Procedeva, senza fermarsi, con la testa bassa. In _Piazza dei Giudici_,
ove metteva il primo tratto Del _Corso_, da un globo enorme si
diffondeva la luce elettrica e il vaporoso pulviscolo d'una pioggerella
fitta e fredda roteava, penetrato da quel lume, per breve spazio
attorno. Alle prime avvisaglie della pioggia i capuani avevano
abbandonato la piazza; vi s'indugiavano ancora un gruppetto di soldati
d'artiglieria, due carabinieri ammantellati, gravi, lenti, solenni, e lo
scemo di _Vico Cimino_, un piccolo uomo di forme e di fisonomia
scimmiesche, le cui membra piteciche ora s'aggrovigliavano al palo del
lume elettrico, sferzate dalla pioggia e tremanti.
Come Letizia passò davanti all'_Arco Mazzocchi_ una folla d'operaie del
laboratorio pirotecnico ne uscì con alte voci confuse, imprecanti alla
pioggia, e si rincorse lungo la murata del Municipio, e trascorse verso
_Porta Napoli_.
Letizia si mescolò a quella folla e andò avanti ancora. Di tratto in
tratto se ne spiccavano due o tre operaie e pigliavano, per rincasare,
altre strade. Presso _Porta Napoli_ la comitiva non si componeva più che
di tre di quelle donne, le quali a un tratto si misero a scappare,
rincorrendosi, strillando, sollevando e raccogliendo le sottane, e
presto scomparendo nel buio. Letizia s'arrestò. Si guardò attorno,
cercando di risovvenirsi. Poi fece ancora quattro o cinque altri passi e
sparì anch'ella in un palazzetto a una delle cui finestre del primo
piano penzolava, sbattuta dal vento, la tarlata insegna d'una locanda.
Ascese la scala a tentoni. Non v'era lume; ma ella conosceva il numero
dei gradini e il posto della porticina. A quella picchiò due volte,
colla mano spiegata.
--Viene...--fece di dentro una rauca voce maschile.
S'aperse la porta e un fiotto di luce dilagò sul pianerottolo. L'uomo
che l'aveva schiusa reggeva un lume nella destra e cercava di affisar
bene la sconosciuta. Poi si trasse addietro per lasciarla passare.
--Be'?--disse, dopo avere cautamente rinchiuso l'uscio--In che vi devo
servire?
Levò il lume fino al volto della donna e con l'altra mano fece riparo
alla fiamma.
Ma ora ella si liberava dallo scialle, lo raccoglieva sul braccio e gli
si rivelava, immobile, ritta di faccia a lui, e muta, e tutta illuminata
dalla fronte al petto.
Allora l'uomo esclamò:
--Gue'! Letizia!... Ah, tu sei, dunque?
E voltandosi a una porticina socchiusa, dietro la quale borbottava una
vecchia voce femminile, annunziò:
--È Letizia di _Riva Casilina_... Letiziella... Quella del furiere...
Letizia si coperse la faccia. Cessò il borbottìo dietro l'uscio
socchiuso. E la voce senile, mentre l'uomo riponeva il lume sulla mensa
dalla quale s'era levato, rispose:
--Buona sera... Ora vengo.
--È Chiarina--disse l'uomo, e sedette daccapo alla tavola--Ha le gambe
enfiate, con rispetto, e le unge con una pomata che si vende a Napoli.
Ha un'emicrania da cavallo, per giunta...
Additò una seggiola.
--Mettiti a sedere... Vuoi crescere?
--Vi devo parlare--disse Letizia.
--Be'... Dunque siedi. Che mi dici? E il furiere che fa?
--M'ha lasciata.
--Il furiere?...--e con la mano spiegata l'uomo percosse la
tavola--Possibile? Hai sentito, Chiarina?...--e si girò sulla seggiola,
e si voltò a parlare forte all'uscio socchiuso--Dice che il furiere l'ha
lasciata...
--Vengo...--ripetette la voce.
Don Placido, un tipaccio rossigno, quasi calvo, animalesco, allungò la
mano a un piatto colmo di stufato d'agnello e se ne recò un pezzo alla
bocca, strappandogli, co' forti molari, fin le ultime cartilagini. Si
versò del vino. Sotto il lume, agguantata al collo della bottiglia, la
sua mano tremava come per impeto di sangue pulsante: sul dosso vi
rigurgitavano le vene enfiate e le dita unte e vellose, terminate da
unghie rose e piatte, lucevano del recente contatto della vivanda. Un
alito impuro emanava da quella stanza e dai suoi abitatori, come un
fiato di anime e di materie corrotte. Dal mensale insudiciato, chiazzato
di larghe macchie d'unto e di vino, si sprigionava un lezzo
disgustevole.
--Sentite, don Placido...--disse Letizia subitamente--Io non posso
restare più, a Capua. Capite, don Placido?... Sono rovinata, e la rovina
mia non la posso nascondere più...
L'uomo la guardò fisamente. Poi, con gli occhi piccioli e vivi,
percorrendolo tutto s'indugiò a interrogare quel corpo palpitante e
raccolto.
Letizia arrossì. Radunò in grembo lo scialle e ve lo rattenne con le
pallide mani spiegate.
--Ho capito--disse don Placido.
E si grattò il capo con l'indice della sinistra: poi con quello della
destra e col pollice strinse e trasse avanti il labbro inferiore. Levò
la testa, e parve che interrogasse il soffitto.
Domandò, più piano:
--E a casa tua?
--Sono fuggita.
--Quando?
--Ora.
--Sei andata da lui?
--Inutile. Sono venuta qui.
--Parla più basso.
Seguì un silenzio. La grondaia del cortile gorgogliava: il romore era
distinto, continuo. La pioggia non era cessata. Don Placido moderò la
fiamma del lume, si levò, fece pesantemente due o tre passi nella
stanzuccia e Letizia lo udì borbottare:
--Evviva il furiere!... E bravo!... Evviva!...
All'improvviso le si piantò di faccia, presso alla tavola. Le chiese
bruscamente, brutalmente:
--Be'?... E ora che vuoi fare?... La vita?
Ella aperse le braccia e chinò la testa.
Don Placido, dopo un poco soggiunse:
--E a Napoli ci andresti?
--A Napoli?...--balbettò Letizia.
--Vi ho un amico. Ti raccomanderò... La città è grande, vedrai... E
qualche altra vi ha fatto fortuna...
Lo interruppe un colpo di tosse che arrivava da un'altra camera la cui
porticina, alle spalle di Letizia, era pur chiusa.
Letizia trasalì e l'uomo si mise a ridere.
--È la bionda--disse, con una occhiata a quell'uscio--È una di Caserta.
Parte a momenti per Napoli e io l'accompagno alla stazione.
La breve tossicina si fece udire un'altra volta, ma ora don Placido non
vi badò.
--Per questo ti domandavo se ti piace Napoli. Se ti piace allora...
vedi... puoi dirti fortunata, vi andrete assieme... Con la bionda. Ora
deciditi. Hai capito? Grande città, gran gente, gran rumore, gran vita.
Mica questi sordomuti di Capua, angiolo mio...
Tese l'orecchio. Pioveva ancora: il borbottìo della grondaia era
superato dal crepitare della pioggia che percoteva il cortile.
--Se vuoi vedere la bionda è di là, in cucina. Si chiacchierava,
appunto, quando sei arrivata. E s'è voluta nascondere: si vergogna. Be',
se vuoi vederla... Intanto io vado per un affare mio, fino
all'Annunziata. E parla pure con Chiarina: tra femmine vi intenderete
meglio...
A voce alta, mentre cercava il mantello e il cappello, annunziò:
--Vado fino all'Annunziata, Chiarí...
La voce rispose dall'oscurità:
--E il treno?...
--Parte alle dieci...--E don Placido, aperse la porta delle scale--V'è
il tempo. Torno subito.
Sulla soglia si voltò a Letizia:
--La casa la conosci: accomodati pure. Aggiustati con Chiarina...
Uscì. La porta si richiuse e Letizia rimase sola.
Si guardò attorno, guardò l'uscio piccolo dietro del quale ella
indovinava donna Chiara, l'orribile vecchia, gigantesca come il marito,
quasi calva, dall'occipite rigato di filze di capelli tinti, copiosa di
carne molle, e ondeggiante dal petto enorme e floscio sul ventre...
Si levò in piedi. S'era mossa quella porta. Ma era il gatto. Apparve
sbadigliando, un gatto grigiastro e avanzò, lentamente. Vide Letizia: si
fermò, la guardò, poi, rincamminandosi, scomparve nella penombra.
Letizia sospinse la porta della cucina.
V
La bionda era seduta a una tavola, presso al focolare. Poggiava le mani
aperte e la faccia su qualcosa che pareva un fagotto. Un lieve soffio
inclinava accanto a lei la fiammella d'un lume a olio piantato sulla
tavola tra le bucce d'un'arancia.
Letizia urlò:
--Marta!...
Ma come? Oh, Dio! Dio! Quella che il furiere aveva presa dopo di lei,
quella per la quale l'aveva lasciata! Marta, Marta, là dentro! Nella
casa di don Placido!...
La bionda, come istupidita, la bocca schiusa, gli occhi incertamente
affisati, allungava la testa nell'ombra. Poi congiunse le mani, come
accordandole a una muta implorazione. E Letizia, che s'appressava, la
udì infine mormorare con voce quasi di pianto:
--Tu si' Letizia d' 'a Riva Casilina...
E a un tratto si sentì afferrare le mani, se le sentì avvincere ai polsi
e piegò, e quasi s'abbandonò su quel corpo palpitante e un po' molle da
cui, nell'ombra afosa della stanzuccia, vaporava un alito tepido di
gioventù e di salute.
La bionda balbettava:
--Mbe', perdòname, perdòname!...
Ora piangevano, piano, sedute vicino, così vicino che i loro ginocchi si
toccavano e la scarsa fiamma della lampa, di volta in volta investita e
piegata dal soffio esterno, stentava a disegnare e a separare que' due
corpi quasi immoti...