[88] _I. D. a Lennep Etymologicum linguae Graecae. Trajecti ad Rhenum_
1790. T. 2. _in_ 8. _L. C. Valchenaerii observationes academicae,
quibus via munitur ad origines Graecas investigandas lexicorumque
defectus resarciendos, et Io. Dan. a Lenep praelectiones academicae da
analogia linguae Graecae ec. recensuit, suasque animadversiones adjecit
Ev. Scheidius. ib. eod. Anno._
[89] _Animadv. ad Velleri Gramm._ Si aggiunga lʼHermanno _de emend.
rat. Gr. Gramm._
[90] Valckenaer luog. cit. Obs. VIII.
[91] Id. Obs. V. VI. Il Lennep però vuole, che i verbi di cinque
lettere sieno tutti derivati.
[92] Nella sua edizione dellʼIliad. T. 7.
[93] T. 1. p. 16. edit Lips. 1691.
[94] Pyth. 2. 53: 3. 42. inopportunamente corretto dallʼHeyne.
[95] _Gramm. Arab._ p. 447.
[96] Animadv. in Lenn. p. 285.
[97] Scheid. ivi p. 501.
[98] Dion. Halicar. lib. 1. cap. 90. Quintil. Instit. Orat. lib. 1.
cap. 6.
[99] Il P. Ogerio scrisse ancora una dissertazione intorno ai motivi,
per cui la lingua latina si corruppe più presto della Greca, e la
stampò nel giornale di Berna; ma siccome non lʼho veduta nulla ne posso
dire.
[100] _Epitome Graecae Palaeographiae et de recta Graeci sermonis
pronunciatione Dissertatio. Romae Typis Io. Mariae Salvioni_ 1735. _in_
4.
[101] _Mitisbi Sarpedonii_ (Il P. Federigo Reiffemberg della Compagnia
di Gesù) _de vera Atticorum pronunciatione dissertatio, qua ostenditur
quam longe hodierna Graecorum pronunciatio a veteri discesserit. Romae
ex Typog. Hieronymi Mainardi_ 1750. _in_ 4.
[102] _Commentarium Graecae pronunciationis. Romae_, 1751. _in_ 4.
[103] _Thomae Stanislai Velasti Soc. Iesu Dissertatio de litterarum
Graecarum pronunciatione. Romae_ 1751. _in_ 4.
[104] Nella pref. alla sua traduzione dei _sette in Tebe tragedia
dʼEschilo. Vinegia_ 1794. _in_ 8.
[105] Ho detto _per molti anni_, perchè recentemente lʼha superato il
Sig. Anastasio Giorgiade, che nel 1812 stampò a Parigi una dotta ed
erudita apologia della pronunzia deʼ Greci moderni.
[106] Presso il Villoison Anecd. gr. p. 109. Si veda anche lo stesso
Villoison. _Prol. in Hom._ p. XII.
[107] V. ivi.
[108] _Arist. Rhet. lib._ 3. _cap._ 8. _Dionys. Halic. operum_. T. 2.
p. 29. 30. e altrove. _Long. de Subl. Cap._ 39.
[109] _Napoli_ 1758. in 8.
[110] _Fabbroni Vit._ T. 15. p. 269.
[111] _Siciliae et objacentium insularum veterum inscriptionum nova
collectio prolegomenis et notis illustrata. Panormi, Bentivegna_ 1769.
_in fol_.
[112] T. 7. p. 62.
[113] Palermo 1757. in 8. e poi di nuovo il 1759.
[114] _Indirizzo per sapere in meno dʼun mese la grammatica Greca
distribuita in quattro lezioni. Napoli_ 1752. _in_ 8.
[115] Lettera al P. D. Giusto V. contenente un metodo dʼimparare la
lingua Greca in cento lezioni. Fabbroni Vit. T. 11. p. 376.
[116] _Compendiaria Graecae Grammatices institutio in usum Seminarii
Patavini. Patavii typis Sem. apud Ioan. Manfrè_ 1705. in 8. E poi molte
volte.
[117] _Florentiae_ 1759. in 8.
[118] _Gramatica et præcipui idiotismi linguæ Graecæ_ (Sebastiani
Zappalà) _Catinæ, typis Seminarii_ 1773. in 12. La seconda parte
destinata ai più provetti è intitolata, _synopsis linguæ Graecæ_.
[119] _Alex. Gabr. de Woiutyn Hulevvicz Nobilis Poloni Institutiones
linguæ Graecae regulis quadraginta ortographiam etymologiam et Syntaxin
simul plane et plene sistentibus comprehensae. Lugd. Bat. apud Io.
Luzac._ 1746. _in_ 4.
[120] Ernesti _Pref. ad Lex. Graec._
[121] _Recueil de pieces lues dans les seances publiques de lʼAccademie
établie à Rouen._ 1748. in 8. citato da M. Chardon della Rochette _Mél.
decrit. et de Phil._ T. 3. p. 10.
[122] _La Neoellenopedia, o sia il nuovo metodo per erudire la Gioventù
nel Greco linguaggio. Napoli nella Stamperia Porfiliana_ 1779. T 2. in
8. Dee esservi un terzo volume contenente la prosodia che non ho veduto.
[123] _Ioannis Mariae Becucci ars metrica, seu de Græcorum prosodia
tractatus. Colle_ 1782. in 4.
[124] _Patavii_ 1752. in f.
[125] _Graecum Lexicon manuale primum institutum e Beniamine Hederico,
tum castigatum a Samuele Patricio, demum locupletatum a Io. Augusto
Ernesto. Editio prima Patavina auctior et emendatior. Patavii typis
Seminarii_ 1774. T 2. in 4. Abbiamo ancora il Dizionario copioso di
vocaboli Toscani, Latini, o Greco-Latini di Taddeo Cortigiani. Ferrara
1712. T. 2. in 4. Io non lʼho veduto, nè so se appartenga alla lingua
Greca antica o alla moderna.
[126] _Il Giardino delle radici Greche disposte in versetti con un
trattato delle preposizioni ed altre particelle indeclinabili, ed una
raccolta alfabetica delle voci italiane tirate dalla Lingua Greca per
allusione, o per etimologia. Napoli_ 1782. in 12.
[127] _De Graecorum Siglis lapidariis Veronae._ 1746. in 8.
[128] _Notae Graecorum, sive vocum et numerorum compendia que in æreis
atque marmoreis Græcorum tabulis observantur. Florentiæ_ 1749. in f.
[129] _Gregorii Placentini Abbatis ec. de Siglis veterum Græcorum opus
posthumum, et de Tusculano Ciceronis ec. Romae._ 1758. in 4.
[130] _Dizionario dʼantichità comune ai Greci ed aʼ Romani giusta il
metodo di Samuele Pitisco. Venezia_ 1795. e seg. in 8.
_Editori._
~CAPO~ VIII.
Più vasto campo ci presentano le opere degli antichi pubblicate dai
nostri. Non parlerò di quelle edizioni, che essendo fatte unicamente
per mercantile speculazone, e con somma trascuratezza, recan danno
alla lingua piuttosto che vantaggio peʼ molti errori da cui sogliono
esser bruttate. Nè pure farò parola di certe magnifiche edizioni, che
il chiarissimo Signor Bodoni ha fatto uscir deʼ suoi torchj, se non
quando siano corredate dʼutili illustrazioni. Esse servono al lusso
degli uomini ricchi, non al comodo degli uomini studiosi. Omero è il
più antico scrittor profano, e ragion vuole, che si cominci da lui.
DellʼOmero del Sig. Cesarotti dirò fra i traduttori. LʼIliade stampata
a Parma è commendabile per la magnificenza dellʼimpressione, e per la
scelta del testo. La prima lode si deve al Sig. Bodoni, e la seconda al
dottissimo Sig. Cavaliere Luigi Lamberti, che alcune delle lezioni ivi
adottate ha poi illustrate con molta erudizione e sottil critica.[131]
Ma della illustrazione impressa nel secolo presente non debbo quì tener
discorso. Più vasto campo prese a percorrere il P. Alessandro Politi
delle Scuole Pie, che tutto Omero, ed i comenti dʼEustazio cominciò
a pubblicare colla traduzion Latina, e parecchie annotazioni sue in
gran parte e in parte dʼAnton Maria Salvini; ma la morte interruppe il
suo disegno, mentre si stampava il quarto volume[132]. Le annotazioni
sono erudite e giudiziose, la traduzione è esatta, il testo è emendato
dallʼeditore, che era dotto Grecista. Taluno forse potrebbe reputare
inutile la traduzione, e di questʼavviso era il Sig. Heyne. E in
unʼopera così voluminosa il togliere una cosa inutile è un vantaggio
grande. Benemerito dʼOmero fu altresì il Buongiovanni pubblicando uno
Scoliaste inedito pregevolissimo[133]. Se non che egli non ne dette,
che una parte, ed era riservato al Signor Villoison il darlo tutto
con altri Scolj antichissimi[134]. Ma giacchè ho nominato lʼedizion
procurata da questo Francese Grecista dottissimo concedendo a lui la
gloria dʼaver dati in luce quegli Scoliasti collʼIliade dʼOmero, coi
segni critici usati dagli antichi, e con prolegomeni ricchi di molta
erudizione, non debbo tacere, che una parte di questa gloria si ha
da attribuire ancora ai Signori fratelli Coleti dotti nella Greca
Lingua, come in ogni maniera dʼerudizione, i quali nella lontananza
dellʼeditore eseguirono quella difficile impressione. E per non
dissimile ragione ad essi pure si debbe parte di quella gloria, che
egli si meritò divulgando i celebri suoi Greci Aneddoti, dove dei
Signori Coleti fece giusta, ed onorata menzione[135]. Anzi pareva quasi
destinato, che le opere maggiori di quel sommo uomo si mandassero in
luce daglʼItaliani; perchè anche il suo Apollonio si deve allʼItaliano
Signor Molini dimorante in Parigi[136], il quale se non poteva colla
dottrina giovare allʼedizione, come i Coleti fecero nelle accennate due
opere, le giovò almeno col tollerarne la spesa.
Da Omero non deve andar disgiunto Esiodo, del quale si possono
quì ricordare due edizioni, quella cioè di Padova collʼItaliana
versione del Salvini[137]; e quella di Parma del celebre Signor
Bodoni colla traduzione Latina del Gesuita Zamagna[138]. Ambedue
sono più commendabili per le traduzioni, che le accompagnano, che
per le illustrazioni aggiunte allʼoriginale. E queste illustrazioni
lʼintelligenza riguardano del testo, non lʼemendazione, nè pure in quei
luoghi, neʼ quali lo richiederebbe forse lʼedizion del Clerc, che quì
si segue sempre fedelmente. Ad Esiodo succeda Teognide, le sentenze del
quale furono dal Canonico Bandini pubblicate col poemetto ammonitorio,
ed i versi aurei attribuiti a Pitagora[139]. E giacchè il mio discorso
è caduto sopra questo editore stimo non inopportuno lʼaggiunger quì
ancora gli altri poeti, che egli fece stampare, perchè di tutti dovrò
dare lo stesso giudizio. Questi sono Callimaco, Arato, Nicandro,
Trifiodoro, Coluto, e Museo[140], ai quali tutti, come pure a Teognide,
e agli altri già nominati, unì le traduzioni in versi Italiani dʼAnton
Maria Salvini. Util cosa fece il Bandini, dando questi volgarizzamenti,
che erano inediti, ed oltre a ciò alcune varianti a Callimaco, a
Trifiodoro, e a Nicandro prese dai Codici Fiorentini, e lʼinedita
metafrasi di questo poeta fatta da Eutecnio Sofista, che egli in parte
ricavò da un codice Laurenziano, e in parte da uno Viennese. Nulla però
vʼaggiunse di proprio, fuorchè alcune annotazioni a Callimaco molto
diffuse, ma poco utili a spiegare il testo, e nulla ad illustrare la
lingua. Le note aggiunte a Museo, e a Coluto sono o copiate fedelmente,
o abbreviate da quelle, con che il Rover, e il Lennep accompagnarono
i versi di questi due poeti, e la metafrasi dʼEutecnio fu da lui
pubblicata con tutti gli errori deʼ codici, benchè manifesti.
Nella traduzione dellʼHarvood fatta in Venezia si attribuisce al
Bandini unʼedizione Fiorentina dʼAnacreonte del 1742.; ma ciò è
errore e lo ha già osservato il Signor Chardon de la Rochette nelle
sue _Melanges de Critique, et de Philologie_ T. 1. p. 190.[141] Tre
sono le edizioni dʼAnacreonte, delle quali debbo quì far parola,
tralasciandone più altre, che nulla hanno di osservabile per la
illustrazione della lingua, o che sono osservabili solamente peʼ
volgarizzamenti di cui dirò altrove. Eʼ la prima quella dellʼAb.
Spalletti, nella quale egli ci ha dato il testo dʼun codice del
secol decimo della Libreria Vaticana. Il Barnes ne aveva ottenute le
principali varianti delle quali fece uso, non però sempre fedelmente.
LʼAb. Spalletti volendo pubblicare il testo di questo codice ne ha
fatta incidere una copia, che dicesi non esatta, ed ha poi stampate
le poesie dʼAnacreonte con caratteri fusi espressamente a imitazione
del manoscritto, e vi ha contrapposto il testo del Barnes, che era
allora più comunemente adottato. Quindi si vede quanta superfluità
sia in questa edizione, che a minor prezzo poteva offerire quel
testo. In fatti M. Levesque dotto Grecista Francese ha poi stampate
le varianti di quel codice[142], il che rende inutile la fatica del
Romano editore. Pregevolissima poi è la magnifica edizione, che il
Sig. Bodoni dette di questo poeta nel 1785.[143] in lettere majuscole.
Non considero la bellezza deʼ caratteri, e della carta, e tuttociò che
allʼarte tipografica appartiene, nelle quali cose tutti sanno quanto
quellʼinsigne tipografo fosse grande. Questi sono esteriori ornamenti;
ed io debbo esaminar solamente i pregi intrinseci dellʼedizione.
Erudito è il comentario posto in principio, in cui dottamente si parla
del poeta, delle edizioni deʼ suoi versi, e delle traduzioni Italiane,
e Francesi. Con molto avvedimento si è scelta per testo la prima
edizione, cioè quella del 1554. in cui Enrico Stefano dette esattamente
la lezion deʼ suoi codici, e le poesie di Anacreonte non erano anche
state alterate dalle congetture degli editor posteriori. Io lodo queʼ
dotti critici, che le fatiche loro consacrano alla emendazione degli
antichi scrittori; ma più lodo quelli, che contenti di esporre le loro
correzioni neʼ comenti si astengono dallʼinserirle nel testo. Così fece
allora lo Stefano, e così pure ha fatto il dottissimo Sig. Ab. Valperga
Caluso, che è lʼautore delle varianti poste in fine di questa edizione.
Queste egli ha scelte da tutti gli editori, ed alcune sue ne ha
aggiunte molto lodevoli, talchè ha dato quì in poche pagine il meglio,
che dar si potesse in questo genere[144]. Dobbiamo al Ch. Signor de
Rogati la terza edizione nella quale egli ha accompagnato il testo
colla sua traduzione poetica, e con annotazioni[145]. Della traduzione
parlerò in altro luogo. Le annotazioni mentre servono a dar ragione
del suo volgarizzamento, o ad esaminare gli altrui, giovano ancora a
spiegare il testo. Ma niente vʼha intorno allʼemendazione del testo,
niente per isceverare le odi genuine, da quelle che certamente non sono
dʼAnacreonte.
Un solo editore di Pindaro ci offre lʼItalia in questo secolo, cioè
lʼAbate Gautier[146]. Della sua traduzione parlerò altrove, ed ora
considero solamente lʼedizione del testo, e le annotazioni, di che egli
lʼaccompagnò. Ma di ciò ancora non posso dire che poco; perchè quanto
al testo seguì fedelmente lʼimpressione dʼOxford, e nelle annotazioni
nulla è di nuovo: niun confronto, non dirò coi codici, ma nè pure colle
edizioni precedenti, niuna spiegazione relativa alla illustrazion
della lingua. Più benemerito del Principe dei Poeti Lirici fu il P.
Luigi Mingarelli Canonico del Salvatore, che per le sue congetture su
questo poeta meritò dʼessere annoverato dal dottissimo Heyne _inter
praestantissimos rei metricae magistros_[147]. Nè quì si arrestò
il Grecista Bolognese, ma più altre illustrazioni mandò allʼHeyne
principalmente intorno ai metri, delle quali questi fece uso nella
edizione del 1798. essendo a lui liberale di molta lode[148].
Poco si è fatto per Eschilo, ed ancor meno per Sofocle. Il Pasqualoni,
che ho già citato, volgarizzando due Tragedie, cioè i _Sette a
Tebe_, ed il _Prometeo_ del primo ne ha pubblicato il testo colle
sue annotazioni[149]. In queste egli spiega lʼoriginale attenendosi
frequentemente allo Schutz senza esser però al tutto ligio delle sue
opinioni, dalle quali talvolta si allontana per seguire lo Stanley, il
Pauvv, e lʼHeathe. Ma niuna correzione vʼha tratta dai codici o dal
suo ingegno. Il Prometeo fu pubblicato ancora da Monsignor Giacomelli,
come pure lʼElettra di Sofocle[150] che arricchì di sua traduzione
e di note. Questo dotto Prelato, che dovrò mentovar più volte, era
assai valoroso Grecista, e ben lo dimostra nel comentare queste due
tragedie ora spiegando i passi più oscuri, ora scegliendo le migliori
fra le diverse varianti proposte da altri, ora proponendo egli stesso
nuove lezioni. Assai più sʼè fatto per Euripide, cui toccò in sorte
un editore, che tutte le opere ne pubblicò e tradusse. Questi fu il P.
Carmeli[151]. Il Reiske negli atti di Lipsia del 1748. dando ragguaglio
del primo volume di questʼedizione, il quale solo era pervenuto alle
sue mani fece alcune critiche osservazioni sullʼEcuba dʼEuripide,
sulla traduzione del P. Carmeli, e sulle sue note. Questi però non
tacque, e rispose ai rimproveri del Grecista Tedesco[152]. Lasciando
stare la difesa del Greco Tragico, e considerando solamente quella del
volgarizzamento, e delle note dirò, che il Reiske o ingiustamente, o
troppo severamente condanna il traduttore dʼinesattezza. Una sola delle
sue critiche può dirsi giusta, ed è dove al v. 183. il Carmeli traduce
_Perchè con voce di pietà mi chiami_? le parole τί με δυσφημεἶς, perchè
δυσφημὦ non ha questo significato. Egli lo trova nello Scoliaste, e
ve lo trovò pure Enrico Stefano nel Tesoro della Lingua Greca. Ma se
ben si considera lo Scoliaste dice: διατί δυσφημεἶς καὶ ἐλεεινογεἶς
ἐμέ; dove ἐλεεινογεἶς non è posto, come spiegazione di ἐλεεινογεἶς
nel qual caso in vece di καὶ avrebbe detto τουτέςι o in altra simil
maniera, ma come spiegazione, del modo, con che Ecuba veniva a dar
cattivo augurio a Polissena. Ciò non ostante però la critica di questo
luogo è troppo severa a parer mio, perchè in una poetica versione non
si dee pretendere, che il senso dʼogni parola sia trasportato dallʼuna
allʼaltra lingua rigorosamente, bastando solo che i concetti, e i
sentimenti sieno conservati. Riguardo poi alle note, il critico biasima
il Carmeli se corregge il testo condannando le sue emendazioni, come
non necessarie, e inopportune: lo biasima se non lo corregge, indicando
egli stesso parecchie emendazioni, che a suo giudizio si doveano fare.
Io confesserò, che talvolta il Reiske ha ragione; ma dubito forte,
che ciò succeda non molte volte, e tengo per fermo, che alcune delle
correzioni Reiskiane non saranno approvate da altri. Era il Reiske
dotto Grecista, ma nelle sue illustrazioni degli antichi scrittori
soverchiamente si lasciava trasportare dal desiderio dʼalterare il
testo. Questo difetto è stato a lui apposto da uomini dottissimi: fraʼ
quali mi piace dʼallegarne tre, che tutti riconosceranno come ottimi
giudici. _Perversam_, dice lo Jacobs,[153] _Reiskii omnia mutandi
libidinem tot exemplis cognitam_: e il Brunck[154], che pure non era
troppo parco nellʼemendare lo condanna, come poco attento alle leggi
della prosodia. _Reiskius quì minus etiam quam Strepsiades metra
curabat etc._ Il terzo sarà lo stesso Reiske, il quale parlando delle
sue emendazioni a Demostene dice: _retractans nunc longo tempore post
illa mea ausa demosthenica, incipio nonnunquam vereri ne festinatio
me passim locorum praecipitem egerit_[155]. Difendendo però in
qualche modo il Carmeli da alcune fra le accuse di quel dotto critico
non intendo di difenderlo da quelle, che altri potrebbe fargli. Lo
condannò lʼHeyne dicendo le sue annotazioni _nec multum continere
novi, nec prodere insignem scientiam linguae, artis criticae, reique
metricae_[156], ed alla sentenza di tanto giudice niuno sarà che voglia
contradire.
Lʼordine dei tempi, e la menzione da me fatta del P. Carmeli mi
costringe a trattenermi ancor per poco sul teatro Ateniese per parlare
dʼAristofane. Lʼavvocato Invernizzi Romano si adoperò con molta lode
ad emendare ed illustrare le sue commedie[157]. A me rincresce, che
avendo un giorno letta ed esaminata la sua edizione, ora non lʼabbia
al presente uopo, nè possa farne quellʼaccurato elogio che merita il
suo dotto lavoro. Parlerò perciò solamente del poco che altri ha fatto
intorno a questo poeta. Il P. Carmeli testè mentovato ne pubblicò una
Commedia, cioè il _Pluto_[158], e due ne dette il Nerucci di Siena,
cioè lo stesso _Pluto_, e le _Nuvole_[159]. Ambedue accompagnarono il
testo di traduzione poetica Italiana, e di note dirette a spiegare, ed
illustrare lʼoriginale, non a correggerlo, o mutarlo. Nè da Aristofane
separerò il suo Scoliaste, e i due comici Filemone e Menandro.
I frammenti di questi illustrò il Salvini con alcune sue brevi
annotazioni, che poi il Clerc senza sua saputa o licenza pubblicò nel
libro intitolato: _Philargyrii emendationes in Menandri, et Philemonis
reliquias etc. Amstelodami_ 1711. in 8. Lo Scoliaste poi dʼAristofane
fu tradotto in latino, e con molte ed erudite annotazioni spiegato da
Francesco Galluppi di Tropea in Calabria. Egli fece ancora un comento
a Teocrito, in cui prese a censurare specialmente quel dellʼHeinsio,
ed uno sopra Stefano Bizantino, che mandò al Dorville perchè fosse
inserito nelle sue _Observationes Miscellaneae_[160].
Maggiore impresa, e più ardimentosa assunse Gio. Vincenzo Lucchesini,
che poi fu Prelato nella Corte di Roma, e pel suo valore nella lingua
latina meritò dʼesser Segretario di più Pontefici. Egli tradusse
in Latino, ed illustrò pressochè tutte le orazioni politiche di
Demostene[161]; il che io chiamo impresa ardimentosa, perchè nel
tempo medesimo prese ad esaminare, e condannare in più luoghi la
traduzione del Volfio sommo Grecista. Il Dorville lo biasimò;[162] e
il Reiske, se si considera il modo, con cui ne parla nella prefazione
al suo Demostene[163], e il non citarlo mai nelle sue annotazioni,
mostra abbastanza, che non dissentiva dal Dorville. Tre cose debbono
osservarsi nellʼopera del Lucchesini: la fedeltà ed eleganza della
traduzione, le note critiche sulla traduzione del Volfio, e le note
storiche. La fedeltà della traduzione si potrà revocare in dubbio in
quei luoghi, in cui discorda dal Volfio, e di questi parlerò dopo. Nel
rimanente essa è fedele, quanto si dee richiedere da chi traduce, come
oratore, non come interpetre. Riguardo allʼeleganza, tutti coloro ve la
troveranno grandissima, i quali hanno qualche familiarità con Cicerone,
e cogli altri aurei scrittori di quellʼetà. Le annotazioni storiche
sono erudite, sono profonde, si discutono in esse molte belle ed
opportunissime quistioni, si illustrano molti luoghi dʼaltri scrittori,
e meritano lode ancorchè non in tutto abbia colto nel segno. Anzi è a
parer mio una mancanza grande nel Demostene e negli Oratori attici del
Reiske dʼavere eccessivamente trascurata questa parte dʼillustrazione,
che è necessaria a ben intendere le opere degli antichi. Per ciò che
spetta alle note critiche confesserò, che egli combattendo contro
al Volfio combatteva con armi disuguali. In primo luogo però mi si
concederà non esser la traduzione del Volfio quel Sacrario, sul quale
non sia lecito di porre le mani. Lo stesso Reiske parlando della sua
edizione dice: _porro si recundenda interpretatio Volfiana fuisset, non
sola mera, intemerata debuisset repraesentari, sed etiam annotationes
criticae ei substerni, quibus lapsus ejus benigne indicarentur, et
blande castigarentur_[164]. No: lʼapplauso, che a gran ragione meritano
le opere del Volfio, non impedisce che vi si trovi qualche difetto,
e trovatolo si accenni altrui. Vero è che talvolta il Lucchesini lo
condanna a torto, tal altra volta le sue osservazioni si aggirano sopra
cose minute troppo, e che non meritavano dʼesser censurate. Ma è poi
vero altresì che parecchie altre volte le sue critiche sono giuste, e
mostrano in lui ingegno acuto e dottrina; e che ciò sia vero non mi
si potrà negare dal Reiske almeno allora, quando egli stesso senza
citare il Lucchesini ha adottate le stesse spiegazioni e le correzioni
del testo, che il Grecista Lucchese aveva proposte cinquantotto anni
prima di lui[165]. Colle quali mie estreme parole non voglio già
accusare il Reiske di plagio. So che non abbisognava di togliere le
emendazioni altrui di nascosto egli che è accusato dʼessere soverchio
nellʼemendare arbitrariamente. Voglio però dir solamente, che se avesse
avuto agio di consultar la dotta fatica del Grecista Italiano, se nel
gusto della lingua Latina fosse stato così profondo, come era nella
Greca Filologia, se avesse stimato più (come doveva) le illustrazioni
storiche, che erano pure stimate molto dai Salmasj, dai Pitischi, dai
Burmanni, e da tanti altri comentatori delle età trapassate, più assai,
che non faceva, avrebbe stimata lʼopera del Lucchesini. Degli altri
Oratori dʼAtene nullʼaltro debbo indicare tranne i _Monita Isocratea_
stampati in Padova dal Facciolati il 1747. e questi stessi per la loro
piccolezza non richiedono più lungo discorso.
Coetaneo di Demostene fu Teofrasto, il quale neʼ suoi caratteri
mostrò quanto ben conoscesse il cuor umano. Il Senatore del Riccio
li pubblicò, li comentò, li tradusse[166]; ma la sua opera non ha
ottenuto molto plauso. Quelle sue lunghissime note non contengono
cose di gran pregio, nè assai felice è la traduzione. LʼAb. Prospero
Petroni scrittore della Vaticana ne aveva preparata una edizione.
Era noto, che un codice di quella Libreria dava il titolo di due
nuovi capitoli, cioè del ventinovesimo, e del trentesimo, i quali
mancavano, e si credevan perduti. Il Petroni gli scoperse nel 1740. in
un altro codice della medesima Libreria, li copiò, e divisò di dare
un edizione di tutta lʼopera illustrando il testo, e traducendolo in
Latino novellamente. Le notizie letterarie, che si stampavano in Roma
dal Pagliarini lʼannunziarono nel 1742. dicendo, che i caratteri di
Teofrasto sarebbono accresciuti di più del terzo. In fatti si cominciò
lʼedizione, e lʼAb. Amaduzzi ne aveva i primi tre fogli, che giungevano
quasi alla fine del capitolo tredicesimo; ma rimase interrotta, nè se
ne sa il motivo. Dopo la morte del Petroni si perdè il suo manoscritto,
col quale egli doveva aver preparata tutta lʼopera, ed ingiustamente il
Siebenkees ed il Goes hanno accusato lʼAmaduzzi di plagio asserendo,
che egli sʼimpadronì delle carte del Petroni, e che da queste fece
lʼedizione, di cui parlerò fra poco. LʼAmaduzzi aveva solamente i tre
fogli indicati della sua edizione, ed avendo da lui sentito, che in
quel codice ai trovavano i due capitoli inediti, li copiò ed eccitò
M. Chardon de la Rochette a stamparli. Questi però occupato tutto
dellʼAntologia non accettò lʼinvito, ed anzi animò lo stesso Amaduzzi a
farlo, siccome eseguì con magnifica edizione Bodoniana il 1797. in 4.
Gli si rimprovera non senza ragione di non avere alcuna volta spiegato
bene lʼoriginale, ed io gli rimprovererò ancora lʼeccessiva e non
utile prolissità della prefazione, e delle note, per cui di due brevi
capitoli ha fatto un libro di 148. pagine.
Al P. Giuseppe Pagnini dobbiamo unʼegregia edizion di Teocrito, ed una
di Callimaco[167]. Parlerò solamente della prima, non avendo veduta mai
la seconda. Si ha quì il testo di Teocrito Mosco e Bione accuratamente
stampato colla versione Latina, e poetica in Italiano. Vi ha aggiunte
in fine lʼEgloghe di Virgilio colla traduzion Greca di Daniello
Alsvort stampata già in Roma il 1594. e lʼItaliana dellʼeditore, ed
alcune sue poesie. Egli vi unisce alcune annotazioni, nelle quali ora
spiega i luoghi più oscuri, ed ora esamina le emendazioni proposte
dai Comentator precedenti, o alcune nuove ne propone tratte dai codici
Vaticani da Lui con molta diligenza collazionati.
Gio. Battista Zanobetti pubblicò come inedito lʼIdillio di Meleagro
sopra la primavera[168], che avevamo più esattamente nelle precedenti
edizioni dellʼAntologia. Pure fece cosa utile assai, perchè lo illustrò
lodevolmente con erudite annotazioni e parecchi Greci Epigrammi. LʼAb.
Spalletti, del quale ho già parlato, forse aveva in animo di dare
una edizione dellʼAntologia di Costantino Cefala, giacchè tutta la
trascrisse da un celebre codice Vaticano, ed il suo apografo dopo la
morte sua passò ad arricchire la Libreria del Duca di Saxe Gotha[169].
Ora quali altri tesori è da credersi, che egli abbia copiati da quella
gran Libreria, e qual uso ne avrebbe egli fatto, se in tempi più felici
gli fosse avvenuto di vivere, o più efficaci favoreggiatori deʼ suoi
studj avesse incontrati!
Un altro autore più difficile per la materia, che tratta, e più
bisognoso di nuova edizione era Archimede, e richiedeva un editore,
che fosse nel tempo stesso buon mattematico, e grecista. Tale appunto
era il Torelli, che accintosi allʼimpresa vi riuscì con somma
felicità[170]. Il Bjoernstahel, che neʼ suoi viaggi aveva veduta
lʼopera prima che uscisse alla luce, molto la commendò[171], e tutti
gli uomini dotti hanno poi confermato il suo giudizio. I codici
non gli hanno recato nessun ajuto, e il dotto editore ha dovuto
correggere il testo guidato solamente dal proprio ingegno, il che
ha fatto egregiamente, e quindi vʼaggiunse la traduzion latina. Un
altro mattematico fu illustrato da Antonio Matani cioè Eliodoro, ma
piccolo è il libro, e il nuovo editore non vʼadoperò molta fatica non
abbisognando il testo dʼemendazione[172].
Molto fece altresì per lʼArgonautica dʼApollonio il Cardinal
Flangini[173], il testo della quale arricchì di poetica traduzione, di
doppio genere di note e di copiose varianti. Delle note alcune servono
ad illustrare il testo, o a correggerne la lezione, o a dar ragione
della traduzione. Ma in ciò che si spetta alla correzione del testo
egli non fa quasi altro, che dar giudizio delle emendazioni del Brunck,
le quali spesso egli suole adottare. Ora sarebbe stato a desiderarsi,
che avendo collazionati alcuni codici Romani, e recatene le varianti
avesse poi fatto qualche uso delle migliori fra queste in quelle sue
annotazioni. Lʼaltro genere di note appartiene alla spiegazione delle
favole mitologiche, nella quale egli si diffonde con molta erudizione,
e merita somma lode.
Molto dopo questi scrittori dovrei porre lʼopuscolo sul sublime, che
porta il nome di Longino, e comunemente a quel Longino si attribuisce,
il quale viveva presso Zenobia Regina di Palmira nel terzo secolo
dellʼera volgare. Ma recentemente il dottissimo Sig. Amati scrittore
della Vaticana non senza probabilità ha sostenuto, che lʼautor sia
Dionisio dʼAlicarnasso, di che si veda lʼedizion fatta in Lipsia il
1809. di quellʼopera. Credo perciò di poter collocare fin dʼora a
questʼepoca lʼedizione di quellʼopera, che il Gori dette in Verona
con traduzione Italiana, e Latina arricchita di non dispregevoli
annotazioni[174].
Più special menzione domanda ciò che si è fatto intorno a Dione Cassio.
Notissimo è quanto poco sia fino allʼetà nostra pervenuto della sua
storia, e quanto dannosa sia la perdita del rimanente. Nicolao Carminio
Falcone con un Codice antichissimo della Vaticana pretese di darne gli
ultimi tre libri, e gli stampò a Roma nel 1724. Ma tutto ciò, che egli
pubblicò, o era già stampato assai prima, o non sono che tenui avanzi
di poca o niuna utilità. Il Reimaro in una lettera diretta al Cardinal
Quirini, e stampata in Amburgo il 1746. lo censurò per non avere assai
esattamente collazionato quel codice, confrontandolo collʼepitome di
Xifilino, e per non avere bene inteso lʼautore in alcuni passi: vuolsi
però temperare alquanto la severità di questa censura. Il Codice fu
prima pubblicato da Fulvio Orsino, ed essendo esso malconcio, e guasto
vi lasciò molte lacune, le quali furono supplite in parte dal Falconi,
usando molta diligenza, e ricorrendo appunto a Xifilino, il che non
era caduto in mente al dottissimo Orsino. Vuolsi dunque dargli lode
di quel che ha fatto, e non riprenderlo soverchiamente, perchè non ha
fatto di più. Egli poi pretese di far molto più e ristabilire i primi
libri,[175] credendo dʼaver tanta esperienza dello stil di Dione da
conoscer ciò che vi può esser di suo negli altri scrittori, che ne
avessero copiata alcuna cosa senza citarlo. Altro però non fece che un
centone tratto da Dionisio dʼAlicarnasso, Plutarco, Zonara, e Tzetze.
Più benemerito di Dionisio, è stato uno deʼ più grandi letterati,
che aʼ passati giorni vantasse lʼItalia, cioè il chiarissimo signor
Cavalier Morelli celebre Bibliotecario di S. Marco a Venezia. Egli da
un codice del secolo undecimo, che fu già del Cardinal Bessarione, ed
ora è nella Libreria di S. Marco, alla quale con tanta lode presiedeva,
trasse molte pregevoli varianti, ed alcuni insigni frammenti di questo
istorico, e li pubblicò in un libretto piccolo di mole, ma grande di
pregio[176]. Al medesimo signor Cavaliere dobbiamo ancora unʼorazione
dʼAristide contro Leptine, una di Libanio a favor di Socrate, e un
lungo frammento dei Ritmici dʼAristosseno[177], il che era inedito, ed
egli mandandolo in luce lo ha accompagnato con unʼelegante traduzione
latina, e con prefazione, e note dottissime, quali da lui si poteano
aspettare.
Ma ciò che per una certa singolarità supera ogni altra cosa sono i
papiri dʼErcolano. Il giorno 3. di Novembre del 1753. sarà memorabile
sempre neʼ fasti della Storia letteraria per la scoperta, che in esso
se ne fece. Sono questi in rotoli mezzo bruciati, ed il Mazzocchi fu
il primo, che si accorgesse che erano papiri. Qual fosse allora la
sua allegrezza per sì fatta scoperta si può piuttosto immaginare,
che descrivere. Difficile era lo svolgerli ma il P. Antonio Piaggio
Genovese delle scuole pie riuscì a trovare una macchina, ed il metodo
opportuno a questo intento; il che poi fu descritto dal Vinkelmann, dal
Bartel, e nelle lettere deʼ Signori Heinse, Gleim e Muller. Svolti i
papiri si copiano esattamente, ed il Mazzocchi da prima fu incaricato
di tradurli in latino ed illustrarli. A lui successe lʼIgnarra, e a
questo il dotto Monsignor Carlo Rosini Vescovo di Pozzuolo. Un solo
volume abbiamo fino ad ora per frutto delle sue fatiche, e contiene
il quarto libro dellʼopera di Filodemo contro la Musica[178]. Non mi
è riuscito di vedere questʼopera pregevolissima, onde son costretto
di seguire favellandone le altrui relazioni. Il chiarissimo Prelato
editore neʼ prolegomeni parla eruditamente di Filodemo, ed illustra
alcuni deʼ suoi epigrammi[179]. Il suo comento sullʼopera contro la
musica mostra ingegno acuto, e profonda dottrina; ma lo svolgimento deʼ
Papiri è così difficile, che quantunque si adoperi ogni diligenza non
si possono ottenere, che frammenti confusi, intorno ai quali invano
sʼaffatica lʼeditore per deciferarli.[180] Nè è da sperarsi, che nuove
cure nello svolgerli possano dare un esito più fortunato. Infatti
alcuni papiri furono dalla Corte di Napoli donati (son già alcuni
anni) al Principe di Galles, ora Re di Inghilterra, intorno ai quali
con niun successo lʼInglese Hayster si è affaticato per interpetrarli.
E non migliori speranze ha la classe della storia dellʼInstituto
Francese, alla quale Buonaparte ne contò sei[181]. Può sperarsi però,
che qualche papiro si trovi meno indocile alle cure assidue di quelli,
che sono incaricati di questa fatica, il che sarebbe di sommo vantaggio
al coltivamento deʼ buoni studj[182]. Ed ove ancora tutti fossero
ugualmente difficili, se ne raccorranno almeno deʼ frammenti, che
saranno utili, e preziosi avanzi dʼun immenso e ricchissimo naufragio.
Si dice che 1700. sieno i papiri trovati fra le rovine dʼErcolano, e
che intorno a 300. sieno quelli già svolti, o suʼ quali si è fatto
qualche tentativo.[183] Oltre allʼopera già indicata di Filodemo due
altre se ne sono trovate dellʼautor medesimo, cioè due libri sulla
Rettorica ed uno sopra i vizj e le virtù ad essi opposte, si parla
pure dʼaltre opere di Demetrio, dʼEpicuro, di Polistrato discepolo di
Epicuro, ma comunemente quei papiri non hanno nome dʼautore. Un solo
latino se nʼè trovato di cui parlerò altrove.
Con molto minor fatica le opere degli antichi si trovano neʼ codici
delle Librerie dʼItalia, e molte se ne trovano inedite, delle quali
alcune han veduta per la prima volta la luce nel passato secolo. Fra
queste nominerò in primo luogo diciassette orazioni di Libanio, che il
Buongiovanni stampò in Venezia.[184] Egli non avvertì, che fra queste
quella contro Severo era già stampata dal Morell, il che gli rimprovera
il Reiske, e molto più lo condanna per la traduzione, e per le note,
che vi aggiunse delle quali parla in modo aspro e mordace più assai
del dovere e del giusto.[185] Il Cocchi dotto medico e buon Grecista
raccolse le opere degli antichi Scrittori di Chirurgia,[186] e da un
codice deʼ Monaci Benedettini di Firenze trasse lʼelegantissimo Romanzo
di Senofonte Efesio, che poi ristampò in Lucca[187] in quattro lingue.
Il Baron Loccella che di questʼopera ha data una nuova ed egregia
edizione in Vienna mentre loda lʼeditore Lucchese dʼalcune ingegnose,
e felici correzioni, lo rimprovera poi di non avere emendati parecchi
altri evidenti errori di quella di Londra, e dʼaverne anzi aggiunti
alcuni, che in quella non erano. Ma lʼamore della verità richiede,
che io conceda alcune parole di risposta a questʼaccusa. Quello che
il Loccella chiama editor Lucchese era il testè defunto Malanima,
dotto Professore nella Pisana università che fu pregato soltanto di
emendare gli errori tipografici. A lui non si lasciavano i fogli, se
non quanto bastava per questʼoggetto, nè poteva egli vedere, se il
tipografo faceva le correzioni da lui segnate, o se volendo pur farle,
cadeva (come spesso avviene) in nuovi errori. Vuolsi dunque lodarlo
molto dʼavere in parecchi luoghi migliorata lʼedizione inglese in
tanta angustia di tempo; nè gli si può attribuire a colpa di non aver
fatto anche più, e molto meno gli si possono rimproverare gli error
tipografici.
Al Cocchi succeda un altro medico, e grecista ottimo, il Sig.
Gaetano dʼAncora, che nel tempo stesso ha giovato alla Greca lingua,
ed alla storia naturale con una nuova eccellente edizione del
libro di Senocrate sugli alimenti, che si ricavano dagli animali
acquatici,[188] pregevolissima per lʼemendazione del testo, e per
le dotte illustrazioni e varianti di che è arricchita. Nè minor
giovamento prestarono alla storia delle filosofiche oppinioni degli
antichi il P. Corsini colla sua edizione del libro di Plutarco _de
placitis Philosophorum_[189] e il Sig. Ignazio Rossi exgesuita colle
sue _Commentationes laertianae_[190] e il secondo principalmente, che
molti luoghi o scorretti, o male interpetrati prima di lui, emenda o
spiega felicemente. Allʼantica Geografia recò non mediocre giovamento
il P. Alessandro Politi stampando e traducendo il poemetto di Dionigi
Periegete _de situ orbis_, e il comento dʼEustazio, e poi illustrandolo
con erudite annotazioni.[191] Volle poi correr di nuovo lo stesso
arringo stampando unʼaltra volta quel libro, colle sue annotazioni
molto accresciute, e con Rufo, Festo, Avieno, e Prisciano, e già
lʼimpressione era cominciata; ma per mancanza di danaro, e di mecenati
rimase interrotta.[192]
Si può aggiungere a questo la storia Bizantina di nuovo pubblicata a
Venezia, e massimamente lʼappendice, che il Foggini ne dette in Roma
stampando per la prima volta le opere di Giorgio Pisida, Teodosio
Grammatico, e Corippo.[193] Appendice di quella storia si può
chiamare altresì la vita di Giorgio o Gregorio Ciprio Patriarca di
Costantinopoli data in luce dal P. de Rossi.[194] A un altro Impero,
cioè a quello di Russia aveva rivolti i suoi studi lʼAb. Vernazza
scrittor Greco della Vaticana che daʼ codici di quella libreria voleva
pubblicare gli ammaestramenti, che lo Czar Basilio aveva dati al figlio
Giovanni con molti altri trattati, e discorsi del medesimo:[195] ma
qualunque ne sia stato il motivo non eseguì il suo disegno.
Benemeriti di sì fatti studi si rendono eziandio i raccoglitori
dʼopuscoli non mai impressi, i quali con Greca voce chiamano
_aneddoti_. Il che peʼ greci scrittori soltanto fecero alcuni, cioè il
Muratori[196] e il Canonico Bandini:[197] ed altri più ampiamente gli
hanno raccolti come il Lami,[198] il Mingarelli[199] il P. Lazzari[200]
e lʼAmaduzzi[201] benemeriti pure ne sono gli autori deʼ cataloghi di
manoscritti, che le ricchezze nascoste nelle librerie dʼItalia hanno
indicate a pubblica utilità, e vi hanno inseriti parecchie cose di
questo genere, il Canonico Bandini in quello della Laurenziana, il
Buongiovanni in quello della Veneta di S. Marco, il Mingarelli per la
Naniana[202] oltre agli autori del catalogo della libreria Reale di
Torino, deʼ quali ho già parlato.
Se poi di tutti glʼitaliani, che utilmente si sono affaticati nel
pubblicare i Greci scrittori Ecclesiastici volessi tener minuto
discorso troppo sarei costretto di diffondermi. Basterà per tanto
dʼindicarli brevemente. E in primo luogo non farò che accennare le
venete edizioni di S. Ireneo, Clemente Allessandrino, Origene, S.
Basilio, S. Giovanni Grisostomo, S. Cirillo Gerosolimitano, S. Giovanni
Damasceno, alcune delle quali in ciò che spetta alla tipografia
uguagliano, ed anche vincono le celebri Francesi deʼ Maurini. Accennerò
pur solamente gli scrittori della storia Ecclesiastica ristampati in
Turino non però così correttamente, come erano stati in Cambridge.
Più special menzione richiedono le instituzioni teologiche deʼ PP.
antichi raccolte prima dal B. Cardinal Tornasi, e poi di nuovo
arricchite di note dal P. Anton Francesco Vezzosi,[203] la storia
ecclesiastica dʼEusebio ristampata dal P. Tommaso Cacciari,[204]
lʼanonimo scrittore dʼunʼaltra storia ecclesiastica pubblicato da Gio.
Battista Bianconi,[205] il S. Gregorio di Girgenti tratto per la prima
volta dai codici per opera del chiarissimo Gesuita Morcelli,[206] al
quale dobbiamo ancora unʼegregia illustrazione del Calendario di
Costantinopoli,[207] la spiegazione Pseudo-Atanasiana sul simbolo per
opera del P. Giuseppe Bianchini dellʼOratorio,[208] la spiegazione di
Filone della cantica per opera di Monsignor Giacomelli,[209] il _vetus
officium quadragesimale_ deʼ Greci Ortodossi dal Cardinal Quirini,
quando era tuttavia monaco,[210] unʼOmilia di Eusebio Alessandrino
in _Parasceven_,[211] le opere di Dionisio Alessandrino,[212] e gli
atti deʼ Martiri dʼOstia[213] da Monsignor de Magistris Vescovo di
Cirene, nelle quali due edizioni egli dà una luminosa conferma di
quella cognizione delle lingue orientali che aveva dimostrata, nel
suo Daniele, una lettera Greca di Francesco Filelfo dallʼAb. Angelo
Teodoro Villa[214]. Del Daniele del citato P. De Magistris terrò
discorso, quando dovrò parlare di quello in lingua Siriaca pubblicato
dal chiarissimo Signor Dottor Bugatti. Finalmente non debbo tacere, che
il Signor Gerbini Assistente della Real libreria di Torino meditava
di pubblicare le quistioni Amfilochiane di Fozio da un manoscritto di
quella libreria, nel quale esse ascendono al numero di 297. Egli aveva
già tutto copiato il testo Greco, e ne apparecchiava la versione,
ma qualunque, ne sia la ragione la sua fatica restò inedita. Il
Bjoernstaehl attribuisce questo lavoro allʼAb. Berta; ma il Signor
Peyron, da chi ho ricevute queste, ed altre parecchie pregevoli notizie
mi ha avvisato, che appartiene al Gerbini.
Anche gli editori delle antiche inscrizioni sono illustratori delle
lingue, laonde essi pure non debbono essere dimenticati. Il Muratori
nel suo Tesoro, il Donati nel supplimento, il Gori nelle iscrizioni
Doniane e in quelle della Toscana dettero iscrizioni Greche, ma
lʼindole di queste opere non era tale, che porgesse loro occasion
favorevole per far conoscere una perizia non ordinaria in questa
lingua. Maggiori Grecisti si mostrarono nel Museo Veronese il Marchese
Maffei, in varie opere il P. Corsini, neʼ monumenti del Peloponeso il
P. Pacciaudi, e nelle due iscrizioni di Regilla il sommo antiquario
Signor Visconti cui la Francia poi rapì allʼItalia. Non bastò ai tre
ultimi principalmente di mostrare il lor valore in questa lingua
pubblicando, e spiegando iscrizioni; ma vie più lo mostrarono in
queste, e nelle altre opere dʼantiquaria interpetrando ed emendando
gli antichi scrittori. Ed io son dʼavviso, che se il Pacciaudi, ed
il Visconti non si fossero rivolti a maggiori imprese, e avessero
voluto coltivare ex professo quella parte della critica, che si aggira
intorno alla emendazione delle opere antiche non sarebbono mancati
allʼItalia gli Hemsterhusi, gli Heyne, e i Wittenbach. Lo stesso dicasi
dʼaltri parecchi, che in ciò si sono esercitati quasi per ozio. Tali
sono oltre il Mingarelli, il Pagnini, ed altri nominati di sopra, il
Martorelli nelle sue opere dʼantiquaria, lʼIgnarra nelle annotazioni
sopra lʼinno a Cerere attribuito ad Omero, il Salvini in varie opere, e
massimamente nelle emendazioni di Menandro e Filemone, di cui pure ho
già fatta parola. A questi si deve aggiungere Benedetto Averani, che
nelle sue dissertazioni parecchi luoghi dellʼAntologia, di Tucidide,
ed Euripide tra i Greci, di Livio, Cicerone, Virgilio tra i Latini
spiega o corregge.[215] Anche lʼAlmagesto di Tolomeo avrebbe ottenuto
da lui somigliante favorevole officio, ed i Comentarj di Teone, di
Nicolao Cabasila, e di Pappo sullʼAlmagesto, le quali opere aveva
egli cominciato a trasportare in latino, ed a collazionare coi codici
Laurenziani: ma poi ne abbandonò lʼidea, quando seppe, che il Viviani
dal Cardinal Leopoldo deʼ Medici aveva ottenuto un Codice contenente
la traduzione deʼ Comentarj di Teone fatta da Teofilo dʼUrbino, e che
questi troppo liberalmente donata lʼaveva non so a qual Francese a
condizione che ritornato in Patria la desse alle stampe. Ma il Francese
quanto fu facile a ricevere il dono, altrettanto fu restio a mantenere
la data fede.[216] Al secolo diciassettesimo a dir vero appartiene
Benedetto Averani più presto che al diciottesimo: siccome però in
questo egli è morto, in questo sono stampate le sue dissertazioni, ho
giudicato non alieno dal mio argomento il farne parola. AllʼAverani
si unisca il P. Politi. Fino dagli anni suoi giovanili egli coltivò
questa parte della critica, e non cessò di coltivarla finchè visse.
Molto si adoperò per illustrare lʼEtimologico magno, Stefano Bizantino,
Dionisio dʼAlicarnasso, Erodoto, e Marziale; ma nulla di ciò è uscito
in luce. Se però dalle annotazioni sopra Eustazio possiamo trarre
argomento, di leggieri cʼindurremo a credere che utile ne sarebbe la
pubblicazione.[217]