L'orizzonte s'intorbida — Avvenimenti di Napoli — Il Re delle
due Sicilie ed il Papa ritirano le truppe — L'autore va al
campo ed entra nell'esercito sardo — Descrizione intorno alla
parte presa dal clero lombardo negli avvenimenti del 1848 ed
influenza esercitata da Pio IX.
Col mese di maggio può dirsi che si chiuse l'epoca delle illusioni per
coloro almeno che conservavano tanta calma da giudicare gli avvenimenti
senza prevenzione.
La fredda realtà cominciò a dimostrare che la pretesa facilità
di prendere le fortezze poteva ben cambiarsi in una difficoltà
assai maggiore di quanto si credeva; i giovani volontari al campo
cominciarono a spedir relazioni sulla dura vita del soldato, e gli
ospedali a riempirsi di ammalati; un paese intero era già caduto
vittima della guerra (Castelnuovo Veronese), interamente abbruciato, i
corpi de' volontari, sfasciati per indisciplina, erano stati richiamati
ai centri e ricomposti. A Napoli il re Borbone aveva fatto il suo colpo
di Stato il 15 maggio, dimostrando di qual genere fosse la sua lealtà,
e mandando in pari tempo ordine alle sue truppe di retrocedere; il
Papa, senza sopprimere la costituzione, aveva ritirato esso pure le
sue truppe; dall'altra parte notizie sicure dalla Germania annunciavano
l'invio di grosse forze dell'Austria; l'orizzonte infine s'annuvolava
d'ogni parte.
Dopo aver compite le mie missioni pacifiche io determinai di andare
al campo ed entrare nell'esercito non avendo fede che in corpi
regolari, ma dovetti differire di alcuni giorni perchè faceva parte
d'una Commissione per un progetto di legge elettorale che aveva a suo
capo il conte Porro, già membro del Governo Provvisorio. Si era detto
che doveva durar poco; ma io cominciai allora ad imparare cosa sono
i partiti politici e le piccole furberie. In quella Commissione che
si riuniva a Brera, eravi il partito repubblicano in minoranza sì, ma
ben pronunciato; esso trascinò la discussione in lungo non solo, ma
quando si venne finalmente alla conclusione, non so per qual fine suo
proprio, a me ignoto, il relatore non dava mai la relazione, talchè io
avendo perduta la pazienza, piantai relatore e Commissione, ed ai primi
di giugno andai al campo ed entrai nell'esercito sardo in servizio
gratuito qual luogotenente di fanteria. Venni ascritto come tale al
5º Aosta fanteria, ma tosto aggregato allo Stato Maggiore Generale
sotto l'immediata dipendenza del generale Salasco. Il quartier generale
era allora a Valleggio e trovai colà addetti al medesimo corpo il mio
amico il conte Carlo Taverna ed i signori Achille Battaglia, il conte
Alberto Martini ed il signor Giovanni Curioni, tutti milanesi, non che
il signor Marco Minghetti, bolognese, ed il duca di Dino, francese, coi
quali tutti strinsi amicizia. Alla fine della campagna veniva promosso
a capitano effettivo di Stato Maggiore. Mi sia perdonato questo breve
cenno tutto personale, ma serva per provare che predicando agli altri
che l'Italia stava allora nel campo, seguiva anche nel fatto quella
massima; se cause da me indipendenti non mi permisero d'attuarla
prima, fui però in tempo di prender parte ai più serii eventi della
guerra, nei cui particolari non intendo però di entrare. Farò invece
un passo addietro, ritornando al mese memorabile che vide sprigionarsi
l'uragano, e porrò sotto agli occhi del lettore alcune considerazioni
intorno a due fra le principali ragioni che vi contribuirono, delle
quali ho bensì già fatto un cenno, di fuga, ma meritano essere
conosciute più davvicino, e queste si riferiscono al clero lombardo ed
a Pio IX.
Fra i molti fatti che dopo un lasso di 27 anni[35] difficilmente si
possono comprender bene ed anche giudicare a seconda del merito, sta
forse in prima linea quello dell'influenza di Pio IX e del clero.
Fedele al mio assunto di non parlare che di quanto posso garantire, io
non m'occuperò che del clero lombardo, benchè creda che la gran parte
di quanto narrerò si possa applicare a tutto il clero dell'Alta Italia.
La sua influenza fu grande, e tale che, se non esistessero
ancora testimonî a decine di migliaia, in ogni classe di persone,
difficilmente lo si crederebbe da chi dovesse apprendere soltanto dagli
scrittori di storia la narrazione di fatti, de' quali non potesse più
avvalorarsi di tante e sì svariate testimonianze. Il dimenticare di far
cenno della parte ch'ebbe il clero, sarebbe cosa ingiusta, un errore
storico dei più imperdonabili. Per quanto modesto sia il carattere di
questo scritto, e si debba qualificare piuttosto cronaca che storia, la
sua base caratteristica rimane sempre la verità, e questa sarebbe lesa
se tacessi di una delle cause più influenti dei fatti che narrai.
Queste premesse sono indispensabili non per i contemporanei degli
avvenimenti, ma per la gioventù che crebbe dopo, e che, trovandosi
educata in un'atmosfera affatto diversa, dura fatica a farsi un
concetto netto di que' tempi sotto tale rapporto.
Se un giorno, taluno, senza prevenzioni di sorta, si proverà a studiare
la storia dello svolgimento dell'idea dell'indipendenza nazionale
italiana, troverà un punto capitale che si presenta da sè quale
principio d'un periodo diverso dei precedenti nel suo andamento. Questo
punto capitale di partenza è l'elezione al trono papale di Pio IX.
Esso comincia a metà giugno 1846, trova il suo apogeo verso la fine
del successivo 1847, declina bensì dopo quell'epoca, ma per circa la
prima metà del 1848 i suoi effetti sono sempre grandissimi, e come tali
agiscono ancora durante le celebri Giornate di Milano.
Pio IX succedeva a Gregorio XVI, dotto cenobita, uomo non senza meriti,
ma vero tipo d'un pontefice quale lo svolgimento di tutta la storia del
papato aveva costretto ad essere il Papa, nella sua qualità di sovrano
temporale, cioè avverso ad ogni libertà, intollerante in materia
politica più ancora che in materia religiosa, diffidente de' principi
italiani, ed anche dell'Austria, ma costretto a riconoscerla come il
principal sostegno del suo trono.
L'opinione pubblica in Italia, e più specialmente negli Stati
Pontifici, erasi rassegnata a non ammettere nemmeno la possibilità
che un Papa potesse essere diverso da quel tipo, sì perfettamente
rappresentato da Gregorio XVI.
L'Italia, nel suo cammino verso la libertà, incontrò sempre il Papa
principe temporale qual suo nemico; coloro stessi che in piena buona
fede credevano che la condizione di essere sovrano indipendente
fosse necessaria pel capo supremo della Chiesa cattolica, non si
dissimulavano quelle difficoltà di speciale natura, che doveva generare
l'inevitabile lotta fra l'interesse nazionale e l'interesse del capo
della Chiesa. Quasi contemporaneamente alla nuova dell'elevazione al
trono del nuovo Papa, si sparge quella che sia di sentimenti liberali;
indi a poco arriva l'atto dell'amnistia così lata, così ampia, senza
restrizioni. L'effetto è indescrivibile, non già solo in Italia, ma
in tutta Europa, anzi in tutto l'orbe civilizzato. Pochi documenti
furono riprodotti così prontamente da tutti gli organi della pubblicità
come quello. Esso si raccomandava talmente per la sostanza e per la
forma, che fece l'effetto di un vero avvenimento, del quale tutti si
occupavano, nelle città e nei villaggi, in pubblico ed in privato.
Notizie venute da Roma non si limitavano a descrivere l'entusiasmo
generale per quanto già si era fatto, ma annunciavano riforme in senso
liberale, e l'inaugurazione netta e franca di una politica italiana,
ossia d'una politica tendente a procurarle la sua indipendenza; allora
l'entusiasmo anche negli altri Stati d'Italia non ebbe più freno. Pio
IX divenne l'inviato della Provvidenza per l'emancipazione nazionale;
il perno, il centro il più naturalmente indicato per la spinta morale
verso quella secolare aspirazione dei più insigni figli d'Italia. Un
Papa liberale! questo capovolgeva i ragionamenti di tanti scrittori e
pensatori antichi e moderni; ma nulla importava che venissero presi in
fallo; l'effetto era tanto maggiore anche per questo; che importava
mai che quegli scrittori e ragionatori avessero torto? L'essenziale
si era, che il preteso conflitto, l'ostacolo ritenuto tanto naturale
quanto inevitabile, non esisteva più; e la teoria, benchè appoggiata
sino allora dal fatto, veniva distrutta da un altro fatto più recente,
che doveva essere principio di un periodo opposto, convertendosi
in aiuto quello che fino allora si credeva un ostacolo. Sia pure il
primo Papa liberale, che si pone a capo della falange degli aspiranti
all'indipendenza nazionale, non è per questo meno potente, meno vero
o meno decisivo quel fatto. Il Papa è il capo della milizia la meglio
organizzata che si conosca e con una disciplina secolare, le cui
ramificazioni s'intrecciano con tutta la società, dalle classi alte
alle infime; i suoi ministri sono ricevuti nei palazzi e nei tugurî,
sono ascoltati dai ricchi e dai poveri, influiscono sugli individui
e sulle moltitudini, in pubblico ed in privato. È un esercito la cui
potenza morale è sempre grande, ed in quell'epoca era sconfinata.
L'idea dell'indipendenza nazionale aveva sempre trovato fautori nel
clero lombardo, ma la speciale missione del clero, la certezza che il
capo visibile della Chiesa era avverso ad ogni innovazione politica,
faceva sì che il maggior numero si tenesse estraneo ad ogni azione;
ma, dacchè si annunciò essere liberale il Papa stesso, cadde la
ragione del ritegno, ed il clero si fece caldo sostenitore dell'idea
dell'indipendenza italiana, e fu pel suo mezzo ch'essa divenne popolare
anche nelle campagne. Già un gran passo era stato fatto in quel senso
da scrittori che, condannando gli insani tentativi delle cospirazioni,
avevano accennato alla via opposta, ossia a rendere partecipi dello
scopo, cui si tende, le moltitudini, le quali soltanto potevano dare
i mezzi, ossia essere pronte ad offrir vita e sostanze; il che non
si ottiene che con una convinzione profonda, che conviene prima saper
generare. I molti scritti, che, dapprima in via indiretta e poi senza
velo, avevano agito sulla pubblica opinione, avevano già allargato
il numero non solo dei credenti nell'avvenire d'Italia, ma anche di
quelli che sarebbero stati pronti ai sacrifici; nullameno, per quanto
fosse grande questo numero, esso crebbe a dismisura allorquando tutto
l'esercito disciplinato del Papa si fece esso pure a diffondere
e commentare la possibilità d'una patria libera ed indipendente.
L'idea, già per sè generosa e seducente, non più contrastata, ma
all'opposto favorita dal clero, penetrò letteralmente in tutti gli
strati della società; ma con essa penetrò anche l'idea d'un inevitabile
conflitto coll'Austria. E si accettava anche l'idea della guerra,
e le probabilità di vincerla si deducevano da quella concordia
universale che si manifestava. A prezzo di grandi sacrifici già si
vedeva l'Italia padrona di sè, fare il suo cammino senza lotta fra
lo Stato e la Chiesa, senza nocumento per la religione. Non è a dire
quanto ciò contribuisse ad aumentare il numero di coloro che avevano
fede nei destini del paese e togliendo ostacoli in seno alle famiglie,
ravvicinando giovani e vecchi, che per quanto al sentimento nazionale,
alle idee fondamentali di indipendenza dallo straniero andavano
d'accordo, ma dissentivano intorno alla questione del potere temporale
del Papa; questione che veniva naturalmente ad eliminarsi, dacchè il
Papa stesso si faceva campione dell'indipendenza nazionale.
Quanto alla lotta inevitabile, già nel 1847 se ne viddero i prodromi
nelle misure che il Governo austriaco andava prendendo rapporto alla
nuova attitudine del clero. Credo fosse preparato ad ogni evento, meno
che a quello d'un Papa liberale; epperò rimase stranamente sconcertato.
Egli comprese perfettamente che non si poteva fondare unicamente sul
numero dei soldati, sulle baionette e sui cannoni per far fronte ad
un'opposizione diversa da quella preparata dalle sètte segrete; epperò
decise di combatterlo. Cominciò colle ammonizioni ai parroci, col far
sorvegliare e quasi sindacare le prediche; ma riusciva al risultato
opposto, poichè un parroco ammonito diveniva subito oggetto di
simpatia e di lode, come buon patriota. L'autorità governativa, ultima
nella gerarchia degli stipendiati, e che si trovava all'immediato
contatto delle popolazioni, era il commissario distrettuale. Oltre le
attribuzioni amministrative, aveva quelle della polizia propriamente
detta, la quale allora si divideva in due distinte categorie: la
polizia che corrisponde all'ufficio di pubblica sicurezza odierno
e la polizia politica. Rapporto alla prima, le condizioni fatte da
una sequela d'anni di governo forte erano buone, e per questo quelle
autorità avrebbero avuto, se non la simpatia delle popolazioni, certo
nessun odio da esse; ma in que' tempi, e nel bisogno in cui si trovò il
governo, allorchè dovette combattere anche il clero, la parte politica
prevalse.
Si fu a que' commissarî che venne ingiunta la sorveglianza sul clero,
sopratutto nelle campagne, ma l'effetto ne fu che i commissarî, già
poco benevisi, caddero ancor più basso, e vennero riguardati come gli
stromenti i più ciechi del governo; facilmente nacquero quindi le lotte
fra essi ed i parroci e le autorità comunali, che, per essere gratuite,
una certa indipendenza naturale pur l'avevano. Queste lotte erano
piccole, se vuolsi, prese una per una, e sovente la loro conoscenza
non varcava i modesti confini del Comune; ma suppliva il numero; era
il fermento che si faceva generale; dalle città veniva l'intonazione;
colà il gran chiasso, che poi nelle campagne si diffondeva su vasta
superficie.
Si fu in tale disposizione d'animi generale a tutta la Lombardia, che
sorse il 1848.
Coloro che con maggior attenzione tenevano dietro alle difficoltà
colle quali doveva lottare il Papa, si erano già accorti che non era
nè poteva essere quel tipo ideale che di lui aveva fatto l'opinione
pubblica dominante. Egli stesso aveva a più riprese dichiarato che
lo si voleva spingere oltre il limite al quale credeva poter andare;
ma nelle moltitudini nulla di questo era ancora trapelato; e siccome
poi anche fatte quelle sottrazioni, in realtà la parte da lui presa e
mantenuta ancor sempre in quell'epoca, costituiva un abisso fra Pio IX
ed i suoi antecessori, così grandissima era sempre la sua autorità e la
sua influenza, al principiare di quell'anno cotanto memorabile. Venuti
i giorni di lotta, vidersi anche i seminari gareggiare d'entusiasmo
colle università e coi licei, e molti chierici cambiar carriera
e prendere il fucile. Il clero già vincolato, fermo al suo posto,
porse tutto l'aiuto che poteva dare moralmente ed anche con sacrifici
materiali; vi ebbero esempî generosi, e non pochi; e può dirsi, senza
esitanza, che il più gran numero fece il suo dovere; ed io richiamo
quei meriti, anzitutto perchè è un fatto, una verità, ma poi perchè non
diviene mai tanto necessario il rendere giustizia quanto in tempi nei
quali è dimenticata o contrastata.