Erano ott'ore del mattino[47]. Claudia era appena risvegliata, e Nomas
aveva aperto le finestre, permettendo ai primi raggi del sole di nisan
(aprile) di venire a folleggiare nel santuario di questa beltà italiana.
Nomas mi conosceva, avendomi veduto sovente colla sua padrona, e nella
massima intimità. Malgrado tutto ciò, stentai a fare pervenire, ad
un'ora così indebita, un piccolo viglietto nel quale la supplicava di
ricevermi immediatamente, avendo a parlarle di cose gravi.
[47] Per essere più chiaro, traduco, per questo capitolo, le ore
ebraiche, in ore come noi le contiamo oggidì.
Claudia, dopo la effettuazione del suo matrimonio con Pilato, in piena
luna di miele, non si copriva più il viso di pappa la notte, onde tener
soffice la pelle e fresco il colorito. La sua teletta quindi era meno
complicata, e la poteva farsi vedere di buon mattino, non avendo bisogno
di levar via l'impiastricciata della notte. Ricevendo il mio viglietto,
Claudia mi fece introdurre tosto nel suo gabinetto di teletta, ove venne
a raggiungermi alcuni minuti dopo. Io non aveva tempo da perdere in
preliminari. Le esposi dunque in poche parole le ragioni che mi
conducevano da lei, e l'immenso servizio che le domandavo. Claudia non
esitò un momento, perchè il Rabbì l'aveva profondamente colpita. Ella
voleva essere sbarazzata di quest'uomo, di sua sorella sopratutto che
ella odiava, ma non ne desiderava punto la morte. Voleva anzi inviarlo a
Roma con sue lettere, raccomandandolo a Tiberio come un abile indovino.
— Che occorre fare? mi chiese.
— Poca cosa. Ottenere da Pilato che non tenga conto dell'accusa di
sacrilegio, e che esigli il Rabbì in qualche città romana della Siria,
come punizione del suo delitto politico.
— Pilato può farlo?
— Può tutto, se Pomponius Flaccus non vi si oppone.
— Proverò.
— Ma bisogna far presto. Il tempo stringe. Ascolta! odi tu questo ronzìo
nell'aria? Si conduce il prigioniero davanti tuo marito.
— Lo faccio chiamar subito.
— Sarebbe meglio andarci tu stessa. Giacchè, trovandosi in faccia dei
delegati del sanhedrin, che gli conducono un prigioniero o gli
presentano la sentenza di morte da essi pronunziata è probabile che egli
non verrà qui immediatamente. Ora, se egli conferma la sentenza, tutto è
perduto.
— Hai forse ragione. Ci corro. Aspettami pochi minuti fuori, onde io mi
vesta.
Uscii sulla terrazza che dava sulla piazza, e vidi infatti Gesù,
preceduto e seguito dalle guardie del Tempio, da quattro commissarii del
gran consiglio, e da uno sciame di curiosi. Essi entrarono nella corte
scoperta del palazzo, ove era il _bima_ sul _gabbatha_, e l'oratore del
sanhedrin ne fece avvertire Pilato.
Pilato sapeva già ciò che significava quel rumore, ciò che la
commissione desiderava, e chi era il prigioniero che si trascinava
innanzi a lui. Ida lo aveva istruito di tutto.
Mentre io pregava Claudia, ella supplicava Pilato.
La donna che io aveva veduta, era Ida.
Pilato, ricevendo il suo viglietto, l'aveva fatta introdurre
immediatamente al pretorio — al pretorio a bella posta — non volendo
dare a quel colloquio nessun altro significato che una domanda di
grazia, e ad Ida nessun'altra attitudine che quella di supplicante. Ma
quando la vide, così pallida, inondata di lagrime, affranta di dolore e
d'emozioni d'ogni fatta, in disordine di spirito e di vestiti, egli si
sentì commosso profondamente, e tutto quel mondo d'amore, di gioia, di
consolazioni, di dolcezze che aveva provato durante la sua relazione con
Ida, si risvegliò nel suo cuore. Le ricordanze lo battevano in breccia
d'ogni lato. E chi sa? ora che aveva gustato il frutto contestato di
Claudia; chi sa, dico, se la fanciulla pura e amorosa che aveva
abbandonata, non gli sembrasse mille volte preferibile a quella ardente
tigre romana, che lo inebbriava, che lo ardeva, ma che lo padroneggiava
altresì? Pilato era sole vicino ad Ida, ombra rimpetto a Claudia. E'
corse dunque incontro alla giovinetta e fece uscire tutti.
Ida tremava così forte, vacillava talmente, che Pilato la raccolse nelle
braccia onde impedirle di cadere svenuta al suolo. Il contatto del petto
del suo damo fece l'effetto di un ferro rovente sopra la Galilea. Ella
si allontanò di un balzo, e indietreggiò fino alla porta.
Pilato la riprese per le mani, e con l'accento più dolce che potè
trovare, con l'espressione più tenera che seppe dare alla sua voce, le
chiese cosa desiderasse. Ida con poche parole, male articolate, espose
la posizione di suo fratello, il pericolo che egli correva tale quale
Maria glielo aveva spiegato, e che Pilato conosceva già pei rapporti dei
suoi agenti.
Vi sono delle posizioni inesorabili, che impongono certe delicatezze,
cui sembra impossibile obliare o violare. Tale era quella di Pilato
rimpetto ad Ida. Egli non l'aveva amata. Ella veniva, ella che l'aveva
amato ed era stata abbandonata, a supplicarlo di salvar suo fratello,
disonorato da lei, disonorato da lui, ma in pericolo di morte. Tutto
vietava all'amante ed all'amata il minimo ritorno verso il passato, la
più piccola reminiscenza d'un amore messo allo scarto, e che non poteva
in nessuna maniera esser richiamato in scena, in questa circostanza,
esso, fomite di voluttà, per assumervi le sembianze della pietà. Non
pertanto il cuore, che deride sempre la ragione, non tenne nessun conto
di queste convenienze nè dalla parte di Pilato, nè dalla parte di Ida e
dimenticando l'una il fratello, l'altro la moglie, si lasciarono andare
alle memorie passate. Pilato aveva a spiegarsi; Ida a giustificarsi.
Moab aveva gittato in fra di loro un equivoco; Claudia un pericolo; io
un pretesto. Tutto ciò era stato in seguito posto in chiaro. Ma essi
erano ancora in sul broncio, e si trovavano uno rimpetto all'altro,
esigendo non più un ritorno all'amore, che pareva impossibile, ma una
restituzione di stima, che era un dovere. Non ho mai conosciuto i
particolari di questa scena breve, febbrile, rapida, tenera, piena di
passioni, e che sarebbe forse stata coronata da un bacio, se il rumore
degli agenti del tempio, non li avesse richiamati alla terribile
situazione del momento.
— Sei almeno felice ora? gli domandò Ida con un accento di sensibilità e
di tenerezza infinita.
Pilato esitò un momento a rispondere — è lui stesso che me lo disse poi
— indi esclamò:
— Come un uomo che dopo aver delibate le aurore profumate della
primavera sotto il cielo della Campania, nel golfo di Baia, si trova
trasportato, in pien meriggio, sotto il sole di luglio nelle pianure
della Siria. Il sole è bello, splendido, ma brucia ed uccide.
— Il mio amore, gli disse Ida, non ebbe che uno scopo: consolarti dei
tuoi misteriosi dolori. Conosco ora questo mistero. Nato dalla
compassione, quell'amore non poteva essere che puro e santo. Esso lo fu.
Io non ho rimorsi. Il tuo abbandono non è che una cessazione di gioia.
Ebbene, si prende l'abitudine del silenzio, della solitudine, del
dolore. Tutto ciò ha ancora delle ebbrezze, quando si può dirsi: ho
fatto del bene. La macchia che io aveva gettata sulla mia famiglia è
lavata: essa mi ha ripudiata. Mia madre, la mia stessa madre non ha
voluto rivedermi. Ma la mi ha perdonato; ciò mi basta. Io non tengo più
a nulla in questo mondo. Posso partire o restare, cadere o rialzarmi,
senza che un occhio amico mi segua, che un pensiero s'attacchi a me. La
povera mosca ha preso il volo: essa appartiene oramai allo spazio ed
alla natura ingannatrice.
— E se io osassi dirti: Ida, spera! sospirò Pilato scosso profondamente.
— Ti risponderei, replicò Ida, che non ne ho più di bisogno. Chi si
preoccupa del domani ha d'uopo della speranza — questo fiore avvelenato.
Io non ho dimani, e ne sono felice. La notte ha tutte le voluttà di cui
quelle del nulla sono le più inebbrianti. Che m'importa come ciò finirà?
Il sole è coricato, ed io non aspetto l'aurora.
In quel momento lo strepito della corte richiamò Ida e Pilato alla
situazione cui avevano il torto di aver dimenticata. Il tribuno di
guardia al pretorio venne ad annunziare a Pilato, che il gran Consiglio
gli inviava un condannato. Il procuratore uscì secondo l'uso e si assise
sulla _bima_. Allora Osea figlio di Elah, oratore del sanhedrin, gli
presentò la sentenza del Consiglio ed il prigioniero. Pilato lesse la
condanna ed esclamò:
— La morte!
— Sì, rispose Osea. Noi abbiamo una legge: secondo questa legge, egli
deve morire, perchè si è fatto figlio di Dio[48].
[48] GIOV., cap. XIX, v. 7.
— Ciò non mi riguarda, disse Pilato con impazienza. La spada di Cesare
non vendica gli Dei cui Cesare non conosce.
— Ma la spada di Cesare, rispose Osea, punisce queglino che si
proclamano re, là ove desso è imperatore. Ora, noi non abbiamo altro re
che Tiberio. Se tu ne conosci un altro, assolvi il prigioniero[49].
[49] Idem., cap. XIX, v. 12-15.
— Allora io voglio sapere, e scandagliare io stesso la verità. Fate
passare codesto uomo nel pretorio, ond'io lo interroghi.
Pilato rientrò nella sala del giudizio ove i soldati romani introdussero
il Rabbì. A quella vista, Ida gettò un grido, e si avvicinò a suo
fratello; ma questi ritrovandola alla presenza di Pilato, arrossì ed
indietreggiò. Ida comprese e cadde ai piedi del procuratore. In quel
momento stesso apparve Claudia, e vide Ida in ginocchio, mentre Pilato
si piegava per rialzarla, sfiorando delle sue guancie i capelli della
fanciulla, respirando il suo alito e dicendole alcune parole di
consolazione.
Fu un lampo.
Io seguiva Claudia.
Alla vista d'Ida e di suo marito in quella posizione, così vicini l'uno
all'altro, Claudia diede un ruggito che avrebbe spaventato una leonessa.
— Tu ancora? gridò la forsennata. Ah! ti tengo alla fine.
Ed acciuffandola dai capelli, rapendola di un sol balzo, Claudia varcò
la sala e sparve dalla porta d'onde eravamo entrati, chiudendola dietro
di sè. Questa apparizione sinistra non durò che un momento, ma il
terrore s'impadronì di noi tutti. Io volli slanciarmi dietro alle due
donne. La porta era serrata a chiavistello. Volli uscire. Il Rabbì mi
sbarrava la porta della corte, sulla cui soglia egli restava freddo ed
immobile.
Egli mi avvischiava ad un altro disastro.
Pilato profondamente turbato da ciò che era allora accaduto e prevedendo
forse l'atto terribile che stava per compiersi negli appartamenti di sua
moglie, senza ch'egli potesse impedirlo, passeggiò per alcuni istanti
nella sala. Ida, il Rabbì, Claudia si confondevano nel suo spirito
velato, e danzavano in una nuvola di sangue. Si fermò finalmente
rimpetto al prigioniero, e con una grande veemenza, quasi fuori di sè,
gli chiese:
— Chi sei tu?
— Gesù da Nazareth, in Galilea.
— Ma allora tu sei suddito di Antipas Erode, ed egli è qui. Io non posso
giudicarti, non voglio giudicarti. Conducete costui dal tetrarca.
Il tribuno Popilius, a cui quest'ordine era dato, escì nella corte col
Rabbì, e consegnandolo nuovamente alla commissione del sanhedrin ed alle
guardie del Tempio, loro comunicò la risoluzione del procuratore.
Osea riprese il prigioniero, ed uscì brontolando.
Io mi presentai allora da Claudia onde saper qualche cosa della sorte
della disgraziata Ida. Nomas mi rispose a nome di Claudia, che questa
era nel bagno, e che potevo ritornare più tardi. Interrogai Nomas. Ella
sclamò quasi spaventata:
— Domandalo al _lorarium_.
L'anima ripiena di un nuovo terrore a questa parola sinistra di
_lorarium_ — il carnefice — corsi al palazzo di Antipas per provvedere
alla sorte dell'altra vittima.
Il Rabbì si trovava già in presenza del tetrarca.
Questi non era ancora alzato; ma vivamente compiaciuto della deferenza
che Pilato gli mostrava questa volta, ricevette il prigioniero stando
nel suo letto.
Antipas era coricato in un letto di tartaruga ed oro, sulla seta e sulle
piume, coperto di porpora ricamata a pietre preziose. Davanti il letto
restava lungo disteso il suo leopardo. Sul letto stesso, uno sciame di
pappagalli, di piccoli cani, di scimmiotti scambiavano colpi di becco, e
colpi di denti, aizzati l'un contro l'altro ora da Antipas ora dai suoi
nani, e facendo un diavoleto indescrivibile. All'estremità del letto
tenevasi una bella schiava greca che profumava i piedi del tetrarca.
Alla testa, una schiava siriaca ancora più bella gli strappava i capelli
bianchi. E nello spigolo di dietro, una schiava galla, più bella e meno
vestita delle altre due, tingeva le sopracciglia ed i lembi delle
palpebre di quell'allegro compare, di già imbellettato come una _lupa_
dei sobborghi di Roma. Una folla di schiavi d'ambi i sessi giravano
nella stanza, gli uni per preparargli la teletta del suo alzarsi dal
letto, gli altri per porgergli la porzione di suco d'aranci misto al
latte caldo, al mele ed al cinnamomo, per la quale il tetrarca
rinnovellava le sue relazioni quotidiane col suo stomaco.
— Ah! Ah! sclamò Antipas scorgendo il prigioniero: eccoti qua, Rabbì! Tu
vieni questa volta senza essere invitato, eh! Come sei amabile! Arrivi,
in mia fede, bell'a proposito. Ho il mio leopardo molto malinconico da
ieri in qua, tu devi distrarlo, o se è ammalato, guarirlo. Ti do parola
che questa mattina son proprio in vena di vedere dei bei miracoletti. Ho
dormito allegramente bene la notte scorsa. E tu, Rabbì? Ora, comprendi,
ho una voglia pazza di veder Salomè. Tu puoi mostrarmela in un bicchier
d'acqua del pozzo di Giacobbe, che ho là; ma, sta ben attento! non
voglio vederla tra addobbi, e tra veli, eh! Non voglio che tu mi giunti
e mi mostri invece la maga d'Endor. Io voglio veder Salomè, tale quale,
precisa com'è, intendi? Nasca, ragazza mia, fa attenzione, m'hai levato
un capello nero. Ah! sei lì anche tu, Giuda! farai colazione con me
allora, bello mio. Aveva ragione io, quando ti diceva che il tuo Rabbì
mi aveva l'aria di un selvaggio. Gli parlo, gli dimando un miracolino
ch'è proprio nulla, che il mio filosofo fenicio spiccerebbe colla stessa
facilità che tu inghiotti una ciliegia.... Ne avrai questa mattina delle
ciliegie, Giuda: n'ho ricevuta la primizia da Alessandria. Ma rispondi
dunque, Rabbì. Perchè diavolo me lo conducete dunque, qui, se egli non
trova nulla per distrarmi e se non fa nulla per divertirmi?
Una speranza mi luccicò nell'anima. Gli dissi dunque:
— Gli è, principe mio, che il re dei Giudei è di cattivo umore perchè i
suoi sudditi gli hanno mancato di rispetto. Ripara il mal fatto. Dagli
un mantello di porpora, e rimandalo via col migliore dei tuoi cammelli;
ed egli andrà al tuo ritorno al palazzo di Tiberiade, a mostrarti più
prodigi che non ne fecero mai i maghi di Faraone.
— Darei volentieri il mantello al mio re, ma non posso rimandarlo,
poichè codesto piccolo procuratore romano me l'ha lanciato qui, non so
perchè.
— Perchè l'assassino del Battista, rispose il Rabbì, assassini pure il
figlio dell'uomo.
— Eh! eh! tu canti bene, Rabbì. È l'istesso tuono, e il salmo ha lo
stesso stile. Ma io non amo i plagiarii. Ti perdonerei piuttosto di
cantar falso, che il cattivo ribiascicar di quell'altro.
— Tetrarca, disse allora Osea, che comprese la mia astuzia e temeva la
frivolezza d'Antipas, il procuratore romano t'invia questo prigioniero,
condannato a morte dal gran Consiglio della Giudea, perchè tu confermi
la sentenza, poichè quest'uomo è tuo suddito. Egli ha bestemmiato Dio,
usurpato i diritti di Cesare: si è proclamato re e Dio.
— Sei modesto, Rabbì. Poichè eri in vena, valeva meglio proclamarti
Cesare di un tratto e marciare sopra Roma alla testa delle tue
legioni....
— Di angeli, interruppe Osea: l'ha detto.
— Se la è così, Rabbì, io ti conduco meco, subito, libero, festeggiato,
se mi presti una o due delle tue legioni, per dare una correzione a quel
birbo del mio ex suocero Areta, che mi fa guerra, perchè la sua
figliuola, color zafferano, non mi piace più. Cosa ne dici? Accetti?
Il Rabbì taceva. Ciò scoraggiava Antipas che amava il rimbecco fosse
anche contro di sè. E' soggiunse:
— Rabbì, mi hanno raccontato tante cose di te, e tante tue parole, che
io ti farei re degli Ebrei senza esitare, se fossi imperatore dei
Romani. Intanto fa qualche cosa per me. Ho un dente smosso, e diversi
capelli bianchi. Erodiade non si rassegna a ciò, e Salomè dà la berta ai
miei cinquant'anni. Liberami da queste noje. Che diamine! se tu puoi far
passare i demoni dai corpi delle donne in quelli dei maiali — hai dei
demoni proprio compiacenti — ebbene puoi bene raffermare il mio dente, e
regalarmi una capigliatura bionda. Ti chiederò poi da solo a solo
un'altra cosa — e se puoi riescire in ciò che non potei ottener da alcun
filtro, ti dò la Perea.
Il Rabbì volse il capo con disgusto, e mormorò una parola di disprezzo
che non intesi bene. Antipas vedendo allora che non c'era nulla da
cavare da quell'ostinato, sclamò:
— Andate ad impiccarlo, se vi aggrada, codesto vostro re degli Ebrei,
sia egli o no mio suddito. Voi lo vedete! egli non è neppur buono a
guarire i miei calli. Gratta, Calliope, gratta, piccina mia, tu mi
solletichi deliziosamente i piedi.
— Principe, osservai io nuovamente, non permettere che si giustizii un
tuo suddito fuori dei tuoi dominii. Se il Rabbì è colpevole, giudicalo a
Tiberiade.
— Che! che! Cosa vuoi che io faccia di codesto bruto silenzioso lungo il
mio viaggio? Poi bisogna rendere a Pilato la gentilezza usatami, non
fosse che per insegnargli che non si perde mai ad esser convenevole coi
principi. Conducete, conducete via subito codesto rustico, che non si
degna neppur di rispondermi, e di fare un miracolo da quattro soldi.
Osea non chiedeva di meglio, poichè egli sembrava poco rassicurato sul
leggero contegno del tetrarca. Egli preferiva l'asprezza di Pilato.
Quando Antipas aveva detto che darebbe un mantello di porpora a Gesù, il
suo liberto s'era affrettato a spogliare il Rabbì del suo mantello
azzurro, cui trovava di sua convenienza. Ma il tetrarca non avendo poi
realizzato il suo proposito, il Rabbì se ne tornò colla sua sola tunica
bianca.
Era passato il mezzogiorno quando ritornammo al palazzo d'Erode.
Mentre il Rabbì ricompariva dinanzi a Pilato, io mi recavo da Claudia.
Maria fu la sola fra gli amici e i discepoli di Gesù che assistette
all'interrogatorio.
Pilato riapparve sulla _bima_, di molto cattivo umore. Egli credeva
essersi scaricato sul tetrarca d'un giudizio che gli pesava, a causa di
Claudia, e d'Ida. Poichè, qualunque fosse stata la sua sentenza, essa
ferirebbe una di quelle due donne ch'egli amava.
— Il tetrarca, disse Osea, non vuole confermare la nostra condanna.
D'altronde non ne ha precisamente il diritto. Il delitto è stato
commesso sopra un suolo di tua e di nostra giurisdizione: noi soli
abbiamo il diritto di condannare.
Pilato alzò le spalle con un atto di sprezzo e di impazienza, ed
indirizzandosi al Rabbì, gli disse bruscamente:
— Li ascolti? Tu sei dunque re degli Ebrei, tu?
— Questa domanda viene da te, oppose il Rabbì, ovvero tu ripeti ciò che
gli altri dicono di me?
— Sono forse Ebreo io? I tuoi compatriotti ed il tuo sanhedrin ti
conducono da me, come colpevole. Che hai fatto dunque? È egli vero che
hai tentato di conquistare questo regno?
— Questo regno? Apprendi dunque, agente di Cesare, che il mio regno non
è di questo mondo. Se lo fosse, la mia gente avrebbe combattuto per me,
m'avrebbe tolto alle mani degli Ebrei, e ti avrebbe ridotto
all'impotenza. Ma, lo ripeto, il mio regno non è di questo mondo.
— Così, tu sei veramente re, allora?
— Tu l'hai detto, rispose Gesù, io sono re. Gli è per questo che io
nacqui, gli è per questo che sono venuto al mondo. Io debbo attestare la
verità. E chiunque è nel vero, ascolta la mia voce.
— Ma cosa dunque è la verità[50]?
[50] GIOV., cap. XVIII, v. 33, 34, 35, 36, 37, 38. Vedi pure la
nota B.
Il Rabbì non rispose più. Osea sclamò:
— Come? tu cerchi ancora la verità, ufficiale di Cesare? Non ha egli
detto chiaramente che egli è re degli Ebrei?
— Precisamente perchè egli lo ha detto così chiaro, io ne dubito. Se
fosse colpevole, egli avrebbe negato. Egli è dunque pazzo. Io non posso
condannare alla croce un uomo che ha perduto la ragione.
— Fa attenzione, procuratore! disse Osea. Quest'uomo non è nè pazzo, nè
visionario. Egli è rivoluzionario. Tu ci offendi, se non vendichi la
bestemmia contro il nostro Dio. Non ha egli detto perfino che se
demolissimo il Tempio, egli lo ricostruirebbe entro tre giorni?
— Vado a farlo flagellare allora per farvi piacere, ripetè Pilato. Ogni
altro castigo mi sembra enorme.
— Enorme! mormorò Osea. Procuratore, sta attento. Interroga tutta
Gerusalemme che l'ha veduto, quattro giorni fa, entrare nella città
accompagnato dai suoi compatriotti che gridavano: Osanna al figlio di
Davide, Osanna al re degli Ebrei! Se un fatto simile fosse accaduto a
Roma, Tiberio l'avrebbe egli tollerato? La nostra fedele città non ha
ceduto alla tentazione, ed ha lasciato passare la sommossa. Ora noi non
vogliamo, noi che siamo responsabili dell'ordine nella nostra città, che
la notizia ne sia portata a Cesare, e ch'egli ne prenda pretesto per
aggravarci di nuove tasse. Noi abbiam fatto il nostro dovere. Abbiamo
preso, condannato, e presentato al tuo tribunale il colpevole d'un
tentativo d'insurrezione contro l'imperatore; noi ci scaricheremo presso
di lui con una ambasciata. Noi non abbiamo alcuna sete di sangue; ma tu
resti responsabile delle conseguenze.
— Io non temo le vostre accuse contro di me. Cesare mi conosce. Ma io
non voglio creare fra noi dei nuovi appigli di dissapori. Voi volete che
quest'uomo, che questo vaneggiatore sia condannato alla croce? io lo
condanno. Ma siccome tutti gli anni, alla festa del paschac, io fo
grazia ad un condannato, vi propongo di farla al Rabbì. Ho in questo
momento quattro condannati a morte fra le mani: costui, un ladro
d'Emmaus, l'esseniano Moab che ha tentato di assassinarmi, e Gesù Bar
Abbas che ha assassinato Justus. Scegliete.
— Gesù, Gesù! gridò la gente che riempiva il tribunale.
— Ve l'accordo, disse Pilato sorridendo. Popilius, libera quest'uomo.
— Non costui, non costui, replicò la folla, Gesù Bar Abbas.
Pilato impallidì, e fissò il Rabbì. Questi sorrise tristemente. Pilato
rientrò nella sala del giudizio, e dettò la sentenza.
In quel momento, io entrai pure nella sala.
Io era inorridito di ciò che avevo veduto.
Maria attendeva al di fuori.