CONCLUSIONE — L'autore entra in alcuni particolari intorno
all'andamento attuale della cosa pubblica — Crede che il
rimedio debba venire da una maggiore attività da parte dei
cittadini indipendenti per mezzi e posizione sociale — Cita
l'esempio dei grandi uomini che contava Milano nella fine
del secolo passato — Tocca delle grandi questioni sociali
che minacciano la civiltà e chiude esortando gli uomini
indipendenti a volersi occupare un po' più degli affari
pubblici.
La narrazione dei fatti da parte mia è ultimata; e, come storico, o,
dirò meglio, come cronista, dovrei prendere congedo dal mio lettore; ma
ho un'ultima preghiera da fare; ho qualche pagina da aggiungere, che
pur vorrei fosse letta. Ripeterò quanto dissi nella prelazione, che
l'aver atteso 27 anni a scrivere questi _Ricordi_ mi libera, voglio
sperare, dal supposto che un amor proprio spinto sia stato la cagione
che mi indusse a narrare le vicende delle quali fui testimonio. Ora
vorrei aggiungere che i brevi consigli, che parmi essere in diritto di
poter dare in questa conclusione, furono una delle cause, e forse la
principale, che mi indussero a scriverli.
Il cammino che ha fatto l'Italia dal 1848 al 1870 ha del portentoso,
e vi sarebbe da andarne superbi, se si potesse dire che, almeno nella
sua maggior parte, lo si dovesse alla nostra virtù e non all'aiuto
straniero; ma, infine, quest'Italia una ed indipendente esiste, e gli
Italiani presenti e futuri hanno l'obbligo di renderla forte, onorata
e rispettata.
Coloro che caddero in tante lotte hanno diritto di reclamare che
il loro sacrificio frutti e non sia sciupato o convertito in preda
ignobile di basse vanità personali, fatto sgabello a sovvertitori
d'ogni genere, a predicanti di nuove teorie sociali, che avvolgerebbero
l'Italia nel caos, per poi finire con la guerra civile.
Dopo aver dato la vita per la patria, dopo aver dato il prezioso
cemento all'edifizio delle nazioni, che è il sangue, non solo non
devono mai essere dimenticati, ma si devono invocare quelli che lo
sparsero, come i genî tutelari, dai loro concittadini, ovunque siano
caduti, a qualsiasi paese essi appartennero; i loro nomi devono
essere sacri in tutta Italia; ma egli è naturale che la venerazione
più speciale, la ricordanza più viva venir debba dal paese natale,
e l'appello fatto in loro nome non dovrebbe mai essere fatto
invano. Milano ne conta molti, ed ho fatto conoscere, per quanto
imperfettamente, in quale famosa circostanza perisse buon numero di
essi.
Se ho qualche speranza che il mio lavoro sia bene accolto, si è nel
luogo che fu il campo di quegli avvenimenti, e pel quale divennero
storia patria nel più stretto senso della parola.
Ai concittadini di que' valentissimi mi rivolgerò di preferenza,
ponendomi sotto la tutela de' genî tutelari del loro paese, e parlerò
francamente.
_L'Italia è fatta._ Se i caduti per essa potessero udir solo quella
frase si riterrebbero largamente premiati del loro sacrificio; ma
sarebbero ben presto conturbati, se conoscessero anche il modo col
quale s'incammina.
Non vi ha dubbio di sorta che quando si pensa agli innumerevoli
interessi che si dovettero ledere nel fondere sette Stati in un
solo; alle centinaia di leggi diverse che si dovettero coordinare,
ai privilegi di diritto e di fatto che si dovettero abolire; si può
chiedere se il fatto stesso, che pur si vinsero quelle difficoltà, non
parli in favore di quella forza coordinatrice che pur si è trovata, per
quanto imperfetto sia ancora l'ordinamento del nuovo Stato. È questo
un ragionamento che si fece e si fa molte volte, ed ha del vero; ma
esso è di tal natura che ogni giorno perde della sua forza; se alla
sconnessione, cotanto naturale e perdonabile de' primi anni, non
subentra a poco a poco la solidità delle instituzioni, la regolarità
nelle amministrazioni, la fede nell'avvenire, si rimarrà coi danni dei
primi tempi, ma non più scusabili.
Da cinque anni[36] è chiuso il periodo che si può chiamare _militante_,
il periodo nel quale si possono perdonare anche molti errori
commessi; ma il lasso di cinque anni non è breve; ed anche volendoci
pur riferire al 1870, qual punto di partenza, possiamo noi dire
che la cosa pubblica, nel suo complesso, siasi atteggiata in modo
da riprometterci un avvenire tranquillo e decoroso, quale conviene
ad una nazione che è grande per numero d'abitanti, per ampiezza
di territorio, ed indipendente di fatto, e deve aspirare ad essere
considerata ed apprezzata dalle altre? Se non ci mancano anche motivi
di rallegrarci per progressi in qualche ramo speciale, possiamo noi
nasconderci i molti mali presenti, che minacciano ogni giorno di
divenir più serî, come gli sconcerti finanziari di tanti Comuni,
l'abbassamento nel concetto delle popolazioni dell'idea di giustizia
per opera della Giurìa, come oggi si chiama e come oggi è organizzata?
Forse che piccolo può ancora chiamarsi l'abuso della libertà per
parte della stampa? E se taluno volesse asserire il contrario, chi mai
illuderebbe desso? Forse qualche lontano che, nutrendo simpatia per
il nostro paese, crede volentieri quello che desidera. Incominciamo
a non illuderci noi; abbiamo la carità patria illuminata di svelare e
scrutare le nostre piaghe, studiare i nostri mali senza esagerarli, ma
anche senza volerli diminuire, e l'Italia camminerà.
Ogni epoca, ogni fase, nello svolgimento della vita d'un popolo,
richiede il suo speciale genere di coraggio per progredire al meglio.
Nel periodo della lotta era indispensabile il coraggio che si riassume
nel sacrificare la propria vita, e l'Italia lo trovò; nel periodo
della sua organizzazione, nel quale oggi ci troviamo, occorre quello
di chiamare le cose pel loro nome; occorre il coraggio della propria
opinione; occorre quello di saper combattere la tirannia della
piazza, tirannia effimera, ma tirannia essa pure; occorre, all'uopo,
il coraggio di saper affrontare la così detta impopolarità, e questo
coraggio scarseggia in Italia; eppure è indispensabile. Ei conviene che
si trovi, perchè la vita d'una nazione libera ed indipendente, quale si
è in oggi l'Italia, è vita di attività e di lotta di principî; nessun
cittadino onesto, chiamato dalle leggi ad un'ingerenza per quanto
modesta ed umile, deve chiamarsi estraneo; e, se molti si astengono nel
fatto, subiscano le conseguenze dell'attività altrui, anche sregolata,
anche rivolta a tutt'altro che al pubblico bene. Ma il gran male si
è che le tristi conseguenze non solo vengono subìte da quelli che le
meritano, ma si fanno subire anche a coloro che non vi hanno alcuna
colpa. Nessun cittadino deve rifiutarsi a concorrere all'andamento
della cosa pubblica. Questo è il principio fondamentale, sì poco curato
in Italia. Quanti cittadini indipendenti ed onestissimi, credono che
quando hanno soddisfatto le imposte, il loro cómpito sia finito, e
abbiano diritto di starsene tranquilli all'infuori d'ogni questione,
non pensando che ai fatti loro? Ebbene, sono in grave errore. La
legge, il paese chiede loro il sacrificio di una mezz'ora all'anno per
andare a votare per l'elezione di pochi consiglieri comunali (volendo
scegliere un esempio riferibile agli ultimi ordigni della macchina
sociale, ma che sono indispensabili essi pure); ma quella mezz'ora
non si trova, non si dà importanza all'atto, al proprio diritto. Si
ha la coscienza che, votando, si voterebbe senza secondi fini; si ha
la certezza che non tutti seguono quella massima, eppure si trascura
d'esercitare il proprio diritto, di portare un voto coscienzioso, e, se
occorre poi, si deplora il risultato delle elezioni.
Questo è il gran male, tanto più grande, quanto più generale.
Lo si comprende, lo si spiega esso pure senza fatica; la nessuna
partecipazione ai pubblici affari per lo addietro, seminò l'inerzia
e l'apatia; ma la spiegazione non è una scusa in presenza sopratutto
dei mali che genera, e questi non sono meno gravi. Come mai l'Italia,
all'indomani della sua rigenerazione, trova già stanchi tanti de' suoi
figli, e tanta svogliatezza da rifiutarle il più leggiero soccorso nel
nuovo suo cammino? Certo che non è sì facile; ma chi mai avrebbe posto
su eguale bilancia le difficoltà di farla camminare franca e risoluta
con quelle di redimerla, liberarla da tanti ceppi d'ogni genere,
d'ogni natura, antichi e moderni? Quell'ideale che vagheggiarono tanti
valent'uomini, pel corso di secoli, apparisce forse deformato, ora che
s'incarnò realmente nel fatto, tanto da perdere le sue attrattive? Oh,
non si faccia sì grave torto alla verità! Sarebbe un'ingiustizia verso
quanti si adoperarono a quel grande risultato, ed una crudeltà verso
i posteri. Che importa che l'Italia sia libera ed indipendente se non
è capace di rendersi forte e rispettata? Forsechè un'altra nazione,
che da secoli è una e indipendente anch'essa, la nazione spagnuola,
che pure è fornita di nobilissime doti, non è lì per mostrarci che
l'unità ed indipendenza non bastano per costituire la nazione in modo
stabile, che permetta lo svolgersi di tutte le sue forze, di tutte
le sue attitudini, tanto da rendersi prospera e rispettata? Se reca
meraviglia come una sì lunga lotta non abbia esaurite le forze vitali
di quella nazione, non si può a meno di considerare, dall'altra parte,
cosa sarebbe la Spagna se tutte quelle forze morali e materiali, che si
paralizzarono, fossero state impiegate in modo utile. Qual alto luogo
non occuperebbe dessa nella stima universale! Quale prosperità non
regnerebbe nel suo seno!
Oh! lasciate che l'Italia redenta abbia spavento di venir trascinata
sulla via della Spagna. Si faccia pure larga parte alle difficoltà
che si dovettero superare, ma, in nome e per amore di coloro che ci
fecero vincere, e, colla loro morte diedero la vita a questa gran
patria comune, che a noi consegnarono, non abbandoniamola, lasciando
che trascini fra stenti la sua esistenza. Ma chi la deve soccorrere?
_La grande massa_, rispondo, _degli onesti cittadini, che oggi si
chiamano estranei a qualunque ingerenza ne' pubblici affari, per
quanto sia modesta._ Nella massa de' cittadini indipendenti sta la
forza d'una nazione; ma, quando questi cittadini fanno il loro dovere.
Questa classe non è piccola in Italia; fate che dessa entri ovunque
ha diritto di entrare, e l'Italia camminerà colle sue leggi, colla
sua libertà; il buon senso domina, e, ben presto, coll'unione verrà la
forza, e con questa il coraggio che occorre in tutte le possibili sfere
ed amministrazioni; ed allo sconfortante pensiero di un avvenire che
s'intorbida sottentrerà la fede nei destini d'Italia, quella fede che
ravviva, che opera miracoli.
Ma... io mi accorgo che ho divagato, che ho battuto, come suol dirsi,
la campagna; mille e mille volte furono già dette queste cose; vennero
dati simili consigli, e non valsero gran fatto a scuotere l'inerzia e
l'apatia. Non per questo mi sgomento, nè cancello ciò che ho scritto,
e mi tengo al consiglio, al detto, tanto antico quanto autorevole:
_Battete, e vi sarà aperto_.
Ebbene, verrò anch'io a battere in nome di coloro che caddero, e forse
qualcuno mi ascolterà. Anzichè vagare, dissertando in tesi generali,
io entrerò in particolarità, e mi rivolgerò alla classe che, a mio
giudizio, fornisce gli elementi migliori, a quella de' cittadini
indipendenti, che non hanno nulla da chiedere, nulla da temere; quella
classe che, laddove fosse penetrata dal sentimento del dovere che
hanno tutti i cittadini, di contribuire al rassodamento ed all'onore
della patria comune, sarebbe in grado di somministrare il personale
necessario in tutti gli uffici amministrativi fondati sul principio
elettivo e sul principio delle funzioni gratuite, dal consigliere
comunale al deputato al Parlamento; dall'amministratore del patrimonio
d'un Luogo Pio, di poche migliaja di lire, a quello di milioni. Non
sono cose nè difficili, nè nuove. In Inghilterra, in Germania, una
persona, per quanto sia ricca, si propone un fine, una meta alla sua
operosità, perchè il far pompa di ricchezze che non giovano che al
possessore procura disprezzo anzichè stima; ogni persona che sente
dignità sdegna essere un inutile parassita nella grande famiglia alla
quale appartiene; se tali sentimenti divenissero popolari anche in
Italia, influirebbero ben presto a spingere quella classe di cittadini
all'attività pubblica.
Ma, per conseguir questo fine, per arrivare a render popolare queste
idee, occorrono fatti, le moltitudini si persuadono solo cogli esempî;
poco giovano le teorie. Al merito speciale di servire il proprio paese,
in qualunque ufficio o grado, che pur richiedesse anche un piccolo
sacrificio, aggiungeranno quello di migliorare, sotto tale rapporto,
l'opinione pubblica in Italia sulla ricchezza privata; perchè, se fra
noi si rispetterà forse ancora per lungo tempo più di quanto merita il
ricco ozioso, si considererà almeno come un ideale il ricco occupato ed
utile al paese.
L'Italia ha bisogno della considerazione e della stima delle altre
nazioni. Se v'ha questione nella quale l'illudersi e l'incensarsi
sarebbe proprio ridicolo, è sicuramente quella relativa alla stima
delle altre nazioni. La risposta al quesito: _Cosa vale l'Italia?_
non deve partir da noi, ma sibbene dobbiamo fornir noi gli elementi.
L'_estero_ (e chiamo con questo nome chi non è italiano), sa benissimo
che una gran parte del successo dell'Italia non si deve agli Italiani,
e nell'assegnargli la sua parte, è più severo di noi; e chi lo spinge
a quella severità sono le tendenze manifestate da taluni, e non pochi,
di voler menomare il soccorso prestato da altre nazioni all'Italia, e
sopratutto, parliamoci ben chiaro, il grande servizio che ci venne reso
dalla Francia.
Quanto più alta non sarebbe certo la stima per l'Italia se avesse
conquistato da sè sola la sua condizione attuale; ma, dacchè ciò non
era tampoco fra le cose possibili, non dobbiamo cercare di menomare
il merito altrui, perchè, in luogo di far crescere il nostro, lo
si diminuirebbe per l'ingrato senso che desta anche nelle nazioni
che furono neutrali, ogni idea di ingratitudine. L'Italia conta
abbastanza fatti splendidi ed annovera tal numero di vittime per
attestare che non fu piccola anche la sua parte nella grande opera, e
ne converranno tanto più facilmente anche gli estranei, quanto più noi
rispetteremo il merito altrui. Ad ogni modo, la questione è finita;
su questo campo non vi sono più allori da cogliere; e quanto al saper
conservare, occorrendo, colle armi, la posizione attuale è questione
dell'organizzazione del nostro esercito, nella quale non voglio, nè è
questo il luogo d'entrare.
Ma se l'Italia, oggigiorno, per via delle armi, non può cambiare
quella qualsiasi opinione che essa gode presso gli altri popoli, e
solo può prepararsi perchè, all'occasione, le sia dato di mostrarsi
vera potenza; ben può misurarsi seco loro e cogliere allori sopra
altri campi, quelli delle scienze, delle industrie e delle arti, il che
dipende solo da lei. Trent'anni or sono, un uomo, che l'Italia annovera
giustamente fra le sue celebrità, il Gioberti, scriveva un'opera sul
_Primato morale e civile degli Italiani_. Io non oserei sottoscrivere a
tutti gli elogi; e forse il valent'uomo stimò opportuno eccitare anche
in quel modo l'amor proprio degli Italiani per spingerli a propugnar
quella causa, che poi trionfò; ma, oggigiorno, si troverebbe mai uno
scrittore che ardisse sostenere che gl'Italiani mantengono ancora
quel primato morale e civile? Chi oserebbe discendere a sì stolta
adulazione?
Trent'anni è lo spazio di tempo assegnato ad una generazione; quella
che l'Italia annoverò fra il 1840 ed il 1870, non seppe mantenere
il posto assegnatole dal Gioberti: ma essa non ha da vergognarsi
avanti ai posteri; per essa vale in tutta l'estensione del termine la
ragione vera e reale che la grande impresa nazionale assorbì tutta la
sua attività e deviò le menti da studî severi, salvo lodevolissime
eccezioni. Se non ha prodotto scritti immortali, ha fatto l'Italia;
non la fece da sè sola, ma la fece. Non è dunque in via di rimprovero
che si dice che non si tenne a paro delle altre nazioni nel grande
progresso delle scienze; lo si dice per citare un fatto che ha la sua
giustificazione, un fatto che ora dovrebbe cessare. Dove ed in qual
classe d'uomini si possono riporre le speranze le più fondate, se non
in quella classe che non è preoccupata dal bisogno di lavorare per
vivere? Milano non ha bisogno di uscire dalle proprie mura per trovare
esempî da imitare. Verso la fine dello scorso secolo essa contò un
numero non piccolo di uomini, insigni tutti, appartenenti alla classe
elevata, indipendente; e taluni sono e rimarranno vere celebrità, come
il Beccaria, i due Verri, il Frisi, il Giulini, ed altri.
Quella classe l'abbiamo ancora, nè accennando a lei, si vuol
esprimere una minor stima pel concorso che viene dalle altre, delle
quali devesi anzi fare maggior conto per le difficoltà che debbono
vincere; e quanti non riescono a superarle, quanti uomini d'ingegno
non rimangono soffocati in quella lotta col bisogno? Se la classe
che non conosce quegli ostacoli studiasse, come pur studiarono i
valentissimi che ho citato, non è egli vero che mentre procurerebbe
maggior lustro a sè stessa, gioverebbe ai meno fortunati, poichè più
facilmente si scoprirebbero e si ajuterebbero i giovani d'ingegno?
Di questi fatti ve n'ha pure larga dovizia. I mecenati nel senso
più nobile del termine, ossia coloro che accoppiando intelligenza e
ricchezza porsero la mano a giovani ricchi d'ingegno, ma poveri di
fortuna e li ajutarono a divenir uomini utili e di onore al paese,
non furono rari in passato. Più si spande l'intelligenza nelle alte
e doviziose classi, più si aumenta la probabilità che si svolgano gli
ingegni nelle altre classi. In Inghilterra vi sono ricchi signori che
mantengono a loro spese astronomi, chimici, fisici e meccanici. Una
scoperta, un passo anche modesto nella scienza, che presero a coltivare
od amare e proteggere, è il loro premio, quand'anche non vi abbiano
contribuito che indirettamente. Per qual ragione non potrà avvenire
che si faccia qualcosa di simile anche in Italia? Non mancano fra noi
le fortune colossali, se anche non vi siano in numero così grande
come in Inghilterra; ciò che manca è lo spirito che anima l'alta
classe, è l'ambizione di dire, voglio esser qualcosa, non per le mie
ricchezze, ma per l'uso che ne saprò fare. Io non credo con questo di
far una censura, direi, generale a tutta la classe ricca in Italia;
certo come vi furono in passato non mancano anche oggi individui che
rispondono a quell'ideale di un ricco indipendente che lavora pel
bene del suo paese senza secondi fini; ma vorrei far comprendere che
se questo fu sempre utile, lo è assai più nelle condizioni nostre
e nell'organizzazione della nostra società quale ora si trova colla
sua base nella costituzione. Le vie sono aperte a tutti, la parola
_privilegio_ ha ormai perduto il suo significato, ma quale spettacolo
vede oggi l'Italia? Una ressa, una fretta di voler essere ricchi
ed influenti a qualunque costo; quindi caccie a posti in tutte le
gradazioni di amministrazioni possibili, di cui molte non vanno bene;
gli scandali si fanno frequenti; il pubblico, il grandissimo numero
de' cittadini comincia a sfiduciarsi nel vedere che il bene pubblico
non è il fine, ma il mezzo per saziar vanità o cupidigie. Dove trovar
il rimedio a questo stato di cose? Nella classe côlta ed indipendente,
nei cittadini stessi, nel senso di abnegazione di volersi imporre un
peso pel bene pubblico, al che ora rifuggono troppi assai di coloro
che lo potrebbero fare. Fate che gli uomini disinteressati ed istrutti
prendano in mano le redini delle amministrazioni e cammineranno. Le
due qualità vogliono essere unite, perchè l'onestà senza il sapere è
presto vittima del sapere senza onestà. Quando l'Italia prima del 1848,
frastagliata com'era, inceppata in tutti i suoi movimenti produceva
qualche scritto, qualche opera d'importanza esclamavasi e dentro e
fuori: _Che non darebbe l'Italia se fosse libera?_ Da 15 anni essa è
libera nella grandissima sua parte, e da un quinquennio lo è nella
totalità; or bene come ha corrisposto a quella speranza? Eppure in
Italia come in qualsiasi altro paese, il primo bisogno sarà sempre
quello d'aver uomini leali ed istrutti ad un tempo nella maggior copia
possibile. Perchè mai nella gioventù della classe indipendente non
sorge l'ambizione così giusta, così legittima di voler guidar essa
gli affari, spingendo pure lo sguardo sino all'ultima meta ora libera
a tutti, quella di rappresentante della nazione? Leggendo un giorno
la biografia d'uno dei più grandi uomini politici dell'Inghilterra,
appresi che giovine ancora ei vagheggiava l'idea di entrare a suo tempo
nel Parlamento; ei si accinse quindi a studiare tutto quel complesso
di scienze, che sono indispensabili ad un uomo politico: la storia,
le scienze economiche, la legislazione speciale del proprio paese,
i grandi oratori che ebbero influenza sui destini dell'Inghilterra,
quanto infine può aumentare il tesoro intellettuale di un uomo che si
propone di far anch'esso da legislatore. Lunghi anni prima che l'età
stessa gli permettesse di entrare in Parlamento si provava a declamare
avanti ad uno specchio, volendo educarsi anche nel modo di porgere.
Venne il suo giorno, entrò nell'ambìta aula e divenne uno dei più
grandi uomini di Stato. Il fatto è certo, quand'anche io non rammento
il nome di quel personaggio; ma è ben lungi dall'essere unico e raro
esempio; il fatto si sarà ripetuto e si ripetè forse spesso non solo
in Inghilterra, ma presso tutte le nazioni, ove le classi agiate e
le aristocrazie storiche hanno la nobile ambizione di servire il loro
paese, di avere in mano gli alti uffici dello Stato.
Perchè tale sentimento non si diffonderebbe anche in Italia in quelle
classi? La stessa prescrizione così assennata dello Statuto che
dichiara gratuita la funzione di deputato e di senatore, non è dessa un
invito a sì nobile missione?
Se in ogni tempo gli Stati ebbero bisogno di essere governati da uomini
istrutti, forse non fu mai sì grande tal necessità quanto oggi che
vediamo sorgere sull'orizzonte e farsi giganti questioni inattese,
della più alta gravità per l'ordine sociale, questioni che avvolgono
non uno o pochi, ma tutti gli Stati che si chiamano civili. Chi mai,
or sono trent'anni avrebbe detto che nella capitale d'uno de' popoli
più côlti, che a Parigi, i cui titoli di benemerenza pel progresso sono
innumerevoli e grandi, doveva dominare per più di due mesi la reazione
la più selvaggia contro ogni principio di società, contro la proprietà,
la religione, la famiglia? Come non vedere che quel fatto non fu
isolato, non fu il parto di fortuite circostanze, ma frutto di una
elaborazione di lunga mano che generò tanti elementi sovversivi che si
appoggiano alle più brutali passioni dell'uomo; passioni che si trovano
ovunque, ed in determinate circostanze possono suscitare i medesimi
imbarazzi, trovandosi ovunque apostoli di quelle empie dottrine?
Sono vere e grandi questioni internazionali, che si devono prendere
sul serio e non illudersi, credendo che possano vincersi senza lotta
morale e fors'anche materiale; sono questioni che non si devono studiar
solo in fugaci articoli di giornali, ma nella loro essenza e nelle
cause che vi diedero origine e ne prepararono lo svolgimento. Alle
molte questioni intricate e speciali d'ogni Stato, d'ogni luogo, or
si aggiungono queste minacciose per tutti, ed ogni nazione deve trovar
uomini energici che abbiano il coraggio ed il sapere di rintuzzar quel
nemico che prepara e vuol far trionfare una barbarie d'un nuovo genere
uscita dalla civiltà degenerata. L'Italia non deve star addietro alle
altre nazioni in questa coalizione che viene imposta dai sovvertitori
d'ogni ordine. I migliori elementi si troveranno ancora nella classe
che ha molto da perdere; ma i sacrifici de' singoli sono un nulla in
confronto del sovvertimento dell'ordine sociale; epperò la questione
non deve rimaner individuale, nè considerarsi in rispetto ai solo
interessati, ma deve elevarsi al vero naturale suo livello, cioè d'una
delle più gravi che agitar possono la società.
L'_Italia è libera_; ma non lo è da tutte le tirannie. È libera dalla
tirannia politica che dava ad un individuo, sotto qualsiasi nome o
titolo, l'autorità di comandare a suo talento. Era un gran male e
ci vollero nullameno di 22 anni per liberarsene interamente, ma la
libertà politica che si ottenne generò forse anche le altre che si
attendevano le popolazioni, quella del libero svolgimento di tutte le
opinioni, il rispetto all'onore dei cittadini, alle sue convinzioni
politiche e religiose? Sarebbe un'amara derisione il voler sostenere
in senso affermativo una tesi simile! Tirannuncoli d'ogni specie si
impossessarono della libertà ed a forza di intimidazioni fanno violenza
e trascinano altri, anche contro le proprie convinzioni, ed impediscono
di fatto che usino dei loro diritti. Da che proviene questo? Dalla
mancanza di coraggio della propria opinione; il qual coraggio deve
essere un elemento indispensabile nella vita d'un popolo libero. Sta
nei decreti della Provvidenza che una nazione non solo ha bisogno di
trovar uomini coraggiosi per redimersi se non è indipendente, ma che
anche dopo redenta non può prosperare se non trova altri cittadini
coraggiosi che non si lasciano sopraffare ed indurre ad agire contro
le proprie convinzioni. La libertà è per tutti, ed appunto per questo,
l'abuso degli uni si rivolge in tirannia contro gli altri. E sono
forse poche le parti in Italia nelle quali si esercitano pressioni
tiranniche, intimidazioni ed abusi? Si invocano leggi, si grida
contro la loro impotenza; ma non vi è legge che non divenga impotente,
quando i cittadini volontariamente abdicano alla propria indipendenza
e fingono rispettare uomini che disprezzano e rinnegano la loro
opinione, per farsi vilmente servi dell'opinione di quelli che temono.
_L'abuso è grande_, si dice, _non vi è persona per quanto si chiami
aliena dall'ingerirsi in pubblici affari, per quanto cerchi sottrarsi
agli sguardi altrui e seppellirsi fra le domestiche pareti, che sia
al coperto di insulti gratuiti, di maldicenze d'una stampa che non
conosce nè moderazione, nè leggi; or come pretendere che senza avere
un gran coraggio si possa esporsi a dover lottare con essa?_ Ma chi
dà influenza, chi mantiene sì baldanzosa questa stampa? È il vostro
esagerato timore, e il credere che dipende dal capriccio di chiunque
il dare o togliere definitivamente l'onore de' cittadini. Credete
voi, per venire ad una prova di fatto, che in Inghilterra dove havvi
pure libera la stampa, i cittadini si diano gran fastidio della stampa
maledica, che rispondano agli attacchi de' giornali screditati? Essi
cominciano anzitutto col non permettergli l'entrata nelle proprie case
e tanto meno poi li comprano per non concorrere a mantenerli in vita.
Un tal procedere, divenuto comune, obbliga la stampa ad andar guardinga
e moralizzarsi anche nel proprio interesse. Avviene precisamente
l'opposto di quanto avviene nei paesi, ove per timore si viene a patti
coi peggiori giornali, fosse pur solo per averli neutrali; il che ha
poi per effetto di incoraggiare i giornali stessi ad esercitare un
terrore del quale traggono profitto. Or dubitereste voi che se anche
in Italia si imitasse l'esempio dell'Inghilterra, non si avrebbero le
stesse conseguenze?
Ma... io sono forse caduto un po' basso nell'opinione del mio lettore!
Forse taluno, nel quale aveva destato qualche interesse, come cronista,
dirà o penserà che finisco male colla lezione che voglio dare.
Permetta il lettore delle ultime linee che anch'io esprima la
speranza, che non tutti, almeno, parteciperanno questo giudizio.
Quanto diversamente procederebbe la cosa pubblica in Italia se ognuno
avesse il coraggio della propria opinione, se quando è chiamato a dar
un voto od esprimere il proprio parere, consultasse non già quale sia
l'opinione di quelli che fanno più chiasso e si chiamano o si credono
i rappresentanti della pubblica opinione, ma unicamente la propria
convinzione! A me pare che potendo persuadere quanto debole sia la
forza dei tirannelli, che è basata anzitutto sull'altrui timidezza od
incuria, potendosi ottenere un po' di coraggio nella numerosa classe
dei cittadini chiamati dalle leggi a cooperare al governo del paese,
si vada per via diritta alla radice del male senza chieder nulla alle
autorità ed alle leggi. È un rimedio che sta nelle facoltà di ogni
singolo individuo e per questo io credo che non si possa abbastanza
insistere, perchè lo si raccomandi, lo si diffonda e lo si adoperi. Ma
a qual classe mai si potranno rivolgere questi eccitamenti con maggior
fiducia, se non a quella dei cittadini indipendenti, in condizione
d'aver bisogno di nessuno? Ad essi faccio l'ultimo appello e lo farò
nel nome di que' tanti che caddero perchè l'Italia giungesse a quella
meta che pur raggiunse, ma che non si manterrà, se ai nemici attivi,
oggi più interni che esterni e che lavorano alla sua dissoluzione, non
si contrappongono cittadini risoluti a difenderla ed a renderla onorata
e rispettata.