CAPITOLO TREDICESIMO

L'autore entra in alcuni particolari intorno alle condizioni di

Milano durante le Cinque giornate rapporto alla circolazione,

al vitto, alla sicurezza, non che intorno al contegno del bel

sesso.

Cogli schiarimenti che ho dato intorno ai fatti avvenuti al Genio ed

a S. Bartolomeo, che sono un'appendice alla narrazione principale,

io potrei dire di aver raggiunto lo scopo di questi _Ricordi_. Esso è

circoscritto a quanto avvenne sotto i miei occhi, salvo quella piccola

eccezione; ma se ristrettissimo è il mio campo, almeno è sicuro; ciò

non vuol dire che scrivendo dopo ventisette anni senza interrogar

nessuno nè consultar libri di sorta, non possa esser caduto in qualche

errore forse di data, trattandosi dei fatti di minor importanza.

Rispetto ai fatti principali escludo ogni inesattezza nel modo più

assoluto, nè temo contraddizioni. E se questo mio scritto avrà vita,

potrà essere collocato francamente fra i veridici; ma io non intendo

fermarmi a questo punto, credo poter aggiungere qualche altra nozione

che non sarà senza interesse, e quando verrò poi alla conclusione, ho

qualcosa da chiedere al lettore concittadino.

Ho notato un fatto circa cotesto grande episodio della guerra

dell'indipendenza italiana, ed è quello della premura ognor crescente

di voler apprendere i suoi particolari, il che del resto si spiega

facilmente. Si sa che molte cose furono esagerate e che la verità venne

travisata nel doppio senso che dopo il buon successo si esagerarono i

fatti e si mescolarono a favole, e subentrati i rovesci dell'agosto,

si negarono anche i fatti veri. La politica ci si mescolò anch'essa

e travolse il tutto nei suoi vortici. Ora, mentre gli attori vanno

scomparendo ogni giorno, non è egli naturale che la gioventù senta

il bisogno di esser ben edotta della verità e voglia conoscere i

fatti quali avvennero e non quali si vollero far comparire, e quindi

interroghi i superstiti fra i testimoni oculari e coloro sopratutto che

vi ebbero parte più o meno larga? Quante incertezze non lascia anche

un libro veridico? Quanti dubbii può sollevare senza che il lettore

sia in grado di averne la soluzione? Che dire poi se generale è la

convinzione che molti libri sono pieni di errori? Aggiungasi che anche

quelle preoccupazioni politiche, le quali contribuirono ad oscurare il

vero, non hanno cessato d'esercitare la loro influenza e possono ancor

ricevere schiarimenti da contemporanei.

Allorchè, fallito il generoso tentativo di Carlo Alberto, si chiuse,

coll'armistizio di Milano del 6 agosto 1848, quel periodo che aveva

avuto principio nella stessa città il 18 marzo colla miracolosa

rivoluzione, presi io pure la via dell'emigrazione, mi stabilii a

Torino e non rientrai in Lombardia che dopo i felici avvenimenti

del 1859. Poche volte in quel decennio mi avvenne di esser richiesto

di schiarimenti intorno alle Cinque giornate; alla mia volta non ne

parlava volontieri. Per quanto avessi la coscienza di aver fatto il

mio dovere, l'esito infelice dell'impresa dominava l'insieme di quei

ricordi. Ma quando la fortuna tolse il velo della sventura che copriva

gli avvenimenti del 1848, li riabilitò e dimostrò il valor pratico

che avevano, e li fece entrare come fattori del nuovo felice ordine

di cose, allora li contemplai anch'io con maggior compiacenza, nè

più mi pesò il parlarne. D'altra parte si fecero più frequenti anche

attorno a me le domande di schiarimenti. Chi voleva farsi un concetto

delle generalità; chi aver spiegazioni di fatti determinati; ma i

primi erano in maggior numero; il che ben si comprende, non essendo

cosa facile il farsi un concetto vero dello stato di Milano durante

le cinque giornate. Una città che è piazza di guerra si prepara, ogni

persona al minimo pericolo si provvede, per quanto lo consentono i suoi

mezzi, pensando che ogni comunicazione col di fuori sarà interrotta; ma

una città come Milano che contava già allora intorno a duecento mila

abitanti, che non era preparata, che aveva tante relazioni, sì estesi

commerci, che contava sì gran numero di persone viventi del lavoro

giornaliero; una città simile che vien chiusa ad un tratto e per cinque

giorni rimane totalmente segregata da ogni comunicazione col di fuori,

cosa che da lunghi secoli non era avvenuto, è naturale che abbia dovuto

trovarsi in condizioni nuove e tali che dànno luogo alla fantasia di

almanaccarvi sopra. Come viveva tutta quella moltitudine? Chi vegliava

alla sicurezza della città? Come si comportò il bel sesso, che non è

chiamato a combattere? Quali classi diedero i combattenti? Sono tutte

questioni che, sotto una forma o sotto l'altra mi vennero fatte, e

certo si fecero e si fanno ai contemporanei di quell'avvenimento, e

sopratutto a coloro che in maggiore o minor grado furono anche attori.

Or io voglio soddisfare a talune di queste curiosità, che del resto

ben si possono qualificar di legittime, poichè tendono anch'esse a dare

un'idea più esatta di quel grande avvenimento.

Prima però di entrare in quei particolari mi è d'uopo fare una

dichiarazione, e prego il lettore ad averla presente, ed è questa: che

io non intendo stabilire concetti generali, nè sostenere che quanto

avvenne nei luoghi ove io mi trovava, sia precisamente avvenuto in

ogni altro, dappoichè potrei cadere in errori che ho evitato nella

narrazione principale. Io seguo anche in questo la massima di narrare

quanto avvenne sotto i miei occhi; o, per meglio esprimermi, miro a

dedurre da que' fatti le conseguenze che mi si presentarono le più

ovvie, le più naturali; ma in un avvenimento che si estese su d'una

superficie così vasta, ove tante e sì diverse potevano essere le

condizioni, è certo che altri ha potuto venire a conclusioni diverse

senza che vi debba essere contraddizione fra le altrui conclusioni e le

mie nel senso che l'una escluda l'altra.

Dopo i fatti avvenuti al palazzo del Governo intorno al mezzogiorno

del 18 marzo, Milano si coprì di barricate, poichè ogni idea d'una

soluzione pacifica della gran quistione era completamente svanita. I

Tedeschi chiusero le porte della città, che erano tutte in loro potere,

e non permisero più a nessuno nè di entrare, nè di uscire. Nella notte

dal 18 al 19, quantunque diluviasse, si continuò a costruire barricate;

ma i Tedeschi alla lor volta ne distrussero non poche di quelle che,

fatte nella sera in luoghi molto larghi, non fu possibile il difendere,

come avvenne precisamente al ponte del corso di Porta Orientale e nelle

sue adiacenze. Quasi tutte le barricate interne della città rimasero

però sino alla fine, ma è impossibile il precisarne il numero, anche

per quel vero furore destatosi il 23 di far ancora barricate, dopo che

n'era cessato il bisogno. Un piano non vi era nè vi poteva essere; le

barricate avevano questo di comune, che si aprivano in senso opposto

l'una dall'altra, sicchè obbligavano ad andare a _zig-zag_ chi voleva

percorrere una via qualunque sbarrata con barricate. Diverse erano

pure le reciproche distanze che variavano dai 10 ai 20 e più metri; al

che davano norma anche gli sbocchi delle vie laterali. Il materiale

era fornito dal grosso mobilio di legno, da usci e porte, da panche

di chiese, da carrozze, carri, carretti, da botti e grandi fusti

vuoti, da travi, da legname di costruzione e in alcuni luoghi anche

da materassi, da balle di cotone, da pagliaricci e negli ultimi due

giorni, sopratutto le barricate esposte, venivano rinforzate da veri

argini di materiale del selciato.

Certo importerebbe conoscere anche il numero complessivo; ma sarà

sempre impossibile lo stabilirlo per la ragione che ho già accennato,

non potendosi chiamar barricate delle Cinque giornate, quelle

fabbricate il sesto dì, e furono molte. Ben volendo esprimere una

cifra per darne un'idea, io credo che superassero le due mila. Ma

su tal numero, poche, in proporzione, furono quelle che videro veri

combattimenti attivi. Quelle ove si sparse sangue, ove si morì, erano,

come è naturale, quelle poste agli sbocchi delle vie, come il 18 e

19, quelle di S. Babila, di S. Vicenzino, e quelle che chiudevano i

corsi, a Porta Nuova, a Porta Ticinese, ed altrove. La grandissima

massa, erano barricate di precauzione, pel caso che, superate le

prime, i Tedeschi si fossero avanzati. La conseguenza immediata che

ebbero sempre e per tutti, fu quella di rendere difficile o per meglio

dire, di allungare enormemente le vie di comunicazione. Per avanzare

100 metri conveniva farne 400, ove più, ove meno. Il bisogno aveva

suggerito qua e là qualche accorciatoia; io voglio ricordarne una

che certo venne praticata da molti ancora viventi. Una delle vie più

frequentate da combattenti e da quanti loro prestavano aiuto, era

quella del Monte Napoleone, poichè conduceva a casa Vidiserti ove era

il deposito delle polveri e munizioni in genere; quivi si era stabilita

la doppia corrente di quelli che ne portavano e di quelli che andavano

a prenderne; inoltre quella via conduceva, dopo breve tratto, per

quella di S. Vittore 40 Martiri, a quella de' Bigli, ove stava la sede

del Governo Provvisorio. Or bene, in detta via del Monte Napoleone

eravi una barricata, se non erro, poco lungi da casa Verri, che

aveva, a circa un terzo e non più da quello stesso lato, una vettura

(cittadina) che formava parte della barricata, senza ruote, ma ritta.

Qualcuno cominciò ad aprirne gli sportelli e transitarvi; dietro quello

vennero altri; indi fu un diritto acquisito per tutti il passare. Non

saprei dire le quante volte la traversai io pure, ma certo ben molte;

la prima volta mi fece un certo senso perchè era piuttosto elegante;

ed uso, com'ero, a traversar quegli ammassi d'ogni genere di cose

che costituivano le barricate, e a veder non pochi oggetti infranti

e guasti, quel contrapposto d'un passaggio per una bella vettura con

sedile a velluto nel mezzo, fermò la mia attenzione, ed ebbe senza

più la mia piena approvazione, perchè la susseguente barricata,

aprendosi dal medesimo lato, ne conseguiva un abbreviamento di cammino

relativamente non piccolo.

Quanto allo spavento e al timore del quale ha dovuto esser compresa

una parte almeno della popolazione, dirò che era assai meno di quello

che parrebbe quasi naturale che avrebbe dovuto essere. I fatti grandi

e straordinari che avvolgono tutti in un comune pericolo, reagiscono

in modo diverso sull'uomo, che i pericoli individuali. Prevalse tosto

una certa ebbrezza, un nobile esaltamento che più o meno invase tutti.

Certo molti non uscirono di casa, ma non si può dire altrettanto

del maggior numero. I bottegai avevano la più gran parte le botteghe

aperte; taluni di essi, come i venditori di commestibili, continuarono

i loro spacci, e, per quanto me ne consta, senza alzar i prezzi. I

salumai divennero i fornitori principali di tutti i combattenti che

non potevano più tornare alle case loro, perchè situate in quartieri

occupati dai Tedeschi. Pane, salame, formaggio ed un bicchier di vino,

fu il cibo di moltissimi in tutti quei giorni; ciò non vuol però

dire che chi aveva mezzi, non potesse anche procurarsi qualcosa di

meglio e più conforme ai suoi cibi soliti; ma non ci si pensava, e,

tanto meno a sedersi tranquillamente ad un desco, ciò sarebbe parso

un sciupamento di tempo. Un giorno, parmi fosse il 20, andato a casa

Taverna per riferire qualcosa, trovai il padrone di casa, il compianto

Carlo Taverna, rammentato più sopra: _Ho un grande appetito_, gli

dissi, _dammi qualcosa da mangiare_. — _Figurati_, mi rispose l'ottimo

amico, _vieni con me_, e mi condusse in una cucina a pian terreno, ove

eravi un pentolone in cui bolliva una quantità di carne già tagliata

a pezzi, e sopra d'una tavola eranvi molte forchette di ferro lunghe

lunghe. Quattro o cinque giovani, ciascuno col suo pezzo inforcato,

ed un pezzo di pane in mano, stavano mangiando in piedi. Il padrone di

casa prese una forchetta, andò egli stesso a pescarmi uno dei più bei

pezzi che comparvero a galla nella pentola e me lo porse. Frattanto un

servitore era corso a cercar una sedia, un tovagliuolo e che so io;

ma io non volli, e preferii star anch'io in piedi a mangiarmi la mia

carne con il mio pezzo di pane e bermi un bicchier di vino. Fu quello

il mio pasto più lauto di que' giorni; ma, sebbene avrei potuto averlo

sempre, più non ricorsi alla cucina dell'amico, perchè era divenuta

cosa secondaria il pensare al cibo; ed anche perchè quel genere di

vita strapazzata e il mangiar solo, quando più non si reggeva per la

fame, e si trovava tutto buono, non mi spiaceva. Del resto io credo che

nessuno abbia sofferto di fame, e certo nessuno di quelli che erano

provvisti di mezzi; agli altri deve aver supplito la generosità di

quelli che ne avevano, mentre io ritengo che Milano fosse e sia sempre

provvista assai più che per cinque giorni. Mancavano bensì alcuni

oggetti speciali che giornalmente vengono importati dalle campagne,

come la verdura, il latte e simili; ma sono inezie che non hanno

influenza di sorta. Negli ultimi giorni la mancanza di carne ha dovuto

farsi sentire nei grandi stabilimenti, e specialmente negli ospedali;

ma credo che in complesso vi si provvedesse abbastanza bene, non avendo

udito parlare di sofferenze; e già l'universale era sì favorevolmente

disposto che fuori di dubbio gli agiati cittadini si saranno condannati

a qualche privazione, anzichè permettere che mancasse il necessario

agli ammalati.

Rispetto alla pubblica sicurezza durante le Cinque giornate, può

dirsi che fu affidata a tutti in genere, a nessuno in modo speciale,

e fu piena, a quanto almeno io mi sappia. Anche questo potrebbe esser

argomento d'uno studio psicologico non senza interesse. In una città

di tanta popolazione che offre il giornaliero suo contingente di

reati a danno delle persone e della proprietà, la _polizia_ (uffici di

pubblica sicurezza) era interamente scomparsa; le guardie di polizia

oltremodo invise, si tenevano nascoste; dei gendarmi alcuni si erano

gettati nella rivoluzione, e davvero, se le cose andavano male la

passavano brutta; ma ad ogni modo non eravi forza alcuna organizzata

e rivolta a quello scopo. Eppure non si udì parlar di delitti, di

furti o violenze. Lo spirito pubblico reagiva anche sui tristi;

un delitto in quei giorni sarebbe di certo sembrato più grave, più

esecrabile che in qualunque altro tempo. Solo convien fare un'eccezione

rispetto ad un genere speciale di furti, quello delle armi. Io ho

già accennato come pochissime ve ne fossero in città e fra queste non

tutte atte a combattimenti; le migliori erano quelle state tolte ai

soldati tedeschi, le quali in realtà non erano proprietà di nessuno in

modo speciale, ma dei primi arrivati. In alcuni casi si erano prese

anche senza pericolo, come quelle delle guardie di polizia, che si

arresero; indi seguì una caccia generale alle armi, che si estese

anche a quelle di legittima proprietà privata. Fui vittima anch'io

di cotesta giurisprudenza speciale rispetto alle armi. Io aveva avuto

nella giornata del 21 un bellissimo fucile a prestito dall'ingegnere

Ferranti. A notte avanzata essendomi ritirato in un angolo d'una stanza

di casa Taverna per prendere un po' di riposo, e non fidandomi di

nessuno, mi coricai sul fucile stesso avviticchiandomi con un braccio

ed una gamba attorno ad esso; ma i miei brevi sonni erano sì profondi

che credo mi voltassero e rivoltassero senza svegliarmi. Il fatto sta

che quando mi destai il fucile era sparito, il che molto mi dolse,

sopratutto perchè non era mio; ma a fronte di quell'eccezione che

trova nella natura stessa dell'avvenimento la sua spiegazione, è certo

che fu un fatto degno di essere ben notato quello della sicurezza per

le persone e per le proprietà che godette Milano durante le Cinque

giornate.

Fui richiesto più d'una volta di saper dire che cosa eravi di vero

nell'asserzione ch'erano stati i giovanetti a far la rivoluzione. Per

rispondere convien prima farsi un concetto esatto, e precisare che

cosa s'intende per _giovanetto_, potendo esser più o meno vero il fatto

secondo l'estensione che si dà a quel termine.

Volendo chiamar tali solo quelli che hanno meno di 17 anni, perchè a

tale età già si accettano soldati in molti paesi, e non si possono più

chiamar giovanetti, io dirò che è vero il fatto che vi presero parte

anche giovani di 15, di 14 e 13 anni; ma questo fatto non va esagerato,

come sarebbe se si volesse far credere che costituirono il nucleo delle

forze insurrezionali. Che abbia dovuto far senso il veder combattere

giovanetti di 13 e 14 anni è ben naturale; ma io posso dire, con tutta

sicurezza, che vidi anche uomini coi capelli bianchi. Si può dire che

vi ebbero parte tutte le età e tutti i ceti; ma il vero nerbo, la lunga

lotta perseverante, fu sostenuta dal fior della gioventù fra i 20 e 30

anni, e se aver si potesse una lista esatta dei morti colle armi alla

mano, se ne deriverebbe la prova più sicura. Io ho visto parecchi morti

e feriti, ma se dovessi accertare quanti di questi erano giovanetti,

sarei imbarazzato; il che non vuol dire di certo che non ve n'ebbero,

ma in località diverse da quelle nelle quali mi trovai io. Ora egli

è un fatto che si possono ben dare individui fortunati che passano

incolumi l'intera vita o lunghi periodi di essa, fra i pericoli delle

battaglie, ma non corpi interi. Io credo che vi siano stati non pochi

soldati di Napoleone I, che hanno fatto tutte le sue campagne senza

toccar mai una ferita, ma non vi ebbe certo una compagnia intera che

potesse darsi questo vanto. Ora volendo dare nelle giornate di Milano

la preponderanza ai giovanetti, converrebbe supporre che fossero in

tal numero da formar almeno una compagnia, se anche non s'intenda

che dovessero esser uniti e combattere assieme; ma, ammesso pure che

fossero sparpagliati su tutti i punti ove si combattè, una perdita

proporzionale in morti e feriti, avrebbe dovuto esservi. Si lasci anche

in questo, che la verità sia qual'è, perchè coll'esagerarla si svisa e

si guasta; ma vi sono persone che non l'accolgono se non a condizione

che abbia un po' di belletto.

_Come si contenne in generale il bel sesso?_ Ecco un'altra delle

dimande che mi venne più volte diretta in questi od analoghi termini.

Nelle donne vi era un esaltamento più spiccato ancora che negli uomini,

e dirò, un esaltamento sublime. Taccio delle terribili angoscie provate

da moltissime che avevano mariti e figli impegnati nella lotta, non

potendo parlare che di quelle colle quali per qualsiasi ragione venni

a contatto o si mostrarono in pubblico. Era nelle donne un affannarsi

per cercare di far qualcosa anch'esse, per aiutare, per servire. Ho

già menzionato quella giovinetta che nella notte dal 21 al 22 mi venne

a chiamare a nome di quel proto ch'era stato ferito nell'affare del

Genio; la poverina era tutta spaventata a veder quel sangue, aveva

messo sottosopra la biancheria in quella stanza, voleva che le dicessi

se la ferita era grave, se sarebbe guarito presto. Io la tranquillai,

dicendole, che grave non era, che poteva forse chiedere un po' di

tempo a guarire, essendo questo un caso che si avvera nelle ferite al

tallone, ma che non essendo medico, non poteva dir nulla di positivo.

Io rammento d'aver visto pochi tripudii in mia vita così vivi ed

animati come quello delle signore sui balconi della Corsia de' Servi

nel tratto che percorsi da S. Pietro all'Orto al Duomo la mattina del

20, allorchè si sparse la notizia che i Tedeschi avevano abbandonato

la Polizia ed il Duomo. Tutti i balconi erano tappezzati di bandiere

tricolori; dove pigliassero tanta stoffa ed in un momento la

trasformassero in tante bandiere, non saprei dire.

Se chiedevasi qualcosa ad una bottegaia non vi lasciava finire che

si affrettava a servirvi. Un giorno, non rammento quale, ma negli

ultimi, entro in un caffè, arso dalla sete e chieggo una limonata; mi

vien fatta all'istante da una giovane; la bevo e pongo sul tavolo il

denaro. _Oh giust!_ mi risponde rifiutando. Non vi è che una persona

famigliare col dialetto milanese che possa ben comprender la forza di

quell'esclamazione _Oh giust!_ perchè vi contribuisce anche il modo

stesso col quale si pronuncia. Tradotta in altri termini, con frasi

della lingua colta, equivarrebbe a dire: _Ma le pare? Signore mi

meraviglio! Non mi faccia questo torto_, precisamente come se il non

pagare fosse la cosa più naturale.

_Signorina_, dovetti dirle, _se ella non mi permette di pagare, mi

toglie la libertà di entrare un'altra volta nella sua bottega._ Allora

si rassegnò ad essere pagata.

Ricordi intorno alle Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo 1848) Seconda edizione con aggiunte · 第 21 / 45 题