CAPITOLO TERZO

Annuncio delle concessioni del Governo austriaco pubblicate

la mattina del 18 marzo 1848 — Milano si agita — Grande

dimostrazione per ottenere altre concessioni — Invasione del

palazzo di Governo — Primo atto di ostilità — Milano si copre

di barricate.

Poco dopo l'affissione della notizia per la chiamata a Vienna pel

3 luglio, Milano aveva assunto un insolito aspetto; si formavano

capannelli in ogni via e da taluni escivano queste voci: _Oggi si

fa la dimostrazione al Governo_; _si radunano al Broletto_; da altri

esclamazioni più risolute: _Bisogna finirla, è insorta Vienna_; _non è

più tempo a dimostrazioni, fatti ci vogliono!_

Queste voci diverse accennavano alle due diverse correnti, alle quali

i cittadini eran proclivi: gli uni volevano passar per la via legale,

andar al Governo, chiedere le concessioni colle buone, ma altri non

volevano saperne di vie legali e parlavano d'armarsi. Verso le 10

antimeridiane tutta Milano era in moto. Io che, come dissi, non avevo

speranza che nell'esercito piemontese, non desideravo un'insurrezione

prima che rompesse la guerra, temendo non riuscisse che ad un

sciupamento di forze. Però giudicando che il conflitto era inevitabile,

pensai ad armarmi, ed andai da certo Colombo armaiuolo, che aveva la

bottega nella via _Mercanti d'oro_, una di quelle che oggi fanno parte

della via _Torino_, e costituiva precisamente il primo ramo che dalla

Piazza del Duomo riesciva alla via della _Palla_, altra via compresa

ora pure nella anzidetta nuova e grandiosa via.

Per una di quelle contraddizioni, che si spiegano solo colla

confusione che regnava anche fra i dominatori, mentre era stato

proclamato il giudizio statario, si erano lasciate aperte le botteghe

degli armaiuoli. Entrato in quella del Colombo, feci scelta di

alcune armi corte, che potessi nascondere sotto il pastrano; epperò

presi due grandi pistoloni ed una sciabola da guardie di finanza.

Ed ecco, intanto che io stava pagando, odesi un rumore insolito;

erano le botteghe che si chiudevano, ma con tal furia e fretta che

sarebbesi detto che ognuno riponeva la sua salvezza nel far presto

quell'operazione. Il povero Colombo, che io conosceva, perchè era il

mio armaiuolo ed era un buon uomo ed un operaio intelligente, comprese

benissimo che il nembo innocuo, per gli altri bottegai, poteva non

esserlo per lui, e smarrito e pallido mi chiese consiglio.

_Che volete?_ gli risposi io. _Se voi chiudete vi sfondano la bottega

e vi portano via tutto; fate a mio modo: mettete qui sul tavolo il

vostro registro, e dite a chi entra per prender armi che se non può

pagar tosto, noti quello che prende, e pagherà in appresso._ Ei seguì

il mio consiglio, e credo che qualcosa ricuperò, ma non molto, perchè

ben presto irruppe la folla e la sua bottega venne completamente

svaligiata; nè tal sorte toccò a lui solo, ma a tutti gli armaiuoli

e, col pretesto che erano armi, fu invasa e dispersa anche una bella

collezione di armi antiche di casa Arnaboldi.

Tosto ch'ebbi fatto il mio acquisto, io uscii dalla bottega, col

pastrano tutto chiuso e come imbottito, e, traversata la piazza del

Duomo, mentre mi avvicinava al Coperto dei Figini,[7] mi incontrai in

un drappello di artiglieri, che venivano a passo di carica dalla piazza

dei Mercanti diretti al palazzo di Corte, sicchè dovetti retrocedere

un passo per non urtare in quei soldati, e mi trovai in una posizione

un po' critica. Per quanto nascondessi le mie armi, si vedeva che aveva

qualcosa sotto l'abito, giacchè doveva sostenerle col braccio sinistro

serrato al petto. Fermarsi era pericoloso, ma retrocedere era forse

peggio; preferii il primo partito e rimasi, ostentando la più grande

indifferenza; per buona sorte il drappello era poco numeroso, e la

sua consegna era d'andare al palazzo di Corte, e presto. Mi sfilarono

avanti alla distanza d'un metro senza occuparsi punto di me; il che

però non tolse che, quando passò l'ultimo, mi sentissi sollevato,

perchè da quel giorno in poi, finchè durò la lotta, quanti si trovavano

colle armi alla mano venivano fucilati.

Come ebbi libero il passo, traversai il Coperto dei Figini e la

corsia de' Servi,[8] ed entrato nel corso di Porta Orientale,[9]

andai dal conte Arese a narrargli quanto aveva veduto. Sebbene fino

a quel momento io non potessi parlare di ostilità, era evidente

che non potevano tardare a scoppiare; e quindi lo pregai a partire

senza indugio di sorta per Torino, affine di sollecitare l'entrata

in campagna dell'esercito piemontese, già pronto, nessuno potendo

prevedere che cosa sarebbe succeduto di Milano.

A quel punto non era più il caso di discutere se quello scoppio

fosse un bene od un male; conveniva prendere il fatto com'era, ed

assecondarlo. L'Arese comprese benissimo la gravità della situazione

e mi disse che sarebbe partito senza porre tempo in mezzo. All'uscire

della sua casa vidi una gran folla presso San Babila, avviata verso

il borgo Monforte, dove eravi il palazzo del Governo (ora della R.

Prefettura) e la seguii. Componevasi d'ogni classe di persone, uomini,

donne e fanciulli, e procedeva lentamente, poichè il tratto di via dal

Leoncino di Porta Renza fino al palazzo di Governo, era già, quanto

è lungo, tutto gremito di gente. Rivoltomi ad una persona che parlava

con grande concitazione ai suoi vicini, gli chiesi qual fosse lo scopo

preciso che si aveva. _Si fa_, rispose, _una grande dimostrazione per

appoggiare le dimande di concessioni che si vogliono dal Governo, e

quanto prima verrà il Municipio ed il Delegato stesso[10] in persona._

Colui credeva nella possibilità di una soluzione pacifica, nè egli

solo era di tale opinione, ma molti; perchè rammento ancora in modo

preciso che, giunti noi a quella casa alta che si incontra a sinistra

sulla via di S. Romano dopo la chiesa di S. Babila, escì da una bottega

che, se non erro, era allora d'un tappezziere, un giovane con un ferro

corto, ma acuto e forte, per cominciare a smuovere il selciato e far

una barricata; ma più d'uno gridò: _No, no: a che pro vuoi rovinare la

strada_? E il giovane rientrò in bottega.

Giunto colla folla precisamente all'altura della via della Passione,

ossia a poche decine di metri dal palazzo del Governo, sento gridare:

_Sono quì, sono quì_. Era la Deputazione solenne che, tentando le

vie legali, veniva a chiedere le concessioni. Avanzava anch'essa

lentamente, perchè accerchiata da gran folla; ma per lo sforzo

combinato delle persone che, piene di buona volontà, le erano più

vicine, di alcuni uscieri e d'un drappello di pompieri, si manteneva

un po' di spazio libero nella sua strada. La deputazione era numerosa

e schierata sopra una sola linea, sì che occupava quasi tutta la

larghezza della via. Nel centro eravi il delegato provinciale, Antonio

Bellati; aveva alla sua destra il podestà conte Gabrio Casati; quindi,

dall'una e dall'altra parte venivano assessori del Municipio ed altri.

Alcune fra quelle rispettabili persone erano di mia conoscenza, e fra

gli altri il delegato Bellati, col quale aveva avuto contatto nel breve

tempo ch'io era stato impiegato presso il Governo in quel medesimo

palazzo ove ora si recava con tanta solennità la Commissione, della

quale egli era il più alto personaggio.

Arrivata che fu la Deputazione alla porta del palazzo, si fece un

grande sforzo da parte di quanti la attorniavano perchè potesse

entrare; ed io, che me le era avvicinato, approfittai del momento

per entrare anch'io nel cortile. La Deputazione si recò difilata al

piano superiore, per lo scalone a destra, sotto il portico dal lato

d'oriente; io rimasi pel momento nel cortile, attirato dallo spettacolo

che presentava, impossibile a descriversi. Il cortile, di non comune

ampiezza, tutto cinto da un porticato a colonne, era pieno zeppo

di gente d'ogni classe, d'ogni età e di ogni sesso, e vi regnava un

baccano tale che impediva di intendere distintamente cosa alcuna; nè

tal baccano era cagionato solo dalla folla che si trovava nel cortile,

ma pur da quella che si trovava ai piani superiori, sopratutto al primo

piano. Gli uffici erano stati tutti invasi, e tratto tratto si vedevano

volar per aria carte, fascicoli e libri, che cadevano sulla testa o

sulle spalle dei sottostanti; quindi urli grandissimi, nuovo baccano e

nuovo accorrere di chi voleva conoscerne la causa. Per qualche minuto

io rimasi immobile vicino alla colonna della prima arcata, affine di

essere urtato un po' meno, a contemplare quello spettacolo; ma poi,

fattosi momentaneamente sulla mia sinistra un po' di spazio libero,

mi cadde lo sguardo su un materasso in terra, presso la terza arcata.

Mi avvicinai e vidi che sporgevano fuori di sotto il materasso due

piedi colla calzatura propria dei soldati ungheresi, sì distanti

l'uno dall'altro, che ben comprendevasi ch'appartener dovevano a due

persone, evidentemente a due cadaveri. Feci un atto di sorpresa, ed uno

degli astanti mi disse: _Sono i due soldati ch'erano di sentinella al

palazzo_. Allorchè la folla irruppe, avendo que' soldati fatto atto di

voler difendere l'accesso, vennero uccisi l'uno con una pistolettata,

l'altro colla sua stessa baionetta, essendogli stato strappato di

mano il fucile; così mi venne allora narrato. Allo scopo poi di

sottrarre dalla vista del pubblico il sanguinoso spettacolo di que'

cadaveri si erano trascinati nel cortile, nel luogo da me accennato,

ed erano stati coperti da un materasso. Altro che dimostrazioni

pacifiche e concessioni! dissi io; ma ben presto, stanco di quelle

grida incomposte, di quei dialoghi tronchi, di quelle continue ondate

di popolo, salii agli uffici per vedere che cosa accadeva colà. La

folla vi era un po' meno fitta ed era stata posta una sentinella

alla porta che conduceva alle stanze ove trovavasi la Deputazione col

vice-presidente del governo O'Donnell, il quale allora esercitava le

funzioni di governatore. La sentinella mi lasciò passare; molti altri

erano però già passati, e se anche colà non era fitta la folla come

nel cortile, non si poteva andar avanti che a grande fatica. Trovai

parecchie persone di mia conoscenza, le une impensierite ed altre piene

dell'allegria che suscitava lo spettacolo della sottoposta corte,

ch'era veramente qualcosa di singolare; anche colà, negli uffici,

per esser intesi bisognava alzar la voce. Dopo un quarto d'ora circa

da che io mi trovava in quel luogo, si sente annunciare, e non già

da uscieri o da poche voci, ma da centinaia di voci in tutti i toni

possibili: _L'arcivescovo, l'arcivescovo! largo all'arcivescovo_! Era

infatti l'arcivescovo Romilli, che allora godeva di grande popolarità.

Succedeva esso all'arcivescovo cardinale Gaisruck, morto circa un anno

e mezzo prima, prelato riguardevole e di carattere fermo, che aveva

avuto una particolare cura dell'educazione del clero e che, dopo aver

saviamente retto per lunghi anni la vasta sua diocesi, lasciò di sè

memoria onorata. Il Romilli, che gli succedette, aveva fatto il suo

ingresso in Milano l'8 di settembre dell'anno antecedente, e da quella

solennità si era côlto pretesto di una dimostrazione a favore di Pio

IX, che ripetutasi la sera in piazza Fontana, su cui prospetta la

facciata del palazzo arcivescovile, aveva dato occasione d'infierire

alla polizia, la quale per impedirla aveva provocata una lotta, in

cui fu sparso sangue e v'ebbe perfino una vittima in un certo Abate,

negoziante di mobili. Il nuovo arcivescovo era disceso in piazza,

aveva contribuito a sedare il tafferuglio, e per quell'atto, ma più

ancora perchè rappresentava moralmente il Papa, era divenuto popolare.

All'udire l'esclamazione: _È qui l'arcivescovo, largo all'arcivescovo_,

noi, quanti eravamo nella stanza, ci affrettammo a far largo, ed

a serrarci per formar spalliera. Era egli accompagnato da un altro

sacerdote, e forse da più d'uno; ma siccome lo assiepava un codazzo di

curiosi, i quali probabilmente avevano afferrata quell'occasione per

entrare, così non posso asserire con certezza se non d'aver veduto un

sacerdote che gli stava al fianco. Il Romilli cercava mostrar coraggio,

salutava a destra e sinistra, sorridendo, ma si scorgeva ch'era molto

agitato. Quello che più mi colpì si fu il vedere che portava una

coccarda tricolore all'abito. Veniva ei pure ad unire i suoi sforzi

a quelli della Deputazione, affine d'ottenere le concessioni; ma il

dabben uomo, che ben presto doveva dar prova di una debolezza estrema,

mostrava di già, colla sua coccarda tricolore, quanto poco fosse

padrone di sè. Andare dal rappresentante del Governo per trovare il

modo di scongiurare pacificamente il nembo che sovrastava, ed andarvi

coll'emblema ch'era la negazione di quel Governo, poteva dirsi una

puerile incongruenza; ma quella coccarda era stata a lui appiccicata

mentre che saliva le scale, ed egli non aveva avuto il coraggio di

levarsela, almeno pel tempo che trattava col rappresentante del Governo

che pur volevasi ancor mantenere.

Il baccano nel cortile continuava sempre, perchè quelli che escivano

venivano surrogati da nuovi curiosi. Osservata dall'alto quell'onda

continua di popolo che agitavasi in modo sì rumoroso, e quella rapida

vicenda d'indistinti colloqui della gente che era nella corte con

quella già salita al primo ed anche al secondo piano, formava uno di

quei spettacoli che più non si dimenticano. Ma non andò guari che si

aprì l'uscio della stanza ove si trattava e ne uscì il conte Carlo

Taverna colla notizia della prima concessione.

Ecco ora che cos'era avvenuto in quella specie di _sancta sanctorum_;

io lo riferisco sulla fede dello stesso conte Taverna che fu mio

carissimo amico e più d'una volta mi narrò i particolari di quel fatto.

Il vicepresidente conte O'Donnell non aveva ceduto tosto alle istanze

della deputazione, la quale chiedeva che si accordasse la guardia

nazionale e ad essa si affidasse la polizia, per di più instava per

l'immediata libertà di stampa.

L'O'Donnell aveva cercato di far le sue rimostranze intorno alla

gravità delle domande, osservando pure, che quand'anche egli avesse

ceduto, le sue concessioni potevano venir disdette; ma i membri di

quella Commissione insistevano sull'impossibilità di poter altrimenti

frenare quel moto popolare che già aveva preso il disopra. Or siccome

egli era solo, nè alcuno veniva in suo aiuto, finì per cedere,

accordando le domande anzidette una dopo l'altra.

Appena ottenutasi la prima, venne, come dissi, ad annunciarla il conte

Carlo Taverna.

Immediatamente uno degli astanti che aveva una voce stentorea

s'avvicinò ad una finestra che dava sulla corte e si fece a gridare

con quanta voce aveva in petto: _Signori: il Governo ha fatta la

concessione di_ . . . . . . . . Ma per quanto forte gridasse, non

veniva inteso; il chiasso era tale che superava la sua voce, e indarno

si cercò di ottenere silenzio. Allora si ricorse ad un espediente

che raggiunse lo scopo, ma ebbe la sua parte comica. _Scriviamo la

concessione_, disse taluno, _e poi gettiamo il foglio nel cortile._

Si cerca penna, carta e calamaio, ma non si trova nulla; finalmente

a forza di frugare si rinviene un calamaio, ma non carta, non penne.

_La carta la troverò io_, grida uno, probabilmente un impiegato. _Quì

ci sono dei bollettini_ (delle leggi) _che hanno sempre qualche foglio

in bianco._ Detto, fatto: si prendono i primi bollettini che capitano

sotto la mano, e si estraggono quanti fogli bianchi contengono. Penne

non se ne hanno, ma si supplisce alla meglio; e più d'uno dei presenti

ed io stesso intingiamo il nostro indice nel calamaio e scriviamo sul

foglio la prima concessione. Si pensi che calligrafia, che caratteri;

ma erano leggibili. Gettiamo i fogli nel cortile da più finestre,

affinchè si spargessero meglio fra la gente sottostante. Si può

immaginare la curiosità; i fogli si leggono ad alta voce: chi capisce,

chi non capisce; ma le parole: Il _Governo ha conceduto_ colle quali

cominciava il testo, fecero capire all'ingrosso che le cose andavano

bene: quindi molte voci si alzavano più forti delle altri gridando:

_Evviva la concessione_ — _evviva il municipio_.

Questa scena si ripetè tutte tre le volte, ossia per ogni singola

concessione[11]. Il chiasso divenuto maggiore aveva attirato nuova

gente, e tutti gli spazî n'erano letteralmente stipati, non nel cortile

solo, ma per le scale e per gli uffici stessi ov'eravamo noi a fronte

della sentinella ch'era stata impotente a trattenere l'onda del popolo.

Miste agli evviva si udivano le esclamazioni: _Vogliamo armi, Vogliamo

armi_! Si toccava proprio l'apice del caos e del chiasso, quando una

gravissima notizia viene a metter fine a quella singolare scena, a quel

misto di serio e di comico, a quelle trattative per un ravvicinamento

divenuto impossibile dopo l'uccisione delle sentinelle. La notizia era

che a passo di corsa s'avanzava non poca truppa dal bastione di Porta

Romana. _I Tedeschi... i Tedeschi!_ sì udì presto ripetere, ed allora

cominciò la folla a fuggire d'ogni parte perchè in quella moltitudine

non ve n'era uno su cento che fosse armato. Per buona sorte, oltre

l'uscita principale, il palazzo comunica con una corte vicina che ha

pure uno sbocco sulla via, tanto che in poco tempo, cortile, portici,

uffici furono sgombri. La deputazione ch'era intenta a completare

la famosa opera di conciliazione, se n'andò ben presto anch'essa,

conducendo seco quale ostaggio lo stesso vicepresidente; sì rapido era

stato il cammino della rivoluzione che volevasi prevenire.

Uscito da quel palazzo, il municipio col suo prigioniero andò dapprima

in casa Vidiserti al Monte Napoleone, e più tardi si trasferì in casa

del conte Carlo Taverna nella contrada dei Bigli ove rimase per tutto

il tempo della lotta. Il Delegato con alcuni assessori andò al Broletto

dove sedeva allora la Delegazione ed il Municipio stesso.

Allorchè cominciò quel fuggi fuggi, alcuni cittadini per calmare lo

spavento, che avrebbe avuto per effetto il precipitoso rovesciarsi

degli uni sugli altri, gridarono ad alta voce che vi era tutto il

tempo, poichè i Tedeschi non erano che a un tal luogo che nominarono,

ma ora non rammento. Io prestai loro fede, tanto più che rimasero

anch'essi, sicchè partimmo fra gli ultimi, sgombre che furono le scale.

Traversando il cortile considerai un istante la bizzarra scena

che presentava, coperto com'era tutto di carta stracciata, di atti

d'ufficio, di fascicoli tutti pesti, e di libri conciati nello stesso

modo. Ma, cosa ancor più singolare, vi scorsi altresì alcuni mobili

e fra questi una bella culla di ferro, la quale posso ancora dire

in modo esatto che si trovava presso l'angolo ove giacevano sotto

il materasso le sventurate due sentinelle. D'onde venisse quella

culla e come si trovasse in quel luogo, non saprei dirlo di certo;

ma strana spettatrice di quel tramestìo, essa fu veduta da mille e

mille, moltissimi de' quali certo vivranno ancora e rammenteranno, con

quella fedeltà con che posso rammentarlo io, così curioso ed imponente

spettacolo.

Il Delegato coi membri del Municipio e col sèguito, erano venuti a

piedi come accennai; ma l'arcivescovo era venuto in carrozza; ora nel

tempo che durarono le famose trattative pel pacifico scioglimento,

erano già accaduti conflitti colla truppa in diversi punti della città;

il grido _barricate!_ _barricate!_ aveva risuonato, e come per incanto

già ne erano sorte in gran numero.

Fra le strade che vennero chiuse per le prime vi ebbe precisamente

quella di S. Romano che mette al ponte di S. Damiano ove comincia

la via di Monforte. Il ponte stesso poi era asserragliato ed erasi

chiuso principalmente con un gran carro carico di botti vuote che

a caso passava di là, cui erano state tolte le ruote: indi con

panche, usci, legnami, era stato formato un ammasso con grande studio

intrecciato, lasciando solo da un lato un piccolo passaggio per i

pedoni. L'arcivescovo non potendo più passare colla carrozza, entrò in

casa Mantegazza che è la penultima che trovasi a mano sinistra prima

d'arrivare al ponte venendo dal palazzo di Governo, e rimase colà

nascosto per quattro giorni, essendone uscito, a quanto mi si disse,

solo alla fine del quarto. Ma per quanto sollecita fosse stata la

gente a fuggire dal palazzo di Governo, non pertanto la via immediata

e i suoi accessi non erano ancora affatto sgombri allorchè arrivò la

truppa.

Taluni, o perchè fossero stati troppo lenti o perchè venendo da vie

laterali, ch'ivi sboccano come quella detta della Passione, ignoravano

il pericolo, si lasciarono sorprendere nello spazio ancor libero prima

di arrivar alle barricate.

I soldati, visti i due compagni uccisi, divennero furibondi e

cominciarono a dar la caccia a quanti vedevano e ne cadde più d'uno; ma

sventuratissimi sopra tutti furono due giovani di civil condizione che,

fuggendo, credettero salvarsi entrando in quella casa bassa che sta di

fronte alla soppressa chiesa di S. Damiano e nella quale eravi allora

un negozio di cartoleria. La porta era stata levata per formar la

barricata sul ponte e l'accesso era quindi libero a tutti. I cacciatori

tedeschi videro i fuggenti entrar in quella casa e li seguirono.

Allora i due giovani salirono su quante scale trovarono e finirono

per arrivare al tetto sul quale pure s'arrampicarono; ma colà vennero

raggiunti dai soldati, e sia che trascinati dalla corsa sul piano

inclinato del tetto cadessero, sia che prima venissero uccisi e poi

gettati nella strada, certo è che caddero entrambi l'uno presso l'altro

avanti la bottega del cartolaio. Colà rimasero tutto il tempo che durò

la lotta, ed erano talmente sfigurati che non fu possibile l'accertare

chi fossero; solo dal modo di vestire, dalla calzatura ricercata e

dagli orologi che portavano, si dedusse che appartenevano alla classe

civile. Breve tempo era corso dall'uccisione delle sentinelle e già

erano esse state vendicate ad usura, ed innocenti al pari di loro

erano le vittime designate dalla sorte, che ha tanta parte in siffatti

avvenimenti, ad espiare il loro inopinato eccidio. Divulgatasi la

notizia delle uccisioni del Borgo di Monforte, il popolo cominciò la

sua volta a dar la caccia ai soldati, e ciò che prova che gli stessi

ufficiali non credevano che potesse scoppiare un moto di tal portata,

si è che quattro di essi vennero fatti prigionieri mentre si trovavano

in città, ignari di quanto era avvenuto.

Allorchè io mi ritirai dal palazzo di Governo, avendo sempre i miei

due gran pistoloni e la sciabola, mi ero affrettato ad andare a

casa ove aveva munizioni nascoste. Io abitava nel palazzo Ciani, sul

corso di Porta Orientale di fronte al vicolo de' Capuccini, palazzo

allora di recente costruzione e notabile per la sua architettura.

Tolte le munizioni dal nascondiglio, caricai in fretta e alla meglio

i pistoloni e uscii di nuovo. Frattanto aveva principiato a piovere;

il rumore delle fucilate era cessato; pareva subentrata una sosta nel

combattimento; non pertanto io volli discendere nella via e vedere

che cosa avveniva e che cosa potevo fare. Vuoto completamente era

il corso; le porte presso la barriera, alla quale fa capo il corso

stesso, erano già occupate da truppa numerosa, ond'io m'avanzai verso

l'interno della città con precauzione. Giunto al ponte, scôrsi in poca

distanza, a circa metà del tratto che corre fra esso e la via della

Spiga, un cadavere presso il marciapiede a destra di chi discende.

Mi avvicinai e ravvisai in esso un uomo piuttosto avanzato d'età,

ch'era stato colpito da una palla nel mezzo della fronte ed era caduto

supino, una striscia di sangue diluito dall'acqua stendevasi lungo il

corso per non breve tratto. Non mi parve umano lasciar così esposto

quel cadavere all'intemperie, e curvatomi, lo afferrai pel vestito

affine di trascinarlo sotto qualche tetto; allora dalle botteghe o

case vicine mi vennero in aiuto tre persone, e sollevatolo di peso, lo

trasportammo entro quello strettissimo vicolo, che primo si incontra

passato il ponte a destra e chiamasi il vicolo de' Mulini, perchè

conduce realmente ad uno dei mulini che si trovano nella città, posto

in moto dalla caduta d'acqua d'uno dei tanti sostegni che i Milanesi

chiamano _conche_ del naviglio; molino che deve contar più secoli

d'esistenza. In fondo al vicolo sta un gran portone, e noi ci avanzammo

fino a quello e bussammo perchè aprissero. Sulle prime non ci si volle

aprire, e, deposto il cadavere, dovemmo parlamentare a lungo, spiegare

chi fossimo, che cosa volessimo, assicurare che tutto il corso era

libero di soldati, che non chiedevamo assolutamente altro se non che

si desse ricovero a quel cadavere, affine di non lasciarlo in una

strada sotto l'acqua. Mentre si perdeva il tempo parlamentando in

quel modo, una delle persone che mi avevano dato mano a trasportarlo,

credette riconoscerlo e disse che era un povero cuoco, la persona

più innocua che ci fosse, caduto vittima esso pure del triste suo

fato. Finalmente aprirono, e, deposto il cadavere nel primo luogo

coperto che si incontrò, ci disponemmo a tornare ciascuno ai fatti

nostri. Io precedeva gli altri, ma giunto allo sbocco del vicolo, vidi

avanzarsi da Porta Orientale una numerosa pattuglia; laonde feci cenno

ai compagni di fermarsi e ne spiegai loro la causa. Retrocedettero

essi andando giù verso il molino, fuori della linea retta del vicolo;

ma io mi fermai in quello strettissimo luogo, ove potevo rimanere

inosservato, tanto più che il giorno cominciava già a declinare.

Dal fondo del vicolo, come da un cannocchiale, stava attendendo d'un

momento all'altro che passasse quella pattuglia. Trascorso più d'un

quarto d'ora, mi avvicinai di nuovo allo sbocco e vidi che essa si era

fermata un po' più addietro del palazzo Serbelloni-Busca al di là del

ponte e che se ne staccava in quel punto un soldato che s'avanzava

sulla sinistra, ossia dal lato opposto a quello ove mi trovava.

Indietreggiai di alcuni passi, mi posi ben ritto al muro, impugnai

il mio pistolone per qualsiasi caso e stetti osservando. Quel soldato

era un granatiere, avvolto nel suo mantello grigio; s'avanzò con passo

lento, ma sicuro, sino a casa Castiglione, che è quella colle finestre

ad ornamenti di terra cotta nello stile della fine del Quattrocento, e

quivi si fermò osservando fisso verso il principio del corso presso San

Babila ov'era una barricata. Indi sollevò a poco a poco il fucile per

tirare in quella direzione, ma poi lo abbassò di nuovo tenendolo però

sempre orizzontale; tre volte fece quell'atto e tre volte abbassò il

fucile senza sparare; si vedeva chiaro che volta per volta gli sfuggiva

la mira e che da buon soldato non voleva sciupare il colpo; finalmente

desistette ed a passo misurato retrocedette andando a raggiungere

i compagni che tutti, fatto un dietro-fronte, s'avviarono verso la

barriera di Porta Orientale. Io andai allora ad annunciare agli altri

che la via era assolutamente sgombra e che potevano uscire da quel

luogo con tutta sicurezza, come feci io pure.

Allora decisi di rientrare a casa mia per meglio ordinare il piccolo

mio armamento. Le mie palle erano d'un calibro troppo piccolo per

quei pistoloni, ed io conoscevo troppo il maneggio delle armi per

non rimaner persuaso della pochissima efficacia che avrebbero avuto

i miei tiri con palla malferma. S'avvicinava la notte, e sebbene la

fucilata fosse cessata, era evidente che i Tedeschi si preparavano;

l'insurrezione ardita, inattesa, generale, li aveva sbalorditi.

I rintocchi delle campane a martello risuonavano da ogni parte, e

davano segno che si voleva dai cittadini continuare la lotta. Era

indispensabile anche pei nostri nemici il formar un piano preciso,

perchè era chiaro che il domani si sarebbero riprese le ostilità su

vasta scala. I Tedeschi infatti si erano ritirati anche da Porta

Orientale, lasciandovi solo tanti soldati quanti bastassero per

custodire la porta. Incoraggiati da ciò, i cittadini fecero una

barricata anche presso il ponte fra casa Serbelloni-Busca e l'altra

che gli sta di fronte. Rientrato a casa mia, passai buona parte della

notte a far cartuccie, ingrossando con tela le palle sì che entrassero

forzate e si avesse un colpo meno incerto.

Ricordi intorno alle Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo 1848) Seconda edizione con aggiunte · 第 11 / 45 题