XXIII.

Bar Abbas andò a cenare dal sagan.

— Poichè questo onorevole funzionario, si disse egli, vuol godere della

mia conversazione, e poichè la sua non mi diverte gran fatto, e' mi deve

un compenso. Mi rassegno ad accettare quello della sua tavola, che non è

gran che. Vi servono degli intingoli allo zafferano! se fossero

all'aglio almeno! E poi dell'aceto che si dà l'aria di vino, o una

bevanda che non vi resta tre minuti nel corpo. Ma, non fa niente, ciò

val sempre meglio che i manicaretti equivoci della vecchia Phlogis, la

quale principia sempre dal posare i suoi denti sul piatto, per timore

d'inghiottirli. Poi si chiacchiera bene quando lo stomaco è

convenientemente soppannato. Si può permettersi di sbadigliare

piacevolmente se la conversazione vi annoja. L'arguzia sbuccia sola se

la cicalata vi garba. Infine, sta sempre bene il premunirsi contro

l'incertezza del domani.

Ordinariamente, Hannah faceva pranzare Bar Abbas con i suoi famigliari.

Quella sera, l'ammise alla propria tavola; soltanto lo si relegò al

posto dei parossiti, che prendevano a volo ciò che restava delle vivande

servite agli altri convitati. Bar Abbas, difatti, brontolò durante tutta

la cena, altercò col servo che gli versava da bere, perchè non gli

riempiva mai interamente la coppa. La cena finita, il sagan gli fece

cenno di seguirlo, e lo condusse in una stanza remota, ove egli si

ritirava quando aveva bisogno di raccogliersi. Bar Abbas, già

malcontento della parte che gli era toccata a tavola, promise a sè

stesso di tener sodo e di giocar forte, poichè Hannah aveva bisogno di

lui, e di rifarsi. Hannah, dal suo canto, sapendo con qual uomo avesse a

fare, non perdette tempo in preliminari. D'altronde sembrava vivamente

eccitato.

— Ida, diss'egli, è proprio quella nipote che vendesti un dì a Cajus

Crispus, o a Pilato?

— La stessa, appuntino, salvo i cangiamenti causati dall'uso e dal

tempo, rispose quel cinico.

— Quanto ti dette Pilato, allorchè gliela consegnasti?

— Anzi tutto, egli la prese, e non fui io che gliela consegnai, perocchè

ciò avrebbe aumentato il prezzo. Ma quel furfante non si fece vedere

nell'affare, perchè ciò altresì avrebbe rincarito il mercato. Fece

comparire un ufficiale di non so qual legione, ciò che mi rese più alla

mano. So che quei ribaldacci non sono mai ricchi, neppur dopo un

saccheggio.

— Insomma?

— Insomma.... Bisogna dirti proprio la verità, eh!

— Senza dubbio, non siamo mica al mercato qui.

— Nè al Tempio. Ebbene, egli mi diede trenta mila sesterzii. Ed ancora,

quel mariuolo di Cneus Crispus, sono sicuro, me ne rubò dieci o quindici

mila.

— Te ne do altrettanti: conducimi qui tua nipote.

— Pubblicamente?

— Imbecille!

— Allora, principe mio, non ci siamo mica ancora.

— In che?

— Nel prezzo, per Dio!

— Sei tu che l'hai fatto.

— A quel tempo, sì: ma adesso la cosa è differente. Prima di tutto tu

non calcoli i miglioramenti: due anni d'educazione e di esperienza che

la tosa ha ricevuto da uno degli eleganti della corte di Tiberio, di cui

un poeta cantava: _tergo foemina, pube vir est_. Ciò si paga. Tu sei un

principe. L'altro era un soldataccio. A quell'epoca, Ida dimorava nella

mia casa, ora sta nella sua, è libera. Può chiudermi la porta sul viso,

se le aggrada.

— Quanto vuoi dunque?

— Ida ora si è sviluppata, ed è più bella che mai. Hai veduto le sue

labbra, eh? Se Dio le vedesse, farebbe piovere baci.

— Quanto dunque?

— Da due anni, questo genere è caro sul mercato. Si è obbligati di farne

venire dalla Campania, dall'Etruria, dalle Gallie; Sparta dà poco; Atene

è esaurita; Tiro spedisce robaccia; Babilonia de' brutti grugni.

— Quanto dunque?

— Poi, se vedesti che piede ha quella piccina; potrebbe ficcarlo nel tuo

naso senza farti starnutare. E che vita! fulmine d'un fulmine!

passerebbe per l'anello del tuo auricolare. Non parlo del suo se....

— Quanto, quanto?

— Oh! quell'effeminato di Giuda è di buon gusto, va! Aveva fiutato un

pezzo da imperatore. Darebbe venticinque anni a Matusalem.

— Quanto, quanto?

— Ma! poichè pranzo spesso da te, voglio andarci alla buona e lavorare a

questo affare per quaranta mila sesterzii.

— Canaglia! tu mi spennacchi, eh!

— Ebbene, prova se puoi averla a meno da un altro. Ah! dimenticavo il

Rabbì che potrebbe ora ficcare il naso negli affari di sua sorella. Ed è

un fiero compare, sai, il Rabbì: te lo giuro! È il solo uomo di cui io

mi abbia paura a Gerusalemme. Poi, ho delle spese di viaggio per recarmi

fino lì in fondo. Devo dare delle mancie alle persone che la contornano;

forse far anco un po' la corte alla sua giovine schiava, ciò che

m'imporrebbe la spesa per lo meno di una tunica nuova.... Non importa, è

graziosa quella schiava.... vi aggiungerò un mantello....

— L'ultima parola, insomma?

— Lo vedi.... Ah! bisogna poi condurla qui, e di nascosto ancora. Quanta

eloquenza mi farà d'uopo per persuaderla; quante bugie dovrò spippolare!

Ciò mi umilia! mancarmi di rispetto così! Devo quindi darle a

credere.... che cosa? che hai sposato sua madre e suo padre forse!

Diavolo! non si vende così facilmente il proprio sangue, quando si ha

della coscienza.

— Sia! quaranta mila sesterzi (10,000 lire). Quando me la conduci?

— Ah! ecco ancora una difficoltà! Non piglio nessun impegno prima di

averla veduta domani. Fortunatamente che so come si prendono le

fortezze: poichè, o sagan, se non sono stato generale, all'esercito, non

è colpa mia. M'è d'uopo comperare l'eloquenza di tutte le mezzane, e di

tutti i poeti di Gerusalemme.

— Basta così. Vattene, e vieni domani a dirmi cosa avrai fatto.

— Non ti lusingare però di giungere senza forse romper per via il tuo

bagattello. Tu vedi che io non ti dimando neppure caparra. Se per altro

vuoi darmi....

— Va via, e vieni domani.

All'indomani, il giorno non era ancora chiaro, che Bar Abbas si acculava

alla porta di sua nipote, attendendo che si aprisse. Egli comprendeva

che era mestieri presentarsi con un convenevole pretesto, e non lo

trovava. Non sapeva più a quale corda il cuore sanguinante di Ida

risuonasse ancora, in nome di chi parlare, e che speranza far brillare.

Egli ci era su a riflettere, allorchè Thorix aprì. Bar Abbas finse di

arrivare in quel momento.

— È alzata la tua padrona? diss'egli.

— Non so se la riceva. Chi sei tu?

— Un messaggero del sagan Hannah, e porto gravi notizie.

— Dalla parte di chi?

— Ohe! saresti tu incaricato di udire ciò che si ha a dire alla tua

padrona? Se la è così, a rivederci.

— Hai tu un nome in vita tua? Chi devo annunziare? Imperciocchè,

all'aria, puoi forse essere un re travestito, ma nulla tradisce il tuo

incognito. Sei tu il re di Persia, od uno schiavo del sagan che vuol

parlare alla mia padrona, o semplicemente un ladro?

— Tocco di birbo! saresti bene in trappola se io mi fossi un re, poichè

ti farei appiccare come un gufo alla soglia della porta. Va, di' alla

tua padrona che un amico del sagan deve parlarle a nome del Rabbì di

Nazareth.

Bar Abbas aveva trovato il suo _eureka_. Con questi due nomi, era sicuro

sfondare la porta, benchè il vecchio Gallo non ne sembrasse per nulla

ammaliato. Fu d'uopo però attendere che Ida, ancora spossata, si

levasse.

Quando Noah vide il grugno del messaggiero, la fece una smorfia che

diede a riflettere a Bar Abbas.

— I miei quaranta mila sesterzii sono in pericolo, con questa volpe

piccina, pensò egli.

Ida lo fece entrare nulla ostante.

Bar Abbas si atteggiò a modi di non dubbia autorità, quasi di parente

che ha diritto di occuparsi della sorte del suo parente minore. Ida

gettò un grido vedendolo e riconoscendolo. Ordinò quindi a Noah di

restare presso di lei.

— Che vieni a far qui? sclamò essa.

— Dopo la scena di ieri, avresti dovuto stupirti piuttosto se io non

fossi venuto, io, il marito vedovo ed inconsolabile della sorella di tua

madre.

— Non invocare quei nomi, gli ordinò Ida. Tu! tu non sei che l'infame

venditore di tua nipote. Vieni forse a vendermi di nuovo?

— Cominci male, figliuola, e non m'incoraggi certo a renderti servigio,

ingiuriandomi.

— Tu non hai che un solo servigio a rendermi, ripetè Ida con disprezzo;

uscire di qui.

— Potrei stabilirmi qui, fino a che tu ci resti, o condurti con me, fino

a che i tuoi fratelli o tua madre ti reclamassero. Ma non voglio

contrariarti. Non è per mia volontà che vengo qui, non è nè per me, nè

per te.

— Per chi dunque? perchè dunque?

— Gli è per tuo fratello il Rabbì.

— Che Dio gli perdoni, mormorò Ida.

— Egli si lascia sempre andare a delle violenze. Ma questa volta, a

quanto pare, corre dei veri pericoli.

— Quali pericoli? Che menzogna vieni a raccontarmi, ora?

— Tu sei bene la degna sorella di quel fratello, va! Sappi dunque che

Gesù attacca ora a Gerusalemme tutti i partiti. Egli carica d'ingiurie i

Farisei; colma di rimproveri i Sadducei; non risparmia nè gli Esseniani,

nè gli Erodiani; pungiglia i ricchi, i preti, gli scribi, i

pubblicani.... non so infine chi mai risparmia. Non parlo di me che egli

perseguita più degli altri, come se avessi messo fuoco al Tempio, o se

gli avessi rubato Dio, suo padre.

— Hai fatto ancora peggio di codesto, osservò Ida con disgusto; hai

accettato il prezzo del sangue di tua nipote.

— Sono malinconie codeste! Ricordati il covo sporco, cupo, e freddo ove

stavamo. Mosè non si sarebbe data la pena di grattare la terra, per

compiere da noi il miracolo dello sprazzo dei pidocchi. Ebbene guardati

intorno, ove sei di presente. È forse tuo padre il carpentiere che ti ha

somministrato quei cuscini di porpora ove riposi, queste sedie d'avorio,

queste tavole di madreperla o di tartaruga, questi vasi d'argento pieni

di fiori, queste ricche tonache che ti rendon sì bella? Non sarebbe

certo stato un marito artigiano — il solo al quale tu potevi ambire, che

ti avrebbe data questa casa, questo giardino, questi servi, questa bella

giovane schiava, che avrebbe diritto di esser regina.... Tu non

comprendi tutto ciò ora; sei giovane, fantastica, contenta. Il giorno in

cui avrai fame, quando coperta di stracci mendicherai un pezzo di pane

per non importa che, da non importa chi, comprenderai l'amore che ebbe

per te tuo zio, che conosce il mondo. Adesso insultami, disprezzami e

sospettami. Il genere umano è cattivo.

— Tu parlavi di mio fratello, disse Ida, finisci.

— Egli dunque ha posto fuoco ai quattro canti di Gerusalemme. Ora, ciò

non si fa senza provocare una terribile reazione. Egli l'ha provocata; e

tutti queglino che furono attaccati, l'attaccano a loro volta. Si sono

indirizzati al sagan, il più generoso, il più virtuoso, e l'uomo più

elevato della Giudea. Hanno accusato Gesù. Il sagan ha conversato con

tuo fratello qui, e si è preso di simpatia per lui. T'ha veduta, fu

testimonio della catastrofe a cui tuo fratello ti sospinse, ed ha avuto

pietà di te. Sa, che l'ultimo appoggio che ti resti omai, è questo

fanatico Rabbì. Vorrebbe stornare dai vostri capi, il fulmine da cui

sono minacciati. Ma non può rivolgersi direttamente al Rabbì, dapprima

perchè questi forse non l'ascolterebbe, poi perchè il sagan non può

urtare la suscettività dei suoi propri partigiani.

— Lasci dunque che la volontà del Signore si compia.

— Gli è precisamente ciò che gli ho detto io, io che preferisco sempre

compiere la mia volontà. Conosco il temperamento della famiglia, e trovo

la sorella calcata a pelo sul fratello. Ma il sagan non ha voluto

credermi. Mi ha anzi maltrattato, dicendomi, che non vi amo, che odio

Gesù. Allora mi son sobbarcato a tentare quest'opera di salvezza di

nipote maschio e femmina, a cui sentomi così poco attagliato. Non ho

voluto però vedere Gesù, che mi manca assolutamente di rispetto. Ho

promesso di vederti, ma ad una condizione....

— Quale, di grazia, affettuosissimo zio?

— Che sia egli stesso, il sagan, che ti dica ciò che ha detto a me;

poichè tu forse crederai a lui, meglio che a me.

— Difatti, io ho di che non crederti senza garanzia, e ancora...

— E ancora, che cosa?

— Ho ancora ad aggiungere, che in questo momento stesso tu menti, e che

questa storia che mi racconti è un nuovo tranello.

— Sei una sciocca figliuola, va, cara nipote. Non t'ho forse detto che

sono indifferentissimo alle disgrazie che cadranno sul capo di tuo

fratello, cui abbomino? Non t'ho detto che puoi andare tu stessa, quando

vorrai, ad informarti dal sagan, il quale è l'uomo il più saggio, il più

probo, il più stimato della Siria? Aggiungo di più: il sagan m'ha

confidato, che fra qualche giorno avrà luogo, in sua casa, una riunione

dei nemici di tuo fratello. Ebbene va a domandargli, se non mi credi, di

assistere, nascosta, a quella riunione. Questa domanda sarebbe, te ne

avverto, un insulto per l'uomo che ti previene a tempo del pericolo del

Rabbì, ond'e' si metta in guardia. Ma puoi dire al sagan, che il suo

messaggio pervenendoti da uno spezzaforche come tuo zio, il quale ti ha

già fatto delle monellate, non vi ti fidi, e che vuoi vedere ed udire da

te stessa. Quell'uomo tanto buono, che non ha rifiutato di andare a

domandare in isposa la ganza di Pilato per un suo amico, sarà tocco

dalle tue ragioni, e ti soddisferà; avvegnacchè, al postutto, e' non

prenda lo scorruccio se tuo fratello rovina nell'abisso cui scava sotto

i piedi dei nemici della nazione.

C'era nel discorso di Bar Abbas un tal misto abbominevole di sentimenti

di odio, d'indifferenza, di franchezza, di probabilità, di evidenza

possibile, di prove, e d'inverosimiglianze, che Ida ne rimase confusa e

perplessa. Non era impossibile che il nobile carattere di suo fratello

avesse colpito il sagan e ch'egli si fosse interessato alla sua sorte.

Il sagan non aveva forse mostrato per lei un affettuoso interesse? Bar

Abbas non parlava in suo nome, poichè confessava di abborrire Gesù.

Perchè Ida non andrebbe ad interrogare il sagan direttamente? Quale

sospetto poteva destare un uomo che era, dopo Pilato, il più grande

della Galilea e della Giudea? Che v'era d'impossibile che il sagan si

astenesse di agire direttamente in favore di Gesù, il quale l'attaccava,

attaccava il suo partito ed il suo genero Caifas? Ida restò quindi

silenziosa. Bar Abbas continuò.

— Ho adempita la mia commissione, contro mia voglia, lo confesso;

perocchè sarei beato che dessero una piccola lezione di convenienza e di

umiltà a tuo fratello. Egli si atteggia nè più nè meno che a figlio di

Dio! La tua povera madre è dunque non so cosa, e tu non gli sei niente;

ciò che ti ha del resto dimostrato ieri sera colla sua stupida

interruzione. Alla fin fine, io non ho nulla a rimproverarmi; poichè

tutte le volte che ho voluto farvi del bene — ammettiamo che io mi sia

ingannato nei modi, ma infine la mia intenzione era buona... — voi mi

avete colmo di calunnie e d'oltraggi. Non voglio più impacciarmene. Alla

mia età, vecchio soldato, la è davvero ridicola di essere sempre

ingiuriato... anche da te, miccina, non ancora sgusciata di chiocciola.

Dunque, riassumo: ecco di che si tratta. Tuo fratello corre un grave

pericolo. Il sagan te ne previene. Va a prenderne conto più minuto da

lui; va a domandargli, se vuoi, di verificare tu stessa la cospirazione

che si ordisce contro il Rabbì; fa quello che vuoi; non stare a

credermi; non dir nulla a tuo fratello, al sagan. Per me mi levo

d'imbarazzo, e me ne vado.

Ida era scossa. In quel punto arrivò Justus, il quale, secondo il suo

solito, cacciava sempre sulle mie peste. Era stato anch'egli colpito

dalla bellezza fulminante di Ida; più degli altri forse, fatalmente per

lui, come vedremo. Veniva ora, come amico mio, a domandare a quella

giovine donna che io aveva dovuto sposare, se avesse d'uopo di un

qualche servigio. Justus fu contrariato della presenza di Bar Abbas in

quel sito; questi, dall'arrivo di Justus che calcolava inopportuno. Ma

con la sua solita prontezza di spirito, volle profittare dell'intrusione

di quell'importuno. Gli si rivolse dunque e gli chiese:

— A proposito, Ida non vuol credere che suo fratello ha offeso tutti i

partiti a Gerusalemme, e solleva contro di sè una reazione viva e

pericolosa.

— È verissimo, Ida, fece Justus, interrogando dello sguardo Bar Abbas,

onde comprendere ciò che significasse la domanda che gli dirigeva. È

verissimo; ieri ancora, il Rabbì ha fatto uno scandalo al Tempio, ove

non ha alcun diritto di levarsi a padrone, ed ha suscitato una gran

collera nel capitano.

Ida non conosceva punto quell'intruso. Principiava a credere a Bar

Abbas; ma l'attestato che egli chiedeva ad uno sconosciuto le fece

l'effetto di una commedia tra compare e ciarlatano. Li sospettò ambedue.

Gli era proprio ciò che voleva Bar Abbas onde deciderla a rivolgersi al

sagan per sapere la verità. In fatti, Ida gli disse:

— Vi ringrazio dell'interesse che prendete per mio fratello. Io sono una

povera donna isolata, e non posso nulla fare per lui. Dio lo proteggerà,

se cammina nella sua strada. Addio.

Così dicendo Ida si alzò ed uscì. Noah indicò la porta a Justus ed a Bar

Abbas che non se lo fecero ripetere due volte. Però, quando furono sulla

strada, Justus si fermò, e guardando fisso negli occhi Bar Abbas gli

chiese:

— Per chi lavori tu?

— E tu? rispose Bar Abbas.

— Io? pel meglio del mio amico Giuda.

— Nobile cuore! sclamò Bar Abbas; ed io per tuo zio Hannah.

Justus tacque, e lasciò Bar Abbas ammirare tranquillamente da solo le

singolarità del paesaggio durante il cammino.

Ida, dal canto suo, appena rientrata nella sua stanza da letto,

raggiunta da Noah, non si fermò a lungo a riflettere. S'avviluppò in

ampia stola che la coprì da capo a piedi, e facendo segno a Noah di

seguirla, uscì. Ma prima di partire, diede ordine a Thorix di riportarmi

i regali che le avevo mandati la vigilia, poi di aspettarla sulla

strada, ai piedi del monte degli Ulivi.

Precediamola.

Memorie di Giuda, vol. II · 第 12 / 51 题