CAPITOLO UNDECIMO

L'autore riferisce al Governo Provvisorio l'esito della sua

missione — Grandi esequie pei morti delle Cinque Giornate,

celebrate nel Duomo il 3 aprile — Il colonnello del Genio,

Miani, fornisce all'autore lo schiarimento intorno ai

Tedeschi che entrarono nel Genio nella notte dal 21 al 22

marzo; si spiega allora quell'avvenimento, che era sempre

stato per lui un enigma.

L'indomani, 3 aprile, dopo aver rimesso al Comitato di guerra la mia

relazione, avendo avuta la commissione direttamente da lui, mi recai

presso il Governo Provvisorio a fargli pure la relazione verbale.

Mi trattenni a lungo col presidente Casati e col conte Durini,

ch'erano assieme; vollero udire tutte le particolarità, soffermandosi

specialmente sullo spirito delle popolazioni. Allorchè mi accomiatai:

— _Sappia_, mi disse il conte Durini, _che domani si celebra una messa

solenne in Duomo per i morti nelle cinque giornate. Ella favorisca

di venir con noi_. Io ignoravo quella determinazione, ma accettai

l'invito, che il buon Casati confermò con parole gentili. Il giorno 4

aprile, all'ora indicata, io mi trovai al Marino, la sede del Governo

Provvisorio; mi assegnarono un posto fra gli ufficiali. Or volle il

caso che, al momento di partire dal palazzo del Marino, mi trovassi

a fianco del maggiore del Genio (poi colonnello) Miani. Era desso un

uomo di vaglia, che aveva servito nel Genio sotto l'Austria, ma poi si

era ritirato a vita privata, ed aveva preso parte alla rivoluzione. Io

lo conosceva, come suol dirsi, di vista, ossia sapevo che era un ex

ufficiale del Genio e si chiamava Miani, e così alla sua volta egli

sapeva chi fossi io, ma non avevamo mai avuto occasione di parlarci.

Avviato il corteo verso il Duomo, entrammo in breve nella contrada

di S. Raffaello, che allora prolungavasi assai più verso S. Fedele,

essendone stata demolita una parte per formare uno dei grandiosi

accessi alla grandiosissima Galleria Vittorio Emanuele. Allora era

ancora in tutta la sua umiltà, ma sboccando sul fianco destro del

Duomo, la stessa sua ristrettezza faceva risaltare ancor più la mole

maestosa di quella cattedrale. Or bene, appena fummo in vista del

Duomo, il Miani ruppe primo il silenzio per incominciare a discorrere

meco, e, rivoltosi a me: — _Ella_, _mi disse, deve provare una gran

compiacenza nel vedere il Duomo; quanto la invidio per quella prima

bandiera!_ È facile immaginare che cosa dovetti rispondere, trattandosi

poi che parlava ad un ufficiale. Per la centesima volta, se non più,

protestai ch'era stata una spedizione senza pericolo, non negava per

questo di averne compiacenza, ma come d'un regalo della fortuna più che

di altro. Dacchè però il Miani mi aveva aperto l'adito a parlar seco

lui, colsi l'occasione per sapere se mai esso fosse in grado di darmi

qualche schiarimento intorno al guazzabuglio avvenuto nel locale del

Genio, nella notte dal 20 al 21. — _Quello fu un affare ben altrimenti

più serio_, dissi io, _e non sono stato mai capace di spiegarmelo.

Come vi entrarono i Tedeschi?_ — _Ebbene_, mi rispose esso, _io sono

in grado di servirla. Ella sa che i Tedeschi nella notte appunto del

20 al 21 abbandonarono il Gran Comando; essi ignoravano la resa del

posto del Genio; credevano che si fosse sempre difeso, e mandarono due

più risoluti cacciatori ad avvertire quel posto che si ritirasse esso

pure come meglio poteva. I soldati vi arrivarono infatti, protetti da

uno di quei momenti di profonda oscurità che si succedevano in quella

notte nuvolosa e ventosa, ma trovarono il Genio vuoto. Erano ancora

colà quando il mio povero servitore tornava colle chiavi per aprire il

piano superiore a lei ed ai suoi compagni, poichè sappia che il Genio

era stato consegnato a me, ed io aveva posto là il mio servitore, il

quale era il custode a cui ella si rivolse. Giunto esso a pochi passi

dalla porta, uno de' cacciatori che vi stava in sentinella sulla porta,

fece fuoco contro di lui e lo ferì in un braccio. Il mio servitore

tornò allora indietro, dando l'allarme; i due soldati non poterono più

uscire, ed avvenne poi tutta quella scena ch'ella conosce meglio di

me._

Allorchè il Miani terminava la sua relazione, noi eravamo giunti al

Duomo; il discorso venne troncato; io andai al posto assegnatomi e

cominciò la funzione.

Che preci si cantassero, in che consistesse la cerimonia, io non

sarei stato in grado di dirlo nemmeno lo stesso giorno, perchè quella

rivelazione mi occupò la mente in modo tale, che non pensai ad altro;

vedevo ed udivo, ma senza che nulla mi facesse sensazione; rammento

solo che eravi un posto riservato pei parenti delle vittime, e vi

erano anche signore in severa eleganza, e fra queste una signora

Guy, di mia conoscenza, cognata d'un negoziante Giuseppe Guy, rimasto

morto in un combattimento presso Porta Ticinese. Non è certo di grande

importanza il sapere che cosa si cantasse, non avendosi per questo che

a consultare il rituale, ma io ho voluto accennare quella circostanza

per dimostrare la profonda sensazione che mi fece la narrazione del

Miani. La sorte toccata al servitore, fu per me la chiave dell'enigma.

Se eravi stato un avvenimento che mi aveva preoccupato in modo da

avvicinarsi ad una idea fissa, era quello della ripresa del Genio

da parte dei Tedeschi. Il mio pensiero, ad ogni anche lontano cenno,

ricorreva a quel fatto; nella breve mia malattia, inchiodato in letto,

passavo in rivista tutte le possibilità senza potermi dar mai una

chiara ragione del fatto; in viaggio ripassai ancora quella ipotesi,

ma senza frutto; molte erano state le chiacchiere in proposito: chi

diceva che erano soldati nascosti che sbucarono fuori nella notte;

chi sosteneva ch'erano alcuni arditissimi, mandati dal conte Neipperg

per prendere una grossa somma di danaro che egli aveva colà; chi,

non sapendo come spiegar meglio il fatto, lo diceva effetto d'un

tradimento, ed in quel senso parlava pure quel facchino delle cui

prodezze mi toccò essere spettatore nei sotterranei del palazzo del

Gran Comando. Ma non tenuto conto dell'ultima assurda e ridicola

ipotesi, anche le altre non si spiegavano, e quindi io mi provava a

cercar altre ipotesi, ma sempre senza frutto. Per me eravi un punto di

partenza indubitato, una specie di caposaldo, intorno al quale non era

lecito il dubbio, ed era quello della sentinella. Che quella vi fosse,

nessuno lo poteva asserire con maggior sicurezza di me, che l'aveva

toccata, e gli aveva posto la mano sulla spalla, dicendogli:

— _Bravo, bravo._ Ma che cosa era mai avvenuto di quella sentinella?

che fece quando arrivarono i Tedeschi? come scomparve senza dir nulla?

Era quello il punto più oscuro che non era arrivato mai a potermi

chiarire. Or bene, appena il Miani mi narrò che il suo servitore era

stato di ritorno un quarto d'ora dopo colle chiavi e che era stato

salutato dalla fucilata da parte della sentinella, l'enigma si chiarì,

tutto si spiegò e nel modo più facile. Il Miani non aveva collocato

colà sentinella di sorta, e quella ch'io credei che fosse la nostra

sentinella, era il cacciatore austriaco. Forse potrà questo far senso

a più d'un lettore, ammesso ch'io ne possa avere un numero almeno

modesto, ma si ritenga pure che dalla rivelazione del Miani in poi,

non solo non fui giammai titubante nell'ammettere tale soluzione, ma

quanto mi riusciva prima inammissibile ogni altra, altrettanto facile

ed evidente m'apparve quella; e siccome (qualora l'amor proprio non

mi faccia velo) io credo che non possa dispiacere anche ad altri

il toccare intorno a ciò l'evidenza, mi permetterò di riassumere di

nuovo quel fatto, ponendolo in presenza di quella soluzione. Ho già

narrato come io coi miei quattro compagni[24] non entrassi dalla porta

principale che metteva sul Monte di Pietà, ma da una secondaria della

contrada degli Andegari, la quale, dopo uno stretto corritoio, metteva

in un grande cortile cinto da porticato. Colà trovai l'individuo

ch'era il servitore del Miani, il quale, richiesto che aprisse il piano

superiore, rispose _che andava subito a prendere le chiavi_, abitando

poco lungi. Dopo un quarto d'ora circa io udii un colpo di fucile dalla

parte verso strada che richiamò la mia attenzione, onde vi accorsi

immediatamente; ma nulla vi era che accennasse a lotta; l'individuo

che aveva fatto fuoco era a circa metà d'un atrio basso, oscurissimo.

La mia stanchezza era tale, che una parola al di là del necessario non

la dicevo: epperò, visto che nulla eravi, tornai ai miei compagni,

ma prima, per cortesia, salutai la sentinella con quell'espressione

di _bravo, bravo_, accompagnata dall'atto di toccargli la spalla.

Arrivato ai miei compagni dissi: — _Non è nulla: sono i soliti tiri

sciupati._ Da quel momento in poi noi contammo, direi, i minuti,

aspettando l'arrivo delle chiavi; se dapprima l'impazienza era

temperata dal riposo, mano mano che passò il tempo, essa aumentò, sì

che sentendomi poi anche riposato, cominciai a parlar forte. Ciò che

havvi di certissimo si è che dal colpo che ferì il servitore del Miani

alla scarica che poi fecero i due cacciatori austriaci contro di noi,

rimasti miracolosamente illesi, benchè a soli 15 metri di distanza, non

vi ebbe colpo intermedio, il che era naturale che avvenisse, qualora il

colpo da me udito fosse partito da una sentinella nostra. Per ultimo

havvi un'altra circostanza che, presa isolatamente, è di nessuna

importanza, ma n'acquista invece colla soluzione accennata.

Ho narrato già, e lo ripeto, che quando io, dopo salutata la sentinella

mi scostai da lui, vidi, nell'atto del ritirarmi, un pennacchio

ondeggiante staccarsi alquanto dal cappello del giovine che aveva

leggermente piegato il capo senza profferir verbo. Al momento non mi

fermai su quella circostanza, perchè, come dissi, si vedevano allora

tutte le forme possibili di cappelli e berretti; ma sì tosto il Miani

mi chiarì la cosa, allora mi spiegai anche l'affare del pennacchio, era

quello che portavano i cacciatori austriaci. Lontanissimo dal supporre

che la sentinella da me accarezzata potesse essere altri che uno dei

nostri, la circostanza per sè così inconcludente del pennacchio non si

era mai presentata alla mia memoria, perchè era un particolare connesso

con un supposto, fino allora inammissibile, quello della sentinella

austriaca; ma dato che il supposto era invece realtà, mi spiegai anche

il pennacchio, sul quale non aveva mai richiamato il mio pensiero.

Come questa soluzione chiarisce il fatto nella sua parte essenziale,

così ne chiarisce anche altri che potrei chiamare secondari, ma

attinenti allo stesso. Allorchè dopo l'inattesa scarica noi uscimmo,

credevamo essere i primi ad annunciare il fatto della ripresa del Genio

da parte dei Tedeschi; ma invece ho narrato come io trovassi presso

la casa del colonnello Arese un drappello di dodici quindici persone

che discutevano sul da farsi. La ragione si è che l'allarme era stato

dato dal servitore del Miani, ferito. In quella mezz'ora che noi lo

attendemmo invano, la notizia si era diffusa, e benchè non certo tanto

che ancor non vi fossero di quelli che l'ignoravano, di che ebbimo noi

stessi la prova alla Croce Rossa, rispetto ai primi coi quali parlammo,

ciò non pertanto già si era diffusa abbastanza, perchè si raccapezzasse

anche quel numero di giovani ch'io trovai in gran discussione avanti

alla casa summenzionata.

Per ultimo, la spiegazione Miani mi diede anche la ragione di

quell'interminabile cannoneggiamento da via S. Giuseppe, ch'io non

riusciva a comprendere. Ed infatti se l'uscire dal Genio per la via

Monte di Pietà, doveva esser cosa assai scabrosa, lo era invece molto

meno pigliando la via degli Andegari, ossia precisamente la porta per

la quale entrammo noi. Da questa, alla via S. Giuseppe, brevissimo era

il tratto; ora, tenendosi sbarazzata quella via, e cannoneggiandosi

sulla destra nella linea del teatro della Scala, come facevano gli

Austriaci, rimaneva libera la linea opposta rasente la chiesa di S.

Giuseppe, linea che dovevano tenere i soldati ritirandosi, essendo

i cannoni appostati presso allo sbocco della via di S. Giovanni alle

Quattro Faccie[25].

Infine, quanto a me, la chiave datami di quell'enigma, che tale fino

allora era stato per me l'avvenimento notturno del Genio, mi fece

l'effetto di tôrmi un vero peso dal petto, tanto mi aveva preoccupato

il pensiero di cercarne la spiegazione. Dovetti però convenire che la

mia fortuna di essermi incontrato in un soldato di quello stampo, non

fu piccola. La sua condotta non fu solo umana, ma non esito a dire

che fu generosa. Allorchè c'incontrammo la prima volta sotto l'atrio

del Genio, io era disarmato, ed egli comprese indubbiamente il mio

equivoco. Non poteva egli esser colà da molto tempo, poichè non vi era

allorchè uscì il servitore del Miani, e quindi venne nel tempo che

quello impiegò per ritornare. Tuttavolta, per quanto vi fosse anche

soltanto da poco, ei poteva distinguere meglio di me, che venendo

dal cortile debolmente rischiarato dalla luna, ma pur rischiarato, ed

entrando sotto l'oscuro atrio del Genio, non vidi che il contorno d'un

uomo. Forse io dovetti la mia salvezza all'essere disarmato ed alla

circostanza di non averlo interpellato. Che sarebbe avvenuto dell'uno e

dell'altro se io mi fossi accorto allora del mio errore, è impossibile

il dirlo, e le congetture sono inutili; ma che fra i due io fossi colui

ch'era a peggior partito è della più chiara evidenza; egli non aveva

che ad abbassar la baionetta per sbarazzarsi di me. Ma non fu quella

volta sola che si trovò in simile condizione, la stessa facilità l'ebbe

poco più di mezz'ora dopo, allorquando io ed il mio compagno andammo a

rilevare da terra il ferito che giaceva al suolo a pochi metri dalla

porta del Genio. Che mai potevamo noi fare colle braccia occupate?

Ma, dirà forse taluno, che l'uccidere persone mentre raccoglievano

un ferito, sarebbe stata una crudeltà. Pur troppo sono crudeltà che

si commettono bene spesso, e chi in epoche di calma, a mente fredda,

e senza aver avuto mai un'idea pratica della guerra, ragiona di essa

sopra quanto gli pare che si possa o non si possa fare, cade in grandi

errori ed illusioni. Per convincersi di ciò basta pensare agli orrori

delle guerre civili, nelle quali si sacrificano tanti innocenti e

donne e fanciulli, persone impotenti all'offesa. A questo paragone

che è mai l'uccisione di veri combattenti che, deposto un istante il

fucile, sollevano un ferito, ma per riprendere tosto l'arma e venir

contro di voi? È vero che nel nostro caso di due soli soldati bloccati

in quell'edificio, il partito più umano verso di noi era anche il più

utile per essi; ma non è piccola cosa in tali circostanze mantenere

il sangue freddo ed il ragionare. Del resto poi, fra i diversi motivi

possibili che possono avere indotto quel soldato a così agire, io devo

dar la preferenza al più generoso, trattandosi di un uomo che in meno

d'un'ora fu padrone due volte della mia vita.

Ventisette anni sono decorsi da quell'epoca. Or bene, oggi ancora io

farei, senza esitanza, le mille miglia per avere con quel soldato un

abboccamento di un'ora. E quante volte mi sono detto: _Oh s'ei vivesse

ancora e potessi sapere ove si trova, che non darei per interrogarlo

intorno al primo incontro! Che pensò mai quando io ponendogli la destra

sulla spalla gli dissi: bravo, bravo! Come venne e come partì?_ Molte

cose avrei a chiedergli; ma non è probabile che con tanti combattimenti

che poi ebbero luogo, ei viva ancora.

Ho detto che gli chiederei anche il modo col quale egli ed il suo

compagno si sottrassero, poichè anche questo fu per noi un mistero;

sicchè taluni, non potendolo spiegare, ricorsero all'idea del

tradimento. Io credo che dovettero la loro evasione ai capricci della

luna. Si sarebbe detto con frase volgare, ma giusta, che in quella

notte la luna giuocava ad ascondersi; essi approfittarono d'un momento

di completa oscurità per sottrarsi e, probabilmente, prendendo la via

di S. Giuseppe; è l'ipotesi più probabile.

Ricordi intorno alle Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo 1848) Seconda edizione con aggiunte · 第 19 / 45 题