La giornata era stata pel Rabbì un altro giorno di combattimento.
Memorie e paure, dubbi e speranze lo indebolirono; un amore immenso, e
un immenso disprezzo, volta a volta e ad un tempo, commossero le sue
viscere. La vita, che da lui si accomiatava, spiegava dinanzi ai suoi
sguardi tutte le sue feste, tutti i suoi dolci incanti; la morte, come
un punto d'interrogazione dell'infinito, che toccava il cielo e la
terra, si rizzava dinanzi a lui. Ebbe paura; sperò; cercò di fuggire; si
abbiosciò; si rialzò; tremò ancora; si contenne; reagì; e la sera quando
scese in Gerusalemme era ancora arrovellato dalla febbre. Uscì dalla
capanna, ove aveva passato la giornata con sua madre, e con quelle donne
equivoche che lo seguivano ovunque, e che provvedevano alle sue
spese[41].
[41] «Lo si vedeva continuamente circondato da uomini e da donne
poco commendevoli... Agli occhi degli anziani del popolo questa
circostanza era aggravata da una anomalia: che, a trent'anni, il
maestro di Nazareth non era ammogliato... Nè essi approvavano di
più le sorgenti d'onde egli attingeva i suoi mezzi giornalieri di
esistenza». SALVADOR, tom. II, pag. 146. _Et iter faciebat per
civitates et castella; et cum illo mulieres multae: et Maria quae
vocatur Magdalena... et Johanna uxor Tusae... et Susanna et multae
aliae quae ministrabant ei de facultatibus_. LUCA, cap. VIII, v.
2-3.
Il sole si coricava dietro il Moriah. Il sanhedrin aveva posto i suoi
agenti sorveglianti alle dodici porte delle quattro parti della città
affine di seguirlo in qualunque sito egli andasse, e d'impadronirsene
nel suo ricovero notturno. Il Rabbì era molto conosciuto dagli ufficiali
del Tempio, e da coloro che lo frequentavano. Quindi lo si vide passare
per la porta dorata, e lo si accompagnò fino alla casa di Nahum bar
Lotan nel quartiere di Ofel, ove Simone e Giovanni gli avevano preparata
la cena. La notte scendeva.
Durante tutta la cena, il Rabbì si mostrò molto agitato (_egli fu
vivamente turbato nel suo spirito_, dice Giovanni, XIII, 21). Divagò nei
suoi discorsi, per balzi ora pieni di unzione, ora pieni di asprezza.
Non mangiò quasi nulla, ma esaminò con uno sguardo inquieto e scrutatore
il contegno dei suoi discepoli. I suoi occhi si fermarono sopratutto su
di me, carichi di una tal collera, di un tal odio, che io ne rimasi
colpito. Che aveva mai contro di me? Alla fine trascinato dalla foga
della sua lotta interna, sclamò:
— Uno di voi mi ha tradito.
Questa parola formidabile ci sembrò quasi insensata. Ci guardammo tutti
l'un l'altro, non per sorprendere sul viso del traditore le emozioni del
tradimento, ma per domandarci se il Rabbì non delirasse. Gli dimandammo
tutti, com'era naturale, l'un dopo l'altro: Sono io, Rabbì?
Arrossì e non rispose. Nondimeno m'accorsi che dei sospetti indegni lo
esacerbavano contro di me.
Gli sforzi che io aveva fatto per salvarlo, i consigli salutari che gli
avevo dati onde metterlo in avvertenza, ed impegnarlo perfino a lasciar
Gerusalemme, erano stati interpretati in modo sinistro. Io mi sentiva
profondamente ferito, insultato nel mio onore e nella mia lealtà. Rimisi
le ulteriori spiegazioni ad un momento di calma, e da solo a solo;
imperciocchè i suoi discepoli non comprendevano nulla della situazione
degli uomini e delle cose.
Partiti dalla provincia, colle piccole ambizioni del villaggio e le
grandi avidità del basso popolo, quei pescatori e quei pubblicani non
avrebbero potuto apprezzare l'attitudine dei partiti in Gerusalemme, il
contegno delle alte classi rimpetto ai Romani, l'istinto del popolo
ebreo in faccia allo straniero. Il Rabbì non aveva egli detto forse
quella parola mostruosa, insultante, crudele anche: «Rendete a Cesare
ciò che è di Cesare?».