CAPITOLO OTTAVO

La presa del Genio — Morte d'Augusto Anfossi — Nella notte

il Genio è nuovamente ripreso dai Tedeschi — Avvenimento

nel Genio stesso; tentativo per riprenderlo — I Tedeschi lo

abbandonano di nuovo nella notte stessa — Essi abbandonano

anche il Gran Comando e l'autore ne prende possesso in nome

del Governo.

Qual fu il mio stupore, allorchè, entrato nel cortile dalla parte del

Monte Napoleone, vidi spalancate tutte le rimesse che si trovano sul

lato sinistro, e quelle piene di Tedeschi, alcuni de' quali erano

pure accovacciati nel cortile stesso! Compresi tosto che doveva

essere un posto che si fosse arreso. Erano infatti i soldati che si

trovavano nel locale del Genio situato nella via del Monte di Pietà,

e quella splendida fazione aveva avuto luogo precisamente durante la

mia spedizione suaccennata. Non è dire qual dispiacere io provassi

d'essermi trovato assente, ma una notizia più crudele, mi attendeva.

_L'Anfossi venne gravemente ferito_, mi disse un signore che conosceva

le mie relazioni con lui. — _Ma dov'è? Dove l'hanno portato?_ chiesi

tosto: _voglio andare a vederlo_. Egli tacque; ma un altro signore: _A

che serve celarlo?_ soggiunse; _non sono momenti questi da far perdere

tempo: il povero Anfossi è morto_. Mi coprii colla destra la faccia

per ascondere il mio dolore, e salii all'ufficio, ove ritrattomi in un

angolo volli rimaner solo per qualche istante; ma non vi era rimedio,

e l'unico mezzo per onorar la sua memoria era quello di crescere di

zelo e di attività nella lotta, in cui quel prode aveva messa la vita.

Chiesi se il Governo Provvisorio non aveva mandato a dire nulla; mi

risposero di sì, e che aveva dato avviso che nella notte i Tedeschi

volevano fare un nuovo sforzo. La notte era già vicina, sicchè andai

subito a far una ispezione ai Portoni di Porta Nuova.

Erano ben muniti e vi stava a difenderli il Manara; quella barricata

poi che il 19 era ancora provvisoria, sì che la passammo facilmente,

io, l'Anfossi ed i tre altri compagni, era stata sostituita da una

delle più solide e colossali che venissero costrutte. L'ultima parte

della casa d'Adda, ossia la nuova grande casa che fa angolo colla via

dell'Annunciata, era allora in costruzione; mucchi enormi di mattoni,

erano disposti qua e là a quel fine; il popolo si impossessò di quei

materiali e l'indomani della nostra visita a S. Bartolomeo aveva fatto

una barricata che andava quasi fino alla vôlta di ambo gli archi,

sì che per passare conveniva curvarsi e molto; enormissimo poi era

lo spessore di quella barricata, nè si avevano palle di cannone che

potessero trapassarla. Visitai qualche altro luogo, ed a notte già

inoltrata tornai all'ufficio, ove appresi che avevano mandato a dire di

curare anche il Genio di fresco conquistato. _Ma come mai_, dissi, _si

troveranno ora combattenti ancor disponibili? Farò il possibile._

Uscii ed andai di nuovo dal Manara, la cui posizione era fortissima e

difesa da un buon numero di uomini; lo pregai a cedermene alcuni pochi,

ma ei non volle, e protestò che non erano di troppo. Io rientrai nel

centro e riescii a raggranellarne quattro, ma due soli avevano fucile,

gli altri due erano disarmati e si esibivano a far quello che potevano.

Pensai allora che avrei potuto trarne partito col mandarli al piano

superiore del locale del Genio per difenderne da colà l'ingresso con

sassi e mattoni, benchè non sapessi troppo comprendere la probabilità

di quell'assalto in luogo tutto cinto da barricate.

Le tegole, i sassi e mattoni erano più temuti dai soldati delle stesse

palle; ogni casa che si credeva in pericolo ne aveva fatto provvista,

e nella stessa casa Taverna ove risiedeva il Governo Provvisorio,

eravi in una delle stanze che dànno sulla via de' Bigli un gran cumulo

di ciottoli. Anche i due armati potevano esser più utili tirando

dalle finestre. Fatto loro conoscere il mio divisamento, entrammo nel

locale del Genio. Occupava esso un vasto spazio, ossia all'incirca

quello ove sorge attualmente la Cassa di Risparmio ed aveva la fronte

principale sulla via del Monte di Pietà, estendendosi dal lato opposto

sino alla via degli Andegari che sbocca a S. Giuseppe. Fu precisamente

da quel lato che noi entrammo per una porta piccola alla quale pure

era stato dato il fuoco, come alla porta principale, sulla via del

Monte di Pietà. Io non era stato mai in quel locale, ma uno de' miei

compagni lo conosceva bene. Traversato un breve corritoio arrivammo al

cortile principale tutto cinto di porticato, di forma quadrilatera,

discretamente lungo, ma largo non più di 14 in 15 metri. Da quel

cortile traversando un fabbricato di mezzo, si passava ad altro

cortiletto piccolo in diretta comunicazione con un atrio ampio ma

basso, nel cui centro eravi la porta principale e da dove, a sinistra

entrando da quella, si saliva agli uffici. Tutto il locale nel suo

insieme era disadatto, con un sol piano, e credo fosse un antico

convento ricostrutto. Agli uffizi non salivasi però solo da quel lato

che ho accennato, ma anche dal grande cortile ove entrammo per una

scala situata al lato orientale sotto il portico. Al nostro arrivo

trovammo un individuo ch'era stato posto colà qual custode e che aveva

le chiavi del piano superiore. Io gli esposi lo scopo della nostra

missione e lo richiesi di aprirmi. _Ho lasciato le chiavi a casa_, mi

rispose, _ma abito vicino e vado tosto a prenderle._

Dopo un quarto d'ora circa, odo un colpo di fucile che parte dal

portone sulla via del Monte di Pietà. Vado colà e riconosco essere

stata la sentinella a far fuoco, ma che nulla accennava ad un assalto.

Il colpo non mi fece meraviglia perchè si tirava di troppo in onta alle

mie raccomandazioni, ch'erano sempre di andar cauti coi colpi perchè

le nostre munizioni si esaurivano. Allora nè dissi nulla nè chiesi

spiegazioni, perchè tale e tanta era la mia stanchezza che risparmiavo

anche le parole. Convinto che al momento nulla eravi da temere,

ritornai presso i miei colleghi, ma prima volli salutar la sentinella e

posta la mano destra sulla sua spalla, dissi: _Bravo, bravo_. Il locale

era oscurissimo e la sentinella trovavasi circa un tre passi addentro

dalla porta principale; non rispose motto, solo avendo piegato il capo

in avanti mi parve scorgere qualcosa che se le staccasse dal cappello

a guisa di pennacchio. Notai questo incidente nel modo più positivo,

ma in quel momento non mi recò meraviglia, perchè ognuno si vestiva a

piacimento e si vedevano cappelli e berretti d'ogni forma possibile.

Ritornato a' miei compagni dissi che non era nulla e che la sentinella

aveva tirato senza motivo. Nella vicina via di S. Giuseppe era

cominciato un enorme cannoneggiamento; cannoni postati a poca distanza

della contrada dell'Orso tiravano lungo la via di S. Giuseppe, con

grande fracasso, ma nessun frutto, perchè le palle andavano a battere

contro la barricata che chiudeva la via di S. Giuseppe. Frattanto

passa una mezz'ora, ed il custode che aveva detto di essere vicino,

non viene; dapprima sopportai senza inquietarmi quel ritardo, perchè

intanto prendeva un poco di quel riposo di cui aveva gran bisogno; ma

poi scorso un'altro quarto d'ora, cominciammo a discorrere fra di noi

sulle cause possibili di tanto ritardo, quand'ecco ad un tratto si

presentano due armati al lato opposto del porticato, spianano il fucile

e fanno fuoco sopra di noi, ritirandosi immediatamente. _I Tedeschi_,

esclamammo tutti. Per una di quelle strane combinazioni che si spiegano

coll'oscurità e con la furia, benchè ci facessero fuoco addosso alla

distanza di 14 o 15 metri e non più, e fossimo cinque in crocchio,

nessuno fu colpito. _Usciamo_, dissi io. Uscimmo per la stessa porta

dalla quale eravamo entrati; avevamo con noi due senz'armi, eravamo

incerti del numero dei Tedeschi, non vi era altro partito. Come

dovessi rimanere a quella strana sorpresa, è facile l'argomentarlo.

_I Tedeschi nel Genio! Ma d'onde venuti? e come? Per prima cosa_,

dissi ai miei compagni, _conviene annunciarlo subito; molti però, non

possono essere._ Usciti dalla via degli Andegari, ci recammo alla

Croce Rossa, e quivi cominciammo a trovare alcune persone. Allora

uno dei giovani annunciò il fatto. _Oh, impossibile!_ fu la prima

risposta; l'altro replica e si scalda e finalmente gli volge queste

precise parole (s'intende in dialetto): _ma per D. s. vuoi capirla che

ci hanno sparato sul muso in questo momento!_ Io aveva troppa fretta

per soffermarmi a questo piatire, e, comprendendo che dei due non

armati non poteva più trarre partito alcuno, dissi loro: _Io credo che

il meglio per essi sia che vadano in cerca di armati o dir loro che

vengano verso il Monte di Pietà_. Li salutai e m'incamminai subito,

e solo, per detta via, che da quel lato ha principio precisamente al

piazzaletto della Croce Rossa. Fatti un centinaio di passi, veggo un

crocchio animato, presso la casa del colonnello Arese, che ha sulla

fronte una cancellata; colà giunto dissi loro: _I Tedeschi sono nel

Genio_.

_Oh lo sappiamo, e già da un po', e vogliamo riprenderlo._

_Benissimo_, replico io.

Ma non erano tutti di questo avviso: _non sappiamo nulla sul numero_,

dicevano i dissidenti; _è oscuro; aspettiamo l'alba_.

Allora io dissi loro chi era e come io venissi precisamente dal Genio;

narrai brevemente la storia della sorpresa, ma per inferirne che

non potevano essere molti, forse tre quattro al più; del resto dalla

parte di dietro non erano passati, perchè prima vi era il custode e

poi vi fummo noi; essi dovevano saperne qualcosa rispetto alla parte

anteriore. _Io sono d'avviso_, conchiusi, _d'andar subito a riprender

quel locale._ Ma gli oppositori fecero nuove obbiezioni, quando alcuni

dei più risoluti, troncando la questione, si avviarono a corsa verso

il Genio, ed io immediatamente li seguii. In un momento superammo

il brevissimo tratto, che sta fra i due fabbricati. Giunti a pochi

metri dal portone del Genio s'odono due colpi, l'uno viene dal piano

terreno, l'altro dal primo piano, ed uno de' nostri cade a terra. Un

timor panico si impadronisce degli assalitori, che indietreggiano con

tale violenza che io che veniva il quinto o sesto, fui rovesciato. Ci

raccogliamo di nuovo, non più rimanendo in strada, ma entrando nella

casa Arese, passiamo il cortile facendo capo ad un locale, che credo

fosse una rimessa, e che è precisamente il primo dalla parte opposta

al portinaio e dà sulla via. Io non sapeva darmi pace e tornai ad

insistere per un nuovo assalto. _Dio mio! sono pochissimi_, dissi

loro; ma sorsero molti a gridare: _No, no, a domani, a domani; è

un'imprudenza, a domani_. In realtà essi avevano ragione, ma io dolente

di non aver preso parte nella giornata alla fazione del Genio, mi

faceva una specie di punto d'onore di riprender quel posto, che aveva

costato la vita al mio capo; e quando perorai in quel senso, annunciai

che sarei andato avanti io, poichè giammai in vita mia chiamai altri a

dividere pericoli che non affrontassi pel primo.

Prevalse l'opinione contraria ch'era in realtà il partito più sano.

Fattosi un po' di silenzio, si udirono grida di _soccorso_, di _aiuto_,

che provenivano dal ferito caduto a terra. Io che aveva data l'ultima

spinta al partito che voleva assalire, mi ritenni in dovere di andare

a soccorrerlo, e uscii di corsa, recandomi presso di lui. Tentai

dapprima di prenderlo per la vita, ma gridando esso che gli faceva

male, presi la risoluzione di gettarmi a terra tutto disteso vicino a

lui colla faccia rivolta al suolo, dicendogli che cercasse di coricarsi

sopra di me. Stavamo compiendo quell'operazione che aveva anch'essa le

sue difficoltà, quando ci venne ad entrambi un aiuto; un giovine si

presentò dicendo: _Son qui anch'io_. La cosa divenne allora facile;

prendemmo il ferito e lo trasportammo in quel locale ove si erano

raccolti i combattenti e lo deponemmo su d'una panca. Tutto questo

si fece press'a poco in una completa oscurità, poichè la notte era

nuvolosa e ventosa, e si passava da una luce abbastanza chiara a un

buio pesto. Per qual ragione poi non vi fosse nemmeno un lume in quel

locale, non saprei dirlo, ma il fatto è ch'io non vidi distintamente

la persona che trasportammo colà, nè mi sono curato mai di sapere

chi fosse. Del rimanente se essa vive tuttora, oh! davvero che deve

ricordarsi molto bene di quella sera e di quell'ora.

Un istante dopo che avevamo deposto il ferito sulla panca, mi sento

chiamare distintamente e per nome, da una vocina femminile. Esco

da quel locale e lì nella corte stessa, trovo una giovinetta che mi

chiede se son io il signor Torelli: _Per appunto_, risposi. — _Ebbene_,

replicò d'essa, _vi è un giovine quì in una porta vicina che chiede di

lei._

A Milano chiamasi _porta_ non solo l'apertura che dà accesso alla casa,

come si dice da per tutto; ma anche il locale che serve di abitazione

al portiere.

La giovine guida mi fece traversare la via e mi condusse nella prima

o seconda casa (non saprei bene precisare quale delle due) dopo casa

Confalonieri, andando verso la Croce Rossa. Entrato nel locale del

portiere vidi un giovine che aveva conosciuto alla barricata di S.

Babila; era seduto ed aveva un piede immerso in un catino d'acqua tinta

di sangue. _Sono tra quelli_, mi disse, _che andarono all'assalto del

Genio, ma nel ritornare fui ferito al tallone dalla fucilata che partì

dal piano superiore._ — In sostanza ei non voleva che farmi conoscere

la sua avventura e verificare il fatto con un testimonio che pure vi

aveva preso parte. Aveva l'aria ilare, come volesse dire: _Non si

dubiterà che mi sono battuto anch'io, e me la sono cavata ancora a

buon mercato: poteva esser peggio_. Allora conoscevo anche il nome

di quel giovine; ma lo dimenticai, mi ricordo però ch'era proto in

una stamperia posta, se non erro, in S. Pietro all'Orto. Esaminai la

ferita che non era grave, lo felicitai d'essere sfuggito con poco danno

al pericolo, e uscii. Colà non eravi più nulla da fare, ritenuto che

i combattenti, sempre riuniti in casa Arese, avrebbero da sè stessi

sorvegliato il Genio che si dominava anche dal fabbricato del vicino

Monte di Pietà. Continuando sempre il cannoneggiamento a S. Giuseppe,

risolvetti andar verso quella parte affine di scoprire, se era

possibile, la ragione di tanta persistenza.

Dalla Croce Rossa entrato nella corsia del Giardino[19], discesi

lungh'essa verso il locale del Lotto. Anche quella è una delle vie

che soggiacque a forti combattimenti; larga oggi e fiancheggiata da

ambo i lati da palazzi o case regolari, era allora molto stretta, e

tutto il lato destro, discendendo dal corso di Porta Nuova verso il

teatro della Scala, era costituito da casupole irregolari, l'una più

brutta dell'altra. A circa i due terzi da quella linea si incontrava

la chiesa soppressa di S. Maria del Giardino, che quantunque di stile

barrocco, aveva la particolarità di una vôlta ardita e larghissima,

ed era stata convertita in un deposito di carrozze. Dopo quella

veniva l'ampio locale erariale del Lotto, basso assai più del Genio,

con ampio cortile nel mezzo, contornato esso pure di portici. Ultimo

dopo quello veniva il Casino, l'unico di tutti i fabbricati su quella

linea che siasi conservato qual era in allora e chiamavasi il Casino

dei _Lions_, servendo a convegno delle persone del ceto signorile,

che pagavano una retribuzione piuttosto forte. I frequentatori erano

in fama di liberali, e perciò il Casino era molto sorvegliato dalla

Polizia, essendo non pochi de' suoi membri inscritti sulla lista dei

pericolosi o sospetti (_in linea politica_). Ne faceva parte anche io

e soleva recarmi colà per leggere i giornali stranieri, dei quali v'era

copia. Il Casino era l'ultimo limite al quale si poteva arrivare; esso

è attiguo al caffè Cova, così chiamato dal nome del suo proprietario

anche allora, che ha la sua fronte principale sulla via di S. Giuseppe.

Io non riesciva a concepire lo scopo di tutto quel cannoneggiamento,

nessuno rispondeva e tiravano di continuo. Ritornando da quella

ispezione e passando avanti al locale del Lotto, vidi sulla porta

un giovine grande di statura che teneva nell'una mano il berretto e

coll'altra agitava furiosamente la sua capigliatura, prorompendo in

esclamazioni di dolore.

— _Che cosa ha?_ chiesi io.

— _I Reisingher, i Reisingher_ (era il nome d'uno dei reggimenti

tedeschi); mi rispose.

— _Ma io non li vedo!_

— _Sì, i Reisingher. Hanno scavalcato ora il muro del giardino

Confalonieri._

— _Ma io vengo da quella parte; ne sono penetrati nel locale del Genio

alcuni pochi, non so come; ma esso ora è ben sorvegliato._

Prima che facessimo altre osservazioni, ecco avanzarsi, venendo dal

porticato che era in linea retta della porta, due giovani con in

mezzo un'altra persona. L'atteggiamento fiero dei giovani e quello

più dimesso dell'individuo da loro condotto, mi chiarì tosto ch'essi

traevano seco un prigioniero.

— _Chi è?_ chiesi al giovine desolato, ma che si era molto calmato

vedendo una persona suppergiù tranquilla e che non partecipava punto al

suo spavento.

— _È il consiglier Pagani_, rispose, _un austriaco marcio._

Io avevo sentito parlare di questo consigliere Pagani, ma non lo

conosceva nemmeno di vista; epperò garantisco la risposta datami, ma

non garantisco che fosse realmente il consiglier Pagani e tanto meno

che questi fosse un austriaco marcio.

Il giovane menzionato si unì al gruppo che conduceva il prigioniero ed

era evidente ch'era con loro, e rimasto a far guardia alla porta.

Quanto ai Reisingher altro non era che la conseguenza della voce

corsa che fosse stato ripreso il Genio, alla qual fazione s'era fatto

intervenire un reggimento; quanto poi all'arresto del Pagani, o di

chiunque fosse, era un atto di precauzione contro un sospetto di

tener mano ai Tedeschi. Siccome abitava in quel luogo ritennero la

possibilità di un'intelligenza e vollero assicurarsi della sua persona.

Non occorre nemmeno dire che non gli venne torto un capello.

Per quanto io fossi persuaso che nulla eravi rapporto ai Reisingher,

non pertanto siccome il fabbricato del Lotto confinava colla via degli

Andegari, che fiancheggiava in parte anche il giardino Confalonieri,

rimasto solo volli andare a verificare se in quella strada vi fosse

qualche novità, e traversato tutto quel porticato pel quale erano

venuti i giovani col prigioniero, salii la scala che conduceva al

piano superiore ch'era in fondo a destra del detto corritoio. Al

primo o secondo ripiano eravi una finestra bassa, oblunga, la quale si

apriva precisamente su quella via e si trovava quasi di fronte alla

porta abbruciata, per la quale eravamo prima entrati e poi usciti

precipitosamente dopo quel tale saluto. La via era completamente

deserta, non eravi anima vivente, nè udivasi rumore alcuno. Rassicurato

che assolutamente nulla era seguìto all'infuori dal fatto dei pochi

che erano penetrati nel locale del Genio, pensai andare al Governo

e rassicurarlo se mai quelle esagerazioni del reggimento Reisingher

fossero giunte a sua notizia. Benchè fosse già assai tardi nella notte,

trovai Casati e Borromeo ancora in piedi; narrai l'accaduto e come

già fosse stato esagerato. Ne erano già edotti, e l'uno dei due, non

rammento bene quale, ma credo il Borromeo, mi disse con certo sangue

freddo: _Non ci staranno a lungo_.

Ritiratomi in un canto, mi stesi in terra per riposare alcune ore.

Ai primi arbori era di nuovo in piedi; corro difilato al Genio, dalla

parte del Monte di Pietà, e trovo alcuni curiosi sulla porta.

— _Ma! e i Tedeschi?_ chieggo loro.

— _Non vi è più nessuno_, mi rispondono.

— _Non basta_, soggiunse uno di loro, _hanno abbandonato anche il

Comando Militare._

Questo era grave; corro a verificare il fatto: esso è vero, ed allora

torno al Governo Provvisorio; altri erano pur venuti a narrare la

stessa cosa, ed io la confermai come posta fuori d'ogni dubbio. Il

Governo mi pregò di andar colà io a prendere possesso del locale in

suo nome, scegliendo qualche persona a cui affidare l'incarico di

compilare un inventario regolare, quanto era possibile in quelle

circostanze. Vi ritornai; il piano terreno era già pieno zeppo di

gente, che faceva un gran baccano; i primi si erano accontentati di

entrare nei luoghi aperti, ma sopraggiunti alcuni facchini con mazze

di ferro, cominciarono ad abbattere le porte chiuse, irrompendo in

tutte le camere, e dietro ad essi la folla. Allorchè arrivai io, il

luogo presentava già l'aspetto di un campo di battaglia; entrando dal

gran portone si trovano subito a destra due o tre stanze destinate

allora ad uffici; il suolo era già gremito di carte, ed un ritratto

dell'imperatore era già fatto a pezzi.

Mentre ero colà, odo alcuno che dice: _Vanno in cantina, e laggiù

vi sono Tedeschi_. Io non aveva manifestato la mia qualità, perchè,

non avendo distintivi, era inutile il farlo se non si presentava

una circostanza che lo richiedesse. Il primo pensiero che mi si

presentò fu quello della nessuna probabilità di quel caso: i Tedeschi

avevano abbandonato quel locale a tutto loro agio durante la notte;

per qual motivo si sarebbe taluno nascosto nei sotterranei? Non

pertanto essendosi colà diretti quei facchini colle loro mazze, e già

rivoltandomi il loro contegno per quelle ridicole bravate pensai alla

possibilità effettiva del caso, e mi spinsi innanzi fra loro.

La discesa ai sotterranei, ove andammo, si trova a sinistra entrando,

passata la corte, e sotto un porticato che mette ora ad uffizi

militari; è una medesima scala che salendo mette capo al piano

superiore e discendendo riesce ai detti sotterranei. I facchini non

durarono fatica a calar giù, ed io li seguiva; quei locali servivano

allora più specialmente ad uso di legnaia, ed erano divisi in più

riparti da rastrelliere chiuse. Benchè bastasse piccolo sforzo per

aprirle, quei facchini si facevano un piacere di fracassar tutto,

accompagnando con grossolani improperi quegli atti. _La faremo veder

noi a questi Tedeschi_; e giù colpi tremendi, con cui disfacevano

inutilmente anche rastrelliere già aperte. _Ah se li troviamo!_ Uno

di questi venne fuori con una singolar espressione: _Che non vi fosse

anche quì qualche tradimento come al Genio?_

— _Ma che tradimento!_ esclamò uno della folla che compatta seguiva,

entrando da ogni parte.

— _Sì, il tradimento del Genio, di questa notte._

— _La faremo veder noi._

Si poteva scommettere con tutta sicurezza che non uno di quei facchini

aveva combattuto: ben quegli atti selvaggi mi persuadevano che se per

avventura taluno si fosse trovato colà, correva pericolo d'essere

da coloro massacrato, epperò era risoluto, in quel caso, di farmi

conoscere, e stava loro ai fianchi, pronto ad impedire una violenza

ad ogni costo. Ma il caso non si presentò e quella scena rivoltante

finì in modo buffo. Allorchè si abbattè l'ultimo scompartimento sulla

destra, in fondo ad un passaggio che divideva tutto il sotterraneo,

vediamo alzarsi un essere vivente; era un cane. Si capiva che la

povera bestia aveva fatto un grande sforzo, spaventata da quell'enorme

fracasso, e, raccolte le poche forze che le rimanevano, erasi levata

in piedi dal suo giaciglio, ma senza abbandonarlo; ci guardò con occhio

smarrito e semispento. Era un cane da caccia e bello, colà dimenticato

forse dal primo giorno della lotta e pressochè morto dalla fame. Quando

vide che nulla di male gli veniva fatto, cessato in lui lo spavento,

si lasciò cadere di nuovo sul suo giaciglio. La folla ch'era subito

entrata dietro di noi, cominciò ad esclamare: _Oh che bel cane!_ Si

sparge la voce: _Si è trovato_.

— _Cosa? Cosa?_ chiedono molti dei lontani.

— _Un cane._

Una risata generale accolse la notizia. La folla non divideva

punto l'artificiale ferocia di quei facchini; essa subiva, dirò, e

disapprovava quegli inutili vandalismi e quando vide il risultato della

spedizione si vendicò ridendo e con motti arguti. Ben contento anch'io

che così fosse finita, tornai sopra, non volendo perder altro tempo in

quel luogo. Cercai se eravi qualche persona alla quale potessi affidare

l'incarico della compilazione dell'inventario, e mi venne indicato

l'ingegnere Reschisi. Lo pregai voler assumere quella briga, ed avendo

esso accettato, mi affrettai ad andare dal Governo per annunciarlo

e poi mi recai al mio ufficio in casa Vidiserti, affine di conoscere

quanto colà sapevasi, poichè ivi convenivano anche gli altri colleghi

del Comitato.

I discorsi si aggiravano naturalmente sui due avvenimenti principali

della notte; l'abbandono del Comando Militare, l'invasione

inesplicabile del Genio e la ritirata non meno misteriosa da quel

luogo; chi la spiegava in un modo, chi in un altro; io dichiarai

essere convinto che i Tedeschi si sarebbero ritirati da Milano,

essendo evidente per me che Radetzky non avrebbe aspettato l'esercito

piemontese in quella posizione e si sarebbe concentrato. Facevano

ancora fuoco per conservare le loro posizioni e libera la circolazione

sui bastioni.

Ricordi intorno alle Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo 1848) Seconda edizione con aggiunte · 第 16 / 45 题