Io non so se avverrà che si trovi lo storico che saprà tramandare ai
posteri il ritratto morale di Pio IX. Ne dubito molto, e sicuramente
sarà impresa difficile. I fatti ai quali si mescola la passione,
sono sempre i più difficili ad accertarsi nella loro vera natura.
L'entusiasmo e l'odio si possono paragonare a lenti che alterano
le proporzioni; rapporto a pochi uomini si passò dall'uno all'altro
eccesso, come rapporto a Pio IX. Per quanto grande fosse l'entusiasmo
in Lombardia nei primi anni del suo papato, credo che fosse superato
da quello destato in Roma, stando alle narrazioni di quel tempo. Più
ancora di quelle testimonianze valgono quelle dei contemporanei sempre
viventi; e questi narrano che nessun uomo, nessuna penna umana saprebbe
descrivere l'entusiasmo destato da Pio IX, allorquando, nel giugno
1846, affacciatosi al balcone del Quirinale, invocò la benedizione di
Dio sull'Italia. La vasta piazza era piena stipata di popolo d'ogni
ceto e d'ogni età.
La preghiera era sincera e venne esaudita.
Ventidue anni dopo a quel medesimo balcone si presentava Vittorio
Emanuele II, la personificazione dell'unità ed indipendenza italiana; i
frenetici applausi dalla piazza egualmente stipata accolsero il primo
re d'Italia. Fra i sacrificati, fra le vittime, direbbe la passione,
di questo grande periodo storico che riunisce il 1846 al 1870, vi ebbe
il Pontefice stesso; la benedizione si sarebbe rivolta contro di lui
nel concetto di coloro che dànno anche alla Provvidenza le passioni
umane, e, sempre ciechi, credono che la perdita del poter temporale si
possa paragonare ad un castigo. Verrà forse un giorno in cui si troverà
che fu il più grande beneficio per la religione; ed è in questo senso
che io dissi che la Provvidenza aveva accolta la sincera preghiera
di Pio IX al doppio beneficio dell'Italia e della religione. Egli è
però certo che quelle due estreme epoche, il 1846 e 1870, racchiudono
avvenimenti strani, inattesi, singolarissimi; gli amici diventano
nemici; l'entusiasmo si converte in odio; la religione vien chiamata in
aiuto a fini temporali, quando questi sono più contrastati e quella più
fiaccata; si confondono le idee; più non regna che la passione; ed, in
mezzo a tanto caos, l'impresa nazionale fa il suo cammino, giovandosi
della virtù e degli errori del grande protagonista, del quale si
vorrebbero ora mettere in evidenza solo gli errori, negando i meriti.
Sarebbe questo giustizia? Or come lo giudicheranno gli Italiani? Se
fosse possibile imporre silenzio alle passioni, io direi che non vi è
indulgenza che basti per giudicare Pio IX, sì grande è il debito che a
lui deve l'Italia. Ma non sarebbe forse anche questo un linguaggio che
sente la passione, potrebbe chiedere taluno?
Io non credo, e spero provarlo, ed a questa prova ci tengo, e ci devo
tenere, perchè almeno presso quei pochi che mi leggeranno vorrei pure
trovar credenza non invocata per generiche affermazioni di lealtà, ma
basata su antecedenti del narratore, i quali, per quanto siano modesti
ed individuali, portano alla conseguenza che merita la fede invocata.
Io ho già fatto cenno come, non contento di rinchiudere in me le
aspirazioni per l'indipendenza d'Italia, mi facessi a propugnare
quelle idee anche con scritti; il mio punto di partenza era quello:
che l'Italia _doveva redimersi da sè_. Partendo da simile base,
era impossibile il pensare all'unità, perchè, se era già un'impresa
arrischiata il combattere la potentissima Austria colle forze unite
delle quali potevano disporre i sovrani del Piemonte, della Toscana e
delle Due Sicilie, sarebbe stata impossibile se contemporaneamente si
fosse accesa una guerra civile; cosa inevitabile se si fosse voluto
sacrificare due di essi al terzo. D'altronde, dicevo allora, l'Italia
non solo ha bisogno di costituirsi, ma di sorger forte e che abbia
confidenza in sè stessa e si guadagni il rispetto e la stima delle
altre nazioni.
Ma per arrivare a questo è indispensabile che la propria redenzione
le venga, anzitutto, da sè stessa, e non da stranieri; è dessa che
deve versare il suo sangue; sacrificare i suoi tesori. D'altronde,
ove troverà gli uomini per governare se mancheranno le occasioni
per svilupparli, per porre in evidenza le sue attitudini militari e
politiche? Chi crederà alla solidità di un ordine creato non dalla
forza degli Italiani, ma dagli stranieri? Non è egli ovvio che si
dubiterà che possa consolidarsi ciò che non è sorto per forza propria?
Qual è mai il bambino politico che in tesi astratta non avrebbe
preferito un'Italia una! Ma come era possibile il farla senza che
nessuno l'aiutasse? La questione non era teoretica e di aspirazioni più
o meno generose, ma pratica; era la questione che decider si doveva
a cannoni e baionette sui campi di battaglia; e per l'Italia la sua
prima, la sua questione vitale non era quella dell'unità, sibbene
quella dell'indipendenza da ogni dominazione straniera. Si è su quel
tema che conveniva portar allora l'attenzione della nazione e calcolare
le sue forze, per vedere se poteva cimentarsi; ed, a mio avviso, lo
poteva in determinate condizioni, e lo doveva fare.
Nel mio concetto sacrificava l'unità all'indipendenza, purchè questa
fosse tutta opera nostra. Ero nemico dichiarato d'ogni intervento
straniero.
Nel fare la rassegna delle forze italiane, nel passare in rivista gli
ostacoli da vincere, potentissimo, per l'influenza morale mi pareva
ch'esser dovesse quello della guerra al principio del poter temporale
del Papa; ed era precisamente su quel tema che gli scrittori erano
divisi; autori di grandissimo merito, come il Balbo, che i posteri
apprezzeranno più assai dei contemporanei, non sapevano concepire
quella separazione senza grande perturbazione nelle coscienze, e quindi
con una pericolosa reazione anche sulla questione politica dell'Italia.
A me pareva diversamente; ma il giudicare in quel modo prima che
salisse al trono Pio IX, era cosa di ben piccolo merito, dacchè può
dirsi che fosse l'opinione dominante; ed io scriveva precisamente
correndo l'ultimo anno del papato di Gregorio XVI.
Fui obbligato ad entrare in queste particolarità, perchè in questo
caso la data costituisce il perno della questione. La condotta di Pio
IX durante il primo anno rovesciò quella credenza generale; capovolse,
colla persuasione de' fatti, i ragionamenti secolari; in tal modo che,
non solo non si trovò più nel 1846-47 chi sorgesse a predicare contro
il potere temporale del Papa, ma, invece, erano numerose e clamorose le
conversioni in senso opposto; fioccavano gli indirizzi ed i consigli
al datore della libertà, al primo italiano. Il Gioberti, persona di
tanta autorità, aveva sognato un Papa paciere universale. Pio IX parve
la realizzazione di quell'ideale del grande filosofo. Come dovessi
rimanere anch'io al vedere qual via prendeva il nuovo Papa è facile il
concepirlo. Un Papa liberale! I fatti, che si svolgevano sotto i miei
occhi, non ammettevano dubbio; tutti gli autori, sommati assieme, non
avevano prodotto, nel corso d'anni, un effetto eguale a quello ch'egli
produsse nel corso di pochi mesi; è vero che quelli prepararono il
terreno, ma quell'impulso da lui dato fu di così strana efficacia,
che, nell'effetto li vinse tutti. Vorrò io perseverare nella dottrina
dell'incompatibilità del potere temporale del Papa colla libertà ed
indipendenza d'Italia, mi chiesi allora?
Per una combinazione, i cui particolari risparmio al lettore, il mio
libro, ch'era stato stampato lontano, fuori d'Italia, non comparve
che quando già dominava l'entusiasmo per il nuovo Papa. Avevo avuto il
tempo di ricredermi, ma fatto, come si direbbe, l'esame di coscienza su
quella professione di fede, non arrivai a persuadermi della possibilità
che la libertà d'Italia fosse compatibile col dominio temporale del
Papa. Pio IX tenta l'impossibile, mi dissi; o desso cade in tale
impresa, od è obbligato a cambiar via.
Contento che la data provasse che io non scriveva per oppormi alla
corrente, la quale, naturalmente, non si lasciò punto commuovere
dall'avviso opposto di uno scrittore che non poteva battezzare nemmeno
col suo nome il povero suo scritto; io ammirai la condotta di Pio
IX forse più degli altri, vedendo come quest'uomo, già fatto segno
alle ire de' più grandi nostri nemici, s'incamminasse su d'una via
cotanto difficile per amore dell'Italia. Un Papa liberale voleva
dire, nell'opinione dei nostri nemici, un Papa fedifrago. Il Papa è
considerato come un usufruttuario d'un potere non suo; gli aspiranti
alla successione lo considereranno come un depositario infedele. Tutto
quel secolare complicato edifizio che si chiama il potere temporale del
Papa è basato sul principio d'uno sconfinato assolutismo, così lo prova
la storia; e che in egual modo lo giudicassero quanti avversavano la
causa italiana, lo provò la loro sorpresa, il loro sgomento, allorchè
viddero i primi atti di Pio IX. Era quella una norma, un termometro
per un italiano, e nessuno più di me fu contento d'aver torto, poichè,
per quanto fossi convinto che quell'individuo non poteva seguitare,
non ero sì stolto da ammettere che il mio giudizio fosse infallibile.
Ora quegli anni sono ben lontani, e come Pio IX cambiasse è a tutti
noto; non poche furono le debolezze da lui commesse, ma sono forse gli
Italiani che devono sorgere suoi acerrimi accusatori? Lasciate che io
commetta un anacronismo, se volete, ma io non voglio separarmi dal Pio
IX del 1847.
Conobbi e conosco politicanti e politicastri che nell'epoca del suo
grand'auge non trovavano abbastanza termini per inalzarlo; più tardi
non ve n'erano che bastassero ad esprimere la loro indignazione. Nulla
sanno perdonare all'uomo che pur fece tanto, le cui virtù ed i cui
errori tornarono egualmente utili all'Italia.
Per conto mio amo attribuire a lui solo le prime, e dico che divide
gli errori coi tristi suoi consiglieri. Che lo straniero nulla voglia
perdonare a Pio IX lo si comprende, benchè l'atteggiarsi di taluni,
come se fossimo ai tempi di papa Gregorio VII (Ildebrando), sia esso
pure un anacronismo; ma gli Italiani hanno l'obbligo di giudicarlo
diversamente dagli stranieri; essi non hanno diritto di ripudiare i
primi anni e sottrarre dalla storia gli effetti di quell'eccitamento
che diede alla loro causa; e questo contrappesa i molti errori che
nella difficilissima via ha commesso.
Nessuno fu meno sorpreso di me nel vederlo soccombere, ma pochi del
pari sentono tanto ribrezzo dei codardi insulti, e giova sperare che,
quando saranno spariti tutti coloro che vogliono far dimenticare gli
eccessi antichi coi nuovi, si sarà più giusti anche con Pio IX; e voi,
storici lontani, se mai la mia voce giungerà fino a voi, lasciate che
ripeta: che gli Italiani devono essere ben indulgenti nel giudicare Pio
IX.