Lasciando la casa di Hannah, il Rabbì di Nazareth erasi recato da me. Un
sentimento di delicatezza lo allontanava ormai da Bethania. Lazzaro,
spaventato delle conseguenze di un interrogatorio al quale gli agenti
del sanhedrin l'invitavano, per ispiegare la sua singolare guarigione,
era sparito, consigliato forse dalle sue sorelle, le quali temevano lo
scandalo a proposito del seppellimento precipitoso del loro fratello. Si
affaticavano esse a dare una tinta miracolosa alla scena di Lazzaro. Il
sanhedrin usava del suo diritto andando al fondo delle cose.
Io aveva avuto un colloquio con Hannah, dopo che tutti erano partiti, ed
egli mi aveva raccontato ciò che fra lui e Claudia era intervenuto.
Avevamo quindi fisso il piano di condotta definitiva che le circostanze
c'imponevano.
Claudia, con una parola, distruggeva i nostri progetti, o piuttosto li
aggiornava. Essa cangiava in un intrigo di palazzo il movimento di
rigenerazione, che noi avevamo lentamente elaborato, preparato, maturato
e condotto alla vigilia di manifestarsi alla luce del sole.
Il Rabbì, che doveva essere una forza impulsiva, diveniva
inevitabilmente una vittima, sia che indietreggiasse, sia che avanzasse.
Rinnovai in quella sera i miei sforzi appo di lui, onde deciderlo ad
abbandonar la partita per il momento e ad allontanarsi da Gerusalemme.
Gli dissi tutto quello che l'amicizia mi consigliava. Gli dichiarai
francamente ciò che il mio dovere di cittadino mi imponeva. Non gli
nascosi che le truppe romane ci circondavano e riempivano le fortezze
Antonia, Mariamne, Phasaelus e David; che nuove legioni accampavano a
poca distanza dalla città; che Pilato sapeva tutto, e spiava il momento
per schiacciarci; che Pomponius Flaccus desiderava una rivoluzione nella
Palestina, onde estirparne gli ebrei agitatori, e ridur tutti alla
mendicità. Gli dissi che Hannah andava a dar contrordine ai cittadini di
Sion, i quali dovevano principiare il movimento nel giorno del paschah,
che Jehu andava ad imporre la calma agli Esseniani; che Menahem
annunziava di già ai suoi, che l'affare era rimesso ad altra epoca; che
io stesso doveva recarmi da Antipas, all'indomani al suo arrivo, e
consigliargli di far restare nel fodero le spade dei suoi Galilei... Non
gli nascosi nulla; gli parlai da fratello, come parla un uomo che
conosce il mondo ad un uomo che lo conosce male, un uomo calmo ad un
esaltato. Non riescii a nulla.
Avverso sempre alla parte di Messia bellicoso, l'unica che in quel tempo
potesse avere un senso ed una probabilità di successo, il Rabbì
s'inebbriava di fede nella sua parte di rigeneratore della legge. Ci
opponeva sempre il suo delirio dell'annientamento, dell'assorbimento del
popolo in un delegato o vicario di Dio — a noi, classi nobili, classi
ricche, classi sacre, che volevamo una repubblica oligarchica! Carezzava
la visione d'essere una specie di Faraone sacro sotto l'immanenza di
Dio. Voleva abbattere la gerarchia del Tempio e degli ordini sociali.
Noi, invece, volevamo innalzar tutto ciò a potere supremo — autorità
nell'alto, libertà nel basso, e non più Romani; mentre il Rabbì non
sdegnava di dare al suo Dio umanizzato la guardia di Cesare. Gesù mi
ascoltò attentamente. Ma, o non mi credette, o gli sembrò opportuno di
emanciparsi completamente da noi. Forse egli confidò nelle sue proprie
forze, o gli parve che fosse troppo tardi per dare addietro, o contò
sopra un concorso imprevisto, incognito a noi. Comunque sia, la sera
egli diè ordine ai suoi discepoli di sobillare le masse, ed intrattenere
nelle idee della rivolta i Galilei ed i provinciali che venivano alla
festa. Egli poi partì la stessa notte, solo per andar incontro alle
carovane della Galilea e della Perea che si recavano a Gerusalemme per
la via del Giordano. I suoi discepoli che si consideravano già come
assisi su quei dodici troni delle tribù d'Israello cui Gesù aveva loro
promesso, lo incoraggiarono nella sua ostinazione. Il mio buon senso
sembrava loro una viltà. Esaurii il resto di ragioni che la conoscenza
degli uomini e delle cose mi suggeriva, poi li abbandonai al loro
destino, preoccupandomi soltanto ormai di attenuare la loro caduta,
senza venir meno ai miei doveri di cittadino.
Debbo soggiungere che avendo incontrato Noah nella corte di Hannah, ed
avendo appreso che Ida era dal sagan, l'avevamo cercata, l'avevamo
trovata in una via recondita dietro il giardino, e che l'avevo alla
perfine decisa ad accettare un ricovero momentaneo nella casa un dì
abitata da Maria, ed ora vuota, onde sottrarla agli attentati ad alle
ricerche di Claudia, la quale, vedendosela sfuggire, le aveva gridato
dietro:
— Ti ritroverò!
La sera seguente, Antipas e la sua corte arrivarono nel bel palazzo del
sobborgo di Bezetha. Egli sembrò incantato di vedermi; imperciocchè con
me e' si spogliava della sua maestà e diveniva un allegro compare. E' si
affrettò a mostrarmi i suoi pappagalli, le sue scimmie, i suoi nani, le
dotte bestie che aveva acquistate dopo la mia ultima visita a Tiberiade,
e che conduceva seco, mescolati tutti insieme, querelandosi
continuamente e stuzzicandosi reciprocamente.
— Quando avrò annesso la Giudea e la Samaria alla mia tetrarchia,
diss'egli, allogherò tutte queste curiosità nella fortezza Antonia, ed i
miei sudditi andranno a vederle. Bisogna pur far qualche cosa per il
popolo, al postutto.
— Qualche volta, non sempre osservai io: ciò gli darebbe delle cattive
abitudini.
— Inoltre, Giuda, continuò egli, sono innamorato pazzo della figlia di
mia moglie. Dal giorno che quella piccina alzò il suo piede al livello
del mio naso, io ho le traveggole e non ci vedo che stelle. Quella
povera Erodiade fa ciò che può e ciò che non può per distrarmi, non mi
rifiuta nulla, si presterebbe a tutte le mie fantasie. Ma io le ripeto
quel verso d'un poeta latino cui Ifide, il mio nuovo buffone, mi ha
recitato: _Teque, duos putas, uxor, habere cunnos[35]?_
[35] Questo verso infame fu indirizzato da Marziale a sua moglie.
— Spero che Erodiade non comprenda il latino.
— Le donne sanno per istinto tutte le lingue. Ma vediamo, Giuda, ragazzo
mio, parliamo un po' del regno di Davide. Codesto Davide mi umilia.
Custodire capre, tirar pietre, far versi, suonar l'arpa, rapire delle
donne, poi piangere sui loro baci... non è roba da re, codesta? Io sono
il successore di Salomone. Io non fabbricherò un altro tempio al mio
popolo; quello che abbiamo c'imbarazza di già mica male. Ma rallegrerò i
miei sudditi regalandomi il doppio di mogli e di favorite, che non
possedette il re della sapienza. Ti mostrerò che corona mi son fatta
preparare e che mantello reale. Io invero, mi vi trovo molto ridicolo.
Ma darò ordine al mio popolo di trovarmi sublime; e vedremo. Che
diavolo! si ha un popolo alla fin fine per fargli fare ciò che si vuole.
Che ne pensi tu?
— Esattamente ciò che ne pensi tu, principe mio.
— Ho anticipato di tre giorni il mio arrivo qui perchè desidero
mostrarmi al mio popolo. Ho studiato diverse pose le più favorevoli alla
mia persona; ma non sono ancora fisso nella scelta. Il mio damo Teseo
vorrebbe che mi mostrassi a tavola. L'idea mi seduce. Vi sto molto bene.
Poi ciò indica l'abbondanza, ciò dà pazienza al popolo che ha fame.
Bisogna pure aspettare che il suo re abbia pranzato, che abbia
digerito... diamine!...
— E contentarsi dei resti, se ne resta. Parli d'oro, o principe.
— Gli è precisamente ciò che mi dice il mio liberto Pallas. Ma, un'idea!
Qui, non ci sono che io che mi abbia delle idee. E il tuo Rabbì di
Nazareth? Egli non accettò la mia intimazione di venire alla casa
Dorata. Codesta gente a parole ha sempre delle fantasie stralunate. Ciò
non pertanto, se ha lavorato per me, bisogna bene che lo incoraggi. Che
posso fare per lui? Ci pensavo per via. Lo nominerò mio fattore
ordinario di miracoli, per cullare allegramente i miei riposi.
— Non hai d'uopo di far nulla, principe. Questo ingrato, questo grullo
ha preso la strada falsa. Egli ha rifiutato di servirci.
— Codesti Rabbì sono tutti gli stessi: incorreggibili! Giuda, figliuolo
mio, ricordami di proclamare, un di questi giorni, che, nel mio regno, è
proibito di pensare. Pensare, è cosa malsana per un popolo. La gente che
vaneggia, che si nutrisce male, è intrattabile. Ti devi ricordare di
quel Giovanni che si rimpinzava di radici e di grilli. Che ritorni in
Galilea il tuo Rabbì, allora: lo farò alloggiare nella gabbia delle
scimmie.
— Infrattanto bisogna fare ancor meglio, principe mio: bisogna ordinare
ai tuoi sudditi di restar tranquilli, di mangiar sobriamente il loro
agnello, e ritornarsene in Galilea. La danza che tu sai è aggiornata
all'anno prossimo. Pilato fa suonare una certa ridda ai suoi musici che
irrigidisce le gambe. Il Romano sa tutto.
— Malannaggia! Ci saria del pericolo per me qui? Rifletti, Giuda, che al
mio ritorno il mio istrione Agesilao deve recitare una nuova tragedia di
Eschilo.
— Pilato non oserà intraprendere nulla se non gli si dà l'occasione. Ma
bisogna ordinare alle tue genti che venivano preparate per un festino di
spade, di rassegnarsi ad aspettare un'ora più propizia. Qualunque cosa
accada, che restino impassibili. Credo che il Rabbì di Nazareth li farà
provocare....
— Che vi si freghi, che vi si freghi codesto gnocco che ha disdegnato di
venire a divertirmi un po' alla Casa Dorata.
— L'è dunque inteso. I nostri progetti sono tutti rimessi all'anno
venturo. Pilato ne circonda colle sue legioni, come gli ardiglioni
avviluppano l'istrice.
— Eppure! questo ritardo mi secca. Avevo progettato di far danzare
Salomè dinanzi al sanhedrin. Volevo dare al popolo di Gerusalemme lo
spettacolo di una balena meccanica che inghiotte un Giona maschio e rece
un Giona femmina, che pappa un Giona femmina e depone un Giona maschio.
Que' piccoli mariuoli, che cantavano così bene ora l'inno in mio onore,
sono capaci di trovarsi rauchi l'anno venturo. Avevo fatto comperare per
la mia entrata in Gerusalemme la corazza autentica che Giulio Cesare
portò nel suo trionfo, dopo Farsalia. L'anno venturo avrò preso
dell'adipe e non potrò più metterla: di già la mi pigia le costole. Che
diavolo farò delle cinquecento volpi che volevo porre in libertà nella
corte dei Gentili del Tempio, perchè portassero al deserto la notizia
della mia esaltazione al trono di Salomone? Ma poichè la dev'essere
così.... Cenerai meco questa sera, Giuda. Voglio la tua opinione sur un
pasticcio che il mio cuoco babilonese ha inventato testè. Ho dei dubbi
pel capo che questo scienziato mi dia a mangiare i miei nani disossati.
Me ne manca sempre qualcuno, e mi dicono che sono le scimmie che l'hanno
divorato.
Per non desolare Antipas, cenai con lui guardandomi bene, ad ogni modo,
di gustare quel suo pasticcio sì sospetto. Partendo però, mi assicurai
che ai suoi impazienti giovanotti, i quali, secondo la promessa,
venivano per battersi, avesse dato l'ordine positivo di restar
tranquilli per questa volta, e di non cedere ad alcuna seduzione da
qualunque parte loro venisse. Hannah, Jehu, Menahem passarono la stessa
parola d'ordine, e la fu ventura.
L'arrivo degli stranieri per la festa principiò all'indomani.
Il paschah era stato fondato in commemorazione della partenza degli
Ebrei dall'Egitto. La notte in cui l'angelo del Signore doveva fare il
giro e macellare in Menfi il primogenito degli uomini e delle bestie,
ogni ebreo aveva ricevuto l'avviso di scegliere un capriolo od un
agnello, maschio e senza macchia, di ucciderlo e di tingere del suo
sangue con l'issopo la soglia della porta; di arrostire la vittima, e
sul cader della notte riunirsi tutti, maschi e femmine, gli abiti
succinti, i sandali legati, pronti a mettersi in cammino, prendendo in
fretta un pezzo della carne arrostita, del pane azzimo e delle erbe
amare. Dopo quella fuga dall'Egitto, ogni ebreo, in qualunque punto
della terra si trovasse, ha osservato questo anniversario. Chiunque lo
poteva, doveva recarsi al Tempio in Gerusalemme, uccidervi un agnello e
pagare la decima ai preti.
Gerusalemme traboccava quindi di forastieri e di provinciali dall'8 di
Nisan fino al 24.
Non vi si veniva soltanto per compiere un atto di pietà ma altresì per
farvi degli affari. La fiera soppannava la festa. Vi si vendevano
derrate, si prendeva a prestito denaro, si scambiavano i prodotti, si
combinavano matrimonii, si rendeva o si pagava ciò che s'era mutuato o
comperato l'anno precedente; e chi non aveva nè devozione da soddisfare,
nè mercanzia da trafficare, veniva per divertirsi. La folla attirava
d'ogni parte i giuocolieri, le cortigiane, gl'istrioni, i giuocatori,
gli oziosi: si offriva e si comperava il piacere, il lusso, il
divertimento — musica, ballo e salmi inclusi. Tutte le case di
Gerusalemme si riempivano di ospiti o di avventori. Le pubbliche piazze
rassomigliavano ad accampamenti. Le alture che circondano Gerusalemme si
coprivano di tende e di capanne fatte di rami; uomini, donne, ragazzi,
fanciulle, bestie cornute e bestie da soma, si mescolavano e
fraternizzavano. Le ombre della notte nascondevano i misteri più strani,
più dolci, più inaspettati. I Galilei si riunivano sul monte degli
Ulivi. I viaggiatori del piano di Sharon si attendavano sul monte Gihon.
I pellegrini di Hebron occupavano la pianura di Rephaim. Altri
piacevansi far capannelli in altri punti. Tutto il mondo giudeo si
accalcava intorno al Moriah, ed aveva gli occhi rivolti al Tempio —
questo cuore della forte razza ebraica, che fu l'ultima cui Roma spezzò.
I pagani, greci o latini, si recavano anch'essi al paschah, ma per
godere dello spettacolo di tutti questi viaggiatori — felice diversione
alla monotonia abituale delle nostre città, ove le feste ed i
divertimenti erano così rari.
I discepoli del Rabbì avevano influenzato i Galilei. Questi provinciali
si piacevan bene a tartassare nel loro contado il Rabbì, ma malgrado
tutto, essi ringalluzzavano di vederlo brillare a Gerusalemme. Non
sembrava lor vero di far mentire il ribobolo: «Cosa può venire di buono
dalla Galilea?» Il Rabbì poi era andato incontro alla carovana che,
partendo dalla Perea e dalla Traconitide, paese popolato dai discepoli
del Battista, e da altri siti, preferiva la via più lunga e meno sicura
del Giordano e delle gole di Gerico, a quella della Samaria, paese da
pagani, piamente odiato. Il Rabbì s'era mischiato ai suoi compatriotti,
accarezzando i fanciulli, dicendo una saggia parola ai vegliardi, una
dolce parola alle donne.
I ricchi viaggiavano sui muli, i poveri sugli asini, le donne sui
cammelli, l'uomo di guerra e di governo a cavallo. Il Rabbì, a mo' dei
più poveri, viaggiava a piedi. Ma bentosto e' si addomesticò con tutti,
ed attirò a sè tutte le simpatie. Quando egli arrivò sulla cima del
monte degli Ulivi, l'8 di nisan (sabato 28 marzo), i suoi discepoli, che
avevano già data l'imbeccata alle loro conoscenze di Gennezareth, gli
andarono incontro con vive grida, e gli resero conto del risultato delle
loro pratiche. Il Rabbì parve contento e rassicurato. Lo era egli
veramente? Ne dubito. Perocchè egli che metteva come idea madre della
sua dottrina l'elevazione della plebe, la disprezzava forte, o piuttosto
ne aveva una pietà vicina al disdegno. Non contava dunque su lei. E' non
rinunziava però ai benefizi dell'imprevisto, della versatilità delle
masse, di un caso fortunato. Laonde e' si ostinò più che mai a tentare
un colpo di mano, un colpo di stato contro lo _statu quo_ di
Gerusalemme[36]. Si passò la notte a preparare un entusiasmo spontaneo
che doveva scoppiare a punto fisso, all'ora determinata, quando i nuovi
arrivati si recherebbero al Tempio l'indomani.
[36] «Reimarus, dice Strauss (pag. 362), ha voluto vedere
nell'entrata trionfale un attentato politico, mediante il quale
Gesù, aiutato dal popolo, avrebbe voluto impadronirsi del potere.
Altri son giunti perfino a contestare la realità dell'episodio,
deducendolo dalla profezia di Zaccaria.... Gli è ben possibile che
Gesù, il quale non pretendeva declinare assolutamente la parte
messianica, ma che teneva a combattere il concetto regnante del
messia bellicoso e terribile, si sia realmente appoggiato del
testo di Zaccaria per presentarsi al popolo come il principe
clemente della pace.» STRAUSS, _Nouvelle vie de Jésus_, t. 1.
L'indomani infatti, due o tre ore dopo il levare del sole, il Rabbì in
mezzo ad un gruppo amico di discepoli e di partigiani del Battista, si
mise in cammino.
Questa compagnia aveva qualcosa di così solenne, di così specifico, un
aspetto così determinato e così misterioso nell'istesso tempo, che colpì
tutte le menti. Gli indifferenti le tennero dietro dicendo: Andiamo a
vedere. Svoltando la cima del monte degli Ulivi, la città di Gerusalemme
si offrì ai loro sguardi. Il sole la bagnava interamente. Un cielo puro
come una goccia d'acqua della fontana di Siloam la copriva; un aer caldo
l'avviluppava. La primavera circolava già nelle viscere della natura.
Gli uccelli cantavano e gorgheggiavano. I fiori si aprivano. L'albero si
pavesava di un ricco adornamento per la danza dell'amore, di foglie e
fiori. La mammola arrischiava la sua umiltà, affacciandosi timidamente
fuori del suo cespuglio. Gli insetti svolazzavano nell'aria come gli
sprazzi di un arcobaleno polverizzato. Tutto era bello, era soave, era
ricco. La vita sbocciava e si schiudeva all'impazzata. Rimpetto, il Sion
ed il Moriah sfrangiavano, tagliavano l'azzurro del cielo, circondati,
trincerati dai burroni dei Gihon, dell'Hinnom, di Giosafatte. Lo
strepito confuso della vita come il mormorio d'uno sciame d'api,
arrivava fino a loro. Intorno alla città in festa, un accampamento
improvvisato, esso pure in festa, agitato da movimento febbrile. Ai loro
piedi il letto del Cedron secco, pietroso, trascinantesi sopra uno
strato di sabbia bianca e rosea traverso i giardini, le tombe, le nude
roccie, gli speroni della montagna, taglianti il deserto fino al mare
Asfaltide. Quel filo di acqua non mormorava; la frana era cupa; i
fianchi delle roccie erano scarni. A mezza via dal monte degli Ulivi al
Cedron, la piccola masseria di Gethsemani. Affatto in giù ove il letto
del torrente s'apre e sbadiglia, un tappeto di verdura, la fontana di
Siloam sì spopolata e le sue torri cadenti.
Al di là della triste vallata, si rizzava la collina di Moriah, coperta
dal Tempio, e dirupata — muro di marmo di cui da lungi si potevano
contare i massi di pietra enormi, mossi dalla volontà di Salomone,
livellati dal genio Tiriano, rialzati in fretta da Nehemia, colonne di
porfido e di serpentino, capitelli di bronzo, il tutto coronato
dall'edifizio di Erode il Grande. Di fronte i portici di Salomone sui
quali colonne di marmo sopra colonne di marmo, la corte dei Gentili, la
corte degli Israeliti, la corte delle donne, la corte dei preti, e, come
guglia di queste terrazze a gradini, il Tempio, il Santo dei Santi col
suo frontone ed i suoi tetti laminati d'oro.
Alla diritta del Tempio, unita alle sue corti da una colonnata,
torreggiava la fortezza Antonia, centro della vita e della forza romana,
aggrottando il ciglio, spiando il Tempio, e tenendo mezza città sotto il
suo corruccio. Più lungi, alla diritta dell'Antonia, sulla stessa
sommità della collina dei santi monumenti, ma separato da un fosso
naturale, e da mura non compiute, il bel sobborgo di Bezetha, popolato
di giardini, di palazzi, di monumenti, in mezzo ai quali splendeva il
palazzo di Antipas.
Ai lembi di questo primo piano della città si abbassava la valle dei
mercanti che separa il Moriah da Sion, traversata dal ponte Zystus. Al
di qua, il palazzo dei Maccabei; e sopra il Sion, più alto ancora del
Tempio cui domina, la città di David colle sue vecchie mura, i suoi
palazzi, le sue torri, la grande sinagoga, il palazzo di Erode — ora
pretorio, — il palazzo di Caifa e di Hannah, le torri d'Ippicus, di
Phasælus, di Mariamne; e più lungi ancora l'alta fronte del monte Gareb
— uno spicchio di giardini, di brughiere e di tombe.
Questo panorama incantevole e formidabile schierandosi di un tratto
dinanzi la vista del Rabbì, che lo considerava ora con altri occhi, lo
agghiadò e lo fece impallidire.
— Tutto ciò, fra pochi minuti, o sarà mio, o mi schiaccerà! pensava
egli. Ciò mi attira come il mio abisso, o come il mio cielo.
Affrettando il passo, egli principiò a discendere precedendo tutti.
Quella stessa vista esaltava anche i suoi discepoli i quali toccavano
già della mano la loro preda. Già alcune grida scoppiettavano qua e là.
I desiderii cominciarono a ribollire. I più ardenti tagliavano dei rami
d'alberi, ed intuonavano dei canti.
Il gruppo ingrossava: il contatto raddoppia la speranza, e dà coraggio
all'arditezza. E si avanzavano sempre. Ma alle falde della montagna,
alla porta quasi della città, quando il dramma toccava al suo apogeo,
sembrò al Rabbì che egli non potesse presentarsi alla testa di quella
turba come se la conducesse egli stesso, simile ad un capo di rivoltosi,
o ad un porta-bandiera a piedi di un manipolo di contadini. Rizzato
sopra una cavalcatura, l'effetto, il significato, la posizione
cangerebbero.
— Andate a cercarmi un cavallo, disse egli ai suoi discepoli.
All'istante, Simone e Giovanni si mossero.
Presso la zona del muro orientale della città vi era un podere ed un
giardino che si chiamava Bethfagè, con una casa e dei coltivatori. Ogni
benestante in Giudea possiede per lo meno un asino. Simone non trovò un
cavallo, ma trovò meglio che un cavallo, un'asina ed il suo piccolo.
Dimandò al coltivatore di prestargliela; e questi avendo appreso di che
si trattasse, prestò l'asina e seguì il corteggio.
Il Rabbì portava ordinariamente la tunica bianca degli Esseniani, ed un
mantello azzurro con le onde dell'Asfaltide. Egli era lindo, accurato,
civettuolo ed aveva un gran rispetto della sua persona. I suoi discepoli
indossavano i colori amati dai Galilei, la tunica bruna o celeste, il
mantello ciliegio, color feccia di vino o di robbia. Giovanni, bel
giovane di diciotto a vent'anni, pieno di pretese, ricco, vanitoso, si
pavoneggiava in un mantello color di robbia; Simone in un mantello
feccia di vino. Tutti due si levarono i loro vestiti, e ne addobbarono
l'asina. Gli altri discepoli fecero dei loro mantelli una specie di
seggio sul quale intronarono il Rabbì. Maria di Magdala e le altre donne
seguivano da lungi. Quando questi apparecchi furono finiti, si varcò la
porta delle Acque.
Allora i discepoli principiarono a gridare:
— Osanna al figlio di Davide!
— Benedetto sia colui che viene in nome del Signore!
— Osanna al re d'Israello![37].
[37] LUCA, cap. XIX; GIOV., cap. XII.
Erano già nella città.
Il sole segnava mezzogiorno nel cielo.
Gerusalemme aveva 80,000 abitanti. Era l'ora in cui gli affari finivano,
in cui il popolo si riscaldava al sole per le vie, in cui si
raccontavano gli avvenimenti del giorno e della vigilia, gli aneddoti
del Tempio e del palazzo di Erode. Le strade affollate, le case ripiene,
le piazze ingombre: tutto pareva favorevole all'impresa. Chi non avrebbe
per sentimento, avrebbe seguito per curiosità; chi non si porrebbe alla
finestra per applaudire, lo farebbe per vedere. La folla crea l'opera.
Il Rabbì ed i suoi discepoli vi contavano.
Ahimè! il loro disinganno fu terribile.
Eccettuate alcune dozzine di biricchini, la folla restò fredda, ironica,
motteggiatrice. Ebbero paura, ricordandosi la mischia per l'offerta? O
deridevano l'impresa da campanile di quei provinciali? Od obbedivano
alla parola d'ordine ricevuta? Fatto sta che nessuno si mise o restò
alle finestre, nessuno si mosse, nessuno gridò, nessuno li seguì,
nessuno chiese di che si trattasse — eccetto qualche straniero di
Sidonia, di Tiro, degli Egiziani o dei Babilonesi — pagani insomma.
— Cosa è codesto? chiedevano costoro.
— Come! non sapete? sclamavano i discepoli: gli è Gesù, gli è il profeta
di Nazareth in Galilea.
E si gridava più forte ancora:
— Osanna al figlio di Davide, osanna al re d'Israello!
Passando sul Zistus, incontrarono taluni di buon senso, i quali, vedendo
quella misera dimostrazione, consigliarono:
— Rabbì, falli dunque tacere codesti sussurroni.
— Se essi si tacciono, rispose il Rabbì vivamente indispettito,
grideranno le pietre.
Il fatto è che nè le pietre, nè gli uomini gridarono; e che il corteggio
assottigliandosi di più in più, a misura che l'indifferenza o il
motteggio lo colpivano, arrivò molto ridotto al Tempio. Là il
coltivatore riprese la sua asina, i discepoli i loro abiti, i Galilei i
loro affari, ed il Rabbì si stabilì sotto il portico di Salomone pronto
a principiare un sermone.
Gli uditori non vennero.
Il Rabbì si trovò isolato. I suoi discepoli si sparpagliarono
sconcertati, disingannati. Un'immensa tristezza piombò sull'anima del
maestro. Egli lasciò il Tempio e si rifugiò sotto una qualche tenda in
cima agli Ulivi, mormorando: «Dio mio, salvami da questa ora!»
Un'aspra battaglia si combattè la notte nello spirito del Rabbì. Lo
scoraggiamento, l'esitazione, la sfiducia principiarono[38], la collera
vinse.
[38] Renan si dimanda perfino «s'e' non si ricordò delle chiare
fontane della Galilea, ove egli avrebbe potuto rinfrescarsi; la
vigna ed il fico sotto cui avrebbe potuto assidersi; le giovanette
che avrebbero forse consentito ad amarlo... e se non pianse di non
esser restato un semplice artigiano di Nazareth». Pag. 378-379.
Fallito il colpo del dì precedente, all'indomani ne tentò un altro al
Tempio.
Il Tempio, durante gli otto giorni che precedevano e seguivano la festa,
rassomigliava ad un mercato. Qui, quelli che cambiavano la moneta romana
in moneta sacra, agenti dei sacerdoti; là, dei mercanti di tortorelle e
di piccioni; più lungi, dei venditori di agnelli e di capretti; altrove,
due piccole botteghe di fior di farina e di olio. Tutto questo però
limitato alla prima corte, detta dei Gentili, alla quale si scendeva per
quattordici gradini. Su quel terreno neutro era permesso comperare e
vendere. La corte dei Gentili era separata da quella degli Israeliti da
tre file di gradini, ed una balaustrata ad altezza d'uomo, forata da
diverse uscite. I mercanti non potevano varcare quella separazione.
Accadeva nonpertanto talvolta che, in quei giorni di folla e d'ingombro,
i sergenti del Tempio per ordine del gran sacerdote e del capitano
lasciassero correre.
Nulla ostante il Tempio non appartenendo ai sacerdoti ma alla nazione,
ogni Ebreo vi aveva diritto di polizia, e poteva far rispettare la legge
ed i regolamenti.
Qualche poveri venditori di tortore, ed alcuni cambisti, spinti dalla
folla cui lo spazio non poteva capire, avevano invaso un poco la corte
degli Israeliti. Arrivando la mattina nel Tempio, con lo spirito
esaltato ed il cuore esacerbato, il Rabbì osservò questi profanatori.
Corse a loro e respingendoli bruscamente, li rigettò al di là della
balaustrata, gridando:
— Toglietemi via codesto, e non fate un mercato della casa di mio Padre.
Quella povera gente, che non sapeva se egli avesse o no l'autorità di
agire così, o che, sapendolo, riconosceva il suo torto, si ritirò. Ma
dalla parte dei sacerdoti che soli si credevano padroni del sito, la
sorpresa fu grande. Accorsero. Forse non sarebbero stati dispiacenti di
vedere il popolo resistere e rispondere alla violenza con la collera.
L'attitudine rassegnata di quei mercanti li sorprese più dell'atto del
Rabbì. Allora il capitano del Tempio si limitò ad objettare
tranquillamente:
— Con qual diritto agisci tu così? Sei forse Hannah? Sei Caifa? Sei
Simeone? Chi sei tu? Chi ti ha data codesta missione?
— Mio Padre, rispose il Rabbì sempre più irritato. Questa è la casa di
mio padre, e non la vostra. Distruggete questo Tempio fatto da mani
umane, ed io lo riedifico entro tre giorni.
Uno scoppio di risa da un lato, un grido di furore dall'altro, accolsero
questo gricciolo di Gesù.
Il capitano si contentò di rispondere freddamente ed in tuono di
scherno:
— Si son messi quarantasei anni a costruire questo Tempio. Quanto tempo
perduto, poichè tu l'avresti alzato in tre giorni.
Ora, il Rabbì aveva commesso il più impolitico atto della sua vita.
Fino allora, egli aveva offeso i partiti, i sacerdoti, la società ricca
e potente. E' feriva adesso il popolo, nei poveri venditori di mercanzie
sacre. Egli meditava di confondere i sacerdoti come gente che tirava
partito da quella profanazione del Tempio. Il popolo prese l'insulto per
proprio conto, e non perdonò mai più all'audace Rabbì. Egli aveva
compiuto un fatto, e detto una parola, che avevano colmata la misura.
All'indomani, il sanhedrin si riunì da Caifa per prendere una
risoluzione definitiva.
Malgrado ciò, mentre il gran consiglio lo giudicava senza appello, il
Rabbì ritornava nel Tempio per continuare la sua polemica contro i
Farisei.
Certo, i nostri profeti sono inesauribili in ricchezza di imagini, in
parole insultanti, in ingiurie; ma il Rabbì raggiunse l'ideale nelle sue
prediche del 10, 11 e 12 nisan. Egli ebbe però un bel fulminare,
denigrare, deridere, la folla non lo circondava più. Il popolo non si
accalcava più intorno a lui. Il soffitto scolpito dei portici di
Salomone assorbiva le sue parole e non ne ripercoteva più l'eco.
Il sanhedrin aveva già emanato un altro ordine d'arresto contro di lui.
S'indugiò non pertanto ancora ad eseguirlo, per sottoporre la sua
condotta ad un nuovo esame.
Vi erano ormai due fatti capitali che gridavano contro di lui: «1.º Non
solamente egli non rispettava il Sabato, ma si faceva eguale a Dio[39];
2.º al suo entrare in Gerusalemme egli si era proclamato re dei Giudei,
figlio di Davide.[40]».
[39] _Aequalem se fecisse Deo._ GIOV., cap. V, v. 16-18.
[40] LUCA, cap. XIX; GIOV., cap. XII.
Egli era dunque empio e ribelle, aveva offeso Dio e Cesare.
Il gran consiglio era responsabile davanti Dio della legge di Mosè,
davanti Pilato dell'ordine pubblico.
Ora, giammai colpevole non si era presentato con due delitti così
grandi, e con delitti così recisamente definiti e provati. La sentenza
d'arresto fu pronunziata. Ma come la conseguenza del giudizio conduceva
inesorabilmente ad una condanna capitale; come il primo articolo del
simbolo fariseo suonava: Siate lenti nel giudicare (_estote moram
trahentes in judicio_); come si pronunziavano sempre a malincuore quelle
sentenze che obbligavano il senato a ricorrere all'autorità romana per
farle eseguire: e' si metteva sempre un intervallo di ventiquattro ore
fra la promulgazione della sentenza e la sua conferma che la rendeva
definitiva. Il sanhedrin condannò dunque il Rabbì il terzo giorno, 11
nisan (martedì 31 marzo): ma esso si riunì di nuovo all'indomani, 12,
onde dichiarare esecutorio il mandato. Nonostante il consiglio diede
ordine di non precipitar nulla, prima perchè quegli uomini erano gente
istruita e tollerante, poi perchè si voleva evitare l'occasione di un
tumulto, arrestando un Rabbì abbastanza popolare, al momento in cui i
suo compatriotti occupavano la città in sì gran numero.
Io ricevetti comunicazione della sentenza dal sagan, e mi recai dal
Rabbì onde istruirlo del fatto, e scongiurarlo ancora una volta di
allontanarsi. Egli era ancor libero di ritornare in Galilea o in Perea,
di andare dovunque e' volesse.
La mia proposizione fu accolta freddamente, sdegnosamente.
Il Rabbì mi riteneva l'autore principale dello scacco del suo ingresso a
Gerusalemme. Io non lo era. Ma se il mio dovere di cittadino me lo
avesse imposto, io lo sarei stato realmente. Per tutta risposta, il
Rabbì m'invitò a cena con i suoi, l'indomani sera, 13 nisan (giovedì 2
aprile). Nella giornata, e' non comparve al Tempio e non discese neppure
a Gerusalemme. Delle spie del consiglio lo aspettavano a tutte le porte
della città. Si era deciso di non impadronirsi di lui durante il giorno,
mentre era in mezzo ai Galilei. In tutto quel dì, io non incontrai
alcuno dei suoi discepoli. Scorsi soltanto Maria di Magdala, vestita da
donzello. Quel nobile cuore spiava gli spioni del sanhedrin, affinchè il
Rabbì si tenesse in guardia.
Andai a vedere Ida, onde avvertirla del supremo pericolo in cui versava
suo fratello.
La povera creatura non poteva nulla. Ella non sapeva neppure ove suo
fratello si nascondesse. Finalmente giunse la sera.