[60] _Thaddæi Ugolini Thesaurus antiquitatum sacrarum complectens
selectissima clarissimorum virorum opuscula, in quibus veterum
Hebræorum mores, leges, instituta, ritus sacri et civiles
illustrantur. Venetiis_ 1744. 1769. T. 34. in f. E quì e in seguito,
dove parlo dʼaltre lingue, passo sotto silenzio quelle opere
dʼantiquaria, che non appartengono alla illustrazione delle medesime.
Seguo in ciò lʼesempio del _Rapport_ ec. dove sʼè parlato del _Museo
Pio-Clementino_ del quale io pure farò parola, e sʼè taciuto di
moltissimi altri libri dʼantiquaria.
[61] T. 27. p. 36. T. 28. p. 806.
[62] Le opere di bibliografia Ebraica di questo instancabile scrittore
sono le seguenti. I. _De Hebraicae Typographiae origine ac primitiis,
seu antiquis ac rarissimis hebraicorum librorum editionibus sec._
XV. _Parmae_ 1776. in 4. E di nuovo colla prefazione dellʼHufuagel
_Arlangae_ 1778. in 8. II. _De Typographia Hebraeo-Ferrariensi
Commentarius historicus, quo Ferrarienses Judaeorum editiones
hebraicae, hispanicae, lusitanicae, recensentur, et illustrantur.
Parmae_ 1780. in 8. E di nuovo _cum auctoris epistola, qua non nulla
Ferrariensis typographiae capita illustrantur, Hufnagelii praefatione.
Erlangae_ 1781. in 8. III. _Annali Ebreo-tipografici di Sabioneta in
fine della vita di Vespasiano Gonzaga del P. Affo. Parma_ 1780. in 4.
E di nuovo tradotti in latino dal Roos con unʼappendice dellʼautore.
_Erlangae_ 1785. in 8. IV. _De ignotis nonnullis antiquissimis
hebraici textus editionibus ac critico earum usu. Accedit de
editionibus hebraeo-biblicis appendix historico-critica ad nuperrimam
Bibliothecam Lelongo-Marchianam. Erlangae_ 1782. in 4. V. _Annales
Hebraeo-typographici Saec._ XV. _Parmae_ 1795. in 4. VI. _Annales
Hebraeo-typographici ab ann._ 1401. _ad_ 1540. _Parmae_ 1799. in
4. VII. _Bibliotheca judaica antichristiana, qua editi et inediti
judaeorum adversus christianam religionem libri recensentur. Parmae_
1800. in 8. VIII. _Apparatus hebraeo-biblicus, seu MSS. editique
codices sacri textus, quos possidet novaeque variarum lectionum
collationi destinat auctor. Parmae_ 1782. Non è di questo luogo il
parlare del Catalogo di tutti i suoi codici, nè del Dizionario storico
degli Autori Ebrei, perchè sono stampati nel 1802. e 1803. Dirò però
che la sua Biblioteca forma lʼammirazione degli uomini dotti, che
lʼhanno veduta. Basti per tutti il celebre Adler il quale nel suo
viaggio _Biblico-critico_ di Roma dice, che essa merita di fare un
viaggio a Parma per vederla; che chi vuole applicare allo studio deʼ
MSS. Ebraici biblici, o alla critica deʼ Sacri testi primitivi può
risparmiare dʼintraprendere altri viaggi, e di vedere o consultare
altre Biblioteche, perchè Parma sta in luogo di tutte. S. M. I.
lʼArciduchessa Duchessa di Parma, per quellʼamore che nutre peʼ buoni
studj, si è poi degnata di comprarla, e generosamente lʼha donata alla
Libreria pubblica di quella Città, lasciandone però lʼuso a lui finchè
vivrà.
[63] _Codices MSS. Bibliothecae R. Taurinensis Athenaei. Taurini ex
Typogr. R._ 1749. T. 2. in f.
[64] _Bibliothecae Hebraicae et Grecae Florentinae, sive Bibliothecae
Mediceae-Laurentianae catalogus. Florentiae_ 1757. in f. et in 8. T. 2.
[65] _Stephani Evodii Assemani Episcopi Apamaeensis bibliothecae
Mediceae Laurentianae et Palatinae codicum MSS. Orientalum Catalogus.
Florentiae_ 1742. in f.
[66] _Bibliothecae Apostolicae Vaticanae codicum manuscriptorum
catalogus in tres partes distributus, in quarum prima Orientales,
in altera Graeci, in tertia Latini, Italici, aliorumque Europaeorum
idiimatum codices: Stephanus Evodius Assemamus. ec. digesserunt,
animadversionibusque illustrarunt. Partis primae Tomus primus
complectens codices Hebraicos et Samaritanos. Romae ex Typographia
linguarum Orientalium Angeli Rotilii in aedibus Maximorum._ 1756. in
f. I tomi secondo e terzo contenenti i Codici Siriaci, e Caldei furono
anchʼessi stampati; ma unʼincendio destatosi nella stanza dove erano
questi volumi li consumò la notte deʼ 30. Agosto del 1768. _Bjoerns.
Lett. deʼ suoi viag._ T. 3. p. 263.
[67] Si veda ivi lʼelenco delle sue opere edite ai N. 1. 2. 4. 7. 11. e
quello dello inedite ai numeri 2. 3. 9. 11. 12.
[68] Si veda il Catalogo delle sue opere inedite, che è unito
allʼOrazion funebre del Canonico Ciolli stampata in Roma il 1802.
[69] _Roma_ 1792. in 8.
_Delle lingue
Caldea, e Rabbinica._
~CAPO~ VI.
Alla lingua Ebrea per intima cognazione unite sono la Caldaica, e la
Rabbinica, alle quali farò ora passaggio. Di queste volle mostrarsi
benemerito lo Zanolini pubblicandone la grammatica e il Lessico,[70] ma
in questi due libri egli non fece quasi altro, che copiare il Buxtorf,
di che mi ha fatto accorto il signor Peyron dottissimo professore
di lingue orientali nellʼAccademia di Torino. In fatti lʼordine, e
gli esempj sono gli stessi: nella _Prassi Grammatica_ gli squarci
del decalogo ricavati da Onkelos, e da Jonatan, e quelli dello Zoar,
e del Sanhedrin sono trascritti dalla _Prassi_ del Buxtorf. Dal suo
trattato _de abbreviaturis_ è preso ciò che ivi aggiunge sul Talmud,
talchè ne ha copiato fino gli errori tipografici onde alla pagina 105.
cita il numero פת dei Chetuvoth invece di פא, perchè si ha così alla
pagina 255. del Buxtorf nellʼedizione del 1640.[71] Così pure dal
Filologo Ebreo del Leusden prese molto di ciò che disse sopra Onkelos.
E riguardo alle abbreviature fu sì fedele al Buxtorf, che nè pure vi
aggiunse il supplimento unito dal Volfio alla sua Biblioteca Ebraica,
nè quelle che Giovanni Enrico Majo diede nel catalogo della Libreria
Uffembachiana.[72] Molto certamente aggiugnerebbe il signor de Rossi,
se si risolvesse di compiere e di pubblicare la sua opera _de studio
Rabbinico_, la quale in cinque libri parla dellʼuso, e dellʼutilità
di questo studio, del modo di leggere ed intendere gli scritti deʼ
Rabbini, e delle oscure loro frasi ed autori. Nè questa è la sola
opera che mostri la profonda dottrina sua nella lingua Rabbinica.
Perchè oltre a quelle, che intorno alla Ebraica Storia letteraria ho
già indicate, oltre a quelle che essendo stampate in questo secolo[73]
non appartengono ai presente mio ragionamento, altre molte ne serba
nel tesoro deʼ suoi manoscritti; che ben si debbono con questo titolo
designare, siccome quelli che per la moltitudine sono prodigiosi, e
tali debbono essere anche più per la loro profondità. Per esserne
convinti basta per una parte percorrerne i titoli nel catalogo delle
sue opere inedite, che unito si legge alle memorie della sua vita, e
per lʼaltra parte richiamarsi alla mente la vastità della sua dottrina
nelle lingue orientali, e nellʼEbraica massimamente. Nel _Rapport
historique sur les progrés de lʼhistoire et de la litterature ancienne
depuis_ 1789. presentato a Buonaparte M. de Sacy (giacchè a lui
appartiene la parte relativa alle lingue orientali) ricorda appunto il
signor Abate de Rossi, come versato nella lingua Rabbinica, e gli dà
per compagno il signor Tichsen Professore a Rostoch. Del secondo egli
dice, che _frequemment consultè par les tribunaux sur des controverses
judiciaires dont la decision exige la connoissance du droit actuel des
Juifs, a prouvè par ses consultations imprimèes, quʼaucune question
de ce genre ne fui ètoit etrangère_. Non negherò al signor Tichsen la
lode di uomo versato in questa lingua; ma domando, che questa lode si
conceda ancora al signor Malanima chiarissimo Professore di lingue
orientali nellʼAccademia Pisana, il quale non dai tribunali, ma dagli
Ebrei stessi litiganti è stato chiamato a difendere le loro cause
giudiciarie; ed ha pubblicati dotti consulti, in cui dimostra quanto
profondamente egli conosca il Talmud e glʼinterpetri suoi.[74] Oltre a
ciò i comenti del Rabbino David Kimchi sopra le profezie dʼIsaia trasse
dai codici, tradusse, e illustrò dottamente.[75] La stessa lode domando
pure, che si conceda allʼAb. Poch Genovese, che nel 1772. scriveva in
Roma in lingua Rabbinica una confutazione degli error degli Ebrei,[76]
quantunque poi non lʼabbia forse condotta a fine, o almeno non lʼabbia
mandata in luce. Finalmente domando la lode medesima per Biagio
Ugolini nominato di sopra, il quale nel tesoro dellʼEbraiche antichità
tante prove ci ha date della sua perizia nella lingua Rabbinica, ora
illustrando nelle sue dissertazioni gli usi di quella nazione, ora
pubblicando e traducendo le opere deʼ Rabbini, come ho già detto di
sopra.
Se questi scrittori fra i Cristiani illustravano così la lingua
Rabbinica, ragion voleva, che molto più si adoperassero di coltivarla
gli Ebrei, scrivendo in essa sopra ogni argomento. Cominciamo dai
Grammatici. Io non ho vedute le _Instituzioni Ebraiche_ di Giuda o
Leone Briel primario Rabbino di Mantova, nè so se sieno scritte in
Rabbinico, o in Italiano. Ma in Rabbinico scrisse certamente Simone
Calimani la sua _Grammatica Ebraica_, che si legge al principio della
Bibbia nellʼimpression di Venezia del 1739. La volgarizzò poi, e
in questa nuova forma la pubblicò colle stampe della stessa città
nel 1751. Alla Grammatica doveva poi succedere un lessico Ebraico
ed Italiano, che fin da quellʼanno aveva cominciato a compilare: ma
quantunque lungo tempo vi faticasse non giunse a compirlo. Anche i
precetti dellʼeloquenza furon dettati in questa lingua per opera di
Mosè Chajìm Luzzato che gli stampò in Mantova il 1727. col titolo
di _Lescòn limudim_, cioè _lingua dei dotti_, indirizzandoli al suo
precettore Isaìa Bassani, di cui parlerò altrove.
Fra gli Oratori due soli ne trovo in questo secolo, e sono Biniamino
Coèn, e Giacobbe Saravàl: giacchè quantunque Abramo Coèn, di cui farò
parola in altro luogo, appartenga a questʼepoca, i suoi ragionamenti
però intitolati _la gloria deʼ sapienti_, essendo impressi il
1700. appartengono al secolo precedente. Di Biniamino Coèn e del
Saravàl abbiamo alcuni ragionamenti morali: ma quelli del secondo
principalmente non ottennero molto plauso. Maggior lode riscossero
gli Ebrei nella Poesia, o il numero si consideri di quelli, che la
coltivarono, o il lor valore. Se fra gli oratori del secolo decimottavo
non ho potato annoverare Abramo Coèn,[77] posso almeno collocarlo fra
i poeti. Una bella parafrasi deʼ Salmi abbiamo da lui in varj metri,
impressa in Venezia il 1719. col titolo di _Cheunàd Avraàm_, cioè
_Sacerdozio dʼAbramo_, per cui egli si meritò uno deʼ più onorevoli
posti nel Parnasso Rabbinico. Non meno di lui degno è di lode Israele
Biniamino Bassani Rabbino di Reggio commendato ugualmente per le
sue virtù e per la sua dottrina. Ma le eleganti poesie di questo
Rabbino, che gli detter nome dʼuno deʼ poeti migliori della sua età
fra gli Ebrei, giacciono qua e là disperse, nè mai raccolte furono
unitamente.[78] Si loda altresì una _Kinà_, o poema lamentevole di
Giacobbe Saravàl testè mentovato pel funesto accidente della caduta
dʼun pavimento, per cui nel 1776. rimasero in Mantova morti ad un
tratto e sepolti sessantacinque deʼ suoi; ed unʼaltra _Kinà_ di Sansòn
Modòn in morte di Giuda o Leone Brièl. Più lunga e difficil fatica
intraprese Sabtai Chajìm Marini Medico e Rabbino di Padova, che in
altrettante ottave Ebraiche tradusse la versione dellʼAnguillara delle
Metamorfosi. Lʼoriginal manoscritto si conserva nellʼincomparabile
libreria del signor Abate de Rossi col titolo di _scirè Hahhaliphòth_,
cioè _Canto delle mutazioni_.[79]
Niuno scrittore di storia abbiamo in questo secolo, tranne Chajìm
David Azulai, che unʼopera di Bibliografia pubblicò in Livorno col
titolo di _scem haghedolìm_, cioè _Nomi deʼ grandi_ per le prime due
parti, e di _Vahad lachachamim, o assemblea dei dotti_ per la terza.
Essa è ripiena di ottime e non comuni notizie, essendo egli stato
uomo erudito, e possessore di parecchi pregevoli manuscritti. Anche
Sabbatai Ambron romano[80] voleva darci una Biblioteca Rabbinica, che
superasse quella del Bartolocci; ma, qual che ne sia stata la cagione,
la sua opera o non fu per lui condotta a fine, o non ha veduta la
luce. Il giornale deʼ Letterati dʼItalia, che si stampava a Venezia
per opera dʼApostolo Zeno[81] gli attribuisce unʼaltrʼopera intitolata
_Pancosmosofia_, in cui prendeva _a investigare quanto appartiene alla
scienza della fabbrica dellʼuniverso, e di dare una nuova ipotesi del
sistema del mondo_. Ivi si dice, chʼessa era sotto il _pesatissimo
esame deʼ Revisori_. Il Mazzucchelli per un equivoco singolare chiamò
_pesantissimo_ quellʼesame, e ad esso attribuì il non essere venuta
in luce. Ciò è falso. Basta vedere in quel giornale il breve cenno,
che se ne dà, per conoscere gli errori, di che era pieno quel libro:
onde è da credersi, che niuno stampator di Venezia, dove lʼautor si
recò per pubblicarlo, fosse così poco avveduto, che stampar lo volesse
con proprio sicuro danno. Che che sia di questo, se si considera, che
lʼopera, e le sue diverse parti sono intitolate con nomi presi dal
Greco, si crederà, chʼessa non era scritta in lingua Rabbinica, e che
perciò non appartiene alla mia indagin presente.
Non vuolsi dunque annoverare lʼAmbron traʼ Filosofi, che scrissero
in questa lingua; deʼ quali passando ora a favellare trovo solamente
Mosè Chefetz, o Gentili, come lo chiama il Giornale citato,[82] oriundo
di Trieste. Egli nel 1710. allʼetà di centʼanni cominciò a stampare
unʼopera, che ha per titolo _Melechèd machascevèd, opus adinventum_,
che è quasi un comento filosofico del Pentateuco, cui aggiunse più
e diverse dissertazioni su gli attributi di Dio, su gli Angeli, su
lʼanima umana, sul libero arbitrio, su i premj e le pene della vita
avvenire, e su lʼanima delle bestie, spargendo ovunque non volgari
cognizioni della moderna filosofia.
Ma la parte, in cui più si esercitaron gli Ebrei nel secolo trapassato
è quella, che riguarda lʼEbraica Religione. Cominciamo dai critici
Comentatori del sacro Testo. Non farò quì parola di quei dotti Rabbini
di Mantova, Pisa, e Livorno, che si adoperarono di pubblicare ed
emendare la Bibbia del Norzi; perchè di questi ho già favellato di
sopra. Chiunque è mezzanamente instruito neʼ biblici studj sa, che sia
la Masora, e quali difetti essa abbia, colpa deʼ copisti, ed anche
dei suoi primi autori. David Viterbo Mantovano la prese a scopo delle
sue fatiche, e sopra essa scrisse e stampò in patria il 1748. lʼ_Em
lammasored_, cioè _Madre della Masora_, che essendo dal signor Abate
de Rossi riputata utile ai sacri Critici, niuno si vorrà opporre alla
sentenza dʼun giudice così autorevole. I Treni di Geremia interpetrò
Biniamino Coèn con unʼopera, che dal lamentevole argomento del
testo intitolò _Allòn bacuth_, _quercia del pianto_, e con un altro
comento illustrò i _Pirkè avoth_, _capitoli deʼ Padri_, cioè quella
collezione di sentenze morali degli amichi Rabbini, che porta questo
titolo. Emmanuele Riki Rabbino Ferrarese prese ad interpetrare i
Salmi con un comento cabalistico, che nel 1742. stampò in Livorno col
titolo di _Chazè Tziòn_, cioè _Profeta di Sion_, del quale scrittore
abbiamo ancora il _Moasseh Choscèv, o opera artificiosa_, che contiene
la descrizione dellʼantico Tabernacolo, e venne in luce il 1737.
coʼ torchj dʼAmsterdam. Un comento sopra i Salmi aveva compilato
anche un altro Rabbino, cioè Giosuè Segre di Vercelli, che non è
impresso.[83] Non mai pubblicata parimente, e forse nè pure compita è
la dilucidazione dellʼEcclesiaste, che fin dal 1772. preparava Giacobbe
Saravàl Rabbino prima in Venezia sua patria, e poi in Mantova. In essa
egli si assottigliava di mostrare che la voce _Koheleth_ che porta in
fronte questo sacro libro, significa _Accademia_, e che esso consiste
tutto in un dialogo fra diverse persone.[84]
Maggior sollecitudine, come ognuno può agevolmente immaginare,
adoperaron gli Ebrei nel combattere la santa Religion nostra, o nel
difendere i loro errori contro gli assalti deʼ nostri Teologi. Prese
a guerreggiar questa guerra il Rabbino di Mantova con Giuda Brièl
coʼ suoi _Assagoth_, o _Argomenti contro i racconti degli Apostoli,
e contro gli Evangelj_. Ma quantunque il titolo sia così generale,
lʼopera però nel codice del signor de Rossi non parla che dei
diciannove primi Capitoli del Vangelo di S. Giovanni.[85] Non so, se
altri manuscritti ve ne abbia, che meglio rispondano alle promesse
del titolo: ma so per testimonianza del medesimo signor de Rossi, che
lʼautore mostra unʼignoranza grande della lingua latina, quantunque
pretenda di chiamar ad esame parecchi luoghi della traduzione del sacro
Testo lasciataci in questa lingua da S. Girolamo. Non minore ignoranza
e presunzione ebbe il suo discepolo Giosuè Segre di Vercelli, Rabbino
di Scandiano, che nellʼarringo medesimo volle entrare collʼ_Ascàm
talui_, o vogliam dire _peccato del dubbio_.[86] Non contro i nostri,
ma sì contro glʼincreduli difese lʼEbraiche dottrine, e le sentenze
degli Ebrei Dottori Aviad Basilea Rabbino di Mantova stampando in
patria il 1730. il suo _Emunàd chachamim_, cioè _la Fede deʼ Sapienti_.
Unʼopera liturgica altresì egli compose, facendo lʼapologia del rito
ebraico della Pasqua contro il P. Carlo da Crevalcore: ma il modo,
con che ne parla il signor de Rossi, mi fa credere, che essa sia
scritta in Italiano.[87] In Ebraico bensì Isacco Lampronti Medico e
primario Rabbino di Ferrara scrisse un amplissimo Dizionario su i riti
tutti quanti della sua nazione in parecchi volumi in foglio, i quali
non oltrepassano la lettera Teth. A queste voglionsi aggiugnere le
_Tephiloth_, cioè uno dei libri di preghiere usate dagli Ebrei, che
Mardocheo Ventura tradusse in Francese, e stampò in Nizza il 1772.
Se poi dalle leggi, che riguardano i sacri riti facciam passaggio alle
altre ci si presentano in prima i Consulti legali e dommatici dʼIsaia
Bassani Rabbino di Reggio, che formano la seconda parte dei _Todàd
scelamìm_ impressi in Venezia il 1741. Ed a questo scrittore voglionsi
unire eziandio Giuda o Leone Briel, che ho nominato fra i grammatici,
e Sansone Morpurgo Medico e Rabbino in Ancona, i quali ottennero in
questo genere molta lode. I Consulti legali del primo sparsi si leggono
in varj libri, e quelli del secondo vider la luce in Venezia il 1743.
col titolo di _Scemèsc tzedakà_, cioè _Sole di giustizia_ per opera del
figlio, che glʼillustrò con parecchie annotazioni. Nè questa è la sola
opera, che abbia meritato plauso a Sansone: ma fin dal 1704. egli aveva
stampato un comento del _Bechinàd olàm_ da lui chiamato _Etz adahad_,
o _albero della scienza_, il quale come avverte il signor de Rossi si
annovera fra i comenti migliori di questa celebre opera morale.
Fra glʼItaliani finalmente non per nascita, ma per lungo domicilio, si
può annoverare Zelig figlio dʼIsacco chiamato Margalioth, che il 1715.
stampò in Venezia una raccolta di sue osservazioni su varj trattati
Talmudici. Ma già abbastanza, e forse ancor troppo a lungo mi son
trattenuto tessendo questa nojosa serie di nomi, ed è ormai tempo di
percorrere un più vasto campo, e meno ingrato.