CAPITOLO SETTIMO

Proposta della sospensione delle ostilità, fatta da Radetzki;

si chiama a Consiglio il Comitato di Guerra e quello di

Difesa — Viene respinta — Spedizione dell'autore per mettere

a dovere la direttrice dello stabilimento d'educazione di S.

Filippo — Sua visita allo stabilimento Castiglione.

Il fatto della sospensione delle ostilità proposto da Radetzky fu uno

dei fatti più notevoli in quella memorabile lotta di cinque giorni,

come fu uno di quelli intorno ai quali più si occupò la stampa per la

circostanza che un uomo ragguardevole e certo di ingegno non comune, il

noto pubblicista Carlo Cattaneo, volle appropriarsi il merito d'aver

esso provocato il rifiuto. Per quanto un fatto che si verificò alla

presenza di molti testimonî, non pochi dei quali vivono ancora, non

possa annoverarsi fra quelli che sia difficile l'appurare, non pertanto

io confesso che mi sentirei imbarazzato nel narrarlo per la ripugnanza

che provo nel combattere chi più non è in grado di difendersi. Tutti,

ma sopratutto gli amici d'un defunto, possono sempre dire: _Scrivereste

voi queste cose se vivesse ancora?_ Quand'anche si volesse rispondere:

_le scriverei tali e quali_, a nulla servirebbe, essendo impossibile la

prova; ma io volendo restringermi alla parte sostanziale di quel fatto

posso dire che non mi trovo in tale imbarazzo. Per una combinazione

meramente fortuita avvenne che io fossi di passaggio in Milano nel

1867, precisamente all'epoca delle elezioni politiche di quell'anno.

Fra i candidati del primo collegio eravi il Cattaneo e si venne al

ballottaggio fra esso e l'egregio cav. Giovanni Visconti-Venosta. La

lotta fu viva; i fautori della candidatura del Cattaneo per mettere

sempre più in evidenza i suoi meriti, non si peritarono di narrare quel

fatto nel senso accennato, come fosse la cosa più certa e che nessuno

potesse avere l'ardire di porre in dubbio. Quel linguaggio provocante

m'irritò, e richiesto dal direttore della _Perseveranza_ se non avevo

difficoltà di narrare come la cosa andò realmente, risposi non aver

difficoltà di sorta, e gli diressi la lettera che ora ricopio da quel

foglio[17]. Nulla aggiungo a quanto allora scrissi _lui vivente_, e

credo sia il modo più delicato di rispettare la sua memoria, senza

celare la verità.

Sono obbligato a citare un periodo di quel giornale che precede la

lettera stessa perchè i due scritti si collegano.

«Quanto all'altro vanto che s'è attribuito il Cattaneo da sè, e tanti

altri gli dànno, d'aver egli impedito l'accettazione dell'armistizio

proposto da Radetzky, nella terza delle Cinque Giornate, abbiamo

voluto interrogare una persona che era presente, il signor Torelli,

quel medesimo che portò il primo la bandiera sul Duomo, e venne posto

all'ordine del giorno durante le Cinque Giornate stesse.

Egli ci ha risposto colla seguente lettera:

«Essendo presente anch'io a quel Consiglio, posso darne qualche

ragguaglio. Riuniti in numero non minore al certo di 14 o 15, poichè

oltre il Governo Provvisorio, vi era il Comitato di guerra ed il

Comitato di difesa[18], il presidente Casati espose la domanda di

sospensione d'armi del generale Radetzky. Chi prendesse primo la

parola non rammento; certo, il signor Cattaneo fu uno di quelli che

parlarono contro, ma su quel numero di presenti tre soli opinarono per

l'accettazione, gli altri, senza aver d'uopo di sforzi di rettorica

di nessuno, la ripudiarono risolutamente, perchè era evidente che,

in ogni modo, era più utile a Radetzky che a noi. Quando venne il mio

turno, senza ripetere le ragioni degli altri, aggiunsi solo: che nella

mia qualità di capo delle pattuglie, doveva poi dire che si andava

ben errati, se mai si credeva che quand'anche si avesse accettata la

sospensione, i combattenti l'avrebbero rispettata; di disciplina non vi

era nemmen l'ombra. Inoltre potrei anche appellarmi ai molti che spero

ancora esistano, per rammentar loro come, durante il breve tragitto

da casa Vidiserti a casa Taverna, si gridasse ad alta voce, _no,

no, non accettiamo sospensione_, e questo fu ripetuto perfino nella

sala maggiore di casa Taverna, che precede quella dove si tenne il

Consiglio. Voi vedete dunque che senza nulla detrarre al merito reale

del signor Cattaneo, non è quella circostanza che si può addurre come

di gran servizio reso al paese.

_Tutto vostro_

LUIGI TORELLI.»

Ritornato a casa Vidiserti dopo aver assistito a quel Consiglio, trovai

un signore che veniva a chiedere mano forte contro la direttrice di uno

stabilimento d'educazione, certa madama Enrichetta Smith, superiora del

collegio detto di S. Filippo, dove venivano educate giovinette d'ogni

parte della Lombardia, appartenenti a famiglie distinte; il Governo vi

aveva ingerenza nella nomina della superiora, dei professori e delle

fanciulle ammesse ai posti gratuiti; passava per aristocratico, ma

aveva credito di buon istituto di femminile educazione.

Ora quel signore era venuto ad avvertire che il collegio era esposto

ad una possibile invasione de' Tedeschi accampati a poca distanza

sul bastione, ma che essendosi fatta la proposta alla direttrice

d'allontanarsi, essa erasi rifiutata non ravvisando il supposto

pericolo. La cosa non garbava per nulla ad alcuni parenti di alunne di

quel collegio, i quali insistevano per lo sgombro di esso; e già era

la seconda volta che veniva quel signore a tal uopo, dacchè la prima

volta non aveva trovato nessuno che avesse voluto ascoltarlo. Il fatto

di S. Bartolomeo può dirsi che venisse in suo aiuto; e come la città

era piena di racconti di invasioni, io al quale quel signore si era

rivolto, non potei a meno di riconoscere che se quell'istituto era

realmente così esposto, la cosa meritava seria attenzione. _Venga lei,

venga lei_, mi disse allora quel signore. _Davvero è una spedizione ben

poco marziale_, risposi scherzando; tuttavolta mettendomi nei panni

dei genitori lontani, mi determinai ad andar io, anche per vedere

se ci fosse tanta facilità per entrare in città da quella parte che

veniva notata come molto esposta. La persona ch'era venuta a chiedere

un atto di autorità contro madama Smith, partì tosto che ebbe la mia

risposta, per communicare la notizia ai parenti che lo avevano spedito.

Io conosceva bensì l'esistenza di quel collegio, ma ignorava il luogo

preciso dove si trovava; epperò recatomi nel vicino ampio corritoio e

visti alcuni giovani, chiesi chi di loro poteva condurmi a S. Filippo

ove voleva recarmi per quella missione. Si presentarono subito due

giovanotti e si partì senza indugio. Strada facendo combinammo il

piccolo nostro piano. Anzitutto io inviterò la direttrice, dissi a quei

giovani, col maggior garbo possibile, a voler accontentar i parenti

che hanno diritto di essere ascoltati, tanto più che essa non ci perde

nulla, nè vorrà darci ad intendere che le fanciulle studiano. Se poi

non si arrende, l'arresteremo, e le ragazze si condurranno altrove,

perchè in queste circostanze non si possono fare complimenti e bisogna

sbrigarsi presto. I due giovani erano contentissimi; quella spedizione

si presentava loro come una piccola avventura lieta in mezzo a tanti

fatti serii.

Il collegio di S. Filippo si trovava allora giù del ponte di Porta

Tosa, passato il palazzo Sormani presso l'istituto della Guastalla,

ma per arrivare alla fronte del collegio conveniva passare innanzi

a quell'istituto e piegar a sinistra, e dopo breve tratto si trovava

il fabbricato, oggetto della spedizione nostra. Noi eravamo già nella

via della Guastalla, ma non ancora allo sbocco, quando uno de' miei

giovinotti: _Ma eccole_, esclamò, _escono di già_, e lo disse quasi con

rammarico, perchè tutta l'avventura andava evidentemente in fumo.

Sulla sinistra della via della Guastalla, andando dal centro, e

precisamente quasi di contro alla chiesa di quell'istituto, si apre

una via interna rinserrata fra muri, che direbbesi un viale piuttosto

lungo che riesce al locale di S. Filippo, ma al lato opposto della

fronte. Era probabilmente l'accesso pei carri e per tutti i servizî

che richiede un grande stabilimento; la porta che mette sulla via era

spalancata, e quel viale presentava la scena la più allegra ed animata,

dacchè stavano ivi raccogliendosi le giovinette alunne saltellanti e

giulive che abbandonavano allora allora il collegio. Ci fermammo sui

due piedi a contemplare quello spettacolo. A me, che tutto il giorno

era stato sempre compreso d'idee gravi, torbide, tristi, parve d'essere

trasportato in un'oasi tranquilla e gioconda; trovava anzitutto

naturale quell'allegria nelle giovinette. Per esse la prima buona

conseguenza di quel grande trambusto era la sospensione d'ogni studio e

lavoro, non potendosi pretendere che in simili occasioni si abbia lena

e calma per attendere alle occupazioni consuete.

Del timore di un'invasione quelle non se ne davano pensiero, sicure

che se pericolo vi fosse, altri avrebbe provveduto: sentivano invece

la propria importanza. Come poi fosse avvenuta la conversione della

direttrice non saprei dirlo, poichè quando io vidi che lo scopo era

ottenuto, non mi diedi il pensiero di voler conoscere madama Smith.

Evidentemente o essa, senza attender altro, erasi impaurita del

pericolo ed aveva dato l'ordine della partenza anche prima di sapere

che veniva uno del Comitato a metterla al dovere, o si era affrettata

a darlo appena lo seppe. Il primo caso è più probabile, atteso il

poco tempo che io aveva posto fra la determinazione di andare e la sua

esecuzione. Erano lì presso il conte Luigi Belgiojoso e la contessa sua

moglie, e credo che per opera loro fossero condotte quelle fanciulle

nel centro della città. Se taluna di quelle giovinette, che ora saranno

mamme di altre consimili giovinette, avesse per avventura a leggere

questo scritto, non durerà fatica a richiamarsi alla memoria quella

scena di tripudio che allora tanto mi esilarò. Ma l'allegria doveva

durare ben poco.

Mentre stava per ritornare su' miei passi mi si presenta un signore che

si era informato della mia missione, e salutatomi con molta deferenza:

_Signore_, disse: _Ella è venuta per pietosa sollecitudine di queste

giovani che si ritenevano in pericolo, ma sappia che qui appresso havvi

un altro stabilimento di fanciulle assai più esposto. Non crederebbe

di provvedere anche per quelle?_ — _Io ignoro completamente_, risposi,

_l'esistenza di questo stabilimento, ma non può esservi dubbio

che bisogna pensare anche ad esso. Favorisca di condurmi_. Preso

commiato con le debite grazie dai due giovani ch'erano venuti meco

per la spedizione di S. Filippo, seguii la nuova guida. Fra i molti

stabilimenti di carità che annovera Milano, havvene uno destinato a

raccogliere orfane e figlie di poverissimi genitori che s'intitola,

dal suo fondatore, _Ospizio Castiglione_. È situato in vicinanza

della citata via della Guastalla, ma più verso il bastione di Porta

Tosa, da cui non era allora diviso che per un muro, il quale separava

un terreno posseduto dal detto stabilimento da altro terreno annesso

allo stabilimento di alienati, detto la _Senavretta_, che spingevasi

precisamente fino al bastione.

Quel signore, per far più presto, mi trasse a traverso gli orti,

e giunto colà, mi presentò alla superiora come uno del Comitato di

difesa che veniva per prevenire pericoli possibili. Oltre la superiora

trovai un sacerdote ed un'altra persona a cui parmi dessero titolo di

economo. Ambidue erano abbattuti; la superiora invece donna piccola,

ma piena di spirito, non dava segno di turbamento e rispose con calma e

precisione alle domande che le diressi. Quanto al pericolo a cui quello

stabilimento fosse esposto, basti il dire ch'era di gran lunga maggiore

che a S. Filippo. La superiora mi chiese se volessi vedere le allieve.

_Ben volentieri_, risposi.

Mi condusse allora in un locale a pian terreno ampio, con gran

finestroni tutto all'ingiro che scendevano sino a terra; si vedeva a

prima giunta ch'era stato fabbricato apposta ed aggiunto al rimanente

edifizio, nè poteva essere più opportuno allo scopo, dacchè era agevole

dargli quanta luce si voleva e cambiarvi l'aria ad ogni istante.

Esso era pieno di quelle giovani allieve, tutte sedute su panche, poste

in linea orizzontale a traverso della gran sala con un largo spazio

nel mezzo. Al mio entrare colla superiora, si alzarono; io pregai le

maestre che le facessero sedere, e cominciai a percorrerne le file.

Il loro aspetto inspirava tristezza, perchè si vedeva che le poverine

erano comprese dallo spavento, e pallide per notti insonni presentavano

un contrasto strano collo spettacolo che mi avevano offerto poco prima

le allieve di S. Filippo; mi pareva dicessero: _Noi poverine, noi

siamo di nessuno_. Vi erano giovinette di sei e sette anni, altre più

adulte. Accarezzando le più piccole, cominciai a dirigere loro delle

parole di conforto, e prima di partire tenni un breve discorso a tutte.

Dissi loro che le cose andavano bene, che si facessero coraggio, che

non si credessero abbandonate, che si pensava anche ad esse. Mi parve

che si rianimassero, ma io uscii di là col cuore serrato. Discorsi

quindi colla superiora intorno ai partiti da prendersi: condurle via

era impossibile pel troppo numero; ma avendo osservato certo muro di

cinta verso la città, pensai che praticando in esso un'apertura, si

poteva andar diritti in, non mi ricordo più quale via, abbreviando

il cammino, e collocandosi all'estremità del fondo verso il bastione

una sentinella, si poteva esser sicuri d'aver il tempo di fuggire.

Cotesto partito lo suggerii, ed ella mi disse che il medesimo consiglio

erale stato dato da non so quale ingegnere, e che l'avrebbe seguìto.

La consigliai anche di non tenere le alunne immobili, ma di svagarle

col farle movere, al che pure annuì. Dopo dati quei consigli, dissi

alla superiora che stava bene il vigilare come se i Tedeschi dovessero

venire, ma ch'io credeva la cosa poco probabile, perchè il fatto

ch'essi avevano lasciato volontariamente posizioni forti, dava indizio

che si concentravano per ritirarsi, onde era probabile che altro non

seguisse. _E lo stabilimento della Senavretta?_ mi disse, non so se

l'economo od il sacerdote che erano presenti. _Oh! io non saprei che

farci_, risposi; _se i Tedeschi vogliono pigliarsela coi matti, sono

padroni, ma non lo credano._ E preso commiato da quella brava donna

piena di spirito e da' suoi compagni rientrai nel centro della città

andando difilato a casa Vidiserti.

Ricordi intorno alle Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo 1848) Seconda edizione con aggiunte · 第 15 / 45 题