CAPITOLO SEDICESIMO

L'orizzonte s'intorbida — Avvenimenti di Napoli — Il Re delle

due Sicilie ed il Papa ritirano le truppe — L'autore va al

campo ed entra nell'esercito sardo — Descrizione intorno alla

parte presa dal clero lombardo negli avvenimenti del 1848 ed

influenza esercitata da Pio IX.

Col mese di maggio può dirsi che si chiuse l'epoca delle illusioni per

coloro almeno che conservavano tanta calma da giudicare gli avvenimenti

senza prevenzione.

La fredda realtà cominciò a dimostrare che la pretesa facilità

di prendere le fortezze poteva ben cambiarsi in una difficoltà

assai maggiore di quanto si credeva; i giovani volontari al campo

cominciarono a spedir relazioni sulla dura vita del soldato, e gli

ospedali a riempirsi di ammalati; un paese intero era già caduto

vittima della guerra (Castelnuovo Veronese), interamente abbruciato, i

corpi de' volontari, sfasciati per indisciplina, erano stati richiamati

ai centri e ricomposti. A Napoli il re Borbone aveva fatto il suo colpo

di Stato il 15 maggio, dimostrando di qual genere fosse la sua lealtà,

e mandando in pari tempo ordine alle sue truppe di retrocedere; il

Papa, senza sopprimere la costituzione, aveva ritirato esso pure le

sue truppe; dall'altra parte notizie sicure dalla Germania annunciavano

l'invio di grosse forze dell'Austria; l'orizzonte infine s'annuvolava

d'ogni parte.

Dopo aver compite le mie missioni pacifiche io determinai di andare

al campo ed entrare nell'esercito non avendo fede che in corpi

regolari, ma dovetti differire di alcuni giorni perchè faceva parte

d'una Commissione per un progetto di legge elettorale che aveva a suo

capo il conte Porro, già membro del Governo Provvisorio. Si era detto

che doveva durar poco; ma io cominciai allora ad imparare cosa sono

i partiti politici e le piccole furberie. In quella Commissione che

si riuniva a Brera, eravi il partito repubblicano in minoranza sì, ma

ben pronunciato; esso trascinò la discussione in lungo non solo, ma

quando si venne finalmente alla conclusione, non so per qual fine suo

proprio, a me ignoto, il relatore non dava mai la relazione, talchè io

avendo perduta la pazienza, piantai relatore e Commissione, ed ai primi

di giugno andai al campo ed entrai nell'esercito sardo in servizio

gratuito qual luogotenente di fanteria. Venni ascritto come tale al

5º Aosta fanteria, ma tosto aggregato allo Stato Maggiore Generale

sotto l'immediata dipendenza del generale Salasco. Il quartier generale

era allora a Valleggio e trovai colà addetti al medesimo corpo il mio

amico il conte Carlo Taverna ed i signori Achille Battaglia, il conte

Alberto Martini ed il signor Giovanni Curioni, tutti milanesi, non che

il signor Marco Minghetti, bolognese, ed il duca di Dino, francese, coi

quali tutti strinsi amicizia. Alla fine della campagna veniva promosso

a capitano effettivo di Stato Maggiore. Mi sia perdonato questo breve

cenno tutto personale, ma serva per provare che predicando agli altri

che l'Italia stava allora nel campo, seguiva anche nel fatto quella

massima; se cause da me indipendenti non mi permisero d'attuarla

prima, fui però in tempo di prender parte ai più serii eventi della

guerra, nei cui particolari non intendo però di entrare. Farò invece

un passo addietro, ritornando al mese memorabile che vide sprigionarsi

l'uragano, e porrò sotto agli occhi del lettore alcune considerazioni

intorno a due fra le principali ragioni che vi contribuirono, delle

quali ho bensì già fatto un cenno, di fuga, ma meritano essere

conosciute più davvicino, e queste si riferiscono al clero lombardo ed

a Pio IX.

Fra i molti fatti che dopo un lasso di 27 anni[35] difficilmente si

possono comprender bene ed anche giudicare a seconda del merito, sta

forse in prima linea quello dell'influenza di Pio IX e del clero.

Fedele al mio assunto di non parlare che di quanto posso garantire, io

non m'occuperò che del clero lombardo, benchè creda che la gran parte

di quanto narrerò si possa applicare a tutto il clero dell'Alta Italia.

La sua influenza fu grande, e tale che, se non esistessero

ancora testimonî a decine di migliaia, in ogni classe di persone,

difficilmente lo si crederebbe da chi dovesse apprendere soltanto dagli

scrittori di storia la narrazione di fatti, de' quali non potesse più

avvalorarsi di tante e sì svariate testimonianze. Il dimenticare di far

cenno della parte ch'ebbe il clero, sarebbe cosa ingiusta, un errore

storico dei più imperdonabili. Per quanto modesto sia il carattere di

questo scritto, e si debba qualificare piuttosto cronaca che storia, la

sua base caratteristica rimane sempre la verità, e questa sarebbe lesa

se tacessi di una delle cause più influenti dei fatti che narrai.

Queste premesse sono indispensabili non per i contemporanei degli

avvenimenti, ma per la gioventù che crebbe dopo, e che, trovandosi

educata in un'atmosfera affatto diversa, dura fatica a farsi un

concetto netto di que' tempi sotto tale rapporto.

Se un giorno, taluno, senza prevenzioni di sorta, si proverà a studiare

la storia dello svolgimento dell'idea dell'indipendenza nazionale

italiana, troverà un punto capitale che si presenta da sè quale

principio d'un periodo diverso dei precedenti nel suo andamento. Questo

punto capitale di partenza è l'elezione al trono papale di Pio IX.

Esso comincia a metà giugno 1846, trova il suo apogeo verso la fine

del successivo 1847, declina bensì dopo quell'epoca, ma per circa la

prima metà del 1848 i suoi effetti sono sempre grandissimi, e come tali

agiscono ancora durante le celebri Giornate di Milano.

Pio IX succedeva a Gregorio XVI, dotto cenobita, uomo non senza meriti,

ma vero tipo d'un pontefice quale lo svolgimento di tutta la storia del

papato aveva costretto ad essere il Papa, nella sua qualità di sovrano

temporale, cioè avverso ad ogni libertà, intollerante in materia

politica più ancora che in materia religiosa, diffidente de' principi

italiani, ed anche dell'Austria, ma costretto a riconoscerla come il

principal sostegno del suo trono.

L'opinione pubblica in Italia, e più specialmente negli Stati

Pontifici, erasi rassegnata a non ammettere nemmeno la possibilità

che un Papa potesse essere diverso da quel tipo, sì perfettamente

rappresentato da Gregorio XVI.

L'Italia, nel suo cammino verso la libertà, incontrò sempre il Papa

principe temporale qual suo nemico; coloro stessi che in piena buona

fede credevano che la condizione di essere sovrano indipendente

fosse necessaria pel capo supremo della Chiesa cattolica, non si

dissimulavano quelle difficoltà di speciale natura, che doveva generare

l'inevitabile lotta fra l'interesse nazionale e l'interesse del capo

della Chiesa. Quasi contemporaneamente alla nuova dell'elevazione al

trono del nuovo Papa, si sparge quella che sia di sentimenti liberali;

indi a poco arriva l'atto dell'amnistia così lata, così ampia, senza

restrizioni. L'effetto è indescrivibile, non già solo in Italia, ma

in tutta Europa, anzi in tutto l'orbe civilizzato. Pochi documenti

furono riprodotti così prontamente da tutti gli organi della pubblicità

come quello. Esso si raccomandava talmente per la sostanza e per la

forma, che fece l'effetto di un vero avvenimento, del quale tutti si

occupavano, nelle città e nei villaggi, in pubblico ed in privato.

Notizie venute da Roma non si limitavano a descrivere l'entusiasmo

generale per quanto già si era fatto, ma annunciavano riforme in senso

liberale, e l'inaugurazione netta e franca di una politica italiana,

ossia d'una politica tendente a procurarle la sua indipendenza; allora

l'entusiasmo anche negli altri Stati d'Italia non ebbe più freno. Pio

IX divenne l'inviato della Provvidenza per l'emancipazione nazionale;

il perno, il centro il più naturalmente indicato per la spinta morale

verso quella secolare aspirazione dei più insigni figli d'Italia. Un

Papa liberale! questo capovolgeva i ragionamenti di tanti scrittori e

pensatori antichi e moderni; ma nulla importava che venissero presi in

fallo; l'effetto era tanto maggiore anche per questo; che importava

mai che quegli scrittori e ragionatori avessero torto? L'essenziale

si era, che il preteso conflitto, l'ostacolo ritenuto tanto naturale

quanto inevitabile, non esisteva più; e la teoria, benchè appoggiata

sino allora dal fatto, veniva distrutta da un altro fatto più recente,

che doveva essere principio di un periodo opposto, convertendosi

in aiuto quello che fino allora si credeva un ostacolo. Sia pure il

primo Papa liberale, che si pone a capo della falange degli aspiranti

all'indipendenza nazionale, non è per questo meno potente, meno vero

o meno decisivo quel fatto. Il Papa è il capo della milizia la meglio

organizzata che si conosca e con una disciplina secolare, le cui

ramificazioni s'intrecciano con tutta la società, dalle classi alte

alle infime; i suoi ministri sono ricevuti nei palazzi e nei tugurî,

sono ascoltati dai ricchi e dai poveri, influiscono sugli individui

e sulle moltitudini, in pubblico ed in privato. È un esercito la cui

potenza morale è sempre grande, ed in quell'epoca era sconfinata.

L'idea dell'indipendenza nazionale aveva sempre trovato fautori nel

clero lombardo, ma la speciale missione del clero, la certezza che il

capo visibile della Chiesa era avverso ad ogni innovazione politica,

faceva sì che il maggior numero si tenesse estraneo ad ogni azione;

ma, dacchè si annunciò essere liberale il Papa stesso, cadde la

ragione del ritegno, ed il clero si fece caldo sostenitore dell'idea

dell'indipendenza italiana, e fu pel suo mezzo ch'essa divenne popolare

anche nelle campagne. Già un gran passo era stato fatto in quel senso

da scrittori che, condannando gli insani tentativi delle cospirazioni,

avevano accennato alla via opposta, ossia a rendere partecipi dello

scopo, cui si tende, le moltitudini, le quali soltanto potevano dare

i mezzi, ossia essere pronte ad offrir vita e sostanze; il che non

si ottiene che con una convinzione profonda, che conviene prima saper

generare. I molti scritti, che, dapprima in via indiretta e poi senza

velo, avevano agito sulla pubblica opinione, avevano già allargato

il numero non solo dei credenti nell'avvenire d'Italia, ma anche di

quelli che sarebbero stati pronti ai sacrifici; nullameno, per quanto

fosse grande questo numero, esso crebbe a dismisura allorquando tutto

l'esercito disciplinato del Papa si fece esso pure a diffondere

e commentare la possibilità d'una patria libera ed indipendente.

L'idea, già per sè generosa e seducente, non più contrastata, ma

all'opposto favorita dal clero, penetrò letteralmente in tutti gli

strati della società; ma con essa penetrò anche l'idea d'un inevitabile

conflitto coll'Austria. E si accettava anche l'idea della guerra,

e le probabilità di vincerla si deducevano da quella concordia

universale che si manifestava. A prezzo di grandi sacrifici già si

vedeva l'Italia padrona di sè, fare il suo cammino senza lotta fra

lo Stato e la Chiesa, senza nocumento per la religione. Non è a dire

quanto ciò contribuisse ad aumentare il numero di coloro che avevano

fede nei destini del paese e togliendo ostacoli in seno alle famiglie,

ravvicinando giovani e vecchi, che per quanto al sentimento nazionale,

alle idee fondamentali di indipendenza dallo straniero andavano

d'accordo, ma dissentivano intorno alla questione del potere temporale

del Papa; questione che veniva naturalmente ad eliminarsi, dacchè il

Papa stesso si faceva campione dell'indipendenza nazionale.

Quanto alla lotta inevitabile, già nel 1847 se ne viddero i prodromi

nelle misure che il Governo austriaco andava prendendo rapporto alla

nuova attitudine del clero. Credo fosse preparato ad ogni evento, meno

che a quello d'un Papa liberale; epperò rimase stranamente sconcertato.

Egli comprese perfettamente che non si poteva fondare unicamente sul

numero dei soldati, sulle baionette e sui cannoni per far fronte ad

un'opposizione diversa da quella preparata dalle sètte segrete; epperò

decise di combatterlo. Cominciò colle ammonizioni ai parroci, col far

sorvegliare e quasi sindacare le prediche; ma riusciva al risultato

opposto, poichè un parroco ammonito diveniva subito oggetto di

simpatia e di lode, come buon patriota. L'autorità governativa, ultima

nella gerarchia degli stipendiati, e che si trovava all'immediato

contatto delle popolazioni, era il commissario distrettuale. Oltre le

attribuzioni amministrative, aveva quelle della polizia propriamente

detta, la quale allora si divideva in due distinte categorie: la

polizia che corrisponde all'ufficio di pubblica sicurezza odierno

e la polizia politica. Rapporto alla prima, le condizioni fatte da

una sequela d'anni di governo forte erano buone, e per questo quelle

autorità avrebbero avuto, se non la simpatia delle popolazioni, certo

nessun odio da esse; ma in que' tempi, e nel bisogno in cui si trovò il

governo, allorchè dovette combattere anche il clero, la parte politica

prevalse.

Si fu a que' commissarî che venne ingiunta la sorveglianza sul clero,

sopratutto nelle campagne, ma l'effetto ne fu che i commissarî, già

poco benevisi, caddero ancor più basso, e vennero riguardati come gli

stromenti i più ciechi del governo; facilmente nacquero quindi le lotte

fra essi ed i parroci e le autorità comunali, che, per essere gratuite,

una certa indipendenza naturale pur l'avevano. Queste lotte erano

piccole, se vuolsi, prese una per una, e sovente la loro conoscenza

non varcava i modesti confini del Comune; ma suppliva il numero; era

il fermento che si faceva generale; dalle città veniva l'intonazione;

colà il gran chiasso, che poi nelle campagne si diffondeva su vasta

superficie.

Si fu in tale disposizione d'animi generale a tutta la Lombardia, che

sorse il 1848.

Coloro che con maggior attenzione tenevano dietro alle difficoltà

colle quali doveva lottare il Papa, si erano già accorti che non era

nè poteva essere quel tipo ideale che di lui aveva fatto l'opinione

pubblica dominante. Egli stesso aveva a più riprese dichiarato che

lo si voleva spingere oltre il limite al quale credeva poter andare;

ma nelle moltitudini nulla di questo era ancora trapelato; e siccome

poi anche fatte quelle sottrazioni, in realtà la parte da lui presa e

mantenuta ancor sempre in quell'epoca, costituiva un abisso fra Pio IX

ed i suoi antecessori, così grandissima era sempre la sua autorità e la

sua influenza, al principiare di quell'anno cotanto memorabile. Venuti

i giorni di lotta, vidersi anche i seminari gareggiare d'entusiasmo

colle università e coi licei, e molti chierici cambiar carriera

e prendere il fucile. Il clero già vincolato, fermo al suo posto,

porse tutto l'aiuto che poteva dare moralmente ed anche con sacrifici

materiali; vi ebbero esempî generosi, e non pochi; e può dirsi, senza

esitanza, che il più gran numero fece il suo dovere; ed io richiamo

quei meriti, anzitutto perchè è un fatto, una verità, ma poi perchè non

diviene mai tanto necessario il rendere giustizia quanto in tempi nei

quali è dimenticata o contrastata.

Ricordi intorno alle Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo 1848) Seconda edizione con aggiunte · 第 24 / 45 题