XXVI.

Non tenterò di descrivere lo stato del mio animo. Se non divenni pazzo,

gli è forse perchè il destino sapeva che la mia ragione doveva ancora

essere utile a qualcuno. Dopo che il Rabbì ebbe colpito sua sorella

dello stigmata indelebile di ganza di Pilato, Gamalial mi trascinò via

da Berachah, ed io seguii gli altri come trasportato da un uragano. Mi

ritrovai nella mia dimora, nel mio letto, senza avere coscienza di

nulla, e, cosa strana, m'addormentai d'un sonno stupido e pesante, come

se fossi stato affranto dalla fatica. Ma all'indomani, i primi raggi

dell'alba versarono nella mia stanza tutti gli spasimi che possono

straziare un cuore agitato da cento diverse passioni. La vergogna, il

rimorso, l'amore, il desiderio, il pentimento, il dispiacere,

l'orgoglio, un inferno, il caos, mi mordevano da qualunque parte mi

volgessi. Presi, e rigettai venti risoluzioni una dopo l'altra; volevo

uccider Ida, uccider me, sfidare la società, sposarla, assassinare

Pilato, violare Claudia per vendicarmi del marito, gettarmi ai piedi

d'Ida, supplicarla di perdonarmi, di accettar la mia mano. Le perdonavo

tutto, e tutto dimenticavo.

Avvolto in questo turbine d'idee, senza volerlo, senza saperlo, mi

ritrovai a Berachah. Il mio turbamento aumentò quando Febea mi disse che

Ida era uscita con Noah, e che suo marito mi aveva riportato tutti i

regali che io le aveva dati. Eravamo passati forse gomito a gomito sulla

via, senza che me ne fossi accorto. Mi lasciai cadere sull'orlo della

vasca della fontana, nel cortile, ed attesi. Attesi fino alla notte, e

tutto questo giorno scorse come un'ora. Febea mi offrì da bere, da

mangiare; io non le chiedeva altro che: Ida è ritornata? Ma passò l'ora

ottava, passò la nona. Febea stessa cominciò ad essere inquieta. Alla

decima, ascese sulla torre. Nessuno sulla strada, nè da vicino, nè da

lontano. All'undecima, vi salì ancora. Mi trascinò seco dubitando della

serenità della sua vista. Nessuno. Ella ora mi domandava cosa poteva

esser avvenuto della sua padrona, di suo marito, di Noah, in questa

lunga lunga giornata, dopo la tempesta del dì innanzi. Io era come

istupidito. Non so neppure se non sorrisi. Finalmente all'ora

dodicesima, quando il sole era già tramontato, Febea mi gridò dall'alto

della torre, che arrivavano. Ella li scorgeva appena, lontano, lontano,

ma il suo cuore li indovinava. Il mio li sentiva avvicinarsi; perocchè

galoppava a soprassalti, come un cavallo vizioso. La notte era scesa,

quando Ida entrò nella corte. Noah la seguiva, Febea la precedeva con

una lanterna, Thorix chiudeva la porta.

Ida mi passò vicino. La luce della lanterna mi rischiarava pienamente.

Mi guardò, impallidì anzi, e tremò, ma non volle vedermi. Restai

inchiodato al mio posto. Non un suono si potè articolare nella mia gola.

La seguii degli occhi, la vidi sparire nella casa, e restai nelle

tenebre. Credetti di sognare. Io mi chiedeva se era una visione che

traversava il mio spirito. Potei restare così durante un quarto d'ora.

Finalmente, sentii una mano di donna che mi guidava sotto il portico.

Era Noah. Nel vestibolo c'era una luce, e vidi nel fondo Ida traversare

per passare nella sua stanza da letto.

— Giuda, mi disse Noah, devi comprendere che ti è impossibile riveder

Ida. Ognuno dei tuoi passi è ormai per lei un oltraggio. Nulla tu puoi

dire ch'ella possa udire; e niente ella può dirti che non sia umiliante

per lei.

— È vero ciò che tu dici, osservai io. Ed è singolare che io non l'abbia

pensato.

— Ritirati dunque, Giuda, e cessa di pensare ad Ida.

— Eppure, le dissi, io veniva ad annunziarle che ad onta di tutto, io la

prendo per isposa.

— Giuda! sclamò Noah, possa tu dir il vero! Ma se ciò è veramente reale,

attendi, per apprenderlo ad Ida, di esser ben rimesso dell'uragano

d'ieri sera.... Che festa ieri sera! una fidanzata, degli invitati, dei

regali degni d'una regina! Ed ora qual silenzio, qual tristezza, che

tenebre! Non fa nulla, Giuda, ascoltami: vi sono due vie sicure per

arrivare al cuore di Ida. Metto da parte la prima, quella di Pilato.....

— Oh! mi vendicherò di lui!

— Io t'indico la seconda: quella di suo fratello. Che il Rabbì dica a

sua sorella: Accetta Giuda, ed ella.... ne sono sicura, Giuda, ella

anche ti amerà. Ma Ida corre un pericolo.

— Quale, gridai io?

— Nol so; ma è il Rabbì stesso che glielo ha detto; egli le cerca un

ricovero.

— Fino a che io vivrò, Ida non correrà alcun pericolo.

— Dio lo voglia. Infine, Giuda, mi permetti di rivolgermi a te in caso

di pericolo? Noi siamo sole. Moab ci ha abbandonate.

— No: quella nobile creatura tentò di uccider Pilato, non so perchè,

quantunque mel pensi, e avanti di partire per Sichem, Pilato lo ha

condannato a morire.

— Oh! nascondiamo ad Ida questo disastro. Ella è di già troppo

abbattuta. Io conto dunque su di te.

— Più ancora che sopra suo fratello; ma io veglierò dalla mia parte.

Io ignorava ciò che era accaduto fra il Rabbì e Claudia. La notte era

avanzata. Le porte della città erano state chiuse. Mi diressi verso

Bethania per interrogare Gesù, e passare la notte in quel villaggio,

fuori di Gerusalemme. Arrivai alla casa di Lazzaro, nel momento istesso

che Gionata, il figlio di Hannah, la lasciava. Egli aveva portato al

Rabbì un messaggio di suo padre. Lo trovai molto agitato. Il cerchio che

lo attorniava si faceva sempre più stretto. Egli mi raccontò ciò che era

successo al Tempio in quella mattina, poi la scena avvenuta fra lui e

Claudia, meno alcuni particolari che mi doveva dire più tardi, e che io

ho già raccontati.

Dopo la partenza del Rabbì, Claudia aveva fatto chiamare Hannah, e gli

aveva ingiunto di affrettare gli avvenimenti. Hannah le aveva fatto

conoscere ciò che il Rabbì aveva detto e fatto nel Tempio, e la

decisione presa dal sanhedrin. Gli affigliati alla cospirazione non

s'erano opposti all'ordine d'arresto; perchè desideravano, anzi, di

avere il Rabbì sotto il loro assoluto potere per renderlo più dolce,

piegarlo alle loro volontà, deciderlo ad accettare le loro dottrine, ed

agire secondo i loro desiderii. Claudia aveva consigliato allora, di

avere con lui un colloquio decisivo, di metter bene la questione, dirgli

chiaro ciò che si voleva da lui, ciò che gli si chiedeva, ed obbligarlo

ad una professione di fede netta e finale. Hannah inviò suo figlio a

portare questo invito al Rabbì.

Io conosceva quegli uomini. Sapevo che ciò non poteva condurre che ad

una rottura aperta, nella quale il Rabbì sarebbe stato spezzato senza

misericordia, e caricato di tutti i torti. Fino a lì, io aveva agito per

la cospirazione, non curandomi veramente se un rabbì o due vi sarebbero

stati schiacciati. Ora che la sorte del mio amore s'appoggiava sulla

testa di Gesù, egli mi diveniva prezioso sotto tutti i punti di vista.

Gesù aveva accettato l'invito di Hannah, ma aggiornandolo di una o due

settimane.

Egli voleva attendere che i suoi compatriotti della Galilea fossero

venuti a Gerusalemme per la festa del paschah, quantunque avesse poco a

sperare dalla loro protezione. Ma i provinciali, in una capitale ove

sono come forestieri, s'intendono meglio fra loro, che nelle città

native. Poi queglino delle altre provincie arriverebbero nel medesimo

tempo, ed in quei giorni di festa, i partiti in Gerusalemme si sentivano

meno padroni del solito. Non si sarebbero forse permessa una brutalità

contro il Rabbì, se ne avevano pure l'intenzione.... Io divisi

l'opinione del Rabbì, e per esser più sicuro, lo consigliai a lasciar

Gerusalemme la notte istessa, ed a ritirarsi presso uno dei miei amici

ad Efraim, grosso villaggio dalla parte del deserto della Giudea, poche

ore (otto o nove miglia) al nord di Gerusalemme, presso Salem, alla

sorgente ove egli si era separato dal Battista. Gli promisi di cercare

di saper tutto, di scandagliare gli animi, apprendere od indovinare i

progetti, e di andare a trovarlo.

Il Rabbì accettò il mio consiglio. Cenammo molto bene, grazie alle buone

sorelle di Lazzaro, ed a Lazzaro stesso, quantunque infermiccio, avendo

avuto il giorno prima un accesso dell'implacabile sua malattia: il mal

caduco. Due ore innanzi giorno, il Rabbì lasciò Bethania, ed io

l'accompagnai fino al momento in cui l'alba principiò ad imbianchire il

cielo. Allora lo lasciai e ritornai a Gerusalemme. Ero appena coricato,

quando uno schiavo di Claudia venne a dirmi che la sua padrona mi

chiamava, all'istante stesso, al palazzo d'Erode.

Sospettai della causa di questa chiamata così pressante e così

mattutina. Non mi affrettai dunque troppo. In guisa che, quando arrivai,

alla ora quarta, la trovai già vestita, e vidi nella corte una lettiga

per lei, portata da otto giganti della Cappadocia, ed un cavallo tenuto

in pronto per me.

— Giuda, mi disse ella, vado a trovare la tua fidanzata; tu

m'accompagnerai, o meglio, mi precederai per annunziarle la mia visita.

Queste parole, dette col sorriso sulle labbra, l'aria tranquilla e

graziosa mi gettarono in una costernazione spaventevole. Il Rabbì mi

aveva prevenuto. Che fare? Claudia certamente mi vide impallidire.

Ricomposi però il mio viso ad un sorriso riconoscente ed intravedendo,

con un colpo d'occhio, il pericolo delle varie risoluzioni che potevo

prendere, mi decisi ad accompagnarla, o meglio a condurla a Berachah.

Ero deciso, nella peggiore ipotesi, ad ucciderla, se avesse tentato

qualsiasi violenza contro di Ida. Poi, a dir il vero, ero contento nel

fondo, che Claudia conoscesse l'infamia di suo marito, e ch'egli la

tradiva.

Pilato aveva raggiunto Pomponius Flaccus a Sichem; poichè il governatore

della Siria, avendo appreso dal suo procuratore della Giudea che gli

Ebrei si preparavano ad un movimento, aveva preso delle misure per

schiacciarli immediatamente. Dopo aver inviato a Pilato alcuni rinforzi

ne conduceva seco ancora. Ei voleva consultare il procuratore su

l'essenza e l'estensione della cospirazione. Pilato aveva quindi

lasciato Gerusalemme due giorni prima, avvegnachè ferito. E fu fortuna

per lui, perchè se si fosse trovato a Gerusalemme, Claudia l'avrebbe

ucciso nel primo impeto. Non avendo sotto la sua mano questa vittima,

Claudia pensava disfarsi dell'altra cui Cneus Priscus aveva scoperta, e

col raffinamento o meglio col delirio della vendetta, desiderava avermi

seco. Partimmo.

Una mezza coorte di cavalieri ci seguiva.

Un'ora dopo, eravamo a Berachah.

La nostra presenza destò nella casa un profondo spavento. Ciò si

comprende. Cosa veniva a fare la moglie di Pilato dalla amante di

Pilato? Il nome di Claudia, in oltre, era circondato da quelle voci

misteriose e terribili che pesavano sopra l'infame ritiro di Capri.

Claudia andò dritto al tablinum, come se fosse entrata nella sua casa.

Potevo appena seguirla, tanto ella camminava presto. Non una parola era

stata scambiata fra noi durante la strada. Il suo sguardo stillava

l'odio.

Quando Noah andò a prevenir di questa visita la sua padrona, Ida tremò

da capo a piedi. Forse, se fosse stata nella casa propria, ella avrebbe

dimostrato un po' più di sicurezza. Ma nella casa di Pilato, ella si

sentiva sotto il peso d'un'accusa che la schiacciava. Laonde, ella si

fermò alla porta del fondo del tablinum, e le mancò la forza di

avanzare. Ida restava lì, immobile, senza respirare, il cuore che le

trasaliva, il viso bianco come l'alabastro, allorchè Claudia, entrando

dalla porta dell'atrium la vide. Quelle due donne scambiarono uno

sguardo, pronto come il lampo, prodigioso, luminoso, possente come lui.

Ida portò le sue mani sugli occhi, poi le unì sul suo petto, sclamando

involontariamente, vinta, trascinata da un impulso irresistibile:

— Dio mio! com'è bella!

Claudia udì questo grido e rallentò il passo. Si avvicinò tuttavia, e

considerò Ida dappresso.

Il contrasto fra le due donne era assoluto. Claudia trascinava i sensi

come un uragano, e passava: Ida penetrava nell'anima come un raggio di

luce, e vi si cristallizzava. L'una era la bellezza che vi strappa i

baci dal fondo della vita; l'altra era la bellezza che v'inizia in una

vita nuova piena di inebbriamenti ignoti: l'amore dal cervello. Quando

Claudia ebbe esaminato Ida con quella terribile curiosità, in cima alla

quale sta una questione di vita o di morte, ella le chiese con voce

lenta e sorda:

— Confessa ciò che hai fatto per farti amare da Pilato.

Non so che risposta attendeva questa Romana, che era stata mischiata a

tutte le opere tenebrose delle saghe, delle maghe, dei bertoni, delle

cortigiane, che mettevano l'amore nella potenza infernale dei filtri e

dei veleni. Ida che non conosceva punto di quelle infamie, rispose

ingenuamente:

— Ho amato; ma non sono stata amata.

— Come! non sei stata amata? sclamò Claudia.

— Ahimè! no. Io non sono stata per lui che il cuore ove veniva a

riposarsi dei suoi cordogli, e non il cuore a cui veniva a cercare la

consolazione e la gioia.

Claudia lasciò sfuggirsi dal petto un sospiro che risuonò in tutta la

sala. La tigre era disarmata e rientrava gli artigli.

— Non menti, fanciulla?

— Oh! vorrei ben mentire! replicò Ida. Se mentissi, tu non saresti là,

ed io non morirei di dolore.

Claudia sedette, e attirando Ida presso di sè, continuò:

— Dimmi chi sei. Raccontami come l'hai conosciuto, e ciò che è avvenuto

fra voi. Dimmi perchè ti ha lasciata: dimmi tutto, tutto, i più minuti

ragguagli, le più semplici parole, tutto ciò che ti concerne, tutto ciò

che lo riguarda.

— Ho poche cose a dirti, rispose Ida. Nol so, ma quando si ama, la vita

è così variata, così tempestosa e così semplice nel tempo stesso...

— Donde vieni?

— Sono nata in un villaggio della mia bella Galilea, a cui penso sempre.

Vi sei stata? Dei fiori da per tutto, la vigna dai grappoli violetti,

l'arancio dai frutti d'oro, il fico, il melagrano, la palma, l'ulivo, e

all'intorno le montagne azzurre, il cielo risplendente, la terra che

sorride. Dio mio! che mi sia permesso di rivedere quell'angolo della

terra della mia infanzia e di morirvi.

— Morirvi?

— Oh sì! morirvi. Io mi chiamo Mirjam; Ida è il mio nome di dolore. I

parenti di mia madre, poveri discendenti della razza di Davide, avevano

emigrato, come tanti altri, al tempo della carestia, dalla misera

Betlemme alla ricca Galilea, ove i Greci ed i Romani fanno vivere il

popolo, dandogli da lavorare. Mia madre aveva una sorella maritata,

colla quale doveva dividere la meschina eredità che lasciava suo padre.

Non aveva che sedici anni quando si unì, secondo le nostre leggi, a suo

zio più vecchio, più povero di lei, e che non amava. Nostro padre ci

nudriva del suo lavoro di carpentiere. La nascita di mio fratello

maggiore, conosciuto ora col nome di Rabbì della Galilea, diede causa a

delle querimonie di gelosia, e a dei sospetti ingiuriosi fra mio padre e

mia madre[16]; e fu perciò che i miei altri fratelli non amarono mai

Gesù, il quale invece amò più mio padre che mia madre.

[16] Gli Evangelii e gli autori della vita di Gesù hanno

raccontato le cause e le ragioni di questi sospetti, Mirjam

ripeteva ingenuamente: _Nonne repetita est in me historia

Adami?.... Munda sum, nullum virum cognovi. Dixit autem Ioseph: Et

undenam est ergo quod habes in utero? Et respondit Maria: Vivit

dominus meus quod non scio unde mihi est_. Proto Evangelio di S.

GIACOMO. _Fabric._ I, pag. 23. Ispirata da questo _non scio_,

l'opinione mondana acquistò di buon'ora una grande estensione,

poichè la traccia n'è restata in uno scritto ebraico abbastanza

reputato, quantunque ripieno di puerilità, e di insulsaggini da

satirico, voglio dire il _Sepher Toledod Jeschri_, ovvero Libro

degli atti di Gesù, tradotto in latino e confutato da Wagenseil

nella raccolta intitolata _Tela ignea Satani_ (Vedi alla fine del

volume la nota A). Origene parla pure di questo fatto, e dice:

_Videamus an non cæci fuerint auctores hujus fabula? de virgine

deprehensa cum juvene Panthera in adulterio et a fabro repudiata_.

(Contra Celso, lib. I). Nell'evangelio di Nicodemo (_Fabric.

Aport._ t. 1) gli anziani dei Giudei dicevano: Noi sappiamo che

sei nato da un commercio illecito. Altri rispondevano: _Nos non

dicimus natum esse ex fornicatione. Hic sermo vester non est

verus, quoniam desponsatio facta est. Et responderunt: Omnis

multitudo audienda est quæ clamat fornicatione natus est_.

— Comprendo, disse Claudia.

— Io, continuò Ida, venni per l'ultima, più amata di tutti, la sola che

Gesù amasse. Mio padre, costretto dal suo lavoro, si assentava sovente

dal villaggio, e correva i borghi e le cascine dei contorni, ed anche

più lungi, a Seforis, sul lago di Genesareth. Ma egli lavorava molto e

guadagnava poco. E la famiglia era numerosa, perchè mia madre, molto

bella, gli aveva dato parecchi figliuoli. Egli sperava di esser aiutato

dal suo primogenito, cui inviò a Seforis onde imparare il mestiere, di

cui egli non faceva che la parte più grossolana. Fu ingannato nella sua

aspettativa. Gesù non amò l'arte sua. Restava delle ore intiere sotto

gli alberi, dinanzi il suo banco alla porta della casa nel nostro

giardinetto, le braccia incrociate, gli occhi rivolti al cielo; e quando

il padre rientrava la sera non trovava nè tavole piallate, nè casse o

panche costrutte. Allora accadevano delle scene fra i miei fratelli che

lavoravano molto, e mio padre che non sapeva rimproverare Gesù, e mia

madre che voleva framettersi. La conclusione di quelle risse era che

all'indomani Gesù spariva dalla casa, e restava assente delle settimane,

dei mesi, un anno intiero. L'ultima volta, otto anni fa, non si vide per

tre anni.

— Ma dove andava egli? domandai io.

— Chi lo sa? Dappertutto, poichè ho inteso dire da mia madre che era

stato in Babilonia, a Roma, in Grecia, nelle Indie, a Menfi, in ogni

sito. Ma quando ritornava non portava che alcuni rotoli di carta, i

quali sparivano essi pure dalla casa all'indomani. Questi viaggi, la

frequentazione continua dei partigiani di Giuda di Gamala, il messia

galileo, lo allontanarono sempre più dal suo mestiere di carpentiere,

aumentarono la discordia nella famiglia, quando egli era a Nazareth.

Però Gesù, sia solo, sia con mio padre, correva coi suoi utensili per le

valli di Zebulon, Issachar e Neftali, per cercarvi lavoro; mentre io

conduceva sulla collina a pascere le capre e le pecore, e che mia madre,

alzandosi col sole, andava a comperare i legumi ed i frutti al mercato,

preparava i nostri alimenti — una zuppa di lenti, o un pezzo di carne —

filava, o tesseva per vestirci, cantava il suo salmo all'ora nona,

veniva alla fontana colle altre donne del villaggio, coll'urna sulla

spalla, e ritornava per ispazzare la piccola corte, stender per terra i

nostri materassi, e attenderci per cenare.

— E perchè hai tu abbandonato questa vita così semplice e così dolce di

cui tua madre ti dava l'esempio? domandò Claudia.

— Tel dirò. Cinque anni fa, mio padre morì. Io aveva allora tredici

anni. Gesù era assente da alcuni mesi. I miei fratelli mi detestavano e

mi battevano, appunto perchè Gesù mi amava. Mia madre non riusciva a

proteggermi; mia sorella mi maltrattava ancor più dei fratelli,

chiamandomi scioperata, infingarda. Eppure io non poteva filare e cucire

in casa, e custodire fuori la greggia, nel medesimo tempo. Trovavano che

mangiavo più pane che non ne guadagnassi. Finalmente, Gesù riapparve una

sera nella casa paterna, più cupo, più silenzioso, più strano che mai.

La morte di mio padre lo alzava al grado di capo della famiglia. Egli

non si curò di questo diritto. Restò alcuni mesi a Nazareth. Ma venne il

paschah e mia madre manifestò il desiderio di andare a Gerusalemme,

tanto più che sua sorella che era maritata in quella città con un

legionario, l'aspettava. I miei fratelli e la sorella l'accompagnarono.

Restai sola a casa con Gesù. Egli mi aveva insegnato a leggere ed a

comprendere il greco, che tutti parlavano intorno a noi. Mi accompagnava

sovente alla montagna, dietro le nostre capre e le nostre pecore. Ai

campi, e' non era più lo stesso uomo. Comprendeva il linguaggio dei

fiori, comprendeva ciò che si dicevano gli uccelli, ciò che il cielo e

le stelle cantavano. Mi attirava allora sulle sue ginocchia, passava le

sue mani nei miei capelli, sentivo circolare nelle mie vene una fiamma,

e poi mi addormentavo sul suo seno.

— Ah! sclamò Claudia che forse si risovveniva.

— Quando mi risvegliavo, continuò Ida, trovavo il suo sguardo vellutato

e materno che avviluppava il mio viso come di uno strato di nuvole; ma

io mi trovava così affaticata come se avessi fatto lunga strada e se

avessi lavorato a lungo. Una affezione profonda mi attaccava a mio

fratello. Non avevo altra volontà che la sua. Egli mi leggeva

nell'animo. Io comprendeva i suoi pensieri. Apprendevo tutto ciò ch'egli

voleva. Mi pareva identificarmi sempre più in lui. Avevo quattordici

anni. L'anima mia era pura come le nostre notti di primavera. Però io

principiava a risentire dei brividi incogniti. Mi sentivo attirata da

Gesù come lo è la foglia secca dalla fiamma. Gli raccontai la strana

sensazione che mi turbava: lo confessai anche a mia madre. All'indomani

Gesù non era più a Nazareth.

— Tu amavi dunque tuo fratello? sclamò Claudia.

— Sì, e no. Ho amato di poi. Il sentimento che il Rabbì m'ispirava era

diverso: era più che l'amore che si risente per la propria madre, e meno

violento di quello con cui c'incendia un amante. Questi vi mette il

fuoco nelle vene: allora io vi sentiva scorrere i raggi dell'aurora. Ma

ciò finì bentosto. Mia zia mi chiamò a Gerusalemme, e mia madre fu ben

contenta di allontanarmi. Mi congiunsi alla carovana che andava a

Gerusalemme pel paschah. Quel movimento tutto nuovo per me mi colmò di

gioia. Le vecchie ed i vecchi sopra gli asini ed i cammelli; i giovani

camminando loro vicino; i ragazzini correndo di gruppo in gruppo,

giuocando coi cani, cogliendo le bacche e le corolle selvatiche,

querelandosi, prendendo qua un buffetto, e là una ciambella. Per non

passare per l'impura Samaria, paese di pagani, prendemmo la via del

basso Giordano all'est, a traverso il Gilead e l'Ammo, fermandoci presso

un pozzo al tramonto del sole, accendendo un fuoco di rami per cuocere

una cenetta di legumi bolliti, frumento arrostito e fritto in un po'

d'olio, e qualche fette di poponi e di cocomeri. Ripassammo il Giordano

a Bathabara ove il Battista battezzava, sotto Gerico, camminammo dal

piano alla città sotto i verdi datteri, e di là arrampicandoci da una

collina ad un'altra, alla vetta superiore dopo l'inferiore, traversando

passaggi rocciosi del deserto, e le nude montagne, arrivammo a Sion,

avendo nelle mani i rami di mirto e di ulivo, e alla bocca il canto del

_schemah_.

— Felici ricordi, sclamai io.

— Presso Bethania, continuò Ida, la compagnia si divise. Quelli che

avevano degli amici a Gerusalemme, discesero il monte degli Ulivi e

passarono il Cedron, gli altri si ricoverarono nei casolari dei

dintorni, sotto le tende nelle capanne di foglie chiamate _succoth_,

come Giacobbe nel paese di Canaan, coprendo così l'Oliveto, il Mizpeh,

il Gibeon, il Rephaim, mescolati, tutti in una, asini, capre, cammelli,

pecore, uomini, donne e fanciulli, correndo dalla mattina alla sera alle

fontane di Siloam e di En-rogel. I Galilei, come al solito, si fermarono

al monte degli Olivi. È là che un messo di mia zia venne a cercarmi.

Ella era ammalata.

— Che età avevi allora? le chiese Claudia.

— Te l'ho già detto, quattordici anni. Non ti parlo della vita passata

con mia zia, donna stizzosa, inquieta, piena di bile, sempre

malcontenta. Dopo diciotto mesi, ella morì, e sei mesi dopo avvenne la

mia catastrofe.

— In che maniera? sclamò Claudia. Non nascondermi nulla.

— Perchè lo nasconderei? Andavo ogni giorno ad attingere l'acqua alla

fontana del Dragone, l'urna sulle spalle come le altre figliuole. Sembra

che Ponzio m'avesse incontrata tre o quattro volte, ed infatti mi

ricordo che un Romano a cavallo mi aveva seguita talvolta dalla fontana

alla casa di mia zia. Ma ci sono tanti Romani che vanno e che vengono a

Gerusalemme, che me n'ero appena accorta. Una notte io dormiva d'un

sonno profondo, sognando delle montagne di Nazareth, quando mi sentii

ravvolgere in una coperta, al punto quasi di soffocarmi. Fui rapita

così, e posta in una lettiga che partì al passo di corsa. Mi dibattei,

gridai. Mi sentiva morire: l'aria mi mancava. Finalmente udii aprire e

poi chiudere una porta della città. Allora la coperta che mi avviluppava

fu aperta e mi trovai nelle braccia di Noah. Un'ora dopo, ci

depositavano qui, a Berachah.

— Pilato ti attendeva? domandò Claudia.

— Oh! no. Non venne per la prima volta che quattro o cinque giorni dopo.

Io non comprendeva nulla di quanto m'era accaduto. Credevo sognare,

vedendomi circondata di tanto lusso, e di tanta ricchezza. Noah si

asteneva affatto dal darmi alcuna spiegazione. Cosa si vuole da me? io

domandava, chi è l'incantatore che mi culla in questi splendori? Una

sera il mago si fece vedere.

Claudia trasalì, e divenne scialba. Ida continuò senza accorgersene;

imperciocchè, assorta nella sua vita passata, ella raccontava o meglio

dipingeva, dimenticando quasi che noi fossimo lì ad ascoltarla.

— Questa stanza era stata illuminata vivamente. Noah mi aveva quasi a

forza indossato dei vestiti ricchissimi che io sdegnava, come immodesti.

Mi aveva acconciati i capelli con dei fiori. Io non riconosceva più me

stessa e vergognavo. Ero dunque qui, ammirando i bei fiori posti in

questi vasi, allorchè la porta s'aprì, e vidi entrare uno sconosciuto,

che mi disse chiamarsi Cajus.

— Era Ponzio?

— Sì. Era molto triste. Credo che non mi guardò neppure. Mi chiese se

trovassi questa dimora convenevole abbastanza per me, se avevo a

lagnarmi di qualche cosa o di qualcuno. Gli raccontai il mio rapimento e

gli chiesi d'esser ricondotta ai miei parenti. Perocchè, lo ripeto

ancora, io non comprendeva per qual ragione ero stata gettata in mezzo a

quelle ricchezze. Non mi rispose, e mi lasciò. Ritornò due o tre giorni

dopo.

— Anche la sera?

— Sì, anzi io non l'ho mai veduto che di sera. Arrivava la notte, e

partiva avanti il giorno. Qualche volta solamente è partito verso l'ora

sesta. Questa volta pure ei sembrava molto oppresso. Si sarebbe detto

che si rimproverasse ciò che aveva fatto, e che avesse rimorso di ciò

che aveva intenzione di fare. Il nostro colloquio non fu lungo. Noah era

lì. Io mi chiedeva: Chi è egli! che cosa vuole? In breve, questo sistema

di silenzio e di riserbo non si alterò punto durante due mesi, ma le

parti stavano per cangiare. Io principiava a provare un interesse

inquieto, una simpatia insinuante, una compassione che mi turbava, per

quest'uomo che mi sembrava così buono e così infelice. Mi rassegnavo ad

una sorte che non comprendevo ancora, ma mi proponevo di conoscere il

dolore misterioso che torturava questo sventurato e di alleviarlo.

— E l'hai penetrato codesto misterioso dolore?

— Mai. Egli ha rinculato innanzi a qualunque spiegazione; ed anzi,

quando gli facevo delle domande su tale soggetto, egli accorciava la sua

visita, e restava più lungo tempo senza venire. Ora non vi è nulla di

più traditore per una donna, che la compassione. Essa cova, si

trasforma, scava, rode; poi un bel giorno, scatta e trovasi amore. Gli è

ciò che mi avvenne. A capo di sei mesi, io era pazza di passione.

— E lui?

— Sempre lo stesso: triste, freddo, pensieroso, qualche volta irritato,

altre tenero per cortesia; ma il suo aspetto calmo, la faccia cupa,

l'aria triste, lo scoraggiamento della vita, il suo abbattimento

sinistro e tenebroso, riprendevano sempre il disopra. In uno di quegli

accessi di passione, terribili e sconosciuti, che aveano tutte le forme,

dalla disperazione fastidiosa allo stordimento dell'ebbrezza, io

soccombetti.

Claudia balzò in piedi e si slanciò sopra Ida. Io la presi per le mani e

la feci di nuovo sedere. Ida si levò anch'ella ed indietreggiò.

— Continua, continua, balbettò Claudia passando le sue mani sul proprio

viso pallido, al punto che pareva non avesse più goccia di sangue nelle

vene.

— Ponzio....

— Chiamalo Cajus, gridò la romana.

— Restò otto giorni senza vedermi. Ma....

— Ma?

— Era divenuto mio amante.

— E ti amava?

— Non mi ha mai amata, te l'ho già detto. Si sarebbe creduto, alla

collera ch'ei vi poneva, che ognuno dei suoi baci, fosse una vendetta

contro qualcuno. Per conto mio, l'adoravo. Avrei dato la vita per

vederlo sorridere. I suoi trasporti amorosi andarono così a salti per un

anno. Passava da una frenesia di passione ad una frenesia di pentimento

e di malinconia. Sovente apriva le braccia per abbracciarmi, poi mi

respingeva, mi calpestava sotto i suoi piedi, mi batteva. Finalmente, o

si scioglieva in lagrime, o in baci, oppure fuggiva vergognoso,

disprezzandomi e disprezzandosi, odiando il cielo ed il mondo.

— Claudia, dissi io, non comprendi tu dunque questi parossismi di follia

di tuo marito.

— Glieli spiego adesso, replicò Ida interrompendomi. Dacchè sei arrivata

qui, o Claudia, non ho veduto tuo marito che sole tre volte. La prima,

la sera stessa del tuo arrivo a Gerusalemme, egli ha pianto sul mio

seno, da commuovere le pietre, e si è contorto su questo pavimento di

marmo come un serpente ferito. La seconda volta, mi ha divorata in una

esplosione frenetica di lascivia; ma io sentivo che quelle strette,

quelle morsure, quei baci, quelle carezze, si abbattevano su di me e

s'inspiravano altrove. L'ultima volta egli venne a dirmi: Addio, Ida. Io

ti lascio: io amo mia moglie.

— Che? gridò Claudia stringendo Ida nelle sue braccia. Egli te l'ha

detto?

— Cento volte in quella triste sera: amo mia moglie! Mi ha lasciata

svenuta, morente nella mia stanza, e non l'ho più riveduto.

— Mai più?

— Mai più. Non ho ricevuto sue notizie che per questa lettera che mi

portò Giuda. Vedila.

Ida prese da un armadio la lettera di cui ho già parlato e la diede a

Claudia. Questa la divorò degli occhi; poi stringendosela al petto,

sclamò;

— Ti perdono tutto. Ma odimi, figliuola: guai a te se tu lo rivedi

giammai. Maritati, fuggi, nasconditi. Se vuoi del denaro, ti arricchirò;

se vuoi traversare il mare, ti darò una trireme; ma ricordati bene

questo: guai a te, guai a te, se lo rivedi ancora.

E ciò dicendo, Claudia partì fuggendo di Berachah senza punto curarsi di

me. Arrivata al palazzo d'Erode fece montare a cavallo una coorte, balzò

ella stessa sopra un cavallo, ed immediatamente partì al galoppo per

Sebaste, andando incontro a Pilato.

Riguardai Ida. Sembrava pietrificata dall'esplosione della Romana, si

trovava annientata nel cuore donde sentiva schiantar quell'amore che si

sforzava di tenervi rinchiuso. Non osai dirle nulla. Presi la sua mano

ardente dalla febbre, e vi lasciai cadere una lagrima. Poi partii alla

mia volta per andar a raggiungere il Rabbì di Nazareth.

Memorie di Giuda, vol. II · 第 15 / 51 题