Il dottore m'aspettava, con le mani sul dosso, con l'ultimo fascicolo
della _Phrenologische Zeitschrift_ sotto l'ascella, appie' della vasta
scala che mena ai corridoi superiori. Ricominciammo a parlare del suo
_nuovo soggetto_: una giovane donna ch'era stata affidata alle sue cure
speciali.
--Tipo non comune. Nessuna delle degenerazioni fisiche che io riscontro
nelle altre ammalate di tal genere. Ecco: forse quelle iridi grige che
talvolta si slargano...
S'arrestava al sommo della prima tesa delle scale e pigliava fiato.
--E di che cosa è malata?
--Ebbene, pel momento non vi saprei dire. Ha delle frenosi complicate
d'isterismo e di catalessia, e una mania di pianto. Per lo più è muta e
solitaria. Qualche volta l'ho udita cantare. La lascio fare, la lascio
libera. Ella non farà mai male ad alcuno. Non s'agita, non urla. Nessuna
irrequietezza. Per tanto è una isterica: e pure m'oppugna il Sydenam,
che al cospetto di lei si troverebbe forse per la prima volta in
presenza d'una di queste paranoiche la quale non ha, come lui dice, la
costanza dell'incostanza. In fondo, siamo sempre lì--soggiunse il
dottore, soffermandosi con me sul largo pianerottolo--le solite
devastazioni di quel risvegliatore eterno, dolcissimo ed iniquo, d'ogni
male latente. L'amore. Dico bene? Secondo me quella poverina ama o ha
amato qualcuno che non ha mai potuto raggiungere.
S'apriva davanti a noi il lungo e spazioso corridoio dalle bianche
pareti, deserto. Tutte le porte delle celle erano chiuse.
--È qui, ai _pagamenti_.--disse il dottore--Numero quaranta.
Con le nocche delle dita picchiò sulla porta e attese qualche poco. Poi
ficcò la chiavetta nella toppa e la porta s'aperse.
Ora egli, di su la soglia, col cappello in mano, salutava.
--Buongiorno, signorina.
La vidi, subitamente. Era seduta presso la sponda del suo bianco letto e
ci voltava le spalle. Vidi un'onda di capelli d'oro, quasi disciolti,
vidi una mano, pallida e sottile, come abbandonata sulla tavola sparsa
di fiori, accanto a lei; una mano che s'appressava a quei crisantemi con
quel moto lievo e incerto che hanno le dita dei ciechi.
Il dottore presentava:
--Il mio amico Legrenzi.
Ella si volse, e si levò, di scatto. Con un grido, un grido che non
potrò mai dimenticare! Si trasse addietro, s'addossò quasi a uno stipite
della finestra. La luce della finestra la circonfuse; ma la coglieva
alle spalle, e io non vedevo che un fantasma, alto, sottile, dalle
braccia levate in atto di meraviglia e di terrore.
Che cosa io balbettai, che cosa feci in quel punto! Non so... M'è parso
di piegarmi, di mancare. Le mie mani si sono afferrate allo spigolo
della tavola, gli occhi miei fisi e spalancati hanno visto venire verso
di me, lento, dal luminoso fondo della finestra, il fantasma. Ho sentito
una mano che mi si posava sulla spalla. Ho visto confusamente lei, che
si chinava, che mi guardava. E m'è parso che sorridesse, con gli occhi
pieni di lagrime...
E ho udito poi la sua voce:
--Ti ricordi!... Dimmi... Ti ricordi!...