CAPITOLO DICIANNOVESIMO

Carlo Alberto rifiuta le proposte — Si riprende la ritirata

— Sofferenze dei soldati — Buone disposizioni dei Comitati

— Episodio di Codogno — Fatto d'armi di Cremona — Difesa

della linea dell'Adda — Il general Sommariva si ritira su

Piacenza — Episodio di Pizzighettone — Arrivo dell'esercito

sotto Milano — Battaglia del 4 agosto — Il quartier generale

principale viene stabilito in casa Greppi.

L'offerta del generale Hess parve troppo esigua a Carlo Alberto

che rifiutò e quindi si dovette tosto pensare a proseguire la

ritirata. Ciò avveniva verso la sera del 27 e da quel momento

non fu interrotta che dalle soste per combattimento della nostra

retroguardia coll'avanguardia del nemico, e d'una mezza giornata per un

combattimento più lungo e serio sotto le mura di Cremona, avvenuto il

29.

Grandi furono le sofferenze dei poveri soldati pel disordine dei viveri

e pel gran caldo; si sarebbe detto che pioveva fuoco; si cercava far

camminare i soldati di preferenza nella notte, ma non sempre si poteva,

e spesso bisognava spiegarsi a destra ed a sinistra in attesa di un

attacco; aggiungasi a questo una polvere che avvolgeva le colonne

intere della truppa che, esausta ed arsa dalla sete doveva talvolta

tollerarla per lunghe ore. Per dar un'idea del caldo di que' giorni,

citerò un fatto che accadde a me, di nessuna importanza per sè, ma

espressivo qual prova dei caldo. Io recava a tracolla una tasca in

pelle divisa internamente da un diafragma; nell'una parte teneva il

cannocchialino da campagna e la carta geografica, nell'altra aveva una

piccola scorta di cioccolatta incartocciata. Un giorno volendo levare

il cannocchiale sbaglio lo scompartimento ed entro colla mano in quello

della cioccolatta e sento che le dita s'immergono in una poltiglia,

ritiro immediatamente la mano e veggo che quella densa poltiglia

altro non era che la cioccolatta che si era fusa precisamente come

se fosse stata posta sul fuoco; aveva rotta la carta e s'era sparsa

nella tasca di pelle. È vero ch'era a cavallo da molte ore e nelle

più calde e la borsa in pelle nera facilitava il concentramento del

calorico, ma si pensi a qual grado doveva salire per liquefare a quel

modo la cioccolatta. Ma il caldo, si dirà, doveva pur sentirlo anche il

nemico, era il medesimo sole che ci saettava e percorrevamo la stessa

via, e ciò è verissimo; ma se reagiva egualmente sul fisico, trovava

nel morale una resistenza ben diversa. Sotto tale rapporto noi eravamo

in condizioni diametralmente opposte; il Piemontese, vera stoffa da

soldato, sentiva profonda l'influenza morale, comprendeva che più non

si scongiurava la fortuna, ed alle sofferenze fisiche si univano quelle

dello spirito che abbattono più delle prime, e d'altronde eravi poi

anche questa differenza che quando l'esercito austriaco voleva riposare

era padrone di farlo, ma la stessa cosa non poteva dirsi del nostro che

anche in questo doveva subire la legge dal vincitore.

Una causa grave di sofferenze come già accennai fu quella del disordine

nella distribuzione dei viveri. Il servizio era male organizzato

ed al campo vi ebbe sempre contemporaneamente in un luogo difetto e

nell'altro abbondanza, privazioni e sciupamento; la massa viveri non

mancò mai, ma così mal distribuita e sopratutto poi nei giorni di

battaglia, che il povero soldato rimase più d'una volta 24 ore senza

cibo. Il vizio veramente organico stava in ciò, che il trasporto dei

viveri si faceva da imprese private, e non da un corpo con disciplina

militare; ora que' impresari temendo cader nelle mani del nemico e

perder carri e cavalli, si allarmavano anche per pericoli ideali e

ridicoli e trovandosi anche a grandi distanze dal nemico. Mentre io

(28 luglio) mi recava a Cremona per prendere disposizioni, incontro

un piccolo convoglio di quattro o cinque carri, tirati da buoi che

trottavano. Era nato un falso allarme per un preteso corpo austriaco

che si diceva vicino; coloro che conducevano quel convoglio presi

dallo spavento non contenti di battere le bestie perchè corressero,

avevano aguzzato dei bastoni e pungevano con questi i buoi a sangue,

al punto, che, quando io l'incontrai, o per meglio dire li raggiunsi,

trottavano alla lettera, come quelli che li pungevano. Sdegnato a

quella vista mi collocai anzitutto col mio cavallo avanti al primo

carro, intimai ai conducenti che si fermassero, e li apostrofai con

una vera scarica di epiteti uno più forte dell'altro, poi gli dissi:

che i Tedeschi non avevano le ali nemmeno essi, che fra loro e noi

v'erano più di 20 chilometri ed il nostro esercito di mezzo. Credesi

forse che reagissero? Nulla affatto; si pigliarono in buona pace

quel subisso d'insolenze, ma siccome erano stanchissimi essi pure

come i buoi che cacciavano, quell'assicurazione del nessun pericolo

per quanto condita bruscamente fece loro piacere, cominciarono a

scusarsi dicendo che avevano visto altri a fuggire, e senza cercar

altro fuggivano anch'essi; io divenni più mite e tornai sull'argomento

dimostrando loro colle buone, quanto assurdo fosse quel panico; mi

feci promettere che avrebbero continuata la loro via di passo e con

tutta calma, ed io proseguii il mio cammino. L'assicurare i viveri

all'esercito fu uno dei cómpiti più ardui che cadde sugli ufficiali

lombardi dello Stato Maggiore dal 27 luglio al 3 agosto: io non conobbi

più ciò che volesse dire riposare su d'un letto; durante la notte

procedeva sempre per intendermi coi Municipii e coi Comitati, onde

non mancasse il necessario; durante il giorno doveva portar ordini pei

movimenti militari. Una cosa dolorosa che mi dava non poca pena erano

le inevitabili dimande che mi facevano sulle probabili sorti della

guerra, tutti speravano che si facesse resistenza e si desse battaglia,

in modo che il loro paese non cadesse nelle mani dei Tedeschi; io non

voleva illuderli, ma nemmeno spaventarli, stava quindi sulle generali,

ma coloro che conservavano ancora calma di spirito, ben comprendevano

che la speranza di vincere non era grande. Ben potrei però accennare

ad onore di più d'un Municipio e d'un Comitato quanta premura e quanta

buona volontà vi mettessero. A Cremona, per esempio, ove io giunsi il

28 a notte avanzata trovai al Municipio il Comitato ancora riunito, e

non è a dire con quanta prontezza e benevolenza annuisse ad una dimanda

assai forte per razioni di viveri; ma chi mai ricorda ora, chi apprezza

que' meriti? Eppure quei servigi resi in circostanze cotanto difficili

e sventurate esser dovrebbero i più ricordati. Per essere almeno io

fedele a questa massima non voglio tacere un fatto che mi avvenne in

quei giorni e che torna ad onore del clero e dei cittadini di Codogno.

Era il 28 luglio verso il cader del giorno ed io mi recava in quel

paese portando ordini; lungo la via incontro un corpo di truppa che

camminava stanco, spossato; cavalco per qualche tempo a suoi fianchi

e veggo che un soldato che camminava in riva al fosso stradale lascia

cadere un pane che rotola nel fosso ma di poca profondità ed asciutto,

e nè esso nè altro fra i soldati si dànno il fastidio di raccoglierlo.

Mi rivolgo al primo ufficiale che trovo e gli narro l'accaduto. _Che

vuole_, mi risponde d'esso, _io ho dei soldati che non digeriscono

più il pane, tanto hanno lo stomaco alterato e quindi non mi reca

meraviglia quanto ella mi dice; tale poi è la stanchezza generale

che nessuno avrà voluto far la fatica di discendere nel fosso per

raccogliere quel pane._ Codogno è famoso pei suoi latticini, è un

gran centro produttore di burro e formaggi; mi viene in mente di trar

partito di quella sua ricchezza ed arrivato indi a poco colà, dopo

esaurito il còmpito affidatomi, vado diritto dal parroco, gli dico

che arriverà quanto prima un corpo esausto dalla fatica e tanto che a

molti ripugna perfino il pane; in un paese con tanti ricchi fittabili

si potevano fare delle polente ed unirvi un po' del famoso burro o del

formaggio, era persuaso che quel cibo caldo ed omogeneo ai soldati li

avrebbe ristorati. Il buon parroco chiamò tosto un suo coadiutore,

gli ordinò che cercasse subito tre o quattro altri sacerdoti e

si spargessero per Codogno esortando la popolazione a far polente

accompagnandole poi con un po' di burro o di formaggio che i soldati

sarebbero venuti a prenderle.

Alla prontezza del parroco e dei sacerdoti da lui chiamati in aiuto,

corrispose la bontà d'animo di quegli abitanti; in meno di due ore si

erano preparate polente in ogni parte di quel grosso borgo. Frattanto

era arrivato anche il corpo di truppa e si era accampato fuori del

paese. Mandai ad avvertire il comandante come gli abitanti di Codogno

avessero preparato una sorpresa pei soldati con polente e burro,

volesse mandare buon numero di soldati onde trasportarle al campo. Il

comandante non si fece pregare, e si videro file di soldati guidati

da sacerdoti e cittadini alle diverse case, che a due a due portarono

quelle polente, alcune delle quali erano di grandi dimensioni e tutte

avevano del burro e del formaggio. I soldati fecero gran festa a quel

regalo. Molti anni dopo trovandomi io in Firenze in una società ed

essendo caduto il discorso sul buon umore del soldato piemontese,

un ufficiale di artiglieria volendo addurne un esempio narrò: come

essendo egli ufficiale d'artiglieria in una batteria di campagna che

nella ritirata del 1848, sopra Milano erasi fermata a Codogno, quegli

abitanti avessero preparate delle polente con burro e formaggio,

del che era stata partecipe anche la sua batteria, e che egli aveva

dovuto fare le meraviglie vedendo come quel piccolo avvenimento avesse

tosto cambiato l'umore dei soldati, alcuni dei quali facevano dei

brindisi colla polenta agli abitanti di Codogno. Quando si pensa alle

enormi fatiche che avevano sostenuto, alla prostrazione d'animo che

generalmente dominava, non si può a meno di convenire nella sentenza

di quell'ufficiale, che poco basta per eccitare il buon umore nel

soldato piemontese. Ma perchè mai non dedicheremo due righe di lode

anche ai buoni cittadini di Codogno se anche solo dopo 35 anni? Quei

slanci svelano la buona natura della popolazione; ma perchè si avesse

a giudicare come merita, converrebbe potersi trasportare col pensiero

a quei giorni. Universale, come ripeto, era lo spavento per le asserte

calunniose crudeltà commesse dagli Austriaci contro inermi cittadini.

Lo stato della nostra armata diceva chiaro, come pur troppo passati

forse anche solo due giorni Codogno sarebbe stata occupata dai

Tedeschi; non pertanto si adoperavano con tanto zelo ed amore verso i

nostri poveri soldati. Certo fu ben piccola risorsa rapporto al numero

che poterono parteciparvi in confronto all'esercito intero, ma fu di

vero sollievo per quelli a cui toccò ed il contegno di quegli abitanti

merita esser ricordato poichè verranno indubbiamente altri tempi,

fosse anche solo in avvenire lontano, nei quali la carità cittadina

potrà essere di sollievo a soldati affranti dalle fatiche come quelli

della ritirata del 1848. Auguriamo pur sempre che la fortuna secondi

le nostre armi, ma non illudiamoci al punto da non ammettere come cosa

possibile anche rovesci e sventure. Ultimate le mie incombenze tornai

a Cremona.

Il 29 luglio ebbimo a sostenere presso quella città un attacco da parte

del nemico, vi ebbe un combattimento che durò più ore; l'esercito

nostro benchè già sconnesso tuttavia era però ancora abbastanza

compatto ed ordinato, che quantunque ceder dovesse a fronte della

gran superiorità di numero del nemico, non perdette nella ritirata nè

prigionieri nè un pezzo d'artiglieria.

Un grosso temporale venne anche in quel giorno a rinfrescare alquanto

l'aria infuocata.

Dopo l'abbandono di Cremona non rimaneva più che la linea dell'Adda

che ancora poteva prestarsi ad un piano di difesa, e realmente il

31 luglio il generale Bava aveva impartito istruzioni in proposito.

Ei contava sulla cooperazione del Comandante della 1ª Divisione, il

generale Sommariva D'Aix, il quale formava l'estrema sinistra, ed il

31 stesso mese aveva passato il fiume a Grotta d'Adda, ma il 1º agosto

sopraffatto dal nemico che aveva gettato un ponte in quelle vicinanze,

il generale Sommariva lungi dal poter dar la mano al generale Bava,

erasi recato a Piacenza con tutto il suo corpo; quello sconcertò il

piano della difesa dell'Adda al quale si rinunciò, e si dovettero

contromandare tutti gli ordini. Incaricato di una di quelle missioni, e

precisamente presso il generale Ferrero che si trovava in vicinanza di

Pizzighettone mi avvenne di essere presente ad uno di quei spettacoli

che difficilmente si ripetono, perchè prodotti da combinazioni

fortuite, e da determinazioni instantanee. Io andava in cerca del

generale Ferrero per recargli l'ordine di cambiare di direzione; giunto

a poca distanza da quella fortezza incontro il generale Passalacqua

che colla sua brigata seguiva la via tracciatagli in forza del piano

di difesa che dovevasi abbandonare, lo fermai e lo pregai sospendere

la marcia e di voler prender cognizione di quell'ordine che recavo al

generale Ferrero. Ei stava leggendo quell'ordine allorquando si ode un

colpo come di tuono cupo, ma tuttavia sì forte da far tremare la terra,

in pari tempo dal centro di Pizzighettone s'alza un'enorme colonna

di fumo, ma del diametro di più diecine di metri, e questa si slancia

ad un'altezza non minore di 50 o 60 metri poi ad un tratto si ferma,

la cima si trasforma in un enorme ombrello che ricade su sè stesso

formando gran vortici di fumo ed avvolge dilatandosi tutta la fortezza;

il generale Passalacqua sospende la lettura ed attonito al pari di me

e degli ufficiali che lo circondavano contempla quello spettacolo sì

imponente ma che non durò che pochi minuti.

Ecco qual'era la causa; a Pizzighettone v'era una grande provvisione

di polvere, più centinaia di barili; venuto l'ordine di sgombrare la

fortezza non volevasi che quella preziosa provvista cadesse in mano del

nemico, e d'altronde non eravi il tempo di trasportarla, si cominciò

a gettarne una grande quantità nell'Adda, ma quel mezzo di distruzione

non riuscendo abbastanza celere, venne il pensiero di accatastarne una

gran massa nella piazza centrale e darvi il fuoco, dopo prese le debite

precauzioni perchè tutti si allontanassero. La polvere non trovando

resistenza non produsse che quello scoppio cupo che ho menzionato,

ma la grande quantità generò quella sterminata colonna di fumo che

dapprima produsse l'effetto di un torrente che andava dal basso

all'alto, e finita la spinta si rovesciò sopra sè stesso, si allargò

dapprima a forma d'ombrello, e poi cadde generando una specie di nebbia

nera che avvolse tutta la fortezza; centinaia di mila lire andarono

distrutte in pochi momenti, eppure era ancora l'unico partito che

potevasi prendere. Salutato il generale Passalacqua, raggiunsi in breve

il generale Ferrero che diede tosto le disposizioni per la nuova via a

prendersi; ciò avveniva il 1º agosto e quando il quartier generale era

in Codogno. Colà si dovette il Re decidere, o ad andare su Piacenza,

ovvero su Milano; ragioni militari avrebbero consigliato la prima via,

ma Carlo Alberto dichiarò che voleva difendere Milano, che del resto

era sempre stata la sua idea e l'esercito mosse alla volta di quella

città. Il 2 agosto verso sera ebbimo ancora qualche scaramuccia col

nemico nella vicinanza di Lodi, ma di poca importanza, ed il 3 agosto

dopo il mezzogiorno arrivammo sotto Milano.

Dal 22 luglio, giorno della partenza da Marmirolo a quello menzionato,

non aveva più avuto notizia alcuna diretta da quella città. Durante

la breve fermata di Goito dopo la battaglia di Custoza, io che non mi

faceva illusioni di quanto era probabile, aveva scritto a mia moglie

che si ritirasse in Piemonte, ma poi non avevo più avuto notizia di lei

nè della famiglia. Alle preoccupazioni per ciò che riguardava la cosa

pubblica, aggiungevansi anche quelle relative alle affezioni private.

Sì tosto arrivato chiesi quindi al mio capo il permesso di potermi

recare a casa mia, al che acconsentì pregandomi però di ritornare il

più presto possibile. Fra tre ore sarò qui infallibilmente di ritorno.

Giunto a casa mia appresi che mia moglie era andata a Novara, il che

mi fece gran piacere. A custodia dell'appartamento era rimasta solo

una servente tutta spaventata per le dicerie che correvano, sicchè

cominciai col rassicurarla intorno alla falsità di quelle; sì tosto i

vicini di casa appresero il mio arrivo, vennero a trovarmi avidi di

avere notizie dell'esercito. Alla mia volta io non era meno ansioso

di conoscere cosa era avvenuto in Milano. Come è facile l'indovinare

fu un vero incrociarsi fra le loro dimande e le mie, e le reciproche

risposte; ciò ch'io poteva dir loro il lettore lo sa; io cercherò

riassumere in breve ciò ch'io appresi in quel primo colloquio

famigliare coi vicini fra i quali eranvi persone distinte, compreso un

alto impiegato dello stesso Governo provvisorio.

La notizia del fatto d'armi di Governolo del 18 luglio, elevato al

rango di battaglia, nonchè di quello più importante di Staffale del

24 dello stesso mese, aveva elettrizzato la popolazione; l'ultimo

in modo speciale era stato annunciato come una splendida vittoria,

ed i fogli pubblici erano pieni delle notizie più rassicuranti. Non

essendovi allora il telegrafo, richiedevasi più tempo perchè le notizie

potessero giungere, ed il pubblico non veniva in cognizione che circa

ventiquattro ore dopo ed anche più. Il 25 luglio, giorno della nostra

sconfitta toccata a Custoza, era stato un giorno di grande allegria

per Milano che festeggiava la vittoria di Staffale. Alla sera vi ebbe

illuminazione in più luoghi della città. Ma ritorniamo sul teatro della

guerra. La sera stessa della battaglia di Custoza, non che gran parte

della notte successiva, fummo tutti occupati a dar provvedimenti per

la ritirata, e credo che nessuno si assumesse l'ingrato incarico di

partecipare al Governo la perdita della battaglia stessa. Si potrebbe

osservare che non fu cosa molto regolare, ma in quei momenti si pensa

dai capi anzitutto all'armata, ed era poi tanto più perdonabile la

poca premura di dare quella notizia, in quanto che ignorandosi dal

maggior numero la sorte del corpo del generale De Sonnaz, eravi pur

sempre ancora la speranza di poter prendere qualche rivincita. Solo

il 26 luglio da Goito si cominciò a partecipare ufficialmente al

Governo provvisorio la nostra sventura. Ma come sempre avviene in

simili circostanze, le notizie date dai privati avevano preceduto le

ufficiali; già durante il giorno 26 qualche voce sinistra ha dovuto

circolare in Milano. Tuttavolta, siccome un privato non fa sempre

impunemente lo spargitore di notizie infauste, è molto probabile che

le prime fossero avvolte in frasi dubbiose; certo si è che il 26 la

gran massa del pubblico ignorava completamente il rovescio toccato il

25. Siccome però gli avvenimenti non davano tregua, così la realtà ha

dovuto farsi strada ben presto, con che le notizie sfavorevoli finirono

ad accavallarsi alle fortunate; entro la susseguente giornata del 27

cominciavano ad arrivare in Milano fuggitivi, non dell'armata, ma di

quella massa di privati, che o per ragione di contratti ed appalti per

sussistenze militari o per altra qualsiasi causa seguivano l'esercito.

Allora la verità si fece palese in tutta la sua realtà e siccome è

impossibile che non venga anche esagerata, per il che i fuggitivi

sono sempre stati famosi, ovunque ed in tutti i tempi, così accadde

che Milano passò bruscamente dall'esultanza per il trionfo ottenuto,

allo spavento per la successiva disfatta. Il 28 luglio fu la giornata

nella quale ebbe principio la triste fase di confusione e di spavento.

Le notizie dell'esercito si succedevano ma tutte sfavorevoli; si era

in piena ritirata. Il 28 suddetto si annuncia che _stava per cadere

Cremona_ e quantunque, militarmente parlando, non poteva avere grande

importanza, non essendo città fortificata da potere offrire un punto

d'appoggio per una resistenza; non è a dire quanto nel pubblico e

sulla massa dei cittadini dovesse far senso quell'annuncio che venne

tosto divulgato come fatto compito colle parole _sono già a Cremona

— è occupata Cremona — Cremona è caduta_. I cittadini se la presero

col Governo provvisorio al quale il giorno 29 luglio la piazza impose

un triumvirato che assunse il nome di _Comitato di pubblica difesa_ e

cominciò a dare provvedimenti in suo nome.

Queste furono le notizie più essenziali che potei avere in quel primo

colloquio coi vicini di casa; fui obbligato a troncarlo presto, volendo

essere esatto e ritornare al mio posto prima che spirassero le tre ore

che mi erano state accordate. Giunto al Quartier generale ch'era in

un'osteria fuori porta Romana, detta di San Giorgio, mi venne assegnato

un alloggio in una delle più vicine case. Le ore vespertine di quel

giorno vennero impiegate in preparativi per la battaglia divenuta

inevitabile per l'indomani. Le truppe vennero collocate fuori della

città in gran cerchio che appoggiavasi colla dritta al Naviglio di

Pavia; aveva il suo centro a Vigentino, Boffalora e Gamboloita, e colla

sinistra si avanzava oltre porta Orientale. La truppa era però affranta

dalla fatica e dalle sofferenze per il gran caldo.

Venuta la notte ebbi un po' di libertà e passai alcune ore con

due amici che mi vennero a trovare e con ottimo consiglio avevano

preparato un po' di pranzo in un'osteria vicina. Nel breve colloquio

a casa mia non aveva potuto avere conoscenza che delle notizie le

più essenziali intorno a quanto era avvenuto a Milano; ma con quei

amici, uno dei quali era ufficiale della Guardia Nazionale e l'altro

persona dell'alta società, vi ebbe un reciproco sfogo di notizie

intorno agli avvenimenti, non solo di que' ultimi giorni, ma rimontando

anche addietro. Essi mi narrarono come nei due mesi passati i partiti

avessero sconvolto Milano, come si fossero imposti alla popolazione

con una stampa la cui sfrenatezza non aveva nome, come molte famiglie

civili fossero andate in campagna per sottrarsi a quella tirannia.

Si predicava apertamente la necessità della Repubblica; ben prima di

quei giorni, il Mazzini aveva trovato modo d'influire direttamente

sul Governo dominando uno dei suoi membri. La piazza s'era fatta

onnipotente; si univano quindici o venti, si recavano in piazza S.

Fedele avanti al palazzo Marino ove sedeva il Governo, e cominciavano a

gridare ad alta voce, _fuori il Governo provvisorio_ e volevano notizie

dell'esercito e delle intenzioni del Governo. Come potesse camminare

l'amministrazione pubblica, in simili condizioni, è facile immaginarlo;

si facevano piani di campagna, e si discutevano, nei giornali i più

esaltati; si criticavano le operazioni dell'esercito ed obbligava

talvolta lo stesso Governo provvisorio ad ingerirsi con consigli che

provenivano da loro, nei piani di guerra. Quanto al futuro regime da

darsi alle Provincie liberate dal dominio straniero, doveva basarsi

sopra libertà ben altrimenti più larghe ancora di quella che godevano e

della quale tanto abusavano; la stampa infine si era convertita in vera

reale tirannia per i tranquilli cittadini, minacciati sempre di venire

denunciati di _Piemontesismo_ o di poco liberali, e perfino di aderenti

in segreto all'Austria. Segnalato sopra tutti ne andò il giornale detto

_L'Operaio_, redatto da certo Perego, era divenuto un vero flagello

pei cittadini; entrava nelle domestiche pareti mettendo a repentaglio

l'onoratezza e la buona fama di oneste persone[38].

Infine sarebbe cosa impossibile il descrivere la confusione che tutto

quell'insieme aveva generato nelle menti, e voler rappresentare lo

stato morale della città di Milano nel giugno e luglio del 1848. Non

occorre tampoco accennare come gli autori principali di quei disordini,

sì tosto pervennero le notizie sfavorevoli, si lanciassero contro

il Governo provvisorio reclamando la sua rimozione, dichiarandolo

inetto e non al livello dei tempi e delle gravi circostanze; se

nonchè allorquando il pericolo si fece maggiore e gli Austriaci si

avvicinavano a Milano, tutti quei caporioni se ne fuggirono ed i più

andarono a Lugano per sorvegliare, come dicevano, gli avvenimenti.

Venni assicurato che la confusione in Milano dal 30 luglio al 1º

agosto, ossia quando si sparse la notizia che i Tedeschi aveano passato

l'Adda, fu qualcosa d'indescrivibile. Chiunque poteva, voleva fuggire

dalla città, ma altri volevano invece che s'impedisse dicendo che

questo spaventava vieppiù coloro che non potevano assentarsi; prevalse

il partito più sano di lasciare che ognuno facesse quello che voleva

ed una massa veramente considerevole abbandonò Milano, e realmente

quando si giunse coll'esercito, si trovò assai squallida. Pur troppo

però quei giorni di grande esaltazione non andarono privi di gravi

sventure. Si parlò ancora di spie, di tradimenti, d'intelligenze col

nemico, e si volle trovare i colpevoli. I più esposti alle violenze

erano gli stranieri; uno di questi, trovato a contemplare il castello,

venne circondato da popolo che lo qualificò senz'altro da spia; lo

sventurato si smarrì ed allora gli furono addosso con calci e con

pugni; alcuni cittadini più calmi ed umani accorsi a quella scena

s'intromisero e protestando che lo volevano condurre all'ufficio

di Sicurezza Pubblica, lo presero di mezzo, se non chè, durante il

tragitto i più esaltati si lanciavano contro di lui dandogli pugni

nel ventre e nello stomaco, sicchè allorquando arrivato all'ufficio

venne introdotto nella camera stessa del Direttore gettatosi su di una

sedia, spirò. Venne poi riconosciuto che era un Ticinese, appaltatore

di opere stradali, ottimo uomo che non avea mai fatto male a nessuno.

Citai questo fatto, fra i non pochi che funestarono quei giorni, perchè

questo mi venne narrato dallo stesso Direttore, l'illustre Fava, che

fu presente alla morte dello sventurato. Così in quella città, ove nel

marzo dello stesso anno il popolo aveva rispettato un Bolza, ossia uno

dei capi più esecrati della Polizia austriaca, si inveiva anche per

lontani sospetti contro innocenti; tanto influisce anche sulle masse

la fortuna favorevole o contraria. La vittoria del marzo aveva elevato

il sentimento della popolazione, l'aveva inalzato alla generosità

ed al perdono e fu atto veramente nobilissimo quando si pensa che il

Bolza aveva tiranneggiato per lunghi anni, sicchè il suo nome godeva di

triste celebrità; all'opposto in quei giorni la sventura avea offuscato

le menti ed accesi gli sdegni che chiedevano uno sfogo che cadde sopra

innocenti. Nella popolazione vi era però sempre una parte buona, umana

e calma, come lo provò il tentativo per salvare l'infelice Ticinese

e come lo provarono molti dei nostri soldati. Da circa due settimane

nessuno aveva potuto cambiarsi, taluni erano laceri; l'indomani

dell'arrivo, ossia il giorno 4 agosto di buon mattino, vedevansi i

cittadini distribuir camicie ai soldati e recarne carri interi ai

campi; i soldati che per una ragione o altra entravano in città,

venivano accarezzati e si porgevano loro cibi e bevande; la gran massa

dei cittadini mostrava infine il suo buon cuore e capiva, col suo retto

senso, che quei poveri soldati erano ancora l'ultima loro speranza.

Nelle relazioni che trovansi stampate intorno a quei giorni nefasti,

si accenna in non poche di esse a fatti diametralmente opposti, ad

ufficiali ed a soldati insultati, non solo, ma contro i quali si

tirarono fucilate e vi ebbero dei feriti. Non credasi però che questo

includa una contraddizione. È vero l'uno e l'altro fatto, havvi fra i

due questa differenza, che quelli che io ho citati sono del 4 mattina,

e li posso garantire in tutta l'estensione del termine, poichè fui

presente io stesso alla distribuzione di biancheria, laddove i fatti

narrati di ostilità appartengono al 5 agosto, ossia quando, perduta

anche la battaglia sotto Milano, più non eravi speranza alcuna, e solo

i più esaltati dominavano nelle vie. Ma ritornando ora al convegno

coi miei amici, se io aveva chiesto molto a loro, non era poco nemmeno

quello che essi chiesero a me. Come è ben naturale, ciò che più d'ogni

cosa gli interessava, era di conoscere il vero stato dell'esercito, e

quale affidamento potevasi ancor fare sul medesimo per l'inevitabile

battaglia che doveva aver luogo l'indomani. Io non poteva ascondere i

miei dubbi e parlava con persone troppo franche per non usare anch'io

di egual franchezza; il fatto più grave che dovetti dir loro era la

sottrazione al nostro esercito di una divisione intiera, quella del

generale Sommariva che era andato a Piacenza; faceva parte di quella

divisione una delle brigate che più si erano segnalate nella campagna,

la brigata Aosta, e quanto dovesse influire quella sottrazione era

facile immaginarlo. Oltre di questo non poteva ascondere lo stato

veramente deplorevole in generale del nostro esercito; ma, come suol

dirsi, finchè havvi vita, havvi speranza, e non potevasi escludere una

possibilità di combattimento felice; si calcolava inoltre su certe

inondazioni che dovevano aver luogo e che avrebbero rese difficili

le mosse del nemico; se ne parlava di già a Lodi di questo piano di

allagamento. Soverchiante era il numero dei nemici, ma si sperava anche

qualche aiuto nella Guardia Nazionale, infine qualche speranza potevasi

pure ammettere. Tardi ci congedammo poichè e dall'una e dall'altra

parte eravi sempre qualcosa da chiedere.

L'indomani, 4 agosto, io mi trovava all'alba all'osteria di S. Giorgio

agli ordini del mio capo. Il re Carlo Alberto aveva colà passata la

notte. Le notizie del nemico confermavano sempre più che avrebbe in

breve attaccato; tuttavia se si fa astrazione di fucilate d'avamposti,

l'attacco formale che segnalò il principio della battaglia non ebbe

luogo che poco prima del mezzogiorno.

Il Re si trovava sulla via che conduce a Lodi, fuori di porta Romana ed

a circa mezzo chilometro, se pure, dalle mura della città. I Tedeschi

fecero lo sforzo principale su di un punto intermedio fra porta Romana

e porta Vicentina, detto Gamboloita; verso l'una l'azione era divenuta

generale; vi ebbe più di un morto e ferito a poca distanza dal Re, e

posso anzi narrare un fatto del quale fui testimonio. Il Re si trovava

in prima linea, ossia avanti tutto il suo seguito, e dietro ad esso

stavano due aiutanti ed il generale Salasco, e vicino a questi mi

trovava io; alquanto più addietro eranvi altri ufficiali ed addetti

allo Stato Maggior Generale, fra i quali un colonnello polacco.

Or bene una palla da cannone venne, facendo tal giro così singolare,

deviata probabilmente dall'aver battuto contro piante che entrò nel

gruppo degli ufficiali, che stavano dietro il generale Salasco, portò

via netto la testa del cavallo del colonnello polacco ed andò a ferire

un cavallo del Re, che uno staffiere teneva a mano come scorta e gli

fece sì profonda ferita che si dovette ammazzare tosto onde por fine

alle sue sofferenze. L'inondazione sulla quale si faceva assegno non

ebbe luogo. La Guardia nazionale però intervenne in numero non molto

grande, ma di certo vi era. Verso le tre sopravvenne un temporale con

tal violenza che sospese per qualche tempo la battaglia. Le sorti si

decisero a Gamboloita ove i Tedeschi presero due cannoni e dopo le

quattro venne ordinata la ritirata, ed il Re Carlo Alberto entrò in

città.

Chi fosse che ebbe l'idea di suggerire la scelta del palazzo Greppi,

per stabilirvi il Quartier generale non saprei dirlo. Certo si è che fu

un'idea infelicissima e forse devesi a quella scelta se l'indomani si

ebbero a lamentare quei disordini che resero così segnalato il giorno 5

agosto. Colà sceso anch'io dovetti pensare un po' anche ai casi miei,

e però presentatomi al generale Salasco lo pregai che mi permettesse

di andare a casa mia e potervi rimanere anche il mattino del giorno

dopo, trattandosi che era certo di dovere espatriare, ma non sapeva

se e quando avrei potuto ritornare; il generale acconsentendo volle

che indicassi io stesso l'ora che sarei tornato. Non più tardi delle 9

antimeridiane. Qui risparmio al lettore i particolari di quella notte

sì triste per me, dirò solo che la passai in bona parte raccogliendo

quanto potei in documenti e valori, mettendo un orribile scompiglio in

tutte le mie carte, assistito unicamente dalla servente che piangeva

comprendendo benissimo ch'io doveva partire per sempre ed essa rimaneva

incerta della sua sorte; in mezzo all'ansia che me pure opprimeva mi

toccava a farle coraggio di continuo e la tranquillizzai poi dicendole,

che giammai sarebbe stata licenziata in simili circostanze e poteva

sempre calcolare sul mio appoggio ovunque fossi. Riunito che ebbi le

mie carte a notte già bene avanzata presi un po' di riposo. L'indomani

di buon mattino era già in piedi, completai alcune disposizioni prese

la notte ed ordinai alla mia ordinanza che per le 8-1/2 tenesse pronto

il cavallo volendo essere esattissimo alla mia promessa.

Poco prima delle 9 antimeridiane del 5 agosto abbandonai la mia casa

per avviarmi al quartier generale principale in casa Greppi.

Lungo il corso di Porta Orientale (ora corso Venezia) vidi gruppi

di cittadini che parlavano con grande animazione, altri procedevano

mestissimi; allorchè arrivai presso la piazza del tempio di S. Carlo

due cittadini mi si avvicinarono e coi modi i più gentili, cominciando

col chiedere scusa se si permettevano di fermarmi mi interpellarono:

_se era vero che si era conchiuso un armistizio e l'indomani dovessero

entrare i Tedeschi_. Il loro aspetto esprimeva dolore profondo ed

aspettavano con ansietà la mia risposta. La parola _armistizio_ mi era

di già giunta all'orecchio partita da uno dei crocchi incontrati ove

si declamava ad alta voce; io aveva già tanta esperienza e conosceva

si bene lo stato dell'esercito da giudicar tosto come la cosa esser

dovesse non solo possibile ma inevitabile; tuttavia siccome io ignorava

in realtà quel che fosse seguito mi limitai a risponder loro: _io non

so nulla, esco in questo istante da casa e vado al Quartier generale_.

Fui contento di non dovere aggravare il loro dolore con una risposta

positiva, nè eravi ragione di dir loro cosa io ne pensava. _Oggi vuole

essere una giornata seria_, dissi però a me stesso: _Oggi più che mai

occorre prudenza e calma_, e feci proponimento di mantenerla.

Punto io pure dal desiderio di conoscere la verità spinsi il cavallo al

trotto e presa la via di _S. Paolo_ ed il vicolo di _S. Fedele_ entrai

nella via di _S. Giovanni alle case rotte_ che sbocca sulla corsia

detta allora _del Giardino_ (ora via Alessandro Manzoni) dove havvi

casa Greppi.

Io mi trovava di già vicino all'ingresso in quella via, allorquando

odo il rumore di grida confuse ed un individuo armato di fucile

mi viene incontro e gesticolando e movendo il fucile come fosse un

bastone prorompe in ingiurie e gridando confusamente ripete spesso

la parola _casa Greppi_. La via di _S. Giovanni alle case rotte_

continuava allora sino alla corsia fiancheggiata a destra dalle case,

che sussistono ancora, ed a sinistra dalla cinta di un giardino ed era

anzi piuttosto stretta; l'energumeno essendosi piantato nel mezzo e

movendo furiosamente in ogni senso il fucile la sbarrava letteralmente.

Io che non capiva nulla di quel suo schiamazzo, _signore_, gli dissi

senza scompormi, _io non so cosa ella voglia, io vado precisamente a

casa Greppi e non ho bisogno che nessuno mi insegni ov'è, faccia il

favore di sgombrarmi la via_. Queste parole le pronunciai in tuono

risoluto ma senza ira, quell'individuo rimase come paralizzato, non

replicò verbo, si ritirò da un lato ed io che non era più lontano

di un centinaio di metri da quella casa ben presto la raggiunsi. La

corsia del Giardino era zeppa di gente che faceva un chiasso enorme,

entrai nel cortile di casa Greppi pieno di soldati, consegnai il

mio cavallo ad un carabiniere e salii all'appartamento dov'eravi

il Re Carlo Alberto e l'ufficio dello Stato Maggior Generale, e mi

presentai al mio capo il generale Salasco. _Oh era ben sicuro_, mi

disse, _della sua puntualità_, e poi soggiunse. _Oggi è probabile che

noi avremo bisogno dei nostri bravi ufficiali lombardi. Può contarvi

con sicurezza_, risposi io e fatto il mio inchino ritornai nella sala

attigua dove vi erano i miei compagni. Appresi da loro cose gravi,

l'armistizio era stato conchiuso durante la notte e recava che entro il

mezzodì del giorno appresso (6 agosto) tutto l'esercito Sardo avrebbe

abbandonato Milano ritirandosi in Piemonte; quell'armistizio era stato

communicato al Municipio non che al Comitato che fungeva da Governo,

la voce era corsa e tutta Milano era piena di quella notizia. Era

naturale che il primo effetto esser dovesse quello dello spavento; le

voci per quanto false anzi prettamente calunniose di crudeltà commesse

contro prigionieri e sevizie contro cittadini erano penetrate anche in

Milano. Cadere nelle loro mani oggi che sono tanto irritati _questo

poi no_, si disse da molti ed in ogni parte della città; il ricordo

delle Cinque Giornate era sempre fresco; le condizioni totalmente

mutate dell'esercito austriaco erano ignorate dai più ed altri nel

loro esaltamento non si davano per intesi ed il grido _alle barricate,

alle barricate_ risuonò di nuovo in Milano. Frattanto alcuni fra

i più esaltati si erano recati al palazzo Greppi e volevano sapere

netto e chiaro cosa eravi di vero; impediti di salire cominciarono

a gridare nella via e poi si fissarono in capo di voler tenere come

prigionieri quanti si trovavano entro quel palazzo compreso il Re.

Si fu precisamente in quel momento di primo impeto che sopravvenni

anch'io ignaro di tutto e per questo non aveva compreso nulla di ciò

che volesse l'individuo che mi aveva fermato presso lo sbocco della

via di S. Giovanni alle case rotte. Anche in palazzo Greppi non si era

però tranquilli, cominciarono taluni a dire che dovendoci battere era

ben meglio batterci contro i Tedeschi che contro i propri cittadini e

come avviene che una corrente d'idee generosa nel suo fondo sebbene

d'impossibile esecuzione, prima di essere abbandonata conviene che

faccia il suo corso, perchè non si trova chi abbia il coraggio di

opporvisi, così a poco a poco s'impadronì dei presenti l'idea della

resistenza che più di tutti sorrideva a Carlo Alberto. Si era sotto il

dominio di questa idea allorquando a darle l'ultima spinta decisiva,

avvenne uno di quei fatti che sono caratteristici in quei momenti di

esaltamento.

Si annuncia una deputazione di cittadini appartenenti a ceto civile,

vengono non armati e chieggono di parlare a Carlo Alberto; egli ordina

di lasciarla passare e viene egli stesso nella sala maggiore piena

di ufficiali d'ogni grado. La folla si apre, compare da un lato la

grande, la maestosa figura di Carlo Alberto, dall'altro si avanzano tre

o quattro cittadini che vengono a parlare a nome del popolo milanese.

A capo era un individuo grande, tarchiato, un uomo sulla quarantina;

giunto alla presenza del Re si getta in ginocchio ed aprendo le

braccia: _Ah! Maestà_, esclama con voce stentorea, _salvi la sventurata

Milano_, e continuò di quel tuono; ma non volendo riferire che quanto

rammento in modo esattissimo mi limito a rammentare il preambolo del

suo discorso. Io era fra coloro che facevano spalliera fra il Re e

quei cittadini, e posso dire che fu spettacolo imponente il vedere

quell'individuo di forme atletiche in ginocchio colle braccia stese

davanti a Carlo Alberto, ritto, gigantesco, immobile. Certo quanti

ancor vivono fra coloro che furono presenti ricorderanno quella scena

colla precisione che la ricordo io. Quando l'individuo ebbe finito,

_si alzi_, disse Carlo Alberto, _ci penserò_. Si ritirò con alcuni

generali, ricevette ancora una deputazione e si decise di difendersi.

L'oratore che si era calmato corse coi compagni a dare ai Milanesi la

buona notizia.

La parola era data; non parve a quelli che contornavano il Re e

fors'anche a lui stesso che ciò bastasse per far conoscere la sua

intenzione; conveniva farlo in modo solenne e si deliberò farlo

mediante un manifesto.

Confuso coi miei compagni me ne stava ancora nella sala ove aveva avuto

luogo la scena che ho descritta allorquando mi si avvicina un ufficiale

e mi dice che il general Salasco desiderava parlarmi. Entro in un

locale vicino pieno anch'esso di ufficiali ed il generale Salasco mi

dice _favorisca stender lei il manifesto_. Si può facilmente immaginare

l'impressione che doveva farmi simile incarico. _Signor generale_,

risposi io, _obbedisco ma voglia avere la compiacenza di spiegarmi bene

il concetto che devo esprimere_.

_Ha udito che il Re vuol seguitare a difendersi_, rispose d'esso, e poi

soggiunse: _Caro Torelli, vegga di far presto_. Mi portarono un foglio

di carta ed un calamaio; ritiratomi in un canto della stessa stanza

in mezzo ai rumore di discorsi vivacissimi, lì sui due piedi, dovetti

stendere quel manifesto che fu poi il grand'atto di accusa contro

Carlo Alberto, che per puro atto cavalleresco, accarezzando l'ultimo

filo di speranza, aveva voluto recarsi a Milano anzichè a Piacenza

ben fortificata e dove poteva riposare e ricomporre l'esercito. Ma era

detto che solo i posteri dovevano rendere giustizia al Re Martire.

Nel breve tempo che impiegai a stendere quel manifesto mi venne vicino

il generale mio capo, per vedere se avrei presto finito, tanto era

impaziente. Non molti di certo si trovarono sì pressati ed in momenti

sì difficili e solenni a dover stendere un atto di tanta importanza in

nome d'un sovrano. Finito che ebbi di stenderlo lo lessi al generale

Salasco, ma accortomi che qualche frase meritava di esser corretta.

_Permetta_, gli dissi, _che lo ritocchi e lo copii. Ah no, va bene_

rispose e corse a mostrarlo a Carlo Alberto che l'approvò pienamente.

Allora più non vidi quel foglio che doveva avere esso pure le sue

vicende[39]. Venne recato alla stamperia più vicina, stampato, ed

immediatamente diffuso in tutta Milano.

Il dado era gettato, conveniva pensar seriamente alla difesa.

Gli ufficiali lombardi vengono requisiti per andare in giro a portare

gli ordini relativi ed io fra questi sono incaricato di andare nelle

parti più lontane di Porta Romana. Monto a cavallo e mi presento

alla porta di uscita, la via è sempre ingombra di persone che si

agitano, che gridano, che spiegano la cosa a nuovi che sopravvengono

con intenzioni ostili non conoscendo ancora la determinazione della

decretata difesa; infine tale era la folla che io dovetti alzar la

voce e spinsi il cavallo in quella folla, questa si aprì e mi lasciò

passare.

In luogo di prendere la diagonale, che mi obbligava a traversar

strade centrali, preferii andare diritto per la Corsia del Giardino

e quindi presi la via lungo il naviglio meno frequentata, ma dove

poteva spingere il cavallo anche al galoppo. Tralascio di descrivere

la sorpresa degli ufficiali superiori ai quali recai quegli ordini.

Essi ignoravano completamente ciò che era avvenuto in casa Greppi,

nè sapevano comprendere la possibilità di una difesa che avesse

probabilità di riuscita. Quella missione mi procurò la conoscenza

delle condizioni della città anche nei luoghi lontani dal centro —

chiuse la gran parte delle botteghe; la popolazione a capannelli, ma

scarsa; regnava ovunque la desolazione o lo spavento. Il collegio

Calchi Taeggi ove dovetti portar ordini fu l'ultima meta. Compiuta

la mia missione ripresi il mio cammino, se non che vedendo come quà

e là s'inalzavano barricate stimai non essere prudenza il tornare al

mio posto a cavallo, poichè era molto probabile che o non vi potessi

arrivare od arrivato non potessi più uscire. Giunto al ponte di

Porta Orientale mi recai a casa mia colà vicina, vi lasciai il mio

cavallo e per la via la più breve mi ricondussi a casa Greppi. Nella

via Monte Napoleone ed in quella di S. Vittore Quaranta Martiri (ora

Pietro Verri), nella via dei Bigli che sbocca sulla via del Giardino,

si erano già costrutte barricate, ma qual differenza col marzo dello

stesso anno! Mancava l'entusiasmo, mancava la fede nel successo; non

mancava per piccolezza d'animo, ma perchè ognuno sentiva che ben altre

erano le condizioni rapporto al nemico. Per quanto ognuno cercasse di

illudersi era troppo chiaro che l'esercito austriaco nulla aveva che

fare con quello del marzo passato; moltiplicato al decuplo e forse più,

compatto ed ebbro di vittoria, cosa mai aveva a che fare con quello che

era stato sorpreso a Milano dalla rivoluzione? L'esercito piemontese,

si era battuto gagliardamente, ma era stato vinto, la ritirata era

stata disastrosa, Milano aveva veduto il 3 agosto arrivare i soldati

affranti dalla stanchezza e taluni ridotti come mummie ed istupiditi,

eppure quell'esercito così rotto dalle fatiche si era ancor battuto il

giorno innanzi, aveva lasciato sul terreno più di un bravo ufficiale

e non pochi soldati, ma era stato soccombente. L'esercito austriaco

accerchiava sempre più da vicino la città e vasto si estendeva il suo

campo con innumerevole artiglieria; se anche i cittadini non sapevano

enumerare distintamente tutte quelle cause esse reagivano colla potenza

della realtà. Allorchè giunsi di nuovo a casa Greppi trovai la via

ancor sempre stipata da gente e continuava il gridìo, mi presento al

mio superiore, rendo conto della mia missione, ma tosto mi accorgo che

la scena è cambiata di nuovo. Più d'uno dei comandanti di corpo era

già arrivato e convien dire che giudicassero della possibilità di una

difesa come la giudicavano coloro ai quali aveva recato io gli ordini.

A togliere ogni speranza, a dare si direbbe l'ultimo colpo venne un

generale d'artiglieria il quale dichiarò che il gran parco a quell'ora

poteva già essere ben prossimo al Ticino. Or come si fa a difendersi

senza munizioni?

Ma come mai, chiederà forse taluno, ignoravasi questo allo Stato

Maggior Generale?

Guai, rispondo io, se chi è riposato e tranquillo ed in epoca di calma

ed andamento regolare della cosa pubblica, vuol giudicare di epoche e

momenti cotanto eccezionali colla stregua dei tempi normali; la prima

condizione è il sapersi investire di quelle circostanze e di quei

momenti cotanto critici, ed allora molte cose che sembrano impossibili

diventano spiegabili. La spiegazione più ovvia che si potrebbe dare si

è il dire: che oggi, assai più che in allora, la storia registrò fatti

ancor più gravi, quali conseguenze di confusioni in momenti difficili.

Per qualche tempo fu un continuo arrivo al palazzo Greppi di ufficiali

superiori, di aiutanti per chiedere spiegazioni. Frattanto anche nel

pubblico cominciava a trapelare la verità, ossia come la difesa fosse

cosa impossibile. Il proclama avea destato in alcuni entusiasmo, ma

in altri spavento; molti si chiesero se quella resistenza non avrebbe

potuto costar assai cara a Milano, ed in capo a questi eravi il Podestà

ossia la persona la più competente per parlare in nome della città;

quella carica cotanto importante in quei momenti era coperta dal nobile

Paolo Bassi, distinto patriotta, e ne diede allora solenne prova.

Piene erano le sale di casa Greppi di ufficiali d'ogni grado mesti e

silenziosi; io mi trovava nella maggiore di esse, allorquando quasi ad

interrompere quella monotona dolorosa situazione, si annuncia l'arrivo

del Podestà di Milano con due altri Assessori. S'informa immediatamente

il Re che viene incontro e si ferma precisamente in quella sala, e

direi quasi all'identico posto ove poche ore prima avea avuto luogo

la scena che ho descritto di quello che implorò pietà per Milano; si

preparava allora una scena opposta, ma quanto più sublime! Nel primo

caso era il dolore che acciecava la ragione, nel secondo era invece

la ragione che imponeva silenzio al dolore. Il podestà Bassi, piccolo

di statura ma d'una figura nobile piena di espressione, s'avanza

calmo, s'inchina avanti Carlo Alberto, e poi con voce commossa chiede

se si sono ben considerati anche i pericoli di quella lotta! Che non

esprimeva la sua maschia fisonomia in quel momento! Qual sacrificio ha

dovuto fare! Nessuno più di lui doveva desiderare la difesa se fosse

stata fra le cose possibili; ma a lui, il capo della città, non era

lecito il chiudere gli occhi alla realtà. Ei sapeva che questo gli

poteva anche costar caro, perchè vi erano esaltati che non volevano

udir ragione, ma egli, il vero patriotta, posponeva la sua persona

al bene del paese e veniva a compiere un atto doloroso ma che gli era

imposto dal suo dovere; il Bassi in quel momento fu veramente sublime

per la sua abnegazione.

_Pur troppo la difesa non è possibile_, fu la risposta di Carlo

Alberto, altro non disse e salutato il Podestà si ritirò. Il Bassi

rimase alcun poco con noi, io lo conosceva personalmente perchè ei

faceva parte di quella Commissione per la legge elettorale alla quale

apparteneva anch'io prima di andare al campo; tosto ritiratosi Carlo

Alberto mi stese la mano: _caro Torelli_, mi disse, _ci conoscemmo in

tempi migliori_. Quella Commissione avea seduto nell'aprile e maggio,

i mesi delle più belle speranze; strinsi la mano all'ottimo uomo, ma

non fui capace di aprir bocca, ero commosso di quella scena, di quella

lotta che lacerava il petto a quell'uomo virtuoso.

Partito anche il Podestà si pensò seriamente a venire ad accordi

definitivi col nemico, a riprendere le trattative per l'armistizio

che era stato conchiuso la notte prima, ma poi disdetto; in pari tempo

conveniva avvertire di nuovo i comandanti, che non erano venuti a casa

Greppi, che sospendessero ogni ostilità. Per questo furono di nuovo

messi in moto gli ufficiali lombardi dello Stato Maggiore; si pensi con

quale disposizione d'animo, affranti ed affaticati anche noi, dovevamo

comunicare questi ordini; e notisi che in causa delle barricate non

era più possibile valersi del cavallo. Allorquando finito anche quel

cómpito, io ritornai al Quartier Generale, mi trovai nella assoluta

impossibilità di rompere la folla; arrivai quando durava ancora quella

scena stranissima fra il popolo nella via e gli oratori al balcone

di casa Greppi; il popolo, ossia quella frazione minima del popolo

milanese che pretendeva rappresentarlo, voleva spiegazioni intorno

all'armistizio; taluno insisteva ancora sulla possibilità della difesa;

si invocavano le _Cinque Giornate_, si ammoniva contro la prepotenza

degli Austriaci che non avrebbero mantenuti i patti, si citava

l'esempio di Vicenza; tutto questo come se non dipendesse che dal

volere di chi comandava il riprendere le ostilità. Tuttavolta io che

aveva veduto ed era stato nel mezzo della folla del mattino, trovai che

la violenza era scemata di molto; si succedettero più oratori cercando

spiegare la necessità di sottomettersi, ed insistendo sopratutto sulla

garanzia pattuita delle persone e delle proprietà.

Finalmente cominciò a diradarsi la folla ed allora io entrai per la

terza volta in casa Greppi per non più uscire che a notte avanzata.

Tralascio di soffermarmi su quelle tristi ore, e dirò solo come

fattosi notte cominciarono a ricomparire di nuovo alcuni esaltati

che ripresero a gridare ed insultare, e si udì anche qualche colpo

di fucile. Si tollerò, ma forse il vedere che non si reagiva indusse

l'idea che si aveva timore. Però anche quel gridìo, quello schiamazzo

non era continuo, ma ad intervalli, talvolta si faceva più forte ed

udivasi qualche insolenza più distintamente come da persona che voleva

dimostrare che aveva più coraggio degli altri, talvolta cessava anche

interamente ogni rumore. Gli attori si cambiavano, discorrevano fra di

loro e ad alta voce, e vi ebbero anche soliloqui, era un continuo via

vai che durò più ore. Finalmente si decise di farla finita. Io me ne

stava presso l'apertura di una finestra, che pel gran caldo che faceva

erano tutte spalancate, allorquando un ufficiale mi avvisa che vuol

parlarmi il primo aiutante di Sua Maestà. Copriva quell'alta carica

il generale marchese Carlo La Marmora, principe di Masserano; egli era

ciò che si direbbe un vero tipo di gentiluomo, ma in pari tempo franco

come un soldato che va ritto al suo scopo. Entrando immediatamente

in argomento, mi chiede se io voleva assumermi di andare a prendere

e condurre colà due battaglioni delle guardie e disperdere quella

ciurmaglia che rumoreggiava intorno alla casa; ma con un tatto della

più squisita delicatezza mi fece comprendere che sapeva di darmi una

missione che non era senza pericoli.

_Signor generale_, gli risposi, _io parto immediatamente, abbia solo

la bontà di dirmi dove sono accampate le guardie. — Fuori di Porta

Romana_, mi rispose d'esso.

Disceso all'istante nel cortile ed entrato nell'atrio che mette

alla via e che era pieno di carabinieri chieggo al capo-posto che mi

apra. — Egli esita — _ma_... _Signor Ufficiale_... mi dice... _Signor

Ufficiale!_... Io comprendo benissimo la ragione della sua esitanza; ei

credeva che uscire ed esser fatto a pezzi dovesse esser la stessa cosa,

ma io non divideva quel timore e gli dissi: _apra pure; io ho molta

premura_. — Allora cominciò ad aprire a poco a poco e solo tanto che io

potessi passare per isbieco e quindi chiuse immediatamente.

Nessuno mi fece il menomo insulto; m'incamminai senza affrettarmi

verso la via Monte Napoleone e poi studiai il passo, e per il Borgo

Monforte ed il bastione di Porta Tosa e quello di Porta Romana mi

recai all'accampamento delle guardie che era un breve tratto ancora

fuori di quella porta. Ne informai tosto il maggiore anziano, che fece

mettere in armi due battaglioni il che però richiese qualche tempo.

Calcolando che se io li avessi condotti per le vie più brevi doveva

attraversare non poche barricate il che mi avrebbe fatto perdere gran

tempo deliberai condurli lungo i bastioni sino all'altura della Zecca

con che percorreva bensì un cammino assai più lungo ma guadagnava

tempo, potendo far marciare la truppa per frazioni spiegate.

Giunto coi battaglioni al bastione di Porta Orientale mi si fece

incontro il Duca di Savoja che era accampato precisamente colà e mi

chiede la ragione di quel movimento di truppa — io non aveva avuto

ancora l'onore di parlare col Duca di Savoja Vittorio Emanuele, allora

principe ereditario ed al quale la Provvidenza riservava sì alti

destini. Gli spiegai lo scopo della mia missione, e preso commiato,

continuai sino alla Zecca e discesi lungo il fabbricato della medesima,

nella via detta allora della Cavalchina (ora via Manin), mi avviai

difilato a casa Greppi, ma allorquando giunsi presso la chiesa di S.

Bartolomeo[40] e quindi vicinissimo ai portoni di Porta Nuova vidi

avanzarsi un corpo di truppa.

Ricordi intorno alle Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo 1848) Seconda edizione con aggiunte · 第 30 / 45 题