XXVII.

Io aveva accompagnato Gesù fino alla fontana di En-Shemesh, in quel

vallone selvaggio che è a poche ore da Bethania. Egli aveva continuato

la sua strada per Gerico, strada tante altre volte percorsa da lui in

condizioni più sorridenti di spirito. Aveva dormito nell'albergo che si

trova a mezza strada, di cui ho già parlato (che si chiama oggi Khan

Hudjar) e all'indomani di buon'ora, traversando la città delle Palme,

aveva continuato la sua strada, passato il guado del Giordano a

Bathabara e cercato un relativo ricovero nella Perea, Stato di Antipas.

Il Giordano, nel suo corso inferiore, divide la provincia romana della

Giudea, dalla provincia semi-indipendente della Perea, come nel suo

corso superiore separa la Galilea dalla Traconitide. Erodiade non amava

il Rabbì di Nazareth meglio che il Battista; ma Antipas conservava

rancore contro Pilato, a causa della carneficina di Galilei da costui

fatta al tempo della sommossa per l'offerta, considerando la propria

autorità conculcata dal supplizio dei suoi sudditi. Il Rabbì,

perseguitato in una provincia romana, poteva dunque sperare una tal

quale protezione nei dominii di questo principe a causa di questo

risentimento. Gesù per altro non si fermò nella Perea, e fece una rapida

corsa a traverso la Galilea e la Samaria.

Mano mano che gli avvenimenti precipitavano, e divenivano più cupi, il

Rabbì voleva formarsi un'idea sempre più chiara della sua posizione.

Aveva gettato il suo scudo, come il reziario davanti il mirmillone. E'

si sapeva ora designato, condannato, messo a caccia. La sola probabilità

di salute che gli restava era la protezione del popolo di queste

provincie; popolo il quale, odiando i Romani e l'aristocrazia di

Gerusalemme, poteva prendere una attitudine tale da consigliare ai suoi

nemici la sommissione od una tregua. Nel viaggio intrapreso dal Rabbì,

avanti la festa del Purim, per lo stesso scopo di esplorazione, egli non

aveva scorto alcun sintomo che potesse incoraggiarlo, o dargli qualche

speranza. Volle ciò malgrado visitar nuovamente quei paesi, poichè l'ora

di giuocare la sua ultima posta gli pareva arrivata.

Aveva sete di speranze e d'incoraggiamenti.

Quando io venni a raggiungerlo a Bathabara, ei non era ancora di

ritorno; ma i suoi discepoli lo aspettavano sotto le capanne del fiume.

Io lo attesi altresì, ma a Gerico, andando ogni mattina ad informarmi se

fosse arrivato.

Una mattina finalmente lo incontrai. Mi parve profondamente abbattuto.

Pure non manifestò nissuna idea di indietreggiare, o di cangiar

proposito. Lo scongiurai ancora una volta di lasciar per il momento la

parte di moralista e di umanitario da lui scelta, e di seguire l'istinto

della nazione che domandava un capo politico. Egli mi rispose che i

messia che l'avevano preceduto «erano dei ladri e dei briganti,» e che

egli non conosceva altra salvezza, ed altra possibilità di riescita, che

nell'assorbimento del popolo in Dio.

Vedendolo allontanarsi da Gerusalemme, onde evitare la spiegazione alla

quale era stato invitato, la gente del Tempio ed i Farisei non lo

tennero per sdebitato malgrado la sua fuga. Lo fecero cacciare dai loro

segugi, che lo snicchiarono al guado del Giordano, a cavallo fra i due

Stati, potendo in pochi minuti cercare un asilo dall'una o dall'altra

parte del fiume. Essi lo tenevano dalla parte del paese romano.

Bisognava dunque comprometterlo nella Tetrarchia. Antipas, o meglio

Erodiade, non aveva che una sola corda sensibile — quella che il poco

abile Battista aveva toccata, e ne era stato colpito di morte.

Gli agenti del tempio domandarono quindi al Rabbì, se un uomo poteva

scacciare sua moglie per qualsiasi cagione.

Le scuole di Hillel e di Shammai avevano già posata tale questione; ma

il Tetrarca della Galilea l'aveva risolta, e guai a chi si fosse

avvisato contraddirlo.

Il Rabbì fiutò la trappola, e con quell'ammirabile tatto ch'egli aveva

per istornare un'importuna interpellanza, colla squisita finezza che

sapeva mettere nelle sue risposte, quando non rispondeva bruscamente, o

motteggiando, egli disse:

— Il marito e la moglie non formano che una sola carne.

Una circostanza venne allora ad accelerare la catastrofe.

L'amico del Rabbì, Lazzaro di Bethania, giaceva nel suo letto gravemente

infermo e le sorelle di lui lo mandavano a chiamare per venirlo a

rilevare. Lazzaro era epilettico. Ma questa volta la malattia si era

complicata di segni pericolosi; imperciocchè, dopo che l'accesso era

passato, Lazzaro era restato rigido e freddo come una barra di ferro.

(L'accesso epilettico era stato seguito dalla catalessia). Questi

sintomi avevano allarmato le due donne. Quando il loro messo raccontò al

Rabbì lo stato dell'ammalato, egli non se ne mostrò inquieto. Vide in

quel fatto un'occasione felice, al contrario, per la sua glorificazione.

— Non è mortale la malattia di Lazzaro, osservò egli; ma per la gloria

di Dio, il figlio di Dio vi potrà attingere altresì la sua gloria.

Il messaggero riportò questa risposta.

Ora il Rabbì, che nella sua posizione pericolosa si afferrava ad ogni

bricciolo di speranza, riflettè sulla stranezza della malattia del suo

amico. Un'idea gli passò per la mente. Perocchè due giorni dopo la

partenza del corriere, egli annunziò ai suoi discepoli che andava «a

svegliare il suo amico che dormiva!»

Il Rabbì aveva un'influenza imperiosa sopra la complessione accasciata e

nervosa del suo ammalato. Bastava accarezzarlo della sua mano amica, o

semplicemente avvilupparlo del suo sguardo profondo e gioioso, per far

sì che Lazzaro sentisse un sollievo alle sue sofferenze e si

addormentasse nella calma. Laonde, il Rabbì era onnipotente in quella

casa di Bethania. Allorchè il messaggiero delle due sorelle fu di

ritorno con la sua risposta di consolazione, Lazzaro peggiorava. Poi, il

giorno stesso che noi lasciavamo il Giordano per risalire a Gerusalemme,

egli ebbe una crisi fulminante, dopo la quale le sue membra

s'irrigidirono, la respirazione cessò, la sua pelle s'agghiadò ed i suoi

occhi divennero vitrei.

Le due sorelle lo credettero morto.

L'ebreo è il solo popolo del mondo forse che non abbia il culto della

morte. La morte per l'ebreo è una contaminazione. Abramo, che doveva a

Sara delle compiacenze le quali rasentavano l'infamia, appena la vide

morta, gridò: Seppellite la mia morta lungi dai miei sguardi. Giacobbe

si diede appena il tempo di mettere una pietra sulla tomba di Rachele e

continuò il suo viaggio colle sue gregge. Tiberiade è una città impura

per gli Ebrei, perchè è costrutta in parte sopra i sepolcri di

generazioni sparite dalla memoria degli uomini. L'ebreo scaccia il morto

dalla dimora dei viventi, lontano, nei sinistri burroni, in preda allo

strazio delle iene e dei cani. Nè fiori, nè alberi, nè ricchi monumenti,

come appo i Romani. Un buco nella roccia è la tomba d'un re. Il Rabbì

chiamava i suoi nemici dei sepolcri.

Le due sorelle di Lazzaro, trovandosi dunque sole con quel cadavere,

elleno che erano forse di già noiate di quel vivente collerico,

inquieto, rabbioso, irritabile, egoista come tutti gli ammalati, si

affrettarono a sbarazzarne la casa.

Lazzaro aveva vicino alla sua dimora una grotta, la quale poteva servire

al bisogno da cantina, da stalla, o da sepolcro, protetta contro le

intraprese dei cani e delle bestie feroci da una pietra appoggiata alla

sua entrata. Marta e Maria avvilupparono il loro fratello in un sudario,

l'attorniarono di coperte e lo deposero in quello speco.

— Se Lazzaro è morto definitivamente, dissero a sè stesse, e' resterà

nella sua tomba; se non è che semplicemente caduto in letargia, come

cento altre volte, non avrà che a respingere la pietra della chiusura ed

uscire.

L'operazione del sequestro del corpo di Lazzaro compiuta, i vicini, gli

amici, principiarono a venir a visitare le due sorelle per consolarle.

Maria, la vaneggiante, conversava con loro, mentre Marta, la massaia,

prendeva cura nel giardino dinanzi l'uscio, dei cani, delle pecore, dei

colombi, e dei polli.

Verso la sera del secondo giorno da che avevamo lasciato Bathabara,

Marta era occupata nel giardino in queste faccende, quando ci scorse da

lungi e riconobbe il Rabbì.

Si precipitò al suo incontro, e gli raccontò tutti gli incidenti della

morte del fratello. Il Rabbì si turbò e sospirò. Marta lo lasciò e andò

ad annunziare secretamente il di lui arrivo alla sorella. Maria non

seppe nascondere la sua gioia. Diede in un grido ed accompagnata dai

vicini che le facevano visita, si avanzò verso il Rabbì che mi parve

terribilmente preoccupato. Maria gli raccontò allora altri particolari

della malattia, altri sintomi della morte. Gesù volle vedere, e si

diresse verso la grotta. Egli intravedeva in questa avventura — l'ho già

detto, ed egli stesso l'aveva detto — un'occasione di attestarsi in

maniera strepitosa come figlio di Dio «a causa del popolo che lo

circondava, e che poteva crederlo inviato da Dio[17].» La pietra della

porta tirata da banda, vedemmo Lazzaro coricato, la testa verso

l'apertura. Il Rabbì allungò la mano sopra di lui, la tenne lungamente

su quella testa e su quel petto, poi pregò, gli occhi rivolti al cielo.

Infine, sclamò:

— Grazie, Padre! tu m'hai ascoltato.

[17] S. GIOV., Cap. XI, v. 42.

Allora, indirizzandosi a Lazzaro, gli gridò con voce possente:

— Lazzaro, alzati e vieni fuori.

Lazzaro si alzò come dal suo letto, senza dare alcun segno di stupore nè

di riconoscenza, e rientrò tranquillamente in casa. I suoi amici, che lo

avevano creduto morto, portarono a Gerusalemme la notizia che il Rabbì

di Nazareth l'aveva risuscitato.

Questa notizia non poteva a meno di giungere alle orecchie di Hannah e

di Caifa. Essi seppero così che il Rabbì era di ritorno a Gerusalemme, e

che veniva coll'intenzione la più determinata di provocarli. Hannah

pensò che il Rabbì venisse altresì per avere con noi quella conferenza

cui non ha guari aveva evitato partendo precipitosamente. All'indomani,

benchè giorno di sabbato, Gionata figlio di Hannah ascese a Bethania per

ricordare a Gesù l'impegno preso di incontrarsi coi delegati dei

partiti.

Lazzaro, avendo ancora d'uopo di riposo, Gesù aveva accettato a desinare

da Simone il lebbroso, invitandovi i suoi discepoli. Questi, sempre

poltroni, non avrebbero voluto lasciar partire il Rabbì dalla Perea,

dicendogli: Essi ti lapideranno. Ma uno di loro, ed io stesso, avendoli

fatti vergognare di tanta vigliaccheria, essi avevano accompagnato il

maestro, anticipando così di una settimana il loro arrivo per la festa.

Seguirono dunque il Rabbì dal lebbroso.

Questa audacia lambiva la demenza nella sfida che il Nazareno portava ai

Farisei.

La lebbra era appo gli Ebrei ed in tutta la Siria una malattia orribile,

prodotta sovente da vizii infami. E considerata quindi come un castigo

di Dio. Essa era però più frequentemente occasionata dalla mancanza di

cure, dal sucidume, e dalla stranezza di un clima ardente e secco. Si

riteneva dunque un lebbroso come un uomo colpito dalla collera di Dio;

ed i libri sacri e la legge orale erano stati relativamente indulgenti

classificandoli come morti: morti dinanzi la legge, i diritti civili e

le consolazioni del Tempio. Un lebbroso non poteva entrare nè in una

sinagoga, nè da un amico, nè in un pubblico uffizio, in nessun sito

insomma ove altri uomini si riunissero. Era obbligato di portar nudo il

capo, i vestiti fatti in certa maniera particolare, e di color giallo

come le prostitute, e di gridare, quando passava per le vie: «Fate

attenzione, un impuro!» Come un cadavere, egli non poteva restare una

sola notte dentro le mura di Gerusalemme. Lo si scacciava fuori dalle

porte della città nell'Hinnon e Giosafatte, nella valle della Gehenna e

dei cadaveri, riducendolo a disputare un buco ai cani ed alle bestie

feroci. Ecco perchè il ricco Simone aveva la sua abitazione nel borgo di

Bethania.

Ora, un lebbroso non era soltanto una persona maledetta, ma la sua vista

faceva orrore.

Il Rabbì accettò da pranzo presso questo contaminato: prima, perchè egli

non ne sentiva per nulla la ripugnanza, poi perchè sfidava la legge di

Mosè, e non ne divideva le viste sul capitolo delle impurità. I

discepoli accompagnarono il loro maestro, perchè e' non avevano volontà

propria, perchè avevano l'abitudine di sedersi a qualunque tavola che

lor offrisse da mangiare ad ufo, e perchè il pranzo di quel ricco

disgraziato prometteva d'esser sontuoso: buona fortuna che loro accadeva

raramente.

Il Rabbì, per conto suo, non sapeva mai ciò che mangiasse. Per lui una

radice d'erba ed uno storione avevano il medesimo valore. Ma i suoi

discepoli gustavano il lauto vivere, sopra tutti il piccolo Giovanni,

che era addimandato il figlio della folgore, e che avrebbe dovuto esser

chiamato il figlio della pentola. Il Rabbì ignorava il valore del danaro

e la distinzione della proprietà. Non era avaro di ciò che possedeva, ma

non faceva complimenti neppure per imporsi altrui con un'ospitalità

sovente incomoda e costosa. Ci trascinò quindi con lui alla tavola di

Simone.

Quando vidi quest'uomo, indietreggiai spaventato. Credetti trovarmi con

un leone reso deforme. Il suo viso era lucido come uno specchio. Il suo

alito infettava l'atmosfera. Il corpo coperto da tubercoli scagliosi e

grossi screpolava ad intagli come la pelle di un elefante. La grossezza

delle vene rendeva la pelle callosa. Nessun pelo sul viso. I rari

capelli che sbucciavano sul suo capo erano divenuti bianchi. La pelle

del capo si divideva essa pure in tagli molteplici e irrigiditi. La

faccia era coperta da escrescenze dure, appuntite, bianche alla cima,

verdastre alla base. Quando respirava mostrava una lingua irta di

tubercoli come grani d'orzo. Delle volatiche coprivano le dita, i

ginocchi, ed il mento. Le pomette delle guancie rosse e gonfie; gli

occhi di un colore di rame, oscurati, velati sotto le profonde rughe

cagionate dalle sopracciglia contratte; le labbra tumide; il naso carico

di sarcosi nerastre; i denti neri, le orecchie floscie, allungate come

quelle dell'elefante; in tutto il corpo, delle ulcere che davano un

umore nero e fetido, le nuove rodendo le vecchie... tale era Simone.

Quando vidi quel mostro spaventevole, protestai di non aver fame,

d'esser ammalato, d'aver bisogno d'aria, e restai nel giardino. Io vi

passeggiava quando entrarono, uno dopo l'altra, Maria di Magdala e

Gionata.

Maria non potendo più a lungo tollerare l'assenza prolungata del Rabbì,

aveva preso una singolare risoluzione, seguendo del resto il precetto di

costui.

Aveva venduto la sua piccola casa di Magdala. Del prezzo che ne aveva

ricevuto, aveva comperato da un profumiere di Tiberiade una fialetta di

essenza di nardo, e precedendo la compagnia dei Galilei, si recava al

paschah. Maria sapeva ove il Rabbì alloggiava, ed era venuta a

raggiungerlo. Sia che l'orribile puzza del sito le avesse ispirato tale

idea, o che avesse un progetto preparato, vedendo il Rabbì addossato al

lebbroso, ella si avvicinò a lui e gli versò sui capelli i profumi del

suo vaso.

Il Rabbì se ne andava in broda di giuggiole a questi atti di deferenza e

di delicatezza. Amava anche gli odori e i profumi, e molto i fiori; ma

sopratutto si mostrava tenero delle profusioni che si usavano per la

cura della sua persona. Ciò aveva un non so che d'aria regale; ed egli

si spacciava per figlio di Davide. L'atto fastoso di Maria lo inebbriò.

Tanto più ch'ella si mise ad asciugargli i piedi con la sua splendida

capigliatura, dopo averglieli profumati alla foggia romana. Ora questa

prodigalità di profumi non ebbe lo stesso successo appo i discepoli, che

appo il loro maestro. Simone, che conosceva il valore del denaro e

sapeva che da una settimana io riempiva una borsa che m'era stata

confidata vuota, brontolò senza ritegno; poichè quel villano era franco

nella sua rustichezza. Le osservazioni sopra questo spreco di odori

continuavano, allorchè si avanzò Gionata. Egli aveva assistito col

sorriso sulle labbra alla scena di Maria; ed il Rabbì lo aveva

osservato.

Gionata espose il messaggio di suo padre. I discepoli del Rabbì parvero

contenti di questo atto del sagan, perchè lo presero per un ossequio di

deferenza, forse di sommissione, e si videro quasi collocati sui gradini

di quel trono nelle tribù d'Israele cui il Rabbì aveva promesso a

ciascuno di essi. Se la madre di Giacomo e di Giovanni, quella piccola e

petulante mestatrice seccante che aveva chiesto al Rabbì un posto più

considerevole pei suoi figli, fosse stata lì, avrebbe pianto di gioia.

Gesù invece si turbò; io impallidii. Noi indovinammo quale sarebbe stata

la conclusione della conferenza. Ma l'aria offesa che mostrò Gionata del

trovarsi in un simile luogo, quantunque si fosse fermato sulla soglia

della corte interna, il contegno pressante manifestato dai discepoli, il

mancare di buone ragioni per evitare questa esposizione dei suoi

principii, cui si aveva diritto di chiedergli poichè egli insegnava nel

tempio, impedirono a Gesù di rifiutare o protrarre il convegno. Accettò

dunque, e la riunione fu fissata pell'indomani in casa del sagan,

all'ora ottava.

L'ora era avanzata, e temendo di trovar chiuse le porte della città, io

discesi con Gionata a Gerusalemme.

All'indomani di buon mattino, Gesù si presentò al Tempio. Bar Abbas si

recò da Ida.

Il Rabbì, da alcuni anni, insegnava sotto i portici di Salomone; e mai

la polizia del Tempio, od i dottori del gran Consiglio, non gli avevano

opposta la più piccola difficoltà; benchè, in ogni tempo, i suoi

precetti fossero stati contrari alle leggi di Mosè, ed all'insegnamento

dei successori di Hillel. Il sanhedrin era il solo giudice delle

dottrine che si professavano, e solo aveva il diritto d'accordare il

permesso di predicarle. Questa volta, siccome la lotta fra i partiti ed

il Rabbì aveva cominciato, taluni degli anziani avendolo trovato a

parlare in pubblico, gli chiesero, in virtù di quale autorizzazione egli

esponesse i suoi principii.

Una lunga esperienza non li aveva corretti dall'interrogare il Rabbì, il

quale aveva l'abilità suprema di confonderli con una buona ragione, o di

sfuggir loro con un motteggio o con un'altra interrogazione. Come

sempre, il Rabbì si burlò di essi. Egli chiese loro:

— Cosa pensate voi di Johanan, il Battista? Era desso un uomo od un

inviato del cielo?

Un gran numero dei discepoli del Battista circondavano in quel momento

Gesù. A quella domanda gli anziani tacquero sulle prime, poi, incalzati

dal Rabbì, risposero che non ne sapevano nulla. Essi avevano indovinato

l'agguato. Se avessero risposto che il Battista era un uomo, i suoi

discepoli, lì presenti, potevano maltrattarli e gettar loro delle

pietre; se rispondevano che veniva dal cielo, il Rabbì avrebbe sclamato:

Allora perchè non l'avete ricevuto?

Con un così fino casuista, la discussione diveniva terribile. Ciò

malgrado, i Sadducei vennero a molestarlo colla dottrina della

risurrezione, a cui non credevano, non trovandola nei libri di Mosè. I

Sadducei gli chiesero dunque, celiandolo:

— Una donna ha avuto sette mariti; a quale di costoro apparterrà essa

nel giorno della resurrezione?

Il Rabbì rispose scaltramente:

— Nel giorno della risurrezione, non vi saranno più nè mariti, nè mogli,

ma sarete tutti degli angeli di Dio nel cielo.

I Sadducei, come gli anziani, se ne andarono indispettiti, e odiandolo

più che mai.

I Zeloti, o a meglio dire i discepoli di Giuda di Gamala, vollero

scandagliarlo alla lor volta. La questione che gli proposero era

capitale.

L'ebreo paga due sorte di tributi: la tassa di Dio e la tassa di Cesare.

La tassa del Tempio — mezzo siclo — era stata per molti anni discussa

fra i Sadducei ed i separatisti. Questi ultimi avevano finalmente fatto

decidere dal sanhedrin che la era forzosa, e che la si doveva pagare al

primo del mese di nizan. Questo fondo serviva a comperare le legna da

brucio, l'incenso, il pane azzimo, ed a pagare i familiari del Tempio.

Il popolo aveva vinto in questo sopra l'aristocrazia che vi era

renitente. La tassa di Cesare invece era acconsentita dai Sadducei, e

contestata dai separatisti. L'aristocrazia sapeva che il governo costa;

che se il popolo non paga, le classi ricche sono responsabili dinanzi

alla legge. Il gran sacerdote Ioazar, secondato da Hillel e dai Farisei

moderati, aveva persuaso il popolo di pagare questo denaro per ogni

testa (ottanta centesimi), ed il popolo aveva pagato — tranne i Galilei

che consideravano quella tassa come un segno di schiavitù, e come

un'offesa a Dio, mettendo Dio e Cesare all'istesso livello.

Da questo punto di vista, i Zeloti proponevano al Rabbì una questione

capziosa, chiedendogli se si doveva pagare la tassa di Cesare.

Rispondeva di no? avrebbe avuto a fare con Pilato. Rispondeva di sì?

abbassava Dio al livello di Tiberio.

Il Rabbì, quantunque in apparenza semplice e ingenuo, scoprì la

perfidia. Egli si fece mostrare una moneta ove stava l'effigie di

Cesare, e rispose senza rispondere:

— Rendete a Cesare ciò che è di Cesare.

E lasciò il Tempio.

In quell'istesso momento Bar Abbas si presentava da Ida.

— Ah! ah! sclamò egli entrando nel tablinum, sono io, il tuo caro barba,

io Gesù Bar Abbas, ex-legionario romano, fulmini ed allegria! Devi esser

stata bene in allarme della mia lunga assenza, fanciulla mia. Ma cosa

vuoi? io mi sono ingolfato nella vita pubblica che mi assorbe, mi

divora, mi consuma: io mi voto alla patria. Gerusalemme non ha che due

cose necessarie e due meraviglie: il Tempio e me. Consolati dunque, cara

Miriam, eccomi qui.

— Ero già bella e consolata, rispose Ida.

— Ne sono incantato, abbagliato, sorpreso. Non abbiamo più quelle ubbie

per il capo, eh! Abbiamo fatto un bel bucato di tutte quelle grandi

passioni, quelle nostre disperazioni? Tanto meglio, bambina mia, tanto

meglio. Io ne perdeva la pace, il sonno e l'appetito.

— To'! ed io che volevo offrirti da mangiare.

— Mangiare! l'è questo il più bel verbo che esista in tutte le lingue

umane. Offrimi dunque; te lo permetto. Mangiare gli è sempre a

proposito, sia che arrivi come compenso del passato, sia che lo si

prenda come previdenza per l'avvenire, sia che lo si presenti come una

gentilezza del momento; e tanto più, carina mia, che io non mi ricordo

troppo bene se ieri ho coniugato quel verbo al tempo presente. Mi

dispiace solo di non poterti ricompensare con delle buone notizie.

— Che c'è dunque? sclamò Ida, non troppo spaventata però perchè

conosceva bene suo zio.

— Ma! gli è lui. Ho forse io altri soggetti di angustie in questo mondo?

è tuo fratello. Quel giovane è il mio verme roditore. Finirà

coll'uccidermi dal dispiacere.

— Che ha fatto dunque? Corre forse nuovi pericoli? è ritornato a

Gerusalemme?

— Per bacco, ieri; e ne ha già fatto una delle sue solite. Figurati che

se n'è andato a pranzare da un lebbroso di villaggio, accompagnato da

quei mascalzoni che lo seguono ovunque, con un'aggiunta di donne

equivoche.

— Non è vero.

— Sta attenta, che non è poi tutto. Del resto, il proprio figlio del

sagan, e Giuda da Kariot che erano lì, che l'hanno veduto, mi hanno

raccontato la cosa. Prima di tutto, siccome quei villanzoni hanno

soppresso l'uso di lavarsi le mani avanti pranzo, per dar lo gnorri ai

Farisei, puoi immaginarti che fondo di gamella doveva restare, d'un

lebbroso e quindici provinciali che tuffavan le mani nell'istesso

piatto! Erano lì tutti a sguazzar nella broda, ed il Rabbì succhiava

un'ala d'oca con lenti al burro pimentato — intingolo squisito, sai,

Mirjam! Te ne farò mangiare la prima volta che m'inviterai a pranzo. Il

Rabbì succhiava dunque tranquillamente la sua ala, pensando al regno dei

cieli, allorchè una certa pettegola di mia particolare conoscenza,

irruppe nella sala. Arrivava dritto dritto dal suo paese — da Magdala,

sai — portando la sua casa ed il suo giardino in una fiala d'alabastro,

con dentrovi non so quale malvagìa di sugna. Non disse nè buon giorno,

nè buona sera. Cavò fuori il suo vaso da sotto la tonica e crac! lo

ruppe sul capo del Rabbì. Ah! belloccia mia, non puoi immaginarti di che

odore delizioso — cosa dirti? di costoletta arrostita, di minestra

all'aglio, di rosmarino, che so io! — si riempì la casa. Ed eccoti il

Rabbì inondato da quell'untume che gli scorre da per tutto.... Guarda,

ne aveva tanto colato perfino ai piedi che Maria — la si chiama così —

principia ad asciugarli coi suoi capelli che sono magnifici.

— Tu menti, sclamò Ida; il Rabbì non l'avrebbe permesso.

— Gli è precisamente quello che si dicevano fra loro quei furfanti dei

suoi discepoli. Imperciocchè e' avrebbero preferito vendere quell'odore

prezioso, e mangiarlo in un bel desinare al paschah. Il Rabbì udì i loro

brontolamenti, e disse loro: Tacete, branco d'infingardi! C'è stato dei

paschah fino ad oggi e ce ne sarà anche per l'avvenire, lo avete fatto e

lo farete, fino a che non sarete impiccati; per me questo è l'ultimo....

Stropiccia, Maria, stropiccia, figliuola mia! I tuoi capelli sono dolci

come il più fino lino dell'Egitto, ed io ne basisco di diletto.

— Tu menti: mio fratello non avrebbe mai detto questo.

— Questo o qualcosa di simile. Io divido le opinioni degli scienziati

riguardo alle traduzioni libere. Il fatto sta che il figlio del sagan

venne via scandalizzato da Bethania, e che jeri sera ebbe luogo da

Hannah una riunione onde chiamare Gesù a render conto della sua

condotta. Tu comprendi che io difesi la libertà dei desinari, dei

lebbrosi, delle mani sporche, degli odori e delle profumatrici; ma fui

nella minoranza. Fu adottata la decisione, malgrado la mia ben nutrita

eloquenza — la sola cosa che io mi abbia sempre ben nutrito, — di

mandare una intimazione al Rabbì. Ciò è stato fatto, ed oggi egli

comparirà davanti i delegati dei partiti riuniti in casa del sagan.

— Vogliono dunque perderlo ad ogni costo?

— Ad ogni costo? Di' pure per niente, poichè e' non ci spendono nulla

per perderlo. Egli si perde da sè solo, quell'indiavolato. Questa

mattina infatti si è presentato al Tempio, ed ha ricominciato.... Io

l'ho incontrato sui gradini del Moriah. Me gli sono avvicinato

pulitamente, perchè ho appreso le belle maniere a corte, nelle legioni,

e nel contatto quotidiano dei grandi personaggi. Ma egli, che arriva

sempre dalla sua provincia, mi ha accolto coi soliti complimenti: di

infame, canaglia, miserabile e che so io! Ha una lingua fiorita, mio

nipote. I Farisei e gli Scribi ne sanno qualche cosa, perocchè i nomi

più teneri che loro dà, sono quelli di «briganti, ladri, razza corrotta,

razza adultera, razza di vipere, sepolcri imbiancati, ciechi, conduttori

di ciechi, ignoranti ipocriti, figli del demonio, insensati,

pazzi....[18]» Ma io non m'imbestio; lavoro, anzi, a migliorare la sua

educazione. Gli rispondo: ascoltami, nipote; rifletti, Rabbì; fa

attenzione, profeta; ma guarda, messia; degnati di ascoltarmi, figlio di

Dio; te ne supplico, Dio d'Israele.... A questo e' diventa più

pieghevole, ed allora parliamo di te.

[18] SALVADOR, _Gesù Cristo e la sua Dottrina_. Tomo II, pagina

146, ediz. del 1864, Parigi.

— Di me?

— E di chi vuoi tu dunque che parlassimo? Io non chiedo certo un posto

nel regno di tuo fratello. È troppo alto nel cielo. Peste! deve farci

troppo caldo o troppo freddo; non so troppo che. Allora egli mi dice:

Uomo...... Sì, uomo: del resto egli chiama donna tua madre. Mi dice

dunque: Uomo, va da Mirjam ed annunziale che ho bisogno di parlarle. So

che il convegno d'oggi deciderà della mia sorte. Ho talune cose a

comunicare a mia madre, cui Mirjam sola può riportarle. Che la venga in

casa di Hannah; la vedrò avanti e dopo il mio incontro coi principi del

Tempio.

— Tutto ciò non è vero, osservò Ida.

— Sciocca! Credi che se fosse vero te lo ripeterei? son proprio pagato

per questo! Parlo dunque per guadagnare un po' d'appetito, e tu puoi

andare o restare, venire con me o presentarti sola, credermi o no.... Ti

avrò sempre distratta dai tuoi cupi pensieri. Hai mille ragioni per non

credermi più. Mangiamo dunque.

Però Ida si ricordava che l'ultima volta Bar Abbas le aveva annunziato

che il Rabbì correva grandi pericoli, e che questi le aveva confermato

esser vero. Si ricordava che il Rabbì le aveva detto, l'ultima volta che

lo aveva visto, che ella non poteva ritrovare il perdono che sul seno di

sua madre! E se il Rabbì la chiamava veramente per confidarle qualcosa

per questa madre! Che interesse poteva avere Bar Abbas per farla andare

da Hannah, grande personaggio che godeva d'una eccellente

riputazione[19]?

[19] Ananus era l'uomo il più giusto ed il più venerabile; la sua

alta nascita e la sua dignità ricevevano un maggiore splendore

dalla sua affabilità, e dalla cura che prendeva di farsi eguale ai

più infimi. Amava con passione la libertà ed il regime popolare.

Il bene pubblico aveva il passo sopra i suoi interessi privati.

Faceva grande stima della pace, e non dubitava che la Giudea non

dovesse perire, a meno di venire ad un compromesso onorevole coi

suoi dominatori. GIUSEPPE, _Guerra giudaica_, lib. IX, cap. V.

— Non è un nuovo agguato che mi tendi? gli diss'ella. Ciò che mi riporti

sarebbe la verità?

— La verità? ohibò! Non mi prendono più a queste bazzecole. Una volta

sola in vita mia ho voluto dir la verità e ne zoppico ancora. Avevo

veduto, veduto coi miei proprii occhi, fuggire il tribuno della mia

legione. Ne lo rimprovero: mi scocca un calcio col suo zoccolo ferrato e

mi spezza una tibia. E da questo viene, che secondo voi altri insolenti

della famiglia, io zoppico, mentre tutto il mondo dice che io cammino

con molta grazia. Dopo di allora, mai più verità. Quindi, non stare ad

andare. Non tengo poi mica tanto a render servizio al Rabbì.

— Gli è impossibile: mio fratello non avrebbe dato una simile missione a

te.

— Hai proprio ragione: la sorella del re del cielo! Peste! Scusami,

principessa. Chi sono io? Un vecchio legionario, un compagno d'armi di

Tiberio, un allegro compare che tutti i guerrieri ed i cinedi di

Gerusalemme piangeranno, quando sarò morto, coprendosi di ceneri — se

hanno di che far fuoco; — che tutti i delicati della città sospireranno,

quando avrò finito di divertirli, lacerandosi gli abiti — se saranno

nudi. Bah! tutto ciò non basta per recare un messaggio alla figlia del

carpentiere di Nazareth. Non parliamone più, e grazie. Credo che m'avevi

offerto da mangiare, se non m'inganno anche in questo.

— Avrai tutto quello che vorrai, se Noah ha per di là qualche cosa, ma

dimmi se veramente mio fratello mi chiama.

— Egli ti chiama, ma la non è mica una ragione perchè tu vada. Il sagan

ha potuto venire da te senza pericolo, ma tu non puoi andare da lui.

Come dunque? in un palazzo di principe, in mezzo alla città, in pien

giorno, tu, ragazza pura ed innocente, andresti ad esporti ad un agguato

di tuo zio, quel brigante che ti ha già venduta una volta! No, piccola

mia, resta, resta, tuo fratello è un vaneggiatore, avrà bene abbastanza

da pensare a sè stesso, stanne sicura. Io sarò nel consiglio, e lo

difenderò, perchè io sono un vile senza dignità. Dunque fa conto che non

ti abbia parlato di nulla, e mangiamo.

— Potrò almeno condur meco Noah?

— Conduci teco Noè, l'arca, e tutte le sue bestie — compresi Thorix e

Febea che sono più vecchi delle piramidi. Ti prevengo però che costoro

resteranno nella corte; imperciocchè un uomo come il sagan non ha

l'abitudine di trovarsi con degli schiavi. Vieni dunque con me, o vacci

sola colle tue schiave ed io vi aspetterò alla porta; oppure non andare

affatto e credi che io voglio ingannarti; insomma fa ciò che vuoi. Io

non vedo e curo al mondo che una cosa: la mia nobile persona.

— A che ora il Rabbì si recherà in casa di Hannah?

— Alla settima, credo.

— Ebbene vi andrò. Tu m'aspetterai alla grande porta. Vi hanno delle

situazioni che assorbono come l'abisso.

— Che famiglia tragica è la mia, ed io, che lo sono così poco!

L'utilizzo come posso, in fede mia! Ma gli è mestieri che mi metta in

picca di eloquenza, a far sudare un rabbì del Gran Collegio.

— Ma dov'è Gesù? Perchè non lo vedrei io nel Tempio?

— Perchè egli non è nel Tempio, ove gli ufficiali lo arresterebbero, ma

in casa il sagan, il quale gli dà un asilo fino al momento che si sarà

spiegato.

— Chi devo domandare alla porta del palazzo?

— Poichè t'aspetto io?

— Ma se volessi andarci sola?

— Allora chiedi del re Salomone, o del profeta Elijah, e che la peste ti

stermini.

All'ora sesta, Bar Abbas se ne stava alla porta d'Hannah almanaccando

sui suoi quarantamila sesterzii.

Memorie di Giuda, vol. II · 第 16 / 51 题