Era stato convenuto fra Hannah ed Ida, dopo la mia visita, che avremmo
prestato il giuramento del matrimonio, e che io le avrei dato il mohar
(regalo di nozze) la sera della festa del Purim. Era stato pure
convenuto che l'_anno della vergine_, che doveva, secondo il rito,
scorrere fra questo giuramento e quella sera fortunata in cui io
squarcierei il suo velo, la bacerei sulla bocca e la condurrei nella mia
casa, che quest'anno, dico, sarebbe accorciato — la qualità di donna
divorziata il permetteva, — e che l'ultima cerimonia avrebbe luogo la
sera della festa del paschah. Ahimè! come l'uomo, che è fatto, dicono,
ad imagine di Dio, è giuoco degli avvenimenti e delle vicende del caso!
La festa di Purim è appo di noi un'orgia celebrata alla più grande
gloria di Dio.
Fu istituita a Babilonia onde perpetuare la commemorazione della morte
d'Aman, e l'esaltazione di Ester. Ottantacinque anziani si opposero
all'adozione di questa festa persiana, quando Mordecai la propose la
prima volta; ma fu adottata malgrado ciò. Il popolo ebreo la celebrava
dovunque. A Gerusalemme la diveniva un delirio, dopo esser stata il
sospiro di tutto l'anno. Io aveva ora l'anima traboccante di gioia,
seguii quindi l'esempio degli altri.
All'alba, Bar Abbas batteva alla mia porta. Egli ritornava appositamente
per la festa. Più tardi arrivò Justus, e andammo insieme alla sinagoga.
La sinagoga era zeppa. Una folla immensa vi aveva fatto irruzione,
uomini, donne, fanciulli, vecchi, ciechi e zoppi, senza eccezione,
perfino i sordi. Queglino che non trovavano più posto dentro, passavano
la testa dalle finestre, o s'accalcavano alle porte. Un Giudeo si
sarebbe creduto disonorato, se non avesse in questo giorno lanciato la
sua maledizioncella postuma ad Aman, e data la sua avvinazzata
benedizione a Mordecai.
Il paraschà del giorno conteneva la storia che dette origine alla festa.
Il sheliach andò al suo posto, e principiò il seguente racconto:
«Allorchè Artaserse Longimano succedette a suo padre Serse, diede una
gran festa al suo popolo, sotto delle tende di porpora sostenute da
colonne d'argento ed oro. A mezzo il banchetto, riscaldato un tantinello
dal vino, il re giurò che non c'era in tutto il regno una donna più
bella della regina Vastiti. Un principe tributario del suo regno
dimostrò una tal quale incredulità. Il re andò in collera, s'ostinò
nella sua idea, e volendo provare al popolo che aveva detto il vero,
imaginò di far comparire la regina ignuda dinanzi ai suoi convitati.
Vastiti fu chiamata. Avendone appreso il perchè, rifiutò di obbedire.
Artaserse la fece chiamare di nuovo, poi di nuovo ancora: in tutto sette
volte. La regina rifiutò sempre. Il re si credette offeso da questa
disobbedienza. Uno dei grandi della corte, Memunean, dichiarò al re che
occorreva un esempio, senza che, incoraggiate dall'impunità della
regina, nessuna donna persiana avrebbe più obbedito al suo marito. Il re
comprese questa ragione di Stato, e Vastiti fu condannata ad essere
espulsa e surrogata da un'altra regina. Ma Artaserse l'amava. E' divenne
triste. I suoi amici lo consigliarono di neutralizzare questo amore con
un altro amore e di elevare al suo letto la più bella vergine della
terra abitata. Il re si rassegnò al rimedio, trovandolo dolce».
— Il povero uomo! esclamò Bar Abbas.
«Una caccia di vergini fu messa in campo, continuò il sheliach. I
differenti ufficiali che percorsero l'Asia a quest'oggetto ne riunirono
quattrocento.
— Soltanto? chiese Bar Abbas.
— Ahimè! sì, continuò il sheliach.
«Le vergini erano rare e le belle ancora più rare. Fra queste si trovò
Esther, la nipote unica d'un Ebreo di Babilonia. Era la più bella di
tutte. Quando gli eunuchi ebbero preparato per sei mesi queste vergini
con delle abluzioni, delle unzioni, e dei profumi, il re ne prese una
tutti i giorni nel suo letto, onde scegliere alla prova, e non sul
rapporto d'un eunuco. Allorchè giunse la volta di Esther, il re se ne
innamorò e la sposò. Ella non aveva detto a quale nazione appartenesse.
Allora Mordecai lasciò Babilonia e venne a Shushan. Una cospirazione
d'eunuchi essendo stata ordita contro il re, Mordecai la scoprì ad
Esther, e questa salvò il re. Mordecai fu autorizzato a dimorare alla
corte. Ora il re aveva un amico, un Amalecita chiamato Aman.
«Maledetto Aman! gridarono tutti da tutti gli angoli.
«Il re aveva ordinato che lo si adorasse come un altro lui stesso. I
Persiani, i Medi obbedirono. Mordecai, no.
«Bravo, Mordecai! gridò ancora il popolo, noi andremo a bere alla tua
salute.
— Bere e mangiare, se vi piace, interloquì Bar Abbas, e ancora qualche
cos'altro. Non si fa mai abbastanza per un grand'uomo.
«La nostra legge ingiungeva a Mordecai di non adorare che Dio, continuò
il sheliach. Aman si credette offeso: tanto più che l'audace refrattario
era un Ebreo, un prigioniero, quasi uno schiavo. Egli se ne lagnò al re.
Dipinse la nostra nazione come perversa, insocievole, nemica di tutti
gli altri popoli e di tutti gli altri culti; e lo persuase di
sterminarla per la maggior prosperità dei suoi sudditi. — Ma essi pagano
un tributo, osservò il re. — Ebbene, rispose Aman, io pagherò
quarantamila talenti a vostra divinità. — Il re rifiutò il denaro, e
sacrificò gli uomini. Aman decretò, in nome di Artaserse, sovrano di
cento ventisette provincie dall'India all'Etiopia, che al
quattordicesimo giorno del dodicesimo mese di quell'anno tutti gli Ebrei
del suo Stato, uomini, donne, e fanciulli, fossero distrutti.
«Oh l'infame manigoldo di re! urlò la folla.
— Ohe, disse Bar Abbas, rispetto ai re, dunque! Senza di essi, chi
potrebbe strozzarvi un poco, eh?
«Il popolo ebreo, tutto intero, stracciò i suoi abiti, si vestì di
sacco, si coprì di cenere, proseguì il sheliach. Mordecai parti dalla
corte, e si conformò al dolore dei suoi compatriotti. Esther ne venne a
cognizione. Ella ordinò agli Ebrei tre giorni di preghiera. Gli Ebrei, a
cui ella diede l'esempio, obbedirono e le inviarono una supplica pel re.
Ora Artaserse aveva fatto una legge, che chiunque gli si presentasse
senza essere chiamato, sarebbe ucciso. Esther sfidò il pericolo. Si
affusolò splendidamente di porpora e di pietre preziose: una schiava
sollevava lo strascico della lunga sua veste con la cima delle sue dita,
mentre un'altra la sosteneva sulle sue braccia. Abbagliante di vesti e
di bellezza, rossa d'emozione, Esther si recò così dinanzi al re senza
esserne dimandata. Artaserse, seduto sul suo trono, la corona sul capo,
lo scettro d'oro nelle mani, tutto ricoperto di giojelli, di tela d'oro
e di porpora, la squadrò corrucciato. Esther tremò, e cadde svenuta ai
piedi del trono. Il re, vedendola così bella, pieno d'amore scese dal
trono, la prese fra le braccia, e la richiamò alla vita coi suoi baci.
Le chiese poi cosa desiderasse, promettendole d'esaudirla. Esther lo
invitò nei suoi appartamenti, in una al suo amico Aman, ad una cena
preparata colle sue stesse mani. Il re ed Aman accettarono il banchetto,
si divertirono molto alla festa, e bevettero enormemente. Il re le
domandò quale grazia ella chiedesse. — Te lo dirò domani, giacchè io
v'invito di nuovo a cena, rispose Esther.
— Oh! il caro briciolo di tosa! sclamò Bar Abbas. Perchè mai non si
trovano ogni giorno di gioje simili nelle strade, come si trovano dei
cani e dei leviti!
«Aman ritornò allegro alla sua dimora. Sua moglie gli consigliò di far
rizzare nella sua corte una forca alta cinquanta cubiti per impiccarvi
Mordecai.
— Le donne danno sempre dei buoni consigli, osservò Bar Abbas.
«Il re, esaltato dalla bellezza della regina, non dormì in tutta la
notte, ma si fece leggere le cronache del suo regno. Si lesse fino
all'alba. Arrivato alla storia della cospirazione scoperta da Mordecai,
il gran sire domandò: Che ricompensa gli fu data?
— Che! che! l'è una fiaba codesta, osservò Bar Abbas: i re non si
ricordano mai i servigi ricevuti, e meno ancora le ricompense che
restano a darsi.
«Non gli si è dato nulla, rispose lo scriba del re. — Sta bene, disse
Artaserse. Ecco il giorno. Se v'è qualche amico arrivato nella mia
anticamera, fallo entrare. — Aman era di già lì. S'era alzato di
buon'ora per ottenere dal re il permesso d'impiccare Mordecai.
— Impiccare? corbezzoli! ciò non si ritarda giammai! sclamò Bar Abbas.
«Arrivi in punto, rispose il re. Consigliami come potrei onorare in
maniera degna di me una persona che io amo assai. — Autorizzandolo, Dio
mio, a passeggiare a cavallo cogli stessi emblemi della tua Divinità,
una catena d'oro al collo, e ordinando a tutto il tuo popolo di onorarlo
come tu lo onori.
— Va bene, rispose il re; cerca allora Mordecai, e fa tu stesso quanto
mi hai consigliato.
«Benissimo, bravo, viva il re! gridò il popolo.
«Aman che aspettava tale onore per sè stesso, parve confuso, abbattuto.
Pure obbedì. Mordecai ritornò alla corte. Aman andò a lagnarsi con sua
moglie. Fu chiamato alla cena per ordine della regina. Al banchetto, il
re domandò nuovamente ad Esther quale grazia desiderasse. Esther
principiò allora ad esporre, piangendo, le miserie del suo popolo, e
supplicò che l'ordine della sua distruzione fosse rivocato. — Chi ha
cagionato questo dolore alla mia regina? chiese il re. — Aman, rispose
Esther. — Artaserse lasciò il banchetto, ed uscì nei giardini molto
turbato. Aman cominciò allora ad intercedere la sua grazia presso la
regina, e cadde sul suo letto. Il re entrò in quel momento, e vedendolo
in quella postura, gridò: — Miserabile creatura, la più vile della
terra, osi anche fare violenza alla mia regina? — Un eunuco raccontò
allora al re la storia della forca destinata da Aman a Mordecai. Il re
ordinò che Aman fosse appeso al patibolo che aveva egli stesso
innalzato[5].
[5] GIUSEPPE, _Antich._ XI, cap. VI.
«Viva il re, viva il re, dannazione ad Aman! vociò il popolo.
— Cara quell'Esther, giojello vero! sclamava Bar Abbas più forte degli
altri; ti nomino mia regina a vita.... dopo l'anfora del vino!
«Ed ecco come Dio liberò il suo popolo, come Mordecai scrisse a tutti
gli Ebrei di celebrare con una festa perpetua questo giorno della
liberazione. Andate dunque, figliuoli miei, e glorificate il Signore.»
— Ah! perchè questo popolo non è stato liberato tutti i giorni
dell'anno? osservò Bar Abbas.
Il popolo si precipitò fuori della sinagoga.
Il baccanale nella città principiò.
Gerusalemme era una mischianza d'individui di tutte le nazioni, in cui
gli Ebrei erano forse in minoranza. Il popolo di Dio era stato in ogni
tempo il focolare di vizii vergognosi e bestiali. Gli stranieri, che
l'avevano conquistato successivamente, gliene avevano inoculati
d'infami, e di empii. L'innesto s'era fatto con rigoglio. Alle
dissolutezze che avevamo apprese dall'Egitto, dalla Siria, dalla Persia
e dalla Fenicia, Alessandro aggiunse quelle della Grecia, Pompeo quelle
di Roma, Erode quelle del mondo intero. Il giorno del purim era quello
in cui tutte codeste dissolutezze sguazzavano in pompa reale.
In quel giorno, si sarebbe creduto trovarsi a Roma nella via Sacra,
verso l'ora nona. Nulla mancava. Nulla si mascherava, eccetto la virtù
per accatastare le briciole delle delizie del vizio. Gli uomini si
travestivano da donne, e le donne da uomini, le ragazze da cortigiane, e
queste da matrone. Chi aveva qualche cosa da mostrare, la metteva fuori.
Chi non aveva di che affusolarsi, si svestiva. Gerusalemme riboccava
tutta nelle strade: neppure le madri oneste, e le fanciulle pure
restavano a casa. Il pudore diveniva un'impertinenza, un'offesa a Dio.
Il Tempio si dava allo sciopero; poichè preti e leviti, membri del Gran
Consiglio e del sanhedrin, Simeon, Gamaliel, Caifa stessi, lo stesso
Hannah, potevano mascherarsi senza infamia da giocolieri, da istrioni,
da maghi, da pontefici idolatri, da becchi, o da buoi, a loro talento.
I bagni pubblici, le stufe, le osterie, gli alberghi, le botteghe dei
fornaj, dei beccaj, dei rosticciaj, dei barbieri, dei profumieri,
residenze ordinarie della prostituzione, issarono, dall'ora nona,
l'insegna di orribili Priapi, e misero delle lanterne a forma di
mostruosi phallus. Le cortigiane non erano in tal giorno obbligate a
mostrarsi in parrucca bionda, in coculla, o con un pezzo di stoffa di
oro sul seno — secondo l'editto degli edili romani, portatoci dai
procuratori. Potevano, se loro piaceva, adornarsi della stola, delle
bende bianche, e degli stivaletti rossi delle matrone romane. Ma non lo
facevano neppur per idea.
Le vie formicolavano di cantoniere venute da tutte le parti della Siria,
dall'Assiria, dalla Grecia, da Roma, dall'istessa Gallia. Esse si
pavoneggiavano. Talune attillate nelle loro tuniche gialle o verdi, con
sandali gialli legati al collo del piede da coreggie dorate, mostravano
i piedi nudi, bianchi e provocanti, tenevano il capo avvilupato in un
piccolo mantello di stoffa di color vivo, i capelli tinti in giallo con
dello zafferano, o in rosso col succo della barbabietola, o in celeste
con del pastello, o semplicemente spolverati con polvere d'oro, di
lapis, di guado, o stropicciati con cenere profumata. Altre, con vesti
babiloniche, o in tuniche di seta, trascinavano delle dalmatiche
abbottonate sul davanti, fatte di stoffe dipinte, variate di fiori e
ricami, ed avevano sul capo una mitra a colori, o una tiara scarlatta, o
un nimbo d'oro. Le _preziose_, le _meravigliose_, le _famose_, che ci
venivano dal superfluo di Roma, dietro le legioni, erano vestite di
quella stoffa di seta chiamata _Tiriana_ cui un poeta latino (Petronio)
addimanda _vento tessuto_, o di quella garza detta indiana, che era
trasparente come una nuvola d'estate, e rendeva più provocante la
nudità. Le _etere_ greche col loro grazioso camiciotto di lino aperto
sotto le braccia e scendente fino alla vita, in coturni dorati,
passeggiavano in lettighe aperte, portate da Abissinii. Alcune, coricate
sopra cuscini di porpora, tenendo in mano uno specchio d'argento
lisciato, delle palle d'ambra o di cristallo, un ventaglio od un
parasole, sporgevano un viso leggermente imbellettato, costellato di
piccoli nei onde rialzarne la tinta, mentre una bella schiava le
rinfrescava daccanto con delle penne di pavone, precedute e seguite da
eunuchi, da fanciulli, da suonatori di flauti, e da nani buffoni. Altre
ancora, in toga verde, guidavano esse stesse un carro leggiero. Poi
questa a cavallo, quell'altra sopra una mula di Spagna condotta a mano
da un negro.
Dietro questo corteggio seguiva un'appendice inevitabile: il libertino,
il bertone, vestiti di una clamide scarlatta, celeste, o verde; i
suonatori d'arpa, di flauto, e di tamburo venuti dalla Siria;
l'auletride jonia — cantante che si scritturava per le feste
particolari; — le fellatrici di Lesbos; gli effeminati, i delicati della
Frigia — giovani schiavi dai capelli lunghi ed ondeggianti, dai grandi
orecchini, dalle tuniche a larghe maniche e dagli stivaletti verdi. Poi
i bei giovanotti di Sibaris e di Taranto dalla pelle profumata, i membri
epilati, il corpo ricoperto di stoffe trasparenti, come le ninfe. Poi i
leziosi e le tribadi di Sparta, che _pytismate lubricant orbem_
(Giovenale), e sono rinomate nelle lotte femminili. V'erano ancora i
Marsigliesi dalle dita vellutate, e gli emigranti da Capua e da Opicus,
che si prestavano ai piaceri mostruosi. Intorno ed in mezzo a questo
nuvolo profumato, scintillante d'oro, di pietre preziose, di seta, di
colori vivi, svolazzava quella gioventù d'Alcinous di cui io era il capo
— assente in quel giorno — adornata, arricciata, profumata, azzimata di
_chiridata_ — la tunica siriaca a maniche lunghe e larghe color
ciliegia.
In mezzo a questa folla, la quale assorbiva, incantava, abbagliava la
gente onesta di tutti i giorni, si distingueva il mio ipocrita amico
Justus, mascherato da _saga_, che vendeva degli istrumenti infami, messi
in mostra su delle ceste portate da schiavi. Quel monellaccio offriva ad
un grave membro del Collegio un _phallus_ ad uso della famiglia; ad una
matrona, un _subliaculum_, o arnese della maternità, onde non
sopraccaricare di troppi bimbi la famiglia; ad una giovane sposa, una
serratura di castità; ad una ragazza una fibula; alle vecchie un enorme
_fascinum_ (phallus fittizio in cuojo, tela o seta).
Bar Abbas, a cavallo sopra un asino, era imbacuccato d'un immenso priapo
in cartone che gli si rizzava sopra come un astuccio. Portava dinanzi a
sè una sporta ripiena di quelle ciambelle di frumento a forme impudiche,
che i Romani chiamano _coliphia_ o _cunni siliginei_, e ne offriva alle
donne, che le accettavano senza sembrarne offese. Poi dispensava delle
gerse di escremento di coccodrillo, di cerussa, o di gesso, delle fiale
piene di non so qual ingrediente, ch'egli indicava agli uomini per quel
terribile filtro che le venditrici di profumi dicevano venire da Roma, e
chiamavano coppe del desiderio, acqua d'amante, _satyricon_, _bulbus_, o
_hippomane_.
Ahimè! avevamo mandato a Roma circa due secoli fa (187 anni av. G. C.)
con Lucius Montius, il vincitore di Antioco il Grande, tutto questo
mondo di danzatrici, di suonatrici di flauto, di cortigiane, d'eunuchi,
d'effeminati, di bertoni, e con essi la lebbra, la terribile
elefantiasi, il mal di Venere delle nostre donne, ed il _morbus
indecens_ sotto tutte le sue orribili forme. Roma aveva innalzato tutto
ciò alla sua grandezza, aggiungendovi le infamie spigolate nel resto del
mondo, e ce lo rimandava trionfante, orgoglioso e risplendente.
I nostri Ebrei si contentavano di bere: i poveri, i nostri buoni vini
della Siria; i ricchi, i vini della Grecia o di Roma, il cecubo, il
falerno, il metimnese, con o senza aromi, e di berne fino al punto,
sempre maledicendo, di non più sapere se maledicessero Aman o Mordecai.
Alcuni anni avanti, due pii anziani, Rabba e Zira, avevano bevuto
insieme, e si erano altercati, cadendo sotto il tavolo, in tal guisa che
Rabba aveva ucciso Zira. All'indomani, quando il vino fu digerito,
Rabba, disperato d'aver ucciso il suo amico, pregò Iddio di
risuscitarlo, e Dio l'aveva compiacentemente esaudito. L'anno dopo,
Rabba propose a Zira di bere ancora insieme; ma Zira rifiutò, pel
ridicolo pretesto che Dio potrebbe non voler incomodarsi ogni anno a
fare un miracolo.
Mentre l'orgia s'impadroniva della città, all'ora nona, i miei amici ed
io, ci preparavamo ad andare a Berachah. Avevo invitato a dividere la
nostra festa e ad essere testimonii della mia gioja, Hannah che era
stato il mio ambasciatore, i suoi figli, Gamaliel, il suo vecchio padre
Simeone, direttore del grande collegio, Justus, che si divertiva
attendendo l'ora della partenza, Lazzaro, alcuni altri amici, ed il
Rabbì di Nazareth, cui io era andato a snidare dal Tempio ove fin dal
mattino predicava ed insegnava.
Traversammo la città, nel momento in cui la gioja era nel suo più grande
fermento. In ogni via, degli ubbriachi; in ogni piazza, della musica e
dei danzatori; in ogni luogo pubblico, la debolezza; le case pavesate di
fiori o di rami d'albero; ad ogni finestra degli spettatori; sopra ogni
tetto, delle bandiere, dei preparativi per l'illuminazione della sera.
Dapertutto lo schiamazzo; canti a tutti gli angoli delle strade; dei
motti allegri o lubrici in tutte le bocche; dei desiderii in tutti gli
sguardi, ma anche l'elemosina in tutte le mani. C'incontrammo con Bar
Abbas, che arringava in mezzo ad una folla immensa.
— Non vi spaventate, ragazze mie; io sono modesto; venite da me, gravi
mamme, io sono discreto; avvicinatevi, le mie vecchie, se la vostra
borsa è pregna e ha voglia di partorire, io sono un gaio compare; e voi
altri, branco di canaglie, vecchi libertini, preti modesti, gravi
farisei, dissoluti avariati, baldracche da elefanti, avanzate pure, io
non aggrotto le ciglia, sono un buon diavolo; pennone al vento, ma
silenzioso e perseverante. Cosa vi occorre? via, adoratemi un po', io
sono quegli che crea e quegli che disfà.
Vedendoci passare, Bar Abbas interruppe la sua allocuzione che io ho
resa più modesta. Gli si gittavano degli aranci, della poma, dei torsoli
di cavolo. I ragazzi mettevano dell'esca accesa sotto la coda del suo
asino, e lo facevano sgambettare come cinquanta istrioni.
— Figli della prostituzione, continuava, lasciate dunque che mi avvicini
a quella compagnia di scapati che va non so dove, a papparsi una festa
senza di me. Senza di me! e ci sarebbe una festa a Gerusalemme, senza
Bar Abbas? Tò! tò! anche mio nipote? Orsù! mucchio di botoli, lasciatemi
passare.
Ma essi s'erano attaccati alle sue gambe, alle orecchie ed alla coda del
suo asino.
— Dammi una chicca, barbiere della regina Saba, l'apostrofava una ganza
dalla gialla mitra persiana.
— Va a farti impiccare, confettiera di sterco di vacca alla crema;
rimbeccava Bar Abbas.
— Lascia dunque che ti abbracci, bardassa leccato dai dromedarii
d'Abramo, grugniva una vecchia, civettando e tendendogli le braccia.
— Abbraccia il mio asino sulla sua bocca senza denti, urlava Bar Abbas
percuotendola sulle mani col suo scudiscio.
— Se hai dei ninnoli, vieni da me, ciabattino delle volpi di Sansone,
mormorava una donzella, passando sul suo cammello.
— Del denaro! bellettatrice di giovani balene, replicò Bar Abbas, m'hai
tu preso per un ladro?
— Professore di lingua dell'asina di Balaam, hai tu cenato? gli chiese
dalla sua lettiga una _preziosa_.
— Ceni tu di un mercante di Tiro disossato, o di un prete cotto nel
miele, levatrice delle cagne di Jezabele?
— Pfuah! gridò una voce nella folla, ti sputo in faccia, venditore di
fanciulle.
— In fede mia, se mi fate dei complimenti, non ci sto più, e che il
diavolo vi prenda tutti, replicò Bar Abbas.
Nell'istesso tempo, gettando da parte l'infame astuccio che faceva di
lui un mostruoso phallus, si slanciò fuori della folla, nella direzione
ove eravamo scomparsi, e principiò a correrci dietro.
Quando arrivammo a Berachah, il giorno cadeva. Il cielo era tigrato di
rosse nuvole; un vento lamentoso tormentava i rami degli alberi, e
rendeva l'aria pungente. Degli avvoltoi si slanciavano dai crepacci
delle roccie al rumore dei nostri passi, e la jena squittiva di lontano.
Camminavamo silenziosi e preoccupati: nessuno avrebbe detto che andavamo
a nozze. Il più sereno di tutti era il Rabbì Galileo, che non sapeva
nulla della fidanzata, avendogli detto semplicemente che stavo per
maritarmi e che desideravo averlo fra i miei amici. Il più assorto era
il sagan. I servi che portavano i regali per la sposa ci seguivano.
La porta della casa di Berachah era chiusa. Il silenzio più completo
regnava in quell'abitazione che si sarebbe detta deserta. Thorix ci
aprì, ed i miei servi l'aiutarono a ricoverare sotto la tettoja le
nostre bestie. Quella corte così bene ordinata, quella fontana il cui
getto risuonava nella vasca di marmo, quei vasi di fiori, rigogliosi
come se fossimo stati nel mese di maggio, quei verdi arbusti, tutto
contrastava con la casa silenziosa di cui Febea ci apriva la porta.
Evidentemente non eravamo aspettati. Si era dimenticata la cerimonia che
doveva aver luogo, cerimonia pertanto che fissa un'êra nella vita di una
donna.
— C'è qual cosa di nuovo? domandai a Febea.
— Niente, mi rispose la vecchia Galla; Moab non è ancor ritornato.
Di guisa che, l'avvenimento più considerevole per quella casa, era
l'assenza misteriosa del custode fedele.
— E Ida? chiesi con ansietà.
— Ah! replicò la vecchia, non so. Credo che pianga.
Entrammo nel _tablinum_. E siccome la notte avanzava, Febea vi accese i
lumi. Noah aveva fatto preparare diverse lampade. Questa giovine, bella
e fedele schiava, era la sola che s'interessasse a me, e comprendesse il
mio amore. Il _tablinum_ fu dunque vivamente rischiarato. Thorix l'aveva
profumato con dei vasi di fiori, pei quali egli faceva nelle sue stanze
una temperatura tropicale. Riuniti in quella camera, ravvicinati, la
conversazione si animò un poco più. I miei servi deposero sulle tavole i
regali che avevo portati alla fidanzata. Erano delle pezze di tela di
lino di Egitto, delle stoffe tessute di porpora e d'oro nell'isola di
Cos, dei tappeti di Mesopotamia, delle garze dell'India, delle stoffe di
seta di Tiro e di Babilonia, delle belle tuniche siriache, due
magnifiche insista ornate di porpora, delle stoffe ricamate, bianchi
veli rigati d'oro e violetto, stivaletti di pelle rossa adornati con
oro, una veste galbanata per le feste, delle clamidi turchine ed oro,
alcune _amicola_ di lino sottile come un raggio di sole. Poi dei
giojelli, orecchini, collane, braccialetti, spilli, _fibulae_,
scheggiali. Poi profumi squisiti di tutte le qualità; la _nicerontina_,
quell'odore soporifero inventato dall'eunuco Nicerontas; il nardo di
Persia preparato dalla saga Folia, detto _foliatum_; il balsamo di
Mendes, gli unguenti di Cipro; il nardo Achaemenium, degli olii di
Arabia e di Siria, del malobathrum di Sidone; l'olio arabico pei
capelli, e quello di mirabolano pel corpo, l'opobalsamum di Gerico,
l'amone dell'Assiria, la mirra di Oronte, il timo di Cipro, il cinnamomo
dell'India, le pastiglie diapasmate inventate da Cosmos per profumare e
rinfrescare l'alito nelle ore dell'amore, l'unguento reale della
Partia.... Infine, tutto ciò che l'arte della profumeria di tutti i
climi e di tutti i paesi aveva inventato di più soave e di più
inebbriante.
Tutto ciò fu posto in bell'ordine su canestrine che stavano sul tavolo,
e risplendeva alla luce, deliziando la vista e l'odorato.
Il sagan ed io entrammo in una stanza laterale ove Noah venne a
raggiungerci e dirci che Ida fra qualche istante sarebbe pronta.
Infrattanto i miei servi, Thorix e Febea presentavano sopra bacini dei
frutti canditi, delle bibite agghiacciate, dei vini d'ogni paese,
profumati e puri, dell'idromele, ed una quantità di dolciumi che io
aveva inviati alcune ore prima.
Non ebbi il coraggio di veder Ida da sola. Ebbi paura di qualche
esplosione di dolore, di un nuovo accesso di pentimento. Lasciai ad
aspettarla il sagan, il quale, non avendo io parenti, faceva l'ufficio
di padre o di fratello.
Ida aveva pianto tutto il giorno. Venti volte aveva ordinato a Noah, di
mandarmi a dire che dovessi rinunziare definitivamente a lei. Dieci
volte ella aveva allontanato questa giovine schiava che voleva dar
principio all'opera della pettinatura e dell'abbigliamento. Poi s'era
rassegnata, affranta della persona e nel cuore.
Noah l'aveva consolata, aveva asciugato le di lei lagrime, rinfrescato
le guancie e gli occhi con dell'acqua di rosa; ma la non aveva potuto
far sparire il pallore, nè ottenere di correggerlo con qualche
cosmetico. Finalmente la teletta s'era terminata come Noah aveva voluto,
poichè Ida non aveva consentito a guardarsi una sola volta nello
specchio, a dar un consiglio, ad esprimere un'idea od un desiderio, ad
ajutarla per nulla. Si lasciava fare come se si fosse vestito il
cadavere d'una fanciulla che si conduce alla tomba. Impiegava tutta
l'energia del suo animo a contenere le sue lagrime, ed a mantenersi
nella risoluzione che le si era strappata. Quando fu pronta, Noah la
mise fra le mani di Hannah, il quale doveva introdurla nel _tablinum_, e
le si pose dietro, onde ripeterle incessantemente una parola fantastica,
preparata d'accordo prima, e che voleva significare: coraggio!
attenzione!
In quel momento si udì nell'_atrium_ la voce di Jesu Bar Abbas.
— Come, come? per le corna di Mosè! ci si marita qui senza informarmene!
Ah, ah! l'è proprio squisita questa; si fanno nozze senza di me!
Bar Abbas fece irruzione così nel _tablinum_, e si trovò di faccia a
faccia col Rabbì di Nazareth.
— To', brontolò desso, mio nipote! Oh! grazioso! Ci farai qualche
miracoletto come a Cana, non è vero, mio bel nipote? Non potreste mai
imaginarvi ciò che questo bell'imbusto di galantuomo seppe far credere
ad un branco d'ubbriachi, alla fine d'un pranzo di nozze? Che ei
bevevano del vino, nè più nè meno! mentre si riempivano i loro bicchieri
con dell'acqua arrossata alla barbabietola! Non andar dunque a far
sparire la sposa, almeno, nipote mio! Parola da Cesare! e' sarebbe ben
capace di cangiarla in una nuvola come l'angelo che precedeva gli
Israeliti, o in una bolla di sapone.
Mentre Bar Abbas snocciolava questo discorso, tenendo il Rabbì per la
sua tonaca violetta, questi indietreggiava, lanciandogli a voce bassa la
sua terribile parola: Infame! infame! Alla fine, addossato alla porta,
sempre spinto dall'impudente Bar Abbas, Gesù gridò ad alta voce:
Indietro, infame!
— Capperi! e' sembra che mi riconosca alla fine, sclamò Bar Abbas senza
scomporsi.
Nel medesimo tempo, l'uscio del _tablinum_, a cui era stato dietrospinto
il Rabbì, si aperse a due battenti, e comparvero il sagan ed Ida. Il
Rabbì di Nazareth si voltò, e tutti si posero in cerchio. M'avanzai, e
presi la mano sinistra d'Ida che tremava come una foglia.
Era vestita d'una lunga stola porpora — le vergini sole la portavano
bianca in tale circostanza. — Il suo capo era coperto d'un velo bianco
ed argento. I capelli, rialzati da un nimbo d'oro, ricadevano in ricci
sulle spalle insieme alle bende. Il collo s'intravedeva appena, e la sua
bianchezza sorpassava quella del lino.
Un silenzio profondo seguì questa apparizione, di cui le forme del
corpo, l'elevazione della taglia, la sveltezza, la molle e soave posa,
eccitavano una curiosità ansiosa. Io mi sentiva soffocare. Finalmente,
dopo alcune parole di presentazione dette dal sagan, egli mi fece segno
che io poteva sollevare il velo della fidanzata, avanti di prestare il
nostro reciproco giuramento.
Ahimè! quarant'anni sono scorsi da quel giorno fatale, ed io tremo
ancora scrivendo queste linee.
Senza abbandonare la mano di Ida, sollevai il velo con la mia mano
sinistra. Due gridi scoppiarono nel medesimo tempo nella sala, di cui
l'uno soffocò l'altro.
Un grido di meraviglia, sfuggì da tutte le bocche alla vista di quella
bellezza celeste, di cui l'aria infantile raddolciva lo splendore della
donna. Quella pelle diafana che sembrava imbevuta dei raggi del giorno;
quelle labbra rosse come gli spicchi del melagrano, mezzo aperte per
lasciar intravedere dei denti bianchi come il marmo di Paros, per
lanciar un soffio pari al respiro della viola; quei grandi occhi azzurri
nascosti sotto delle palpebre di latte, sormontati da due archi di
sopracciglia castagne; quel naso diritto, fino, dalle narici rosee, che
tradivano l'emozione; tutto l'insieme, in una parola, di quell'armonia
vivente strappò un'esclamazione di sorpresa e d'ammirazione. Ma nello
stesso tempo un altro grido risuonò al disopra di tutte le voci, quello
del Rabbì di Nazareth, che indietreggiando come spaventato fino al fondo
del _tablinum_, esclamò:
— Come! noi siamo qui in casa della ganza di Pilato! L'amante di Pilato
è la sposa!
Il sagan ed io sapevamo soltanto che Ida era stata l'amante di Cajus
Crispus, il quale consentiva finalmente a riconoscerla come moglie per
ripudiarla. Nessuno sospettava che Ida fosse qualcosa di peggio:
l'amante di Pilato.
S'imagini quindi l'effetto di questo grido del Rabbì, la portata di
questa accusa.
Tutti quegli Ebrei, che per la loro posizione dovevano mostrarsi
zelanti, si trovavano in una casa considerata come impura, e pel
carattere della donna, e per la frequentazione dello straniero. Impuro!
era la folgore sul capo dell'Ebreo!
La parola del Nazareno fu in effetto come il fulmine.
Le mani protese nell'attitudine della maledizione, gli occhi spalancali,
tutta quella gente principiò ad indietreggiare, rinculando, non potendo
staccare lo sguardo da quella magica figura.
Alla voce di Gesù, Ida alzò gli occhi, e riconoscendo il Rabbì, cadde in
ginocchio, fissò il suo sguardo divaricato ed ardente su di lui, gli
tese le braccia, e mormorò:
— Fratello, fratello, abbi pietà di me.
— Terremoto del Sinai! gridò Bar Abbas, non ci mancava altro; ecco mia
nipote! Sono in famiglia alla fine.
La mano d'Ida era caduta dalla mia, ed io mi copriva il viso. L'anatema
era sceso sul mio capo.
Dopo un simile scandalo, l'unione con Ida diveniva impossibile. Gamaliel
e Simeone mi presero per le braccia e mi trascinarono con loro. Io era
istupidito; non mi sentiva più vivere. Noah s'inginocchiò dietro la sua
padrona e la ricevette fra le sue braccia.
Il sagan solo restò come pietrificato, impassibile, assorto in un
turbine di idee. Noah aveva già trasportato fuori Ida, spezzata in due e
svenuta, ed Hannah era ancora al suo posto. In questa sala non ha guari
tutta gremita di gente, non restavano più che il sagan e Bar Abbas posti
alle due estremità. Hannah corse verso Bar Abbas, che se ne stava
egualmente indeciso fra il seguire gli altri o restare per parlare a sua
nipote, lo prese pel braccio e lo scosse.
— Ben m'avvisavo, brontolò Bar Abbas, che quel rabbioso di mio nipote ce
ne avrebbe fatta una delle sue.
— Hai detto «mia nipote?» susurrò Hannah.
— Sì, mia nipote.
— Quella che vendesti a Cajus Crispus?
— Disgraziatamente non ho avuto che una sola nipote da vendere.
— Devo parlarti.
— Parla.
— Vieni questa sera da me. Qui non posso.
Cinque minuti dopo, Thorix chiudeva la porta della corte, e la casa di
Berachah ricadeva nelle lagrime, nella disperazione e nel silenzio.
Chi ha mai detto che il dolore uccide?
Insensato!
E nondimeno la coppa era appena sfiorata.