Narrazione particolareggiata dell'avvenimento nella Canonica di
S. Bartolomeo nella mattina del 21 marzo.
Se l'avvenimento del Genio era quello che più d'ogni altro mi stava a
cuore di decifrare, esso non era però il solo del quale desiderassi uno
schiarimento. Un altro ve n'era al quale non avevo preso parte diretta,
ma che assai mi stava a cuore per la sua complicazione, per le molte e
svariate versioni che n'eran corse e perchè toccava da vicino persone
che avevo appreso a stimare per la loro condotta. Alludo al fatto
avvenuto il 21 marzo nella canonica di S. Bartolomeo. Che cosa era
stato di quei bravi giovani che io visitai coll'Anfossi sul campanile?
Si era parlato di massacri di sacerdoti, ridotti poi ad uno solo; ma
quali vicende aveva passato il parroco che ci aveva accolto con tanta
benevolenza, e poi che cosa eravi di vero in quella voce di un soldato
ferito sul campanile? Per chiarirmi di tutto questo, pensai di recarmi
direttamente presso quel parroco e d'interrogarlo in proposito.
L'indomani delle esequie celebrate in Duomo per i morti nelle cinque
giornate, io andai alla canonica di S. Bartolomeo, e chiesi del
parroco. — _È in casa_, mi risponde la servente, ed annunciato che vi
era una persona che desiderava parlargli, apre l'uscio d'un salottino
a pian terreno, e mi invita a passare. Il parroco mi viene incontro,
ma io mi fermo sulla soglia, e prima di passarla gli chieggo se mi
riconosce.
Il parroco esitava: pareva propendesse più per il no che per il sì,
quando la servente, miglior fisionomista: — _Io sì_, esclama, _che lo
riconosco; è quello che è stato qui coll'Anfossi quella notte che sono
andati sul campanile._
Il buon parroco mi stese allora la mano, ma con tale atto di confidenza
come fossimo vecchi amici, e mi invitò a sedere.
— _Signor parroco_, gli dissi, _Ella deve perdonare la mia curiosità,
ma tante ne dissero intorno ai fatti avvenuti nella sua casa e nella
sua chiesa, che io mi sono preso la libertà di venire da lei per sapere
che cosa havvi di vero._
Quel parroco (o coadiutore, perchè S. Bartolomeo era chiesa sussidiaria
a S. Francesco da Paola), chiamavasi don Giovanni Lega. Egli soddisfece
pienamente alla mia curiosità, facendomi un racconto che ascoltai
attonito senza proferir motto, ma che poi, per parte mia, fu seguìto da
non so quante dimande ed esclamazioni ed atti di meraviglia. Io credo
d'essere rimasto seco lui poco meno di due ore, tanto mi interessò il
suo racconto, e assieme commentammo quei fatti.
Io cercherò ora di darne un sunto a' miei lettori. Con ciò io faccio,
in realtà, un'eccezione alla norma fondamentale di questi miei
_Ricordi_, che è quella di non narrare che fatti de' quali io posso
garantire personalmente la verità, perchè avvenuti sotto i miei occhi,
ma quest'eccezione mi verrà indubbiamente perdonata, perchè anzitutto
il narratore non era persona da alterare la verità, nè aveva ragione
alcuna per ciò fare, ed altresì pel motivo importante che non si
tratta di fatti avvenuti a quattr'occhi, sibbene in presenza di un buon
numero di testimonî, non pochi dei quali vivono indubbiamente ancora
e possono fare un sindacato, il più competente che idear si possa,
del mio racconto. Ben duolmi che non posso riprodurre la narrazione
dell'ottimo prete che in breve sunto, non volendo narrare più di quanto
ben chiaramente ancora la memoria ritenne di quel colloquio.
Una delle cose che più dava ai nervi dei Tedeschi era quel suonare
delle campane a stormo, e fra i molti campanili, uno de' più rumorosi,
sotto tale rapporto, era quello di S. Bartolomeo. In fondo alla
stessa via sulla quale sorgeva la chiesa e che chiamavasi la via della
Cavalchina[26], eravi la Zecca, vasto locale che fu sempre occupato
dai Tedeschi. Il capo di quel posto deliberò far tacere quel campanile
e togliersi quel fastidio. Quantunque la via più retta fosse quella
da me accennata, della Cavalchina, essa non poteva venir scelta,
perchè dominata dai Portoni, sul ripiano o terrazzo dei quali stavano
i nostri combattenti sempre in buon numero, sia per l'importanza del
luogo, sia per la felicissima sua posizione, potendovisi far fuoco
al coperto. Per arrivare alla meta ei prescelse quindi altra via, e
fu quella di traversare, come già accennai, una serie di giardini ed
orti che si trovavano dietro le case che fronteggiavano quella via,
e ciò per tutto il tratto dello stradone di S. Angelo, ove sorge la
Zecca, fino alla canonica od abitazione del parroco ch'era unita alla
chiesa, come questa al campanile. Il primo stabile nel quale i soldati
tedeschi entrarono, fu il giardino del duca Melzi, quindi veniva
una sequela di orti e giardini, sì che ebbero a scavalcare non pochi
muri. Erano una ventina guidati da un ufficiale. Superati tutti quegli
ostacoli, pervennero alla canonica, la quale però aveva comune con
altre case di privati, un cortile; giunti inosservati sin là, fecero
prigionieri quanti incontrarono, uomini, donne, fanciulli; in tutto, se
non erro, dodici o tredici, e fra questi il parroco ed il sagrestano.
Li condussero tutti nella chiesa presso l'altar maggiore, disposti
in semicerchio, e si collocò dietro ad ognuno di essi un soldato. Ciò
fatto, l'ufficiale rivolto loro: — _Giurate_, disse, _che non vi è più
nessuno sul campanile_.
Si può esser certi che non vi era forse un solo che ne sapesse
qualcosa, ma in quel momento la risposta negativa era quella che
presentava il minor pericolo, epperò giurarono che non vi era nessuno.
— _Ebbene_, disse allora l'ufficiale, _manderò a verificare_; e scelto
un caporale ed un altro soldato, ingiunse al sagrestano di precederli
sul campanile. Si può facilmente immaginare lo stato d'animo di quelle
persone durante tutto il tempo che rimasero assenti que' soldati, e che
durò poco meno di mezz'ora. Finalmente arrivano; ed ecco precedere il
caporale, il quale, uscendo da un uscio della sacristia, vicinissima
all'altar maggiore, sfigurato, coperto di sangue, appena entrato in
chiesa si getta sui gradini dell'altar maggiore, gridando e dimenandosi
orribilmente per dolori atrocissimi. Gli sgorgava sangue a torrenti
da una ferita fra lo stomaco e il ventre, e per di più aveva mutilata
anche la mano destra, sì che tutta la persona era coperta di sangue. A
quell'aspetto, l'ufficiale si avanza commosso, ed interroga il ferito,
ma in tedesco, talchè nulla compresero i prigionieri, che alla lor
volta si credettero perduti. Avuta la risposta, l'ufficiale dice in
italiano queste parole: — _Sul campanile non vi è nessuno; voi non
avete alcuna colpa di questo fatto, benchè possa provenire da qualche
vostro parente. Promettetemi di aver cura di questo ferito_.
I prigionieri respirarono, promisero di aver tutta la cura possibile
del soldato, e vennero rimessi in libertà.
— _Ma_, continuò nella sua relazione il Lega, _un altro fu meno
fortunato di noi. Io aveva alloggiato in casa il predicatore
quaresimalista, certo Lazzaro Lazzarini, ch'era nella sua stanza al
primo piano. Entrò in essa un soldato e l'uccise; nulla si è potuto
sapere intorno alla particolarità di quel fatto, non essendovi stati
testimonî: pare che l'uccisore sia stato un guastatore, e che lo
sventurato abbia tentato di far resistenza, essendoglisi trovati fra le
mani alcuni peli di quel grembiale peloso che portavano que' soldati.
Nella stanza non si trovò mancar nulla, sì che l'impulso di quell'atto
atroce par proprio sia stato uno sfogo della natura selvaggia di quel
soldato. Era stato ferito al capo, e quando entrammo nella sua camera,
partiti i Tedeschi, era già morto._
I Tedeschi ritornarono alla Zecca per la stessa via per la quale erano
venuti.
Io non volli interrompere la narrazione del parroco, ma finita che
l'ebbe, cominciarono le interrogazioni per ischiarimenti e per alcune
particolarità relative a quei fatti, intorno a che dirò anche a' miei
lettori quanto ancora rammento di più notabile.
— _Ma i giovani sul campanile_, fu la mia prima domanda, _dov'erano
andati?_
— _Sul campanile vi erano quattro giovani; fortunatamente, ma proprio
solo all'ultimo momento, si accorsero dell'invasione dei Tedeschi,
prima che scendessero nella canonica; tre di essi, discese le scale,
uscirono dalla casa: il quarto non credette esser più in tempo, e
si nascose sotto un trave del tetto della chiesa_ (ad un terzo circa
dell'altezza del campanile, si trovava una porticina che comunicava
col sotto tetto), _per sua fortuna oscurissimo, poichè uno dei soldati,
vista aperta la porticina, vi entrò, ed osservò qua e là; ma la grande
ampiezza del locale e l'oscurità, impedirono che potesse fare una
visita diligente e minuta, ed in tal modo si salvò anche quello._
— _Ma e l'affare del caporale? Da chi era stato ferito?_
— _Ecco come avvenne. I nostri avevano legato una bandiera tricolore al
parapetto in ferro, ed essa pendeva in fuori del campanile; allorchè
il caporale che arrivò in cima col sagrestano, vide quella bandiera,
volle strapparla; ma sul terrazzo dei vicinissimi portoni, vi erano i
nostri, i quali, nulla sapevano di quanto avveniva nella canonica, ma
visto quel soldato austriaco che strappava la bandiera, scaricarono i
loro fucili contro lo stesso, ed una palla gli traversò il corpo fra
lo stomaco ed il ventre, ed un'altra gli recise netta l'ultima falange
dell'indice della mano destra._
Io aveva all'ora freschissima la memoria di quel campanile; epperò
finita ch'ebbe la narrazione non potei astenermi dall'esclamare:
— _Ma come mai fu possibile che un uomo in quello stato discendesse le
scale di quel campanile, e sopratutto la scala a piuoli?_
— _Eppure_, replicò il parroco, _ei lo fece; rimasi sbalordito anch'io,
allorquando il sagrestano mi narrò i particolari di quel fatto._
— _Ma dell'ufficiale che ne dice? come spiega quel suo discorso?_
— _Che vuole! io non posso dir altro se non che noi dobbiamo ringraziar
la Provvidenza che ci fece capitare in un uomo ragionevole che
seppe padroneggiare il suo impeto; del resto quel momento quando il
caporale entrò in chiesa gettandosi a terra sui gradini dell'altare,
contorcendosi e gridando per gli atroci dolori, fu un momento
terribile; noi ci credemmo tutti perduti._
Tali furono i più notevoli particolari che mi narrò quell'ottimo
uomo intorno al fatto di S. Bartolomeo avvenuto nel mattino del 21
marzo. Tutto ora è colà cambiato: disparvero la chiesa, il campanile
e la canonica; e pur troppo è morto anche quel buon sacerdote; unici
rimangono ora i _Portoni_. Che quegli altri edifizî dovessero sparire
per far luogo ad una nuova e larga via (Principe Umberto), sta bene, e
vi ebbe guadagno; ma quanto a' _Portoni_ mi sia lecito il dire che la
loro distruzione porterebbe la perdita dell'unico ricordo che ancora
conserva Milano della famosa epoca del Barbarossa. Quali vediamo noi
i due archi centrali di quei portoni, tali li videro i Milanesi del
secolo XII e di sette altri secoli successivi; ora dovrebbero avere
un maggior pregio, dacchè più d'un ricordo delle Cinque giornate si
collega anche ad essi; dall'altro lato la generazione attuale e le
future godono di ben altra comodità e sicurezza, dacchè furono aperti
ai due fianchi i passaggi pei pedoni, talchè le due porte centrali
rimasero per il passaggio esclusivo dei rotanti. Or sarebbe egli un
chieder troppo per quell'unico ricordo che si volesse conservarlo, e si
cessasse dal metterne in forse la sussistenza a grado del primo venuto
a cui talenti di chiamare quegli archi inutili, o peggio, pericolosi
ingombri? Fra l'eccesso di chi vuole conservar troppo, e quello di chi
vuole distrugger tutto, non so qual sia il più nocivo, certo si è che
in Milano non è più possibile cadere nel primo, sibbene nel secondo;
ma, restringendomi a que' _Portoni_, io nutro fiducia che il buon senso
e la patria carità dei Milanesi li salveranno mai sempre da inconsulta
distruzione.