Uscendo dal Tempio, il Rabbì della Galilea si recò da me e pranzò.
Avemmo ancora un lungo colloquio insieme ed io mi sforzai di tracciargli
il quadro il più vero, il più vivente della situazione, di ciò che i
partiti esigevano, di ciò che la nazione aspettava, e di ciò che noi,
promotori della rivolta, speravamo. Egli mi rispose per monosillabi
vaghi; mostrandosi perfino incredulo che fossimo stati noi che gli
avevamo reso favorevole il popolo, l'avevamo messo in evidenza, fatto
risaltare le sue parole ed i suoi atti. Rientrò in sè stesso, si
ravvolse nel silenzio e nella tristezza, e prese a riflettere. Egli
sentiva che andava incontro ad un duello, nel quale avrebbe trovata la
morte; giacchè Gamaliele, il figlio del rettore del Gran Collegio, il
suo rivale, a cui era stato dato l'incarico d'interrogarlo e di
rispondergli, non era uomo da scompigliare con una parabola o da
abbagliare con un tratto di spirito. Io non turbai il Rabbì nel suo
raccoglimento fino all'ora settima. A quel momento solo uscimmo insieme
per recarci dal sagan.
Incontrammo Hannah alla sua porta. Usciva. Claudia l'aveva fatto
chiamare, scongiurandolo di accorrere da lei immediatamente, avendo a
fargli delle grandi comunicazioni. Ella e Pilato erano ritornati in
quella stessa mattina dal loro viaggio. Hannah ci pregò di entrare,
poichè eravamo attesi, ed egli aveva permesso di principiare la
conferenza senza di lui.
Nell'assenza del sagan, Caifas, il grande sacrificatore, presiedeva la
riunione. Non era molto numerosa. Oltre Caifas, c'era il vecchio
Simeone, Gamaliel, Menahem arrivato la vigilia, Eliseo governatore del
palazzo d'Antipas, il vecchio Jeù per gli Esseniani, Gionata il figlio
di Hannah, Polus il terapeuta, un membro della sinagoga di Alessandria,
inviato da Filone al gran collegio, ed io. Di maniera che tutti i
partiti erano rappresentati.
Hannah ci aveva riuniti nel suo grande gabinetto di studio, nella parte
più remota del palazzo ove egli si ritirava per meditare, o per
spogliarsi della gravità delle sue funzioni. Un andito separava questo
gabinetto da un piccolo appartamento addimandato _uccidi-pensieri_,
mobigliato come quello d'un re assiro, ed ove egli celebrava dei misteri
ben diversi da quelli del _sancta sanctorum_. All'estremità di
quell'andito s'apriva una porta sporgente all'angolo più appartato del
giardino, nel cui muro un altro uscio dava sopra una delle vie più
deserte di Gerusalemme. Lo si chiamava l'_uscio degli intrighi_, dal
quale un servo muto lasciava uscire, ma non lasciava entrar chicchessia,
se non presentando una tessera convenuta. All'altra cima dell'andito
trovavasi un piccolo gabinetto scuro, a tre uscite, l'una che immetteva
nel piccolo appartamento, l'altra al gabinetto delle meditazioni, e la
terza comunicava coll'andito, di rimpetto la porta donde si usciva nel
giardino.
Il Rabbì non condusse seco veruno dei suoi discepoli, onde essere più
franco nell'esposizione delle sue idee. Quegli uomini non lo
comprendevano giammai[20]. Finchè era restato in mia casa, il Rabbì mi
era sembrato estremamente inquieto, a causa di questa intimazione di
spiegarsi. Ma entrando nel gabinetto del comitato, egli ritrovò la più
completa serenità di spirito, e la sua figura così pronunziata, il suo
sguardo così potentemente mobile, presero un'aria di dolcezza infinita.
[20] In fatto gli Evangeli sono ripieni di questa dichiarazione.
— Mi avete chiamato a questo convegno a porte chiuse, diss'egli, non so
con quale scopo. Io ho parlato nelle vie, ho insegnato nelle sinagoghe e
nel Tempio per degli anni, qui, ed in tutta la Palestina. Dovreste
dunque sapere ciò che voglio, e chi sono.
— Sì, rispose Gamaliele, noi ti abbiamo lasciato per lungo tempo la
libertà più completa d'insegnare e di agire, benchè avessimo il diritto
ed il dovere di chiuderti la bocca fino dalla prima ora, benchè tu ci
avessi colmati d'ingiurie e condannate le nostre dottrine. Ciò deve
provarti che noi non abbiamo nessun risentimento contro di te; che
professiamo la tolleranza di tutte le opinioni. Ma ogni cosa ha un
limite: quello che la forza maggiore impone alla volontà. «Posti fra
l'impazienza dei nostri connazionali e la vigilanza del demonio
straniero, fra le seduzioni del paganesimo e ciò che noi crediamo si
debba soltanto all'Eterno, noi siamo addossati al dovere di esigere
delle dichiarazioni formali da ogni qualunque pretendente al titolo di
messia. Noi siamo obbligati a dedicarci alla sua missione superiore, se
porta agli occhi nostri le condizioni volute di successo; nel caso
contrario, a prodigargli le rimostranze e gli avvertimenti; e dopo ciò,
si dia pure codesto pretendente per capo, per profeta, per figlio di
Dio, o per Dio stesso, se resiste alla legge e alla nostra autorità,
sovrana ancora, siamo obbligati a punirlo[21].» Ecco lo scopo della
spiegazione alla quale t'invitiamo.
[21] SALVADOR: _Gesù Cristo e la sua dottrina_, volume II, cap.
XXIX.
— Potrei declinare la competenza morale, e forse politica — io sono
suddito di Antipas — della vostra giurisdizione d'esame; ma non lo fo e
mi vi sottometto senza resistenza. Soltanto vi chiedo perchè, dopo una
longanimità così prolungata, mi chiamate voi a quest'ora onde rendervi
conto delle mie parole, dei miei errori, della mia missione? Cosa volete
voi, voi stessi, Sadducei, Farisei, Terapeuti, Esseniani, Erodiani,
partigiani di Giuda di Gamala, Antiochiani? Vi siete voi posti d'accordo
sopra una dottrina comune per erigervi a giudici di una dissidenza? Io
non rifiuto di spiegarmi: al contrario; ma desidero avere alla mia volta
delle spiegazioni.
— Noi siamo qui per chiederne, e non per darne. Abbiamo i nostri titoli
per interrogare; quali sono i tuoi per intimarci di dirti ciò che
vogliamo? Non abbiamo soffocata la tua voce fin dalla prima ora, è vero;
gli è questo un delitto? Sino a tanto che tu ti sei spacciato per figlio
di una vergine, della razza di Davide, messia; noi non abbiamo detto
nulla. Hai voluto importi come un Osiride, un Adone, un Budha, un
Ormuzd, un Mythra o non so qual'altra divinità dell'India, della
Fenicia, e dell'Egitto. Noi non abbiamo temuto questa importazione di
idoli nel nostro paese. Spetta ai figli di Erode ed ai Romani lo
inquietarsi di codesti discendenti di Davide. Anche noi attendiamo il
liberatore del nostro paese. Hai fatto dei miracoli. Atalide figlio di
Mercurio, Esculapio, Ercole, Gabienus, Policrate, Anfione, Eres, Orfeo,
le figlie del grande sacerdote Anius, le sacerdotesse di Diana, di
Feronia, d'Irpicus, Simone di Samaria, Apollonio di Thiane, Augusto,
tutti i medici, tutti i ciarlatani, tutti i sacerdoti delle religioni
straniere, il cavallo Pegaso, il pesce Oannes che predicava sulle rive
dell'Eufrate, tutti costoro ne hanno fatto, ne fanno altrettanti e così
miracolosi come i tuoi[22]. Noi ti abbiamo lasciato continuare i tuoi
prodigi.
[22] Vedi VOLTAIRE: _Estratto dei sentimenti di Giovanni Meslier_,
cap. II. _Dizionario Filosofico_, articolo Miracoli.
— Li avete calunniati.
— Ne abbiamo riso. Hai predicato la risurrezione, che non si trova nei
libri di Mosè; ma ti sei attribuita la massima d'Hillel: «Fa agli altri
ciò che vorresti si facesse a te stesso;» hai abbracciato la dottrina
dell'eguaglianza stabilita da Platone, e prima di lui, da Gesù figlio di
Sirach, da Aristobulo, e da Pitagora; hai anche accettato «la legge
orale trasmessa da Mosè a Giosuè, e da questi agli anziani che la
comunicarono ai profeti, e da questi ai dottori delle grandi sinagoghe,
come pure le tre sentenze emanate da questi ultimi: Siate lenti nel
giudicare; moltiplicate i discepoli; e fatevi bastione della legge.»
Allora, se tu hai stimatizzato il ridicolo dei nostri bigotti e dei
nostri zelanti, se hai trasgredito diverse delle nostre pratiche, se,
nell'interesse del tuo proselitismo, ci hai calunniati, abbiamo chiusi
gli occhi, perchè tu rispettavi il fondo della legge.
— L'ho poi violata forse?
— L'hai straziata; hai bestemmiato. Ci hai domandato un giorno: per
quale delle tue buone opere noi ti minacciavamo? Non è per nessuna buona
opera, nè per alcun precetto di buona giustizia e di buona morale; ma
perchè, essendo uomo, osi farti Dio[23]. Ora, la nostra legge è precisa.
Il signore ha detto: «Io sono Iehovah, l'eletto, l'eterno, il primo e
l'ultimo; io non trasmetto a nessuno nè il mio nome, nè la mia
gloria.... Non c'è stato alcun Dio avanti di me.... Non ce ne sarà dopo
di me.... Non ne esiste alcuno con me.... Io sono l'eletto che crea la
luce e le tenebre, che dà a volta a volta la pace o l'avversità.... Gli
è a me solo che appartiene la vita eterna; io solo sono il Dio forte, il
Dio giusto, il Dio liberatore, redentore, salvatore....»[24]. Non è
questa la legge?
[23] S. GIOVANNI, cap. X, vers. 33. _Sed cum homo sis, teipsum
facis deum_.
[24] DEUTERONOMIO, cap. XXXII, vers. 39. ISAIA, cap. XLIII, vers.
10, 11, cap. XLV, vers. 5-22.
— È la legge.
— Ora, la legge soggiunge: «Se dunque sorge in mezzo a noi un profeta o
un sognatore che faccia qualche segno o miracolo, e che il segno o
miracolo di cui egli avrà parlato si compie; s'egli vi propone nel tempo
stesso d'introdurre qualche altro dio, che voi non conosceste mai, e di
servirlo; voi non ascolterete le parole di codesto profeta o sognatore.
Iehova, il vostro Dio, colui che vi ha levati dalla casa della
schiavitù, vi mette alla prova per vedere se lo amate con tutto il
vostro cuore, con tutte le vostre forze.... Ma cotesto profeta o
sognatore morrà, e la mano del popolo tutto si porterà su di lui»[25]. È
questa la legge?
[25] DEUTERONOMIO, cap. XIII.
— È questa.
— Ebbene, tu non ti sei proclamato Dio soltanto nella Galilea, nelle
sinagoghe, sotto i portici, e nelle corti del tempio, tu sei venuto
perfino a predicarcelo nelle sale del tesoro pubblico[26]. È ciò vero?
[26] _In gazophilario_. S. GIO., cap. VIII, vers. 2-20.
— Sì. Ma cosa avete voi detto quando il re Erode alzò dei templi ad
Augusto, quando Antipas Erode alzò dei templi a Tiberio; quando alla sua
volta furono alzati dei templi ad Erode stesso, e quando furono tutti
ammessi come Dii?
— Le città ove sono stati commessi questi sacrilegi, sono greche, o
romane: tu ti sei proclamato Dio nel tempio stesso di Iehovah. Come
Ebrei, come fedeli alle leggi di Mosè, come dottori della legge, come
sacerdoti del tempio, come anziani, come membri del sanhedrin, possiamo
noi permettere simili profanazioni? Ora tu ci chiedi ciò che noi
vogliamo e se siamo d'accordo per condannare la tua dottrina.
— Ve lo chiedo ancora.
— Io ti rispondo. Siamo credenti e cittadini. Come credenti, i principî
che ci separano sono rari, quantunque non fossimo d'accordo sopra
diversi particolari della dottrina. Ma queste sono piccole varianti di
zelo; sono pratiche del culto; interpretazioni della legge; è il
progresso stesso di questa legge nei suoi rapporti col tempo, ed i
cangiamenti che vi hanno apportato le nostre disgrazie, ed i nostri
successi; è l'importazione di alcuni principii che i nostri fratelli di
Babilonia, d'Egitto, della Grecia hanno richiesto onde far concordare la
legge e la scienza; è il rigore degli Esseniani, o la troppa tolleranza
dei Sadducei.... Ma tutto ciò non cangia punto il carattere del nostro
patto, e le leggi organiche della nostra fede. Tu sei esseniano nel
fondo; ma fossi tu sadduceo come Hannah, o fariseo come me, noi vivremmo
sempre in pace nella stessa città, pregheremmo allo stesso altare,
insegneremmo dalla stessa cattedra. Il Tempio e la sinagoga sono
abbastanza grandi per abbracciare queste gradazioni, ed abbastanza
illuminati per tollerarne le differenze. Noi siamo adunque d'accordo
quanto basta per dirti unanimemente: tu bestemmii.
— Lo siete pure come cittadini?
— Meglio ancora.
— Eppure io credeva che il Sadduceo volesse restar attaccato al testo
della legge di Mosè ed alla giustizia, ch'egli respingesse le forme
esterne del culto, le credenze riportate dall'Oriente, ed importate
dall'Egitto e dalla Grecia — gli angeli, lo spirito, la resurrezione; —
ch'egli limitasse alla tomba il patto di Dio col suo popolo; mentre il
Fariseo ammette la legge orale all'istesso titolo che il Pentateuco,
sviluppa secondo i tempi la legge di Mosè e l'adatta alle circostanze,
lascia allo spirito una estrema libertà per interpretarla, ordina delle
pratiche esterne, onde salvare dal naufragio la nazione e la legge, fa
pompa di zelo, si adorna di filacteri, pone ai suoi vestiti una lista
rossa più larga degli altri, per distinguersi dai Greci e dagli Arabi,
crede alla risurrezione, ed alla giustizia dopo la morte, secondo le
opere.
— Sia pure. Ma queste sono sempre dissidenze e non bestemmie.
— La legge che ammette delle dissidenze non è più la legge. Poi, io
pensava che il Sadduceo riconoscesse la libertà assoluta dell'uomo,
contento della sua parte sulla terra, non domandando nè temendo nulla,
al di là; mentre il Fariseo insegna che Dio agisce a traverso l'uomo, e
che la libertà umana ha dei limiti naturali. Avevo sempre visto il
Sadduceo poco ambizioso, rassegnato al dominio romano, amante delle
scienze e delle arti coltivate in Grecia ed in Egitto, quantunque poco
premuroso di vederle adottate nel suo paese, senza zelo, disprezzante la
folla, amante lo straniero, inclinato ai piaceri, desideroso di esser in
buona vista di Dio e di Cesare, conservatore, tollerante, indifferente;
mentre il Fariseo usa di tutti i mezzi onde restare partito dominante,
attende un messia, si barcamena fra le idee ed i partiti, soddisfa le
esigenze straniere, carezza l'opposizione nazionale, fa rispettare la
legge, nel tempo stesso che mantien desta nei cuori la speranza di una
vicina liberazione, e non soffocando gl'istinti popolari e non si
lasciando sommergere dagl'impazienti, prepara i mezzi di resistenza, e
previene una catastrofe dall'Occidente, simile a quella che venne
dall'Oriente, e che perdette i nostri padri.
— Sì, è vero. E poi?
— Poi? Voi siete dunque d'accordo altresì cogli Antiochiani che lavorano
ad effettuare un compromesso fra il culto di Mosè ed il culto greco[27];
cogli Erodiani che vogliono farsi il tratto di unione fra il Moriah ed
il Campidoglio, trovando che il messia è venuto, e che fu Erode,
opponendosi all'insurrezione nazionale, e consigliandovi di pagare il
tributo a Cesare?
[27] _Libro dei Maccabei_, cap. IV, vers. 9, 10, 14, 15.
— Ciò non è, ma fosse pure, tutto codesto non è un diniego della legge.
— Chi si scosta dalla legge, la nega. Voi siete dunque d'accordo col
terapeuta che adora forse ancora quella _regina cæli_, che tiene una
così grande parte nei misteri dei templi egizii e fenicii[28], che si
considera un cittadino più del cielo che di questo mondo, che abbandona
i suoi beni, che personifica l'opera di Dio e la creazione a mo' degli
Ebrei orientali, in un Adamo qualunque, che si affatica ad incarnare in
una manifestazione reale i precetti dei libri sacri, che vive
nell'isolamento, sobrio come la cicala che si nutre del suo canto
monotono, mantenendo il silenzio, il più umile di loro essendo il più
stimato; perocchè egli considera la schiavitù come contraria alla legge
di natura, ed alla volontà di Dio?
[28] GEREMIA, cap. XLIV.
— Ma chi, chi fra noi si chiama figlio di Dio, e Dio? Ecco la questione.
— Lo siete voi dunque? Ecco ancora la questione. Ma dite, dite,
Sadducei, Farisei, Erodiani, Antiochiani, siete voi d'accordo con quei
risanatori (_terapeuti_) e con quegli Esseniani, che hanno libri,
dottrine, dogmi, misteri, una cabala propria che comunicano ai soli
adepti secondo il grado d'iniziativa? Odiate voi pure la guerra e la
servitù? adorate voi Dio nell'anima, e non con dei sacrifizii? praticate
voi la comunità dei beni, la castità, il ritiro, la cura degli afflitti
del corpo e dello spirito, studiando le virtù delle piante, delle terre,
dei minerali, delle forze della creazione? istruite voi, vestite voi,
nutrite voi dei fanciulli? proclamate voi l'immortalità dell'anima?
inviate voi le vostre offerte al Tempio senza andarci voi stessi?
— Tutto ciò è nelle nostre dottrine.
— Sì, so bene che il vostro Hillel ha detto: Amate la pace, amate gli
uomini, amate lo studio della legge; ma le vostre dottrine hanno esse
come l'essenianismo la triplice base dell'amore di Dio, l'amore
dell'uomo, l'amore della virtù? L'uomo è desso anche per voi sotto
l'assoluto dominio di Dio? Credete voi la preghiera più necessaria che
il sacrifizio, il combattimento ed il giuramento inutili? Ditemi, siete
voi dunque tutti d'accordo come credenti e come cittadini? avete voi
dunque abbandonato codesti principii che costituivano fino ad ora le
vostre dissidenze? formate voi un solo corpo per respingere da voi una
dottrina, che non accetta tutte le vostre, e giudicare l'uomo che
l'insegna, come si giudicherebbe un traditore verso Dio e verso la
natura?
— Rabbì, ancora una volta, non spostare l'accusa che noi portiamo contro
te. Tu hai professato, puoi professare ancora le dottrine che meglio ti
piacciono; nessuno ti metterà ostacolo. Ma tutto ci ordina di falciare
dalla radice la pullulazione di nuovi dii. Le differenze che ci
dividono, non colpiscono il cuore della legge. Te l'ho già detto:
qualche grado di zelo più o meno nelle pratiche del culto, dei rigori di
principii, alcuni cangiamenti di forma, un soffio di vita nuova ispirata
qui da Zoroastro, là da Pitagora, altrove da Zenone; una rassegnazione
al dominio straniero più o meno paziente, la dottrina della vita oltre
la tomba.... tutto ciò non cangia per nulla l'unità del popolo di Dio,
la cui missione è sempre stata la ricostituzione dell'unità umana. Tu
invece vuoi separarci.
— Sì, lo voglio.
— Lo confessi. Infatti, noi sappiamo che tu hai detto ai tuoi discepoli:
«Se alcuno non vi riceve o non ascolta le vostre parole, scuotete la
polvere dai vostri piedi, partendo da quella casa o da quella città, ed
io vi assicuro che saranno trattate con più severità che gli abitanti di
Sodoma e Gomorra. Poichè, non crediate che io sia venuto a portar la
pace sulla terra. Io sono venuto a portar la spada, a metter il fuoco
sulla terra: ed il mio desiderio è ch'essa bruci. Io porto la
separazione, la divisione tra il figlio ed il padre, tra la figlia e la
madre; i servitori d'un uomo saranno i suoi nemici; chiunque ama suo
padre o sua madre più di me, suo figlio o sua figlia più di me, chi non
odia suo padre, sua madre, sua moglie, i suoi figli, i suoi fratelli, le
sue sorelle, la sua stessa vita, non sarà mai mio discepolo»[29].
[29] MATTEO, X, vers. 34-37. LUCA, XII, vers. 49-53. Id. c. XIV,
vers. 31, 33, 25, 26.
— Io ho detto tutto ciò.
— Tu hai predicato queste selvaggie dottrine perchè tu ti sei alzato
rimpetto a Iehovah come suo eguale per dare un nuovo patto al suo
popolo. Ebbene, in presenza dello sconvolgimento del mondo politico che
Roma ora compie, noi vogliamo conservare l'unità del mondo morale, per
non essere completamente assorbiti.
— Sì, gridò con forza il Rabbì, io mi proclamo Dio[30]. Sì, io porto la
separazione sulla terra. Sì, io porto un nuovo patto. Se il genere umano
si componesse di uomini eletti come voi, la parte di Dio nel mondo, Dio
stesso sarebbe superfluo. Ma io miro ai popoli. Ora, qual'è la legge che
si è imposta ai popoli e che ha creato delle nazioni, che non abbia
avuto l'aria di un'ispirazione di Dio? Mosè non si faceva egli dare le
sue tavole da Dio stesso? Numa, che creò Roma, non si faceva egli
soffiar le sue leggi da una potenza soprannaturale? Come Mosè e come
Numa, io detto una nuova legge. Bisogna che Dio intervenga, e che Dio
parli. Io porto una separazione nel mondo, ma gli è il mondo che io
separo dalla vostra legge. Mosè vi aveva comandato di riconoscere lo
straniero come fratello; voi ne avete fatto un impuro. Il pagano e
l'ebreo erano figli dell'istesso Dio per Mosè; voi avete rigettato
questo fratello come il delitto e la maledizione. Oggi Rachele,
Zipporah, Ruth sarebbero maledette; Giuseppe che aveva sposata la figlia
d'un prete egiziano, e Salomone la figlia d'un re d'Egitto, sarebbero
espulsi dalle vostre sinagoghe. La vostra legge ha due pesi e due
misure. Se il Siriaco perde il suo cammello non può reclamarlo all'Ebreo
che lo ha trovato; e l'Ebreo può riprendere colla forza il suo, se l'ha
perduto. Se l'Ebreo uccide un Greco, può cercare un asilo a Kedesh, a
Sechem, a Hebron; se il Greco uccide un Ebreo, è considerato come degno
di morte. Una simile legge è iniqua; io me ne separo. Vi porto un nuovo
patto....
[30] Strana coincidenza! Uang-mang sosteneva nella China l'istessa
parte del Rabbì di Nazareth a Gerusalemme, all'istessa epoca. Vedi
il curioso libro di Giuseppe Ferrari; _La China e l'Europa_ parte
3.ª, Cap. 1.º
— Ma tu non hai insegnato un solo precetto che non sia stato ordinato
avanti di te dai nostri padri della sapienza. Mosè, Antigone di Soco,
Gesù figlio di Syrah, i profeti, Hillel, Schemaya, Abtalion, il Ietzira,
il Zohar, il Battista, gli Esseniani, Giuda bar Bethyra, Jonathan bar
Uziel... i nostri rabbini di Gerusalemme e di Alessandria, ed altrove
Sakya-Muni, Joe, Confucio... tutti hanno proclamato prima di te, le
leggi dell'amore e dell'eguaglianza. Qual è codesto nuovo patto che tu
porti? Cosa c'insegni di nuovo?
— Niente. Ma gli altri hanno insegnato, io voglio praticare; gli altri
hanno detto: Ciò è buono! io dico: ciò è dovere! Gli altri hanno detto:
Credete; io dico: Fate.
— Piuttosto che dire: Fate! sarebbe meglio fare. Tu sei stato educato
nella tua infanzia alle scuole esseniane che non fanno mostra
d'insegnare, ma praticano. Tu hai veduto nella tua infanzia, nel tuo
paese di Galilea, altri dottori che non hanno sprecato la loro voce a
ripetere delle dottrine, ad ingiuriare altrui, ma che hanno agito: Giuda
di Gamala ed i suoi adepti, i quali, per l'amor della patria, sono morti
a migliaia a migliaia sul campo di battaglia e sulla croce. Ecco i
dottori che noi veneriamo; ecco i messia che noi ammettiamo. Il mondo si
rigenera per l'azione. Quando vediamo in Germania cadere Arminio,
Sacrovir nelle Gallie, Tacfarinas nell'Africa, Giuda di Gamala in
Galilea, tutti per istrappare il loro paese a questo abbominevole
Polifemo di Roma che divora e digerisce popoli e nazioni, noi non
abbiamo neppure uno sguardo da gettare ai ribiascicatori di vecchie
parabole. Se tu non avessi fatto che questo, non avresti ora l'onore di
occupare l'attenzione del gran Consiglio, e dei partiti della Giudea. Ma
tu hai un'altra ambizione; noi abbiamo un altro scopo.
— Ma, non mi avete voi mandato a cercare nella Galilea? Non mi avete voi
invitato a venir a spiegare la mia opera in Gerusalemme?
— Noi abbiam mandato a chiedere un Giuda di Gamala, e non una melensa
parodia di Osiride. Noi avevamo veduto che la bordaglia ti ascoltava,
come la ascolta sempre queglino che attaccano l'ordine stabilito dei
fatti e delle idee. Noi abbiamo creduto nostro dovere di legalizzare
questa forza che commoveva il popolo, e farla convergere alla salvezza
della nazione. Ma tu hai tentato d'isolarti; hai sconosciuto i
sentimenti, le passioni, i bisogni dei tempi, l'istinto della nazione.
Sull'altare che noi avevamo innalzato per un nuovo Giuda Maccabeo, tu
hai provato di collocare te stesso sopra un Mosè postumo; e quando ti
abbiamo chiesto: chi sei tu? e cosa vuoi? hai risposto con delle
ingiurie, con degli equivoci, o con delle inezie che nulla
spiegavano.... È d'uopo che ciò finisca. Roma ci spia, e diffida di
codesti taumaturghi che si danno come figli di Dio, e figli di Davide,
che eccitano le turbe, ed avvolgono i loro progetti nelle nuvole del
regno di Dio. Ancora una volta, chi sei tu? cosa vuoi?
Il Rabbì di Nazareth stava per rispondere, allorchè Hannah tutto
sconvolto ed esterrefatto entrò nella stanza. Egli si avvicinò a Caifas
e gli disse di rientrare nel suo palazzo, poichè egli aveva veduto una
grande folla innanzi la sua porta e sospettava che fosse succeduta
qualche disgrazia.
Caifas uscì immediatamente. Allora Hannah ci disse che Bar Abbas aveva
ucciso Justus, e che egli ignorava la causa di questo delitto.
Questa notizia produsse un istante di diversione alla discussione. Ma
Hannah avendo preso il posto di Caifas, l'attenzione si riportò tosto
sopra il Rabbì della Galilea, cui Gamaliel costringeva ad una
rivelazione definitiva. Infatti il Rabbì, dopo essersi raccolto un
istante, rispose:
— Io sono il figlio dell'uomo nel senso dei vostri profeti. Sono Ebreo.
Il mio padre terrestre, carico di figliuoli e povero, mi confidò
dall'infanzia alla sollecitudine degli Esseniani[31]. All'età di cinque
anni, io apparteneva come ogni ebreo, alla legge. A dieci, fui iniziato
ai regolamenti ed alle ordinanze. A tredici, io compivo i precetti come
gli altri figli del popolo di Mosè. Avrei potuto ammogliarmi a diciotto
o a vent'anni. Fui circonciso, presentato al Tempio, e ricevuto come
figlio della legge. Portai la mia offerta al Tempio; osservai le feste e
mangiai l'agnello pasquale come ogni altro individuo della Giudea.
Frequentai la sinagoga, ove fui istruito, ove fui rischiarato sopra la
legge; e come ogni altro compiuti i tredici anni, presentai i miei dubbi
nelle discussioni pubbliche del Kaal (assemblea). Come Daniele,
le mie osservazioni, a quell'età, furono rimarcate[32]. A trenta
anni principiai come tutti i miei concittadini ad occuparmi
dell'interpretazione della legge, della tradizione, e della cabala[33].
Nella mia infanzia ascoltai la voce dei miei maestri e di Menahem, che
diceva: Amate; e la voce di Giuda il Golonite che diceva: Non più
padroni; distruggete lo straniero. E vidi migliaia di questi figli della
Galilea appesi alla croce dei Romani. Quando all'età prescritta dalla
legge, io principiai l'insegnamento, il popolo che udì la mia parola,
quelli che videro le mie opere, mi chiamarono figlio di Davide, messia,
profeta, figlio di Dio, figlio unico di Dio... Essi l'avevano detto!
[31] SALVADOR, Tom. I, cap. III, pag. 270.
[32] Giuseppe dice di sè stesso nella sua biografia «che a
quattordici anni egli era tanto oltre nello studio dei libri
sacri, che i sacrificatori ed i principali personaggi non
esitavano a consultarlo sull'interpretazione delle leggi.»
[33] MISCHNÀ, _Sentenze dei padri_, cap. V. SALVADOR, _Storia
delle Istituz. di Mosè_, lib. VII, cap. V.
— E tu lo ripeti e lo confermi? disse Gamaliele.
— Il fatto rivela l'uomo, rispose il Rabbì. Voi trovate che la mia
dottrina è stata insegnata prima di me? La verità è eterna: gli agenti
di Dio possono dunque averla intravista. Ma questa parola dei miei
predecessori è stata come la pioggia caduta sopra la pietra: è restata
infeconda. Io sono in mezzo a voi come la pietra di paragone. Il cielo
mi separa dai Sadducei; la terra dagli Esseniani; la nozione della
patria, dai Goloniti; l'intelligenza della legge, dai Farisei. Voi
tutti, giudicate l'atto; io, interrogo l'anima. Il vostro Dio non è il
mio. Il vostro Iehovah è collerico, geloso, severo, e lungo nei suoi
castighi; egli cammina nella tempesta; si manifesta con dei terremoti;
scaccia Adamo; annega un mondo intero; distrugge popoli e città. Il mio
è un padre; là ove il vostro punisce, egli perdona.
— Rabbì, Dio è lo stesso ovunque, o non è più Dio.
— Voi ve lo fabbricate a vostra similitudine. Mosè è il vostro
legislatore. Egli è stato legislatore degli atti: io sono il legislatore
delle anime. Voi proibite l'assassinio; io proibisco di più: la collera,
e l'odio. Voi proibite l'adulterio: io proibisco più di ciò, il
desiderio impuro. Voi proibite lo spergiuro: io proibisco l'istesso
giuramento. Voi ponete come base del dritto il taglione; io pongo il
perdono. Io vengo ad ordinarvi la carità, la riabilitazione del caduto,
la mansuetudine. Voi avete degli schiavi; io vengo a ridirvi: gli uomini
sono fratelli. Io predico la solidarietà umana; la glorificazione del
debole e dell'abbietto: la supremazia dell'interno sull'esterno; la
ricompensa dell'opera dopo la vita. Io ordino la communanza dei beni per
mezzo della carità. Io vengo ad appianare la via del cielo che voi avete
seminata di bronchi e sbarrata di abissi. Io riconosco la perfettibilità
della legge, che voi avete cristallizzata nella durezza. Se Dio vede il
cuore, a che le pratiche esterne del culto? Dio assorbe l'uomo. Voi
arrestate il progresso crescente dell'opera e della dottrina di Mosè; io
gli do l'impulsione della vita coll'amore e la libertà del cuore e
dell'anima. Io aggiungo la fede al precetto; la passione alla sua
propagazione. Io porto la libertà morale.
— V'è bisogno d'un Dio per ciò?
— Sì; Dio solo può ciò. Dio purificato dalla sua paternità, si allarga,
si stende, penetra ovunque. Io sono la coscienza di Dio, e ve lo rivelo.
Io predico il regno di Dio, il regno dell'amore, della paternità di Dio,
che aspira il mondo nel suo alito di benedizione, di bontà, di perdono.
Non più intermediarii fra l'uomo e Dio. Il mio culto è quello della
purezza del cuore, della fraternità, della reciprocità umana, della
dolcezza. Io porto la calma interna. Voi vi preoccupate dell'eccezione:
io guardo l'universalità. Voi appoggiate la piramide dell'umanità sulla
punta; io la pianto sulla base. Voi considerate le classi: io innalzo il
popolo. Ed ora, se la legge nuova che io proclamo, non per gli Ebrei
soltanto, ma per il mondo, è un delitto, io sono colpevole.
Queste parole del Rabbì furono seguite da un profondo silenzio. Esse
avevano colpito la commissione. Gamaliele però, che sembrava il più
pensieroso, rispose:
— Rabbì, bisognerebbe anzi tutto metterti d'accordo con te stesso e
fissare la tua dottrina. Un giorno tu dici che sei la spada, il fuoco,
che porti la divisione nel mondo; all'indomani ti proclami il servo il
più umile, l'agnello, l'apportatore del ramo d'ulivo, ed assicuri che il
tuo giogo è soave. Un giorno tu chiami i Gentili ed i Samaritani cani e
porci, un altro spalanchi per loro le porte del regno dei cieli, e degni
fare per loro dei grossi miracoli. Un giorno accarezzi lo straniero come
Mosè; all'indomani lo respingi come noi; lo fuggi. Tu eviti le sue
città, dopo aver bevuto l'acqua alla giarra delle sue donne. Cosa vuoi
dunque? Questa dottrina di circostanza, non ce ne impone. Israele non
manca di dottori. Ma gli è questo forse ciò che ci occorre? Come! tu hai
udito l'ardente parola di Giuda di Gamala, hai veduto i suoi compagni
attaccati alla croce lungo le vie, vedi la guarnigione romana alla porta
del Tempio del tuo Dio, che dico? di tuo Padre! e tu vieni a spacciarti
come il Messia delle anime, il Cristo del perdono, ed unisci
nell'istesso abbraccio, la vittima ed il carnefice? Come! quando un
popolo intero attende col fremito dell'impazienza l'uomo che in nome di
Dio lo chiami alla libertà ed alla indipendenza, tu osi dirgli: Hai
torto, rendi a Cesare ciò che è di Cesare, obbedisci, taci; tu poni in
ridicolo i Farisei, e tu condanni i Zeloti? E storni la corrente delle
anime dalla patria, per sparpagliarle nel cielo? Come! quando questi
Esseniani i cui principii sono contrarii alla guerra; quando questi
Sadducei i cui interessi li invitano alla pace; quando questi Erodiani
da cui la riconoscenza e la propria salvezza esigono la continuazione
del dominio straniero sopra il suolo nazionale; quando tutti i partiti
infine si sollevano, cingono una spada, proclamano giunta l'ora della
risurrezione, tu vieni, chiamato da noi, tu vieni a dirci: Io sono Dio,
e vi ordino di amare i Romani? Davvero, Rabbì, tu hai ragione: tu non
sei di questo mondo, non sei di questo tempo, non sei di queste
contrade! E noi dovremmo autorizzare il tuo apostolato della codardia, e
permettere l'assassinio di questo popolo? Sì, il nostro Dio è il Dio di
Mosè, il vendicatore, fino a che non avremo una famiglia. Egli sarà il
padre, quando potremo chiamarci fratelli. Pilato, gli è dunque tuo
fratello, o Rabbì? Rimetti nel fodero codeste tue dottrine, che sono
quelle dei popoli liberi ed indipendenti. Esse non possono essere per
noi: noi siamo gli schiavi dello straniero. Tu predichi l'uomo; noi
cerchiamo dei cittadini. Tu ti atteggi a Cristo; noi cerchiamo un
generale. Tu ti proclami Dio; noi abbiamo d'uopo di un tribuno che gridi
al popolo: Sollevati, Dio lo vuole!
— Io non sono nulla di tutto ciò, gridò il Rabbì.
— Allora sei condannato, rispose Gamaliele.
— Voi volete dunque la guerra.
— Noi vogliamo che tu sii l'eco della nostra voce, il braccio della
nostra volontà, la parola della nostra bocca: un uomo-strumento, e non
un uomo-Dio.
— Eppure io sono l'uomo-Dio.
— Non spingerci ad esser severi, Rabbì.
— Mio Padre ordina, io obbedisco. Il mio sangue ricadrà sul vostro capo.
— Sia.
Un grido e uno strepito di lotta si fecero in questo momento udire
dietro la porta del gabinetto che serviva di comunicazione fra questa
stanza e l'appartamento segreto di Hannah. Questi si precipitò per
vedere cosa accadesse, mentre noi restammo uniti, fortemente scossi
dalle ultime parole del Rabbì.
Ma che avveniva dunque, dietro quel gabinetto?
Ida, accompagnata da Noah, si era recata alla pretesa chiamata di suo
fratello, comunicatale da Bar Abbas. Le due giovani donne avevano
trovato Bar Abbas alla porta. Egli aveva lasciato Noah nella corte, e
condotta Ida nell'appartamento _uccidi-pensieri_, ove Hannah li
attendeva, divorato d'ansietà. Alcuni minuti dopo, Justus venendo alla
riunione, nel traversare la corte aveva scorta e riconosciuta Noah.
Corse a lei. Noah gli raccontò come Gesù aveva chiamato sua sorella, e
come Bar Abbas l'aveva condotta negli appartamenti del sagan, ove il
Rabbì doveva incontrarla.
Justus sapeva già che il sagan ardeva di una passione frenetica per la
giovine, e che Bar Abbas gliel'aveva venduta. Ora, egli l'amava non meno
ardentemente del sagan, ed aveva vent'anni. Un lampo gli rischiarò lo
spirito. Il sagan aveva appena indirizzato alcune parole alla giovinetta
che Justus, il quale sapeva ove trovarlo, si presentò tutto trafelato,
ed annunziò ad Hannah che Claudia lo richiedeva all'istante.
Se la bella e terribile Romana gli avesse domandato una libbra della sua
carne, Hannah gliel'avrebbe forse accordata con meno rammarico, che
quest'ora cui egli scorciava dalla sua vita per lei. Era impossibile
però di rifiutarsi, od indugiare. Claudia non sapeva attendere. Era
arrivata nella mattina, e d'altronde poteva avere a fargli qualche grave
comunicazione, utile a conoscersi avanti di prendere una determinazione
sul Rabbì di Nazareth. D'altra parte, Ida era ora in casa sua, in suo
potere; valeva meglio trovarsi da solo a solo con lei, di notte,
sbarazzato da ogni altra preoccupazione, e da quegli uomini che a due
passi di distanza, decidevano del destino del loro paese.
Egli sospirò, e si decise ad obbedire.
Justus entrò dalla porta del gabinetto oscuro nella sala di riunione.
Hannah pregò Ida di attendere il suo ritorno ed il momento di vedere suo
fratello. Egli uscì dalla porta del giardino. Bar Abbas, che aveva
consegnata sua nipote, ne aspettava il prezzo, nella stanza vicina —
vestibolo che conduceva alla scala secreta.
Un quarto d'ora era appena passato dalla partenza di Hannah, quando Bar
Abbas udì nella camera da letto del sagan, la voce di sua nipote, ed uno
strepito di lotta, e di mobiglie rovesciate. Credendosi giuntato da
Hannah, egli aprì la porta, ed entrò per impedire la deteriorazione
della sua mercanzia, prima di averne palpato il prezzo. Restò stupidito.
Invece di Hannah, vide Justus che stava compiendo la più odiosa violenza
sopra la fanciulla, che si dibatteva eroicamente. Preso pel collo da Bar
Abbas, Justus gli diede un colpo di pugnale. Ma vedendo alla sua volta
luccicare sul suo capo il coltello di Bar Abbas, fuggì. Bar Abbas,
colpito soltanto nel mantello, lo inseguì a traverso il vestibolo, lungo
la scala secreta, nella corte, fuori della porta, e raggiuntolo nella
strada lo freddò di botto con un colpo di coltello, che entrando dalla
spalla, gli traversò il polmone. Justus cadde, senza profferir parola:
ma dei soldati romani che passavano, arrestarono Bar Abbas e lo
tradussero al pretorio.
Ida, restata sola, spaventata, lacerata, vergognosa, non sospettando
punto dei progetti del sagan, nel quale non scorgeva anzi che un
protettore, temendo di restare in quella stanza, perdendo il capo,
stravolta, aprì la porta del gabinetto. In quel momento la voce di suo
fratello dalla stanza vicina la colpì. Ogni suo sospetto si dissipò. Si
rannicchiò nel gabinetto oscuro, ed ascoltò, aspettando la fine.
Nel frattempo, Hannah si presentava a Claudia. Ella non l'aveva fatto
chiamare, ma mostrò piacere di vederlo. Il sagan le raccontò ciò ch'era
avvenuto dopo la partenza di lei, e le disse che doveva lasciarla per
assistere all'interrogatorio di Gesù.
— Vengo teco, sclamò Claudia.
— È impossibile, rispose il sagan; le nostre leggi proibiscono che una
donna, una straniera, assista alle deliberazioni del consiglio delegato
dal sanhedrin.
— Da quando in qua, sagan, objettò Claudia, le leggi sono state un
ostacolo alla curiosità di una donna? Io voglio vedere, ascoltare,
sapere, e decidere da me stessa. Volevo appunto provocare codesta
deliberazione, e dare le mie disposizioni. Sono contenta che ciò si
trovi fatto più presto che io non pensava.
Tutte le scuse, tutti i dubbi, tutte le difficoltà del sagan non
riescirono che ad infiammare il desiderio di Claudia, ed a svegliare i
suoi sospetti. Bisognò cedere. Soltanto ella acconsentì ad ascoltare
senza vedere, ed Hannah la condusse per la porta segreta del giardino e
pel piccolo andito, al gabinetto oscuro ove stava Ida.
Per via egli aveva appreso la sorte di Justus.
Ida, udendo la voce del sagan nell'andito, ebbe vergogna di lasciarsi
sorprendere, origliando alle porte. Uscì dunque immediatamente dal
gabinetto, ove Claudia s'installava e passando pel quale Hannah entrava
nella sala ove noi eravamo col Rabbì e Gamaliel, chiudendo la porta. Il
sagan non aveva traversato il suo piccolo appartamento per non svelare a
Claudia la presenza d'Ida. Questa aspettò un momento, restò un istante
alle scolte, e non udendo più nulla cedette all'invincibile interesse
che le ispiravano le mortali lotte di suo fratello col gran Consiglio, e
s'insinuò di nuovo nel gabinetto. Claudia vide entrare in quella
oscurità un'altra persona e non si mosse. Ma quando il Rabbì ebbe detta
la sua ultima parola, quando Gamaliele rivelò la cospirazione contro i
Romani, che covava in tutta la Palestina, Claudia pensò che quella
persona misteriosa, sopraggiunta lì, a fianco di lei, ne sapeva di già
troppo. All'ultima frase del Rabbì, un grido soffocato, o piuttosto un
sospiro prolungato sfuggì dal petto della fanciulla. Claudia allora
l'afferrò pel braccio e le dimandò:
— Chi sei tu?
— Ah! mi fai male, gridò la sorella di Gesù.
Claudia si ricordò quella voce, e aprendo la porta dell'andito, trascinò
seco Ida, e la riconobbe.
— Sei ancora tu? ruggì la terribile romana. Per chi sei tu qui? perchè
tremi tu?
Ida perdette la testa. Vedendo quel viso pallido dall'emozione, quelle
labbra tremanti, quegli occhi fiammeggianti ribaditi su lei, la Galilea
si sentì svenire. Poi senza sapere ciò che dicesse, credendo addolcire
la collera di quella donna la cui mano le bruciava la midolla delle
ossa, rispose:
— Per Pilato.
— Muori allora, gridò Claudia, cavando dalle sue treccie il suo
terribile spillone.
Hannah fermò il braccio omicida. Ida si sottrasse alla stretta di
Claudia, e vedendo aperta la porta del giardino fuggì. Una spiegazione
corta, netta, cruda, irrevocabile, ebbe luogo all'istante fra Claudia ed
il sagan.
— Spezzatemi codest'uomo, gridò Claudia, parlando di Gesù.
— Ma noi l'abbiamo chiamato, gli abbiamo preparato la strada, l'abbiamo
alzato nell'anima della folla...
— Ne avevamo bisogno allora; ora è inutile.
— Occorrono però dei riguardi....
— Nessuno.
— Il consiglio non l'ha ancora giudicato, esso non ha ancora deciso....
— Ho giudicato e deciso io. Schiacciatelo.
— Bisogna ucciderlo allora.
— Che lo si uccida.
— Ma il movimento che abbiamo provocato?
— Esso m'è inutile oggimai: soffocatelo, o Pilato lo soffocherà nel
sangue.
— Bisogna dunque spegnere quest'anima del popolo che avevamo
risvegliata?
— Sull'istante, se si può.
— È irrevocabile?
— Inesorabile.
— Tu rinunzi dunque a tutte le visioni così dolcemente carezzate?
— Ne carezzo una più dolce ancora: Ponzio mi ama ed io l'amo.
— Era dunque per questo che...
— Che? credevi forse ch'e' fosse per te e per i tuoi Ebrei?
Hannah vedeva chiaro alla fine. Entrò precipitosamente nella sala ove
noi eravamo, esitanti su ciò che dovessimo fare, sulla condotta che
avevamo a tenere verso il Rabbì. Hannah ci ascoltò appena, poscia
sclamò:
— «Una parte considerevole del popolo crede senza esitare a tutti coloro
che gli promettono la liberazione, e che si autorizzano di pretesi segni
o miracoli. Che il Consiglio si mostri dunque attento e risoluto,
imperciocchè, se noi lasciamo fare, i Romani che guatano l'occasione,
che sono preparati, verranno e distruggeranno la città, il Tempio, la
nazione intera. Per quanto rigorosa sia tale necessità, vale meglio che
un capo ribelle, che un uomo solo perisca, anzi che il popolo d'Israele
tutto intero[34]».
[34] GIOV. cap. XI.