Dello spirito pubblico che dominò in Milano ed in tutta la
Lombardia nei primi due mesi — Esercito delle Alpi — La
divisione lombarda e Luciano Manara — Combattimento di
Goito dell'8 aprile — Entusiasmo generale — La leva — Nuova
missione nella Valtellina data dal Governo Provvisorio
all'autore — Plebiscito — Prove della prontezza delle
popolazioni ad assoggettarsi a sacrifici.
Se ho dovuto rammentare fatti ingrati ma che si collegano troppo
cogli avvenimenti più felici di quella rivoluzione per essere passati
completamente sotto silenzio, non voglio che il lettore rimanga sotto
la trista impressione che quelli possono destare.
Con maggior soddisfazione per me e pel lettore voglio dar un'idea dello
spirito pubblico che dominò in Milano ed in Lombardia in que' primi
tempi.
I quindici anni di esperienza politica[29] che ha fatto l'Italia,
dacchè forma un solo regno, mi dispensano dal dimostrare come il grido
di que' partiti non significasse punto che quello fosse l'opinione
dominante e tanto meno che fosse rappresentata dalla stampa; e ciò
rammento solo onde non si creda che siavi contraddizione fra quanto
ho narrato della confusione che i partiti seppero generare nel
campo governativo e quanto io narrerò intorno allo spirito pubblico
dominante, come ripeto, in Milano e nella Lombardia in quei primi
tempi.
Per precisar meglio il concetto dirò che chiamo primi tempi i due mesi
che succedettero alla rivoluzione di Milano, l'aprile ed il maggio.
Furono mesi di sublime entusiasmo, di dolci illusioni; viva ancora
era la fede nel successo e facile il perdono per gli errori, tutto
attribuendosi a tanti e sì repentini mutamenti. L'ansia nel successo,
la fede nella propria fortuna temperava i dubbii anche nelle persone
che più freddamente contemplavano la cosa, e per qualche tempo in
pubblico non ardivano di manifestarli.
Dal 18 marzo, giorno che ebbe principio la rivoluzione di Milano al 6
agosto, giorno dell'armistizio fra l'armata austriaca e piemontese, non
corsero che quattro mesi e mezzo; ma che non videro que' mesi rapporto
a tutto ciò che può risguardar l'esistenza d'un popolo? Sono epoche
che concentrano in sè gli effetti di anni, vere epoche storiche che
meritano di essere studiate possibilmente senza passione, benchè questo
sia più facile ai posteri che ai contemporanei.
Finita la lotta di Milano, il Governo provvisorio esordì con uno
di que' atti che nel giudicarli non vogliono mai essere disgiunti
dalle circostanze de' tempi e dallo stato di esaltamento degli
animi d'allora. Creò un esercito delle Alpi, cosa affatto diversa
dall'esercito lombardo, del quale ho già fatto cenno. Non era, non
poteva essere, nè fu mai cosa seria, poichè all'infuori di ciò che
si può fare firmando decreti di nomine di ufficiali d'ogni grado,
mancava di tutto, non esisteva nemmeno l'ombra d'un vero esercito;
non fanteria, non cavalleria, non artiglieria per quanto piccole
si vogliano ammettere le proporzioni. Aveva nominato generale di
quell'esercito Luciano Manara, uno fra quelli che più si erano distinti
nelle cinque giornate. Egli abbandonò tosto Milano recandosi verso
il lago di Garda; una moltitudine di gioventù, non saprei precisar
quanta, ma credo intorno a quattromila, lo seguì. Quali tentativi
egli facesse per introdurre un po' di organizzazione io ignoro, certo
si è che quel corpo non potè far cosa alcuna che avesse influenza
sulle sorti della campagna; ma il Manara era giovine di senno e fu
il primo a comprendere la falsa sua posizione e del suo corpo, ed in
breve dell'esercito delle Alpi più non si parlò, si sciolse ed i suoi
elementi si sparpagliarono entrando ne' diversi corpi de' volontari
che si formarono, ed uno di questi venne ancora capitanato dal Manara,
e credo sia stato dei pochi che pur conobbero qualche disciplina. Ma
se l'esercito improvvisato sulla carta ebbe in brevissimo tempo quella
fine, non toglie che il contingente pei futuri soldati che aveva dato
Milano non fosse buono, anzi ottimo. Fedele al suo capo, esso seppe
resistere agli sragionamenti di coloro che dopo i rovesci del luglio
e dell'agosto gridavano al tradimento ed alla necessaria guerra del
popolo. Nè a questo si fermò, ma quando nel successivo inverno 1848-49
si riorganizzò in Piemonte l'armata sarda sconnessa dai rovesci, si
formò anche una divisione lombarda ove si fusero i corpi di volontari,
e fra i nuovi battaglioni uno era comandato dal Manara che da generale
era divenuto maggiore, e con lui altri suoi compagni già in alti
gradi, furono ascritti quali come sottotenenti, quali come tenenti od
al più capitani, ed io menziono in modo speciale questo fatto perchè
torna a loro grande onore. Quasi tutti avevano combattuto nelle Cinque
Giornate; se anche dapprima vennero loro conferiti gradi elevati
di troppo, un titolo almeno lo avevano, non pertanto accettarono la
nuova più modesta posizione, perchè miravano anzitutto allo scopo, e
non perdettero la fede nelle sorti d'Italia dopo i rovesci del 1848,
ed entrarono francamente nel corpo che ancora presentava le maggiori
probabilità di lottare con successo, nell'esercito regolare del re
Carlo Alberto. La divisione lombarda e con essa il battaglione di
Manara era in linea di battaglia al momento della riscossa nel marzo
1849 e piena d'entusiasmo. La condotta inesplicabile di Ramorino,
che poi gli valse la fucilazione, tolse a quella la possibilità
di mostrare il suo valore. La missione di tutelare l'onore della
Lombardia anche nell'infausta giornata di Novara venne dalla sorte
affidata al battaglione valtellinese, capitanato da Enrico Guicciardi
ch'era stato aggregato alla brigata Solaroli,[30] che si trovava
all'estrema ala sinistra dell'esercito piemontese. Esso si distinse;
lasciò parecchi sul terreno, ebbe non pochi feriti, ma il re Vittorio
Emanuele lo premiò ponendolo all'ordine del giorno pel suo valore.
Qual fosse la valentìa dei componenti il battaglione Manara, lo provò
dappoi quando molti di que' giovani sempre uniti ancora e costituenti
il corpo che portava il nome del suo capo, combatterono sotto le
mura di Roma nell'aprile e nel giugno 1849, e molti vi trovarono la
morte, insieme al valoroso loro capo. Spero non dispiacerà la breve
digressione che ho fatto ed il fugace cenno alla memoria di Manara.
Era anche personalmente in ottima relazione seco lui, ed avevamo fatto
conoscenza, proprio in Roma, alcuni anni prima viaggiando entrambi per
nostro diletto l'Italia, negli ultimi tempi del papato di Gregorio XVI.
Ora ritornerò all'argomento dello spirito pubblico dominante in
Lombardia nei primi tempi dopo la rivoluzione.
Se gli eroi da caffè che avevano preso il posto di coloro che andarono
a combattere; se i tanti mestatori piovuti da ogni parte riempivano
l'aere delle loro gesta e dei loro progetti, e formavano la parte
chiassosa, ben altrimenti più forte per numero era la classe de'
cittadini, che erano indipendenti, che nulla avevano da chiedere al
Governo, e che dal risultamento della felice lotta gioivano di gioia
altrettanto pura quanto disinteressata. _Non vi sono più i Tedeschi!_
era una espressione che si sentiva le centinaia, anzi le migliaia di
volte al giorno e da ogni classe di persone, ed esprimeva un insieme
impossibile a concepirsi dalla gioventù d'oggi. Quell'espressione
voleva dire: _Ma infine ora siamo qualche cosa anche noi_ — _non saremo
più disprezzati._ — _Avremo anche noi degli uomini che potranno farsi
valere._ — _Una prova l'abbiamo data._ — _Non si potrà dire che non
meritiamo la libertà._
Certamente non si andava allora all'idea dell'unità d'Italia;
l'affermarlo, non solo sarebbe esagerazione, ma la cosa la più opposta
al vero, poichè la grande speranza, la base del vagheggiato successo
della guerra, stava nell'azione concorde di tutte le forze italiane,
e le notizie allora che più esaltavano erano quelle che la Toscana, il
Papa, il Re di Napoli, tutti si disponevano a mandar le loro forze alla
guerra d'indipendenza; ora che in compenso si volesse allora cacciare
i principi italiani dai loro Stati, era pensiero assurdo; e quindi si
era paghi dell'indipendenza, o, in altri termini, che l'Austria uscisse
dall'Italia, poichè sebbene non imperasse direttamente che sul Regno
Lombardo-Veneto, indirettamente signoreggiava tutta l'Italia.
Ad aumentare l'entusiasmo di que' primi tempi vennero le nuove della
battaglia di Goito dell'8 aprile. In realtà era stato ciò che si
può chiamare un combattimento brillante; aveva dato luogo ad atti di
presenza di spirito e di slancio, ma non si poteva attribuirgli le
proporzioni di una battaglia, tuttavia si preferì battezzarlo così e
ritenerlo come preludio della prossima presa delle fortezze.
Alle notizie che si potrebbero chiamar lombarde e che facevano tutte
capo a Milano, ove neonati giornali d'ogni colore le foggiavano poi
a modo loro perchè facessero colpo, vennero ad aggiungersi quelle
del Veneto: _Anche Venezia è libera_, si udì un bel mattino in quei
primi giorni. I Tedeschi partirono senza impegnare lotta, nulla
soffrì Venezia. I giorni memorabili del _fatato_ mese di marzo furono
precisamente i giorni 21 e 22 marzo anche per essa.
Tutto questo era avvenuto senza concerto alcuno di partito fra Milano
e Venezia, ma sibbene perchè le medesime cause avevano agito sull'una e
sull'altra città, avevano elettrizzate le popolazioni. L'esultanza per
queste notizie non si manifestò soltanto in atti di gioia, in sterili
declamazioni, ma con fatti che dimostrarono la buona disposizione
ad imporsi sacrifici. Per quanto l'avvenire si dipingesse roseo,
e non difficile la cacciata dello straniero, il retto buon senso e
precisamente colà dove non era stato offuscato da inattesi splendidi
successi, suggeriva che si sarebbero richiesti molti sacrifici di
danaro e di uomini, e le offerte alle Casse pubbliche, e quelle ai
Comitati speciali furono numerosissime e nel complesso per somme
ingenti; i piccoli centri gareggiavano coi grandi, la campagna colle
città. Allorchè nel maggio fu indetta la coscrizione nella Lombardia,
in base alla legge austriaca, giacchè non eravi tempo di cambiarla nè
motivo, fu un accorrere generale della gioventù, e si ebbero dei casi,
e non pochi, di giovani desolati perchè non vennero ritenuti abili, e
molti di quelli che furono favoriti dalla sorte estraendo numeri alti
non raggiunti dalla leva, entrarono come volontari nei diversi corpi
che andavano formandosi; infine non eravi sacrificio che la popolazione
in quei primi tempi di slancio e di speranza non fosse pronta a fare,
e questo è da dire di tutta la Lombardia, della quale posso parlare con
maggior cognizione di causa, benchè credo che lo stesso avvenisse anche
nel Veneto.
Nel maggio il Governo Provvisorio volle affidarmi una doppia missione
in Valtellina, quella di promuovere l'organizzazione della Guardia
Nazionale e quella di attivare le pratiche necessarie per la buona
riuscita di un prestito nazionale per la guerra. Alle missioni
pubbliche altra confidenziale erami stata affidata, quella di
predisporre gli animi al plebiscito per la riunione al Piemonte,
se cioè dovesse farsi immediatamente od a guerra finita. Il Governo
s'immaginava che gli sforzi che facevano i fautori della repubblica
trovassero un'eco nelle provincie, e temeva non poco che il loro numero
fosse di qualche entità, poichè convien sapere che _unione immediata_
voleva dire fondersi col Piemonte e formare un sol regno sotto Carlo
Alberto; _differire la votazione a guerra finita_, voleva dire preferir
la repubblica. Quanto alla missione della Guardia Nazionale non fu più
difficile di quella della difesa dello Stelvio, poichè le popolazioni
erano disposte a tutto, facile del pari fu quella del prestito per la
stessa ragione[31]; quanto all'altra del plebiscito intorno alla quale
aveva già assicurato il Governo che solamente minimo poteva essere
il numero dei dissidenti, venne singolarmente confermato dal fatto,
poichè il risultato di quella provincia _fu una votazione unanime per
l'immediata annessione_,[32] il che provò che quando le questioni
sono semplici ed il pubblico è veramente libero ne' suoi giudizî,
il buon senso trionfa. La Lombardia intera poi non diede che circa
l'uno per cento di dissidenti, ossia per citar cifre esatte, l'unione
immediata venne pronunciata da 560,000 voti, contro 681. Fu il primo
voto solenne di nove voti o plebisciti[33] che dovevano succedersi
dal maggio 1848 all'ottobre 1870, da quello pubblicato a Milano e
notificato a Garda[34] l'8 giugno detto anno al re Carlo Alberto, a
quello delle provincie romane ch'ebbe luogo il 2 ottobre 1870 ed in
seguito al quale con decreto del 9 dello stesso mese, il re Vittorio
Emanuele II dichiarava annesse quelle provincie all'Italia con che si
compiva la sua unità. Le due date distano 22 anni l'una dall'altra,
spazio favolosamente breve nella vita di un popolo che passa per tante
vicende, come passò l'Italia in quel periodo, ma lungo nella vita d'un
uomo sì che molti, ma molti, non videro che gli anni infelici, mentre
non pochi fra loro contribuirono, ed anche in grado notevole, alla
finale riuscita.
Verso la metà di maggio era già di ritorno anche da quella seconda
missione, e qui siami permesso l'aggiungere una circostanza che non è
da riferirsi a me solo, ma a molti, e la posso chiamar caratteristica
dei tempi. Per quelle missioni nè ebbi, nè cercai giammai rimborsi
di spese dal Governo; chiunque era in grado di sopportar le spese,
lo faceva, senza dar carico alla cassa dello Stato; primo a dar
l'esempio fu lo stesso Governo Provvisorio, come già accennai. In mezzo
all'entusiasmo ed alla disposizione generale sarebbe parso un'offesa
il predicare agli altri i sacrifici e non farne essi stessi, e taluni
sostennero missioni costose ma coi mezzi proprî.