, perchè non mi è riuscito

di vedere le loro traduzioni. Non minor difficoltà forse sʼincontra

nel trasportare il poema filosofico di Lucrezio: ciò non ostante

con ammirabile felicità la superò Alessandro Marchetti, la versione

del quale è celebre tanto, che non abbisogna delle mie lodi[379].

Commendando però lʼopera del Marchetti io intendo dire, che belli sono

i suoi versi, e che fedelmente ha espressi i sensi dellʼAutore, ma

biasimo solennemente i sentimenti dʼirreligione e dʼEpicureismo, che la

Chiesa ha in lui condannati, e daʼ quali doveva la sua penna tenersi

più lontana, come nʼera lontano il suo cuore. Questo rimprovero ha

meritato ancora, e lʼha meritato assai più lʼAb. Raffaele Pastore, la

versione del quale non ho veduta[380].

Quantunque grande sia la difficoltà, che si prova nel tradurre i poeti

nominati fin quì, assai maggiore però a mio giudizio la presentano

Virgilio, ed Orazio. Ciò non ostante, o che la stessa difficoltà

dellʼimpresa abbia animato alcuni colla speranza di superarla, o

che gli abbia allettati la familiarità, che tutti abbiamo fin

dallʼadolescenza con questi poeti, essi hanno avuto maggior numero di

versioni che gli altri. La Buccolica ne ha avute tre, una in terza

rima, unitivi dovʼera opportuno altri metri, del Marchese Prospero

Manara[381], la seconda del P. Ambrogi Gesuita[382], la terza del P.

Soave[383]. Non dispiacerebbero quelle degli ultimi due, se non si

fosse letta quella del primo. La traduzione del Manara è opera egregia;

e credo quasi che se Virgilio avesse voluto esprimere in versi Italiani

i suoi sentimenti non lo avrebbe potuto fare in altro modo. Maggior

numero di volgarizzamenti vanta la Georgica. Sette ne sono a me noti

in questo secolo. La prima è del Modenese Cantuti in versi sdruccioli,

che basti dʼaver nominati. Degli altri sei uno è in ottava rima del

Conte Lorenzo Tornieri[384] e cinque in versi sciolti, cioè del P.

Ambrogi[385], del P. Soave[386], di Lodovico Antonio Vincenzi[387],

del Manara[388], e dellʼAbate Clemente Bondi[389]. Il Tornieri è

elegante, ma dalla tirannia della rima spesso è strascinato, anzi

che tradurre, a dir cose, che in Virgilio non sono. Il P. Soave è di

soverchio abondante di epiteti; lʼAmbrogi, il Manara, e il Vincenzi

sono fedeli, corretti nello stile, ma forse un poco troppo timidi

seguaci dellʼoriginale, e perciò appunto non aggiungono alla maestà

Virgiliana; il Bondi non è fedele abbastanza, e anchʼegli non si può

sollevare fino alla maestà del poeta latino. Anche lʼEneide ha avuti

i suoi volgarizzamenti per opera dellʼAmbrogi, e del Bondi, deʼ quali

credo, che dar si debba il giudizio medesimo, che ho dato poco fa delle

loro Georgiche.

Maggiore è ancora il numero deʼ traduttori dʼOrazio. Parecchi ne

sono a me noti, fraʼ quali due inediti, o al meno promessi. Lascio

il Calabrese Ierocades, che è di tutti il più malvagio. Lascio il

Genovese Caprio ed Ottavio dalla Riva[390], deʼ quali non ho veduto

nè pure alcun saggio, onde far congettura del merito loro. Giuseppe

de Necchi dʼAquila[391], e Gio. Pezzoli[392] hanno usato il verso

sciolto, ed anche per ciò solo non saprei commendarli. Ma oltre a

questo il Pezzoli scrivendo ad uso dalle scuole e quindi traducendo

letteralmente non ha potuto conservare la forza dellʼoriginale, e

lʼAquila non ha saputo conservarla, quantunque non abbia nè pure il

pregio della fedeltà. Lo stesso si dica di Girolamo del Buono, che ha

la sua traduzione nella prima Raccolta Milanese. Questi volgarizzò

ancora i sermoni e le Epistole, lʼEgloghe e la Georgica di Virgilio,

e i Fasti dʼOvidio, il che è rimasto inedito, come dice il Fantuzzi

negli scrittori Bolognesi; nè è gran danno. Non molto migliore è il

Savelli[393] per certa sua fiacchezza di stile, che troppo è lontana

dallo stile dʼOrazio. Francesco Corsetti dopo aver plausibilmente

tradotte le satire e le Pistole[394] volle tradurre anche le odi, che

morendo lasciò imperfette. LʼAbate Bertola le stampò poi e ne supplì

più di trenta, che mancavano, senza avvertire quali sono aggiunte da

lui[395], ed alcune, non però molte, ve ne ha di bellissime; ma la più

parte non sono fedeli, e mancano di quella forza, e concisione, che

tanto si ammira nellʼoriginale. I miglior traduttori dʼOrazio sono

a mio giudizio il Pallavicini notissimo a tutti, lʼAb. Venini, che

contrasta con lui, e molte volte lo vince, il Borgianelli, il Bramieri,

il Cassola, ed il Cesari[396]. Ciascuno di questi volgarizzatori

meritano molta lode, si sono adoperati dʼaccostarsi allʼoriginale

con ogni sforzo, e se non hanno potuto ottenere il loro intento non

si debbe attribuire a difetto dʼingegno, ma alla qualità dello stile

Oraziano, che non può essere uguagliato traducendo. Il Pallavicini, e

il Borgianelli fra questi hanno tradotti anche i sermoni, meno però

felicemente delle odi. Luigi Ceretti altresì, e il P. Soave[397] e il

P. Pagnini[398] tradussero alcune odi, ed alcune pure il Balì Gregorio

Redi, che sono fra le sue opere, ma non le ho vedute. Finalmente il

Vannetti tradusse unʼepistola, e due nuove versioni annunziò[399],

cioè del signor Ab. Godard, e del signor Roberto Sanseverino: ma il

Sanseverino non so se veramente abbia pubblicata lʼopera sua, e lʼAbate

Godard non si è fino ad ora determinato di pubblicare la sua versione.

Alcune però delle odi per lui volgarizzate ho sentite leggere nella

Romana Arcadia dove ottennero molto plauso, e nʼerano degne. Delle

versioni della Poetica non fo parola, perchè non posso annoverare tutte

le cose più minute, e solamente indicherò quella del Metastasio, non

osando però darne giudizio, perchè a me non appartiene il giudicare ciò

che ha scritto un uomo così grande[400].

Catullo, Tibullo, e Properzio[401] sogliono unirsi nelle edizioni,

nè io li separerò adesso ricordando la versione che ne fece il Sig.

Agostino Peruzzi nel _Parnasso deʼ Poeti Classici dʼogni nazione

trasportati in lingua Italiana_. Noi dobbiamo commendarlo doppiamente,

e per la sua traduzione, che è assai pregevole, e per la modestia,

che non ha voluto offendere. Il chiarissimo signor Ab. Rubbi loda in

lui _lʼarmonia del verso, la prontezza della rima, la nobiltà dello

stile negli argomenti sublimi, e la morbidezza negli amatorj_, ed io

confermo le sue lodi. Non può piacermi però lʼuso deʼ metri lirici nel

volgarizzamento delle elegie. Oltre a ciò mi pare di scorgere talvolta

nella sua opera qualche indizio di soverchia fretta, per cui alcuni

tratti sono meno felici del rimanente. Ne recherò due soli esempi.

In Catullo egli usa lʼespressione _amare alla follia_[402], la quale

dubito che non sia Italiana: e in Properzio trovo questi versi.

_Sul sasso assisa a piangere

Sʼudia sue piaghe nuove

Da far pietate a Giove[403]._

Il testo dice, _Vulnera vicino non patienda Jovi_, il che significa

lʼopposto. Lʼamorosa ferita della Vestale Tarpea, che amava Tazio

nemico di Roma, ed era in procinto di tradir la patria, non poteva

eccitar pietà, ma collera in Giove. Più felice nella scelta del

metro fu Francesco Corsetti, ed inclinerei ancora a giudicarlo più

felice nellʼeleganza, e nellʼesattezza; ma poche Elegie di Tibullo e

Properzio, e quella dʼAlbinovano abbiamo da lui con altre cose, che non

appartengono a questo luogo[404]. Di Ovidio son molti i traduttori;

io però per non tesser quì un lungo, e nojoso catalogo di nomi, mi

contenterò di ricordar solamente quelli che per la celebrità loro e

pel merito delle loro versioni debbono essere preferiti; cioè Girolamo

Pompei per lʼEroidi, Giov. Batista Bianchi peʼ Fasti per le Tristezze e

per le Pistole scritte dal Ponto, un Anonimo, che si nasconde salto il

nome Arcadico dʼEschilo Acanzio peʼ Rimedj dʼamore, lʼAb. Pellegrino

Salandri per lʼInvettive contro Ibi, peʼ Lisci, e per la Pescagione,

e lʼAbate Angelo Teodoro Villa per la consolazione a Livia, e per la

Noce, oltre alle tre lettere dʼAulo Sabino[405].

Coetaneo dʼOvidio fu Fedro liberto dʼAugusto, e il P. Trombelli

interruppe i gravi suoi studj per tradurne lodevolmente e illustrarne

con buone annotazioni le favole[406], siccome ho detto, alle quali

fece precedere quelle dʼAvieno e di Gabria[407]. Ma parlando di questi

poeti siamo già passati ad unʼetà meno felice per la lingua Latina. Ciò

non ostante non furono trascurati ancora gli scrittori di questi tempi

e deʼ seguenti. Lucano fu volgarizzato dal P. Gabriele M. Meloncelli

Barnabita in ottava rima[408], e dal Signor Cassoli in versi sciolti

nella seconda Raccolta Milanese. Più assai del primo è lodevole il

secondo. Egli è buon poeta, e se considerar si potesse lʼopera sua

separatamente dallʼoriginale meriterebbe plauso. Difficile impresa è

il tradurre Lucano, perchè se si vuole esser fedele si arrischia di

ritrarre nel nostro volgare i suoi difetti, e se questi si vogliono

evitare si arrischia di trascurare alcune bellezze, che in lui sono

grandissime, e talvolta sono di tal natura, che difficilmente si

trasportano in altra lingua. Dubito che il signor Cassola abbia urtato

nel secondo scoglio. Vediamo il principio della sua versione.

La civil di Farsaglia orrida guerra

E il fren lentato ai rei delitti io canto,

E un popol forte, che la man vittrice

Armò contro se stesso, e sciolti i nodi

Dʼogni amistà le consanguinee schiere

Con lʼintere del mondo armate forze

Gareggianti alla pubblica rovina

E tutte contro lor rivolte a zuffa

LʼAquile, i dardi, e le Romane insegne.

Non aggiungo quì il testo Latino perchè è nelle mani di tutti. Ora io

non trovo nella versione il _plusquam civilia_, delle quali parole

Floro Lib. 4. Cap. 2. fa quasi il comento, come osservò già il

Gronovio. _Il fren lentato ai rei delitti_ dice molto meno che _jusque

datum sceleri_. Tralascio per brevità le osservazioni, che gli altri

versi domandano, e solamente aggiungo che poco dopo questi versi il

traduttore si dee riprendere ancora per un fallo assai maggiore, dove

egli dice lʼopposto del testo. In Lucano Lib. 2. v. 20. leggiamo, _Gens

si qua jacet nascenti conscia Nilo_, e il traduttore, _Se vʼha gente

sulla foce del Nilo_ in vece di dire _alla fonte, o alle fonti_[409].

Alle versioni di Lucano succedano quelle assai commendabili

dellʼArgonautica di Valerio Flacco fatte da unʼanonimo nello seconda

Raccolta Milanese, e da MarcʼAntonio Pindemonte[410], e poi la Tebaide

di Selvaggio Porpora, cioè del Cardinale Bentivoglio[411]. Questa

è celebre tanto, che non abbisogna delle mie lodi. Non debbo però

tacere lʼautorevol giudizio dʼApostolo Zeno, che nelle annotazioni

alla Biblioteca del Fontanini dice: nel _volgarizzamento del Cardinal

Bentivoglio Stazio è sempre Stazio, con altro abito, ma col medesimo

aspetto sublime senza gonfiezza, grande senza sproporzione, soave senza

mollezza_ ec. Anche lʼAchilleide e le selve del Poeta medesimo ebbero

i lor traduttori, la prima in Orazio Bianchi, e le seconde nellʼAbate

Biacca non affatto spregevoli, ma non paragonabili col traduttore della

Tebaide. Lʼebbero il Tragico Seneca in Benedetto Pasqualigo[412],

Calpurnio, e Nemesiano in Tommaso Giuseppe Farsetti[413] e Claudiano

in Nicola Beregani[414]. Fra i poeti di questa età, che hanno avuto

in sorte ottimi volgarizzamenti debbono porsi Giovenale, e Persio.

Tali non li chiamo per la versione ed illustrazione, che di molte

satire del primo ha fatte il celebre Cesarotti, e pel saggio dʼaltra

versione dʼunʼanonimo, che il chiarissimo signor Ab. Rubbi ha dato nel

suo Parnasso deʼ Classici volgarizzati, perchè queste appartengono

al secol presente; ma bensì per quella del Silvestri[415]. Dʼambedue

questi Satirici fece egli una parafrasi, piuttosto che una traduzione,

in modo però che il sentimento è accuratamente presentato nel nostro

volgare. E siccome egli era dotto antiquario, la sua parafrasi è

accompagnata da un comentario erudito, in cui illustrandosi il testo

molte cose spettanti allʼantichità si espongono copiosamente. Due altri

volgarizzamenti ebbe Persio. Il primo è il Salvini[416], di cui ho

già indicato abbastanza il modo di tradurre: lʼaltro è il Soranzo, la

versione del quale non ho veduta. Ma basti ormai deʼ Poeti; giacchè

credo inutile il diffondermi ricordando le minori lor produzioni.

Primo fra gli scrittori di prosa esser dee Cicerone, e prima fra le

sue opere sia quella, in cui mostrando quale esser debbe il perfetto

oratore mostrò qual era egli stesso. Il P. Cantova Gesuita poteva aver

luogo onorato fra gli editori, come ora glielo do fra i volgarizzatori.

A lui dobbiamo i tre libri dellʼOratore di belle note arricchiti, e

dʼuna egregia versione[417]. Le note in parte sono scelte da quelle

dei miglior commentatori, in parte sono sue; e sì lʼune che lʼaltre

sono giudiziose, ed utili allʼintelligenza. La versione è fedele

senza esser servile, elegante, e scritta con purità di lingua. Il P.

Cantova volgarizzò ancora dodici orazioni di Cicerone, che mi duole

di non aver vedute. Di queste tre altri traduttori sono a me noti,

cioè il Bordoni[418], il P. Alessandro Bandiera[419] deʼ Servi di

Maria, e il P. Leonardo Giannelli deʼ Chierici Regolari della Madre

di Dio[420]. Non esaminerò quì la fatica primo, perchè i pregi

degli altri due tutto a se richiamano il mio discorso. Anche il

Giannelli poteva essere da me annoverato fra gli editori per ogni

maniera di copiose illustrazioni rettoriche, critiche, ed erudite,

colle quali accompagna lʼopera sua. Egli poi traducendo esprime i

sentimenti dellʼoriginale con maggior precisione che il Bandiera non

fa, abbondando ancora di parole ove ha giudicato, che la maggior

copia di queste giovar potesse al suo intento: ed il Bandiera è stato

forse più sollecito del Giannelli di rappresentare nel suo volgare la

dignità, lʼarmonia, e lʼeleganza di Cicerone. Nè bastò al P. Bandiera

di darci tutte le orazioni nella nostra Lingua, ma volgarizzò ancora

lʼepistole familiari[421] lʼepistole al fratello Quinto[422], i tre

libri degli Officj[423] e finalmente le vite di Cornelio Nepote[424].

Ed i Libri degli Officj ebbero ancora tre altri volgarizzalori, cioè

Gianagostino Zeviani[425] Matteo Facciolati[426] e il Marchese Luigi de

Silva[427], ed uno nʼebbero lʼepistole familari nellʼAb. Ciliari[428]

che tradusse pure i libri di Celso sulla medicina[429]. Due storici

furon tradotti, cioè Sallustio e Cornelio Nepote, il primo dal P.

Pietro Savi Gesuita[430] dal Dottor Giovan Battista Bianchi[431], e

dal Conte Vittorio Alfieri[432], e il secondo dal P. Bandiera e dal

Soresi[433]. Non ho veduto il volgarizzamento del Savi, ma se dalle

altre Opere sue si può dedurre una probabile congettura, vuolsi credere

che meriti lode, e certamente sarà scritto puramente, perchè egli era

scrittor purissimo. Commendabile è la traduzione del Bianchi, ma troppo

resta offuscata da quella dellʼAlfieri; che di molto supera tutte le

precedenti. Altre forse avranno stile più nobile, e numerose, saranno

altre più costantemente fedeli, ma per energia dʼespressione, e per una

certa aria originale parmi, che non ceda la palma a veruna[434]. Il P.

Bandiera poi nel volgarizzar Cornelio Nepote è stato elegante e fedele,

onde dobbiamo sapergli grado di questa, come dellʼaltre sue letterarie

fatiche. Può contrastare con lui il Milanese Soresi, principalmente

per la fedeltà; ma non così facilmente crederei, che lo superasse per

lʼeleganza.

Minor materia porgono al mio ragionamento lʼetà seguenti. Nulla posso

dire delle lettere di Plinio il giovine trasportate nel nostro volgare

dal Canonico Gio. Antonio Tedeschi[435], che non ho vedute. Maggior

fatica intraprese Lorenzo Patarol, che le orazioni tutte panegiriche

degli oratori Latini volle darci corrette nel testo, illustrate da

annotazioni, e spiegate in Italiano, ed a tutti i tre officj dʼeditore,

di comentatore, e di traduttore sodisfece lodevolmente[436]. I codici

Veneti, Vaticani, e Fiorentini, le edizioni precedenti, e il proprio

ingegno gli somministraron il modo di rendere il testo più emendato,

che prima non era. Ma per ciò che spetta alla traduzione, se altri lo

avevano preceduto nel volgarizzare il panegirico di Plinio, intatta

era la strada riguardo agli altri, ed altrettanto era ingrata per

la rozzezza degli oratori. Al Patarol succeda il P. Marco Poleti

Somasco, che lʼOttavio di Minucio Felice diede tradotto, e dʼopportune

annotazioni lo corredò[437].

Ma savio ed util consiglio sopra molti da me in questo capo noverati

fu quello di trasportare nella nostra lingua i latini scrittori di

agricoltura, il che si eseguì a Venezia colle stampe del Pepoli[438].

Non dirò della Georgica di Virgilio tradotta dal P. Soave, di cui ho

già fatta parola. Il Bordoni tradusse tre libri della storia naturale

di Plinio, cioè il diciassettesimo coʼ due seguenti; e di ciò credo che

debba recarsi quel giudizio, che vuolsi dare delle orazioni di Cicerone

per lui volgarizzate. Gli altri traduttori parmi che sieno stati

solleciti di spiegar chiaramente il testo; ma non tutti hanno posta

bastevol cura dʼaggiugnere allʼeleganza di quelli antichi. Piace Catone

con quella sua semplicità; ma non mi piace ugualmente nella traduzione

del Compagnoni. E sʼincontrano talvolta in questa parole che non reputo

Italiane pure, ma Lombarde. Oltre a ciò egli non di rado distende

con molte parole i concetti dellʼoriginale; il che quanto convenga a

un traduttor di Catone, altri sel veda. Più felici a parer mio son le

versioni di Giangirolamo Pagani, che trasportò nella nostra lingua

Varrone e Columella, se si riguarda lʼeleganza, e la castigatezza della

lingua; poichè quanto allo spiegare il testo nè a lui fo rimprovero,

nè al Compagnoni. Le annotazioni poi (giacchè ne sono in copia fornite

queste opere) sono in ambedue ricche dʼerudizione; ma quelle del Pagani

vogliono ancora esser lodate per buona critica intorno alla emendazione

del testo.

Della illustrazione delle lingue antiche e moderne e principalmente dell'italiana procurata nel secolo XVIII. dagli Italiani - Parte II · 第 14 / 32 题