NOTE:

[70] _Ratio institutioque addiscendae linguae Chaldaicae, Rabbinicae,

Talmudicae cum singularum dialectorum etiam Latinitate donatis

ec. Accedit Peregrinatio Patachiae cum interpetratione latina, et

adnotationibus. Patavii_ 1750. in 4. _Lexicon Chaldaico-Rabbinicum

cum Rabbinorum abbreviaturis. Accedit disputatio de Targumim ec. et

historia quædam a Rabbino Abrahamo Majemonide ex lingua Arabica in

Hebraicam Rabbinicam translata. Ad usum Sem. Pat. Patavii_ 1747.

[71] Parimente nel Lessico alla facc. 595. alla v. רעב nel primo

esempio si legge per errore ריאח invece di יראה perchè il Buxtorf nello

stesso esempio ha lo stesso error tipografico.

[72] Part. I. col. 311. et 401.

[73] _Rabbi Immanuelis filii Salomonis scholta in selecta loca

psalmorum ex inedito eorum commentario decerpta et latine versa.

Parmae_ 1806. in 8. _Lexicon hebraicum selectum, quo ex antiquo et

inedito R. Parchonis Lexico novas ac diversas rariorum ac difficiliorum

vocum significationes sistit. A. B. de Rossi Parmae_ 1805. in 8.

[74] _Voto per la verità nella Liburnen. Emphyteuseos quoad jus

succedendi pendente in grado di appello avanti glʼIllustrissimi Signori

Consoli di Mare di Pisa, fra i signori fratelli Moscato Ebrei da una

parte, e i signori Giuseppe Pizzotti ec. dallʼaltra parte. Livorno_

1787. in fol. Sotto nome di Rabbi Samuel Ozia è nascosto il signor

Malanima. Un altro simil voto aveva egli apprestato in occasione di

certa legge, che si voleva far contro al lusso dal Sinedrio di Livorno.

Ma lʼaffare fu poi sopito prima che il voto venisse in luce.

[75] _Rab. Davidis Kimchi commentarii in Isaiam Prophetam, quos ex

Hebraeo in latinum sermonem vertebat notulisque illustrabat Caesar

Malanimaeus J. U. D. Praeter nonnullas confutationes Jeudaicorum

errorum inserta est post v._ 15. _Cap._ 7. _diatriba in explicationem

totius prophetiae ile partu virgineo. Florentiae_ 1774. in 4. Con

questo libro il signor Malanima ha mostrato quanto bene posseda le

lingue Ebraica Rabbinica ed Araba, di che dà ottima testimonianza

nelle brevi ma dotte annotazioni. Così avesse egli avuti maggiori

incoraggiamenti, e quindi ci avesse dati i comenti dello stesso Rabbino

sopra Geremia ed Ezechiele, essendo questi assai utili a ben penetrare

lʼindole della lingua Ebraica, ed a spiegare più, e diverse cose oscure

di quei profeti.

[76] _Bjoernens. Lett._ T. 5. p. 35.

[77] Il Mazzuchelli lo chiama _Abramo Sacerdote_, cioè esprime in

nostra lingua il significato del cognome, il che non si deve approvare,

dovendosi dare i cognomi, come sono, non tradurli.

[78] Il Mazzuchelli ricorda solamente le sue _Ottave Ebraiche colla

versione Italiana allʼA. S. di Francesco III. Duca di Modena ec.

umiliate per il suo felicissimo ritorno neʼ suoi Serenissimi Stati.

Venezia, nello Stamp. Bragadina_ 1750. _in f._

[79] _MSS. Cod. Hebr. Bibl. de Rossi_ T. 3. _Cod._ 1110.

[80] Il Mazzuchelli chiama questo scrittore Sabbato Ambroni.

[81] T. 2. p. 521. 524.

[82] Ivi in fine.

[83] De Rossi Diz. degli Aut. Ebr. T. 2. p. 125.

[84] Bjoernstahel Lett. deʼ suoi Viaggi T. 3. p. 210.

[85] De Rossi _Codd. MSS_. T. 3. n. 1202. Pare che il Brièl abbia

scritte ancora alcune cose sulla Scrittura sacra, le quali non sono

note. Si veda de Rossi _Diz. degli Aut. Ebr._ T. 1. p. 75. Quelle da

lui composte in lingua Italiana non appartengono al mio argomento.

[86] _De Rossi Codd. MSS._ T. 3. n. 1271. e _Diz. degli Aut. Ebr._ T.

2. p. 125.

[87] _Diz. degli Aut. Ebr._ T. 1. p. 62.

_Della lingua greca.

Grammatici._

~CAPO~ VII.

La Greca lingua deve, siccome io credo, la sua prima origine

allʼEbraica, e perciò dopo aver parlato di questa, e delle altre due,

che da lei non si possono separare, debbo ora parlar di lei. Confesso,

che altre lingue vi sono fra le Orientali molto affini allʼEbraica,

le quali parrà forse ad alcuno, che dovessero precedere. Ma la Greca

è madre della Latina, la quale così prossimamente ci appartiene, che

fo quasi a me stesso un rimprovero dʼaver fin quì differito a farne

parola. Che la lingua Greca nasca dallʼEbraica, come ho detto, è per

mio avviso opinione sicura, cui lʼabuso delle etimologie fatto da

alcuni per confermarla, non deve togliere il credito. Il P. Ogerio

Carmelitano ha difesa questa opinione con una operetta, che ha per

titolo: _Graeca, et Latina lingua Hebraizantes, seu de Graecae, et

Latinae linguae cum Hebraica affinitate libellus, cui accedit brevis

tractatus de linguae Italicae Hebraismis. Venetiis typis Sebastiani

Coleti._ 1764. _in_ 8. Esamina egli in primo luogo la quistione già

da molti agitata, se la lingua Ebraica sia la lingua primitiva che

parlarono Abramo, e Noè, sulla quale io non mi tratterrò, bastandomi

il dire, che non porta nuovi argomenti, e solamente quelli indicati

da altri raccoglie con diligenza, e talvolta li estende più che

non si era fatto prima di lui. Ciò che sopra tutto richiede il mio

discorso è la derivazione della lingua Greca dallʼEbraica. Egli la

prova principalmente collʼaddurre oltre a quattrocento parole Greche

simili di suono ad altrettante Ebraiche dʼuguale o affine significato;

e questo numero si potrebbe senza fatica accrescer molto. So che

il Lennep il Valckenaer e lo Scheid[88] sommi Grecisti condannano

altamente sì fatte derivazioni, tranne poche voci dʼarti, erbe, piante,

che introdusse il commercio. A me rincresce dovermi opporre a tre

così solenni maestri; ma da una parte lʼindole del mio ragionamento

mi costringe ad esporre il mio avviso, qualunque esso sia; e per

lʼaltra mi conforta alquanto il vedere, che a questo loro divisamento

è contrario ancora il Fischer,[89] sommo Grecista egli pure. Essi

vogliono, che le vere radici di una lingua siano verbi solamente; il

che a mio giudizio si può negare. Suppongono in secondo luogo, che

in principio, quando si formò la lingua Greca, gli uomini sceglier

dovessero le voci più semplici,[90] e che perciò i verbi radicali

fossero di due, tre, o quattro lettere, o al più di cinque.[91] Ma per

ammetter ciò converrebbe supporre, che i primi uomini fossero nati in

Grecia, e fossero senza uso di verun linguaggio, nel qual caso le prime

voci da essi adoperate sarebbono state semplicissime. Or sappiamo dalla

Storia Mosaica, che il fatto andò altramente. I discendenti di Noè

andarono ad abitare quelle contrade parlando una lingua, qualunque essa

fosse, che col volger degli anni si deve essere alterata in modo, che

si è formata la Greca. Vedo in questa molte voci simili allʼEbraiche,

ed a ragion ne deduco, che quella prima lingua era lʼEbraica, o affine

allʼEbraica. Egli è vero che la somiglianza di qualche voce dʼuna

lingua con quelle dʼun altra non è un sicuro indizio, che le une

provengano dallʼaltre, e il caso può produrre ciò facilmente. Se però

quella somiglianza è in molte voci, e la tradizione storica mostra

probabile, che una lingua provenga dallʼaltra, allora non posso non

riconoscere sì fatta derivazione, se non di tutte almeno di molte.

Ma torniamo allʼopera del P. Ogerio. Egli ha voluto evitare le accuse,

che si danno al Martini pel suo Cadmus Graeco-Phoenix, e perciò è stato

parco anzi che no nelle sue etimologie; onde contento di registrar

quelle, che quasi spontanee ci presenta il confronto delle due lingue

ne ha trascurate molte altre, che richiedevano qualche maggiore

indagine. Sono però alcune, che a me sembrano immeritevoli dʼesser

da lui dimenticate. Ne darò pochissimi esempj. Ατη noxa, peccatum,

ed Ate Dea celebre, presso Omero, e il verbo ἀτάω _noceo_ vengono da

ἂτω, che significa lo stesso. Ma io vedo in Ebraico חטה, che significa

_peccavit_, _peccatum_, _peccator_ secondo i diversi punti, e nella

conjugazione Hiphil החטיא, _peccare fecit_, _ad peccandum induxit_.

Vedo che Arabo, come in Siriaco חטה significano pure _peccavit_. La

somiglianza di queste due voci Araba, e Siriaca, collʼEbraica mi

obbliga a credere, che esse vengano da questa; e non dovrò poi credere

che ne provenga ἂτω coʼ suoi derivati ἀὰτω, ἂτη, ec.? Manca in Greco

lʼaspirazione, che si vede in quellʼaltre lingue; ma è probabile che

anticamente vi fosse, e si scrivesse Ϝατη col digamma Eolico. So che

lʼHeyne dottissimo Grecista non ve lo riconosce nel catalogo delle voci

Omeriche dotate del digamma.[92] Ma egli ammette questa aspirazione

solamente, dove la richiedono certe regole da lui stabilite. Ora

non ostante lʼalta venerazione, che io ho per un uomo così grande,

credo che mi sia concesso di dire, che quelle sue regole non sono

abbastanza sicure, perchè (tralasciando altre ragioni) lʼescludono da

alcune parole, le quali per testimonianza di Dionisio dʼAlicarnasso

lʼavevano.[93] Che ἂτω, ed ἂτη avessero digamma lo mostra la parola

ἀυἁτη, che leggiamo due volte in Pindaro,[94] e sono dʼavviso, che lo

mostri il verbo ἀπατάω coʼ suoi derivati, il quale a me pare che venga

da ἀτω, ἀτάω, piuttosto che da un supposto verbo ἂπω come vorrebbe il

Lennep. Osservo, che il citato verbo Arabo presenta, ancora unʼidea

di moto, onde lʼErpenio[95] lo traduce _lapsus est_ che vuol dire

ugualmente _cadde_, e _cadde in qualche fallo_; il qual significato

pare che abbia ancora il verbo Ebraico. Nè diverso forse lʼaveva il

Greco, che nellʼattivo si potrebbe tradurre _fo cadere altri in qualche

fallo, o in qualche sventura_, cioè _nuoccio_, e quindi nel medio

_cado in qualche fallo, o sventura_. Αασάμην.... περιέπεσον (ἄτη) dice

Esichio. Anche i pronomi potevano aver luogo nellʼopera del P. Ogerio.

Lo Scheid[96] porta opinione che il pronome ἑγώ anticamente si dicesse

ἒνω, che è la voce Siriaca, e viene dallʼEbraico אני. Ma lasciando star

questo, almeno il duale νώϊ, _nos_ viene da אנו. Τὺ conservato nel

dialetto Dorico, e nel latino _tu_ era probabilmente il vero pronome

antico, e pare derivato da אתה. Il pronome della terza persona οὖ,

οὶ, ἓ anticamente aveva per Nominativo ὶ,[97] che aver dee la stessa

origine. In fatti che cosa è in Ebraico la formativa Jod della terza

persona del futuro, se non il pronome della stessa persona, come

lʼAleph, e il Nun sono quelli della prima persona nel singolare, e nel

plurale, e il Thau della seconda? Così parecchie altre etimologie si

potrebbono aggiugnere, e non poche ne ho aggiunte nelle margini del mio

esemplare fino dal primo momento, che lʼebbi in dono dallʼumanissimo

e dottissimo signor Cavaliere Jacopo Morelli ora defunto con danno

gravissimo deʼ buoni studj. Ora se di queste voci si vogliono assegnare

altre etimologie derivate dalla lingua Greca convien supporre assai

volte verbi, chʼessa non ebbe mai, o da quelli, che ebbe, ed ha, trarle

forzatamente, mentre derivar si possono dallʼEbraica con certa naturale

spontaneità, che concilia persuasione. AllʼEbraica ho unita lʼAraba,

e la Siriaca non per fare vana pompa dʼunʼerudizion, che non ho, ma

perchè ho creduto, che quegli esempj qualche peso accrescessero alle

mie asserzioni. Siccome poi parecchie etimologie si possono aggiugnere

al catalogo del P. Ogerio, così se ne debbono levare alcune, e quelle

principalmente, che egli trae daʼ futuri Ebraici. Essi hanno le lettere

dai Grammatici chiamate preformanti, che essendo veri pronomi personali

non possono far parte dei derivati.

Alla storia ed alla etimologia egli aggiunge certe proprietà di lingua,

che nel Greco, e nellʼEbraico sʼincontrano ugualmente, e la somiglianza

del nome e della figura delle lettere dellʼAlfabeto. Ma riguardo alle

proprietà della lingua avrebbe potuto annoverarne più altre, che ha

trascurate, come lʼuso del verbo medio nel Greco, il quale suole

esprimere in qualche modo il ritorno dellʼazione nellʼagente, il che

spesso accade pure nella conjugazione Hithpahel dellʼEbraico; oltre

a molti idiotismi, per cui i sacri scrittori del nuovo Testamento

sovente sono contro ragione accusati dʼEbraismo, quando queʼ modi

di dire sono proprj delle due lingue, siccome da altri già è stato

avvertito. Riguardo poi ai nomi, ed alla figura delle lettere Greche

nulla dice oltre a quello, che aveva detto il Bianconi.

Dellʼetimologia si serve il P. Ogerio per mostrare la derivazione

della lingua Latina dallʼEbraica, registrando molte voci, che sono

simili nelle due lingue. Anzi le parole latine da lui notate vincono

di numero le Greche, perchè gli è piaciuto (nè si vede la ragione)

dʼannoverarne molte, che sono Greche manifestamente; per esempio

_aratrum_, _arceo_, _aspis_, _astrum_, _asylum_, _aula_ ec. Queste

tutte si debbon togliere, con molte altre, che vengon pure dal Greco,

ma non così direttamente: per esempio _aestas_ da αἲθω, preterito

perfetto passivo ῂςαι, _albus_ da ἀλφὸς, _annus_ da ἓνος onde ἓννος,

_vetus_, ec. Si debbon toglier le parole introdotte neʼ bassi tempi,

come _abbas_, _cabala_, _celtis_, _cherubim_, _cifra_ ec. ed i termini

dʼarti. Diminuito così di molto quel catalogo non farà maraviglia

il vedere, che le rimanenti voci siano simili allʼEbraiche, ove si

considerino, che la lingua latina vien dalla Greca, o per meglio dire

lʼantichissima lingua, che si parlava una volta nel Lazio era la

stessa, che antichissimamente si parlava nella Grecia;[98] laonde se la

lingua Greca aveva molte parole simili῁ allʼEbraiche debbono esserne

restate alcune ancora nella latina. Rimarrebbe a parlare dellʼappendice

dellʼopera, in cui si registrano gli Ebraismi della lingua Italiana.

Questi però son pochi; e se si fanno le detrazioni, che abbiamo

indicate per la latina ne resta così scarso numero, che vuolsi

disprezzare.[99]

Ma troppo lungamente forse mi son trattenuto intorno a questʼopera,

ed è ormai tempo di far passaggio agli altri scrittori di cose

grammaticali. E dovrei cominciare da quella del Marchese Maffei

intitolata, _litterarum Graecarum potestas et affectiones_, che si

vuole stampata in Verona il 1716. o 1726. La pone il P. Zaccaria nel

catalogo delle sue opere affidato allʼasserzione del P. Reiffemberg, ma

confessa di non averla veduta. Io nè pur lʼho veduta, e non trovandola

nellʼedizion generale delle sue opere dubito che sia supposta.

La lingua Greca neʼ primi suoi elementi presenta quistioni difficili

ed opinioni diverse, e ciascuna parte crede dʼaver ragione, e chiama

ostinati i suoi avversarj. Si quistiona dunque sul modo di pronunziare

certe lettere, e i dittonghi, e se si debba leggere secondo gli

accenti, o secondo la quantità. I Greci moderni tutti leggono e

pronunziano in un modo, ed una parte degli altri coltivatori di questa

lingua in un modo diverso introdotto, o rinnovato da Erasmo. A me

non appartiene di decidere la questione, e questo non ne sarebbe il

luogo; onde per esser più rigorosamente neutrale chiamerò le due parti

_Greci moderni_, ed _Erasmiani_. La questione fu a lungo discussa

neʼ secoli passati, e si è di nuovo trattata nel decimottavo. Il P.

Piacentini Monaco Basiliano di Grotta ferrata difese la causa dei

Greci moderni;[100] al quale avendo risposto un Gesuita Tedesco[101]

replicò il Piacentini[102] e nel tempo stesso il P. Velasti Gesuita

di Scio, che si potrebbe quasi dire Italiano, perchè nacque da una

colonia Ligure già da gran tempo stabilita in quellʼIsola.[103] La

loro causa parimente sostenne in questi ultimi anni il Sig. Pietro

Pasqualoni professore di questa lingua in Roma.[104] Al contrario

nella _Storia Letteraria_ dʼItalia del P. Zaccaria T. 5. p. 1. 26.

Si legge un bellʼestratto dellʼopera del Velasti, che credo esser

fatica del P. Gabardi, dove la controversia brevemente si descrive, e

molte forti objezioni si fanno contro gli argomenti (per altro dotti

ed ingegnosi) di quellʼautore. Il Velasti è a parer mio il miglior

difensore di quella causa fra quanti ne furono prima di lui, nè altri

poi per molti anni lʼha non dirò vinto, ma nè pur uguagliato.[105] Egli

però, e molto più il Piacentini, e il Pasqualoni evitano accortamente

certe obiezioni più difficili a sciogliersi, che altri hanno mosse

contro alla lor sentenza. Ne recherò due soli esempj. Par certo, che

lʼΗ si pronunciasse E lungo non I, come ora fanno i Greci. Fra gli

argomenti diversi, che si adducono a provar ciò ha molta forza per mio

avviso lʼosservazione, che anticamente la lettera Ε serviva ugualmente

per lʼE breve, e per quella vocale, che poi fu espressa collʼΗ. Or

se si usava scrivendo la stessa lettera pare, che si dovesse usare

leggendo lo stesso suono, o almeno simile molto, cioè un E lungo come

dicono gli Erasmiani. Era forse un E stretto, talchè col progresso

del tempo alterandosi, come suole accadere, la pronunzia si sarà

cambiato finalmente in I. Lʼaltro esempio, che mi piace di portare

spetta allʼuso di pronunziare secondo gli accenti, non secondo la

quantità delle sillabe. Eʼ certo che gli antichi pronunziando avevano

riguardo ai primi e alla seconda nel tempo stesso. Eʼ certo altresì,

che i diversi accenti si esprimevano diversamente, alzando la voce

per lʼacuto, abbassandola pel grave, e prendendo un tuono medio pel

circonflesso. Nè questa è una congettura dʼErasmo, o deʼ suoi seguaci,

ma un insegnamento di Porfirio, e dʼaltri antichi.[106] Pare ciò

impossibile ai seguaci deʼ Greci moderni, perchè questʼalternativa di

varj suoni avrebbe fatta del Greco linguaggio una specie di musica:

convien però credere così, perchè questo appunto dice Porfirio ed altri

con lui.[107] Or questo alzamento e abbassamento di voce non sʼinsegna

dai citati scrittori, i quali tutti gli accenti esprimono nel modo

stesso. Queste ed altrettali osservazioni dovevano dal Piacentini dal

Velasti e dal Pasqualoni esser esaminate. Siccome poi lʼultimo vuole,

che dalla varia collocazione degli accenti provenga lʼarmonia nella

Greca lingua, avrei volute, a che ci desse le regole di questa sua

armonia nella prosa, e nelle varie qualità di versi, recando anche

gli esempj degli scrittori a conferma delle medesime. Certo è, che

Aristotele, Dionisio dʼAlicarnasso, e Longino[108] fanno consistere

lʼarmonia nei piedi cioè nella quantità delle sillabe, e punto non

parlano degli accenti. Non è poi di questo luogo lʼesaminare, se alcuna

cosa rimanga a desiderare dagli Erasmiani, quando difendono la propria

causa; perchè niuno mʼè avvenuto di trovarne fra glʼItaliani nel secolo

decimottavo, il quale abbia fatto ciò di proposito, e minutamente.

Mentre questi scrittori disputavano intorno al modo di pronunziare,

il Sisti insegnava a leggere la intralciata scrittura deʼ codici

Greci. Sono essi pieni di nessi, e di abbreviature difficili, e spesso

ancora impossibili a intendersi per coloro, che non vʼabbiano fatta

molta pratica. Egli perciò pubblicò un _indirizzo per la lettura Greca

dalla sua oscurità rischiarata_,[109] dove di ciò e delle sigle note e

monogrammi parla diffusamente per appianare le difficoltà tutte, che

nel leggere i manoscritti antichi sʼincontrano. Sono però dʼavviso

che il miglior mezzo sia lʼesercitarsi molto sui manoscritti stessi

per acquistare la necessaria esperienza. Finalmente vuolsi ricordare

una dissertazione tuttavia inedita di Giacomo Martorelli _de origine

Graecarum litterarum_, seu ςοιχειων[110] Di quella del Bianconi, che in

parte tratta ancora di questo argomento, ho già parlato di sopra.

Alla Grammatica appartiene ancora una gran parte deʼ prolegomeni, che

il chiarissimo signor Principe di Torremuzza ha premessi alla sua

bellʼopera delle inscrizioni della Sicilia.[111] In essi egli tratta

deʼ Greci dialetti deʼ Siciliani, della loro paleografia Greca, e

dei nessi, che si vedono neʼ monumenti della Sicilia e della loro

antichità. Nelle quali erudite disquisizioni si mostra non meno dotto

antiquario, che profondo Grecista.

Molte son le Grammatiche, che han veduta la luce in Italia nel passato

secolo, delle quali però nominerò quelle solamente, che per qualche

pregio particolare debbono esser distinte. Nella Storia letteraria

dʼItalia del P. Zaccaria[112] si fa menzione dʼunʼ_eccellente Greca

Grammatica_ del P. Gennaro Sancez de Luna della compagnia di Gesù

stampata in Napoli il 1751. _con molto giudizio condotta a norma della

latina, che volgarmente dicesi dellʼAlvaro_. Io non lʼho veduta, ma le

parole quì recate mi fanno credere, che buona sia o almeno che buono

siane il metodo. Nè mi muovono in contrario quellʼaltre parole ivi

aggiunte, che lʼautore _va un pò per le lunghe_, perchè niuna via breve

io conosco, tranne il tacere molte cose utili, e ancor necessarie,

come il più deʼ Grammatici fanno. Da che ne viene poi che si studia

questa lingua per non impararla mai. Quindi dubito forte che il _breve

metodo per facilmente apprendere la lingua Greca_ dʼunʼaltro Gesuita,

cioè del P. Michele del Bono[113] non abbia forse quellʼutilità che

egli si sarà proposta. Ma non posso darne certo giudizio, perchè nè

pur questa ho letta. Anche il Sisti insegnò un breve metodo, e come

per la lingua Ebraica, così per la Greca additò una via cortissima

per impararla in poche lezioni.[114] Ma intorno alla sua grammatica

credo inutile il diffondermi, bastando il dire che ha i pregj, ed i

difetti medesimi dellʼEbraica. Molto dal Sisti dissentiva il Cocchi, e

se quegli racchiuse i suoi precetti in quattro lezioni questi voleva

estenderli in cento, di che scrisse una lettera, che non essendo

impressa basterà dʼaverla solamente indicata.[115] Commendabile in

molte cose è la Grammatica pubblicata ad uso del Seminario di Padova,

che si attribuisce a Jacopo Facciolati, e molto è adoperata nelle

scuole dʼItalia.[116] In essa si hanno tutte le principali regole

intorno alle diverse parti dellʼorazione con molta chiarezza esposte, e

buon metodo. Ottimo è stato il consiglio di disporre i tempi deʼ verbi

non nellʼordine naturale, come nelle precedenti Grammatiche si faceva,

ma con quello secondo il quale si generano; onde nellʼattivo, e nel

medio allʼimperfetto succede lʼaoristo secondo, il futuro secondo, il

futuro primo, lʼaoristo primo, il preterito perfetto, e finalmente il

più che perfetto, e nel passivo al futuro secondo succede il perfetto,

il più che perfetto, il futuro prossimo, lʼaoristo primo, e il futuro

primo. Ottimo pure è stato il consiglio di porre in fine le regole

deʼ dialetti dove ad ogni caso deʼ nomi, e deʼ pronomi, e ad ogni

persona deʼ verbi si vede aggiunta la corrispondente proprietà dʼogni

dialetto. Solamente sarebbe stata opportuna una maggiore abbondanza

riguardo a questi, come pure riguardo ai verbi anomali, dei quali

alcuni si tralasciono, e dʼaltri si tacciono alcuni tempi, che sono in

uso. Ma ciò che soprattutto è difettoso è il trattato della sintassi,

il quale è esposto con metodo non lodevole, ed è mancante di molte

cose necessarie. Poco vi si dice delle preposizioni, pochissimo delle

congiunzioni, nulla del vario significato dei tempi deʼ verbi, le quali

cose tutte domandavano lungo e diligente discorso. Che dirò poi del

verbo medio? Da che il Kustero ha mostrato qual sia di questo verbo

il vero significato, da che glʼinsegnamenti del Kustero sono stati da

parecchi altri dotti Grecisti confermati, e illustrati, non si vorrebbe

ora sentir ripetere, che esso ha significato attivo, e passivo, e nulla

più. Nè è da riprendersi meno il trattato della prosodia, il quale pure

è mancante, e le sue regole alcuna volta sono fallaci.

Assai migliore è la Grammatica del P. Antognoli delle Scuole Pie,[117]

che sventuratamente è divenuta rara molto. Segue essa il metodo del

Facciolati riguardo ai verbi ed ai dialetti, ma in tutte le sue parti

è più ampia, e la sintassi, se non è completa, è almeno discretamente

trattata. Anche il Seminario di Catania ha una lodevol Grammatica in

due parti divisa.[118] Non si è quì dimenticata la sintassi, ma dopo

averne dato un saggio più breve nella prima parte peʼ comincianti, più

diffusamente se ne tratta nella seconda, che è destinata a una classe

superiore. Bramerei però un metodo migliore. Quì ad imitazione della

Grammatica dellʼHulevvicz[119] dopo aver date le regole relative a

una parte dellʼorazione si fan succedere quelle della sintassi della

medesima; così dopo aver insegnate le declinazioni deʼ nomi si spiega

la loro sintassi, la sintassi deʼ verbi viene immediatamente dopo le

conjugazioni, e così si dica dellʼaltre parti. Il che non so quanto

possa essere utile. Lʼesperienza cʼinsegna, che il metodo comunemente

adoperato nelle Grammatiche Latine è utile molto aʼ giovanetti,

che danno opera alla lingua Latina, e il metodo stesso sarebbe di

gran vantaggio a coloro, che si applicano alla Greca. Si è forse

fino ad ora trascurato di usarlo, perchè da molti si stima inutile

dʼesercitar gli scolari nello scrivere in Greco. Tale in fatti era

lʼopinione dellʼErnesti, che volendo pubblicare una nuova edizione

del Lessico dellʼHederico voleva toglierne quella parte, che ivi è

chiamata sintetica, cioè quella che serve a tradurre dal Latino in

Greco. Egli aveva osservato, che molti giovani nelle scuole scrivevano

pessimamente in Greco; talchè le loro cose o non erano da lui intese,

o gli eccitavano il riso.[120] Quindi avrebbe voluto, che i supremi

moderatori delle scuole vietassero severamente ai maestri dʼesercitare

la gioventù nello scriver Greco. Io, a dir vero, ne avrei dedotta una

conseguenza affatto opposta, cioè che gli esercitassero molto. Certo è

che il signor Villoison, il giudizio del quale niuno vorrà disprezzare,

diceva: _Jʼai fait autrefois, sans la moindre prètention une foule de

vers Latins, et surtout de vers Grecs, non pour être poête dans ces

langues mais pour entendre les poêtes quì les ont parlèes. Je crois,

messieurs, quʼil faut avoir beaucoup ecrit dans une langue pour pouvoir

en acquerir la parfaite intelligence._[121]

Ma torniamo alla Grammatica di Catania. Due mancanze gravissime sono in

essa, cioè deʼ dialetti, e della prosodia. Deʼ primi se ne dà un breve

cenno affatto inutile, e della seconda si dice, che si è giudicato

non parlarne punto, anzi che darne un compendio, e che non molto essa

giova a intendere i poeti. Quanto sia necessario dʼessere instruiti

negli uni, e nellʼaltra lo vede ognuno, che abbia qualche cognizione di

questa lingua, nè è necessario che io prenda a provarlo.

Finalmente debbo rammentare la Grammatica del Signor Mazzarella

Farao,[122] sulla quale però non farò molto lungo discorso. In questa

non si fa verun uso degli accenti; laonde può servire a quelli

solamente, che tanto ne son nemici, che nè pure gli vogliono adoperare

scrivendo, i quali però non sono molti. Del rimanente essa è accurata,

e se lo stile fosse meno verboso e più castigato, potrebbe loro esser

utile.

Alle istituzioni grammaticali debbono succedere i trattati sulla

prosodia. Il signor Becucci ne ha parlato a lungo,[123] e lo ha fatto

con diligenza e chiarezza somma, e così esattamente, che (ove si

eccettui lʼHermanno) egli ha superati quanti sono scrittori di questo

argomento.

Niun Lessico nuovo possiamo vantare in questʼepoca, ma i Lessici altrui

si sono pubblicati novellamente in maniera che meritano ricordanza.

Tali sono le nuove impressioni dello Schrevelio, e dellʼHederico, che

dobbiamo ambedue al non mai lodato abbastanza Seminario di Padova.

Lo Schrevelio fu pubblicato con accrescimenti considerabili dal

Facciolati[124] che avrà voluto provvedere ai principianti, i quali

facilmente sʼimbarazzano nellʼ_investigare il tema_, e perdono il

coraggio. Ma quel Lessico è pericoloso, perchè fomenta la pigrizia

deʼ giovani, e perciò ne ritarda il profitto, onde io non so bene se

dobbiamo esser grati allʼeditore. Molto più util cosa fece quegli, che

di nuovo dette in luce il Lessico dellʼHederico con le emendazioni e

gli aumenti del Patrick, e dellʼErnesti.[125] A me non è avvenuto di

riscontrare in questa impressione veruna aggiunta o ammenda: anzi

qualche errore delle impressioni precedenti è quì copiato fedelmente.

Era però facile di aggiugnere nuove voci, o nuovi significati: e

bastava dirò quasi aprire a caso qualunque greco scrittore e si sarebbe

offerta spontanea la messe. Tanto sono manchevoli i Lessici tutti

quanti. Dicesi che i dotti Direttori di quel Seminario abbiano in

animo di ristampare quel Lessico con più altre aggiunte, il che sarà

un nuovo benefizio, che essi faranno alla Repubblica delle lettere. Ma

se potessi sperare, che un mio desiderio giungesse fino a loro vorrei

pregarli, che facessero anche più. Il Lessico dellʼHederico ha un

difetto grande, cioè la mancanza degli esempj. Gli esempj mostrano,

come si costruiscano i verbi, e molte altre voci, che richiedono

speciale osservanza, quali modi reggano certe congiunzioni ec. Gli

stessi significati assai volte meglio sʼintendono se vi sono uniti gli

esempj. Il Facciolati nellʼaumentare tanto il Dizionario del Calepino,

e il Forcellini nellʼaureo suo Lessico Latino, se avessero lasciati

gli esempj quanto tenue sarebbe stata lʼutilità della loro grande

impresa! Ma limitando ora le nostre considerazioni a più piccolo, ma

sempre utile oggetto, i giovani, che danno opera alle latine lettere

usano il Dizionario del Pasini. Or qual profitto farebbono essi, se a

questo si togliessero gli esempj, nè sʼindicassero i casi, coʼ quali

i verbi si debbono costruire? Scarsissimo a mio giudizio. Perchè non

si dee lo stesso dire deʼ Greci Lessici? Qual motivo vʼha per togliere

tanto vantaggio nellʼinsegnamento dʼuna lingua più difficile per la

sua ampiezza, e per la sua varietà, nellʼimparar la quale mancano

molti di quei comodi, che nella lingua latina si hanno? Lʼimpresa

è faticosa, lo confesso; ma il pensiero di giovare alla gioventù è

un gran sollievo nella fatica. Oltre a ciò molti ajuti si avrebbono

per togliere una parte grandissima della fatica. I Lessici generali

dʼEnrico Stefano, del Costantini, ed ora dello Schneider, i Lessici

particolari, come quello di Senofonte del Thieme e Sturz, dʼOmero e

Pindaro del Damm, glʼindici di cui son corredate parecchie edizioni dei

Classici, come dʼEuripide, di Tucidide, di Dione Cassio, di Polibio,

degli Oratori Greci, ed altri somministrano molti materiali. Abbia

finalmente lʼItalia la gloria dʼaver dato un Lessico in questa forma,

e lʼabbia dal Seminario di Padova, cui da molti anni tanto debbono i

buoni studj per molte ammirabili, e dottissime imprese. Vie maggiore

utilità apporterebbe ancora il ristampare lo Scapula. Una nuova

impressione se nʼè fatta testè in Inghilterra di molta spesa, la quale,

per questo appunto non può comprarsi daʼ giovani studiosi. Ma torniamo

allʼargomento.

Ai Lessici generali della Lingua Greca si vogliono unire quei

particolari delle radici, e delle sigle. Si quistiona quante, e quali

siano le vere radici; ma a me non appartiene lʼentrare in questo esame,

giacchè non si è trattata in Italia sì fatta questione. Chi fra noi ha

compilato un Lessico delle radici è stato sollecito di giovare alla

gioventù studiosa, ed a imitazione di ciò che in Francia aveva fatto il

Lancelot ha raccolte tutte quelle, che comunemente si chiamano radici,

e le ha poste in versi coi loro significati, affinchè il verso e la

rima agevoli lʼimpararle a memoria.[126] Più erudito scopo hanno preso

i raccoglitori delle sigle, che nelle inscrizioni si trovano, e nelle

monete. Il Marchese Maffei può dirsi il primo, che raccogliesse, e

interpetrasse le sigle delle inscrizioni Greche[127] e a lui poco dopo

successe il P. Corsini delle Scuole Pie, che non solo dalle lapidi,

come il Maffei aveva fatto, ma ancora dalle monete le ricavò[128]. Più

copiosa collezione ne fece poi il P. Piacentini, che dal P. Cardoni fu

stampata dopo la sua morte.[129] Anchʼesso però fu superato dallʼAb.

Andrea Rubbi, il quale nel suo Dizionario dʼantichità ad ogni lettera

dellʼAlfabeto aggiunge le Greche sigle, e le Latine.[130] Dirò ora

delle prime solamente, riserbandomi a parlare delle seconde altrove.

Pone in prima quelle del Maffei, indi le sue moltissime, e finalmente

dà il catalogo delle Città libere, di cui abbiamo medaglie, i nomi

delle quali essendo assai volte espressi colle sole lettere iniziali

accrescono il novero delle sigle, che per le sue cure è giunto ormai

a un grado altissimo di perfezione. Era a desiderarsi, che egli non

si stancasse nel continuare questʼopera utile, da cui sommo lustro

avrebbono ricevuto le parti tutte dellʼantiquaria. Ma sventuratamente

la sua morte ce ne ha tolta la speranza.

Della illustrazione delle lingue antiche e moderne e principalmente dell'italiana procurata nel secolo XVIII. dagli Italiani - Parte II · 第 7 / 32 题