CAPITOLO SESTO

La sera del 20 marzo l'Anfossi coll'autore e con tre altri

combattenti, si recano sul campanile di S. Bartolomeo — È

instituito un _Comitato di difesa_, e l'autore è chiamato a

farne parte come Capo delle pattuglie; sue osservazioni in

contrario; sua accettazione — Avvenimento nella Canonica di

S. Bartolomeo.

Al di fuori de' Portoni di Porta Nuova eravi una chiesa detta di S.

Bartolomeo con un campanile non molto alto, ma sì perfettamente isolato

che dominava a grande distanza; era di forma quadrata e piuttosto

stretto, il che gli dava una certa eleganza. Su quel campanile eravi un

corpo di guardia di quattro individui, la cui posizione era ottima per

esplorare, ma pericolosa perchè non erano protetti dalle barricate che

finivano ai Portoni. Quel posto era anche dei più instancabili per il

continuo suonare delle campane a stormo, che dava ai nervi ai Tedeschi

in modo insopportabile. L'Anfossi volle dimostrare anche il conto che

faceva di quei giovani andando a trovarli sul posto. M'invitò ad andar

con lui, il che accettai di buon grado, e discendemmo nel cortile

di casa Taverna; quivi eranvi molti giovani, gli uni per riposarsi,

altri venuti a sentire le notizie della giornata. Vedendoci uscire con

quel passo risoluto di chi deve andar diritto ad uno scopo, venne ad

alcuni la curiosità di unirsi a noi. Io chiesi all'Anfossi se poteva

dir loro dove andavamo; ei rispose di no, perchè un bisogno non vi era

e chi voleva venire avrebbe visto dove si andava. Benchè rispondessi

in questo senso a quanti mi domandavano, alcuni vollero unirsi e ci

trovammo in dieci o dodici alla fine della contrada de' Bigli; ma

allorquando colà giunti si piegò a destra e si prese la via del Corso

di Porta Nuova lungo il palazzo d'Adda, e cominciò a chiarirsi dove

si andava, cioè che trattavasi di uscire dai Portoni fuori dalle

barricate, il numero andò diminuendo sì che giunti all'ultima di queste

ci trovammo in cinque. I Portoni conquistati il giorno innanzi non

avevano ancora che una barricata provvisoria, fatta in fretta e in

furia, che passammo senza stento, e presso alla quale mi cadde sotto lo

sguardo un oggetto che mi fece allora una dolorosa sensazione.

Gli attuali Portoni sono bensì gli stessi di allora, ma il loro

contorno è affatto diverso; non esistevano allora le due porte per i

pedoni; le case a destra e sinistra si avanzavano assai più, e pedoni

e vetture escivano ed entravano dai soli due archi centrali divisi dal

largo pilastrone coevo alla loro costruzione. Ora, precisamente al

centro di quel pilastrone eravi una panca sulla quale stava disteso

il cadavere di un ungherese. Io che sognava sempre insurrezioni in

Ungheria e calcolava sull'aiuto reciproco d'un movimento contemporaneo,

non poteva vedere un ungherese morto, senza che mi contristasse

l'animo, e tuttavolta al palazzo di Governo i primi cadaveri che

aveva veduti erano d'Ungheresi; altri ne aveva veduti il 19, ed

allora tornava ancora a veder nuove vittime di quella nazione, cadute

combattendo contro una causa che pur era vagheggiata nello stesso loro

paese.

La chiesa di S. Bartolomeo era il primo fabbricato che incontravasi a

sinistra uscendo dai Portoni. Era costrutta non parallela ai medesimi

ed al naviglio, ma in isbieco, in linea che piegava verso il nord-est.

Aveva una fronte stracarica di ornati e con colonne ognuna delle

quali portava una statua; era barocca assai, ma non senza una certa

grandiosità; attigua alla stessa eravi la canonica che presentava

una linea in senso opposto, talchè ove si univano le due linee,

formavano un angolo acuto con un piccolo piazzaletto quasi nascosto,

opportunissimo per proteggerci, poichè, come già dissi, noi eravamo

allo scoperto, fuori delle barricate. In un istante fummo tutti riuniti

in quel luogo, ed uno de' giovani che si erano uniti a noi andò a

battere con precauzione, ma tanto da farsi sentire, al portone della

canonica. Poco dopo si udì una voce che chiedeva _chi si fosse e che

cosa si volesse_. Rispose il giovane in pretto milanese, ch'era il

natural passaporto fra ignoti, esserci il capo dei combattenti che

voleva visitare il posto sul campanile; aprisse pure senza paura e

facesse presto. Il sagrestano che era la persona che parlamentava, aprì

allora e noi entrammo nella canonica. Chiedemmo del signor parroco

avanti al quale tosto ci condusse; trovammo un buon sacerdote che ci

accolse con gran gentilezza, ed a cui spiegammo lo scopo della visita.

Ordinò tosto al sagrestano di accendere la lanterna, ma poi rivolto a

noi: _Ma è impossibile_, disse, _che ci stiano in tanti; il campanile

non offre che un piccolo spazio già in parte occupato dai giovani che

stanno sopra. Mi pare che basterebbe che vi andassero due._ Siccome

in realtà non eravi ragione alcuna per andare in cinque: _Ebbene_,

rispose l'Anfossi, _anderemo noi due_, rivolgendosi a me. La casa del

curato communicava colla sagristia, e questa col campanile. Salivasi

sul medesimo dapprima per una scala stretta ma in vivo, e ciò sino

all'altezza della chiesa, ma poi conveniva passare per una scala a

piuoli non molto lunga ma ertissima; superata quella si trovava di

nuovo una scala eguale alla prima, ma coi gradini in legno e tanti

piccoli ripiani, ove la scala faceva il giro, e ciò sino in cima ov'era

il castello delle campane. Precedeva il sagrestano col lume. Sì tosto

la vigile sentinella udì del rumore, gridò dall'alto il _Chi va là_? Il

sagrestano da loro ben conosciuto, anche alla voce, rispose: _Amici_,

_amici_, e poi aggiunse in milanese: _Sono io con due signori_.

Sia per effetto di grande stanchezza o perchè si doveva andar cauti

e dietro quello scarso lume, il fatto sta che quella salita ci parve

interminabile. Finalmente si arrivò in cima. Io precedeva l'Anfossi,

ed annunciai a que' bravi giovani la sua visita. Essi cercarono subito

di far un po' di posto. I finestroni del castello delle campane dove

si trovavano, erano attraversati per il largo da due sbarre di ferro;

si accollarono stretti stretti a quelli ed anzi uno di essi per fare

ancora un po' più di posto, si pose a cavallo d'una di quelle sbarre.

L'Anfossi li lodò, li incoraggiò, e ben lo meritavano, perchè in

realtà erano, come dissi, i più esposti, e ben volentieri registrerei

i loro nomi se li conoscessi. Io non dimenticherò mai lo spettacolo

di quella notte da quel punto elevato; il cielo era bensì nuvoloso ma

rotto, e siccome splendeva la luna, quel misto d'ombre e di luce era

d'un effetto sorprendente. Da quell'altezza si vedeva nell'interno dei

cortili del Castello, ove ardevano fuochi che l'immaginazione trovava

di luce sinistra, perchè erano corse voci di crudeltà commesse sino dal

primo giorno. Un cupo silenzio dominava in quel momento sopra tutta la

città. Volli romperlo, e siccome era vicino ad una delle campane, preso

il batacchio, diedi quattro o cinque colpi concitati ad uso di campana

a martello; immediatamente non saprei dire da quanti altri campanili

venne risposto con egual segno per dimostrare che si vigilava.

Poco dopo prendemmo congedo da que' bravi giovani e discendemmo.

Precedeva il sagrestano colla piccola sua lanterna; veniva quindi

l'Anfossi, ed io per ultimo; il sagrestano era di già arrivato in

fondo alla scala in legno che ho descritto con tanti piccoli ripiani,

allorquando io ch'era ancora indietro di una ventina circa di gradini,

essendomi curvato di troppo, lasciai cadere il gran pistolone che

portava sempre nella saccoccia del petto per minor incomodo, atteso il

suo gran peso. _Povero me_, esclamai, perchè essendo carico a palla,

poteva esplodere cadendo, e ferir l'uno dei due che mi precedevano;

il pistolone batte e ribatte con gran fracasso, cadendo da un gradino

all'altro, e finisce in fondo presso al sagrestano con suo grande

spavento; ma fortunatamente tutto finì lì. Ritornati nel salottino

a piano terreno, dove ci aspettava il parroco cogli altri nostri

compagni, trovammo che il buon uomo ci aveva apparecchiato dello

zibibbo e del vino, e con cortese semplicità: _Siamo in quaresima_,

ci disse, _non posso offrir di più_. Noi lo ringraziammo, ma non

accettammo. Egli ci accompagnò nel tratto dalla sala alla porta di

strada. E qui voglio rammentare una particolarità per sè di nessuna

importanza, ma che dà un'idea delle fatiche di quei giorni; l'Anfossi

escì il penultimo ed io dopo di lui; l'Anfossi barcollava, per effetto

della gran stanchezza, aumentata probabilmente dalla discesa del

campanile con tanti piccoli giri sulla stessa linea; il parroco si

fermò alla prima idea che suol presentarsi quando si vede un uomo

a barcollare, e mi guardò senza proferir verbo, ma coll'espressione

chiara della sua meraviglia. Io risposi alla sua idea: _Oh no_, dissi,

_è la gran stanchezza ed il gran sonno_. — _Oh povero uomo_, esclamò

allora il parroco a mezza voce, ma con accento ed atto tale del capo

che voleva dire: _Che giudizio fu il mio! come si può essere ingiusti!_

Ed avvicinatosi all'Anfossi nel piccolo tragitto dal punto ove eravamo

alla porta per cui si doveva traversare un cortile, gli disse molte

gentilezze e s'accomiatò da lui con profondo inchino come per emendare

l'erroneo suo giudizio avanti a sè stesso ed avanti a me ch'era l'unico

che lo conosceva. Rientrati in città, i tre compagni giunti presso

la Croce Rossa si divisero da noi, io voleva che andassimo a casa

Taverna, ma l'Anfossi mi chiese di condurlo in piazza del Duomo; cercai

di persuaderlo ch'era inutile, ma, insistendo egli, dovetti andare, e

discendemmo lungo il Monte Napoleone e la corsia dei Servi. Arrivato

al Duomo non fu ancora contento: _E di là dove si va?_ mi richiese,

accennando alla via del Cappello: _Verso il centro_, risposi. _Vediamo

anche quella strada_, soggiunse; indi volle andare ancor più in là,

finchè arrivammo all'osteria del Falcone.

A quel punto gli dissi risolutamente: _Non vado più avanti; non vi è

scopo alcuno; voi siete stanco e lo sono anch'io, ritorniamo_. — _Avete

ragione_, mi rispose, e ritornammo. Si noti che anche quelle vie erano

più o meno irte di barricate. Al ritorno, nello sboccar sulla piazza

del Palazzo Reale, venendo dalla via del Cappello, ci si presentò il

fianco sinistro del Duomo in tutta la sua maestà, illuminato dalla

luna, essendo in quel momento, ed in quel punto, il cielo limpidissimo.

Ci fermammo un istante. — _Oh, è proprio imponente_, esclamò. — Andammo

quindi difilati a casa Taverna. Era già passata la mezza notte: al

nostro arrivo trovammo la prima sala tutta coperta di dormenti stesi a

terra su materassi. Si alzò uno di essi e ci fece passare nella seconda

sala, ove ci indicò un posto capace per due persone. L'Anfossi giunto

avanti quello, si lasciò cadere precisamente come fosse colpito da una

palla, e come cadde si addormentò immediatamente. Io mi coricai vicino

a lui. All'alba eravamo di nuovo in piedi. Uscimmo assieme, ma poi

ci dividemmo; io andai a far un'ispezione verso Porta Tosa[15], non

rammento ove andasse l'Anfossi, ma ci demmo appuntamento verso le 10 in

casa Vidiserti, che già prima era un luogo di convegno dei combattenti.

Nulla di essenziale in quel mattino avvenne nel cerchio ove mi trovai

io, ben s'intende, dacchè non parlo che di avvenimenti dei quali sono

stato testimonio oculare.

All'ora convenuta io mi recai in casa Vidiserti. Poco dopo viene un

signore da parte del Governo Provvisorio e mi annuncia che io sono

nominato membro del Comitato di Difesa, colla missione speciale di

_Direttore delle pattuglie e delle ronde_. Ci penso un istante e

poi dico che mi è impossibile accettare quell'incarico. _Per farsi

obbedire_, dissi, _conviene esser conosciuto od aver tali distintivi

esterni già noti, che indichino il grado, l'autorità, senza di che

ognuno ha diritto di dire: Chi è lei? Con qual diritto comanda?

In questi momenti bisogna prendere persone note alle masse delle

popolazioni, sicchè non sia necessario spiegare anzitutto la propria

individualità._ L'altro insisteva ed io teneva fermo, quando arriva

l'Anfossi puntuale al suo convegno. Io gli espongo la richiesta di quel

signore e come io non accettassi. Dapprima l'Anfossi: _Fate bene_,

disse, _state con me_; parole che mi rallegrarono, ma poi rimasto

un poco sopra pensiero, soggiunse: _No, dovete accettare_. Allora io

ripresi i miei ragionamenti; _Credetemi, io sarò nell'impossibilità di

agire; ma come volete che io sia conosciuto? Credete voi possibile che

la notizia di questa nomina si spanda tosto per Milano, che la gente ci

badi? E poi qual distintivo indica tale autorità? Come ordinerò io ad

un combattente di venir con me?_ L'incaricato del Governo, incoraggiato

dall'aiuto dell'Anfossi, insistette, e soggiunse, che trattandosi

appunto di fare l'organizzazione, il Governo si doveva rivolgere a

quelli che aveva imparato a conoscere. L'Anfossi troncò la questione

con uno di quelli argomenti che sono irresistibili: _Voi dovete

accettare_, disse, _perchè infine è uno dei posti più pericolosi_.

Quella ragione non cambiava punto la sostanza delle mie obbiezioni,

ma, come ripeto, metteva innanzi un argomento irresistibile. _Vedrete_,

dissi, _che non potrò far di più di quello che faccio ora_, ma dovetti

accettare. L'Anfossi venne chiamato dal Governo Provvisorio, e partì.

Io meditai tosto sulla possibilità di pur organizzare qualche cosa

anche per le pattuglie, ma toccai subito con mano, quanto fosse cosa

difficile. Le vie che facevano capo ai luoghi occupati dai Tedeschi

erano tutte coperte di barricate; la lotta era ridotta alle fucilate

e cannonate; avveniva in punti lontanissimi l'uno dall'altro, a Porta

Tosa, a S. Vicenzino, a Porta Ticinese; tutte le vie di communicazione

erano chiuse dalle barricate, sì che bisognavano ore e molte per

andare dall'uno all'altro luogo; la lotta generale nei primi giorni si

era resa locale, come richiedeva la stessa sua natura. Non pertanto

io ravvisava indispensabile un centro, e l'avere a disposizione un

nucleo d'armati, una specie di riserva certa, che non esisteva e che

non si poteva improvvisare. Tuttavolta mi tracciai un abbozzo di ciò

che si sarebbe dovuto fare; ma che? Il messo del Governo, sì tosto

ch'ebbe avuta la risposta affermativa, se ne era andato. Era colà un

altro membro del Comitato, certo signor Ceroni, che fu poi uffiziale

superiore nell'esercito, ed anzi era stato nominato direttore in

capo, ed eravi pure un altro membro del nuovo Comitato. Io avrei

voluto che fra noi ci intendessimo, ma fu impossibile. L'uno fu subito

chiamato per una ragione, l'altro aveva da trovarsi in un tal luogo

per un'altra; sì che nulla si potè concertare, e la cosa sola che fu

possibile combinare fu di far capo sempre lì in quella stanza, e se

non ci veniva fatto d'ivi incontrarci, scrivere. Andai quindi a casa

Taverna che è vicinissima, poichè la casa Vidiserti ha una fronte sul

Monte Napoleone e un'altra sulla via de' Bigli, la medesima dove si

trovava la casa Taverna ove sedeva il Governo Provvisorio.

Ivi appresi una notizia importante, quella che l'esercito piemontese

si metteva in moto. Questa notizia era stata portata dal conte Enrico

Martini che veniva da Torino ed era penetrato in Milano coll'aiuto

di un impiegato di dogana (come mi narrò più tardi egli stesso) che

lo fece passare per un varco fra i più bassi del bastione di Porta

Ticinese. Quale effetto dovesse fare su di me quella notizia è facile

l'indovinarlo. Io era stato sorpreso dalla rivoluzione di Milano, che

non entravo punto in tutto quel complesso di progetti, di scritti,

di concerti intorno a cui mi affaccendavo da sì gran tempo, non

risparmiando spese, fatiche, viaggi. Certo al punto al quale eravamo

allora arrivati, la rivoluzione si appalesava come un sublime episodio,

ma non cambiava le mie convinzioni che solo sul campo di battaglia

si sarebbero decise le sorti del paese e nulla di serio poteva

conchiudersi senza un esercito regolare.

Il 5 marzo, prima di abbandonar Torino, io aveva avuta l'assicurazione

dal conte di Castagneto che Carlo Alberto era risoluto a far la guerra;

io dunque non sognava, non sospirava che la calata dell'esercito

piemontese: ma per quanto mi facessi a sollecitar quel passo, non

ignorava le difficoltà che si incontrano nel riunire un esercito, nel

determinare bene tutte quelle disposizioni che precedono l'entrata in

campagna e la formale dichiarazione di guerra. Il piccolo Piemonte

doveva sfidar la potentissima Austria; il che oggi ancora sembra un

ardimento sì sconfinato da toccare alla follìa. Infatti un giovine

d'oggigiorno che non conoscesse per tradizione, e per gli studî fatti,

lo stato degli animi d'allora, le condizioni strane, inattese, nelle

quali si trovò quel potente impero minacciato non già solo in Italia,

ma in Boemia, in Ungheria e nella stessa Austria, anzi, nel suo cuore,

a Vienna; quel giovine, dico, pel quale que' tempi sono già lontani,

durerebbe fatica a spiegarsi il fatto, considerandolo isolato. Ma

que' periodi nella vita de' popoli durante i quali tutto si sposta o

minaccia spostarsi, non durano a lungo, e fortunati coloro che sanno

approfittarne volgendoli a benefizio di una grande causa! Noi eravamo

allora in uno di que' periodi; le autorità supreme a Vienna erano

incerte e smarrite; la disciplina delle milizie era scossa, e se forse

lo era meno di quello che si credeva, ad ogni modo, quella persuasione

contribuiva a dar coraggio. Dall'altro lato, ossia dal canto nostro,

tutto pareva che accennasse a concordia ed abnegazione: non si parlava

che di pace e fratellanza, e le popolazioni parevano pronte a sacrifici

d'ogni maniera; da ogni ordine di persone si voleva contribuire alle

necessità della patria. Con queste ragioni, che altro non sono se

non uno dei raggi della luce che rischiara quel periodo, si spiegano

que' moti arditi e quelle infuocate speranze. Dal momento che ebbi

la certezza dell'arrivo dell'esercito piemontese, io non titubai un

istante a credere che gli Austriaci si sarebbero ritirati verso la

base naturale delle loro operazioni, verso le fortezze, nel famoso

quadrilatero. Come italiano non amava certo il Radetzky, ma avevo

stima de' suoi talenti militari, e sopratutto della sua fredda calma;

come giudicassi lo Schönhals, ch'era il suo capo di stato maggiore, lo

prova la mia lettera anteriore allo scoppio della rivoluzione; io era

dunque persuaso che uomini simili non si sarebbero lasciati cogliere

a Milano da un esercito regolare. La certezza del fatto m'aveva infuso

nuovo ardore, andai a più d'una barricata annunciando la buona nuova e

commentandola. Quand'ecco spandersi per la città la notizia di stragi

seguite nella canonica di S. Bartolomeo precisamente dov'ero stato

la sera innanzi coll'Anfossi. Io vado al mio ufficio e sento che quel

luogo era stato invaso, e vi si era ucciso un sacerdote. _Ma del posto

sul campanile che avvenne?_ chiesi tosto. _Crediamo siasi salvato

per i tetti_, mi risposero. Pensai allora che al Governo dovevano

aver notizie più esatte, ed andai a casa Taverna. Seppi colà che i

Tedeschi stanziati alla Zecca, erano venuti in numero di cinquanta

circa, guidati da un ufficiale, fino alla canonica di S. Bartolomeo,

non già per la pubblica via, ma attraverso i giardini ed orti che

occupavano grande parte di quello spazio che stendevasi da quella

chiesa alla Zecca dietro la linea dei caseggiati della contrada allora

chiamata la Cavalchina[16]. Giunti inosservati alla canonica, annesse

alla quale erano altre abitazioni di privati, fecero prigionieri

quante persone trovarono, e le condussero in chiesa quali ostaggi;

lo scopo principale della spedizione era il posto sul campanile, per

far cessare quel continuo scampanìo a stormo. Ma fortunatamente i

giovani da quella sommità avevano veduto i soldati allorchè davano la

scalata all'ultimo muro divisorio ed erano stati in tempo per salvarsi

passando, dicevasi allora, sui tetti delle case che si collegavano

al campanile. Gli ostaggi, dopo essere stati tenuti in chiesa qualche

tempo, erano stati messi in libertà; ma intanto alcuni soldati si erano

introdotti nelle case, ed uno d'essi aveva ucciso un povero prete,

il predicatore quaresimale a S. Bartolomeo. Il fatto era poi stato

ingrandito, come avviene, e si parlava di eccidii di più persone e di

minaccie speciali ai preti, ma in realtà si limitò a quell'invadimento

e a quell'uccisione. La storia non finiva con quell'avvenimento, e

si parlava anche d'un soldato ferito portato in chiesa ma in modo

così confuso da non poterne cavare alcun costrutto. La sorte del

povero predicatore era certo deplorevole, e quell'aggressione ebbe

un carattere veramente selvaggio. Io mi consolai che l'ucciso non

fosse il parroco, e che i giovani del posto sul campanile avessero

potuto sottrarsi. I Tedeschi erano ritornati per la stessa via al

loro posto della Zecca, nè potevano andarvi altrimenti perchè la via

della Cavalchina era dominata dal corpo dei tiratori posto sopra i

Portoni, che rimase sempre ben guarnito. Io mi trovava precisamente in

casa Taverna allorchè arrivò il maggiore croato, latore della famosa

proposta di Radetzky di sospendere per tre giorni l'ostilità. Egli

ignorava il fatto di S. Bartolomeo venendo da tutt'altra parte, ma si

può facilmente immaginarsi come venne ricevuto. Il presidente Casati si

lamentò di quelle barbarie: l'ufficiale cercò di scusare la cosa come

meglio potè, assicurando che sarebbero dati ordini severi perchè non si

rinnovassero simili scene.

Ricordi intorno alle Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo 1848) Seconda edizione con aggiunte · 第 14 / 45 题