XXX.

La giornata era stata pel Rabbì un altro giorno di combattimento.

Memorie e paure, dubbi e speranze lo indebolirono; un amore immenso, e

un immenso disprezzo, volta a volta e ad un tempo, commossero le sue

viscere. La vita, che da lui si accomiatava, spiegava dinanzi ai suoi

sguardi tutte le sue feste, tutti i suoi dolci incanti; la morte, come

un punto d'interrogazione dell'infinito, che toccava il cielo e la

terra, si rizzava dinanzi a lui. Ebbe paura; sperò; cercò di fuggire; si

abbiosciò; si rialzò; tremò ancora; si contenne; reagì; e la sera quando

scese in Gerusalemme era ancora arrovellato dalla febbre. Uscì dalla

capanna, ove aveva passato la giornata con sua madre, e con quelle donne

equivoche che lo seguivano ovunque, e che provvedevano alle sue

spese[41].

[41] «Lo si vedeva continuamente circondato da uomini e da donne

poco commendevoli... Agli occhi degli anziani del popolo questa

circostanza era aggravata da una anomalia: che, a trent'anni, il

maestro di Nazareth non era ammogliato... Nè essi approvavano di

più le sorgenti d'onde egli attingeva i suoi mezzi giornalieri di

esistenza». SALVADOR, tom. II, pag. 146. _Et iter faciebat per

civitates et castella; et cum illo mulieres multae: et Maria quae

vocatur Magdalena... et Johanna uxor Tusae... et Susanna et multae

aliae quae ministrabant ei de facultatibus_. LUCA, cap. VIII, v.

2-3.

Il sole si coricava dietro il Moriah. Il sanhedrin aveva posto i suoi

agenti sorveglianti alle dodici porte delle quattro parti della città

affine di seguirlo in qualunque sito egli andasse, e d'impadronirsene

nel suo ricovero notturno. Il Rabbì era molto conosciuto dagli ufficiali

del Tempio, e da coloro che lo frequentavano. Quindi lo si vide passare

per la porta dorata, e lo si accompagnò fino alla casa di Nahum bar

Lotan nel quartiere di Ofel, ove Simone e Giovanni gli avevano preparata

la cena. La notte scendeva.

Durante tutta la cena, il Rabbì si mostrò molto agitato (_egli fu

vivamente turbato nel suo spirito_, dice Giovanni, XIII, 21). Divagò nei

suoi discorsi, per balzi ora pieni di unzione, ora pieni di asprezza.

Non mangiò quasi nulla, ma esaminò con uno sguardo inquieto e scrutatore

il contegno dei suoi discepoli. I suoi occhi si fermarono sopratutto su

di me, carichi di una tal collera, di un tal odio, che io ne rimasi

colpito. Che aveva mai contro di me? Alla fine trascinato dalla foga

della sua lotta interna, sclamò:

— Uno di voi mi ha tradito.

Questa parola formidabile ci sembrò quasi insensata. Ci guardammo tutti

l'un l'altro, non per sorprendere sul viso del traditore le emozioni del

tradimento, ma per domandarci se il Rabbì non delirasse. Gli dimandammo

tutti, com'era naturale, l'un dopo l'altro: Sono io, Rabbì?

Arrossì e non rispose. Nondimeno m'accorsi che dei sospetti indegni lo

esacerbavano contro di me.

Gli sforzi che io aveva fatto per salvarlo, i consigli salutari che gli

avevo dati onde metterlo in avvertenza, ed impegnarlo perfino a lasciar

Gerusalemme, erano stati interpretati in modo sinistro. Io mi sentiva

profondamente ferito, insultato nel mio onore e nella mia lealtà. Rimisi

le ulteriori spiegazioni ad un momento di calma, e da solo a solo;

imperciocchè i suoi discepoli non comprendevano nulla della situazione

degli uomini e delle cose.

Partiti dalla provincia, colle piccole ambizioni del villaggio e le

grandi avidità del basso popolo, quei pescatori e quei pubblicani non

avrebbero potuto apprezzare l'attitudine dei partiti in Gerusalemme, il

contegno delle alte classi rimpetto ai Romani, l'istinto del popolo

ebreo in faccia allo straniero. Il Rabbì non aveva egli detto forse

quella parola mostruosa, insultante, crudele anche: «Rendete a Cesare

ciò che è di Cesare?».

Memorie di Giuda, vol. II · 第 19 / 51 题