XXXI.

Erano ott'ore del mattino[47]. Claudia era appena risvegliata, e Nomas

aveva aperto le finestre, permettendo ai primi raggi del sole di nisan

(aprile) di venire a folleggiare nel santuario di questa beltà italiana.

Nomas mi conosceva, avendomi veduto sovente colla sua padrona, e nella

massima intimità. Malgrado tutto ciò, stentai a fare pervenire, ad

un'ora così indebita, un piccolo viglietto nel quale la supplicava di

ricevermi immediatamente, avendo a parlarle di cose gravi.

[47] Per essere più chiaro, traduco, per questo capitolo, le ore

ebraiche, in ore come noi le contiamo oggidì.

Claudia, dopo la effettuazione del suo matrimonio con Pilato, in piena

luna di miele, non si copriva più il viso di pappa la notte, onde tener

soffice la pelle e fresco il colorito. La sua teletta quindi era meno

complicata, e la poteva farsi vedere di buon mattino, non avendo bisogno

di levar via l'impiastricciata della notte. Ricevendo il mio viglietto,

Claudia mi fece introdurre tosto nel suo gabinetto di teletta, ove venne

a raggiungermi alcuni minuti dopo. Io non aveva tempo da perdere in

preliminari. Le esposi dunque in poche parole le ragioni che mi

conducevano da lei, e l'immenso servizio che le domandavo. Claudia non

esitò un momento, perchè il Rabbì l'aveva profondamente colpita. Ella

voleva essere sbarazzata di quest'uomo, di sua sorella sopratutto che

ella odiava, ma non ne desiderava punto la morte. Voleva anzi inviarlo a

Roma con sue lettere, raccomandandolo a Tiberio come un abile indovino.

— Che occorre fare? mi chiese.

— Poca cosa. Ottenere da Pilato che non tenga conto dell'accusa di

sacrilegio, e che esigli il Rabbì in qualche città romana della Siria,

come punizione del suo delitto politico.

— Pilato può farlo?

— Può tutto, se Pomponius Flaccus non vi si oppone.

— Proverò.

— Ma bisogna far presto. Il tempo stringe. Ascolta! odi tu questo ronzìo

nell'aria? Si conduce il prigioniero davanti tuo marito.

— Lo faccio chiamar subito.

— Sarebbe meglio andarci tu stessa. Giacchè, trovandosi in faccia dei

delegati del sanhedrin, che gli conducono un prigioniero o gli

presentano la sentenza di morte da essi pronunziata è probabile che egli

non verrà qui immediatamente. Ora, se egli conferma la sentenza, tutto è

perduto.

— Hai forse ragione. Ci corro. Aspettami pochi minuti fuori, onde io mi

vesta.

Uscii sulla terrazza che dava sulla piazza, e vidi infatti Gesù,

preceduto e seguito dalle guardie del Tempio, da quattro commissarii del

gran consiglio, e da uno sciame di curiosi. Essi entrarono nella corte

scoperta del palazzo, ove era il _bima_ sul _gabbatha_, e l'oratore del

sanhedrin ne fece avvertire Pilato.

Pilato sapeva già ciò che significava quel rumore, ciò che la

commissione desiderava, e chi era il prigioniero che si trascinava

innanzi a lui. Ida lo aveva istruito di tutto.

Mentre io pregava Claudia, ella supplicava Pilato.

La donna che io aveva veduta, era Ida.

Pilato, ricevendo il suo viglietto, l'aveva fatta introdurre

immediatamente al pretorio — al pretorio a bella posta — non volendo

dare a quel colloquio nessun altro significato che una domanda di

grazia, e ad Ida nessun'altra attitudine che quella di supplicante. Ma

quando la vide, così pallida, inondata di lagrime, affranta di dolore e

d'emozioni d'ogni fatta, in disordine di spirito e di vestiti, egli si

sentì commosso profondamente, e tutto quel mondo d'amore, di gioia, di

consolazioni, di dolcezze che aveva provato durante la sua relazione con

Ida, si risvegliò nel suo cuore. Le ricordanze lo battevano in breccia

d'ogni lato. E chi sa? ora che aveva gustato il frutto contestato di

Claudia; chi sa, dico, se la fanciulla pura e amorosa che aveva

abbandonata, non gli sembrasse mille volte preferibile a quella ardente

tigre romana, che lo inebbriava, che lo ardeva, ma che lo padroneggiava

altresì? Pilato era sole vicino ad Ida, ombra rimpetto a Claudia. E'

corse dunque incontro alla giovinetta e fece uscire tutti.

Ida tremava così forte, vacillava talmente, che Pilato la raccolse nelle

braccia onde impedirle di cadere svenuta al suolo. Il contatto del petto

del suo damo fece l'effetto di un ferro rovente sopra la Galilea. Ella

si allontanò di un balzo, e indietreggiò fino alla porta.

Pilato la riprese per le mani, e con l'accento più dolce che potè

trovare, con l'espressione più tenera che seppe dare alla sua voce, le

chiese cosa desiderasse. Ida con poche parole, male articolate, espose

la posizione di suo fratello, il pericolo che egli correva tale quale

Maria glielo aveva spiegato, e che Pilato conosceva già pei rapporti dei

suoi agenti.

Vi sono delle posizioni inesorabili, che impongono certe delicatezze,

cui sembra impossibile obliare o violare. Tale era quella di Pilato

rimpetto ad Ida. Egli non l'aveva amata. Ella veniva, ella che l'aveva

amato ed era stata abbandonata, a supplicarlo di salvar suo fratello,

disonorato da lei, disonorato da lui, ma in pericolo di morte. Tutto

vietava all'amante ed all'amata il minimo ritorno verso il passato, la

più piccola reminiscenza d'un amore messo allo scarto, e che non poteva

in nessuna maniera esser richiamato in scena, in questa circostanza,

esso, fomite di voluttà, per assumervi le sembianze della pietà. Non

pertanto il cuore, che deride sempre la ragione, non tenne nessun conto

di queste convenienze nè dalla parte di Pilato, nè dalla parte di Ida e

dimenticando l'una il fratello, l'altro la moglie, si lasciarono andare

alle memorie passate. Pilato aveva a spiegarsi; Ida a giustificarsi.

Moab aveva gittato in fra di loro un equivoco; Claudia un pericolo; io

un pretesto. Tutto ciò era stato in seguito posto in chiaro. Ma essi

erano ancora in sul broncio, e si trovavano uno rimpetto all'altro,

esigendo non più un ritorno all'amore, che pareva impossibile, ma una

restituzione di stima, che era un dovere. Non ho mai conosciuto i

particolari di questa scena breve, febbrile, rapida, tenera, piena di

passioni, e che sarebbe forse stata coronata da un bacio, se il rumore

degli agenti del tempio, non li avesse richiamati alla terribile

situazione del momento.

— Sei almeno felice ora? gli domandò Ida con un accento di sensibilità e

di tenerezza infinita.

Pilato esitò un momento a rispondere — è lui stesso che me lo disse poi

— indi esclamò:

— Come un uomo che dopo aver delibate le aurore profumate della

primavera sotto il cielo della Campania, nel golfo di Baia, si trova

trasportato, in pien meriggio, sotto il sole di luglio nelle pianure

della Siria. Il sole è bello, splendido, ma brucia ed uccide.

— Il mio amore, gli disse Ida, non ebbe che uno scopo: consolarti dei

tuoi misteriosi dolori. Conosco ora questo mistero. Nato dalla

compassione, quell'amore non poteva essere che puro e santo. Esso lo fu.

Io non ho rimorsi. Il tuo abbandono non è che una cessazione di gioia.

Ebbene, si prende l'abitudine del silenzio, della solitudine, del

dolore. Tutto ciò ha ancora delle ebbrezze, quando si può dirsi: ho

fatto del bene. La macchia che io aveva gettata sulla mia famiglia è

lavata: essa mi ha ripudiata. Mia madre, la mia stessa madre non ha

voluto rivedermi. Ma la mi ha perdonato; ciò mi basta. Io non tengo più

a nulla in questo mondo. Posso partire o restare, cadere o rialzarmi,

senza che un occhio amico mi segua, che un pensiero s'attacchi a me. La

povera mosca ha preso il volo: essa appartiene oramai allo spazio ed

alla natura ingannatrice.

— E se io osassi dirti: Ida, spera! sospirò Pilato scosso profondamente.

— Ti risponderei, replicò Ida, che non ne ho più di bisogno. Chi si

preoccupa del domani ha d'uopo della speranza — questo fiore avvelenato.

Io non ho dimani, e ne sono felice. La notte ha tutte le voluttà di cui

quelle del nulla sono le più inebbrianti. Che m'importa come ciò finirà?

Il sole è coricato, ed io non aspetto l'aurora.

In quel momento lo strepito della corte richiamò Ida e Pilato alla

situazione cui avevano il torto di aver dimenticata. Il tribuno di

guardia al pretorio venne ad annunziare a Pilato, che il gran Consiglio

gli inviava un condannato. Il procuratore uscì secondo l'uso e si assise

sulla _bima_. Allora Osea figlio di Elah, oratore del sanhedrin, gli

presentò la sentenza del Consiglio ed il prigioniero. Pilato lesse la

condanna ed esclamò:

— La morte!

— Sì, rispose Osea. Noi abbiamo una legge: secondo questa legge, egli

deve morire, perchè si è fatto figlio di Dio[48].

[48] GIOV., cap. XIX, v. 7.

— Ciò non mi riguarda, disse Pilato con impazienza. La spada di Cesare

non vendica gli Dei cui Cesare non conosce.

— Ma la spada di Cesare, rispose Osea, punisce queglino che si

proclamano re, là ove desso è imperatore. Ora, noi non abbiamo altro re

che Tiberio. Se tu ne conosci un altro, assolvi il prigioniero[49].

[49] Idem., cap. XIX, v. 12-15.

— Allora io voglio sapere, e scandagliare io stesso la verità. Fate

passare codesto uomo nel pretorio, ond'io lo interroghi.

Pilato rientrò nella sala del giudizio ove i soldati romani introdussero

il Rabbì. A quella vista, Ida gettò un grido, e si avvicinò a suo

fratello; ma questi ritrovandola alla presenza di Pilato, arrossì ed

indietreggiò. Ida comprese e cadde ai piedi del procuratore. In quel

momento stesso apparve Claudia, e vide Ida in ginocchio, mentre Pilato

si piegava per rialzarla, sfiorando delle sue guancie i capelli della

fanciulla, respirando il suo alito e dicendole alcune parole di

consolazione.

Fu un lampo.

Io seguiva Claudia.

Alla vista d'Ida e di suo marito in quella posizione, così vicini l'uno

all'altro, Claudia diede un ruggito che avrebbe spaventato una leonessa.

— Tu ancora? gridò la forsennata. Ah! ti tengo alla fine.

Ed acciuffandola dai capelli, rapendola di un sol balzo, Claudia varcò

la sala e sparve dalla porta d'onde eravamo entrati, chiudendola dietro

di sè. Questa apparizione sinistra non durò che un momento, ma il

terrore s'impadronì di noi tutti. Io volli slanciarmi dietro alle due

donne. La porta era serrata a chiavistello. Volli uscire. Il Rabbì mi

sbarrava la porta della corte, sulla cui soglia egli restava freddo ed

immobile.

Egli mi avvischiava ad un altro disastro.

Pilato profondamente turbato da ciò che era allora accaduto e prevedendo

forse l'atto terribile che stava per compiersi negli appartamenti di sua

moglie, senza ch'egli potesse impedirlo, passeggiò per alcuni istanti

nella sala. Ida, il Rabbì, Claudia si confondevano nel suo spirito

velato, e danzavano in una nuvola di sangue. Si fermò finalmente

rimpetto al prigioniero, e con una grande veemenza, quasi fuori di sè,

gli chiese:

— Chi sei tu?

— Gesù da Nazareth, in Galilea.

— Ma allora tu sei suddito di Antipas Erode, ed egli è qui. Io non posso

giudicarti, non voglio giudicarti. Conducete costui dal tetrarca.

Il tribuno Popilius, a cui quest'ordine era dato, escì nella corte col

Rabbì, e consegnandolo nuovamente alla commissione del sanhedrin ed alle

guardie del Tempio, loro comunicò la risoluzione del procuratore.

Osea riprese il prigioniero, ed uscì brontolando.

Io mi presentai allora da Claudia onde saper qualche cosa della sorte

della disgraziata Ida. Nomas mi rispose a nome di Claudia, che questa

era nel bagno, e che potevo ritornare più tardi. Interrogai Nomas. Ella

sclamò quasi spaventata:

— Domandalo al _lorarium_.

L'anima ripiena di un nuovo terrore a questa parola sinistra di

_lorarium_ — il carnefice — corsi al palazzo di Antipas per provvedere

alla sorte dell'altra vittima.

Il Rabbì si trovava già in presenza del tetrarca.

Questi non era ancora alzato; ma vivamente compiaciuto della deferenza

che Pilato gli mostrava questa volta, ricevette il prigioniero stando

nel suo letto.

Antipas era coricato in un letto di tartaruga ed oro, sulla seta e sulle

piume, coperto di porpora ricamata a pietre preziose. Davanti il letto

restava lungo disteso il suo leopardo. Sul letto stesso, uno sciame di

pappagalli, di piccoli cani, di scimmiotti scambiavano colpi di becco, e

colpi di denti, aizzati l'un contro l'altro ora da Antipas ora dai suoi

nani, e facendo un diavoleto indescrivibile. All'estremità del letto

tenevasi una bella schiava greca che profumava i piedi del tetrarca.

Alla testa, una schiava siriaca ancora più bella gli strappava i capelli

bianchi. E nello spigolo di dietro, una schiava galla, più bella e meno

vestita delle altre due, tingeva le sopracciglia ed i lembi delle

palpebre di quell'allegro compare, di già imbellettato come una _lupa_

dei sobborghi di Roma. Una folla di schiavi d'ambi i sessi giravano

nella stanza, gli uni per preparargli la teletta del suo alzarsi dal

letto, gli altri per porgergli la porzione di suco d'aranci misto al

latte caldo, al mele ed al cinnamomo, per la quale il tetrarca

rinnovellava le sue relazioni quotidiane col suo stomaco.

— Ah! Ah! sclamò Antipas scorgendo il prigioniero: eccoti qua, Rabbì! Tu

vieni questa volta senza essere invitato, eh! Come sei amabile! Arrivi,

in mia fede, bell'a proposito. Ho il mio leopardo molto malinconico da

ieri in qua, tu devi distrarlo, o se è ammalato, guarirlo. Ti do parola

che questa mattina son proprio in vena di vedere dei bei miracoletti. Ho

dormito allegramente bene la notte scorsa. E tu, Rabbì? Ora, comprendi,

ho una voglia pazza di veder Salomè. Tu puoi mostrarmela in un bicchier

d'acqua del pozzo di Giacobbe, che ho là; ma, sta ben attento! non

voglio vederla tra addobbi, e tra veli, eh! Non voglio che tu mi giunti

e mi mostri invece la maga d'Endor. Io voglio veder Salomè, tale quale,

precisa com'è, intendi? Nasca, ragazza mia, fa attenzione, m'hai levato

un capello nero. Ah! sei lì anche tu, Giuda! farai colazione con me

allora, bello mio. Aveva ragione io, quando ti diceva che il tuo Rabbì

mi aveva l'aria di un selvaggio. Gli parlo, gli dimando un miracolino

ch'è proprio nulla, che il mio filosofo fenicio spiccerebbe colla stessa

facilità che tu inghiotti una ciliegia.... Ne avrai questa mattina delle

ciliegie, Giuda: n'ho ricevuta la primizia da Alessandria. Ma rispondi

dunque, Rabbì. Perchè diavolo me lo conducete dunque, qui, se egli non

trova nulla per distrarmi e se non fa nulla per divertirmi?

Una speranza mi luccicò nell'anima. Gli dissi dunque:

— Gli è, principe mio, che il re dei Giudei è di cattivo umore perchè i

suoi sudditi gli hanno mancato di rispetto. Ripara il mal fatto. Dagli

un mantello di porpora, e rimandalo via col migliore dei tuoi cammelli;

ed egli andrà al tuo ritorno al palazzo di Tiberiade, a mostrarti più

prodigi che non ne fecero mai i maghi di Faraone.

— Darei volentieri il mantello al mio re, ma non posso rimandarlo,

poichè codesto piccolo procuratore romano me l'ha lanciato qui, non so

perchè.

— Perchè l'assassino del Battista, rispose il Rabbì, assassini pure il

figlio dell'uomo.

— Eh! eh! tu canti bene, Rabbì. È l'istesso tuono, e il salmo ha lo

stesso stile. Ma io non amo i plagiarii. Ti perdonerei piuttosto di

cantar falso, che il cattivo ribiascicar di quell'altro.

— Tetrarca, disse allora Osea, che comprese la mia astuzia e temeva la

frivolezza d'Antipas, il procuratore romano t'invia questo prigioniero,

condannato a morte dal gran Consiglio della Giudea, perchè tu confermi

la sentenza, poichè quest'uomo è tuo suddito. Egli ha bestemmiato Dio,

usurpato i diritti di Cesare: si è proclamato re e Dio.

— Sei modesto, Rabbì. Poichè eri in vena, valeva meglio proclamarti

Cesare di un tratto e marciare sopra Roma alla testa delle tue

legioni....

— Di angeli, interruppe Osea: l'ha detto.

— Se la è così, Rabbì, io ti conduco meco, subito, libero, festeggiato,

se mi presti una o due delle tue legioni, per dare una correzione a quel

birbo del mio ex suocero Areta, che mi fa guerra, perchè la sua

figliuola, color zafferano, non mi piace più. Cosa ne dici? Accetti?

Il Rabbì taceva. Ciò scoraggiava Antipas che amava il rimbecco fosse

anche contro di sè. E' soggiunse:

— Rabbì, mi hanno raccontato tante cose di te, e tante tue parole, che

io ti farei re degli Ebrei senza esitare, se fossi imperatore dei

Romani. Intanto fa qualche cosa per me. Ho un dente smosso, e diversi

capelli bianchi. Erodiade non si rassegna a ciò, e Salomè dà la berta ai

miei cinquant'anni. Liberami da queste noje. Che diamine! se tu puoi far

passare i demoni dai corpi delle donne in quelli dei maiali — hai dei

demoni proprio compiacenti — ebbene puoi bene raffermare il mio dente, e

regalarmi una capigliatura bionda. Ti chiederò poi da solo a solo

un'altra cosa — e se puoi riescire in ciò che non potei ottener da alcun

filtro, ti dò la Perea.

Il Rabbì volse il capo con disgusto, e mormorò una parola di disprezzo

che non intesi bene. Antipas vedendo allora che non c'era nulla da

cavare da quell'ostinato, sclamò:

— Andate ad impiccarlo, se vi aggrada, codesto vostro re degli Ebrei,

sia egli o no mio suddito. Voi lo vedete! egli non è neppur buono a

guarire i miei calli. Gratta, Calliope, gratta, piccina mia, tu mi

solletichi deliziosamente i piedi.

— Principe, osservai io nuovamente, non permettere che si giustizii un

tuo suddito fuori dei tuoi dominii. Se il Rabbì è colpevole, giudicalo a

Tiberiade.

— Che! che! Cosa vuoi che io faccia di codesto bruto silenzioso lungo il

mio viaggio? Poi bisogna rendere a Pilato la gentilezza usatami, non

fosse che per insegnargli che non si perde mai ad esser convenevole coi

principi. Conducete, conducete via subito codesto rustico, che non si

degna neppur di rispondermi, e di fare un miracolo da quattro soldi.

Osea non chiedeva di meglio, poichè egli sembrava poco rassicurato sul

leggero contegno del tetrarca. Egli preferiva l'asprezza di Pilato.

Quando Antipas aveva detto che darebbe un mantello di porpora a Gesù, il

suo liberto s'era affrettato a spogliare il Rabbì del suo mantello

azzurro, cui trovava di sua convenienza. Ma il tetrarca non avendo poi

realizzato il suo proposito, il Rabbì se ne tornò colla sua sola tunica

bianca.

Era passato il mezzogiorno quando ritornammo al palazzo d'Erode.

Mentre il Rabbì ricompariva dinanzi a Pilato, io mi recavo da Claudia.

Maria fu la sola fra gli amici e i discepoli di Gesù che assistette

all'interrogatorio.

Pilato riapparve sulla _bima_, di molto cattivo umore. Egli credeva

essersi scaricato sul tetrarca d'un giudizio che gli pesava, a causa di

Claudia, e d'Ida. Poichè, qualunque fosse stata la sua sentenza, essa

ferirebbe una di quelle due donne ch'egli amava.

— Il tetrarca, disse Osea, non vuole confermare la nostra condanna.

D'altronde non ne ha precisamente il diritto. Il delitto è stato

commesso sopra un suolo di tua e di nostra giurisdizione: noi soli

abbiamo il diritto di condannare.

Pilato alzò le spalle con un atto di sprezzo e di impazienza, ed

indirizzandosi al Rabbì, gli disse bruscamente:

— Li ascolti? Tu sei dunque re degli Ebrei, tu?

— Questa domanda viene da te, oppose il Rabbì, ovvero tu ripeti ciò che

gli altri dicono di me?

— Sono forse Ebreo io? I tuoi compatriotti ed il tuo sanhedrin ti

conducono da me, come colpevole. Che hai fatto dunque? È egli vero che

hai tentato di conquistare questo regno?

— Questo regno? Apprendi dunque, agente di Cesare, che il mio regno non

è di questo mondo. Se lo fosse, la mia gente avrebbe combattuto per me,

m'avrebbe tolto alle mani degli Ebrei, e ti avrebbe ridotto

all'impotenza. Ma, lo ripeto, il mio regno non è di questo mondo.

— Così, tu sei veramente re, allora?

— Tu l'hai detto, rispose Gesù, io sono re. Gli è per questo che io

nacqui, gli è per questo che sono venuto al mondo. Io debbo attestare la

verità. E chiunque è nel vero, ascolta la mia voce.

— Ma cosa dunque è la verità[50]?

[50] GIOV., cap. XVIII, v. 33, 34, 35, 36, 37, 38. Vedi pure la

nota B.

Il Rabbì non rispose più. Osea sclamò:

— Come? tu cerchi ancora la verità, ufficiale di Cesare? Non ha egli

detto chiaramente che egli è re degli Ebrei?

— Precisamente perchè egli lo ha detto così chiaro, io ne dubito. Se

fosse colpevole, egli avrebbe negato. Egli è dunque pazzo. Io non posso

condannare alla croce un uomo che ha perduto la ragione.

— Fa attenzione, procuratore! disse Osea. Quest'uomo non è nè pazzo, nè

visionario. Egli è rivoluzionario. Tu ci offendi, se non vendichi la

bestemmia contro il nostro Dio. Non ha egli detto perfino che se

demolissimo il Tempio, egli lo ricostruirebbe entro tre giorni?

— Vado a farlo flagellare allora per farvi piacere, ripetè Pilato. Ogni

altro castigo mi sembra enorme.

— Enorme! mormorò Osea. Procuratore, sta attento. Interroga tutta

Gerusalemme che l'ha veduto, quattro giorni fa, entrare nella città

accompagnato dai suoi compatriotti che gridavano: Osanna al figlio di

Davide, Osanna al re degli Ebrei! Se un fatto simile fosse accaduto a

Roma, Tiberio l'avrebbe egli tollerato? La nostra fedele città non ha

ceduto alla tentazione, ed ha lasciato passare la sommossa. Ora noi non

vogliamo, noi che siamo responsabili dell'ordine nella nostra città, che

la notizia ne sia portata a Cesare, e ch'egli ne prenda pretesto per

aggravarci di nuove tasse. Noi abbiam fatto il nostro dovere. Abbiamo

preso, condannato, e presentato al tuo tribunale il colpevole d'un

tentativo d'insurrezione contro l'imperatore; noi ci scaricheremo presso

di lui con una ambasciata. Noi non abbiamo alcuna sete di sangue; ma tu

resti responsabile delle conseguenze.

— Io non temo le vostre accuse contro di me. Cesare mi conosce. Ma io

non voglio creare fra noi dei nuovi appigli di dissapori. Voi volete che

quest'uomo, che questo vaneggiatore sia condannato alla croce? io lo

condanno. Ma siccome tutti gli anni, alla festa del paschac, io fo

grazia ad un condannato, vi propongo di farla al Rabbì. Ho in questo

momento quattro condannati a morte fra le mani: costui, un ladro

d'Emmaus, l'esseniano Moab che ha tentato di assassinarmi, e Gesù Bar

Abbas che ha assassinato Justus. Scegliete.

— Gesù, Gesù! gridò la gente che riempiva il tribunale.

— Ve l'accordo, disse Pilato sorridendo. Popilius, libera quest'uomo.

— Non costui, non costui, replicò la folla, Gesù Bar Abbas.

Pilato impallidì, e fissò il Rabbì. Questi sorrise tristemente. Pilato

rientrò nella sala del giudizio, e dettò la sentenza.

In quel momento, io entrai pure nella sala.

Io era inorridito di ciò che avevo veduto.

Maria attendeva al di fuori.

Memorie di Giuda, vol. II · 第 21 / 51 题