Uscii dunque dalla sala, senza nascondere il mio sdegno al Rabbì, e
gettandogli uno sguardo di provocazione. Egli lo comprese, ma di
traverso ancora, poichè mi gridò dietro:
— Fa presto quello che devi fare.
Sorrisi di sprezzo: ma mi sentii colpito di un altro quadrello al cuore.
Varcando la porta della strada, incontrai Maria, sempre vestita da uomo.
Erano le due ore di notte. Ella mi mostrò due agenti del Tempio
accoccolati dietro una casa, gli sguardi inchiodati sulla porta.
— Essi l'aspettano, mi diss'ella.
— Tanto peggio, risposi, io non posso più nulla. Il Rabbì ha le
vertigini.
— Ma tu cos'hai? Tu sei furibondo.
— Il peggiore di tutti i supplizii, ragazza mia, è quello di vederci in
mezzo a ciechi, che vi credono cieco come loro.
Maria mi prese le mani, e soffocata dalle lagrime mi disse:
— Giuda, ancora uno sforzo: salviamolo suo malgrado.
Questo accento d'un immenso amore, d'una tenerezza infinita ed ingenua
mi commosse, e mi calmò ad un tratto.
— Nessuno, le dissi, può revocare la sentenza del sanhedrin, altri che
il sanhedrin stesso. Esso nol farà, non lo potrebbe nemmeno, dopo le
considerazioni che l'hanno deciso ad emetterla. Vi sono però due uomini
che possono ancora salvarlo, se il Rabbì vuole prestarsi a motivare la
loro indulgenza; essi sono Hannah e Pilato. Recati nella tua antica
dimora a Bezatha ed annunzia alla sorella del Rabbì che suo fratello è
perduto, se ella non piega Pilato alla clemenza. Per mia parte, io me ne
vo ad agire sul sagan. Poco spero. Però non voglio avere il rimorso di
essere stato negligente.
Io le diceva queste parole, allorchè vedemmo il Rabbì ed i suoi
discepoli uscir dalla casa, e nello stesso tempo i due uomini appiattati
nell'ombra avanzar fuori e seguirli da lontano. Noi pure li seguimmo
fino alla porta della Vallata. Maria s'avvicinò al Rabbì e gli disse che
gli agenti del Tempio lo spiavano. Egli non le rispose, e continuò la
sua strada. Maria l'accompagnò fino al pressoio del monte degli Olivi;
poscia, secondo il nostro accordo, ella si recò prima da Ida, e poi
venne ad aspettarmi alla porta del palazzo di Hannah.
Il sagan era desolato della sorte del Rabbì. La nostra partita contro i
Romani era aggiornata, ma non abbandonata; non potevamo quindi veder un
uomo come il Nazareno, che poteva divenire, malgrado tutto, una forza
nazionale, perdersi in un momento di allucinazione. Hannah ed io eravamo
convinti che egli avrebbe finito col comprender meglio la situazione, e
che avrebbe barattato la sua parte di riformatore morale, per quella di
agitatore politico. Noi discutevamo dunque ancora sul mezzo di salvarlo,
senza oltraggiare nè la legge, nè il gran consiglio, nè la sentenza
pronunziata, nè il sentimento popolare, conversavamo ancora sui sospetti
che l'entrata del Rabbì in Gerusalemme e le sue parole imprudenti
avevano destati in Pilato, quando un membro del sanhedrin venne a
raguagliarci di ciò che era accaduto.
Gli agenti del Tempio avevano accompagnato il Rabbì fino a Gethsemani, e
si erano assicurati che egli vi passerebbe la notte; poichè i suoi
discepoli si erano coricati nella corte, e aggrovigliati nei loro
pastrani russavano pacificamente. Uno di questi agenti ne aveva dato
notizia a Caifa, il quale aveva fatto immediatamente partire una o due
dozzine di guardie del Tempio, armate dei loro bastoni. Ma arrivati sul
sito, l'ufficiale che li conduceva aveva osservato alcuni sintomi
inquietanti. Anzitutto taluni di quei discepoli avevano delle armi più
serie dei bastoni; poi essi erano tutti là, ed una dozzina di uomini
validi, di quella provincia di Galilea così battagliera, così rissosa,
non doveva lasciare agguantare il suo Messia, figlio di Dio, e Dio,
senza opporre una resistenza accanita; finalmente, Gethsemani era ad una
mezz'ora dall'accampamento dei Galilei, e si vedeva al chiaro di
un'ammirabile luna piena, che vi regnava ancora un gran movimento, e che
gli uomini non vi dormivano ancora. Se dunque s'impegnava una lotta, non
accorrerebbero probabilmente i Galilei in ajuto dei loro compatriotti?
Non considererebbero essi come una vergogna di lasciar arrestare il
profeta del loro paese, il loro concittadino, che gli uomini della
città, forse per gelosia, si affrettavano a far disparire? Da queste ed
altre considerazioni, l'ufficiale che comandava la brigata del Tempio
aveva dedotto la necessità di richiedere l'ajuto della forza militare
romana, alla quale nessuno avrebbe osato resistere, perocchè ciò
costituiva un delitto di lesa autorità di Cesare, ed era inesorabilmente
punito.
Caifa, apprezzando queste ragioni, aveva fatto chiedere al comandante
della fortezza Antonia un rinforzo, che gli fu accordato senza esitare,
e che stava per mettersi in via immediatamente. Questa notizia fissò i
nostri progetti. Hannah mi diede un ordine pel comandante della brigata
del Tempio, col quale gl'ingiungeva di condurre da lui direttamente il
prigioniero. Poi io doveva arrivare fin presso al Rabbì e prevenirlo
segretamente d'opporre una negativa assoluta, a tutte le domande che gli
sarebbero state indirizzate dal sagan, nel caso che, al momento del suo
arrivo, si trovassero con lui altri membri del sanhedrin.
Io non sperava alcun buon risultato da queste pratiche, conoscendo la
cattiva impressione che i miei consigli producevano sul Rabbì. Pure non
esitai ad incaricarmene. Maria, che mi aspettava, mi indicò il sito ove
il Rabbì dormiva quella notte, e venne insieme con me.
La notte era bella ma fredda, ed io scorgeva quella povera creatura
tremare sotto la tunica leggera e frusta che aveva potuto procurarsi. Le
porte del Tempio, che si aprivano a mezzanotte la vigilia del paschah,
stavano per aprirsi; un gran movimento quindi principiava nelle strade.
In tempo di festa, le porte della città non si chiudevano: però, al di
là della cinta, tutto era tranquillo. I rumori misteriosi della notte
riempivano l'aria; ogni albero, ogni cespuglio, ogni siepe assumeva una
forma ed un'attitudine. Il brulichio della lontana vita risvegliava
degli strani echi. Camminavamo lesti. Io udiva i battiti del cuore di
Maria soffocare il suo respiro accelerato. Non una nuvola nel cielo, non
una stella assente; la luna cantava il suo splendore.
Ad una cinquantina di passi dalla cascina, di cui scorgevamo la siepe,
si rizzava un gruppo di olivi vecchi ed asserrati. I rami, curvandosi
sul suolo, facevano quasi una vôlta sulla strada che da quel sito
conduce al pressoio. Là il chiaro di luna filtrava appena, e la terra
rossastra pareva scura. Traversavamo quel punto della strada, allorchè
ci sentimmo afferrare pel braccio. Maria, vergognando del suo
travestimento, fece uno sforzo, e lasciando nelle mani delle guardie del
Tempio dei brani della sua veste, se la svignò. Io restai preso.
Condotto dinanzi al capo gli mostrai l'ordine del sagan. L'ufficiale lo
lesse, e mi disse: Sta bene!
Ma non mi permise di continuar la mia strada. M'accordò soltanto di
accompagnarlo.
In quello stesso momento arrivarono i soldati romani.
Ci avanzammo allora alla porta del pressoio.
Le guardie del Tempio circondarono il sito. I Romani si presentarono
all'entrata. Le loro armi avevano fatto dello strepito. La porta della
cascina si aprì, o meglio si socchiuse, ed una testa si mostrò per
vedere ciò che avveniva al di fuori. Seguì un istante di silenzio. Noi
stavamo alla porta. In quel momento degli uomini traversarono la siepe
per di dietro e scapparono, ascendendo il sentiero che conduceva
all'accampamento dei Galilei. Le guardie li inseguirono per qualche
tempo, poi furono richiamate dal suono del corno del loro capo.
Erano i discepoli che abbandonavano lestamente il Rabbì e fuggivano!
Gesù, che non dormiva, che aspettava forse i soldati, che avrebbe potuto
fuggire come gli altri, restò, ed aperta la porta a due battenti,
dimandò:
— Non cercate voi forse il Rabbì di Nazareth?
— Sì.
— Son io: eccomi.
I soldati e le guardie che temevano una certa resistenza, sospettarono a
bella prima un agguato. Io mi avvicinai al Rabbì, ed a voce bassa, in
vecchio ebreo gli dissi all'orecchio[42]:
— Il sagan vuole salvarti: nega tutto se non è solo.
[42] Ecco ciò che nella storia maligna degli evangelisti fu
cangiato in un bacio, e divenne la sorgente di tutte le assurdità,
messe perfettamente in chiaro dagli storici di Gesù Strauss e
Renan.
Il Rabbì non mi rispose, e rinculando da me, si avvicinò all'ufficiale
romano, e soggiunse:
— Son pronto, andiamo. Ma perchè mi trattate come un malfattore, e
venite ad arrestarmi di notte, a mano armata, mentre io era con voi ogni
giorno nel Tempio, e che vi era così facile l'impadronirvi di me?
Questa tranquillità, questa spontaneità sedussero il centurione romano.
E' diede ordine di mettersi in cammino conversando col Rabbì che gli
camminava vicino, preceduto dalle guardie del Tempio, e seguito dai
Romani. Per nulla sorpreso dell'accoglimento che avevo ricevuto dal
Rabbì, lo precedetti dal sagan. Era la mezzanotte. Hannah ci attendeva
ed era solo. Potevamo dunque parlare liberamente.
— Rabbì, gli disse il sagan, dopo aver licenziato le guardie
all'anticamera, e facendolo sedere, tu sai di che ti accusa il
sanhedrin?
— Per nulla.
— Tu hai detto: «Io sono il pane disceso dal cielo; nessuno è asceso al
cielo, se non quegli che ne è disceso; quegli che è venuto dall'alto, è
al disopra di tutti.... Io sono disceso dal cielo, vengo da Dio, e
ritorno da mio Padre; tutto ciò che il Padre fa, il figlio fa pure; come
lui, come il Padre, il figlio ha la vita in sè stesso. Mio Padre ed io
siamo la medesima cosa; chi vede me vede anche mio Padre[43].» Tu dunque
ti sei fatto Dio?
[43] GIOV., cap. III, v. 13, 31; cap. V, v. 19, 26; cap. VI, v.
51; cap. VIII, v. 42; cap. X, v. 30; cap. XIV, v. 8, ecc.
— Io mi son fatto Dio.
— Hai detto ad un ammalato a Cafarnaum, continuò Hannah: «I tuoi peccati
ti sono perdonati.» Tu hai per tal modo usurpate le attribuzioni di Dio,
che solo può perdonare i peccati. Tu dunque sei empio davanti la legge
ebrea, ed hai meritato la morte per lapidazione.
— Ho perdonato i peccati, rispose il Rabbì.
— Hai detto altrove, riprese il sagan. «Il mondo è giudicato; i principi
di questo modo saranno scacciati[44].» Tu ti sei fatto proclamare re,
figlio di Davide, ed hai tentato di far insorgere Gerusalemme. Sei
dunque colpevole dinanzi a Cesare, e condannato ad essere crocifisso.
[44] GIOV., cap. XII, v. 21.
— Sono pronto.
— Noi vogliamo salvarti: aiutaci a trovarne il mezzo.
Il Rabbì fu colpito da questa proposizione: arrossì, impallidì, la sua
respirazione divenne affannosa. Egli era in procinto di piegare, ed
abbandonarsi a noi. Un sospetto gli traversò lo spirito. Dubitò d'un
tranello, e serbò il silenzio. Il sagan lo comprese, ed aggiunse:
— Noi abbiamo intrapreso un'opera che deve o salvare o perdere
completamente la nostra patria, perdendoci con essa. La rassegnazione
che dimostriamo pel dominio straniero, è finta: noi vogliamo
addormentarlo. La soddisfazione che noi delle classi elevate mostriamo
per la nostra posizione, sarebbe un'infamia se la non fosse una
menzogna. Noi non abbiamo mai, in nessun caso, in nessun tempo, tradito
il nostro paese, mancato alla sua chiamata, fallito ai suoi bisogni. Noi
cospiriamo del sorriso. Scaviamo un abisso sotto i passi dello
straniero, coprendolo di rose. Cesare crede, ed il popolo ebreo pensa,
che noi dormiamo nei nostri palazzi, che ci inebbriamo alle nostre
tavole, che conduciamo una allegra vita nei nostri giardini, colle
nostre mogli e colle nostre favorite; ed invece noi discutiamo in qual
modo compiere la perdita del Romano. Per l'essere noi i primi fra i
servi, siamo noi meno servi? E noi siamo stati i padroni quando il
popolo della Giudea era libero! Noi nol dimentichiamo. Noi vogliamo
esserlo ancora, avvenga quello che può avvenire. Il dominio dello
straniero è per noi l'incertezza: il padrone cambia; cosa sarà domani di
noi? Poi, noi siamo Ebrei, e non Latini. Abbiamo soccombuto quando
eravamo deboli; perchè rinunceremmo a divenir forti, e a prendere la
rivincita? Ecco l'opera che noi tramiamo in silenzio, lentamente, con
precauzione, raccogliendo tutte le bricciole della forza nazionale,
sotto non importa qual forma essa voglia rivelarsi e venire a noi.
Rabbì, noi non ti respingiamo. È contro i nostri interessi il perderti.
Tu puoi esserci utile un giorno, quando avrai meglio compreso l'istinto
nazionale, il bisogno, la volontà del paese. Accetta la parte che ti
diamo; aspetta l'ora che ti fisseremo; limita il tuo campo d'azione a
quello che ti indicheremo, e cerchiamo insieme di farti uscire dalla
disgraziata posizione in cui ti sei gettato alla cieca.
Queste parole leali furono come luce pel Rabbì, ma esse furono causa
altresì della sua disperazione. Egli riflettè, poi rispose:
— È impossibile. Ciò che tu mi proponi è sempre la morte. La morte
naturale, o la morte morale, la morte di domani, o quella di dopo
domani, che monta! Tu mi proponi di perire in ogni modo.
— T'inganni.
— Io mi sono rivelato al mondo come l'inviato di mio Padre; ho
annunziato alla terra una parola del cielo. Voi mi proponete di
dichiarare che ho mentito. Chi mi crederà il giorno in cui verrò a
portare un'altra novella? Voi volete salvarmi, vale a dire, voi volete
esiliarmi dal suolo della Siria. Poichè ove potrei io vivere senza
incontrare uno sguardo che non mi lanci un rimprovero, una coscienza che
non m'accusi di aver cercato di sedurre il popolo colla menzogna? Non si
dirà ovunque che io sono un ciarlatano? Voi invocate la salvezza della
patria. Io non credo alle patrie. Gli uomini, figli dell'istesso Dio,
sono fratelli, e la terra appartiene all'umanità. Che m'importa che sia
il Romano, il Greco o l'Ebreo che occupa questo angolo del suolo della
Palestina, se io trovo in lui un amico, un aiuto, un conduttore, se egli
obbedisce alla stessa legge morale, allo stesso Dio? Io non comprendo la
politica, la libertà, l'autorità dell'uomo sull'uomo: io comprendo
l'eguaglianza di tutti, sotto la supremazia di Dio. Che m'importa che il
mio padrone si chiami Tiberio, Erode, Faraone, o Salomone, se è un
padrone? Or di padroni io non ne conosco che uno, quegli che assume la
rappresentanza di Dio sulla terra e lo imita per la misericordia e la
verità. Il Romano non è mio nemico: io non combatto che il malvagio, e
colui che si impone alla mia coscienza. Le vostre vanità di classi e di
razze non mi toccano punto; io le ignoro: esse sfuggono alla mia
intelligenza.
— Rabbì, rispose pacatamente il sagan, non è più il momento di
discutere. La mosca non chiede al ragno: perchè mi prendi nella tua
ragnatela? Tanto peggio per la mosca se non si sforza di stracciare la
tela in cui è presa, e se non cerca di fuggire. Noi ti offriamo di
essere con noi, padroni o martiri, come avverrà. Saremmo sciocchi se ti
permettessimo di essere contro di noi, di fare diversione al nostro
intento per un altro intendimento che disdegniamo di analizzare. Tu non
comprendi la patria, non comprendi la nazione, non comprendi la libertà;
ammetti lo schiavo; chi sei tu dunque? Tu ci proponi la mostruosa
autocrazia di Dio, incarnato in un uomo....[45] Codesto è delirio! Tu
non sei degno di vivere.
[45] Innocenzo III ha definito il papa con queste parole:
_Vicarius Jesu Christi, successor Petri, Christus Domini, Deus
Phardonis, citra Deum, ultra hominem, minor Deo, major homine_. —
Serm., _De Consacr. Pontif._
— Perciò io non lo chiedo punto, disse Gesù.
— Però rifletti ancora, o Rabbì, durante questi pochi minuti che la mia
benevolenza ti accorda. Tu hai una madre, una sorella, degli amici, sei
ancora giovane, hai uno spirito elevato, un grande tatto, molto sapere e
una grande confidenza in te che prende tutte le forme della fede. Un
avvenire sorridente ti stende le sue braccia. Se tu scadi oggi, ti
rialzerai domani sotto un altro aspetto; le circostanze creano l'uomo.
Tu non sarai più il figlio di Dio; ma puoi ancora essere il padre dei
Maccabei, che rovescia l'altare dell'idolo, ed uccide il primo infedele.
Questa parte ti sembra dunque troppo meschina? Noi avremo dei riguardi
per te. Non ti chiederemo conto della divergenza delle tue idee e delle
tue dottrine dalle nostre; se ci accordiamo, bene inteso, su questi due
punti: rispetto alla legge fondamentale di Mosè: odio ai Romani.
— Odio per nessuno, interruppe il Rabbì: rispetto per nessuna altra
legge che quella che i nuovi tempi ispirano al nuovo organo di Dio. Non
mi tentate più oltre. La mia situazione non ha uscita per altra porta
che quella della tomba. Voi mi uccidete uomo; le mie parole, se
ricordate, mi confermeranno come figlio di Dio. Io mi son creato, con
l'anima, un deserto intorno a me, un deserto in mezzo alla vita, ai
popoli, alle grandi città, agli amici, ai parenti, alle creature che mi
amano e che mi è vietato di amare; questo deserto è un supplizio, in
paragone del quale le vostre pietre e le vostre croci sono dei baci. Io
vi ringrazio di codesta parola franca ed amica che m'avete detta in
quest'ora di turbamento e di lotta: voi m'avete deciso nella mia via, e
mi avete dato la calma della rassegnazione.
— Rabbì....
— Basta così. Io non posso ascoltar altro; io non posso nulla accordare.
Il mio destino è più grande di me: esso mi assorbe.
— Rabbì....
— Finiamo. Il più corto sarà il più dolce.
— Allora tu sei deciso a perire.
— È necessario.
— Sia, e che il tuo sangue ricada sul tuo capo.
Il Sagan prese un quadrato di pergamena e vi scrisse alcune linee, nelle
quali diceva in sostanza: che egli aveva interrogato il Rabbì Jesus Bar
Joseph di Nazareth, e che l'aveva trovato fellone verso Dio e verso
l'autorità di Cesare, e quindi degno di morte. Fece quindi entrare
l'ufficiale del Tempio, — i soldati romani si erano ritirati, — e
consegnando loro il prigioniero e la sentenza, li inviò da Caifas.
All'alba dell'indomani, 14 nisan (venerdì 3 aprile) il sanhedrin si
riunì presso il gran Sacerdote. La calca nel Tempio, in un tal giorno,
dispensò Caifas di convocare l'assemblea nel Lishcat-ha-Gazith, ove il
gran consiglio teneva le sue ordinarie sedute.
L'interrogatorio non fu lungo. Il Rabbì non negò alcuna delle
proposizioni che gli si citavano come da lui sostenute: egli non
contestò alcun fatto[46]. Egli fu riconosciuto fellone verso Dio e verso
Cesare, come il sagan lo aveva caratterizzato. Non pertanto, avanti di
pronunciare la suprema sentenza, Caifas, quasi avesse voluto impegnarlo
a ritrattarsi, per risparmiare al consiglio la penosa necessità di una
condanna capitale, chiese nuovamente al Rabbì:
— Io ti fo precetto di dichiararci se sei il Cristo, figlio di Dio.
[46] «Ho parlato apertamente al mondo; ho insegnato nella sinagoga
e nel Tempio ove si recano tutti gli Ebrei; non ho mai nulla detto
in secreto. Perchè ti rivolgi a me? Domanda a coloro che mi hanno
udito, ciò che ho detto. Essi lo sanno.» S. GIOVANNI, cap. XVIII,
vers. 20-21.
— Io lo sono, rispose Gesù, e voi vedrete venire sulle nuvole del cielo
il figlio dell'uomo, seduto alla dritta del Dio onnipotente.
Tutto era detto. La pena di morte fu decretata.
Uscendo da Hannah, ove io non aveva aperto bocca, il Rabbì ebbe vergogna
dei suoi sospetti, e mi disse addio! Io gli susurrai all'orecchio:
— Spera, io non lascio la partita finchè mi resta un dado da giuocare.
Non attesi dunque il risultato del giudizio del sanhedrin cui già
prevedevo. Mi recai da Claudia. Ma mettendo il piede nel palazzo di
Erode vidi, alla porta del pretorio, una donna, ravvolta in denso velo,
domandare di Pilato, inviandogli un foglietto di pergamena. Credetti
riconoscere Ida.