II

Ora, una ventina di giorni fa, mentre allineavo su un pluteo della mia

piccola libreria un bell'esemplare, in tredici volumi, _Della vita e

delle opere di Federigo il Grande_,--edizione francese del 1789, che la

vecchia vedova d'un bibliofilo farmacista di X... mi aveva ceduto per

poco denaro--mi capitò un bigliettino del dottor Massimo, così

concepito: «Ho qui del buon the, dell'autentico _Hyson hayswen_ che mi

arriva direttamente da Annam; ho per le mani un nuovo _soggetto_--e non

ci vediamo da venti giorni!».

--Inutile scrivere al professore--dissi al vecchietto che mi aveva

portata la lettera--fra mezz'ora sarò da lui.

Sulla soglia, uscendo, il vecchietto si voltò per raccomandarmi:

--Sa, signore: il paracqua! Il tempo minaccia.

Si preparava, difatti, una brutta giornata: cielo grigio, aria umida e

fredda. Qualche goccia di pioggia mi colpì sulla faccia appena misi

piede fuori di casa. Sulla via carrettiera mi soffermai un momento: la

campagna, nel lontano, mi parve più deserta e malinconica del solito;

una nebbiola bassa, come un fumo lieve, le stava sopra e la oscurava un

poco.

Il dottore mi venne incontro nel cortile dell'ospizio. Con la sua

effusione abituale m'afferrò la mano e me la strinse.

--Vi chieggo scusa se v'ho scomodato. Ma non vi vedevo da tanto tempo!

Bravo, ho piacere. Ora concedetemi dieci minuti di permesso: il tempo di

dare un'occhiata alle lettere che mi sono giunte adesso. Dieci minuti, e

sono ai vostri ordini.

Si ficcò in fretta nel suo studiolo a pianterreno. Ma prima aveva fatto

un cenno a un custode, un gigante biondo, che aspettava, col berretto

fra le mani.

--Potete aprire.

Il gigante introdusse una piccola chiave nella toppa della porta ferrata

che è in fondo al cortile, e quella, a un suo spintone, stridendo sui

cardini s'aperse a mezzo. Passai: il custode era passato prima. La porta

si rinchiuse. Eravamo nel _Quadrato dei pazzi tranquilli_.

Era stato forse un giardino, in origine: ora poco vi restava che lo

attestasse: qualche alberello dal tronco sbiancato, il segno d'un viale,

uno dei muri ancora rigato, verso la cresta, di cannucce in fila, che il

giardiniere vi aveva inchiodato per favorire ascensioni di glicine o di

campanule. Addossati a quel muro due freddi sedili di marmo pareva che

aspettassero qualcuno: altri ve n'erano qua e là, co' piedi a zoccolo

già conquistati da umide chiazze di musco.

I _tranquilli_ passeggiavano, solitarii, in peripatetici soliloqui.

Qualcuno, d'un subito, dopo una lunga corsa lungo il muro di cinta,

s'arrestava, si premeva il petto con le mani spiegate, e ansava

forte--qualche altro, in estasi davanti all'arida vasca di quella che

era stata una fontana, in un angolo, non ne levava più gli occhi

incantati--un altro ancora, che ora si veniva a sedere sulla panca di

marmo più prossima alla porta, si voltava a interrogarla senza posa,

girando e rigirando il capo, che scattava come per un congegno

meccanico. Ve n'erano di quelli che si sprofondavano nelle loro

meditazioni, e non ascoltavano, non vedevano che que' loro fantasmi--e

ve n'erano altri che, a due a due, a braccetto, or lentamente, ora a

passi precipitosi, trascinavano, infervorati, le loro misteriose

discussioni. Ove due delle pareti del recinto si raggiungevano e

facevano spigolo, con la faccia al muro, con le mani sulla faccia, un

poco piegato e quasi tremante, un altro singhiozzava. I compagni gli

passavano davanti senza neppure guardarlo.

Spioveva, adesso. Pel fitto d'una scura nuvolaglia finalmente il sole

era riescito a ficcarsi: ora quell'immane viluppo s'andava colorendo, i

suoi lembi ondulanti si accendevano. Dalla terra inumidita si

sprigionava un lievissimo odore che a poco a poco diventava più acre.

Ma il silenzio non s'interrompeva. Vedevo venire verso di me, lenta, una

coppia che a volte s'arrestava: un vecchio signore aveva passato il suo

sotto al braccio di un giovane e questi, camminando, pareva che stesse

ad ascoltare il suo compagno anziano. Quando si fermavano, il vecchio

figgeva gli occhi ansiosi in quelli del giovane, che lo guardava come

trasognato. Pian piano gli scioglieva le mani che quello s'ostinava a

tenere rinserrate, e le premeva dolcemente nelle sue. L'ebete si

lasciava fare, in silenzio, con un sorriso melenso, passivo alla carezza

paterna. E il padre, ch'era venuto a trovarlo, e lo aveva ancora una

volta rintracciato in quella folla misera, sempre allo stesso posto e

assorbito dall'eterna sua meditazione sconsolata, ora, ancora una volta,

e invano, gli parlava sommessamente di tutte le persone, di tutte le

cose un tempo così care a lui: della casa, della famiglia, ch'egli aveva

dimenticato, forse per sempre. E mentre attorno continuava il va e

vieni, continuavano i soliloquii, le corse ansiose, e il pianto di

quello che s'era messo con la faccia al muro, qui, a qualche passo da

me, quel padre seguitava a sollecitare il figliuolo, e ora, incollerito

e angoscioso, quasi lo investiva con la solita domanda che non ha mai

risposta: Ma dimmi, dimmi... Ricordi? Dimmi... Ti ricordi?...

L'ignoto: Novelle · 第 43 / 47 题