[290] _Clementis XI. homilia in SS. Apostolos Petrum et Paulum ex
Latino in Graecum versa a Blasio Caryophilo. Neapoli_ 1704.
[291] Zacc. Stor. Lett. dʼItal. T. 14. p. 275.
[292] _Estro poetico armonico di Girolamo Ascanio Giustiniani_ T. 1. p.
12.
[293] _Ann. Lett. dʼItal._ T. 1. P. II p. 221.
[294] Ύπὲρ τỏυς γεωργικοῦ βίου διάλογος. (_De Vita rustica dialogus_)
_Florentiae apud Caj. Cambiagi_ 1796. in 8. Διάλογος bπρὸς τοὺς νέους
παραινετικός. (_Dialogus hortatorius ad Juvenes_) Ibid. 1798. in 8.
_Della lingua
Etrusca._
~CAPO~ XI.
Dalla lingua Greca crede ormai la maggior parte degli eruditi, che
provengano lʼEtrusca, e la Latina. Nel parlar della prima terrò una
via diversa da quella, che ho calcata parlando delle altre lingue.
Per queste ho procurato, quanto era in me di raccogliere i nomi deʼ
principali scrittori Italiani, che le hanno illustrate, e le opere
loro ho esaminate secondo che la tenuità del mio ingegno me lo ha
permesso. Per lʼEtrusca posso esser più breve. La storia di questa
lingua si raccoglie abbastanza dal Giornale deʼ Letterati, che per
opera dʼApostolo Zeno, e poi del P. Pier Caterino suo fratello si
stampava in Venezia, dal Gori nella lunga prefazione premessa alla
difesa dellʼalfabeto Etrusco, e credo inutile il ripeter ciò che ivi
si legge minutamente descritto. Dopo la pubblicazione di questi libri
più altre opere di autori Italiani sono uscite in luce, e fra queste
sono principalmente degne dʼosservazione quelle del Passeri _Picturae
Etruscorum in vasculis etc. Romae_ 1767. 1775. T. 3. in fog. e _in
Thomae Dempsteri libros de Etruria Regali paralipomena. Lucae._ 1767.
in fog. Abbiamo nella prima _linguae Oscae specimen singulare, quod
superest Nolae in marmore musaei. Seminarii_, lʼalfabeto Etrusco
dellʼAb. Amaduzzi[295], una tavola Eugubina, cioè la seconda del
Dempstero illustrato dal Passeri, e tre brevi lessici di parole
Ebraiche, dalle quali si derivano altre simili voci Etrusche o Latine,
delle parole Etrusche, che si hanno negli scrittori o neʼ monumenti
antichi, e di quelle delle tavole Eugubine. LʼAmaduzzi con molte parole
dette solamente lʼalfabeto del Gori; e dovendo io parlare del secondo
stimo inutile il far quì parola di lui. Del sistema del Passeri dirò a
suo luogo. Altre opere ancora han veduta la luce dopo la _difesa_ del
Gori, che saranno da me ricordate, dove tornerà più in acconcio.
Furon parecchi, che neʼ passati secoli con diligenza raccolsero gli
antichi monumenti Etruschi, e si adoperarono di legger le parole,
che vi si vedono scolpite. Vane però furono per lungo tempo tante
fatiche ed era riserbata al secolo decimottavo la gloria di gittare i
primi fondamenti di questa parte dellʼantiquaria, e poi sollevarla a
così alto segno, che niuno da principio ardito avrebbe sperar tanto.
Il Francese Bourguet[296] fu il primo, che trovò il vero metodo per
conoscer lʼalfabeto di quella nazione; il che fece prendendo le tavole
di Gubbio pubblicate dal Dempstero, e confrontando le due prime scritte
in Latino colla quarta scritta in Etrusco; giacchè si era avvisto,
che molte voci e molti sensi si ripetevano in questa; i quali con
piccola variazione si contenevano in quella. Imperfetto è quel suo
alfabeto; ma merita molta lode, perchè con esso additò agli altri
la strada per farne uno migliore. Il Gori seguitò le sue tracce, e
condusse quellʼalfabeto più vicino alla perfezione[297]. Contro gli
si oppose il Marchese Maffei[298] uomo dʼacuto ingegno e dʼerudizion
grande, ma troppo amante di contradire agli altrui divisamenti. Dopo
questi Girolamo Zannetti propose un sistema nuovo asserendo, che le
lettere Etrusche erano Gotiche e Runiche, e che tutti i monumenti,
i quali noi chiamiamo Etruschi erano stati posti dai Goti invasori
dellʼItalia[299]. Se pure non fu quello (come pare) uno scherzo fatto
per deridere gli antiquarj, che con tenue profitto intorno ad essi si
affaticavano per intepetrarli.
Stabilito lʼAlfabeto volle il Bourguet spiegar le tavole Eugubine,
e si valse in ciò della lingua Greca ed anche delle Orientali, ma
specialmente della Caldea; e credette di ravvisare in esse preghiere
rituali a Giove, e ad altre Divinità per ottenerne il favore nelle
disgrazie e desolazioni delle campagne e degli armenti; onde le chiamò
_Litanie Pelasgiche_[300]. LʼOlivieri rimase da prima abbagliato da
quellʼerudizione etimologica, e seguì le sue pedate, spiegando il
Bronzo Lespiriano[301]. Il Gori però giudicò non doversi ricorrere
alle lingue Orientali, ma principalmente alla Greca, e talvolta ancora
alla Latina antica, e quindi con nuove etimologie prese a spiegare
una tavola Eugubina, che è la seconda del Dempstero[302], nella quale
trovò egli pure preci e lamenti non molto dissimili da quelli del
Bourguet. Allʼopposto il Lami voleva, che si spiegasse lʼEtrusco col
latino principalmente; nè si ricorresse al Greco se non se rade volte;
e con questo metodo spiegando una tavola, che è la seconda presso
il Dempstero vi trovò la fuga deʼ cittadini di Gubbio dalla città
loro presa dai nemici, messa a sacco, e devastata[303], i lamenti deʼ
fuggitivi, e le loro preghiere a Giove vendicatore. Il Passeri imitò
il Lami servendosi molto della lingua latina; ma nella spiegazione
delle tavole fu più cauto degli altri, perchè non sʼimpegnò a una
traduzion letterale[304]. Un sistema affatto diverso da questi tennero
il Mattei, che ricorse alla lingua Ebraica[305], e il Mazzocchi, che
i nomi delle città Etrusche derivò unicamente da questa, e da altre
lingue Orientali[306]. Il P. Bardetti seguì molto da vicino le vestigie
del Lami, e solamente nuove etimologie vʼaggiunse derivate dalle lingue
Settentrionali[307]. Tutti poi questi scrittori errarono, perchè nel
derivare le etimologie bastò loro una somiglianza, qualunque essa
fosse, delle parole Etrusche colle Greche Latine e simili. Anzi a
taluni bastò ancora la somiglianza di due o tre sole lettere. Oltre a
ciò spesso neʼ loro libri si trova incertezza di metodi, incostanza
nelle decisioni, e nulla in somma, che debba appagare i desiderj degli
eruditi.
AllʼAb. Luigi Lanzi era riserbato di terminare le dispute in questa
parte dellʼantiquaria[308]. Egli si procacciò copie esatte delle
principali iscrizioni; stabilì il vero alfabeto; col soccorso
dellʼantica lingua latina e deʼ più antichi dialetti della Greca,
e con diligenti osservazioni su certi nomi determinò lʼortografia;
raccolse le più antiche voci Greche e latine daʼ lessicografi dagli
scoliasti e dagli antichi grammatici; trasse profitto dalle figure
protesi, aferesi, ed altre simili frequenti presso il volgo, e dal
volgo passate agli scrittori, e principalmente ai poeti; lo trasse
dallʼetimologia giudiziosamente adoperata, e dallʼanalogia. Questi
unitamente alla storia deʼ primi abitatori dellʼItalia sono i
fondamenti della sua grandʼopera, deʼ quali egli fa uso colla maggiore
avvedutezza. Fra il sistema del Gori, che quasi tutto riduceva alla
lingua Greca, e quello del Lami, che riduceva quasi tutto alla Latina,
egli tiene una via media, la quale sembra più sicura. In questa guisa
potè indagare gli articoli, i nomi, i pronomi, i nomi numerali, i
verbi, le proposizioni, gli avverbj, le congiunzioni, e la sintassi
di questa lingua perduta. Spiega da prima le iscrizioni più brevi,
poi le maggiori, e finalmente le celebri tavole Eugubine. Giunto il
lettore al termine dellʼopera se addietro si volge, e porta lo sguardo
sul lungo cammino già fatto in mezzo a tanti scogli, a tanta oscurità,
appena crede dʼesser pervenuto a quel segno, a cui da principio
creduto avrebbe impossibile di pervenire. Gli eruditi principalmente
hanno adottato il sistema del Lanzi, e se vʼha alcuno, che ricusi
dʼarrendersi, e speri di poter derivare dalle lingue Orientali
lʼetimologia di qualche parola, non può però, e credo che non potrà
mai formare per questa via un altro sistema così saldamente fondato e
connesso in tutte le sue parti.