CAPITOLO DICIOTTESIMO

Corrispondenze intercettate — Piano dei nemici di dividere

l'esercito piemontese — Il quartier generale viene trasferito

a Marmirolo — Battaglia di Staffale — Battaglia di Custoza

— Ritirata su Goito — Ripresa di Volta — Nuovo abbandono

— Deputazione inviata al campo nemico — Proposte fatte dal

generale Hess.

Ho già fatto cenno come io recatomi ai primi di giugno all'esercito

piemontese, venissi accettato qual luogotenente nel 5º regg. Aosta

fanteria, ma immediatamente addetto allo Stato Maggiore Generale sotto

gli ordini del generale Salasco, comandante supremo di quel corpo. La

conoscenza della lingua tedesca contribuì a procurarmi quell'onorevole

destinazione, ma mi fu anche causa di un maggior lavoro in confronto

dei colleghi ed in due riprese fu abbastanza grave. Il 18 ed il

24 giugno i nostri avamposti sorpresero il corriere che recava la

corrispondenza da Mantova a Verona. In complesso erano da oltre 400

scritti fra rapporti ufficiali e lettere private, formando queste

la parte maggiore. Fino allora il nemico aveva sempre trovato il

mezzo di far pervenire la corrispondenza dall'una all'altra fortezza.

Ognuno vede qual bellissimo colpo sia quello di poter mettere la mano

su di una massa di lettere e su rapporti scritti nella persuasione

che giungano al loro destino incolumi, e quindi senza velo di sorta,

rispetto a ciò che contengono; se non che quel regalo della fortuna

cadde interamente sulle mie spalle.

Non solo era importante il conoscere il contenuto di tutto quel

carteggio, ma bisognava anche far presto; mi accinsi in entrambi i casi

con tutta la buona volontà consacrandovi oltre il giorno buona parte

della notte.

I rapporti ufficiali non contenevano cose di rilevanza; si riferivano

in gran parte a particolari di servizio, a promozioni, ad informazioni

sulle nostre posizioni; un solo che accennava a doversi rinforzare un

punto determinato aveva per noi un'importanza reale e lo tradussi per

esteso non facendo che un cenno degli altri; si scorgeva che le notizie

di più grave momento si trasmettevano per altro mezzo.

Di maggior interesse al confronto era la corrispondenza dei privati;

erano figli che scrivevano ai genitori e viceversa; amici ad amici;

oltre di ciò vi erano alcune lettere per ragioni commerciali. Feci

per prima la separazione fra queste diverse classi; fra le private più

d'una riassumeva a larghi tratti le vicende passate dalla ritirata da

Milano in poi; or bene non ve n'era una sola che parlando di quel fatto

non lo attribuisse alla venuta dell'esercito piemontese, ma tal verità

del resto già per sè stessa così chiara, non potevasi dire allora

perchè gli arruffapopoli avevano persuaso i Milanesi che Radetzki erasi

ritirato unicamente per la resistenza loro, ossia in causa delle Cinque

Giornate, e con tale argomento asserivano poi anche che il più era

fatto, e questo si osò dirlo persino in un proclama (25 marzo) d'un

capo partito.

Pur troppo le arti delle quali individui ambiziosi si servono per

ingannare i popoli ricadono anzitutto sui popoli stessi. Lo slancio

veramente sublime delle Cinque Giornate venne tosto usufruttato da

faziosi per mire parziali e non per l'utile della causa pubblica,

la quale richiedeva che tutti mirassero all'unico scopo della

guerra, e non vi mescolassero la politica; ma che dire se invece si

lasciava credere alle popolazioni non esservi quanto alla guerra che

da cogliere i frutti. Ma tornando al carteggio caduto nelle nostre

mani, oltre diverse nozioni speciali relative alla forza del nemico

che andava sempre ingrossando, eravi una lettera preziosissima di

un ufficiale di Stato Maggiore che scriveva ad un altro ufficiale a

Vienna. Quella lettera trattava del modo col quale era stata condotta

la campagna fino allora (20 giugno), e faceva acerba critica della

condotta del maresciallo Welden che aveva perduto tempo, uomini e

danari nell'impresa di Vicenza, mentre se fosse marciato diritto su

Verona senza darsi fastidio di quell'esercito impotente ad attaccarlo

seriamente, avrebbe dato il mezzo a Radetzki di combattere Carlo

Alberto, vinto il quale, ogni altra resistenza seria diveniva

impossibile; ma poi finiva colle testuali parole: _con tuttociò noi

speriamo fermamente di rompere la lunga linea piemontese che dalla

Corona_ (monte sopra Rivoli) _si estende a Governolo, e battere

quell'esercito_.

Si vedeva chiaro che la lettera era scritta da uno che conosceva

molto bene il suo mestiere epperò la tradussi tutta fedelmente (erano

6 pagine) e la portai al mio capo immediato, il colonnello Cossato,

facendone rimarcare la grande importanza; in pari tempo proposi che

annullati i rapporti ufficiali e le lettere che contenevano notizie

militari, e ciò per eccesso di precauzione, poichè nessuna diceva

cose nuove, si desse corso alle altre assolutamente innocue. Qual

conto poi si facesse di quel rapporto sì bene particolareggiato di

quell'ufficiale di Stato Maggiore, non so dirlo. Ho voluto citare

quel fatto perchè si rannoda ad altro ben più grave per noi, ossia

all'esecuzione precisa ed esatta del piano di dividere la gran linea e

poi battere separatamente i due corpi d'armata di Carlo Alberto; piano

che ebbe principio il 18 luglio coll'attacco delle posizioni del Monte

Corona e di Rivoli, ed ebbe fine il 4 agosto colla battaglia di Milano.

Furono 18 giorni di lotta continua che comprendono tre battaglie

(Staffale, Custoza e Milano), e combattimenti giornalieri più o meno

importanti, ma non vi ebbe un sol giorno senza sangue, senza strazio di

popolazioni, senza profondi dolori da parte di leali e onesti patrioti,

senza pazzie da parte di esaltati. Sono periodi del più alto interesse

nella storia dei popoli, e che meriterebbero la preferenza su d'ogni

altro di essere ben studiati, perchè in essi si condensano, dirò, gli

effetti di lunghi anni passati e pongono in evidenza vizî e virtù,

egoismi ed abnegazioni, viltà e coraggio.

Pur troppo la storia genuina di questi periodi è difficile a scriversi;

la passione si intromette sempre e la verità è offuscata dalla vanità e

presunzione di chi si ascrive successi felici oltre la misura che gli

si compete, e di chi invece assolve sè stesso e getta sugli altri le

sventure. La posizione subalterna che, giovine, io occupava allora, mi

salva da ogni responsabilità di importanti determinazioni prese; fedele

esecutore di ordini ricevuti, vidi però le cose sì davvicino che posso

narrarle con piena cognizione di causa, e come fu trovata pienamente

veritiera la mia narrazione delle Cinque Giornate, benchè circoscritta

solo a quanto poteva asserire nel modo il più sicuro, spero che

incontrerà eguale giudizio anche questa narrazione che comprende la

ritirata dell'esercito piemontese dopo la battaglia di Custoza, e la

giornata del 5 agosto in Milano. — Ora farò ritorno al campo piemontese

ed alla terra classica delle battaglie. — Col giorno 16 luglio erasi

trasferito il quartier generale principale da Roverbella a Marmirolo,

che dista pochi chilometri da Mantova. Ciò indicava che si voleva dare

alle operazioni d'assedio di quella fortezza una maggior vigorìa, ed

il 18 luglio aveva avuto luogo un combattimento a Governolo, favorevole

ai nostri, sotto il comando del generale Bava. Il modo col quale venne

annunciato fu, a dir vero, un po' troppo pomposo; si sarebbe detto

ch'era stata una vera battaglia campale; ma queste esagerazioni si

comprendono pensando alla necessità di rialzare l'animo de' soldati

e lo spirito pubblico ambidue fiaccati dalla lunga inazione. Se il

manifesto fu giudicato un po' esagerato da chi si trovava sulla faccia

dei luoghi, e poteva calcolare le conseguenze di quel combattimento,

non che i sagrifici che aveva costato e che erano assai limitati, non

lo si trovò tale a Milano ove lo si prese alla lettera, e come è uso

dei pubblicisti, che vogliono essi dirigere l'opinione pubblica, lo si

magnificò ancor più. I cuori si aprivano alla speranza.

Correva il 22 luglio e toccava a me il turno di guardia nella notte

dal 22 al 23 nell'ufficio dello Stato Maggiore, ch'era annesso

all'abitazione del general Salasco. Io stava leggicchiando non so

cosa, allorquando verso le 2 dopo la mezzanotte entra l'ordinanza che

vegliava alla sua volta nell'anticamera, mi annuncia l'arrivo di un

ufficiale che vuol parlarmi. Io gli vado incontro e veggo un ufficiale

di cavalleria, bel giovane, ma colla singolarità di una barba ad uso

del Mosè di Michelangelo. Era bagnato come se venisse tolto da un

pozzo perchè pioveva a diluvio. Gli dò il benvenuto e gli chieggo se

vuole asciugarsi, ma ei risponde che ha fretta di parlare col generale

Salasco e _pur troppo_ mi dice! _reco cattive nuove_ — _le cose vanno

male, abbiamo dovuto abbandonare le nostre posizioni e ritirarci in

furia e fretta_. Io mi sentii rimescolare il sangue; entrai tosto

dal general Salasco al quale annunciai l'arrivo di quell'ufficiale

dicendogli che aveva affari gravi ed urgenti da comunicargli. — Il

general Salasco lo ricevette immediatamente e trattenne l'ufficiale

circa una mezz'ora; uscitone io lo feci sedere e lo pregai di volermi

dare qualche notizia più particolareggiata. — Prima d'allora io

non aveva veduto mai quell'ufficiale; si cominciò col declinare

reciprocamente i nostri nomi; era desso il conte Clavesana, tenente di

cavalleria che veniva dal quartiere generale del Comandante il corpo

d'armata sulla destra del Mincio il generale De Sonnaz.

L'indomani (23) di buon mattino tutti eravamo in piedi; il Re,

chiamati i generali tenne un consiglio di guerra, e venne deciso di

abbandonare quella posizione e di andar incontro al nemico verso

Villafranca. Prima che tutto fosse in ordine ci volle del tempo e

buona parte della giornata andò perduta sì che non si potè partire che

dopo il mezzogiorno; il caldo era sì opprimente che in quella marcia

perdemmo più soldati per insolazione. Marmirolo dista 26 chilometri

da Villafranca; è una marcia che non sorte dalle ordinarie ma fatta

sotto il sole di luglio nelle ore calde abbatte più che una marcia

assai più lunga. Alla sera del 23 tutto il corpo ch'era a Marmirolo si

trovò a Villafranca. L'indomani (24 luglio) si partì, non sò per qual

causa, tardi da Villafranca, s'incontrò ben presto il nemico nelle

vicine colline, si venne alle prese in più punti, ma il combattimento

principale ebbe luogo in una località chiamata Staffale.

Anche la battaglia di Staffale non meritava nemmeno dessa il nome di

battaglia campale, ma era però stato un combattimento di maggiore

importanza di quello di Governolo e basti il dire che si fecero

nullameno di 800 e più prigionieri. Questo successo si dovette ad

un'abile manovra del Duca di Genova, quello fra i Principi di Casa

Savoja che aveva ereditato il genio militare. Gli Austriaci avevano

lasciato sul campo non pochi morti e fra questi alcuni ufficiali.

Come era ben naturale venne dato tosto l'annuncio di quella vittoria

al Governo di Milano, e venne ritenuta come un felice preludio della

battaglia che doveva seguire il giorno dopo, e tutto accennava a far

ritenere che quella sarebbe stata la vera battaglia campale e decisiva.

Buona parte della notte dal 24 al 25 venne passata da noi ufficiali di

Stato Maggiore nello stendere ordini e prendere disposizioni relative

alla battaglia dell'indomani.

Il mattino del 25 verso le ore 6 il general Salasco mi fa chiamare, mi

annuncia che sono stato prescelto a recare un ordine importantissimo

al generale De Sonnaz a Volta al di là del Mincio, e mi presenta al

general Bava; questi mi dà istruzioni più particolareggiate, mi dice di

passar per Goito, ove doveva pure comunicare certi ordini al comandante

delle truppe in quel luogo; il general Salasco mi consegna una lettera

pel generale De Sonnaz. Il tutto si riferiva ad un attacco che il De

Sonnaz doveva fare non più tardi del mezzogiorno sul fianco del nemico,

avanzando su Borghetto, ove doveva passare il Mincio ed operare a

Valeggio la congiunzione col corpo dello stesso Bava. Il giro ch'io

doveva fare era un po' lungo (poco meno di 30 chilometri), ma ammesso

che non avessi incontrate difficoltà, vi era il tempo da poter arrivare

fra le 9 e le 10, sì che non mancasse anche quello necessario perchè

la truppa, che già doveva ritenersi pronta, raggiungesse senza sforzo

il vicino ponte di Borghetto (6 chilometri da Volta). La stanza ove ci

trovavamo era immediata a quella del Re Carlo Alberto, il quale entrò

nella medesima e mi disse le precise parole. _Raccomandi anche a mio

nome al generale De Sonnaz che attacchi all'ora indicata._ Ringraziati

i generali dell'onore che mi facevano, e fatto il mio ossequio a

Sua Maestà, mi occupai tosto della partenza. Essendo impossibile che

il mio cavallo, se l'avessi adoperato in quella lunga corsa potessi

poi adoperarlo nella battaglia, noleggiai uno di quei leggerissimi

biroccini colà in uso, con un buon cavallo ed ingiunsi alla mia

ordinanza che allorquando la truppa sarebbe marciata su Valeggio, si

unisse a quella, conducendo colà il mio cavallo; così disposto ogni

cosa, io partii col mio condottiere, un giovine di circa vent'anni.

In breve io fui a Roverbella, ma quivi trovai la via verso Goito

barricata, e tutta la truppa disposta in ordine di battaglia.

Siccome temevasi che la guarnigione di Mantova facesse una sortita

per prendere il nostro esercito alle spalle od anche solo molestarlo,

si era dovuto lasciare della forza a Roverbella. Era un reggimento e

precisamente il 17 con un po' d'artiglieria e cavalleria; altra egual

forza erasi lasciata a Goito per difendersi da un attacco sulla destra

del Mincio pel caso che movesse sopra Volta.

Prendendo in mano la carta topografica ed esaminando la disposizione

delle nostre truppe in quel memorabile giorno si vede che non era

cattiva; il grave errore della lunghissima linea che aveva durato fino

ai 22 luglio era stato corretto colla marcia del 23 da parte della

truppa sulla sinistra del Mincio e dal concentramento della truppa

del generale De Sonnaz sulla destra, nessun corpo era cotanto lontano

l'uno dall'altro da non potersi aiutare a vicenda; ma pur troppo quel

concentramento non era stato l'effetto d'un piano concepito da una

mente direttrice che corregge in tempo un errore, ma era invece di già

una conseguenza dell'errore stesso, il movimento era stato imposto dal

nemico. Il corpo del generale De Sonnaz facendo uno sforzo inaudito di

precipitosa ritirata era bensì arrivato in luogo opportunissimo per

attaccare l'inimico, ma affranto ed in quel disordine che accompagna

sempre una ritirata precipitosa; certo però si è che la disposizione

del nostro esercito era buona. Infine il 24 luglio a sera i due

eserciti il piemontese e l'austriaco si trovavano in questa singolar

condizione che entrambi contavano un successo ed una sconfitta,

entrambi si erano concentrati col nerbo delle loro forze sulla sinistra

del Mincio ed entrambi potevano venir attaccati da tergo o sul fianco;

il piemontese da truppe che sortissero da Mantova, l'austriaco dal

corpo del generale De Sonnaz. Le colline che da Villafranca e Valleggio

si stendono verso Sommacampagna dovevano vedere lo scioglimento di quel

sanguinoso dramma.

Da quanto ho detto si comprende l'importanza che aveva la mia missione

e quanto ci tenessi ad eseguirla. Sì tosto giunsi a Roverbella chiesi

del comandante di quella forza, e comunicatogli lo scopo della mia

missione lo interrogai se aveva notizie degli Austriaci che potessero

venire da Mantova. _Sono già a Marengo_, mi risponde, _e mi attendo

di essere attaccato da un momento all'altro. La via da qui a Goito

è occupata dai Tedeschi; nulla di più impossibile di voler andare a

Goito._

Marengo[37] dista 5 chilometri e non più da Roverbella.

_A Goito posso rinunciare_, soggiunsi, _ma non a Volta. Io devo

assolutamente andarvi a qualunque costo!_

_Ma come vuol fare?_

Prendo la carta topografica e dico al colonnello: _andrò a Pozzolo_ e

passerò colà il Mincio.

_Ella farà quello che crede, ma badi che tutta la campagna, tutte le

vie da qui a Pozzolo sono in balìa dei Tedeschi; io ho poca truppa, non

posso darle scorta._

_Non importa, non ne chieggo, e forse mi sarebbe più di danno che di

utile. Io conosco un giovine di qui che mi servirà di guida e basterà._

Eravi a Roverbella un giovine arditissimo del quale mi era servito

altre volte per esplorazioni, ei conosceva ogni via, ogni sentiero; lo

faccio ricercare e per buona sorte era in paese.

_Senti_, gli dico, _mi hai servito altre volte, ma oggi devi rendermi

un servigio segnalato; tu mi devi condurre a Pozzolo, ho un biroccino

con un ottimo cavallo, ti darò un bel regalo._

Ei mi fa delle difficoltà, sapeva benissimo che i Tedeschi erano già

vicini a Roverbella e potevano essere anche a Pozzolo, ma io insisto e

faccio appello al suo amor proprio, al suo coraggio, al servizio grande

che può rendere al paese; ei pensa un po' e poi mi dice: _facendo un

giro verso Villafranca e poi ripiegando verso Pozzolo si può tentare_.

_Tu farai quanti giri vorrai_, rispondo io, _purchè mi conduca a

Pozzolo._

_Ebbene andiamo_, replica esso. Il cuore mi si allarga; ma il còmpito

non era finito; io doveva persuadere anche il vetturale che non era

della tempra di quel giovine, ma per esso aveva già il mio piano ben

risoluto. Gli annuncio la decisione presa: _In bocca ai Todeschi mi non

ghe vado_, mi risponde in veronese con due occhi fuori dell'orbita per

lo spavento; io cerco persuaderlo colle buone, gli dico che viene quel

giovine che ci farà da guida, che conosce tutte le vie e ci condurrà

dove non vi sono Tedeschi, ma d'esso non vuol udir ragioni e ripete di

continuo _in bocca ai Todeschi mi non ghe vado_.

Allora io ricorsi all'argomento decisivo. _Tu sai_, gli dico, _che

fummo d'accordo di darti 25 lire, ebbene te ne dò 50, ma tu verrai e

se non vuoi venire io ti sequestro cavallo e biroccio e vado con questo

giovine._

A quell'intimazione rimane muto, e siccome mi vedeva risolutissimo

comincia ad interrogare il giovine come farà per fuggire i Tedeschi,

la guida mi asseconda, gli dice che anch'esso non ama per nulla andar

in bocca ai Tedeschi, ma che evitando la breve strada che da Roverbella

conduce a Pozzolo sulla quale solo era probabile incontrarli, prendendo

una più lunga in senso opposto o non si sarebbero incontrati ovvero si

era in tempo di retrocedere verso Villafranca. Pare che quell'argomento

sia stato il più decisivo, si rassegnò.

Quella traversata mi provò cosa vale una buona guida; quanti giri ei

facesse mi è impossibile il dirlo; da una strada comunale, passava

ad una consorziale, da una larga ad una stretta; ogni volta che si

arrivava ad un crocicchio il baroccio si fermava ed ei discendeva ad

esplorare con occhi di lince la nuova via a percorrere; una volta ci

fece segno colla mano di non muovere; subito il mio conduttore esclama:

_I Todeschi, andemo in drio_.

_Vuoi finirla_, gli rispondo, _sarà nulla._ Era infatti una persona che

portava una falce che la guida aveva veduto dapprima in modo confuso,

ma poi riconobbe ch'era un villico. Infine per venire alle corte

noi arrivammo a Pozzolo sani e salvi; la guida mi procurò tosto una

barca per traversare il Mincio. Prima di partire stesi per iscritto

quanto aveva incarico di dire al comandante della truppa in Goito e

l'affidai ad un individuo che si recava colà dalla sponda destra del

Mincio ove non vi erano Tedeschi e quindi poteva farlo con sicurezza.

Pagati i miei due uomini e data una stretta di mano e ringraziata di

cuore la guida, passai il fiume su leggerissima barchetta. Erano le

9 antimeridiane passate e faceva già un gran caldo. Pozzolo dista da

Volta circa tre chilometri, dei quali circa due corrono in piano ed

uno in collina, ma tanta era l'ansia di arrivar in tempo che presa

un'accorciatoia traversai il tutto di corsa; la parte in collina era

un sentiero erto in mezzo a sassaie annerite dal sole; io arrivai a

Volta prima delle 10, ossia nel tempo che mi era stato prefisso, ne

aveva bensì perduto molto a Roverbella, ma evitando il giro di Goito lo

aveva riguadagnato. Contento di quel successo chieggo ai primi soldati

che trovo dove era il quartier generale. _In casa Guerrieri_, mi si

risponde. In vetta al colle e nel punto il più elevato del paese sta

quella casa grande e signorile, che prospetta con una delle sue fronti

verso Valleggio.

Traversare il Borgo e giudicare a colpo d'occhio che v'era stato

qualche cosa di ben grave fu una cosa sola. Tutte le vie erano piene di

soldati, ma stesi al suolo come persone affrante dalla fatica; non uno

in piedi od occupato. Arrivato a casa Guerrieri mi faccio annunciare

e vengo tosto ricevuto dal generale De Sonnaz, in una sala spaziosa,

ove vi erano molti ufficiali gli uni stesi sopra sofà, altri su sedie

appaiate, essi pure con l'impronta di una grande stanchezza. Alla mia

volta era sfigurato dalla immane fatica di quella corsa sotto il sole

e basterà il dire che aveva uniforme imbottita ed il sudore aveva

trapassato il tutto. _Si riposi_, _si riposi_, furono le prime parole

che mi rivolse il generale, ma io entrai tosto in argomento.

_Signor Generale_, gli dissi, _io reco un ordine della più alta

importanza come vedrà dalla lettera, ed ho poi incarico dallo stesso

Re di pregarla ad attaccare al più tardo per mezzogiorno dalla parte

di Borghetto._ Il generale legge la lettera e poi alza le spalle e mi

dice secco _è impossibile_, poi soggiunge, _le mie truppe non possono

muoversi per la stanchezza_.

Io rimango attonito, ma poi mi permetto di ripetere la calda

raccomandazione da parte del Re e lì s'impegnò un dialogo fra me ed il

generale; dei molti ufficiali presenti nessuno in sulle prime si muove,

nessuno viene in mio aiuto, finalmente si avanza un giovine biondo e

con voce dolce e quasi femminile, comincia a perorare anch'esso nel

mio senso; se non è possibile attaccare alle 12 si attacchi all'una,

alle due ma si attacchi; il generale resiste sempre, dice ch'egli

è il giudice di quanto è possibile, ma l'intervento di quel giovine

ufficiale ha una decisa influenza, egli insiste, il generale rimane un

po' silenzioso e poi dice forse fra le 3 e le 4. Io respiro e dico al

generale:

_Senta, signor generale: io doveva recarmi da qui a Borghetto colla

sua truppa, perchè credeva che si eseguisse tosto l'attacco, ma ora

veggo che ho il tempo di ritornare al campo per la stessa via pella

quale sono venuto; quanto meno potrò dire che attaccherà se anche più

tardi di quanto si desiderava. Abbia la bontà di darmi la risposta in

iscritto ed io riparto immediatamente._

_Ora mi devono servire il dejeunè_, mi risponde, _ed ella mi favorirà._

Io mi rassegnai a quell'atto di gentilezza, e dico, _mi rassegnai_,

perchè realmente mi pesava perder tempo; frattanto cominciai a

parlare anche con altri ufficiali e, come è ben naturale, il discorso

cadde sulla battaglia del giorno innanzi. Dalle finestre della gran

sala ove eravamo, vedevasi Valeggio; un ufficiale che guardava con

un cannocchiale, esclama ad un tratto: _I Tedeschi sono padroni

di Valeggio e stabiliscono una batteria sulla collina del vecchio

castello_, proprio ai piedi di quelle poetiche antiche torri. Piccola

è la distanza da Volta a Valeggio, in linea retta poco più di quattro

chilometri; tutti guardano col cannocchiale e guardo anch'io; la

batteria è pronta; si noti che dalle 9 antimeridiane era incominciata

la battaglia. I Tedeschi a Valeggio, vuol dire che si sono avanzati,

diss'io; le cose non vanno bene; mi si rimescola il sangue e mi rivolgo

al giovine, che, unico, aveva indovinato le mie sofferenze, e gli

dico: _Per carità mi lascino andare, prenderò un pane che mangerò per

via, ma io voglio andare_; il giovine (ch'era Govone ma che io non

conosceva) esclama allora, volgendosi ai colleghi: _ma oggi Federico

non ci dà più da colazione_. Il povero Federico, ch'era il cuoco, era

certo innocente, poichè in quelle circostanze non è facile l'aver tutto

puntualmente, ma infine poco dopo comparve il _dejeunè_; il generale mi

fa sedere alla sua destra e si discorre della battaglia di Staffale,

della quale ignoravano qualsiasi particolare, finalmente finisce

anche la refezione ed io prego di nuovo il generale a volermi dare

la risposta per iscritto. Ei si ritira col suo aiutante e poco dopo

ritorna e mi consegna una lettera diretta al general Salasco.

Io prendo commiato e parto rifacendo la stessa via da Volta a Pozzolo;

ma siccome era in discesa ed io pienamente ristorato di forze,

arrivai in breve tempo al Mincio di fronte al villaggio suddetto; ma

non havvi alcuna barca e non veggo anima vivente, nè su l'una nè su

l'altra sponda; largo assai è colà il fiume, io comincio a gridare ma

inutilmente. Mi rimane un sol partito, quello di traversar il Mincio

a nuoto; non solo era allora forte nuotatore, ma mi era esercitato

a nuotar anche vestito sì che non era per nulla titubante, se non

che nello stato nel quale mi trovava, il tentativo aveva non solo la

probabilità ma la quasi certezza di riuscir male; si pensi in quale

stato di sudore doveva essere un uomo che nell'ora più calda, ossia

fra le dodici e l'una, aveva fatto una corsa da Volta a Pozzolo. Se il

tratto da traversare fosse stato breve non avrei esitato un istante,

certo che per quanto dovessi soffrire immergendomi nell'acqua fredda,

l'avrei superato, ma invece era d'uopo rimanervi a lungo ed allora

era impossibile evitare le conseguenze di una reazione violenta,

decisi quindi di aspettare che fosse scemato il sudore e poi tentare

la traversata a nuoto; frattanto il cannoneggiamento si faceva più

fitto e cresceva in me l'ansia; di quando in quando gridava di nuovo

ma invano. Sulla sponda medesima del fiume sulla quale mi trovava ed a

poca distanza eravi una casa agricola; entro in quella e vi trovo una

donna con quattro ragazzi.

_Mia buona donna_, gli dico, _dovete farmi un gran piacere, dovete

aiutarmi perchè possa avvertire alcuno al di là del fiume onde venga

colla barca a prendermi._

_Ben volentieri_, mi risponde la buona donna, e sorte con tutta la sua

piccola brigata.

Posti in linea, ed io nel mezzo, ad un segnale dato gridiamo tutti

assieme con quanto fiato abbiamo in petto, ma nessuno risponde;

si riprende e finalmente non so bene se alla quinta o sesta prova,

ma certo dopo parecchie di esse, comparve una persona sulla sponda

opposta.

Trassi allora il fazzoletto facendo segno come desiderava transitare

e poco dopo si staccò una barchetta alla nostra volta. Ringraziai

la buona donna e salii in barca. Durante la traversata il barcaiuolo

mi narrò che i Tedeschi erano realmente venuti sino presso Pozzolo,

ragione per la quale tutti erano fuggiti, e si erano nascosti nelle

case perchè in quelle circostanze il solo mostrarsi può costare la

vita; seppi più tardi che a poca distanza da Goito avevano sorpreso

un'ordinanza che conduceva dei cavalli di un ufficiale superiore

(Villamarina) e li presero come preda di guerra; ma ritornando alla mia

missione, benchè quella sventurata combinazione mi avesse fatto perdere

un tempo preziosissimo, io mi trovava sulla sinistra del Mincio; mi

fu facile trovar un biroccino che mi conducesse a Villafranca, poichè

si andava in senso opposto alla direzione d'onde potevano venire i

Tedeschi. Colà arrivato trovai la mia buona ordinanza che non si

era mossa ed era molto inquieta sulla mia sorte; gl'ingiunsi che

apparecchiasse tosto il mio cavallo; il cannoneggiamento continuava

vivacissimo, ma sopra linea estesa; mentre stava attendendo il mio

cavallo nella piazza di Villafranca, veggo il conte di Castagneto,

il fedele Intendente del Re. Gli narro quanto mi era accaduto e gli

chieggo se sa dirmi ove trovisi il Re, ma ei non poteva precisar nulla;

la battaglia durava da molte ore e nessuna notizia era pervenuta

intorno al suo andamento. _Data quell'incertezza non sarebbe egli

prudente_, dissi io, _che si facesse una copia della lettera del

generale De Sonnaz e si facesse pervenire con altro mezzo? Supponga che

io cada prigioniero o morto, almeno vi è la possibilità che si sappia

cosa rispose._ Il conte di Castagneto trovò giusta la mia osservazione

e copiò ei stesso la lettera e s'incaricò di cercare chi la recasse.

Frattanto il mio cavallo era pronto; presa la lettera originale io

montai a cavallo ed a gran carriera m'avviai a casaccio verso il luogo

d'onde veniva più forte il rumor del cannone; in breve raggiunsi i

primi soldati e chieggo loro ove si trovi il Re, _più a sinistra verso

Valeggio_, essi rispondono, e sempre di gran carriera m'avanzo verso

quella parte, trovo un corpo più forte ed il colonnello mi sa dire in

modo preciso ove è il Re collo Stato Maggior Generale.

L'uscita degli Austriaci da Mantova e la loro dimostrazione contro

Roverbella e contro Goito, era nota al campo, ed i miei superiori

e colleghi ritenevano per fermo che io fossi rimasto prigioniero, o

morto, talchè quando io arrivai, ed erano le tre pomeridiane o poco

più, il general Salasco fece un atto di sorpresa, e mi chiese d'onde

veniva:

_Da Volta!_

_Ma da qual parte?_

_Da Pozzolo. Del resto ecco la risposta del generale De Sonnaz_, e gli

consegno la lettera. Ei la legge e fa un atto di dispetto, ed esclama

rivolgendosi a me: _Ma come! non vuol attaccare che alle cinque!_

_Io non posso dir altro_, risposi, _se non che non voleva attaccare

nè punto nè poco, lo pregai, lo scongiurai e mi promise d'attaccare

fra le tre e le quattro, allora lo richiesi di darmi la risposta per

iscritto._

Fino allora la battaglia era rimasta indecisa. Il generale Bava

sperando sempre nel sospirato attacco, teneva fermo, ma quando lesse

la lettera del generale De Sonnaz si decise a battere in ritirata e fu

verso le quattro pomeridiane. La ritirata venne operata in buon ordine

su Villafranca.

Gran parte della notte la consumai assieme ai miei colleghi nel dar

disposizioni per la ritirata dell'esercito su Goito, ed alle cinque

dell'indomani (26 luglio) eravamo in piedi di nuovo. La ritirata dopo

una sconfitta è qualcosa di ben grave, è un fatto militare che mette

alla prova l'abilità d'un generale in capo, la sua calma, la sua

presenza di spirito, la sua previdenza. Dipende da lui se il povero

soldato è lanciato piuttosto in una catastrofe dalla quale pochi

si salvano, ovvero se rimane ancora l'unità d'un corpo che sa farsi

rispettare, e conservarsi per tempi migliori.

Ei convien rendere giustizia al general Bava che fu all'altezza della

grave sua missione; la ritirata dapprima su Goito e quindi su Milano

venne operata con tutto quell'ordine, che le difficilissime condizioni

permisero, ma anche gli ufficiali dello Stato Maggiore nei gradi

inferiori non vennero risparmiati; dal 26 luglio che abbandonammo

Villafranca al 3 agosto che arrivammo a Milano, fu un lavoro continuo

di giorno e di notte, e vi ebbero momenti assai gravi, ma per non

anticipare, io tornerò alla prima dolorosa giornata, quella del 26

luglio.

Io e colleghi eravamo tutti intenti a dar le disposizioni per la marcia

delle truppe, quando udiamo delle grida che partono da una chiesa di

Villafranca, ma grida disperate e acutissime; si accorre per vedere che

cos'era, ci si presenta una scena spaventevole; una massa di feriti

de' nostri soldati, tutti in un orgasmo indescrivibile, supplicando

e gridando per essere trasportati via onde non cadere nelle mani dei

Tedeschi, ritenendo come cosa certa di essere massacrati. Io dichiaro

tosto che sono stolte, orribili calunnie; cerco persuaderli; _ma come

mai_, si dice loro, _potete credere una cosa simile, se abbiamo in

mano più di mille prigionieri?_ Ma che! Quei sventurati non ascoltano

ragione, il panico li ha invasi, e rinnovano le disperate grida;

che fare? Come e dove trovare, del resto, tanti carri per tutti quei

feriti, ed erano molti, e non vi era tempo da perdere. Infine, per

tentare di acquietarli e mostrare che si fa almeno quanto è possibile,

si requisiscono alcuni grandi carri tirati da buoi e si comincia a

caricare feriti; qui nasce una nuova scena straziante, tutti vogliono

essere prescelti, ma il numero è soverchiante; si fa una scelta a

casaccio, si promette agli altri che si cercheranno nuovi carri, e si

comincia col far avviare i primi verso Goito.

Frattanto tutta la truppa è in moto; ogni quarto d'ora il general Bava

manda un ufficiale a vedere se il nemico avanza, ei volle attorno a

sè tutti gli ufficiali addetti allo Stato Maggiore, credo che fra i

superstiti posso ancora annoverare il Minghetti, Vincenzo Ricasoli

ed il duca di Dino. Alle ore 7 ant. eravamo ancora nella piazza di

Villafranca e l'ultimo atto che si fece fu una lettera stesa su d'un

tavolino d'un piccolo caffè nella piazza stessa, diretta al comandante

dell'esercito nemico nella quale si raccomandavano i feriti alla sua

umanità, e venne consegnata ad un impiegato del Municipio pel ricapito.

Non occorre dire ch'era stesa in termini tali da non lasciar punto

travedere che si dubitasse d'un buon trattamento; e nessuno di noi

dubitava davvero; ma anche quell'atto si era dovuto fare per calmare

l'apprensione dei feriti che era impossibile di trasportare. Poco dopo

le sette un ufficiale mandato in ricognizione annuncia che il nemico è

in marcia; allora il general Bava e noi tutti abbandoniamo Villafranca

avviandoci verso Goito.

La marcia procedeva lenta ma regolata. Avevamo percorsi pochi

chilometri allorquando un corpo di cavalleria nemico di ussari, attaccò

la nostra retroguardia all'estrema destra, ch'era composta della

brigata Piemonte.

Fatto un dietro fronte que' bravi soldati impegnarono un combattimento

con tanta risolutezza che stesero al suolo un buon numero di assalitori

e dalle relazioni che apparvero dopo si seppe che fra i morti vi ebbe

un maggiore, precisamente un Seczeny, non sappiamo se della grande

famiglia ungherese, ma il fatto è certo.

Quei soldati in quella breve ma energica azione diedero proprio l'idea

del leone ferito al quale il dolore non scema ma aumenta la ferocia.

Il nemico desistette dall'attacco. — A circa mezza via raggiungemmo

il mesto convoglio de' feriti. Vi ebbe allora una sosta e per qualche

tempo io mi trovai di fianco ad uno di quei carri; erano di quelli che

colà si usano pel trasporto del fieno e sono assai grandi e muniti

all'ingiro di una specie di restelliera, i feriti erano assisi e

col dorso appoggiato a quella. Il caldo era opprimente ed alcuni di

questi sventurati si erano levata persino la camicia, si vedevano

torsi erculei, sopratutto di artiglieri, ma incredibili dovevano

essere le sofferenze di molti che si contorcevano sotto gli spasimi;

da ogni parte sgocciolava sangue. Per circa mezz'ora fui obbligato

di rimaner al fianco di que' carri di dolore, senza poter recare il

minimo sollievo e pur troppo non arrivarono nemmeno tutti vivi a Goito.

Allorchè si levarono da que' carri se ne trovarono due morti. Dio solo

ha contate le sofferenze di que' infelici, e se que' tristi, che colle

stolte dicerie di barbarie inventate, furono la vera causa di quella

morte, forse immatura, avessero avuto coscienza, avrebbero dovuto

sentirne rimorso, ma ben lungi da questa si può invece esser certi che

si saranno vantati di aver sparse quelle voci come mezzo d'infiammare

alla resistenza, senza pensare che su ben pochi poteva produrre

quell'effetto, e che moltissimi invece non chiamati a combattere

o divenuti impotenti, come precisamente i feriti, si sarebbero

spaventati. — Non è a dire il male che produsse quella scellerata

calunnia, che si sparse in tutta la Lombardia.

Tornando ai nostri sventurati i più fortunati furono quelli che non si

poterono trasportare e rimasero nelle ambulanze ove vennero trattati

dai Tedeschi con tutta umanità, precisamente come noi trattavamo i loro

feriti.

Verso le ore 3 si arrivò a Goito ma, come ripeto, noi formavamo

l'estrema retroguardia; il Re ed il grosso dell'esercito erano arrivati

molto prima. Colà apprendemmo un fatto grave; il giorno innanzi sì

tosto era stata decisa la ritirata, il generale in capo mandò un

ordine al generale De Sonnaz di tener fermo in Volta onde l'esercito

nostro, ossia quello sulla sinistra del Mincio, non venisse girato da

quella parte, e potesse fare la sua ritirata su Goito; quell'ordine

scritto in matita venne affidato al duca di Dino perchè lo recasse a

Volta. Era questi un bravo ufficiale francese appartenente alla più

alta aristocrazia di quella nazione, ed era venuto a far la guerra per

amore all'Italia, aveva grado di capitano ed era in ottima relazione

con tutti noi. Ei si diresse a me perchè gli spiegassi la via che

doveva tenere, ed io colla carta alla mano gli indicai sì chiaramente

la via da Villafranca a Pozzolo, precisamente quella che aveva fatto

al mio ritorno da Volta, ch'era impossibile ogni equivoco; per maggior

sicurezza il capo dello Stato Maggiore volle che fosse accompagnato

da una scorta di quattro carabinieri. Ei pervenne felicemente alla sua

meta, ma per sventura quell'ordine steso in fretta e forse mal scritto

venne interpretato a rovescio, ossia come un ordine di abbandonar

Volta e nel mattino del 26, il generale De Sonnaz fece la sua ritirata

su Goito. — Giunto colà il Re, sorpreso di trovarvi il corpo di quel

generale, montò in collera e gli ordinò di ritornare immediatamente a

Volta, e riprendere quella posizione. Obbedì esso e la truppa benchè

stanca rifece il cammino, e giunse verso le sei ai piedi della collina.

Quivi dopo breve sosta il generale ordinò l'attacco e s'impegnò una

lotta vivissima col nemico che aveva il vantaggio della posizione

dominando la pianura dall'alto, ma tale fu l'impeto dell'assalto,

sopratutto della brigata Savoja, che il nemico venne sloggiato e venne

ripresa Volta, ma con gran perdita da ambo le parti.

Fu l'ultimo fatto d'armi brillante da parte della nostra truppa.

Entrando in Goito, piccolo paese cinto da mura che ricordano il medio

evo, s'incontra a sinistra presso la porta una torre quadrata e tozza,

io con altri salimmo su quella e vedemmo da colà l'avanzarsi dei

nostri, e l'attacco proprio al cader del giorno. Rinacque un raggio di

speranza ma non doveva durare a lungo. — Nella notte si avanzò su Volta

il grosso dell'esercito nemico ed i nostri dovettero nel mattino del 27

abbandonar di nuovo Volta, e ripiegare ancora su Goito, ove si trovò

concentrato in quel giorno la gran parte del nostro esercito. Carlo

Alberto credette venuto il momento per trattar della pace, e mandò

al campo austriaco i generali Bes e Rossi ed il colonnello Alfonso La

Marmora ch'era capo dello Stato Maggiore della divisione comandata dal

duca di Genova. Partirono prima del mezzodì di detto giorno 27 luglio

e si recarono a Volta e quivi conferirono col maresciallo Hess, il

capo dello Stato Maggior Generale dell'esercito austriaco. Lunga fu

la conferenza non essendo ritornati que' tre incaricati che verso le 5

pomeridiane. Frattanto Carlo Alberto attorniato da suoi ajutanti e da

tutti gli uffiziali dello Stato Maggiore stava attendendo l'esito in un

campo a Cerlongo, qualche chilometro più innanzi da Goito verso Volta

seduto all'ombra d'un gelso, con un caldo canicolare. Eravamo su quel

campo di battaglia che aveva veduto sorridere la fortuna il 30 maggio,

ma in quel giorno invece tutto spirava mestizia, e ben poca speranza

potevasi nutrire dall'esito delle trattative.

Arrivati all'ora indicata i nostri incaricati presentarono al nostro

Re un progetto di armistizio elaborato dallo stesso Hess. Si prendeva

qual base, la linea dell'Adda, cedevasi dall'Austria a Carlo Alberto su

per giù, l'antico ducato di Milano. Si volle da taluno negare quella

proposta, ma il La Marmora divenuto più tardi ministro della guerra,

ricuperò il documento originale colla firma del maresciallo Hess,

datato da Valeggio del 27 luglio, ch'era rimasto presso il ministro Des

Ambrois che accompagnava il Re qual ministro responsabile, ed ora quel

documento si trova all'Archivio di Stato in Torino. La cosa non ha più

che un interesse storico, ma valgano questi particolari a dimostrare il

concetto che il nemico aveva dell'esercito piemontese, se per troncare

la guerra acconsentiva ancora ad un sacrificio, qual era quello della

cessione a Carlo Alberto di quasi tutto il paese che formava un giorno

l'antico ducato di Milano.

Ricordi intorno alle Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo 1848) Seconda edizione con aggiunte · 第 29 / 45 题