CAPITOLO QUARTO

Il mattino del 19 marzo — L'autore è sequestrato in casa — Modo

col quale si sottrae — Si reca alla barricata di S. Babila —

Combattimento e morte del giovine Broggi. — L'autore si reca

al Municipio, in casa Taverna nella via dei Bigli.

Prima ancora che albeggiasse io era in piedi, risoluto a recarmi

nell'interno della città. Or qual fu la mia sorpresa allorchè seppi

dal portinaio che la casa era tutta circondata da Tedeschi. Per

quanto l'acqua fosse caduta a diluvio, erano venuti durante la notte,

avevano spazzato quella barricata che si era eretta verso sera presso

il ponte e si erano appostati in assai numero e con cannoni, a poca

distanza da quello. Dall'altro lato della casa Ciani havvi il così

detto Boschetto che fa parte del Giardino pubblico ed era pieno esso

pure di soldati, sì che l'uscire era assolutamente impossibile; anzi

era pure occupato un piccolo atrio aperto al pubblico dal lato del

corso, ove si erano ricoverati nella notte quei pochi che avevano

avuto la fortuna di potervi entrare e ripararsi dall'acqua. Siffatta

ricognizione mi contrariò molto, poichè sentivo la fucilata lontana

che cominciò prima ancora che albeggiasse, ma mi fu giuocoforza il

rassegnarmi ad attendere il giorno per verificar meglio la possibilità

di uscire, l'attitudine della truppa, il suo numero e tutto ciò che

potesse darmi lume sulla condizione delle cose. Io abitava un primo

piano del palazzo, ma interno e senza finestre sul corso; m'era

quindi necessità recarmi da qualche vicino il cui alloggio desse sulla

pubblica via, ma non potevo far ciò prima di giorno. All'alba si udì

anche il cannone e precisamente lungo il corso di Porta Orientale

(ora _Porta Venezia_). Abitava nella stessa casa al terzo piano, ma

con appartamento sul corso, il distinto pittore Carlo Bossoli, mio

amico; deliberai recarmi da lui e far la mia ricognizione dall'alto

al basso. Era già levato anch'esso, ed espostogli il mio desiderio,

mi condusse su d'un piccolo terrazzino che dominava sui circostanti

tetti per lungo tratto, non essendo ancora eretta quella gran mole

di caseggiato rosso, alla fine di quell'isolato di case, che più

tardi venne costrutta dallo stesso barone Ciani. Da quel terrazzino

vidi tutta la scena e potei giudicare del combattimento in quelle

parti. Uno dei punti ove lo schioppettìo più spesseggiava, era a S.

Babila, ove vi era lotta colla truppa, padrona della strada di S.

Damiano, non che con quella padrona del corso di Porta Orientale,

la quale componevasi di più battaglioni comandati da un colonnello

che avanzatasi con cannoni sin presso al ponte tirava a mitraglia ed

a palla. Era già chiaro giorno; il cielo era sempre nuvolo, sebbene

la pioggia fosse cessata. L'ispezione mia fu completa, e la feci con

un buon cannocchiale, ma tenendomi al più possibile nascosto, poichè

appena i soldati vedevano una persona od anche soltanto a muoversi

una persiana, subito tiravano, ed erano stesi in catena lungo il corso

dall'una e dall'altra parte col fucile sempre montato. Per quanto non

pensassi anch'io che al modo di combatterli, tuttavia quei poveri

soldati mi facevano compassione; le loro tracolle di pelle eransi

accartocciate come funi sotto il diluvio d'acqua caduto durante la

notte; gli aiutanti andavano e venivano di gran carriera. Di quando

in quando si vedevano soldati portar indietro un ferito, appartenente

a quelle pattuglie che spingevansi avanti a far fuoco contro le

barricate di S. Babila. I cittadini si difendevano bene dacchè erano

al coperto; ma dallo scarso numero dei feriti austriaci, giudicai che

avessero ben poche buone armi, come poi ebbi ad accertarmene, poichè

se anche la distanza non era piccola, pure i Tedeschi combattevano

colà allo scoperto. Verso i bastioni vedevasi un grande andirivieni

di truppe; le porte della città erano chiuse, ma lo stradone detto

di Loreto, che da quell'altura si dominava per lungo tratto, appariva

pieno zeppo di gente, ma disarmata, erano curiosi attirati da quello

spettacolo. Di quando in quando udivasi uno schioppettìo che veniva da

lontani e diversi punti della città, onde era evidente che si eseguiva

un piano concertato la sera innanzi e preparato nella notte. Dopo

esser rimasto là qualche tempo ed avere esaminata ogni cosa, discesi

sconfortato, riconoscendo l'impossibilità di poter uscir di casa da

quel lato. Mi recai allora all'opposto, ossia da quella parte di casa

Ciani che guarda sul Boschetto. Ivi non aveva bisogno di scomodar

nessuno poichè poteva fare ogni esame dal mio appartamento. I soldati

avevano abbandonato il Boschetto, ma non già per lasciarlo libero,

sibbene per dominarlo meglio stando al coperto; eransi cioè ritirati

nel giardino del palazzo reale detto la _villa Bonaparte_. Tutto il

fianco sinistro di quel giardino dà sul Boschetto, dal quale è diviso

per mezzo d'un fosso ove scorre acqua perenne che viene dalla Zecca;

al di là del fosso havvi il muro di cinta del giardino stesso che era

tutto guarnito di soldati appiattati dietro e che, vedendo una persona,

tiravano immediatamente, e così contro ogni finestra o persiana che

desse segno di movimento. Riconosciuto impossibile l'uscire anche da

quella parte non mi rimaneva che rassegnarmi e sperare che le sorti

volgendo favorevoli ai nostri, si dovessero i nemici ritirare dall'uno

o dall'altro di quei luoghi. Verso le dieci antimeridiane infatti il

colonnello ordinò che la fronte de' cannoni si ritirasse, e venne a

schierarsi poco avanti a casa Ciani, sicchè col suo aiutante finì col

trovarsi sulla linea dell'ultima finestra di quella casa andando verso

il _Dazio_, come chiamansi da' Milanesi le porte della città. Io che

non poteva star quieto, era asceso una seconda volta dall'amico Bossoli

ed avevo veduto il colonnello parlare con molto calore al suo aiutante.

Erano essi a cavallo ed i mezzanini di casa Ciani essendo piuttosto

bassi, col loro capo si trovavano ben poco al disotto dalle finestre,

distanti soltanto la larghezza del marciapiede. Perciò pensai che

entrato nel mezzanino, avrei potuto udire quanto dicevano. Fatto il mio

piccolo piano, discesi per eseguirlo. I mezzanini da quel lato erano

allora tenuti a pigione da un belga, ottimo uomo, ma un po' originale.

Borghese fattosi ricco col negoziar di libri, era venuto a godersi

tranquillamente la sua pace in Milano; era grande e grosso, non parlava

mai e fumava sempre: la sua famiglia si componeva della moglie e d'una

figlia, ed essendo amatore spasimato dei cani, non ne possedeva mai

meno di tre. Io non aveva mai stretta relazione con lui, ma avendo un

piccolo tratto di scala in comune, ci incontravamo di frequente e ci

salutavamo da buoni vicini. Ciò bastò perchè, in que' momenti nei quali

non si fanno complimenti, io mi rivolgessi senz'altro a lui ch'era

nella corte a passeggiare e fumare, e lo pregassi di volermi permettere

ch'entrassi nell'ultima sua stanza verso il corso per il motivo che il

lettore già conosce. _Ben volontieri_, mi rispose. _Ma allora abbia

la bontà_, ripresi io, _di chiudere i cani in altro luogo ove non

mi possano vedere_. _Giusto_, rispose, _giusto_, e precedendomi andò

a raccogliere quei suoi fidi, li condusse non so dove e poi venne a

dirmi: _La camera è a sua disposizione_. Siccome però io non era stato

mai in que' mezzanini, lo pregai di nuovo di voler essermi guida sino

alla stanza, anche perchè desiderava che vedesse qual fondamento aveva

la mia speranza. Annuì ancora e, deposta quella volta la pipa, andò

avanti con gran precauzione onde non far rumore di sorta e mi condusse

ad una stanza che aveva una finestra a mezzo tondo e trovavasi sotto

un terrazzino del piano superiore. Le persiane, internate nel muro,

erano chiuse e chiusi erano anche i vetri. _Questi bisogna aprirli_,

dissi al belga, ed egli che li aveva in pratica, con mirabile pazienza

li aprì senza fare il benchè minimo rumore. A traverso delle griglie

vedevamo i due uffiziali a cavallo a quattro o cinque metri da noi

distanti. Per qualche tempo stettero silenziosi e poi il colonnello

rivolto all'aiutante: _Vediamo un po'_, disse, _che forza abbiamo

ancor disponibile_. Io spalancai, come suol dirsi, le orecchie e

rimasi maravigliato all'udire il loro colloquio come se fossero stati

nella stanza. Il belga, benchè non conoscesse il tedesco, distingueva

perfettamente i suoni e riconobbe che io aveva avuto ragione di far

quel tentativo. Mi die' un saluto colla mano, e non potendo più reggere

senza fumare, si riprese la sua pipa e tornò nella corte, lasciandomi

padrone della stanza. Il colloquio fra il colonnello ed il suo aiutante

non fu lungo, ma rammento in modo esattissimo che l'aiutante disse:

_Di compagnie abbiamo la tale, più mezza compagnia_: ed indicò anche i

luoghi che ora non rammento; in qual senso egli parlasse, non seppi ben

comprendere, ma interpretai quel discorso in senso a noi favorevole,

massime che lo stesso suono della voce mi pareva che indicasse più

sconforto che confidenza. Evidentemente, dissi fra me e me, la truppa

è stanca, questo colonnello non ha più che una compagnia e mezza

ancor fresca, ossia che non è stata al fuoco, che non ha fatto alcun

tentativo; che buona notizia da dare, se potessi entrare in città! E

lì torno a fare il giro, su dal Bossoli poi giù nella corte: guardo

fuori da ogni buco, ma invano: i soldati erano sempre schierati dietro

il muro della _Villa_ e qua e là si vedeva spuntar su un fucile o la

cima d'un kepì; nè solo era cosa impossibile l'uscire, ma il lasciarsi

vedere perfino a traverso di un'apertura qualunque, come era pericoloso

il solo muovere una persiana come già dissi, e lo provò lo stesso mio

padrone di casa che in quei giorni era gravemente ammalato. Una donna

che si trovava nella sua stanza che dava sul corso in un appartamento

del primo piano, volle soddisfarsi della curiosità di veder meglio i

soldati e si arrischiò di allargare di qualche centimetro le persiane;

immediatamente ebbe un saluto di due o tre palle che, perforate le

persiane, fecero la loro parabola entro la stanza, con grande spavento

dell'ammalato che non si lasciò pregare a proibire quegli inutili atti

di curiosità. Offendere non si poteva da luogo non difeso, poichè se

fosse partito un colpo da una casa, essa era immediatamente invasa

con pericolo di vita per tutti; epperò non si tirava che da quelle che

avevano gli accessi protetti.

Allorchè mesto e scoraggiato ritornavo dalla mia ispezione verso la

parte del Boschetto, il pacifico belga, che vedeva la mia impazienza,

mi si avvicina e con tutta calma fra un buffo e l'altro di fumo mi

annuncia che i Tedeschi si erano ritirati ancor di più lungo il corso

di Porta Orientale verso i Giardini pubblici. L'avrei baciato per la

buona nuova, ma mi limitai a dirgli _merçi, grand merçi_, e su di volo

da Bossoli dal quale mi feci dar di nuovo il cannocchiale e riconobbi

ben bene le posizioni. Si erano ritirati al di là della porta grande

d'ingresso nei Giardini pubblici, nè si vedevano più pattuglie andar

avanti indietro; i cannonieri, benchè fossero sempre presso i loro

pezzi colle miccie accese, non tiravano più, e da quel punto non

si colpiva già più la barricata di S. Babila sempre la prima che si

incontrava da quella parte, per la ragione che dalla detta barricata

al punto ove era la truppa non corre più la linea retta; la truppa

aveva l'arme al piede. A quella vista mi decisi di sottrarmi alla mia

prigione. Due vie mi stavano innanzi coi loro vantaggi e pericoli;

l'una, quella di andar di casa in casa lungo i tetti guadagnando tutto

lo spazio fra il palazzo Ciani ed il vicolo che conduce al Boschetto;

l'altra, di uscire senz'altro dalla porta maestra a fronte dei Tedeschi

che però erano già a 400 metri di distanza. Il primo partito aveva il

vantaggio di allontanarmi ancora quella distanza di oltre 100 metri, ma

lo svantaggio, per la disuguaglianza dei tetti, di espormi al rischio

d'esser visto, preso di mira e colpito, non potendosi dubitare delle

intenzioni di un uomo che prendeva quella via. Il secondo partito era

più franco e più risoluto, ma mi metteva in maggior pericolo almeno

nei primi tre o quattro minuti. Fatti tutti i miei calcoli mi decisi

per questo secondo partito; montai nel mio appartamento, non dissi

nulla a mia moglie alla quale non spiaceva che mi fosse impossibile di

abbandonar la casa; in questa sicurezza, essa con una certa signora

Chiesa, era andata a tener un po' di compagnia al barone Ciani, dopo

quella famosa paura, ed ambedue si alternavano nell'opera pietosa

con una signora Greppi-Carcano che abitava pure in quella casa. Io

presi i miei pistoloni e la munizione e mi legai tutto fortemente al

petto con un buon fazzoletto, e chiuso bene l'abito e indossato su di

esso il _paletôt_, discesi risolutamente alla porta. Ivi sotto quel

piccolo elegante atrio concertai meco stesso il piano definitivo e feci

gli ultimi calcoli; con un piccolo cannocchialino misurai di nuovo

la distanza delle truppe e mi riconfermai nell'idea che non doveva

esser minore di 400 metri, e forse più che meno. Il tiro, mi dissi,

è incerto, ed hanno le armi al piede; prima che si pongano in misura

di tirare io avrò già fatto una diecina almeno di passi. Non sono

cacciatori, e quindi non è probabile che abbiano armi di precisione.

È vero che hanno i cannoni ma, se sono carichi a palla, non vorranno

tirare perchè sarebbe uno strano caso se mi pigliassero; se sono

carichi a mitraglia, a quella distanza la così detta _rosa_ è già sì

grande che se quella specie di proiettile può colpire una moltitudine,

non è probabile che colpisca un uomo solo. Così andava meco ragionando,

ma nel medesimo tempo non lasciava d'impensierirmi un fatto del mattino

stesso; un disgraziato che usciva da non so qual casa, aveva voluto

traversare il vicolo di S. Primo poco lungi dalla mia casa, ed era

stato steso morto: però il poveretto s'era dato a correre e con ciò

naturalmente destò subito maggior sospetto ai Tedeschi che erano allora

assai più vicini.

Io decisi di uscire a passo ordinario. Mi prenderanno, pensai, per una

persona che ha un affare di somma importanza, forse per un medico che

non può a meno di far le sue visite anche con pericolo, e forse non si

cureranno tampoco di me vedendomi così tranquillo. Del resto scoprii

in quest'ultimo istante una nuova difesa alla quale fino allora non

aveva fatto attenzione, quella dei fanali a gas colle loro colonne

che poste in linea come sono, benchè a distanza di circa 25 metri

l'uno dall'altro, formano una fronte di difesa non ispregevole. Fatto

un ultimo appello a me stesso, staccate bene le braccia dal petto e

colle mani sciolte onde si vedesse che non recavo nulla, uscii a passo

ordinario, tenendomi nel mezzo del marciapiede fra le case ed i fanali.

Io aveva troppa pratica del maneggio di armi per non sapere che non

sarebbe stato mai il colpo che poteva udire, quello che mi avrebbe

offeso; ma supposto poco probabile il caso di venir colpito tosto,

avrebbe pur sempre preceduto il fischio dei colpi falliti; epperò io mi

aspettava quel segnale dopo i primi dieci o dodici passi, poichè tanti

e non meno io calcolava di poterne fare prima che i Tedeschi fossero in

grado di tirare.

Non udii nulla e il cuore mi si allargò; l'istinto mi spingeva ad

affrettare il passo, ma la ragione mi diceva _adagio_, ed io ascoltai

la ragione e non solo proseguii con passo ordinario, ma, oltre il

contento di aver superato il primo grave pericolo, ebbi quello di veder

confermato il mio giudizio intorno alla difesa che potevano offrire

i fanali, poichè da casa Ciani al ponte tre ne contai ch'erano stati

schiantati dalle palle di cannone e giacevano fracassati a terra.

Giunto al ponte sul naviglio e gettatovi uno sguardo mi si presentò una

scena stranissima.

Il naviglio da quel punto e per circa 150 metri, e non meno, era

tutto pieno di mobili gettati alla rinfusa, e nel bacino stesso non si

scorgeva che poca acqua sporchissima. La conca ivi presso era aperta

e fra gli oggetti, ammonticchiati gli uni sugli altri, si notavano più

vetture di quelle dette _cittadine_, una delle quali per caso singolare

era caduta, direbbesi, in piedi, ossia trovavasi nel naviglio nella

sua posizione normale. Ora, siccome era piovuto tutta la notte, un

sottil velo d'acqua copriva la vernice del cielo della _cittadina_,

e faceva l'effetto d'uno specchio lucidissimo, il che aveva attirato

la mia attenzione. Le altre vetture meno fortunate erano colle gambe

per aria in mezzo a panche, scranne, usci, legnami, travi e travicelli

d'ogni dimensione. Insomma tale e sì strano era quello spettacolo,

che quantunque io non fossi ancor fuori di pericolo, poichè era sempre

sotto il tiro dei Tedeschi, pure mi fermai un istante a contemplarlo; e

dico un istante, poichè il passar quel limite sarebbe stata stoltezza

e quasi un voler tentare la fortuna; ma bastò quel momento perchè la

scena mi rimanesse vivamente impressa nella memoria. Però se quello

spettacolo mi dovette colpire per le bizzarre combinazioni che offriva

quell'ammasso di tanti oggetti diversi, non tardai a riconoscere la

causa che l'aveva prodotto, giacchè ravvisai subito che quello non

era altro che il materiale della barricata che gli abitanti di Porta

Orientale avevano eretta il giorno innanzi in prima sera a traverso il

corso. Ma altro è costruire una barricata ed altro poterla difendere, e

se ciò è difficile in qualsiasi luogo, quando si abbia avanti un nemico

risoluto, assai più lo era in quel luogo sì largo. I Tedeschi l'avevano

presa durante la notte ed avevano gettato tutto nel naviglio; la cosa

che allora non sapeva spiegarmi era la mancanza di acqua, ma seppi poi

che precisamente in quei giorni era stata tolta, affine di procedere a

quelle annue ordinarie riparazioni, ed agli espurghi che richiede quel

canale artificiale, e l'acqua gialla e sporca che aveva veduto, era la

poca limacciosa del fondo mista a quella caduta nella notte.

Soddisfatta la momentanea curiosità, io continuai il mio cammino, ma

non più sul medesimo lato, bensì piegando a sinistra sul ponte stesso

mi recai al lato opposto; e la ragione ne fu che a partire da quel

punto, andando sino a S. Babila, tutta quella linea rimane al coperto,

difesa dal gran palazzo Serbelloni-Busca, da qualsiasi colpo diretto

che venga dalla parte superiore del corso. Nel traversare il ponte

diedi una occhiata alle truppe che mi parvero lontane, lontane, e non è

a dire con quanta compiacenza, dopo pochi minuti secondi, m'accorgessi

ch'erano fuori di vista. Il pericolo era allora pienamente superato;

il primo passo adunque è fatto, mi dissi; or pensiamo a far bene anche

il secondo, il quale consisteva, non già nell'andare da quel luogo a

S. Babila, ma sibbene nel penetrare nella barricata, affine d'avervi

riparo dai colpi dei Tedeschi padroni della via di S. Damiano.

Io doveva avvicinarmi al punto più vicino della barricata non ancora

esposto e poi, approfittando d'un momento in cui non si sparasse,

darvi la scalata colla massima celerità possibile. Non mi pareva che il

pericolo dovesse esser grande perchè non sentiva colpi, e pochi secondi

potevano bastare per mettermi in salvo, mentre se i Tedeschi non

erano già pronti a tirare, difficilmente mi avrebbero colpito tirando

di furia. Del resto avevo già quella baldanza che suol dare il buon

successo ed il sentimento di aver propizia la fortuna.

Avviatomi pertanto con passo accelerato, non aveva forse fatto un

centinaio di metri allorchè, oltrepassata di poco la porta di casa

Castiglione, precisamente la stessa già descritta a proposito del

granatiere tedesco che il giorno innanzi si era inoltrato sino a quel

punto prendendo di mira la barricata di S. Babila, ecco presentarmisi

dal lato opposto del corso un nuovo interessante spettacolo. Di fronte

a quel luogo havvi il Seminario grande, o per meglio dire si vede la

porta barocca ma colossale, che dà accesso al vasto cortile interno

in fondo al quale poi sta il Seminario. Il portone era spalancato

ed il cortile pieno di chierici e di mucchi di materassi, cuscini

e pagliaricci; erano i materiali d'una barricata che i chierici

stavano combinando per attraversare con essa il corso, ed erano tutti

affaccendati nell'opera patriottica: chi andava di qua, chi andava di

là; alcuni erano perfino in manica di camicia. Era impossibile il non

fermarsi a quello spettacolo; non dirò d'essermi fermato molto, ma

certo assai più che avanti quello del naviglio, dacchè potevo farlo

impunemente. Del resto non era solo la singolarità di quello spettacolo

che lo rendeva caro a' miei occhi, ma anche la considerazione della

parte che già prendeva il clero al nazionale movimento. Se coloro che

tanto si affacendavano erano i giovani chierici del Seminario, era

evidente però che non agivano senz'essere di pieno accordo coi loro

superiori.

Continuando il mio cammino passai avanti a casa Arese, e veduto un

servitore sulla porta, mi fermai e lo richiesi se il padrone era

partito: mi rispose di sì e che era partito il giorno innanzi uscendo

dalla città pochi minuti prima che venissero chiuse le porte. Questo

mi fece gran piacere, poichè nessuno in quel momento poteva dire come

sarebbe finita la sollevazione; certa invece era la guerra ed a'

miei occhi ogni giorno che si fosse potuta anticiparla era un gran

guadagno. Da casa Arese si giunge ben presto a San Babila, e mano

mano che mi avvicinava, riconosceva che il supposto pericolo andava

sempre più diminuendo per causa della configurazione del terreno e

della disposizione della barricata. Questa era stata costrutta in modo

opportunissimo: partendo dalla prima casa sulla linea che volge a S.

Damiano, andava in isbieco a raggiungere l'angolo del caffè delle

Colonne, includendo la via Bagutta, il qual punto era interamente

coperto dalla chiesa di S. Babila e dalla colonna detta del _Leoncino

di Porta Renza_, mentre la parte esposta era soltanto quella che

si trovava di fronte alla via di S. Romano. Il mio ingresso fra i

combattenti venne quindi fatto senza che incontrassi alcun pericolo.

Non pertanto fui accolto festevolmente; era indubbiamente il primo

che dal mattino di quel giorno aveva attraversato il corso nella sua

lunghezza. Fino al ponte tutte le porte e le finestre erano chiuse;

dal ponte in giù dal lato destro ancora esposto, benchè in via di sola

possibilità, tutto del pari era chiuso; dal lato sinistro vedevasi

aperta qualche finestra e taluno si affacciava, ma sulla via non

un'anima. I compagni futuri di combattimento mi avevano scorto da

lungi allorchè era arrivato al ponte, e si erano rallegrati vedendomelo

traversare, e riconoscendo che era fuori di pericolo. Si fece subito

un cerchio attorno a me e cominciarono le dimande a furia: d'onde

veniva e che cosa sapeva. Io dissi loro tutto ciò che il lettore già

conosce intorno alla forza e posizione de' Tedeschi e narrai l'affare

dei chierici che fece molto piacere. Alla mia volta chiesi conto dei

combattimenti in città e se il fuoco era cessato da molto: mi risposero

ch'era da oltre un'ora che stavano tranquilli; di quanto avveniva nelle

altre parti non sapevano se non che si combatteva di certo a Porta

Nuova ed a S. Vicenzino. Chiesi ov'era il podestà e se eravi un capo

che dirigesse la sollevazione. Mi risposero che il podestà e i membri

del municipio, andati dapprima in casa Vidiserti, eransi trasferiti

in casa del conte Carlo Taverna nella contrada de' Bigli, come ho già

accennato, e che a capo militare era stato scelto un certo Anfossi,

emigrato piemontese che veniva dall'Egitto, uomo arditissimo.

Dopo che reciprocamente avemmo soddisfatta la nostra curiosità, io

volli visitare minutamente la barricata, della quale ora è difficile

il farsi un concetto esatto per i molti cambiamenti seguiti in quella

località. In luogo di quella casa alta con architettura veneziana,

che sta ora sull'angolo fra il corso e la via di S. Damiano, eravi

allora una casa ben più modesta ma che sporgeva assai, restringendo il

corso, tanto che a chi veniva dalla via del Durino non si affacciava

la colonna del Leoncino se non dopo oltrepassata quella stessa casa

d'angolo. La via in quel punto era d'un terzo almeno più stretta

dell'attuale, e la barricata che ho già descritto, e che partendo da

quell'angolo andava per isbieco ad appoggiarsi alla casa dove havvi il

caffè delle Colonne, era molto solida, poichè oltre le travature era

rivestita d'un rialzo di terra e ciottoli. Durante il mattino del 19

essa sostenne l'urto de' proiettili che venivano da Porta Orientale,

finchè le truppe coll'artiglieria rimasero nelle vicinanze del palazzo

Serbelloni-Busca. Per dare un'idea della forza che avevano taluni

proiettili, mi basterà l'accennare un fatto solo. Sull'angolo di quella

casa, ora scomparsa per far luogo all'allargamento, eravi un negozio

di vino con ispaccio al minuto, cioè una bettola che era aperta anche

in quel giorno. Or bene una palla da cannone attraversò netta tutta la

parete, ma all'altezza di due metri e cadde nell'interno; di guisa che

gli avventori si affrettarono a sgomberar la bottega.

Dopo aver ben visitato tutto, stimai opportuno di recarmi al municipio

per comunicare quanto io aveva veduto, ed anche udito, dagli stessi

Tedeschi a loro non saputa. Ben presto arrivai a casa Taverna e venni

tosto introdotto dal conte Casati che trovavasi con altri assessori in

una stanza del primo piano. Narrai quanto aveva veduto dal mattino in

poi, e mi fermai sulle parole testuali del colonnello che fecero un

gran senso. Assai domande mi vennero dirette da parecchi, i quali in

ispecie volevano sapere se la moltitudine che avevo veduto era armata,

e se potevasi sperar da essa un qualche aiuto. Risposi che la massa era

grande di certo, ma che per quanto io avessi guardato col cannocchiale

non aveva potuto scoprir armi e che la maggior parte mi erano sembrati

curiosi. Seppi dappoi che il colonnello annoiato da quella massa di

gente, allorchè sul tardi della giornata si era ritirato fin presso

alle porte, le fece aprire d'un tratto e ordinò una cannonata a

mitraglia. Fuggirono tutti d'ogni parte; alcuni rimasero feriti, e per

quel giorno non si lasciò più veder nessuno.

Fra i presenti in casa Taverna la persona colla quale avevo maggior

confidenza era il Giulini, quello che mandava per mezzi sicuri le mie

lettere in Piemonte e che allora fu de' più insistenti ad assediarmi

d'interrogazioni. Compiuto quell'atto di dovere, io tornai alla

barricata di S. Babila deliberato di rimanervi. Il numero dei difensori

non era grande potendo salire a quindici soli e male armati, taluni

avendo fucili da caccia ed altri alcune delle armi tolte ai corpi di

guardia disarmati che erano le migliori. Durava tuttavia una specie di

sospensione di ostilità, onde vi erano frammisti a combattenti molti

curiosi, quand'ecco odesi ad un tratto di nuovo il cannone da Porta

Orientale. I curiosi disparvero, i combattenti si avvicinarono alla

barricata, ed io scelsi il mio posto mettendo in ordine gli enormi

miei pistoloni, arma più sicura dei fucili da caccia. Qual fosse la

causa precisa, per cui dopo una lunga sosta venissero allora riprese le

ostilità, non saprei dirlo in modo esatto, ma è probabile che sia stata

la molestia che veniva alla truppa da un famoso tiratore che armato

d'ottima carabina svizzera era andato sino a casa Serbelloni seguendo

precisamente quel cammino sicuro che aveva fatto io venendo, ossia

rimontando a destra il corso da S. Babila sino al ponte. Quella casa,

che merita nome di grandioso palazzo, fa angolo fra il corso di Porta

Orientale sul quale ha la fronte principale e la via lungo il naviglio;

ma quella fronte non si unisce alla prima ad angolo retto, bensì

l'angolo stesso è tagliato, evidentemente a lasciare un maggiore spazio

per accedere alla via lungo il naviglio; onde resulta una piccola terza

fronte e tale che in essa si praticarono due finestre. Colà erasi posto

quel bravo tiratore per nome Broggi. Egli era al sicuro di ogni colpo

diretto; caricava la sua carabina e poi avanzandosi verso la fronte

del palazzo e sporgendo solo quanto era necessario per prendere la sua

mira, tirava sulla truppa, per quanto lontana. Convien dire che non lo

facesse sempre indarno, perchè fu allora che venne ripreso il fuoco che

non poteva esser diretto alla barricata, la quale più non vedevasi dal

punto ove si erano collocati i Tedeschi. Essi tiravano a palla e le

palle battendo, sul selciato facevano scherzi stranissimi deviando a

destra ed a sinistra, infrangendo stipiti ed arrivando coi loro salti

sino ai secondi piani. Ma dopo qualche tempo si avanzarono sino a che

due cannoni si trovarono sulla linea retta dalla parte della barricata

che si appoggiava all'angolo della via Bagutta. Noi rispondemmo alla

meglio col nostro fuoco, che però era innocuo per la troppa distanza,

ma anche il loro non ci cagionò danno alcuno essendo noi difesi dalla

barricata. Però un risultato funesto lo ebbe pur troppo, e fu la caduta

del povero Broggi. Dopo un'ora circa il fuoco cessò, e noi eravamo

ancora al nostro posto, quando seguendo quella via coperta già da

me descritta, arrivò un giovane piuttosto alto e che, se non erro,

udii chiamare col nome di Rusca. Io non lo conosceva, nè dopo quel

giorno più lo vidi; egli teneva in mano una carabina tutta intrisa

di sangue. _Che c'è?_ chiesi io che era tra i primi da quel lato: _Il

povero Broggi è morto_, mi rispose: _una palla di cannone di rimbalzo

deviando a sinistra lo colse in quel luogo ove si credeva sicuro e

lo tagliò netto in due_. Il Rusca ch'era poco lontano accorse, ma per

vedere quello spettacolo e per raccogliere la carabina. Grande fu in

tutti il dispiacere per quella morte, il Broggi valeva solo ben più di

molti assieme, pieni di buona volontà ma inesperti all'uso dell'armi;

egli univa tutte le qualità del buon tiratore; polso fermo, occhio

esercitato e pratica della sua carabina. Il Rusca andò al Municipio

a narrare l'accaduto, e poco dopo vedendo ch'era subentrata una nuova

calma, vi andai io pure per apprendere che cosa avveniva nelle altre

parti della città.

Ricordi intorno alle Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo 1848) Seconda edizione con aggiunte · 第 12 / 45 题