XXIV.

Il Rabbì di Nazareth era venuto a Gerusalemme in una disposizione di

spirito diametralmente opposta a quella in cui l'avevo lasciato a

Cafarnaum. Il rapido giro ch'egli aveva fatto nelle Provincie non ebree,

gli aveva aperto gli occhi su quell'orrore pei Romani, di cui io credeva

animato il popolo Israelita. La sua missione perdeva dunque la base

politica, sulla quale egli non avrebbe sdegnato di appoggiarla.

Egli riconosceva bene l'esistenza del sentimento ebreo che sospirava un

liberatore, un messia, il quale lo francasse dallo straniero. Ma egli

aveva riconosciuto altresì che questo sentimento non era abbastanza

intenso da farsene una leva di sovversione politica, e di elevazione

personale. Occorreva dunque rinunziare a quel mezzo di attrarre il

popolo dietro a sè. Egli attribuiva la tiepidezza della plebe alla

soddisfazione dei Sadducei, alla interessata rassegnazione dei Farisei.

In realtà, per gli uni, il dominio romano era la pace; per gli altri,

una tregua, durante la quale lavorerebbero a scalzare la supremazia dei

loro rivali. Il Rabbì detestava gli uni e gli altri come traditori verso

Dio, di cui egli si era proclamato figlio, e traditori verso il popolo

di cui egli si faceva sgabello. La sua grande parola pronunciata, la sua

missione dichiarata, esposte le sue dottrine, i suoi discepoli inquieti,

ma all'erta, — che poteva ormai fare il Rabbì? Il cielo stesso della sua

provincia rotolava tuoni contro di lui. Di tutte le mie insinuazioni,

non aveva ascoltato che il consiglio, appoggiato dall'evidenza

quotidiana, di cangiare il teatro delle sue prediche, e di venire a

spiegare la sua attività a Gerusalemme. Colpito il capo, il corpo

cadrebbe da sè. Era dunque arrivato a Bethania, la vigilia del Purim,

con un piano stabilito di condotta: confondere i suoi nemici, trionfare

o soccombere.

Il Rabbì non mi disse verbo pertanto nè del suo cangiamento interno, nè

delle sue disposizioni aggressive. Non lo seppi che troppo tardi, ahimè!

quando un seguito d'imprudenze aveva reso il male irreparabile, ed il

rimedio impossibile. Poi, altre complicazioni vennero a precipitare la

catastrofe.

Così, dall'indomani del suo arrivo, il giorno stesso del Purim, mentre

Gerusalemme guazzava nelle orgie dei suoi saturnali, il Rabbì di Galilea

principiava la sua gran battaglia sotto il portico di Salomone nel

Tempio. Quando arrivai per vederlo ed invitarlo alle mie nozze, lo

trovai circondato da popolo, da leviti, da scribi, sofisticando con un

astuto rabbino che gli aveva chiesto:

— Cosa devo fare per avere una particella nell'eredità della vita

eterna?

— Ciò che è scritto nella legge, rispose Gesù; l'hai tu letta?

— È il mio mestiere.

— E cosa vi hai letto?

— Ama Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutto il

tuo spirito, ed il tuo prossimo come te stesso.

— Ebbene, replicò il Rabbì, fa tutto ciò e vivrai.

— Facile a dire, e ad ordinare, riprese il rabbino; ma in pratica la

cosa s'imbroglia. Chi è il mio prossimo?

— Ascolta, rispose il Rabbì. Un certo uomo, scendendo da Gerusalemme a

Gerico, cadde in mezzo a dei ladri, che lo spogliarono di tutti i suoi

vestiti, lo ferirono, e partendo, lo lasciarono mezzo morto.

— Ciò avviene sovente, interruppe il rabbino. La colpa è dei nostri

padroni, che ci mettono delle taglie pesanti per difenderci, e ci

lasciano in balia degli assassini.

— Ciò non mi riguarda, riprese il Rabbì. Ora avvenne che un prete per

caso passasse per quella strada.

— Tanto meglio pel ferito, sclamò il rabbino.

— Credi? ebbene, t'inganni. Il prete guardò, vide l'uomo moribondo, e si

tirò dall'altra parte della strada.

— Ebbe paura, osservò il rabbino.

— Sia, continuò il Rabbì, ma un levita passò pure per di là alcuni

minuti dopo. Si fermò, guardò alla sua volta, si assicurò dello stato

del ferito come aveva fatto il prete, poi alzò le spalle e proseguì la

sua strada.

— Temette l'istessa sorte, disse il rabbino, o forse anco, d'esser preso

per l'assassino.

— Forse fu così. Ma un altro non ebbe le stesse paure, e non si spaventò

d'esser confuso con dei ladri. Sai tu, ora, chi era quest'altro?

— Uno scriba, un uomo della legge senza dubbio, esclamò il rabbino.

— T'inganni: un Samaritano, — uno di quegli uomini che voi disprezzate,

considerandoli come impuri, e sui quali invocate tutti i malanni e tutte

le maledizioni. Sì, un buon Samaritano viaggiava anch'egli da quella

parte. Quando arrivò presso il ferito, e lo vide in quello stato, e'

scese dal suo asino. Poi, tocco da compassione, s'avvicinò, fasciò le

ferite del moribondo, vi versò dell'olio e del vino, lo accomodò sulla

sua cavalcatura, lo condusse in un albergo vicino e gli prodigò le sue

cure. All'indomani e' partì; ma prima, prese due monete, e dandole

all'oste gli disse: Abbi cura di questo disgraziato, e quanto spenderai

di più, te lo pagherò, ripassando per qui.

— Un Samaritano! esclamò il rabbino.

— Sì, affermò Gesù, un Samaritano. Io ti chiedo adesso, a te uomo della

legge, quale dei tre viaggiatori fu il _prossimo_ della vittima dei

ladri.

— Hum, brontolò il rabbino, quello che ne ebbe compassione.

— Allora, osservò il Rabbì, va e fa altrettanto[6].

[6] S. LUCA, Cap. X.

— Come il Samaritano, non come i ladri, gridò una voce fra gli

spettatori. Manasse sarebbe capace d'ingannarsi.

Questo ripicco non diminuì punto l'impressione fatta da questa bella

parabola, che offendeva mortalmente i signori del tempio.

Abbassare il prete ed il levita al disotto di quello scomunicato, di

quel disprezzato Samaritano cui gli Ebrei detestavano peggio dei pagani,

al punto di dire che il pane dei Samaritani era come la carne del

maiale; glorificare quel lebbroso dell'anima a spese dei ministri di

Dio, parve il colmo dell'audacia, dell'impertinenza e dell'insulto: una

bestemmia, una violazione della legge. Ma Gesù non si fermò a mezza via;

e poichè aveva un così bell'uditorio intorno a sè, sguainò tutta la sua

collera contro i Farisei, chiamandoli: razza di vipere, ipocriti,

sepolcri imbiancati, mentitori, impuri dell'anima, intelligenze limitate

e false, vasi d'immondizia. Un sordo mormorio circolava nella folla,

taluni applaudendo, altri corrucciandosi. Allora il Rabbì vide un

mendicante cieco che entrava per la porta. Corse a quell'uomo e lo prese

per le mani.

— Maestro, dissero allora i suoi discepoli, chi è che ha peccato,

quest'uomo o i suoi parenti, perchè egli sia cieco?

— Nè lui, nè gli altri, rispose il Rabbì. Quest'uomo è in quello stato,

perchè io possa manifestare il mio potere.

Allora egli sputò per terra e compose una specie di pasta, mescolando la

sua saliva alla polvere. Lo vidi in seguito spalancare le palpebre del

cieco, con una punta brillante d'acciajo, toccare l'occhio infermo, e

cavarne come una pietruzza. L'uomo gettò un grido di dolore, che si

cangiò in gioia, poichè esclamò:

— Dio mio, vedo la luce.

Il Rabbì toccò nell'istessa maniera l'altro occhio e ne fece pure

spiccare una piccola rena. Il mendicante gittò un secondo grido:

— Dio mio; vedo le cose e gli uomini.

Il Rabbì applicò allora la sua belletta sopra i due occhi, impedendo

loro di vedere, e disse al cieco:

— Va. Fra tre giorni o quattro, lavati alle sorgenti di Siloam e credi

nell'inviato di Dio[7].

[7] SAN MARCO, Cap. VIII, S. GIO., Cap. IX.

Questa guarigione era stata operata dal Rabbì in modo così pronto, abile

e rapido, che i suoi discepoli gridarono al miracolo! ed egualmente la

plebe. Ma i farisei, gli Scribi, e le altre persone istrutte se ne

spassarono come di una gherminella da cerretano.

I più coscienziosi fra loro lo chiamarono pazzo e demonio, e

principiarono ad interrogare il mendicante cui sospettavano forte di

essere un discepolo addestrato od un compare d'accordo.

Io vidi che la tempesta ingrossava, ed avvicinandomi al Rabbì lo

condussi meco.

L'ora della nostra partenza per Berachah s'appressava.

Dopo aver lanciato la terribile apostrofe che abbattè e schiacciò sua

sorella, Gesù scappò via da Berachah come da una fornace che l'avesse

bruciato.

Passioni e pensieri d'ogni fatta lo turbavano. Gli avvenimenti lo

mettevano da ogni parte alla prova; alle angoscie della vita pubblica si

aggiungevano gli spasimi del cuore. Quando arrivò a Bethania, la notte

era molto avanzata, il freddo intenso, il cielo puro e profondo. Sedette

sopra un banco di pietra nella corte e s'immerse nell'abisso dei suoi

pensieri. Tutti dormivano sotto quel tetto tranquillo, anche le due

sorelle affettuose che vegliavano alla sorte del Rabbì con tale

inquietudine di amore che cangiava in grazia la loro bruttezza. Il Rabbì

non risvegliò nessuno, s'avvolse nel suo mantello, e spiò il giorno.

Appena spuntò l'alba e' si rimise in via per Gerusalemme, pel Tempio.

Ormai ogni esitazione era cessata: il destino lo travolgeva nei suoi

fiotti. Adescato dal successo del giorno precedente, più focoso e più

incocciato all'opera che mai, entrò di buon'ora nel Tempio, e s'installò

sotto il portico di Salomone.

Appena fu visto, gli oziosi che venivano in quel sito per veder gente e

spigolar novelle, i devoti che ci venivano pel sacrifizio, le persone

del culto, lo circondarono. Nessuno ignorava come l'insegnamento del

Rabbì fosse originale, piccante, ed elevato. Quel giorno, il domani

della mia catastrofe, il Rabbì si lasciò andare al suo umore mistico,

cioè a quella parte della sua dottrina che urtava di più, a causa della

sua oscurità, la quale le dava l'impronta dell'assurdo. In fatti il

Rabbì assicurò ch'egli era la _porta del pecorile_, che egli era la

_buona gregge_, il _buon pastore_, che egli entrava solo da padrone in

quel sito, mentre gli altri vi si insinuavano come ladri per _uccidere_

e _distruggere_. Affermò che «suo Padre lo conosceva, e ch'egli

conosceva suo Padre, ed era pronto a dare la vita pel suo gregge,

ragione per cui suo Padre l'amava; che egli aveva il potere di dare e di

riprendere la sua vita; che egli si era attribuita questa missione ma

che suo Padre altresì gliela aveva imposta....» ed altre cose simili.

— È egli pazzo, od è osesso? chiedeva la folla. Ma altri che si

annojavano di quel garbuglio di parole, misero la questione in termini

chiari, dimandandogli:

— Per quanto tempo ancora ci lascerai brancolare nel dubbio? Se sei il

Cristo, dichiaralo senza ambagi.

— Ve l'ho già detto, rispose il Rabbì con voce ferma, e non senza

collera; ve l'ho detto e voi non avete voluto credermi. Le opere

pertanto che fo io in nome di mio Padre non sono esse sufficienti per

attestarvi il mio potere? Ma voi non credete, perchè voi non siete del

mio ovile, a cui solo do la vita eterna, perchè mi è stato affidato da

mio Padre, e mio Padre ed io non facciamo che uno[8].

[8] S. GIO., cap. X.

Un grido d'orrore scoppiò in mezzo alla folla. Alcuni vollero lapidarlo,

altri l'accusarono di bestemmia. I Farisei, ingiuriati, fuggirono, verso

il Lishcathha Gazith (camera selciata) ove il sanhedrin sedeva fino dal

mattino, precisamente per giudicare il Rabbì.

Il Rabbì di Nazareth aveva dichiarato la guerra al dogma ebreo ed a

tutti i partiti della Giudea, senza formulare ancora la sua dottrina, o

ravvolgendola in una fraseologia che offendeva il gusto e non

rischiarava le intelligenze. I Sadducei, i quali, se non potevano

migliorare la loro situazione politica, preferivano conservare la pace

al conservare le dottrine giudaiche, s'erano mostrati più tolleranti

dinanzi gli attacchi del Rabbì. Gli Esseniani, che vedevano nel suo

insegnamento un primo passo verso la effettuazione delle loro idee, si

rassegnavano alle ferite che il Rabbì portava loro. Ma i Farisei non

sapevano restar impassibili sotto quella doccia incessante di motteggi,

di rimproveri, di censure, di villanie, di cui si sentivano sempre più

caricati. Avrebbero accettato di transigere con lui, se il Rabbì avesse

consentito a piantarsi a dirittura come un principe della loro casa

reale maccabea, sostegno della polizia separatista, ammiratore della

legge rivelata, ristauratore del regolamento indipendente, e

dell'indipendenza; in una parola: re degli Ebrei. Il Rabbì me l'aveva

fatto sperare. Io aveva portato a Gerusalemme tale speranza. Adesso,

egli mi scattava fra le mani, insistendo, con una pertinacia piena di

collera, sopra la necessità d'adottare una nuova legge, un nuovo

comandamento, una nuova forma di preghiere, una nuova vita religiosa.

Egli profanava il sabato. Faceva buon mercato di ciò che i Farisei

credevano impuro. Aboliva i loro riti, ed attaccava la loro rettitudine.

Il giorno prima aveva tocco il colmo delle sue invettive. I Farisei

avevano portato contro di lui, dinanzi al sanhedrin, l'accusa di cui Bar

Abbas aveva inteso parlare alla tavola del sagan, e che aveva raccontata

ad Ida.

Il sanhedrin si era radunato alla mattina nella sua sala di discussione,

detta Lishcath-ha-Gazith, sul grande bastione della parte occidentale,

rimpetto Sion, presso l'entrata principale del Tempio, che dava sulla

corte degli Israeliti e su quella dei pagani, per permettere l'entrata

agli Ebrei ed ai Greci.

Il sanhedrin si componeva di settanta a settantadue membri, scelti a

suffragio, fra gli Ebrei più considerevoli, più ricchi e più vecchi, non

solo di Gerusalemme, ma anche dell'Egitto, della Grecia e di Babilonia.

Prima di Erode, questo consiglio aveva un potere regio, temporale e

spirituale, essendo nell'istesso tempo corte d'appello e corte

giurisdizionale, civile e criminale, potendo nominare e deporre i re,

nominare i consigli provinciali, decidere delle questioni di pace e di

guerra, giudicare le tribù, il gran sacerdote, i falsi profeti, metter

in movimento gli eserciti. In breve, questo consiglio aveva diritto

assoluto sulle fortune, la vita, la morte, la coscienza dei cittadini,

eleggeva i suoi membri, pubblicava sentenze di morte, interpretava la

legge ed i libri sacri: Dio ed il sanhedrin non facevano che una cosa

sola[9]. Erode condannò a morte tutti i membri di questo corpo — due

eccettuati, Hillel e Shammai — e diminuì di molto i poteri del sanhedrin

cui riunì intorno a questi due illustri membri. Pilato diminuì ancora i

poteri che Erode aveva loro lasciati; ma ciò nondimeno, quelli che loro

restavano erano ancora considerevoli. Il governo romano però, si

riserbava la legalizzazione dei decreti del sanhedrin avanti la loro

esecuzione, eccettuati quelli che riguardavano l'educazione, la

liturgia, la fede ed il culto. Dopo gli errori di Gratus, Pilato aveva

compreso che questo corpo poteva essere un eccellente alleato, o un

nemico terribile.

[9] Un sanhedrin che pronunciava la pena di morte una volta in

sette anni meritava di passare per sanguinario. Rabbì Eliezer

aggiunge: «Egli meriterebbe questa qualificazione condannando una

volta in 70 anni.» Rabbì Tarfon e Rabbì Akiba dicono: «Se noi

fossimo stati membri del Senato non avremmo giammai condannato a

morte nessuno.» Ma Simon figlio di Gamaliel, rispose: «Non sarebbe

ciò un abuso, e non avreste voi temuto di moltiplicare i delitti

in Israello?» MISCHNÀ, _Trattato delle pene_, cap. I.

Il sanhedrin era scelto fra i preti, i leviti e la classe laica degli

Ebrei. L'elemento sacerdotale vi dominava. Il gran sacerdote lo

presiedeva, o in sua vece, il rettore del gran Collegio, assistito da

due segretarii.

Un atto d'accusa contro il Rabbì di Nazareth essendo stato portato il

giorno prima, Caifas aveva radunato il sanhedrin, che sedeva in

semicerchio intorno a lui. Dopo che l'atto fu letto, siccome occorreva

l'unanimità dei membri presenti del consiglio per pronunziare la

colpabilità e poi la pena, Caifas domandò se c'era nessuno che volesse

presentare delle osservazioni. Nicodemus, un sacerdote della famiglia di

Hillel, si alzò e disse:

— Padri della camera del giudizio, la nostra legge ci comanda di non

condannare alcuno prima di averlo udito. Ora, ci vien fatta un'accusa

contro questo Rabbì, ma le prove mancano. Possiamo noi procedere sopra

questo quaderno d'imputazioni soltanto? Possiamo inviare dinanzi al

giudice romano una sentenza senza base?

Gli altri membri del sanhedrin, preparati a lanciare un mandato

d'arresto contro il Rabbì, tennero conto di questa osservazione, e

l'assemblea era per isciogliersi, quando un gran numero di Scribi,

leviti, e Farisei irruppero nella sala del consiglio gridando: allo

scandalo, alla bestemmia! Raccontarono allora aver udito il Rabbì

proclamarsi figlio di Dio, e che egli era lì ancora, sotto il portico di

Salomone, per ripeterlo a chi volesse interrogarlo. Questa volta le

testimonianze erano concludenti, irrefragabili. Il mandato di arrestare

il Rabbì fu spedito all'istante. Gli ufficiali del Tempio ricevettero

l'ordine di eseguirlo.

Gesù predicava ancora ed insisteva, colla sua ordinaria tenacità, sopra

la sua asserzione.

— Voi dite che io bestemmio perchè ho annunziato che io sono il figlio

di Dio? Se io non fo le opere di mio Padre, non mi credete. Ma se le fo,

se non volete credere in me, credete in esse; giacchè allora voi potrete

conoscere e convincervi che mio Padre è in me, ed io sono in lui[10].

[10] S. GIO., cap, X.

A queste parole gli ufficiali del Tempio si avanzarono per impadronirsi

di lui; ma nel medesimo momento, Gneus Priscus entrò sotto il portico, e

rivolgendosi a Gesù, gli domandò:

— Non sei tu il Rabbì di Nazareth?

— Sì, son io.

— Vieni con me allora; Claudia, la moglie del procuratore, t'invita alla

sua presenza.

Gli ufficiali del Tempio si ritirarono, accompagnati da uno sguardo

ironico del Rabbì, mentre Gneus Priscus lo afferrava senza troppe

cerimonie pel braccio, e lo conduceva seco.

Era l'ora quinta.

Claudia s'era risvegliata all'ora quarta (dieci ore del mattino), il

viso simile ad una maschera di creta, a causa della mollica di pane

bagnata nel latte d'asina che vi applicava durante la notte onde

conservarsi fresca e bianca la pelle, e che disseccava e si screpolava

la notte. Battè ad un timballetto d'oro posto sul tavolo dinanzi il suo

letto, e Nomas, che stava alla porta, coll'orecchia tesa, si presentò.

Claudia ordinò che venissero ad alzarla; e Nomas avendo aperto le

finestre, cinque o sei schiave si precipitarono nella stanza, per

aiutare la loro padrona a scendere dal letto ed a venire nel vicino

gabinetto, ove andava a principiare la grand'opera della teletta[11].

[11] Vedi BÖTTIGER, _La teletta di una dama romana_.

Il gabinetto ove Claudia entrava era quello stesso ch'Erode aveva fatto

costruire per la regina Mariamne. Era un ottagono abbastanza grande per

contenere quell'esercito di giovani e belle schiave, nude fino alla

cintura, che dovevano compiere i sapienti misteri della trasformazione,

della creazione qualche volta, del culto della bellezza. Dai muri di

questo gabinetto pendevano delle stoffe di seta color di giacinto

rilevate di porpora [12] e ricamate in oro e in perso. Due intermedii di

finestre erano coverti di specchi dal su in giù. Il soffitto, di cedro

d'Africa scolpito, sembrava un pergolato dalle foglie d'oro, e dai

grappoli d'argento e di pietre preziose. Un magnifico tappeto di Smirne

ricopriva il mosaico del suolo in lazulite, agate e smeraldi, poichè la

stagione era fredda, benchè il sole entrasse a iosa dalle due finestre

aperte sui giardini. Alcuni dipinti poco modesti ornavano gli assiti

delle finestre, ed alcuni quadri, anche questi poco decenti, pendevano

dalle pareti; finalmente alcuni seggi coperti di cuscini ricamati.

[12] Parietes tyriis et hyacintinis et illis regiis velis quæ vos

operose resoluta transfiguratis, pro pictura abutuntur. TERTULL.,

_de Hab. mul._, cap. V.

La schiava che attendeva alla porta chiese a Claudia, chi doveva lasciar

entrare durante la teletta.

— Il Rabbì di Nazareth soltanto, rispose Claudia, se si presenta. L'ho

fatto domandare fin da ieri sera.

L'opera delle schiave addimandate _cosmetes_ non durava a lungo con

Claudia, la quale non metteva che di rado un po' di rosso sulle labbra.

Chi legge ricorderà la funzione ch'ella esercitava a Capri presso di

Tiberio. Un poeta aveva cantato di lei, sotto il nome di Tais: _Tam

casta est rogo Thais? Immo fellat_: Perchè mai Tais è così casta? perchè

la sua bocca non lo è punto.

Del resto, nè capelli posticci, tagliati ad una fanciulla d'oltre Reno,

ed intrecciati da un'artista del Velabro: nè capelli tinti in biondo,

dopo essere stati lavati alla calce, colla pomata del Gallo del circo

Massimo; e neppure denti falsi, nè false sopracciglia.

Cinzia portò una coppa d'oro colma di latte d'asina munto in quel

momento, ed umettò con esso la crosta di mollica di pane della notte in

maniera da farla cadere. Poi Cinzia lavò la pelle prima con dell'acqua

tepida, poi con della fredda, in cui durante la notte era restato in

fusione del nardo d'Etiopia. Cloe si presentò con una conchiglia d'oro,

e dopo aver respirato sopra uno specchio, per mostrare alla sua padrona

che il suo alito era puro, e convenientemente profumato dalle pastiglie

di Cosmos, umettò con della saliva un pizzico di rosso molto allungato

cui distese leggermente sulle labbra di lei. Delia aveva già lavati i

denti di Claudia, con una dolce spugna di Bretagna.

Licenziata la coorte delle _cosmetes_, vennero le acconciatrici dei

capelli.

Claudia aveva una ricchezza imbarazzante di capelli neri, soffici,

lunghi fino alle ginocchia. Questa parte della teletta era la più

molesta; e le accadeva sovente, per impazienza, di mordere, di pungere

colla sua spilla, di pizzicare i seni delle sue schiave. Neera teneva lo

specchio mobile cui presentava alla sua padrona in tutte le posizioni.

Questo specchio non era altro che una piastra d'argento levigata,

contornata d'un rilievo d'oro riccamente cesellato ed ornato di perle.

Fiale sfece la pettinatura notturna, e diede dell'aria a quelle

splendide treccie. Ostilia le profumò di pomate preziose. Nape rotolò

con un ferro caldo i piccoli ricci delle tempie e della fronte.

Cypassis, una bella negra, intrecciò, annodò ed avvolse in forma di

torre le treccie di dietro. Galla le traversò di quel terribile spillone

di cui Claudia faceva un uso così omicida nella sua ira.

La fioraia egiziana Nemesis entrò di poi, seguita da due fanciulli

etiopi con due corbelli ripieni di fiori, e di rami colti nello stufe.

Claudia scelse un ramo di verbena ed alcuni narcisi, cui Phlogis le

piantò nelle treccie. Claudia, l'ho già detto, non portava mai gioielli.

Acconciata la testa, toccò la volta alle mani.

Fabulla le lavò con del latte tepido. Lilla le sciacquò all'acqua di

rose. Vetustilla le asciugò con una pasta di mandorle profumata, poi con

un lino d'Egitto fino come una tela di ragno. Sabina, che aveva tolto il

famoso anello di Tiberio, lo rimise all'annulare. Polla tagliò le

unghie, e le lucidò con un cosmetico oleoso e profumato. In quel

momento, mentre Chione, Clio, Calamide ed Eunoe si occupavano dei piedi

di Claudia, d'una bianchezza abbagliante, — quei piedi che davano il

batticuore alla gioventù d'Alcinous di Roma, quando ella passava per la

Via Sacra, — mentre Glicera le calzava degli stivaletti rossi dai

talloni dorati, e che Marcella li annodava con dei cordoni di seta ed

oro a quelle caviglie ed a quelle gambe tanto cantate dai poeti, due

adolescenti Galli, dai capelli castagni arricciati, e dalla schiappa

corta e bianca, portarono lo asciolvere di Claudia.

Uno d'essi teneva sopra un bacino una coppa di murrina che aveva il

valore d'una provincia, l'altro un vassoio d'oro con dei frutti. Nella

coppa fumava quel brodo squisito di succo di selvaggiume, allungato con

della crema, del mele e alcune goccie di vecchio Pollio di Siracusa,

inventato da Eumolpe, cuoco, o meglio medico di Claudia. Cleopatra le

presentò un pezzo di porpora per asciugarsi le mani, ma Claudia preferì

tuffarle nei capelli dei due giovani schiavi.

In quell'istante, venne la volta delle ornatrici. Ma nell'istesso tempo

Drusilla, la schiava della porta, annunziò Filottete, Curculio, ed il

Rabbì di Nazareth.

Claudia rinviò Curculio, lo schiavo che ogni mattina le raccontava gli

avvenimenti della città, ed ordinò di lasciar passare il Rabbì e

Filottete.

Questi era il filosofo di Claudia, il cui mestiere consisteva nel

recitarle dei versi greci e latini — i più liberi erano i meglio

accolti. Filottete doveva altresì pigliar cura delle piccole cagne,

insegnare a chiacchierare ai papagalli, ritrovare delle nuove pomate,

lavare i cagnolini quando avevano caldo, pettinarli ed uccidere i loro

insetti. Questo filosofo era calvo. Aveva una barba che gli scendeva

fino alla cintura, un mantello spelato e sordido, una tunica di lana

rozza che non gli copriva neppure le gambe nude e vellute, e dei sandali

grossolani. Era ghiottone a dar dei punti ad una _preziosa_; e siccome

Claudia nutriva le sue cagne in puerperio di fegati d'oca e di cialdelle

di sesamo, il filosofo le faceva partorire sovente, troppo sovente, le

condannava ad una dieta salutare, e ne divorava egli le leccornie.

Filottete veniva a presentare a Claudia la sua favorita Febea, la

cagnetta maltese che abbaiava a Pilato più delle altre, e che aveva dato

alla luce sei piccoli cui egli recava in un lembo del suo mantello.

Claudia accarezzò la cagna, e la rimandò col suo aio. Poi, volgendosi

verso Gesù, gli chiese in greco:

— Rabbì, che lingua devo parlarti? io non so l'ebraico; conosci tu il

greco od il latino?

— Parla il linguaggio che traduce meglio la voce del tuo cuore, rispose

il Rabbì.

Claudia aveva tutto il busto ignudo. La candidezza, la bellezza,

l'eleganza di quel corpo davano i brividi. Tiberio l'aveva temuto, e,

per gelosia d'imperio, era stato contento di allontanare Claudia di cui

temeva l'irresistibile influenza, ch'ella andava prendendo su di lui. Il

Rabbì la guardò come se i suoi occhi fossero stati di cristallo. Marcia,

la direttrice della guardaroba, venne a chiedere a Claudia che tunica

volesse.

— Una tunica a frange azzurre, ordinò Claudia, la damascata.

Mentre Marcia traversava un'infilata di stanze piene di schiave: nella

prima quelle che filavano e tessevano le stoffe; nella seconda le sarte;

nella terza, le ricamatrici; nelle altre le piegatrici, le stiratrici,

quelle che facevano gli ornamenti; mentre Marcia domandava alle schiave

la tunica disegnata, Claudia diceva al Rabbì:

— È molto tempo che ho dato l'ordine di farti venire. Non sei dunque

stato avvertito del mio desiderio? Non ti hanno trovato? Pure, se avessi

chiesto a Roma che mi si conducesse l'istrione Pilade, l'avrebbero

trovato all'istante.

— Sono arrivato a Gerusalemme soltanto avant'ieri sera, rispose Gesù.

Lo sguardo del Rabbì diveniva severo. Egli non sapeva che le dame

romane, anche le più austere, non avevano la castità degli occhi. Esse

si bagnavano nude nelle Terme miste cogli uomini. Claudia nondimeno

osservò il pudore del Nazareno, e come se quello sguardo fisso, acuto

come la lama d'un pugnale, la bruciasse o la pungesse, arrossì, e

sollecitò Paula a metterle la camicia di cotone a maniche corte.

Pyrallis le sostenne il seno, cura inutile, con una cintura.

— Che tempo fa, Rabbì? chiese Claudia per stornarne lo sguardo.

— Quando si vedono i tuoi occhi, o Claudia, rispose il Rabbì con

semplicità, non si cura di sapere se il sole brilla, o se si nasconde.

Claudia sorrise. Ella ignorava che quest'uomo, un momento fa così duro,

così brutale, così amaro contro i Farisei, si trasfigurava da che

scorgeva un fiore, un fanciullo, od una donna. Gesù sprezzava l'uomo.

L'uomo feriva la sua squisita sensibilità, il tatto voluttuoso dei suoi

nervi. Per contro il fiore lo incantava, il fanciullo lo inteneriva, la

donna riempiva la sua anima di ineffabile soavità. Il profeta si

cangiava allora in poeta; la voce si mutava in un canto; l'uomo che

brancolava sulla terra, navigava per i cieli. Il Rabbì colla forza della

sua volontà, aveva infranto la sua ruvida corteccia di Ebreo, e pulendo

la sua anima, le aveva dato uno splendore dolce e squisito.

— Sei tu ammogliato, Rabbì?

— No, rispose Gesù. La donna è troppo elevata per me, perchè io possa

innalzarmi fino a lei.

— Rabbì, riprese Claudia, non allogarla però così alto che la si trovi

relegata nella solitudine.

Marcia arrivò colla tunica e la porse a Polla. Questa prese quel vestito

di lana di Mileto, tessuto di cotone, dalle maniche serrate nell'alto,

aperte dal gomito ai polsi ove un braccialetto od un cordone di seta le

serra, tutta ricamata in azzurro, al collo, al petto e nei lembi.

— Hai mai assistito alla toeletta d'una donna, Rabbì? chiese ridendo

Claudia.

— Sovente?

— Sovente!

— Sì: a quella delle tigri nel deserto. E ti assicuro, bella signora,

che desse non sono meno lente, meno ricercate, meno difficili,

quantunque meno civettuole, che la moglie d'un procuratore della Giudea.

— Hanno esse specchi ed unguenti?

— Altro che! hanno il ruscello e la saliva, e quelle piote terribili

come i vostri spilletti, che sono ad un tempo un oggetto di ornamento ed

un'arma.

In quel punto Drosa presentava la _palla_ o mantello che finiva

l'abbigliamento. Il panneggiamento di questo vestito è la parte più

difficile della teletta d'una donna. L'è tutta una scienza, che esige la

conoscenza dell'architettura, della pittura, del gioco delle ombre e

della luce, che deve arrotondire, armonizzare, rilevare, rivelare tutte

le membra della donna, non nascondere alcun movimento del corpo e

fonderli tutti dolcemente. Claudia prese la _palla_ dalle mani della

schiava, e presentandola al Rabbì, gli disse sorridendo:

— Poichè sei così esperto nella civetteria delle tigri, io, che sono

pure civetta, sarei ben lieta vedere come desse t'hanno insegnato ad

aggiustare questo arnese.

Il Rabbì, con una condiscendenza squisita e delicata, prese il mantello,

lo posò sulla spalla dritta di Claudia, ne fece passare un lembo sotto

il braccio sinistro, lasciando nuda la spalla ed il braccio, e mentre le

due estremità scendevano fino ai garetti, diede per di dietro un tal

giro di pieghe al corpo del mantello, che provocò un grido di sorpresa

di Claudia, la quale si guardava negli specchi. La si sarebbe detta

nuda, talmente il busto, il basso dei reni, le anche erano soavemente

disegnate.

— Affè di Dio! Rabbì, disse Claudia ridendo, mi comprerai una tigre, per

aggiustarmi la stola. Sono divenuta difficile.

E fece segno alle sue schiave, che la lasciarono sola col Rabbì.

Allora la scena cangiò. Nè Claudia, nè Gesù, non erano più gli stessi.

Memorie di Giuda, vol. II · 第 13 / 51 题