L'autore con Augusto Anfossi, capo dei combattenti, si recano
al Comando Generale nella via di Brera per intimare la resa
ad un battaglione di Ungheresi, ma senza frutto — Alla sera
del 19 l'autore è chiamato a giudicare uno scritto del vice
Presidente O'Donnell, ritenuto prigioniero in casa Taverna,
sede del Municipio — Il 20 marzo i Tedeschi abbandonano
la Polizia ed il Duomo; l'autore reca la prima bandiera
tricolore sul Duomo — Il Municipio si trasforma in Governo
Provvisorio.
Amico del padrone di casa, il conte Taverna, e del Giulini, conoscente
di buona parte degli altri, non solo venni lasciato passare, ma fui
introdotto nella sala principale, ove stavano riuniti i membri del
Municipio, ed era una stanza piuttosto grande che dava sul giardino.
Era quasi piena di gente, con un continuo andirivieni; animatissimi
erano i discorsi: chi narrava una cosa, chi l'altra, allorquando, forse
un quarto d'ora e non più dopo il mio arrivo, entrano due cittadini,
annunciando che sul piazzaletto avanti al Gran Comando[12], a Brera,
eravi una quantità di soldati che venivano ad atti fraterni colla
popolazione, e soggiungendo essere essi certi che se alcuno rivestito
di qualche autorità si fosse presentato, ed avesse intimata la resa,
il colpo non falliva. Parlavano con tale convinzione che non mancarono
di far tosto un grande effetto su tutti. _Ma come possono dir questo?_
chiese, non rammento se il Casati od altro, ma certo uno del Municipio;
_da quali fatti lo arguiscono?_
_Lo dicono_, risposero essi, _i soldati stessi_.
_Ma sono Italiani?_
_Sono Ungheresi ed Italiani. Ritengano che si arrendono; ma converrebbe
che andasse uno che conosce il tedesco, perchè gli ufficiali sono
tedeschi._
Erano momenti nei quali tutto si credeva possibile; da un giorno e
mezzo si erano già vedute tante cose, dapprima giudicate impossibili,
che si cominciò ad accogliere anche quell'idea.
_Mi dicano_, chiesi io, _sono molti?_
_Molti; è pieno tutto il piazzaletto avanti al Gran Comando._
_Sono mescolati i soldati alla popolazione?_ domandai io di nuovo.
_Questo no, perchè hanno paura degli ufficiali; ma alcuni che hanno
girato il canto di casa Castelbarco parlano coi cittadini._
_Davvero, se riuscisse_, dissi io, _sarebbe un bel colpo_. Or siccome
io aveva dovuto stare inerte mezza giornata, credetti che spettasse a
me l'arrischiarmi a far qualcosa di segnalato; onde rivolto al Casati:
_Signor podestà_, gli dissi, _vado io_. Dapprima v'ebbe un momentaneo
silenzio, ma tosto fu rotto da diverse esclamazioni di _bravo, bene!_
Io mi apparecchiava ad andare senz'altro; quando, fra la folla si
fa largo una persona che non avevo veduta mai, grande, con volto
abbronzito e pieno d'espressione, che mi dice: _Vengo anch'io_. Uno
del Municipio me lo presenta e mi dice: _Questo è il signor Anfossi_;
e presenta me a lui. Gli stendo la mano, e dico: _Andiamo_. Quando
appresi che vi erano Ungheresi, pensai che sarebbe bene rivolger loro
il saluto sempre caro all'orecchio ungherese, di _Eljen Madjar_, che
significa: _Evviva l'Ungheria_; ma, temendo di non pronunciarlo bene,
mi rivolsi ad un Litta Modigliani, ivi presente ch'era stato a Vienna,
ed in diplomazia, e gli chiesi se il mio modo di pronunciarlo andava
bene. Mi rispose che sì, ed armato di quel solo talismano, confidando
nella fortuna, ci ponemmo in cammino io e l'Anfossi; nessun altro
ci seguì. Usciti dalla via de' Bigli, ed avendo appreso che tutta la
via di Brera era occupata dai Tedeschi, andammo per le vie di Croce
Rossa, Borgo Nuovo e Fiori chiari, e sboccammo sulla larga via avanti
al palazzo di Brera. Colà arrivati, io trassi il fazzoletto bianco
che teneva alto in segno che venivamo con intenzioni pacifiche, ed
andammo diritti verso il fitto della soldatesca, che, del resto, era
totalmente separata dai cittadini. Al primo arrivare io pronunciai,
con tutto l'entusiasmo possibile, l'_Eljen Madjar_, gettandomi in mezzo
agli Ungheresi che in realtà formavano la grandissima parte di quella
truppa, e, per verità, v'ebbe un istante che credetti che il colpo
andasse bene. _Eljen, eljen!_ risposero non so quanti, e mi stringevano
la mano. Rivoltomi ad un maggiore che comandava quella truppa, ch'era
un battaglione intero, lo salutai col miglior garbo possibile, e quindi
entrai in argomento, dicendogli che, al punto in cui erano le cose,
mi pareva che l'umanità esigesse di non fare inutili sacrifici, e
perciò si arrendesse, e stesse certo che se gli avrebbero avuti tutti i
riguardi possibili. Il maggiore si trovava precisamente presso la prima
porta, sempre chiusa, che si incontra venendo dal centro della città;
piovigginava, ed egli era chiuso in un gran mantello impermeabile. Mi
ascoltò con mirabile freddezza, senza far gesto o movimento di sorta,
guardandomi con un'espressione piuttosto di curiosità che altro e
quand'ebbi finito: _No_, rispose, _non lo posso: non fate ostilità voi
e non ne faremo noi_.
Io rimasi sorpreso di questa risposta e la partecipai all'Anfossi. Un
gran cerchio di soldati s'era fatto attorno a noi. Rimanemmo alcuni
istanti perplessi, quando l'Anfossi si curva su di me e mi dice a bassa
voce: _Caro mio, andiamo; ci potrebbero condurre in castello_.
Nulla di certo avrebbe potuto impedirlo; ma non solo a me non era
passato pel capo quel pericolo, ma anche dopo che l'Anfossi mi rese
avvertito, non lo temetti, e ciò per la ragione che l'ufficiale
aveva pronunciate quelle parole con un'inflessione di voce quasi
dolce. L'Anfossi, che non conosceva il tedesco, non poteva trarne la
conseguenza trattane da me, che, in fondo, non solo non fosse ostile,
ma quasi desideroso di componimento. _Voglio tentare ancora_, dissi
all'Anfossi; ma egli non aspettò, e se ne partì. Avvicinatomi di nuovo
all'ufficiale, cominciai con un argomento che parevami della più chiara
evidenza: _È impossibile_, gli dissi, _che possiamo rimanere in tale
stato di cose: conviene che si venga ad una conclusione_; e tornai al
solito argomento de' poveri soldati sacrificati inutilmente, ma tutto
fu inutile. Ascoltò di nuovo la mia omelia, colla stessa freddezza, e
poi rispose: _Non fate nulla a noi, e noi non faremo nulla a voi_; ma
questa volta in modo più risoluto. Compresi che non mi rimaneva che
d'andarmene col mio fiasco. Salutato il maggiore, che rispose al mio
saluto, ripresi la stessa via che aveva fatto venendo. La piazzetta
avanti al Comando generale, fiancheggiata ora da una casa nuova alta,
lo era in allora da una chiesa o cappella intitolata a S. Eusebio ed
unita a casa Castelbarco, ed aveva arrotondato il canto, fra la stessa
piazza e la vicina di Brera. Girando quel canto, quasi di nascosto,
alcuni soldati si erano recati sul davanti di casa Castelbarco, ove
più non erano veduti dagli ufficiali. Io mi tenni presso quel lato, e
appena mi trovai fuori dallo sguardo degli uffiziali mi vidi avvicinato
da quattro soldati; uno italiano, gli altri Ungheresi. Mi balenò un
lampo di speranza, che almeno una conquista in piccolo io la potessi
fare, inducendo que' soldati a venir meco; ma, quale illusione! essi
mi chiesero tabacco. Io non ne aveva, perchè non fumo; epperò loro
dissi fra lo scherzo ed il serio: _Venite con me, e ve ne darò quanto
ne volete_; ma non vennero; solo l'italiano voleva che tentassi ancora
di persuadere l'ufficiale, ma gli risposi ch'era tempo perduto. Quel
piccolo fatto però accaduto a me stesso, mi spiegò come que' cittadini,
venuti colla piena convinzione che il colpo potesse riuscire, erano
in buona fede, e sbagliavano solo nel giudicare la condotta passibile
degli ufficiali. Tornando malinconico su' miei passi, pensava
all'efficacia della disciplina. Non pertanto, volli render conto della
mia missione ai membri del Municipio, che fino allora non avevano altra
veste. Il Casati mi ringraziò, e mi comunicò che mi avevano nominato
aiutante dell'Anfossi, il quale faceva da capo: eravi anche un altro
aiutante, del quale ho dimenticato il nome, ma che vidi, dopo il 1860,
maggiore nella guardia nazionale di Milano. Benchè il colpo andasse
fallito, non aveva mancato di fornirmi una prova che il morale de'
nostri sì potenti nemici era scosso; la risposta datami dal maggiore
non voleva uscirmi dal capo; una sospensione delle ostilità, senza
che l'una o l'altra parte rimanesse padrona della situazione, era
inconcepibile. Nel fondo io ci vedeva l'irresoluzione, e mi pareva già
molto.
La giornata del 19 volgeva alla fine; era stata importante; sopratutto
per il successo a Porta Nuova, dovuto principalmente all'Anfossi.
Quegli archi che i Milanesi chiamano _Portoni_, rappresentano, o,
diremo meglio, richiamano una delle conquiste più felici di que'
giorni; padroni di essi, noi avemmo una linea decisa di difesa. Dopo
essere uscito di nuovo, e fatta non mi rammento bene quale ispezione,
tornai a casa Taverna, ed entrato nella prima sala che trovasi
dopo il piccolo corridoio che s'incontra al primo piano, sentii il
Giulini che esclamava: _È qui il Torelli; ci rimettiamo a lui_. Come
è facile il supporre, io non compresi nulla di quella frase, ch'era
evidentemente la conclusione di qualche discussione; or ecco che
cosa vi aveva dato origine. Io ho già narrato come il Municipio,
ritirandosi dal palazzo di Governo, conducesse seco ostaggio il Vice
Presidente conte O'Donnell; in casa Taverna gli era stata assegnata
una bella stanza al primo piano con prospetto sul giardino attigua a
quella ove sedeva il Municipio stesso. Quantunque non potesse uscire
era vigilato anche colà da una guardia e questa avendolo veduto a
scrivere, mise il campo a rumore e provocò osservazioni e consulte.
Tosto taluno propose di impadronirsi dello scritto; altri reputava il
passo troppo duro, dacchè qualunque cosa avesse scritto, non ne poteva
sorger guaio non comunicando egli con nessuno. Si insisteva da una
parte e dall'altra; finalmente si venne ad una specie di compromesso
e fu questo, che si mostrasse lo scritto a persona di confidenza del
Municipio, e se questa assicurava che nulla conteneva da tornare a
nostro danno, si restituisse senza chieder conto dell'argomento. Lo
scritto era in tedesco, e fu giuocoforza andar in cerca di qualcuno
che conoscesse tal lingua. Io arrivai a caso in quell'istante e
veduto dal Giulini, gli diedi causa di uscire in quell'esclamazione
che al momento doveva essermi inesplicabile. Io era così lontano
dall'attendermi quell'incarico, chè sino a quel punto ignorava
completamente che l'ostaggio fosse colà e per di più non aveva veduto
mai quel personaggio. Accettai però l'incarico, che infine era la
mitigazione di un atto veramente duro, quale sarebbe stato quello di
togliergli senz'altro lo scritto. La stanza assegnata al prigioniero
era prossima ad un gabinetto stretto stretto che serviva da studio
all'ottimo Carlo Taverna, diviso solo per una scala interna, da quella.
Il prigioniero che il giorno innanzi era ancora il capo del Governo
di tutta la Lombardia e di diritto lo era ancora, fu fatto passare
in quel gabinetto ov'ebbe luogo il mio incontro con lui; egli era
accompagnato dal conte Casati che doveva presentarmi. In quali termini
fosse prima stata annunciata all'O'Donnell quella determinazione, io lo
ignoro; ma rammento in modo preciso che entrando nel gabinetto disse al
Casati queste parole: _Veggo che mi trattano proprio da prigioniero_.
Il buon Casati gli rispose protestando ed insinuandogli che volesse
far ragione alle circostanze ed alle difficoltà della sua posizione;
poi, molto commosso, sedette su un piccolo sofà. Io ed il prigioniero
ci avvicinammo ad un tavolino presso la finestra sul quale eravi una
lampada, ed egli estrasse il manoscritto che cominciò a leggere:
ma io lo interruppi dicendo: _Non permetto ch'ella si scomodi; la
scrittura è chiara; voglia favorirmela_. Il tono col quale pronunciai
quelle parole, esprimeva spiccatamente il rispetto alla sventura e
lo rincorò; sicchè a sua volta mi consegnò lo scritto con tale atto
che significava: Vi ringrazio del vostro contegno. Lo scritto era
una narrazione degli avvenimenti, un rapporto diretto al Ministero
di Vienna; ma in esso non era cosa alcuna in aggravio del Municipio
e dei cittadini, e invece ei si lagnava amaramente della polizia,
asserendo che essa non aveva mai conosciuto lo spirito pubblico,
correndo dietro a dicerie su tali e tali persone ed a pettegolezzi.
Il racconto giungeva sino al momento dell'abbandono forzato del
palazzo di Governo, e faceva precisamente menzione anche dell'arrivo
dell'arcivescovo, notando come avesse una coccarda tricolore sul
cappello (io l'aveva veduta alla bottoniera, ma l'O'Donnell diceva
positivamente sul _cappello_: credo che l'avesse in entrambi i luoghi).
Letta che ebbi quella relazione, dichiarai che conteneva assolutamente
nulla che potesse comprometterci; al momento non volli però dar conto
a nessuno del contenuto; lo narrai più tardi, finita la lotta, non
essendovi più ragione alcuna di farne un segreto. La soluzione venne
comunicata all'O'Donnell, al quale fu restituito il manoscritto me
presente, e parve esilararsi; era una bella persona e sopportava con
dignità la sua sventura. Uscito di nuovo coll'Anfossi, facemmo una
ispezione; poi, essendo già la notte molto avanzata, rientrammo e ci
coricammo nell'angolo di una sala e prendemmo alcune ore di riposo.
Il domani (20) eravamo in piedi prima dell'alba; io andai ai Portoni
di Porta Nuova ed a S. Babila, diedi alcune disposizioni e ritornai
a casa Taverna sempre di buon'ora. Al mio arrivo vidi un agitarsi
insolito nell'atrio e nel cortile, ove si udivano le parole _polizia_,
_duomo_: affrettatomi a salir le scale trovai la prima sala piena ed
appresi che i Tedeschi durante la notte avevano abbandonato la Polizia
ed il Duomo; tutti però non vi prestavano fede, e molti la credevano
una finzione, un'astuzia per attirare i cittadini e farne poi man
bassa. La Polizia ed il Duomo erano due punti essenzialissimi. Qui
è d'uopo però spiegare la parola _Polizia_. La gioventù e le persone
in genere che non hanno oltrepassato i 40 anni[13] non possono averne
un'idea esatta. Chiamavasi _Polizia_ tutto il complesso dei fabbricati
nella via Santa Margherita ove si trovavano gli uffici che in oggi
si chiamano di _Sicurezza pubblica_, non che le carceri preventive
e correzionali; ma il concetto che il popolo aveva di quell'insieme,
le idee che destava il nome di _polizia_ erano ben diverse da quelle
che desta la moderna denominazione. Oggi tutti sanno che nelle
carceri ovunque siano, non si conducono che quelli i quali attentano
alla vostra proprietà ed alla vostra vita; ma allora!! Si figuri il
giovine lettore che la frase: _L'hanno condotto in Santa Margherita_,
equivaleva a dire: _Per un pezzo quell'uomo non vede più luce_, — _è
scomparso_, — _starà a Milano, verrà condotto lontano, nessuno lo sa_.
Prima del 1848 non si andava però sino a temere della vita: nessuno
venne ucciso, come direbbesi, alla sordina, ad uso del medio evo.
L'Austria aveva fatto processi politici più o meno regolari, prima
d'allora; vi erano state condanne a morte, ma nessuna esecuzione; più
tardi vennero anche queste, ma fino al 1848 il patibolo non era stato
asceso di fatto da nessuno; non pertanto l'essere messo in prigione per
ragioni politiche, l'esser condotto a Santa Margherita era cosa che
faceva spavento. Fra gli agenti di polizia i più detestati erano gli
Italiani. Il popolo col suo buon senso comprendeva ch'era impossibile
che i Tedeschi ci potessero amare o potessero ammettere il nostro
diritto di voler comandar noi a casa nostra; ma non poteva tollerare
che gli Italiani fossero più zelanti persecutori de' Tedeschi stessi.
Vi erano commissarî di polizia che avevano accumulato sul loro capo un
odio indescrivibile; i nomi del Bolza e del De Betta erano popolarmente
esecrati, nè ci aveva classe di persone che non li conoscesse. Era
allora capo della polizia il barone Torresani Lanzenfeld, tirolese.
Non credo che personalmente fosse un cattivo uomo; ma aveva usurpata
la fama di uomo molto abile, non essendolo punto, come osservò lo
stesso O'Donnell. Il caseggiato materiale di Santa Margherita si
estendeva molto addentro dalla parte ove erano le carceri; non eravi
una divisione precisa fra carceri comuni e politiche; nella prima
che si trovava esser libera si metteva l'uno o l'altro arrestato,
senza però mescolare i detenuti, almeno per norma generale. Comunque
sia, in tutte le sfere della società il nome di Santa Margherita era
conosciuto e temuto. Allo scoppiar della rivoluzione quel locale, già
sempre ben munito, era stato rinforzato con truppe e si era difeso con
danno non piccolo dei cittadini; all'udire che lo avevano abbandonato
volontariamente durante la notte, sorse quel dubbio d'un tranello,
diviso dalla grande maggioranza degli accorsi a dare la notizia. Quanto
al Duomo era la stessa cosa. Il Duomo, quella meravigliosa cattedrale,
che è il vanto secolare di Milano, e s'identifica talmente con tutto
il suo essere passato e presente, che volendosi rappresentar la città
per mezzo d'un monumento, si sceglie sempre quella mole marmorea
cotanto caratteristica perchè gigantesca e gentile ad un tempo; il
Duomo, dico, ebbe una larga parte nella rivoluzione del 1848. Allorchè
scoppiarono i primi moti, il posto del Palazzo reale al fianco sinistro
del Duomo, venne rinforzato con truppa ed artiglieria. Vicino al
Palazzo reale havvi l'Arcivescovado, che i Tedeschi occupavano del
pari, tenendosi così padroni del vasto tratto compreso fra la via
dei Restelli, la via Larga, Piazza Fontana ed il fianco sinistro del
Duomo. Dall'Arcivescovado si entra in Duomo per mezzo di un passaggio
sotterraneo comodissimo, aperto, se non sempre, in molte occasioni
festive al pubblico; i Tedeschi entrarono per quel passaggio nella
chiesa e sbarrarono le porte, con che trasformarono il Duomo in una
vera fortezza. La parte superiore, che forma un seguito di vie, di
piazze, di androni di marmo lavorato con l'arte più squisita, divenne
la loro rôcca, il loro campo principale, il centro del loro fuoco.
Le innumerevoli guglie erano le loro barricate, e giammai, dacchè
si combattè dietro barricate, ve n'ebbero di così preziose. Non si
ha che a gettare uno sguardo su quel gigante che domina Milano, per
comprendere che cosa si poteva fare essendo padroni di quell'altura,
ove si può circolare con tutta sicurezza e che si presta egualmente
all'offesa ed alla difesa. Vi salirono cacciatori e fecero molto male,
sopratutto il primo giorno. Nella notte dal 19 al 20 abbandonarono
non solo quella posizione ch'era fortissima, ma tutto il circuito in
loro possesso, ossia il Palazzo reale e l'Arcivescovado. Se non che
per la stessa ragione adotta per la Polizia non si voleva credere alla
sincerità dell'abbandono. Si discuteva in casa Taverna sul da farsi:
taluno voleva che si accertasse subito il fatto; altri consigliava la
prudenza, dacchè presto la cosa si sarebbe chiarita senza sacrificar
nessuno; ma l'Anfossi, perduta la pazienza: _Finiamola_, disse, _io
vado alla Polizia e Torelli andrà al Duomo_. Detto fatto ci poniamo
in cammino. Ei volge a destra per la via S. Vittore 40 martiri[14]
ed io prendo la via S. Pietro all'Orto, perchè era la meno ingombra
di barricate. Essa sbocca sul Corso, che legalmente allora doveva
chiamarsi Corso Francesco, ma che il pubblico chiamava sempre, come
dissi, col nome antico e storico di Corsia de' Servi. Durante la
traversata della via di S. Pietro all'Orto, pensai che sarebbe stato
utile il munirmi d'una bandiera, onde arrivando sulla grande guglia
ove aveva deliberato di salire, potessi dar con quella un segnale anche
ai lontani, che i cittadini erano padroni del Duomo. Allorchè sboccai
sulla detta Corsia mi si presentò una scena molto animata; quasi tutti
i terrazzini, e non havvi casa che colà non ne abbia, erano pieni di
gente, uomini, donne, giovani, vecchi; parlavano forte, gesticolavano,
mostravano il loro tripudio; la notizia dell'abbandono del Duomo era
corsa ma congiunta ancora al sospetto che l'abbandono fosse simulato;
chi credeva, chi non credeva. Nella via vi era pochissima gente.
Recatomi sotto uno dei terrazzini, tappezzato di bandiere tricolori
e credo in vicinanza dell'Uomo di Pietra, pregai che mi si desse
una bandiera annunciando che voleva portarla sul Duomo. _Subito_,
mi rispose una signora molto gentile, e mi porse una bandiera. Era
di discreta grandezza con la sua asta proporzionata. Allorchè mi
avviava sempre solo, incontrai un giovine che aveva conosciuto alla
barricata di San Babila: gli dissi che andava sul Duomo e se voleva
accompagnarmi. _Accetto_, rispose, e continuammo assieme; il Duomo
ci era sempre in vista e già divorava cogli occhi la cupola, quando
arrivato allo sbocco della via di S. Radegonda sentii alcuni a dire:
_Ma dove va? — Sul Duomo_, risposi io. — _Ma badi che ci sono ancora
i Tedeschi._ A quel punto noi eravamo arrivati al fianco stesso del
Duomo, ed io studiava il passo perchè ero impazientissimo; ma giunto
a poca distanza dal _Coperto dei Figini_ alcuni cittadini, accortisi
ch'ero risoluto ad entrar in Duomo mi gridarono: _No, no, per carità,
vi è tradimento... vi è tradimento! Badi alla mina._ — Frattanto io
aveva percorso tutto il fianco e, giunto alla fronte, vidi aperta
la porta della chiesa e qualcuno sulla soglia. _Ebbene_, dissi ai
cittadini che dal portico dei Figini mi gridavano di non andare, _io
dico che sul Duomo non vi è più nessuno_. Era evidente che chiunque vi
fosse stato poteva dirsi un uomo perduto; ora i Tedeschi sapevano far
troppo bene la guerra per commettere simili errori. Pienamente persuaso
che nessuno più non vi fosse, e pressato dall'ansia di dare il famoso
segnale, salii di corsa la gradinata ed entrai in Duomo per la seconda
porta.
A quel punto eramisi aggiunto un terzo compagno, precisamente al
momento che girato il fianco del Duomo giudicai ch'esso era libero;
ed era un mio fratello per nome Giovanni Battista, il quale dimorava
nel borgo Monforte, e avendo preso parte al combattimento, veniva
a veder che cosa accadeva nel centro della città. _Vieni anche tu_,
gli dissi, e venne. Io precedeva i compagni colla bandiera e salii il
primo la stretta scala granitica che riesce al vertice del Duomo con
interminabili piccoli ripiani ove a stento possono darsi il cambio
due persone. Non so quanto tempo impiegassi, ma di fermo ben poco. Io
aveva una certa famigliarità col Duomo, perchè non passava mai anno
che in qualche limpida giornata non mi recassi sulla maggior guglia
a contemplare il bellissimo panorama che da quella si gode; il che
mi tornò utile assai, poichè chi non ha pratica, può perdere ben
molto tempo prima di trovar la via a superare tutti quei piani che
si incontrano dopo che dalla stretta scala interna si arriva al primo
ripiano.
Oltre l'ansia ben naturale di recare quel famoso segnale, aveva in
mira di persuadere al più presto possibile del loro errore i gridatori
_al tradimento; alla mina_. Giunto sul primo ripiano accennato,
traversai di corsa quella specie di corridoio o galleria marmorea
che si estende da un capo all'altro quanto è lungo il fianco verso
la Piazza Reale, e salii la lunghissima scala scoperta che conduce
al piano superiore. Siccome eravi chi stava all'erta se mi vedevano
arrivare, così non aveva ancor finito di traversar la galleria che
cominciarono gli evviva; io non mi fermai un istante, ma pervenuto alla
sommità della vôlta, andai ritto alla guglia, e salito per quelle scale
a chiocciola, quasi aeree, arrivai ben presto all'ultimo ballatoio
fin dove era possibile di giungere. Quivi feci il giro sventolando la
bandiera, fermandomi poi dalla parte verso la Corsia de' Servi, ove
molti, conoscendo lo scopo della mia missione, stavano sull'avviso. Uno
scoppio prolungato di evviva salutò l'apparire della bandiera. Io avevo
preceduto di qualche poco i miei compagni che tosto mi raggiunsero su
quel pinacolo, e insieme assicurammo a quell'altura la bandiera come
meglio si potè dal lato della Corsia menzionata. Dopo breve riposo
discendemmo, ma con calma, perchè eravamo stanchi. Allorchè dopo
rifatto il cammino allo scoperto, stavamo per discendere per la scala
incassata nello spessor del muro, osservai, a poca distanza dalla
porta, frantumi di bottiglie e tizzoni spenti. Di questi la provenienza
era chiara; i soldati avendo freddo si erano evidentemente riscaldati
accendendo fuoco, al che le molti travi d'ogni dimensione usate per
i ponti de' vari lavori in costruzione avevano loro somministrato il
materiale; non così chiara mi riusciva la presenza di quelle bottiglie,
ma seppi poi la provenienza anche di quelle. Io conosceva certo signor
Angelo Tavola, il quale, impiegato di Corte, avendogli io narrato
quel fatto, mi disse, che il giorno 19 i soldati mandarono a dire che
avevano sete e si inviasse loro da bere. Per far questa mandarono loro
delle bottiglie di Bordò, non rammento bene in qual numero, ma non
poche. Disceso dal Duomo andai a far la mia relazione, ben s'intende,
verbale. Seppi all'Ufficio che anche all'Anfossi era avvenuto la
stessa cosa; si gridò anche a lui di non avventurarsi, ma non diede
ascolto, e trovò il fabbricato interamente sgombro dai Tedeschi.
Frattanto in quello stesso giorno la Congregazione Municipale, che
fino allora non aveva mai parlato che come tale, fece il passo ardito
di trasformarsi in Governo Provvisorio di fatto, benchè nella sua
notificazione non adoperasse ancora quel termine, ma dicesse solo che
_viste le circostanze.... assumeva in via interinale la direzione di
ogni potere allo scopo della pubblica sicurezza_. Ai membri ordinari
della Congregazione, dei quali rammento aver visti in casa Taverna,
oltre il conte Gabrio Casati, podestà, gli assessori Antonio Beretta e
conte Cesare Giulini, aggiunse in via provvisoria i signori Vitaliano
Borromeo, Franco Borgia, Alessandro Porro, Teodoro Lecchi, Giuseppe
Durini, Anselmo Guerrieri, Enrico Guicciardi e Gaetano Strigelli.
Il Governo Provvisorio aveva creduto bene di nominare un Comitato di
guerra per coadiuvarlo, e l'indomani ne nominò altri, uno di difesa,
uno di pubblica sicurezza, uno di finanza, uno di sanità e per ultimo
uno di sussistenza.
Fra i primi atti del Comitato di guerra vi ebbe quello della
pubblicazione d'un ordine del giorno annunciante come il signor
Luigi Torelli di Valtellina ed il signor Scipione Baraggi di Treviso
avessero recato la prima bandiera tricolore sul Duomo. Non posso dire
di certo che la cosa mi spiacesse; ma sino d'allora e dal primo momento
dichiarai che non dava nessuna importanza a quel fatto, non essendo
persuaso che vi fosse a compierlo alcun pericolo; epperò lo ritenni,
più che altro, un favore della fortuna che volle far cadere su di me
quella missione che era stata certo utile, ma non pericolosa e tale da
meritar tanto premio. La sua utilità poi era stata di far noto anche ai
lontani come i cittadini fossero padroni del Duomo. Io credo che quanti
cannocchiali esistevano nella cerchia di molte e molte miglia intorno a
Milano, tutti erano rivolti verso la città ove da due giorni tuonava il
cannone, ove nessuno poteva nè penetrare, nè uscirne. Allorchè videro
quella bandiera, dovettero concludere naturalmente che la fortuna
piegava in favor dei cittadini, poichè se mai vi ebbe fuoco visibile
anche da lontano dovette esser quello fatto dai cacciatori dall'alto
del Duomo.
Ma alla gioia della popolazione per i due fatti accennati dello sgombro
della Polizia e del Duomo, onde era avvenuto che già cominciassero
a popolarsi le vie, sottentrò presto un grande sgomento, allorchè
cominciarono a piovere bombe e granate. Di nuovo si videro le strade
deserte. Il piano dei Tedeschi era chiaro; essi si erano ritirati
appunto perchè volevano bombardare la città; ma o fosse che la polvere
avesse sofferto o per qualsiasi altra causa, il fatto è che poche
granate scoppiavano, talchè lo spavento non durò a lungo. Fatti
speciali degni di menzione non avvennero nella cerchia ove io mi
trovava, solo a notte avanzata l'Anfossi mi propose una spedizione che
merita essere ricordata.