Il Rabbì di Nazareth era venuto a Gerusalemme in una disposizione di
spirito diametralmente opposta a quella in cui l'avevo lasciato a
Cafarnaum. Il rapido giro ch'egli aveva fatto nelle Provincie non ebree,
gli aveva aperto gli occhi su quell'orrore pei Romani, di cui io credeva
animato il popolo Israelita. La sua missione perdeva dunque la base
politica, sulla quale egli non avrebbe sdegnato di appoggiarla.
Egli riconosceva bene l'esistenza del sentimento ebreo che sospirava un
liberatore, un messia, il quale lo francasse dallo straniero. Ma egli
aveva riconosciuto altresì che questo sentimento non era abbastanza
intenso da farsene una leva di sovversione politica, e di elevazione
personale. Occorreva dunque rinunziare a quel mezzo di attrarre il
popolo dietro a sè. Egli attribuiva la tiepidezza della plebe alla
soddisfazione dei Sadducei, alla interessata rassegnazione dei Farisei.
In realtà, per gli uni, il dominio romano era la pace; per gli altri,
una tregua, durante la quale lavorerebbero a scalzare la supremazia dei
loro rivali. Il Rabbì detestava gli uni e gli altri come traditori verso
Dio, di cui egli si era proclamato figlio, e traditori verso il popolo
di cui egli si faceva sgabello. La sua grande parola pronunciata, la sua
missione dichiarata, esposte le sue dottrine, i suoi discepoli inquieti,
ma all'erta, — che poteva ormai fare il Rabbì? Il cielo stesso della sua
provincia rotolava tuoni contro di lui. Di tutte le mie insinuazioni,
non aveva ascoltato che il consiglio, appoggiato dall'evidenza
quotidiana, di cangiare il teatro delle sue prediche, e di venire a
spiegare la sua attività a Gerusalemme. Colpito il capo, il corpo
cadrebbe da sè. Era dunque arrivato a Bethania, la vigilia del Purim,
con un piano stabilito di condotta: confondere i suoi nemici, trionfare
o soccombere.
Il Rabbì non mi disse verbo pertanto nè del suo cangiamento interno, nè
delle sue disposizioni aggressive. Non lo seppi che troppo tardi, ahimè!
quando un seguito d'imprudenze aveva reso il male irreparabile, ed il
rimedio impossibile. Poi, altre complicazioni vennero a precipitare la
catastrofe.
Così, dall'indomani del suo arrivo, il giorno stesso del Purim, mentre
Gerusalemme guazzava nelle orgie dei suoi saturnali, il Rabbì di Galilea
principiava la sua gran battaglia sotto il portico di Salomone nel
Tempio. Quando arrivai per vederlo ed invitarlo alle mie nozze, lo
trovai circondato da popolo, da leviti, da scribi, sofisticando con un
astuto rabbino che gli aveva chiesto:
— Cosa devo fare per avere una particella nell'eredità della vita
eterna?
— Ciò che è scritto nella legge, rispose Gesù; l'hai tu letta?
— È il mio mestiere.
— E cosa vi hai letto?
— Ama Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutto il
tuo spirito, ed il tuo prossimo come te stesso.
— Ebbene, replicò il Rabbì, fa tutto ciò e vivrai.
— Facile a dire, e ad ordinare, riprese il rabbino; ma in pratica la
cosa s'imbroglia. Chi è il mio prossimo?
— Ascolta, rispose il Rabbì. Un certo uomo, scendendo da Gerusalemme a
Gerico, cadde in mezzo a dei ladri, che lo spogliarono di tutti i suoi
vestiti, lo ferirono, e partendo, lo lasciarono mezzo morto.
— Ciò avviene sovente, interruppe il rabbino. La colpa è dei nostri
padroni, che ci mettono delle taglie pesanti per difenderci, e ci
lasciano in balia degli assassini.
— Ciò non mi riguarda, riprese il Rabbì. Ora avvenne che un prete per
caso passasse per quella strada.
— Tanto meglio pel ferito, sclamò il rabbino.
— Credi? ebbene, t'inganni. Il prete guardò, vide l'uomo moribondo, e si
tirò dall'altra parte della strada.
— Ebbe paura, osservò il rabbino.
— Sia, continuò il Rabbì, ma un levita passò pure per di là alcuni
minuti dopo. Si fermò, guardò alla sua volta, si assicurò dello stato
del ferito come aveva fatto il prete, poi alzò le spalle e proseguì la
sua strada.
— Temette l'istessa sorte, disse il rabbino, o forse anco, d'esser preso
per l'assassino.
— Forse fu così. Ma un altro non ebbe le stesse paure, e non si spaventò
d'esser confuso con dei ladri. Sai tu, ora, chi era quest'altro?
— Uno scriba, un uomo della legge senza dubbio, esclamò il rabbino.
— T'inganni: un Samaritano, — uno di quegli uomini che voi disprezzate,
considerandoli come impuri, e sui quali invocate tutti i malanni e tutte
le maledizioni. Sì, un buon Samaritano viaggiava anch'egli da quella
parte. Quando arrivò presso il ferito, e lo vide in quello stato, e'
scese dal suo asino. Poi, tocco da compassione, s'avvicinò, fasciò le
ferite del moribondo, vi versò dell'olio e del vino, lo accomodò sulla
sua cavalcatura, lo condusse in un albergo vicino e gli prodigò le sue
cure. All'indomani e' partì; ma prima, prese due monete, e dandole
all'oste gli disse: Abbi cura di questo disgraziato, e quanto spenderai
di più, te lo pagherò, ripassando per qui.
— Un Samaritano! esclamò il rabbino.
— Sì, affermò Gesù, un Samaritano. Io ti chiedo adesso, a te uomo della
legge, quale dei tre viaggiatori fu il _prossimo_ della vittima dei
ladri.
— Hum, brontolò il rabbino, quello che ne ebbe compassione.
— Allora, osservò il Rabbì, va e fa altrettanto[6].
[6] S. LUCA, Cap. X.
— Come il Samaritano, non come i ladri, gridò una voce fra gli
spettatori. Manasse sarebbe capace d'ingannarsi.
Questo ripicco non diminuì punto l'impressione fatta da questa bella
parabola, che offendeva mortalmente i signori del tempio.
Abbassare il prete ed il levita al disotto di quello scomunicato, di
quel disprezzato Samaritano cui gli Ebrei detestavano peggio dei pagani,
al punto di dire che il pane dei Samaritani era come la carne del
maiale; glorificare quel lebbroso dell'anima a spese dei ministri di
Dio, parve il colmo dell'audacia, dell'impertinenza e dell'insulto: una
bestemmia, una violazione della legge. Ma Gesù non si fermò a mezza via;
e poichè aveva un così bell'uditorio intorno a sè, sguainò tutta la sua
collera contro i Farisei, chiamandoli: razza di vipere, ipocriti,
sepolcri imbiancati, mentitori, impuri dell'anima, intelligenze limitate
e false, vasi d'immondizia. Un sordo mormorio circolava nella folla,
taluni applaudendo, altri corrucciandosi. Allora il Rabbì vide un
mendicante cieco che entrava per la porta. Corse a quell'uomo e lo prese
per le mani.
— Maestro, dissero allora i suoi discepoli, chi è che ha peccato,
quest'uomo o i suoi parenti, perchè egli sia cieco?
— Nè lui, nè gli altri, rispose il Rabbì. Quest'uomo è in quello stato,
perchè io possa manifestare il mio potere.
Allora egli sputò per terra e compose una specie di pasta, mescolando la
sua saliva alla polvere. Lo vidi in seguito spalancare le palpebre del
cieco, con una punta brillante d'acciajo, toccare l'occhio infermo, e
cavarne come una pietruzza. L'uomo gettò un grido di dolore, che si
cangiò in gioia, poichè esclamò:
— Dio mio, vedo la luce.
Il Rabbì toccò nell'istessa maniera l'altro occhio e ne fece pure
spiccare una piccola rena. Il mendicante gittò un secondo grido:
— Dio mio; vedo le cose e gli uomini.
Il Rabbì applicò allora la sua belletta sopra i due occhi, impedendo
loro di vedere, e disse al cieco:
— Va. Fra tre giorni o quattro, lavati alle sorgenti di Siloam e credi
nell'inviato di Dio[7].
[7] SAN MARCO, Cap. VIII, S. GIO., Cap. IX.
Questa guarigione era stata operata dal Rabbì in modo così pronto, abile
e rapido, che i suoi discepoli gridarono al miracolo! ed egualmente la
plebe. Ma i farisei, gli Scribi, e le altre persone istrutte se ne
spassarono come di una gherminella da cerretano.
I più coscienziosi fra loro lo chiamarono pazzo e demonio, e
principiarono ad interrogare il mendicante cui sospettavano forte di
essere un discepolo addestrato od un compare d'accordo.
Io vidi che la tempesta ingrossava, ed avvicinandomi al Rabbì lo
condussi meco.
L'ora della nostra partenza per Berachah s'appressava.
Dopo aver lanciato la terribile apostrofe che abbattè e schiacciò sua
sorella, Gesù scappò via da Berachah come da una fornace che l'avesse
bruciato.
Passioni e pensieri d'ogni fatta lo turbavano. Gli avvenimenti lo
mettevano da ogni parte alla prova; alle angoscie della vita pubblica si
aggiungevano gli spasimi del cuore. Quando arrivò a Bethania, la notte
era molto avanzata, il freddo intenso, il cielo puro e profondo. Sedette
sopra un banco di pietra nella corte e s'immerse nell'abisso dei suoi
pensieri. Tutti dormivano sotto quel tetto tranquillo, anche le due
sorelle affettuose che vegliavano alla sorte del Rabbì con tale
inquietudine di amore che cangiava in grazia la loro bruttezza. Il Rabbì
non risvegliò nessuno, s'avvolse nel suo mantello, e spiò il giorno.
Appena spuntò l'alba e' si rimise in via per Gerusalemme, pel Tempio.
Ormai ogni esitazione era cessata: il destino lo travolgeva nei suoi
fiotti. Adescato dal successo del giorno precedente, più focoso e più
incocciato all'opera che mai, entrò di buon'ora nel Tempio, e s'installò
sotto il portico di Salomone.
Appena fu visto, gli oziosi che venivano in quel sito per veder gente e
spigolar novelle, i devoti che ci venivano pel sacrifizio, le persone
del culto, lo circondarono. Nessuno ignorava come l'insegnamento del
Rabbì fosse originale, piccante, ed elevato. Quel giorno, il domani
della mia catastrofe, il Rabbì si lasciò andare al suo umore mistico,
cioè a quella parte della sua dottrina che urtava di più, a causa della
sua oscurità, la quale le dava l'impronta dell'assurdo. In fatti il
Rabbì assicurò ch'egli era la _porta del pecorile_, che egli era la
_buona gregge_, il _buon pastore_, che egli entrava solo da padrone in
quel sito, mentre gli altri vi si insinuavano come ladri per _uccidere_
e _distruggere_. Affermò che «suo Padre lo conosceva, e ch'egli
conosceva suo Padre, ed era pronto a dare la vita pel suo gregge,
ragione per cui suo Padre l'amava; che egli aveva il potere di dare e di
riprendere la sua vita; che egli si era attribuita questa missione ma
che suo Padre altresì gliela aveva imposta....» ed altre cose simili.
— È egli pazzo, od è osesso? chiedeva la folla. Ma altri che si
annojavano di quel garbuglio di parole, misero la questione in termini
chiari, dimandandogli:
— Per quanto tempo ancora ci lascerai brancolare nel dubbio? Se sei il
Cristo, dichiaralo senza ambagi.
— Ve l'ho già detto, rispose il Rabbì con voce ferma, e non senza
collera; ve l'ho detto e voi non avete voluto credermi. Le opere
pertanto che fo io in nome di mio Padre non sono esse sufficienti per
attestarvi il mio potere? Ma voi non credete, perchè voi non siete del
mio ovile, a cui solo do la vita eterna, perchè mi è stato affidato da
mio Padre, e mio Padre ed io non facciamo che uno[8].
[8] S. GIO., cap. X.
Un grido d'orrore scoppiò in mezzo alla folla. Alcuni vollero lapidarlo,
altri l'accusarono di bestemmia. I Farisei, ingiuriati, fuggirono, verso
il Lishcathha Gazith (camera selciata) ove il sanhedrin sedeva fino dal
mattino, precisamente per giudicare il Rabbì.
Il Rabbì di Nazareth aveva dichiarato la guerra al dogma ebreo ed a
tutti i partiti della Giudea, senza formulare ancora la sua dottrina, o
ravvolgendola in una fraseologia che offendeva il gusto e non
rischiarava le intelligenze. I Sadducei, i quali, se non potevano
migliorare la loro situazione politica, preferivano conservare la pace
al conservare le dottrine giudaiche, s'erano mostrati più tolleranti
dinanzi gli attacchi del Rabbì. Gli Esseniani, che vedevano nel suo
insegnamento un primo passo verso la effettuazione delle loro idee, si
rassegnavano alle ferite che il Rabbì portava loro. Ma i Farisei non
sapevano restar impassibili sotto quella doccia incessante di motteggi,
di rimproveri, di censure, di villanie, di cui si sentivano sempre più
caricati. Avrebbero accettato di transigere con lui, se il Rabbì avesse
consentito a piantarsi a dirittura come un principe della loro casa
reale maccabea, sostegno della polizia separatista, ammiratore della
legge rivelata, ristauratore del regolamento indipendente, e
dell'indipendenza; in una parola: re degli Ebrei. Il Rabbì me l'aveva
fatto sperare. Io aveva portato a Gerusalemme tale speranza. Adesso,
egli mi scattava fra le mani, insistendo, con una pertinacia piena di
collera, sopra la necessità d'adottare una nuova legge, un nuovo
comandamento, una nuova forma di preghiere, una nuova vita religiosa.
Egli profanava il sabato. Faceva buon mercato di ciò che i Farisei
credevano impuro. Aboliva i loro riti, ed attaccava la loro rettitudine.
Il giorno prima aveva tocco il colmo delle sue invettive. I Farisei
avevano portato contro di lui, dinanzi al sanhedrin, l'accusa di cui Bar
Abbas aveva inteso parlare alla tavola del sagan, e che aveva raccontata
ad Ida.
Il sanhedrin si era radunato alla mattina nella sua sala di discussione,
detta Lishcath-ha-Gazith, sul grande bastione della parte occidentale,
rimpetto Sion, presso l'entrata principale del Tempio, che dava sulla
corte degli Israeliti e su quella dei pagani, per permettere l'entrata
agli Ebrei ed ai Greci.
Il sanhedrin si componeva di settanta a settantadue membri, scelti a
suffragio, fra gli Ebrei più considerevoli, più ricchi e più vecchi, non
solo di Gerusalemme, ma anche dell'Egitto, della Grecia e di Babilonia.
Prima di Erode, questo consiglio aveva un potere regio, temporale e
spirituale, essendo nell'istesso tempo corte d'appello e corte
giurisdizionale, civile e criminale, potendo nominare e deporre i re,
nominare i consigli provinciali, decidere delle questioni di pace e di
guerra, giudicare le tribù, il gran sacerdote, i falsi profeti, metter
in movimento gli eserciti. In breve, questo consiglio aveva diritto
assoluto sulle fortune, la vita, la morte, la coscienza dei cittadini,
eleggeva i suoi membri, pubblicava sentenze di morte, interpretava la
legge ed i libri sacri: Dio ed il sanhedrin non facevano che una cosa
sola[9]. Erode condannò a morte tutti i membri di questo corpo — due
eccettuati, Hillel e Shammai — e diminuì di molto i poteri del sanhedrin
cui riunì intorno a questi due illustri membri. Pilato diminuì ancora i
poteri che Erode aveva loro lasciati; ma ciò nondimeno, quelli che loro
restavano erano ancora considerevoli. Il governo romano però, si
riserbava la legalizzazione dei decreti del sanhedrin avanti la loro
esecuzione, eccettuati quelli che riguardavano l'educazione, la
liturgia, la fede ed il culto. Dopo gli errori di Gratus, Pilato aveva
compreso che questo corpo poteva essere un eccellente alleato, o un
nemico terribile.
[9] Un sanhedrin che pronunciava la pena di morte una volta in
sette anni meritava di passare per sanguinario. Rabbì Eliezer
aggiunge: «Egli meriterebbe questa qualificazione condannando una
volta in 70 anni.» Rabbì Tarfon e Rabbì Akiba dicono: «Se noi
fossimo stati membri del Senato non avremmo giammai condannato a
morte nessuno.» Ma Simon figlio di Gamaliel, rispose: «Non sarebbe
ciò un abuso, e non avreste voi temuto di moltiplicare i delitti
in Israello?» MISCHNÀ, _Trattato delle pene_, cap. I.
Il sanhedrin era scelto fra i preti, i leviti e la classe laica degli
Ebrei. L'elemento sacerdotale vi dominava. Il gran sacerdote lo
presiedeva, o in sua vece, il rettore del gran Collegio, assistito da
due segretarii.
Un atto d'accusa contro il Rabbì di Nazareth essendo stato portato il
giorno prima, Caifas aveva radunato il sanhedrin, che sedeva in
semicerchio intorno a lui. Dopo che l'atto fu letto, siccome occorreva
l'unanimità dei membri presenti del consiglio per pronunziare la
colpabilità e poi la pena, Caifas domandò se c'era nessuno che volesse
presentare delle osservazioni. Nicodemus, un sacerdote della famiglia di
Hillel, si alzò e disse:
— Padri della camera del giudizio, la nostra legge ci comanda di non
condannare alcuno prima di averlo udito. Ora, ci vien fatta un'accusa
contro questo Rabbì, ma le prove mancano. Possiamo noi procedere sopra
questo quaderno d'imputazioni soltanto? Possiamo inviare dinanzi al
giudice romano una sentenza senza base?
Gli altri membri del sanhedrin, preparati a lanciare un mandato
d'arresto contro il Rabbì, tennero conto di questa osservazione, e
l'assemblea era per isciogliersi, quando un gran numero di Scribi,
leviti, e Farisei irruppero nella sala del consiglio gridando: allo
scandalo, alla bestemmia! Raccontarono allora aver udito il Rabbì
proclamarsi figlio di Dio, e che egli era lì ancora, sotto il portico di
Salomone, per ripeterlo a chi volesse interrogarlo. Questa volta le
testimonianze erano concludenti, irrefragabili. Il mandato di arrestare
il Rabbì fu spedito all'istante. Gli ufficiali del Tempio ricevettero
l'ordine di eseguirlo.
Gesù predicava ancora ed insisteva, colla sua ordinaria tenacità, sopra
la sua asserzione.
— Voi dite che io bestemmio perchè ho annunziato che io sono il figlio
di Dio? Se io non fo le opere di mio Padre, non mi credete. Ma se le fo,
se non volete credere in me, credete in esse; giacchè allora voi potrete
conoscere e convincervi che mio Padre è in me, ed io sono in lui[10].
[10] S. GIO., cap, X.
A queste parole gli ufficiali del Tempio si avanzarono per impadronirsi
di lui; ma nel medesimo momento, Gneus Priscus entrò sotto il portico, e
rivolgendosi a Gesù, gli domandò:
— Non sei tu il Rabbì di Nazareth?
— Sì, son io.
— Vieni con me allora; Claudia, la moglie del procuratore, t'invita alla
sua presenza.
Gli ufficiali del Tempio si ritirarono, accompagnati da uno sguardo
ironico del Rabbì, mentre Gneus Priscus lo afferrava senza troppe
cerimonie pel braccio, e lo conduceva seco.
Era l'ora quinta.
Claudia s'era risvegliata all'ora quarta (dieci ore del mattino), il
viso simile ad una maschera di creta, a causa della mollica di pane
bagnata nel latte d'asina che vi applicava durante la notte onde
conservarsi fresca e bianca la pelle, e che disseccava e si screpolava
la notte. Battè ad un timballetto d'oro posto sul tavolo dinanzi il suo
letto, e Nomas, che stava alla porta, coll'orecchia tesa, si presentò.
Claudia ordinò che venissero ad alzarla; e Nomas avendo aperto le
finestre, cinque o sei schiave si precipitarono nella stanza, per
aiutare la loro padrona a scendere dal letto ed a venire nel vicino
gabinetto, ove andava a principiare la grand'opera della teletta[11].
[11] Vedi BÖTTIGER, _La teletta di una dama romana_.
Il gabinetto ove Claudia entrava era quello stesso ch'Erode aveva fatto
costruire per la regina Mariamne. Era un ottagono abbastanza grande per
contenere quell'esercito di giovani e belle schiave, nude fino alla
cintura, che dovevano compiere i sapienti misteri della trasformazione,
della creazione qualche volta, del culto della bellezza. Dai muri di
questo gabinetto pendevano delle stoffe di seta color di giacinto
rilevate di porpora [12] e ricamate in oro e in perso. Due intermedii di
finestre erano coverti di specchi dal su in giù. Il soffitto, di cedro
d'Africa scolpito, sembrava un pergolato dalle foglie d'oro, e dai
grappoli d'argento e di pietre preziose. Un magnifico tappeto di Smirne
ricopriva il mosaico del suolo in lazulite, agate e smeraldi, poichè la
stagione era fredda, benchè il sole entrasse a iosa dalle due finestre
aperte sui giardini. Alcuni dipinti poco modesti ornavano gli assiti
delle finestre, ed alcuni quadri, anche questi poco decenti, pendevano
dalle pareti; finalmente alcuni seggi coperti di cuscini ricamati.
[12] Parietes tyriis et hyacintinis et illis regiis velis quæ vos
operose resoluta transfiguratis, pro pictura abutuntur. TERTULL.,
_de Hab. mul._, cap. V.
La schiava che attendeva alla porta chiese a Claudia, chi doveva lasciar
entrare durante la teletta.
— Il Rabbì di Nazareth soltanto, rispose Claudia, se si presenta. L'ho
fatto domandare fin da ieri sera.
L'opera delle schiave addimandate _cosmetes_ non durava a lungo con
Claudia, la quale non metteva che di rado un po' di rosso sulle labbra.
Chi legge ricorderà la funzione ch'ella esercitava a Capri presso di
Tiberio. Un poeta aveva cantato di lei, sotto il nome di Tais: _Tam
casta est rogo Thais? Immo fellat_: Perchè mai Tais è così casta? perchè
la sua bocca non lo è punto.
Del resto, nè capelli posticci, tagliati ad una fanciulla d'oltre Reno,
ed intrecciati da un'artista del Velabro: nè capelli tinti in biondo,
dopo essere stati lavati alla calce, colla pomata del Gallo del circo
Massimo; e neppure denti falsi, nè false sopracciglia.
Cinzia portò una coppa d'oro colma di latte d'asina munto in quel
momento, ed umettò con esso la crosta di mollica di pane della notte in
maniera da farla cadere. Poi Cinzia lavò la pelle prima con dell'acqua
tepida, poi con della fredda, in cui durante la notte era restato in
fusione del nardo d'Etiopia. Cloe si presentò con una conchiglia d'oro,
e dopo aver respirato sopra uno specchio, per mostrare alla sua padrona
che il suo alito era puro, e convenientemente profumato dalle pastiglie
di Cosmos, umettò con della saliva un pizzico di rosso molto allungato
cui distese leggermente sulle labbra di lei. Delia aveva già lavati i
denti di Claudia, con una dolce spugna di Bretagna.
Licenziata la coorte delle _cosmetes_, vennero le acconciatrici dei
capelli.
Claudia aveva una ricchezza imbarazzante di capelli neri, soffici,
lunghi fino alle ginocchia. Questa parte della teletta era la più
molesta; e le accadeva sovente, per impazienza, di mordere, di pungere
colla sua spilla, di pizzicare i seni delle sue schiave. Neera teneva lo
specchio mobile cui presentava alla sua padrona in tutte le posizioni.
Questo specchio non era altro che una piastra d'argento levigata,
contornata d'un rilievo d'oro riccamente cesellato ed ornato di perle.
Fiale sfece la pettinatura notturna, e diede dell'aria a quelle
splendide treccie. Ostilia le profumò di pomate preziose. Nape rotolò
con un ferro caldo i piccoli ricci delle tempie e della fronte.
Cypassis, una bella negra, intrecciò, annodò ed avvolse in forma di
torre le treccie di dietro. Galla le traversò di quel terribile spillone
di cui Claudia faceva un uso così omicida nella sua ira.
La fioraia egiziana Nemesis entrò di poi, seguita da due fanciulli
etiopi con due corbelli ripieni di fiori, e di rami colti nello stufe.
Claudia scelse un ramo di verbena ed alcuni narcisi, cui Phlogis le
piantò nelle treccie. Claudia, l'ho già detto, non portava mai gioielli.
Acconciata la testa, toccò la volta alle mani.
Fabulla le lavò con del latte tepido. Lilla le sciacquò all'acqua di
rose. Vetustilla le asciugò con una pasta di mandorle profumata, poi con
un lino d'Egitto fino come una tela di ragno. Sabina, che aveva tolto il
famoso anello di Tiberio, lo rimise all'annulare. Polla tagliò le
unghie, e le lucidò con un cosmetico oleoso e profumato. In quel
momento, mentre Chione, Clio, Calamide ed Eunoe si occupavano dei piedi
di Claudia, d'una bianchezza abbagliante, — quei piedi che davano il
batticuore alla gioventù d'Alcinous di Roma, quando ella passava per la
Via Sacra, — mentre Glicera le calzava degli stivaletti rossi dai
talloni dorati, e che Marcella li annodava con dei cordoni di seta ed
oro a quelle caviglie ed a quelle gambe tanto cantate dai poeti, due
adolescenti Galli, dai capelli castagni arricciati, e dalla schiappa
corta e bianca, portarono lo asciolvere di Claudia.
Uno d'essi teneva sopra un bacino una coppa di murrina che aveva il
valore d'una provincia, l'altro un vassoio d'oro con dei frutti. Nella
coppa fumava quel brodo squisito di succo di selvaggiume, allungato con
della crema, del mele e alcune goccie di vecchio Pollio di Siracusa,
inventato da Eumolpe, cuoco, o meglio medico di Claudia. Cleopatra le
presentò un pezzo di porpora per asciugarsi le mani, ma Claudia preferì
tuffarle nei capelli dei due giovani schiavi.
In quell'istante, venne la volta delle ornatrici. Ma nell'istesso tempo
Drusilla, la schiava della porta, annunziò Filottete, Curculio, ed il
Rabbì di Nazareth.
Claudia rinviò Curculio, lo schiavo che ogni mattina le raccontava gli
avvenimenti della città, ed ordinò di lasciar passare il Rabbì e
Filottete.
Questi era il filosofo di Claudia, il cui mestiere consisteva nel
recitarle dei versi greci e latini — i più liberi erano i meglio
accolti. Filottete doveva altresì pigliar cura delle piccole cagne,
insegnare a chiacchierare ai papagalli, ritrovare delle nuove pomate,
lavare i cagnolini quando avevano caldo, pettinarli ed uccidere i loro
insetti. Questo filosofo era calvo. Aveva una barba che gli scendeva
fino alla cintura, un mantello spelato e sordido, una tunica di lana
rozza che non gli copriva neppure le gambe nude e vellute, e dei sandali
grossolani. Era ghiottone a dar dei punti ad una _preziosa_; e siccome
Claudia nutriva le sue cagne in puerperio di fegati d'oca e di cialdelle
di sesamo, il filosofo le faceva partorire sovente, troppo sovente, le
condannava ad una dieta salutare, e ne divorava egli le leccornie.
Filottete veniva a presentare a Claudia la sua favorita Febea, la
cagnetta maltese che abbaiava a Pilato più delle altre, e che aveva dato
alla luce sei piccoli cui egli recava in un lembo del suo mantello.
Claudia accarezzò la cagna, e la rimandò col suo aio. Poi, volgendosi
verso Gesù, gli chiese in greco:
— Rabbì, che lingua devo parlarti? io non so l'ebraico; conosci tu il
greco od il latino?
— Parla il linguaggio che traduce meglio la voce del tuo cuore, rispose
il Rabbì.
Claudia aveva tutto il busto ignudo. La candidezza, la bellezza,
l'eleganza di quel corpo davano i brividi. Tiberio l'aveva temuto, e,
per gelosia d'imperio, era stato contento di allontanare Claudia di cui
temeva l'irresistibile influenza, ch'ella andava prendendo su di lui. Il
Rabbì la guardò come se i suoi occhi fossero stati di cristallo. Marcia,
la direttrice della guardaroba, venne a chiedere a Claudia che tunica
volesse.
— Una tunica a frange azzurre, ordinò Claudia, la damascata.
Mentre Marcia traversava un'infilata di stanze piene di schiave: nella
prima quelle che filavano e tessevano le stoffe; nella seconda le sarte;
nella terza, le ricamatrici; nelle altre le piegatrici, le stiratrici,
quelle che facevano gli ornamenti; mentre Marcia domandava alle schiave
la tunica disegnata, Claudia diceva al Rabbì:
— È molto tempo che ho dato l'ordine di farti venire. Non sei dunque
stato avvertito del mio desiderio? Non ti hanno trovato? Pure, se avessi
chiesto a Roma che mi si conducesse l'istrione Pilade, l'avrebbero
trovato all'istante.
— Sono arrivato a Gerusalemme soltanto avant'ieri sera, rispose Gesù.
Lo sguardo del Rabbì diveniva severo. Egli non sapeva che le dame
romane, anche le più austere, non avevano la castità degli occhi. Esse
si bagnavano nude nelle Terme miste cogli uomini. Claudia nondimeno
osservò il pudore del Nazareno, e come se quello sguardo fisso, acuto
come la lama d'un pugnale, la bruciasse o la pungesse, arrossì, e
sollecitò Paula a metterle la camicia di cotone a maniche corte.
Pyrallis le sostenne il seno, cura inutile, con una cintura.
— Che tempo fa, Rabbì? chiese Claudia per stornarne lo sguardo.
— Quando si vedono i tuoi occhi, o Claudia, rispose il Rabbì con
semplicità, non si cura di sapere se il sole brilla, o se si nasconde.
Claudia sorrise. Ella ignorava che quest'uomo, un momento fa così duro,
così brutale, così amaro contro i Farisei, si trasfigurava da che
scorgeva un fiore, un fanciullo, od una donna. Gesù sprezzava l'uomo.
L'uomo feriva la sua squisita sensibilità, il tatto voluttuoso dei suoi
nervi. Per contro il fiore lo incantava, il fanciullo lo inteneriva, la
donna riempiva la sua anima di ineffabile soavità. Il profeta si
cangiava allora in poeta; la voce si mutava in un canto; l'uomo che
brancolava sulla terra, navigava per i cieli. Il Rabbì colla forza della
sua volontà, aveva infranto la sua ruvida corteccia di Ebreo, e pulendo
la sua anima, le aveva dato uno splendore dolce e squisito.
— Sei tu ammogliato, Rabbì?
— No, rispose Gesù. La donna è troppo elevata per me, perchè io possa
innalzarmi fino a lei.
— Rabbì, riprese Claudia, non allogarla però così alto che la si trovi
relegata nella solitudine.
Marcia arrivò colla tunica e la porse a Polla. Questa prese quel vestito
di lana di Mileto, tessuto di cotone, dalle maniche serrate nell'alto,
aperte dal gomito ai polsi ove un braccialetto od un cordone di seta le
serra, tutta ricamata in azzurro, al collo, al petto e nei lembi.
— Hai mai assistito alla toeletta d'una donna, Rabbì? chiese ridendo
Claudia.
— Sovente?
— Sovente!
— Sì: a quella delle tigri nel deserto. E ti assicuro, bella signora,
che desse non sono meno lente, meno ricercate, meno difficili,
quantunque meno civettuole, che la moglie d'un procuratore della Giudea.
— Hanno esse specchi ed unguenti?
— Altro che! hanno il ruscello e la saliva, e quelle piote terribili
come i vostri spilletti, che sono ad un tempo un oggetto di ornamento ed
un'arma.
In quel punto Drosa presentava la _palla_ o mantello che finiva
l'abbigliamento. Il panneggiamento di questo vestito è la parte più
difficile della teletta d'una donna. L'è tutta una scienza, che esige la
conoscenza dell'architettura, della pittura, del gioco delle ombre e
della luce, che deve arrotondire, armonizzare, rilevare, rivelare tutte
le membra della donna, non nascondere alcun movimento del corpo e
fonderli tutti dolcemente. Claudia prese la _palla_ dalle mani della
schiava, e presentandola al Rabbì, gli disse sorridendo:
— Poichè sei così esperto nella civetteria delle tigri, io, che sono
pure civetta, sarei ben lieta vedere come desse t'hanno insegnato ad
aggiustare questo arnese.
Il Rabbì, con una condiscendenza squisita e delicata, prese il mantello,
lo posò sulla spalla dritta di Claudia, ne fece passare un lembo sotto
il braccio sinistro, lasciando nuda la spalla ed il braccio, e mentre le
due estremità scendevano fino ai garetti, diede per di dietro un tal
giro di pieghe al corpo del mantello, che provocò un grido di sorpresa
di Claudia, la quale si guardava negli specchi. La si sarebbe detta
nuda, talmente il busto, il basso dei reni, le anche erano soavemente
disegnate.
— Affè di Dio! Rabbì, disse Claudia ridendo, mi comprerai una tigre, per
aggiustarmi la stola. Sono divenuta difficile.
E fece segno alle sue schiave, che la lasciarono sola col Rabbì.
Allora la scena cangiò. Nè Claudia, nè Gesù, non erano più gli stessi.