Io attesi Moab tre giorni. Non sapevo ch'egli era stato arrestato dopo
aver ferito Pilato alla spalla. Non osavo andare a Berachah. Una
inquietudine febbrile non mi lasciava decidere sopra alcuna risoluzione.
Percorrevo le vie di Gerusalemme dalla mattina alla sera, e dalla sera
alla mattina. Justus, che mi aveva evitato fino allora, credendomi
istrutto delle sue infamie, ora, più tranquillo, mi seguiva dovunque.
Avevo già visitato Lazzaro quattro o cinque volte, dopo il mio ritorno,
per aver notizie del Rabbì di Nazareth. Volevo inviarlo da sua sorella
onde intercedere per me; giacchè, certamente, il Rabbì non poteva
sperare uno scioglimento più fortunato dalla fatale posizione in cui Ida
si trovava. Finalmente, in una corsa fatta un mattino a Bethania, Marta,
sorella di Lazzaro, m'annunziò che il Nazareno arriverebbe per le feste
del _Purim_. Mi sovvenni allora della lettera sì pressante di Claudia,
ed andai al palazzo di Erode per dargliene notizia.
Ricorderò qui che io non conosceva nulla allora di tutto ciò che ho
raccontato di Pilato e d'Ida, e che io credeva sempre che ella fosse
stata l'amante di Crispus.
Claudia m'aspettava con impazienza da diversi giorni. Cento pazzie
fermentavano nel suo capo.
— E il tuo messia? — mi domandò avanti che io neppure avessi passato la
soglia della sua porta, — ove l'hai tu lasciato, il tuo messia? Perchè
non entra?
— È per istrada, Claudia; arriva fra pochi giorni, al quindici di questo
mese.
— Gli piacerebbero le mascherate, per avventura?
— Credo che non n'esca giammai, risposi ridendo. Hai dunque molta fretta
d'interrogarlo?
— È desso almeno del calibro di Simone di Samaria?
— Non posso compararli; non lavorano nell'istesso genere. Ma il mio
Rabbì, Claudia, mi sembra un compare non comune. È serio; è severo;
difficile a maneggiare, come un giovine mulo; non ha passioni che diano
presa su di lui; è ostinato e disinteressato; e vaneggia come dieci
profeti.
— È dunque la perfezione che sei ito a dissotterrare in quella
provincia! osservò Claudia. Mi dai la febbre dal desiderio di vederlo.
— Non potrei surrogarlo io, per un momento?
— Sei curioso? Ebbene non ti dirò nulla. Quando una donna ha una piaga,
è già molto se la mostra al suo medico.
— Preferisco vedere le tue belle spalle, o Claudia, ed i tuoi occhi
tumultuosi, che le tue piaghe. Ne ho abbastanza delle mie.
— Dimmi anzitutto a che punto sono i nostri affari più serii.
— Non potrebbero progredire più prosperamente. La Galilea e la Samaria
non attendono che una parola per insorgere. In quei paesi, gli Erodiani
ed i Zeloti che seguono i figli di Giuda di Gamala, sono animati d'uno
spirito irresistibile. Antipas arriverà per la festa del paschah con un
seguito numeroso, il quale prenderà le armi al momento della sommossa.
Un migliajo di giovani del suo Stato lo precedono in occasione della
festa, ed i sotterranei del palazzo d'Antipas si riempiono già di ciò
che occorre per armarli. Il popolo di Gerusalemme è molto eccitato. I
Farisei ed i Sadducei che si odiano fra loro, convengono in questo: che
val meglio, cacciati i Romani, che uno dei due partiti resti padrone,
dopo la distruzione dell'altro, anzi che lasciar dominare lo straniero,
il quale li schiaccia tutti, anche quando favorisce il Sadduceo. Gli
Esseniani, che professano principii contrarii a quelli dei due altri
partiti, s'accordano in questo con loro: che occorre purificare il suolo
d'Israello dalla presenza degli infedeli. Noi, Sadducei, vogliamo un
governo oligarchico che soggioghi il partito del Tempio, una repubblica
con gli efori come in Grecia. I Farisei vogliono una monarchia popolare,
ma sacerdotale: il prete ed il re, confusi nell'istessa persona. Gli
Esseniani vogliono una monarchia, o piuttosto una repubblica teocratica,
ma tutta del popolo, tutta per il popolo, e fatta dal popolo. I Zeloti
sono comunisti come gli Esseniani. Ma tutto ciò detesta Roma e vuole
frangere la potenza. Infine, il Rabbì che io conduco vuole
l'assorbimento del popolo e della nazione in un sol uomo, che emani
direttamente da Dio, che abbia potere illimitato sulle anime e sugli
individui, che confonda il trono e l'altare, che confonda le nazioni
nell'istessa abdicazione in favore di questo eletto di Dio, luogotenente
di Dio, onnipossente come Dio, arbitrario come Dio, figlio di Dio, e
dell'istessa sua essenza.
— Che abbominevole garbuglio!
— Questo garbuglio però, forma un massa contro Roma. Hanno delle armi,
del cuore, della disperazione e della costanza, sono irriflessivi ed
atroci.
— Il tuo Rabbì entra dunque egli pure nella politica?
— Per la porta di dietro, ma vi s'impianta come un pilastro.
— Legge egli nel pensiero?
— Io non l'ho veduto leggere che l'ebraico nel Torah, e molto bene.
— Indovina il futuro?
— Non è ciò che è difficile: il difficile è decifrare il passato.
— Compone dei filtri, dei veleni, degli incanti?
— Cosa non si farebbe per te, o Claudia? Chiedimi di servirti una stella
stemperata in una coppa d'acqua, ed io te l'appresto.
— E se ti chiedessi di uccidere un uomo?
— E che bisogno hai tu di me, mentre puoi ucciderlo con un solo tuo
sguardo? I tuoi occhi sono come quel piccolo pesce del mar indiano, che
d'un colpo di pinna sprofonda un naviglio.
Io principiava a dimenticare, in questi scherzi, la mia cupa
preoccupazione, quando il nostro conversare fu interrotto dall'arrivo di
Pilato. Eccetto il suo pallore, nulla tradiva la ferita che aveva
ricevuto da Moab. Avanzò lentamente nella stanza, ed i suoi occhi
s'animarono d'una subita luce, vedendomi e riconoscendomi.
Egli credeva sempre che io fossi l'amante di sua moglie. Claudia non
fece a lui maggior attenzione che se fosse stato uno dei suoi schiavi.
Pilato le porse una lettera dicendole:
— È di Cesare.
Claudia la prese, la guardò, la riconobbe e la gettò da parte,
domandandomi:
— L'è dunque burlesca la vostra festa del _Purim_?
— Valgono meglio le _bacchanalia_, risposi, alzandomi e salutando Pilato
come per partire.
— A proposito, Claudia, disse Pilato, bisogna che tu faccia un regalo di
nozze alla fidanzata di codesto giovine. Egli si ammoglia.
— È vero? mi domandò Claudia, con aria allegra.
— Pel momento, io risposi sull'istesso tuono, non è vero che per metà.
Sposo una donna che non lo sa ancora.
Claudia si alzò, entrò nella stanza vicina, e ritornò immediatamente con
un pugno di gioielli, dicendomi:
— Prendi, Giuda: per la tua fidanzata.
Pilato sembrava stupidito. Non comprendeva nulla a quell'indifferenza di
Claudia ad una notizia ch'egli le dava per atterrarla. Credette quindi
che noi fingessimo la calma.
— Ti ringrazio, risposi. Accetterò il tuo regalo quando il matrimonio
sarà deciso.
— Mi condurrai tua moglie, Giuda, riprese Claudia, se la non teme
contaminarsi entrando in una casa di pagani. Non dubito che la tua
compagna non sia una nobile, bella e pura fanciulla, che io sarò felice
di vedere.
— Sua moglie è tutto ciò, Claudia, rispose Pilato; io la conosco.
— Tu la conosci! sclamò Claudia rizzandosi sulla persona e fissando suo
marito negli occhi.
— Si, ho avuto diverse occasioni di portarle i messaggi di suo marito,
il mio amico Cajus Crispus.
— Che mi vai bisticciando?
— Sì, codesto giovane sposa la donna cui Cajus Crispus ha or ora
divorziato.
— Capisco, disse Claudia tristemente. Poi, dopo un istante di silenzio,
soggiunse: Avrei preferito ch'egli avesse sposato una giovinetta
conosciuta da lui, cui lo sguardo della madre non avesse abbandonata
giammai, e che fosse sempre restata sotto la protezione di suo padre.
— Hai ragione, Claudia, risposi sospirando; ma di tutti i tiranni, il
cuore è il più inesorabile.
— Ahimè! è vero! fece Pilato.
— L'è dunque assai bella, codesta giovine donna? chiese Claudia.
— Non come te, Minerva romana.
— È stupendamente bella, rispose Pilato. E fui anch'io sul punto di
diventarne innamorato, aggiunse sorridendo.
Claudia ed io lo guardammo con uno sguardo differente, ma egualmente
feroce.
— Mi permetterai tu, il mio giovine, disse Pilato con tuono
sdegnosamente sarcastico, di porgere un regalo di nozze alla dama, che
ebbi, non ha guari, ancora il piacere di vedere?
— Grazie, risposi freddamente: io non conosco nulla di più costoso d'un
regalo; ed io sono troppo povero per pagarlo, troppo orgoglioso per
riceverlo.
— Orgoglioso! disse Pilato sorridendo: difatti. Credo che Ida sia molto
ricca. Gli è vero?
— È falso. La donna che io prendo ha per unico adornamento i suoi
capelli, per tutta ricchezza la sua bellezza. Ella non ne porta
alcun'altra nella mia casa.
Pilato sorrise, e non rispose.
— Cajus Crispus sarebbe dunque così taccagno e così ignobile, osservò
Claudia, di riprendere alla moglie ch'egli rinvia, i doni che le fece?
— A proposito, disse Pilato, tre o quattro giorni fa, Ida m'inviò un
uomo per pregarmi di ottenere da Crispus l'atto del divorzio. Ho
ricevuto questa mattina codesto atto e mi disponevo a portarglielo. Ma
poichè il suo fidanzato è qui...
Feci un movimento di gioia, e arrossii.
— Vuoi tu incaricarti di questa piccola missione, giovinotto? fece
Pilato sorridendo sardonicamente.
— Volentieri.
— Dirai a Ida che il ritardo non proviene da colpa mia. Deve proprio
contar le ore, quella bella figliuola, dopo una separazione di due mesi
circa da Crispus, di passare in altre braccia più giovani, e più
carezzanti.
C'era in tutte le parole di Pilato un motteggio e un'amarezza, che mi
davano i brividi di collera e di sospetto. Gli risposi:
— Noi altri, rozzi ebrei, non siamo esperti nel ripetere di sì squisiti
complimenti iberici; lascio quindi cader qui le tue parole, e vi passo
sopra.
— Come vuoi. Questo complimento, portato al suo indirizzo e balbettato
da te o da uno schiavo, ha per me sempre l'istesso valore. Io parlo in
nome di Cajus Crispus.
— Cajus Crispus è, credo, in Antiochia.
— In Samaria.
— Ho letto in un libro egiziano, che le montagne talvolta s'incontrano.
Ci credi tu, Pilato?
— Più facilmente che gli uomini, quando l'uno è posto così alto e
l'altro così basso.
— Scusa! c'è un tratto di unione in acciajo che avvicina le distanze.
— E' può sopprimerle, piccino mio, non mai ravvicinarle. Del resto Cajus
Crispus è maestro in fatto di conoscenze di montagne che camminano, e
può darti migliori spiegazioni delle mie.
— Non capisco nulla a tutte codeste chiacchiere, disse Claudia. Io so
soltanto che Crispus è stato un uomo indegno ripudiando questa ragazza
ebrea, che è, dite voi, oscura, povera e modesta, e conservando la sua
moglie di Roma, che è ricca, infame, nella bocca di tutti i giovani
effeminati e di tutti i vecchi impuri della via Sacra.
— Lasso! fece Pilato, gli uomini non hanno sempre il coraggio di
uccidersi, quando contraggono la lebbra di certi amori, che divengono
come la tonaca di Nesso. Ho imparato a perdonare.
— Gli è che hanno dessi nell'anima una lebbra più sordida ancora di
quella del cuore, la quale li rende vili, fe' di rimando Claudia,
fissando sopra suo marito un tale sguardo di sprezzo, che avrebbe
sepolto a cento braccia sotto terra la statua di Giove Capitolino.
Pilato s'accorse che la conversazione prendeva una piega doppiamente
pericolosa; ma volle lanciarmi un altra freccia prima di partire. Io non
compresi la malignità di questa scena che più tardi, quando seppi che
Ida era stata sua ganza. Pilato mi odiava come amante di sua moglie,
come colui che gli rubava le ultime memorie di quella ganza, e gongolava
nello stesso tempo che la fatalità riparatrice gettasse fra le mie
braccia, come moglie, quella che egli aveva posseduto come favorita.
— Giovane, diss'egli, tu hai avuto fretta d'entrare in quel paradiso ove
i libri sacri del tuo paese nicchiano il serpente. Se ve lo trovi
ancora, se ti morde, ricordati che Ida, la quale conosce così bene il
valore del tempo, sa pure che ella conserva, anche dopo il divorzio,
quel diritto di cittadina romana che le aveva conferito suo marito, e
che v'è a Gerusalemme un procuratore di Roma per renderle giustizia.
Non attese la mia risposta e partì. Io era impaziente d'inviare ad Ida i
documenti ed il messaggio che dovevano decidere della mia sorte. Il
sagan si condusse lo stesso giorno a Berachah.
Una grande costernazione regnava nella casa, in causa della scomparsa di
Moab. Si passava in rivista ogni sorta di congetture, tutte lontane dal
vero. Ciò che Moab aveva fatto, era per induzione e per determinazione
personale. Ida non ne sapeva nulla.
Il sagan poco poteva apprenderle.
L'arrivo di questo personaggio, il più considerevole dopo Pilato ed il
governatore della Siria, accrebbe lo scompiglio. Noah lo introdusse
subito nel tablinum, e lo annunziò alla sua padrona.
Ida uscì immediatamente per ricevere Hannah. Come Pilato, come Moab,
come io stesso, egli fu colpito al cuore dalla bellezza fatale di quella
fanciulla. Appena trovò da biascicare qualche parola, porgendole il
pacco di lettere di Pilato. Ella tremò in tutta la persona, a questo
nome, e l'aprì precipitosamente.
L'involto conteneva un atto di divorzio di Cajus Crispus, ch'egli aveva
fatto redigere, ed una lettera ch'egli stesso scriveva ad Ida. La
giovinetta vide prima l'atto del divorzio, cui lesse, mostrandosene
sorpresa, e non comprendendone nulla. Poi ella lesse la lettera. Io
seppi più tardi tutto ciò. Ecco ciò che Pilato le scriveva:
«Ponzio Pilato a Ida, salute!
«Ida, il ritardo di questa lettera è involontario.
«Ne sono causa una ferita che ho ricevuto alla spalla dal tuo
messaggero, e la lentezza del corriere che ho inviato al mio amico Cajus
Crispus, ritornato soltanto questa mane.
«Ecco la risposta di Crispus.
«Così, tu puoi ora maritarti. Ti avevo detto addio per sempre. Te lo
ripeto ancora una volta. Amo mia moglie. Ti lasciai con rammarico il
giorno che mi separai da te. Mi parve che il tuo dolore avesse l'aria
della disperazione. Mi parve che tu mi amassi ancora. Questo rammarico è
ora cessato.
«Il tuo dolore, non ha avuto indomani.
«Il tuo amore, che si era svenuto nelle lagrime, si è risvegliato poche
ore dopo nelle braccia di un marito. Hai fatto bene. Grazie. Tu mi
guarisci dai rimorsi. Tu alleggerisci le mie memorie del passato dalle
preoccupazioni dell'avvenire. Il disinganno al postutto è un grande
beneficio: brucia le vecchie piaghe per guarirle. Io non aveva alcun
dritto ad una affezione di cui tu sola avevi formato il capitale. Non ho
dunque a rivolgerti alcun rimprovero, e, ne avessi anche il diritto, non
lo farei. Sii felice, se lo puoi, se la felicità può esistere in codeste
affezioni apopletiche che scattan di botto e muoiono all'istante. Però,
se un giorno fossi visitata dalla disgrazia, ricordati di me, che non
dimenticherò mai di qual balsamo tu hai profumato le ore del mio
spaventevole dolore. Addio.»
Ida lesse questa lettera cogli occhi acciecati dalle lagrime, il
singhiozzo nella gola, il rantolo nel petto. Alla parola «addio» cadde
al suolo svenuta. Il sagan che non sapeva nulla, nè dell'istoria di
Pilato, nè del contenuto della lettera, corse a chiamare Noah, che prese
fra le braccia la sua padrona, e la trasportò priva di sensi nella sua
stanza da letto.
Hannah attese più d'un'ora, solo, nel tablinum, prima d'aver notizie
dell'ammalata. Mille pensieri l'assalivano. Fu sul punto di partire per
ritornare un altro giorno; ma la curiosità, l'interesse ch'egli prendeva
per quella bella creatura, lo trattennero. Attese. Alla fine Noah venne
a dirgli che la sua padrona era in istato di riceverlo.
Entrò infatti nel piccolo gabinetto vicino al _tablinum_, ove trovò Ida,
stesa sopra un letto di cuscini, più calma, ma spaventevolmente pallida.
— Perdonami, o principe, diss'ella. Mi sono sentita morire, malgrado gli
sforzi che ho fatto per non mancarti di rispetto.
— Sei tu in grado d'ascoltarmi? Ho a farti un grave messaggio. Se sei
ancora debole, ritornerò domani.
— Oh! no; parla; io posso udir tutto, adesso. Ho subito la grande prova.
— Allora sarò corto e preciso.
— Occorre rinviare Noah? Ella conosce tutta la mia vita, tutta la mia
anima.
— Che resti dunque, disse il sagan. Ecco di che si tratta. Tu hai veduto
qui due volte un giovine mio amico, Giuda di Kariot.
— Credo di si.
— Egli ti ama.
— Disgraziato!
— Vengo in suo nome a chiederti in matrimonio.
Ida rimase come attonita.
— In matrimonio?
— Vengo a supplicarti a nome suo di non rifiutarlo.
— Questo scherno è crudele, mormorò Ida, sciogliendosi in lagrime.
— Non è uno scherno, Ida; io non son uomo da prestarmi a simili cose.
— Ma egli non mi conosce punto.
— Egli ti ama. E ti conosce abbastanza per condurti come sua moglie
sotto il tetto ove suo padre è morto, ove sua madre dorme, ed ove sua
sorella vive.
Ida dette di nuovo in singhiozzi.
— Dio mio! perchè sono io indegna della felicità, che è serbata alle
altre fanciulle della mia età!
— Consolati, Ida; tu non sei la prima donna ripudiata, la quale passi
dal letto desolato d'un marito che la respinge a quello di un marito che
l'attende come una benedizione.
— Io non sono una donna ripudiata, io.
— Che importa se il mondo lo crede, dacchè l'uomo che ti vuole sua
dimentica cosa sei!
— Ma io amo, amo ancora, non posso obbliare, io. Io ho l'anima, il
cuore, la bocca, gli occhi, tutta la mia esistenza, la notte come il
giorno, desta o sognando, pregni di quell'uomo che ha avuto il mio primo
bacio, che ha soffiato sulla bianca nuvola della mia infanzia.
— Giuda ti amerà per due.
— Oh! no; ciò è impossibile. Non aggiungiamo il rimorso al dolore. Non
aggiungiamo ai ricordi d'un cuore gualcito, la ripugnanza alle carezze
che sono sante dinanzi a Dio, e che diverrebbero infamia per me. Io non
posso accettare l'offerta di cui mi parli. Mi sprezzereste se lo
facessi.
— Se per mio conto io dovessi sprezzarti non sarei venuto a portarti la
parola supplichevole del mio amico. Puoi accettare senza timore.
— Ma io non l'amo. Non si può darsi senza amare.
— Credi che sia più difficile il darsi ad un uomo che non si ama, che il
prendere una donna che ne ama un altro?
Ida restò silenziosa per un istante.
— È impossibile, obiettò ella di nuovo. Non posso farmi a questa idea.
Lasciatemi respirare. Se sapeste sopra quali rovine voi camminate. Un
momento fa ho creduto morire. Mi si sospetta; mi si dice: Maritati! si
dubita del passato, mi si sprezza forse... Maritati! Ma egli crederebbe
tutto questo; riterrebbe certo che io non l'ho mai amato, che non l'amo
più: sarei infame ai suoi occhi! No, no. Che m'importa che egli ami sua
moglie, e che mi percuota le gote con codesto amore? Cosa sono io per
essere orgogliosa? Capisci, principe? Direbbe: ella si marita, eccola
lì. Ieri diceva ancora: ritorna! ieri ella sperava ancora, si
abbiosciava nella desolazione: oggi sorride al primo giovinotto che le
sorride, e lo segue. Ella mentiva. Che importa che codest'uomo si chiami
marito o amante? Ella lo segue. Il cuore non conosce nozze. Ebbene,
principe, vuoi tu che io sia disonorata agli occhi d'uno d'essi e
peccatrice dinanzi gli occhi dell'altro: indegna per entrambi? Ma non
senti tu dunque che quest'aria palpita ancora dei baci di un altro?
— Calmati. Tu entrerai in un altro mondo.
— Non ce n'è che uno di possibile per me: quello della tomba. Ovunque,
fuori di là, v'è il rimprovero e l'obbrobrio.
— Ascolta, figlia mia, disse il sagan prendendole le mani agghiacciate:
prima di vederti e di ascoltarti, nel mio cuore io condannava il mio
amico. Io mi diceva: Perchè far violenza ad una donna che ne ama un
altro? perchè urtare contro una passione che brucia di fiamme così cupe?
Ora io comprendo il mio amico. Non lo biasimo più, lo scuso. Lo
compiangerei, al contrario, se il mio messaggio non riescisse. Io peso
tutte le tue ragioni; e ti stimo. Ma rifletti d'altra parte, figliuola
mia, al tuo avvenire. Dico di più; rifletti all'attuale tua posizione.
Chi sei tu? Cosa sei tu? Ogni cosa che ti circonda è una creazione della
tua vergogna. Ogni soffio d'aria che respiri è pregno di disprezzo. Tu
trovi un uomo il cui possente amore ti attrae in una più pura atmosfera.
Non vuoi seguirlo perchè non lo ami, perchè ne ami un altro. Ti ama egli
dunque ancora, colui che ti respinge? Comprende egli dunque il tuo
sacrifizio? Che cosa ti consiglia egli?
— Mi disprezza, mi deride, mi crede già infedele alla sua memoria. Mi
spinge a maritarmi. Mi percuote sempre e poi sempre colla sua
confessione, ch'egli ama sua moglie.
— Vedi dunque; tu non sei più una donna per codestui. Tu sei una cui
egli ha beneficata, e ti accusa già d'ingratitudine. L'altro invece...
— Ma gli è precisamente perchè io stimo il tuo amico e ne ho
compassione, che io indietreggio, o principe. Fuggirò appena sia Moab di
ritorno. Non so cosa diverrò, ma non resterò più qui, ove io soffoco in
mezzo a tanti testimoni della mia defunta felicità.
— Cessa allora di resistere. L'amore che dimentica il fallo, saprà
addolcire il rimorso, consolare il dolore, e perdonare l'indifferenza.
Ida lottò ancora, ripetendo quanto aveva detto, trovando nuove ragioni.
Hannah trionfò di tutto. Finalmente ella sclamò:
— Tu lo vuoi, o principe? Egli lo vuole? Sia. Mi abbandono a voi tale
quale sono, prendetemi come raccogliereste un cadavere che chiede una
tomba ed un ricovero contro gli avoltoj e le jene. Non mi appartengo
più; dunque non posso più nulla dare in cambio di questo atto generoso.
Non mi resta che la riconoscenza.
— Ciò basta, rispose il sagan, tagliando corto al colloquio ed alleviato
dal dubbio se avrebbe o no vinta la resistenza di quella nobile
creatura.
All'indomani io andai a trovarla. Pianse vedendomi. Evitai la minima
allusione al suo passato: stornai sempre la conversazione da questo
soggetto, se ella v'entrava. Ella mi ripetè ancora che amava un altro, e
che non mi amava. Le risposi che io saprei farmi amare un giorno. La
lasciai non più tranquilla, ma più rassegnata.